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Assistenza vocale: una questione di genere sonora?

Sono questione di genere i gravi fatti di abuso accaduti a Colonia e sono questione di genere le voci femminili degli assistenti vocali in uso per le attuali intelligenze artificiali.

AGGIORNAMENTO: la lunghezza del post ha distratto alcuni lettori dal tema principale riguardante il post, ossia, la questione di genere sonora. Per questo motivo ho diviso il post in due parti:

Spero tu abbia il tempo e la voglia di leggere la prefazione perché la questione di genere è questione complessa e delicata. Penso se ne parli poco e dunque, anche se può sembrare una digressione del blog, a modo mio, spero di poter contribuire alla causa delle donne che difendono i diritti di altre donne. Se per te la parola femminismo è una offesa e/o hai pregiudizi sulla difesa di questi diritti ti consiglio di non proseguire nella lettura.

Questione di genere

Intanto la questione di genere è anche questione linguistica. Vi rimando, per questo, alla lettura integrale del libro Il sessismo nella lingua italiana di Alma Sabatini. Se non lo conoscete vi sorprenderete di quanto il nostro linguaggio e la nostra cultura siano intrisi di maschilismo.

Per cui abbiamo un pre-giudizio positivo per parole come casalinga, infermiera, segretaria, ma Segretaria di Stato, a qualcuno già suonerebbe male. E lo stridore linguistico deriverebbe nel declinare al femminile professioni che nella scala sociale stanno all’apice. Diamo ormai per scontato, dottoressa, professoressa e direttrice, ma già le critiche arrivano a chi si fa chiamare assessora, sindaca, o addirittura Ministra. Tanto che molte donne non lo fanno e continuano a farsi chiamare al maschile. Eppure il femminile di queste parole esiste nella grammatica italiana così come confermato dall’Accademia della Crusca

La Presidente dell’Accademia della Crusca, Nicoletta Maraschio, tiene a ribadire l’opportunità di usare il genere grammaticale femminile per indicare ruoli istituzionali (la ministra, la presidente, l’assessora, la senatrice, la deputata ecc.) e professioni alle quali l’accesso è normale per le donne solo da qualche decennio (chirurga,avvocata o avvocatessa, architetta, magistrata ecc.) così come del resto è avvenuto per mestieri e professioni tradizionali (infermiera, maestra, operaia, attrice ecc.).

E ancora, mi colpisce quanto recentissima sia l’introduzione del termine femminicidio e la resistenza (solo linguistica?) nel riportare il termine. Scrive il professore Rosario Coluccia, sempre sul sito dell’Accademia della Crusca, in un post dal titolo Femminicidio: i perché di una parola .

Abbiamo riportato la definizione di femminicidio in Devoto-Oli 2009, ma il termine è attestato anche in ZINGARELLI a partire dal 2010 e nel Vocabolario Treccani online, mentre GRADIT 2007 ha registrato femicidio anche nei Neologismi Treccani 2012 come “femmicidio o femicidio”.
Ci sono state e ancora ci sono resistenze all’introduzione del termine, quasi fosse immotivato o semplicemente costituisse un voler forzatamente distinguere tra delitto e delitto semplicemente in base al sesso della vittima; quasi fosse neologismo frutto di una delle tante mode linguistiche più che del bisogno di nominare un nuovo concetto.

Conclude dicendo:

Se una società genera forme mostruose di sopraffazione e di violenza, bisogna inventare un termine che esprima quella violenza e quella sopraffazione. E quindi è giusto usare «femminicidio», per denunziare la brutalità dell’atto e per indicare che si è contro la violenza e la sopraffazione. Bene ha fatto la lingua italiana a mettere in circolo la parola «femminicidio»; il generico «omicidio» risulterebbe troppo blando.

Parlare con un assistente vocale è una questione di genere?

Già, molto prima dei fatti di Colonia, Martín Caparrós, giornalista e scrittore, scriveva su Internazionale un articolo dal titolo: Parlare con Siri è un atto di sessismo?

Martín Caparrós scrive:

Clifford Nass, un pioniere nel campo degli assistenti digitali oggi scomparso, ha scritto nel suo libro Wired for speech che tendiamo a credere che le voci femminili ci aiuteranno a risolvere i nostri problemi da soli, mentre le voci maschili sono assimilate a figure di autorità che imporranno la loro soluzione. Noi vogliamo che la tecnologia ci aiuti senza esagerare, quindi preferiamo le voci di donna.

Per intenderci, in pratica, preferiamo che a leggerci le mail sia una segretaria, che magari nel nostro immaginario è una trentenne bionda con gli occhi azzurri, piuttosto che un uomo. Ma “Allontanarsi dalla linea gialla” ci sarà sempre detto da una voce maschile. Non vogliamo rischiare che qualcuno non segua il consiglio.

Siri è forse l’esempio più noto di intelligenza artificiale e di assistenza vocale avanzata. Già, nel suo significato porta il suo genere, in lingua norrena, infatti, Siri significa “bella donna che ti porta alla vittoria”. Ma oltre a Siri di Apple, anche Cortana di Microsoft, S Voice di Samsung, Google Now di Android e le tante a seguire, sono tutte assistenti vocali femminili, con voce femminile.

Tanya Lewis su Live Science si chiede: Why Artificial Intelligence Is Often Female e rimanda la domanda a Karl Fredric MacDorman, un professore di informatica ed esperto di interazione uomo-computer dell’Indiana University-Purdue University Indianapolis, che risponde:

Penso che ci troviamo in presenza di un modello culturale ripetuto (pattern). Non so se ci sia una risposta semplice. Uno dei motivi per la sovrabbondanza di intelligenze artificiali al femminile (AIS) e androidi (robots progettati per apparire o comportarsi come fossero esseri umani) potrebbe essere che queste macchine tendono a svolgere lavori che sono stati tradizionalmente associati con le donne. Per esempio, molti robots sono stati progettati per funzionare come cameriere, assistenti personali o guide museali.

Ragioni che riflettono il pensiero di una società che nell’intelligenza artificiale viene (purtroppo) duplicata senza alcuna sorta di miglioramento. In questo caso, il risultato più alto della conoscenza umana coinciderebbe con l’istinto più basso della società più retrograda.

Nella sua ricerca, MacDorman studia come gli uomini e le donne reagiscono alle voci di genere diverso. In uno studio, lui e i suoi colleghi hanno fatto ascoltare spezzoni di voci maschili e femminili, e sottoposto un questionario su quale voce preferissero. E poi, alle stesse persone è stato fatto un test che misurava le loro preferenze implicite o subconscie. Gli uomini, nello studio, hanno riferito che hanno preferito le voci femminili, e in effetti hanno mostrato qualche preferenza implicita per loro. Anche le donne nel test hanno implicitamente preferito le voci femminili (a quelle maschili), anche più di quanto avessero ammesso nel questionario.

MacDorman conclude:

“Penso che ci sia una censura per i maschi a preferire i maschi, ma non c’è censura per le donne a preferire le donne”.

D’altronde rispecchiando questa cultura anche il cinema ha sempre visto le intelligenze artificiali nel corpo e nella voce di una donna. Dalla Maria di Metropolis alla Ava di Ex_Machina all’intelligente e sensuale voce di Samantha del film Her (Lei).

L’ottima Sophie Kleeman che già ad ottobre 2015 si chiedeva Why Are So Many Robot Voices Female? concludeva il suo articolo con questa frase:

Le aziende che elaborano i sistemi vocali dei robot hanno la responsabilità di garantire che i loro prodotti non cadano vittima di stereotipi di genere.

Mentre Susan Bennett, la donna che ha dato voce a Siri pare essere abbastanza pessimista:

“Penso che, in generale, la maggior parte delle aziende non hanno nemmeno iniziato a pensare agli aspetti morali”.

Cosa possibile: alcuni annunci di viabilità adesso sono espressi da voci maschili, e da poco tempo si può scegliere la voce maschile con Siri oltre alle opzione di vari accenti americani.

Dall’altra parte Nuance, la società di comunicazione che ha sviluppato Siri, dice a gran voce che

“la tecnologia dovrebbe funzionare al servizio delle persone e adattarsi al modo di comunicare, invece di costringere le persone ad adattarsi alle macchine.”

Ma lavorare al servizio delle persone – persone che portano con se pregiudizi culturali profondamente radicati – porta con se una serie di pericoli e insidie ​​particolari. Forse si dovrebbe prestare attenzione alla conclusione di HER – in cui l’assistente femminile progettato per piegarsi a ogni nostro capriccio decide che vuole qualcosa anche per se stessa.

Al momento, dunque, l’intelligenza artificiale che è nella sua fase iniziale, che risolve problemi complessi per una macchina ma ancora basilari per l’Uomo, ha una voce femminile. E tutti d’accordo, maschi e femmine. Ma quando questa intelligenza sarà capace di coordinare più persone, valutare più scelte e poi indicare la migliore? Questa stessa voce continuerà ad essere femminile? Oppure la sua evoluzione verrà rimarcata da una voce maschile?

Tutto dipenderà dal livello di emancipazione della donna e dell’uomo. Dal tipo di relazione che si avrà, da quale connessioni saranno possibili. L’emancipazione passerà anche attraverso la libertà di scegliere di ascoltare e di interfacciarsi con una voce maschile piuttosto che con una voce femminile.

E mi risuonano ancora nelle orecchie le parole di Federico Badaloni presenti su due suoi post differenti.

Il primo sulla RESPONSABILITA’ in cui dice

I valori incarnati, cioè i gesti e le emozioni, sono contagiosi. Sceglieteli con cura. […]

Ogni parola detta, ogni sguardo, ogni suono, ogni colore conta. Fra di noi, con gli stakeholders, con gli utenti con cui collaboriamo.

La parola e il gesto sono gli unici strumenti che abbiamo per pensare gli ecosistemi che progettiamo.
Siate all’altezza di ogni gesto. Siate all’altezza di ogni parola.

sulle prossime sfide dell’architettura dell’informazione:

Se vogliamo essere capaci di innovare, di produrre futuro ma anche di orientarlo, dobbiamo concentrare la nostra attenzione e i nostri flussi di lavoro sulle esperienze di relazione che intendiamo generare.

Innovare, costruire il futuro, è costruire ambienti di relazione. Innovare è definire quali relazioni siano possibili in questi ambienti, con quali dinamiche, per quali fini. Non solo nodi, non solo archi. Esperienze.

Insomma, come a dire:

Nei prossimi anni ci dovremo occupare e preoccupare, non solo di quale sito, ma anche di quale Uomo, costruire.

Mai frasi mi sono sembrate più calzanti.

AGGIORNAMENTO 10/02/2016

Cortana, l’assistente vocale di Microsoft, è la voce femminile di una donna che non esiste. Eppure gli sviluppatori si sono ritrovati con molti utenti che la considerano reale e si rivolgono a lei facendo domande sessuali e sessiste. In molti la vogliono sottomessa e accondiscendente. Cortana adesso risponde in modo da non farsi intimidire.

AGGIORNAMENTO 31/03/2016

The Atlantic si chiede: Perché gli assistenti digitali hanno nomi femminili?
La spiegazione più semplice è che le persone sono condizionate ad aspettarsi delle donne, non degli uomini, in ruoli amministrativi. E gli sviluppatori degli assistenti digitali sono influenzati da queste aspettative sociali.

Ma forse c’è di più di questo.

Dennis Mortensen, il CEO e co-fondatore di x.ai, che ha costruito un assistente digitale che si può e-mail per programmare riunioni al vostro posto sostiene che “la prima domanda che dobbiamo porci è: abbiamo scelto di umanizzare l’assistente? Se non lo fai, si chiama Google Now. Non sto dicendo che è meglio o peggio. Se si sceglie di umanizzarlo, poi torniamo inevitabilmente a chiederci quale nome dovrebbe avere”.

Alcuni studi suggeriscono che da un punto di vista della tecnologia audio la voce femminile è semplicemente più facile da capire.

Nel 1980, ad esempio, il Dipartimento dei Trasporti statunitense ha riferito che diverse indagini tra i piloti di aereo indicavano una “forte preferenza” per i sistemi di allarme automatici che avevano una voce femminile, anche se i dati empirici hanno dimostrato che non vi era alcuna differenza significativa nel modo in cui i piloti hanno risposto alla voce femminile o alle voci maschili.

In un altro studio, pubblicato nel 2012, le persone che hanno utilizzato un sistema telefonico automatizzato hanno trovato la voce maschile più “usabile”, ma non necessariamente “affidabile” quanto una voce femminile. E proprio come il gruppo di piloti, gli uomini tendevano a dire di preferire le voci femminili, anche se non hanno definito il perché di tale preferenza.

Ad ogni modo bisogna anche ricordare che Siri negli Stati Uniti ha voce femminile predefinita, ma se si cambia lingua, all’inglese del Regno Unito, la voce diventa maschile.

2 pensieri su “Assistenza vocale: una questione di genere sonora?”

  1. Il suono femminile è il primo ad accompagnare l’esistenza di ogni essere,fin dal grembo che è materno per scelta della Natura,a seguire la percentuale delle dolci parole o delle severe sgridate, rimane sempre quello femminile ,quindi nessuna meraviglia se il comando vocale artificiale è ben accetto da entrambi i sessi,il subconscio non tradisce non rinnega la natura, come invece lo fa regredendo l’istinto di supremazia, proprio dell’essere maschio e non certo vero uomo .

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