Visivo, auditivo o cinestetico? Come ti relazioni meglio con il mondo? Con gli occhi? Con l’udito? Oppure ti connetti al mondo in un modo che non sai spiegare? Non dico niente di nuovo in questo articolo. C’è caldo, io sono a lavoro, quindi il tempo per scrivere è davvero poco. Ma soprattutto c’è caldo, anche se oggi si sta un po’ meglio. Non avevo previsto le temperature calde di questi giorni in Sicilia. Così, cerco di ridurre un po’ le mie parole e vi scrivo di un argomento di cui potete parlare sotto l’ombrellone. Diciamo vacanziero.

Se, infatti, vi trovate al mare, in questo momento vi state godendo un bel panorama oppure vi  trovate davanti ad un bel vedere umano.  Magari avete in sottofondo il suono delle onde, annusate i profumi del mare, della vostra pelle o della pelle della vostra compagna, provate la piacevole sensazione della sabbia sotto i piedi, e siete lì a pregustare il sapore dell’acqua salata del mare. E se, invece, siete a lavoro potreste immaginare tutto questo con la fantasia. Esentire tutte queste sensazioni pur stando in luogo ben lontano dal mare.

Visivo, auditivo o cinestetico

Saprete sicuramente che ciascuno di noi si relazione al mondo in modo diverso. Se non lo sapevate, è così. Oltre al bagaglio culturale, che ci permette di osservare il mondo con occhio critico, abbiamo anche un sistema primitivo di relazionarci con il contesto che ci circonda.

Questo sistema primitivo è composto dai nostri sensi. In base al senso che usiamo maggiormente usiamo determinate parole, amiamo determinate cose che ci circondano. Diciamo dunque che una persona, basandosi su questo principio può essere “classificato” una persona visiva, auditiva o cinestetica. In modo del tutto generico, in occidente, si calcola che il 50-55% delle persone è visivo; il 25-30% è cinestetico e il 20-25% è auditivo. In modo del tutto indicativo e arbitrario potrei azzardare a dire che i lettori di questo blog sono soprattutto auditivi.

Queste percentuali non sono assolute, ma semplicemente indicative. Perché far prevalere un senso o preferire l’uso di un senso non significa affatto che gli altri sensi non vengano utilizzati. Le circostanze e il contesto modificano il nostro modo di relazionarci con il mondo.

Il contesto

Avrete ormai imparato che gli architetti dell’informazione sono “fissati” con il contesto. Almeno io lo sono. Non posso farne a meno. Perché a seconda del contesto ci comportiamo in modo diverso. Il contesto ci condiziona fortemente. E così accade ai nostri sensi. Il contesto può farci cambiare totalmente approccio. In un contesto al buoi o con poca luce, infatti, anche se fossimo persone visive, saremmo costretti ad attivare gli altri sensi. E al buio il senso che maggiormente si attiva è l’udito. Ma anche il tatto diventa più sensibile. E viceversa se siamo in una situazione silenziosa, i nostri occhi porgono più attenzione a quello che vediamo o leggiamo.

In pratica chiudendo un canale, immediatamente, il cervello aumenta la sensibilità e l’attenzione sugli altri sensi.

Questo avviene perché il cervello è sempre impegnato a farci sopravvivere. Il nostro cervello è molto legato alla vita e si preoccupa di preservarci da qualunque pericolo possa arrivare dall’esterno.

I sensi sono 5

I nostri sensi sono il mezzo fisico con il quale ci relazioniamo con il mondo. Le percezioni e le emozioni sono, invece, il risultato dell’elaborazione del nostro cervello che trasforma questi segnali in informazioni utili per la nostra sopravvivenza.

Questa elaborazione è del tutto personale e soggettiva. In base al nostro modo di comunicare riceviamo e inviamo feedback (risposte positive o negative) ai nostri interlocutori.

Come comunica l’essere umano?

La maggior parte delle persone pensa che l’essere umano comunichi attraverso l’uso delle parole, pronunciate o scritte. E questo è vero per il 7% del messaggio comunicato. La maggior parte della comunicazione avviene attraverso il linguaggio non verbale che sta alla base della comunicazione. Questo, in percentuale, vale molto più delle parole stesse. Cioè, il modo di parlare, il tono della voce, le nostre espressioni facciali, il modo di guardare dei nostri occhi, il nostro gesticolare o meno, sono più importanti delle parole.

Un esempio a riguardo è la scena del film The Terminal di cui mi sono occupato per parlare riguardo il non luogo e le architetture dell’informazione. Vi consiglio di leggerlo o rileggerlo. Forse alla luce di questo articolo sarà più chiaro cosa volevo dire.

Quando ascoltiamo una persona che parla in modo forbito, ricordiamo quel modo di parlare e non le parole forbite che ha utilizzato. Ricordiamo il concetto, il messaggio che ci ha lanciato. Ma le parole scompaiono. Sono quasi certo che alla fine di questo articolo forse parlerete con i vostri amici di quanto vi ho scritto, aggiungendo i vostri pensieri e i vostri ricordi. Ma certamente non userete le mie parole. E se ne parlerete, non sarà tanto per tutte le parole utilizzate, ma per la sensazione che vi ho procurato, per il tono di voce pacato e leggero che ho usato, per quanto avrete sentito vicino il tema che sto trattando.

La comunicazione non verbale

L’essere umano parla, usa le parole e questa è una verità. Ma quando l’essere umano parla emette anche dei suoni, usa un tono di voce, usa degli intercalari, diventa espressivo nei racconti, comunica con i gesti, con la posizione del proprio corpo, delle braccia, porta con se simboli, ha una postura, usa l’espressione del viso. Mostriamo se siamo emozionati o non lo siamo affatto. Emaniamo odori più o meno piacevoli. Anche quello è un modo di comunicare.

E lo stesso accade nella scrittura. Perché quando si legge, ricostruite nella vostra mente, nelle vostre orecchie il tono di voce dell’autore. Forse, ve lo immaginate pure mentre parla visivamente. Anzi, il messaggio, se ben scritto, può diventare più potente, perché nasce dal vostro interno.

Non è un caso, secondo me, che Luisa Carrada abbia dato il titolo del suo intervento scrivere per farsi ascoltare.

Per chi vuole approfondire

Se siete in vena di lettura e volete approfondire questi temi, mi sono occupato in maniera più complessa di questo tempo in due articoli. Si tratta di due articoli scritti quando avevo appena cominciato a capire cosa significasse scrivere per un blog. Però restano due articoli, a mio parere, molto validi.

Geografie emozionali e geografie dell’ascolto

Il non luogo e le architetture dell’informazione

E voi?

E voi? Qual’è il canale sensitivo che preferite per la vostra comunicazione? Voi come vi definireste? Come vi relazionate, voi lettori? in modo visivo, auditivo o cinestetico?

 

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