La musica nel nonluogo

La musica nel nonluogo modifica il nonluogo e lo migliora. Con il post precedente in cui parlo dei flash mob parrebbe che io fossi contrario alla musica nel nonluogo. Così non è. Anzi! Oggi vi voglio parlare, infatti, di un altro progetto che reputo molto interessante che al momento è itinerante e che, invece, mi augurerei diventasse strutturale. Ossia introdurre un pianoforte in stazioni o luoghi di passaggio.

Il Nonluogo: una precisazione

Prima però devo fare una precisazione sul Nonluogo, sia per chi conosce già questo concetto, sia per chi ha letto di questo concetto su questo blog.

La superficialità di quanto scritto nei precedenti post è da imputare al fatto che non mi occupo del nonluogo da antropologo ma da architetto dell’informazione del suono, di come il suono è organizzato nello spazio, di come arrivano le informazioni acustiche agli utenti, di come il suono influisce sull’utente presente nello spazio, quale esperienza vive l’utente, e di conseguenza con quanta sciatteria vengono inseriti suoni, informazioni e musica nello spazio. Ancora più precisamente, a me interessa l’uomo e la sua esperienza sonora in un determinato spazio e/o contesto.

Evoluzione del nonluogo

Il concetto di nonluogo, come spazio dove non si hanno relazioni, è un concetto vecchio, che venne teorizzato da Mar Augè nel 1992 (23 anni orsono). Arriva, in Italia, qualche anno dopo (nel 1996) e si afferma in quegli anni. Già nel 2010, 5 anni fa, lo stesso Marc Augè modifica la sua idea e lo stesso antropologo ammette che molti dei nonluoghi e/o spazi che lui considerava tali, in effetti non lo erano più. Ecco cosa scrive Marc Augè:

Alcuni anni fa, ho utilizzato il termine «nonluoghi» per designare quegli spazi della circolazione, del consumo e della comunicazione che si stanno diffondendo e moltiplicando su tutta la superficie del pianeta. Ai miei occhi, questi nonluoghi erano spazi della provvisorietà e del passaggio, spazi attraverso cui non si potevano decifrare né relazioni sociali, né storie condivise, né segni di appartenenza collettiva. In altre parole, erano tutto il contrario dei tradizionali villaggi africani che avevo studiato in precedenza e nei quali le regole di residenza, la divisione in metà o in quartieri, gli altari religiosi delimitavano lo spazio e permettevano di cogliere nelle loro linee essenziali le relazioni tra gli abitanti. Questa definizione di nonluoghi ha però due limiti. Da una parte, è evidente che una qualche forma di legame sociale può emergere ovunque: i giovani che si incontrano regolarmente in un ipermercato, per esempio, possono fare di esso un punto di incontro e inventarsi così un luogo. Non esistono luoghi o nonluoghi in senso assoluto. Il luogo degli uni può essere il nonluogo degli altri e viceversa. Gli spazi virtuali di comunicazione, poi, permettendo agli individui di scambiarsi messaggi, di mettersi in contatto tra loro, non possono facilmente essere definiti nonluoghi. Si tratta, in questo caso, di interrogarsi sulla natura della relazione che si stabilisce tramite determinate tecnologie della comunicazione per chiedersi anche come sia possibile che in questo mondo definito «relazionale» gli individui si sentano così soli.

Insomma i nonluoghi erano e sono degli spazi non più definiti e definibili in modo costante nel tempo ma che si modificano a seconda dell’uso che gli utenti ne fanno.

Nelle analisi precedenti e nei post sul film “The Terminal”, io mi sono rifatto all’idea originaria di Non luogo (1990), pensando che fosse più chiaro il concetto in riferimento al film. Quello che però vorrei aggiungere io, a quanto già affermato da Marc Augè nei suoi testi, è che il Nonluogo, non solo si è frammentato, a seconda della funzione e dell’uso che ne hanno fatto gli utenti, ma che oggi si sta nuovamente modificando in relazione alle informazioni (per quanto mi riguarda) audio e sonore (e non solo) che vengono date a utenti/clienti e utenti/lavoratori. L’introduzione della telefonia mobile cambia il luogo e modifica anche il nonluogo. Anzi, il nonluogo diventa lo spazio dove si ascolta più musica, più radio, dove si hanno più contatti con il mondo invisibile, più contatti con gli amici social, dove si provano più emozioni. La musica, che non si vede ma che possiamo visualizzare in un paio di cuffie indossate da una ragazza o da un giovane, diventa simbolo di separazione con lo spazio ma, nello stesso tempo, rimanda ad altri universi. Si tratta di immersioni in universi digitali che si allargano “all’infinito singolare digitale” dello smartphone e dell’utente stesso. Quella musica, o quelle informazioni audio, gli arrivano da una radio FM; da un podcast trovato su una radio web di una università americana; si tratta di una compilation consigliata da un amico che gli ha passato il file, che ha ascoltato su youtube, che ha condiviso sui social e così via…

Geografie dell’ascolto

A questo punto ritorno a quanto già detto nel post sulle geografie dell’ascolto. Lo spazio sonoro e il tempo sonoro non sono più intorno a noi ma sono in noi. Il luogo e/o il non luogo non sono più definiti solo dalla fisicità o solo dalle architetture edili, e neppure solo dall’uso che ne fanno gli utenti, ma sono definiti e si definiscono in base a dove ciascun singolo utente dirige il proprio arco di relazione: la sua attenzione visiva, acustica-uditiva, tattile relazionale, gustativa emozionale. In altre parole, l’utente crea il suo luogo tra sé e il suo smartphone; crea luogo mentre parla con l’amico giapponese e nello stesso tempo crea nonluogo nel suo appartamento non parlando per settimane con i suoi genitori; crea luogo nella chat di un gruppo chiuso di un social con cui condivide passioni, pensieri ed emozioni mentre crea nonluogo in palestra durante la lezione di ginnastica.

E questa alternanza è continua e ripetuta a ritmo sostenuto durante l’arco della giornata (in media un utente guarda 150 volte al giorno il proprio smartphone. In media).

La musica nel non luogo

Premesso tutto questo, a mio parere, sono interessanti gli esperimenti sociali che si svolgono all’interno di quegli spazi che, a questo punto, possiamo “genericamente” chiamare nonluoghi. Che poi, per loro natura, vecchia e nuova, sono i più adatti alla sperimentazione, al cambiamento, all’utilizzo originale degli utenti. E in questa sperimentazione la musica è un arco perfetto di relazione per chi cerca di unire la singolarità (sempre più diffusa e sempre più spinta verso l’infinito singolare digitale) e lo spazio condiviso con altri umani/utenti.

Uno di questi esperimenti sonori è il progetto “A Piano for everyone” proposto dall’organizzazione UNITED STREET PIANOS
Qui puoi vedere alcuni video

Il progetto è stato portato, in Italia da Sofia Taliani, cantante e pianista. La Taliani si è inspirata alla sua personale esperienza presso la stazione londinese di St Pancras dove ha suonato i pianoforti da strada per due mesi. In quel periodo ha potuto vedere e ascoltare un gran numero di persone che suonavano, che si ascoltavano e comunicavano tra loro quasi 24 ore al giorno rendendo la stazione un posto più vivo e umano. Di ritorno in Italia, ha voluto creare la sua versione per la città di Venezia.

United Street Pianos, in pratica, regala pianoforti da strada (street pianos) alle stazioni ferroviarie, per cominciare. Venezia S. Lucia ha accettato il primo pianoforte denominato Lucy, in omaggio a Santa Lucia.
In seguito altre stazioni si sono ispirate proprio a Lucy mettendo a disposizione pianoforti pubblici a Milano, Torino, Firenze, Roma, Napoli. E forse legati sempre a questo progetto, mi è capitato di vedere e ascoltare un pianoforte nel terminal di Fiumicino.

“Lo scopo di United Street Pianos è quello di unire le persone. Offrire uno strumento ed un posto dove tutti sono uguali, offrire la possibilità di ricordare al mondo che siamo umani.”

Traducendo nel linguaggio di questo blog: Lo scopo di USP è quello di creare archi di relazione. Offrire uno strumento e un luogo sonoro dove tutti possono creare Contesti, Relazioni e Sonorità. Vi suona familiare?

Il pianoforte è funzionale all’attesa dell’utente/viaggiatore, sia esso un musicista che “produce” la musica, sia esso un semplice ascoltatore. E’ strutturale in quanto il pianoforte è un oggetto fisso che si armonizza nel contesto: l’esperienza musicale di chi ascolta non è flash o occasionale, ma è costantemente ripetuta. La musica, quasi continua, rende l’attesa piacevole a tutti. La musica scelta dal pianista non è mai banale, rimanda sempre a qualcosa di conosciuto da tutti, o al meglio del proprio repertorio. In fondo si tratta sempre di un micro concerto in cui ci si mette la faccia oltre alla propria abilità. In questi luoghi il volume del pianoforte non amplificato diventa un piacevole sottofondo. Intorno si crea un pubblico, si creano micro relazioni tra i passanti che commentano, altre relazioni si arricchiscono con la condivisione e pubblicazione di foto, video e cambiamenti di status. Il pubblico partecipa attivamente, (a volte) applaude e ringrazia (sempre), si da sfogo alla creatività del musicista che improvvisa o al pubblico che volente o nolente interagisce.

Un bel progetto che necessiterebbe di un maggiore ascolto dove l’utente è messo al centro.

Entrare per la prima volta in un contesto sonoro

Il contesto sonoro è tutto quello che ci circonda. Entrare per la prima volta in un contesto sonoro significa sentire per la prima volta la propria voce, acquistare la capacità di ascoltare e sentire i suoni. Per la maggioranza delle persone normo dotate è una cosa ovvia: si comincia a sentire già qualcosa quando ci troviamo nel grembo materno. Siamo talmente concentrati su quello che guardiamo che riteniamo normale ascoltare il mondo che ci circonda.

Provate a privarvi di un senso e poi provate a svolgere una vostra quotidiana attività senza quel senso e capirete l’importanza di quel senso, la preziosità di ciascun elemento di cui il corpo umano è formato.

Intanto, guardate e ascoltate cosa provano le persone che sentono la propria voce per la prima volta nella loro vita.

Si tratta di un momento molto emozionante! Un momento che i protagonisti e le loro famiglie hanno voluto registrare e riproporre al web.

23/ 24 Ottobre. Dedicate un giorno all’ascolto

Oggi vi propongo un piccolo esercizio: dedicate un giorno, qualche minuto, un momento, all’ascolto! Io avrei dovuto farvi trovare il consueto post del venerdì ma ho dedicato questo giorno, e anche domani, all’ascolto. Due giorni interamente dedicati al IX Summit dell’architettura dell’informazione italiana. Il titolo che Architecta, l’associazione che riunisce gli architetti dell’informazione italiani, ha dato a questo Summit è “Dell’Ascolto alla Progettazione” e la parola su cui ruoteranno tutti gli incontri e i laboratori sarà appunto ASCOLTO. Per questo motivo ho deciso che non vi parlerò di architettura dell’informazione e neppure dell’ascolto stesso (sebbene, ad essere sincero, ci avevo pensato). Vi propongo, invece, un video da ascoltare, che reputo, personalmente, da ascoltare, o almeno, io l’ho ascoltato molte volte. Ascoltatelo anche voi, è interessante, a prescindere! Dedicate del tempo all’ascolto, imponetevi per un giorno il silenzio, limitatevi allo stretto necessario. Se non ci riuscite provate mezza giornata, un’ora, qualche minuto, magari 10 minuti. Provateci! Gustatevi il piacere di ascoltare veramente qualcosa, il video che vi propongo è un pretesto, ma sarebbe ancora meglio riuscire ad ascoltare qualcuno, una persona; qualcuno che vi sta accanto e vicino o anche qualche estraneo, perché no?, per un giorno! Ascoltate senza pensare a quello che dovreste dire, ascoltate senza giudicare quello che vedete, ascoltate e basta. Ascoltatelo e poi, se volete, ditemi l’effetto che fa. Ah, per cominciare, datemi ascolto! 😉

Intervista a Federico Badaloni sull’architettura dell’informazione

L’intervista a Federico Badaloni che vi propongo oggi è un documento molto importante per me perché si tratta del momento in cui ho iniziato ad approfondire l’architettura dell’informazione e da cui nasce questo blog . L’occasione di incontro con Badaloni fu il Festival GlocalNews di Varese, festival del giornalismo digitale che, ogni anno, raccoglie i migliori professionisti del settore per parlare di giornalismo e web a livello Globale e Locale.

Una seconda giovinezza professionale

Scoprire che esisteva una disciplina come l’architettura dell’informazione è stata una rivelazione.

Generare valore in un ottica di fiducia, porsi in un’ottica di relazione e di dialogo, costruire progetti in forma collaborativa, cambiare il mondo, generare ecosistemi informativi, sottolineare la necessità di uno studio umanistico per comprendere il presente e il futuro.

furono parole e frasi che mi entusiasmarono all’ora e che mi entusiasmano ancora oggi.

In breve tempo ho dovuto rivedere gran parte del mio lavoro svolto negli anni. Ho rivisto con occhi diversi quanto avevo fatto, sentito e imparato. Ho riscoperto lati della mia professionalità e personalità che avevo sottovalutato e messo da parte.

Grazie all’architettura dell’informazione ho ritrovato una seconda giovinezza professionale: ho iniziato nuove letture, ho imparato nuovi concetti, ho conosciuto persone interessantissime con cui condivido valori e pensieri, ho ritrovato spunti di riflessione esaltanti e avveniristici. Mi sono ritrovato vicino agli architetti dell’informazione persino nei gusti musicali.
Ho iniziato anche a vivere un po’ di frustrazione, lo ammetto, perché quando si cerca di spiegare ai non addetti ai lavori che devono ribaltare il loro punto di vista e rivoluzionare il loro lavoro, vedo negli occhi di queste persone un po’ di smarrimento.

Negli Stati Uniti non è così; le aziende che lavorano sul web sono alla continua ricerca di architetti dell’informazione e le redazioni giornalistiche hanno ai vertici team di architetti dell’informazione.

#IIAS15

L’architettura dell’informazione in Italia, invece, manca di un ascolto da parte dei vertici delle aziende. E questo costringe il nostro Paese ad un ritardo notevole rispetto ai paesi più avanzati. Attenzione, l’Italia non gli italiani che, invece, stanno contribuendo alla crescita di questa disciplina non solo nel nostro Paese ma anche all’estero. In testa abbiamo due professori: Luca Rosati ( noto ai miei lettori perché da lui spesso ho preso spunto per i miei post) e Andrea Resmini; e una schiera di architetti e User Experience Designer all’avanguardia, che vi elencherò magari in un un prossimo post.

Conferma di tutto questo è il Summit dell’architettura dell’informazione italiana giunto alla sua nona edizione e a cui partecipano professionisti da ogni parte d’Italia. Tema di quest’anno “Dall’ascolto alla progettazione“. Io che mi occupo dei contesti sonori, che sono sempre sopra le righe, aggiungo un sottotitolo mio personale “Ossia come ascoltare per farsi ascoltare”.

Una bella sfida, insomma, un’avventura avvincente, un nuovo viaggio in cui mi sto divertendo da matti!

 

I “flash mob” nel “non luogo”

Ritorno su un argomento che avevo accennato in uno dei miei post sulla sonorità a Malpensa del martedì, il post di alleggerimento della settimana, che mi era stato suggerito dalla amica e lettrice, Irene Cafarelli: ossia la musica nel non luogo, tra terminal e sonorità.

Grazie sempre ad Irene e ai suoi followers di Twitter ho avuto modo di rivedere altri flash mob organizzati in giro per il mondo di questo genere.

Una premessa

Questi eventi colpiscono molto il mio interesse perché si svolgono nello spazio di cui sto parlando a lungo in questo blog, ossia, il Non luogo.
Ho deciso di concentrare il mio studio su questo spazio così definito perché penso che in questo spazio si stiano svolgendo e verificando i cambiamenti più radicali della nostra epoca ed è in questi spazi che si giocano il futuro dell’informazione e molto probabilmente dell’architettura dell’informazione.

Certo, “il mondo sta cambiando” nel suo complesso. Federico Badaloni ci ricorda sempre che: “La rivoluzione che stiamo vivendo è culturale e non tecnologica”.

Piero Dominici affronta il presente / futuro sottolineando “la complessità di questo mondo che cambia e la necessità di una cultura digitale a disposizione di tutti”. Le città si trasformano in hub di informazioni e modificano la propria funzione.

Ma è nello spazio dell’attesa e della solitudine che il mondo è cambiato e la nostra psicologia si sta evolvendo.

Flash mob nel non luogo

Ma torniamo al titolo del post. I flash mob che abbiamo visto sono stati eventi organizzati dal teatro. È il teatro che per divulgare la propria cultura e i propri contenuti esce dalle proprie mura e dai luoghi deputati per presentarsi al grande pubblico, incuriosire chi magari può essere interessato e certamente dare una immagine moderna e contemporanea della lirica. 

Tutto ovviamente lodevole e nobile nelle intenzioni e certamente accattivante dal punto di vista del Teatro.

Da architetto dell’informazione, con l’orecchio rivolto all’user experience, invece, ho il dovere di chiedermi: qual è stata l’esperienza dell’utente? È stata una esperienza positiva, negativa o neutra? Come appare tutto questo ai viaggiatori della metrò?

Sebbene ci si trovi all’interno di un metrò, di un treno o di un terminal, quando inizia la musica è come se ci si trovasse a teatro. L’esperienza è positiva? Certamente è simpatica e accattivante, nella maggior parte dei casi sarà stata positiva, avrà incuriosito certamente.

Ma è stata funzionale? Forse no. Certamente non è stata strutturale e quindi, in ogni caso, occasionale.
Infatti, il primo approccio di una comune passeggera, che non era lì per ascoltare musica ma per essere trasportata da un punto all’altro della città, è stato quello di dare qualche spicciolo al ragazzo che canta. Forse a quanto si vede appassionata della lirica e riconoscendo la qualità della voce si è mossa ad un atto che non è stato di carità ma di vero apprezzamento. Soltanto un’intervista diretta alla signora potrebbe verificare cosa ha provato, qui devo per forza basarmi sulle mie personali impressioni (sarebbe interessante se qualcuno la conoscesse e intervistarla).

La stessa domanda, sulla funzionalità dell’operazione, me la sono posta per il flash mob al terminal di Malpensa. Quell’evento è stato funzionale ai passeggieri di Malpensa? Forse no.

Dai back stage si vede che ci sono tante persone, un palco, tante telecamere per riprendere l’evento unico nel suo genere e forse irripetibile, appunto, flash.

Come dicevo, flash mob di questo genere non sono strutturali. Questi sono interventi che certamente possono migliorare un determinato momento, ma anche un numero limitato di utenti. Ossia le persone che si trovavano in quel momento, nei pressi di quello spazio. E tutti gli altri?

L’evento, seppure interessante, è stato funzionale a chi stava transitando per un viaggio? Utile a chi era in ritardo? A chi aspettava l’annuncio del proprio volo? E’ stato un elemento fondamentale per condurre un viaggio migliore? Più confortevole? Più rilassato? Ha riscosso l’interesse, se non di tutti, almeno della maggioranza dei viaggiatori?
Come scrivevo nel precendete post e in quelli relativi all’analisi del film “The Terminal”, si dovrebbe pensare ad una esperienza sonora strutturale che superi gli incomprensibili annunci simil robotico delle hostess.

Conclusione

Il problema sta tutto nella prospettiva. Chi pensa e accoglie queste iniziative è rivolto interamente al prodotto: nel migliore dei casi pensa alla Musica, alla Lirica, al Teatro, o nel peggiore dei casi, al singolo spettacolo. Ciò che sostiene l’architettura dell’informazione, invece, è proprio un cambio di prospettiva: dal prodotto all’utente e dall’utente alla sua esperienza e chiaramente all’analisi del contesto in cui l’utente userà il prodotto.

Fin quando non si vorrà fare questo cambio di prospettiva e non ci si vorrà affidare agli esperti del settore, gli aeroporti (ma anche altri spazi, altri luoghi, altri siti fisici e virtuali) resteranno fermi al citofono, agli annunci simil robotico delle hostess di cui nessuno capisce parole e senso.

Sarebbe l’inizio di un percorso di chiarezza che renderebbe più facile accettare e vivere la rivoluzione culturale che stiamo vivendo.

Pensateci!

Se vuoi approfondire l’argomento del nuovo su fotografia e cinema ti propongo di leggere questo interessante articolo di Rosy Occhipinti

L’esperienza sonora in aeroporto

Qual’è la tua esperienza sonora in aeroporto? Ho a lungo parlato del film The Terminal e forse a qualcuno sarà sembrato che io mi fossi allontanato dall’argomento principale di questo blog che è l’architettura dell’informazione nei contesti sonori. Spero che questa sia stata solo una breve impressione perché nelle intenzioni non era così e ve lo spiego.
Ho approfittato del film “The terminal” con ben tre post perché il mio campo di studio e ricerca si vuole concentrare sul Non luogo, appunto, come spazio di trasformazione e di ricerca.

La percezione sonora

La nostra percezione sonora, nello spazio fisico (e forse soprattutto quando navighiamo sul web), sarà sempre elemento imprescindibile dal nostro essere. Il luogo dell’attesa e del transito, che sia il terminal di un aeroporto o il centro commerciale o, come tanti altri luoghi del passaggio, dell’alienazione, oggi, hanno cambiato la loro funzione e l’uso funzionale che ne fanno gli utenti. Aggiungo e azzarderei a dire, per l’uso originale e imprevedibile, che ne fanno gli utenti.
Condivido, infatti, pienamente quanto proposto e riproposto da Luca Rosati.

“l’architettura dell’informazione si pone come possibile collante fra i vari contesti di interazione uomo-informazione”

Quello che mi auguro e che auguro a quanti seguono questo blog è quello di avere strumenti e punti di vista e di ascolto diversi per interpretare al meglio quanto stiamo vivendo.
Sono certo, per esempio, che la prossima volta che passerete da un Terminal, guarderete e ascolterete lo spazio in modo diverse, avrete più consapevolezza di voi stessi, della vostra trasformazione da turista, lavoratore, migrante a viaggiatore/utente. Prima del controllo sicurezza avrete uno scopo che raggiungerete, solo, al superamento dell’uscita del prossimo terminal. Nel frattempo i viaggiatori sono tutti uguali, tutti devono seguire le stesse regole, e a nessuno importa delle ragioni del vostro volo.

Il tempo del mutamento

Almeno questo è quello che accade, e noi viviamo almeno il tempo del mutamento. “Presto”, previsioni per il 2024,  l’aeroporto e il terminal saranno altro. Già si parla di “Aeroville”: l’aeroporto sarà il luogo da dove comincia la propria vacanza. Per far questo si inizia a parlare dell’introduzione di iBeacon che identificano l’utente, ne riconoscono i bisogni richiesti dall’utente e gli segnaleranno dove poter soddisfare i propri interessi.

Capite, dunque, che il tema è centrale per l’architettura dell’informazione.

Esperienza sonora in aeroporto

Ma andiamo nello specifico e approfitto per raccontarvi la mia personale esperienza sonora in aeroporto. Mentre scrivevo i precedenti post, infatti, ho avuto la necessità di transitare da un Terminal italiano e ri-vivere per qualche ora l’esperienza del non luogo e del passeggero. Ovviamente non era la prima volta e non era la prima volta neppure in quel terminal.
Vi posso garantire che, nei Terminal, in generale, c’è una scarsissima attenzione verso l’informazione sonora. Mediocrità che ritengo abbastanza grave dato che le informazioni che vengono diffuse per i canali sonori sono informazioni molto importanti e principalmente per casi di emergenza e non per l’ordinario.

Cosa accade quotidianamente

Nell’ordinario, infatti, esiste un sistema che indirizza abbastanza agevolmente il passeggero verso la sua destinazione: al banco chek-in si viene ben istruiti su quali direzioni avviarsi, la giusta misura di un bagaglio a mano e cosa sia possibile portare dentro il terminal.

Le informazioni sono bene in vista in tutto il percorso con cartelli o dei video appositamente costruiti. Se si sono seguite tutte le istruzioni correttamente, biglietto alla mano, ci si dirige al Gate designato e ci si potrà imbarcare.
Questo l’ordinario.

Cosa accade durante l’emergenza?

Ma l’emergenza? Un cambio di gate, in un periodo particolarmente affollato dell’anno? Un ritardo dovuto a intense piogge o a nevicate eccezionali? L’ultima chiamata del volo per una famiglia che ha effettuato il check-in e non si presenta al gate? Tutte queste informazioni sono date per via sonora, attraverso altoparlanti.

Peccato che nei terminal la tecnologia usata non sia davvero aggiornata, o almeno, il risultato udibile è alla stregua di un citofono, che quando è nuovo ci permette di ricostruire quanto detto, ma quando è vecchio, è davvero incomprensibile. Eppure la tecnologia sonora, come casse e microfoni, ha fatto passi da gigante a costi sempre più contenuti.

Ho avuto modo di registrare un avviso, che vi propongo di seguito, del quale non ho capito nulla pur trovandomi davanti al gate. Annunci o avvisi di questo tipo andrebbero evitati e/o sicuramente migliorati.

Quale struttura acustica dell’aeroporto?

Chi ha “non pensato” alla struttura acustica dell’aeroporto, non ha neanche pensato al contesto sonoro in cui si sarebbe svolto l’annuncio e nessuno si preoccupa se l’informazione arriva o no.
Ecco perché oggi gli architetti dell’informazione pensano al contesto e il contesto non può essere più messo da parte.
Altra cosa, forse meno importante, forse anche secondaria. Al personale di terra, come a quello di aria, immagino sia fatto un corso anche superficiale di microfonia, dal momento che, per convenzione internazionale, usano tutti un tono robotico. Basterebbero 2 minuti in più per spiegare che bisogna tenere il microfono ad una “giusta” distanza dalla bocca.

L’acustica in aereo

Nel mio ultimo volo, sfogliando poi i giornali presenti in cabina, leggevo che l’attenzione per una acustica migliore per il passeggero è al centro delle attenzioni della compagnia aerea. Sforzo che è da apprezzare, ma l’uso del citofono per dare informazioni importanti sui sistemi di salvataggio è presente in molti aerei. Forse non nei più recenti, dove una animazione spiega chiaramente cosa fare in caso di emergenza, ma in molti aerei il citofono ancora la fa da padrone.

E’ davvero così difficile? Non mi pare. Dato che in contesti molto più ampi e caotici, vedi le stazioni ferroviarie, o in luoghi molto più rumorosi, vedi le metropolitane cittadine, le informazioni sonore arrivano in modo chiaro e diretto.

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English Version

I have long talked about the movie The Terminal and maybe someone will seem that I had moved away from the main topic of this blog that is the information architecture in audio contexts. I hope that this was only a brief impression because the intention was not so, and I’ll explain.
I took advantage of the movie “The Terminal” with three post because my field of study and research I want to focus on “not place” as a space of transformation.

Sound perception

Our perception of sound, physical space (and perhaps especially when we surf into Web), will always be an essential element of our being. The place of waiting and transit, which is the terminal of an airport or the mall or, like so many other places of transition, of alienation, today, have changed their function and functional use which make users . Add to say, to the use original and unpredictable, which make users.
I agree, in fact, fully what is proposed by Luca Rosati.

“Information architecture stands as possible glue between the various contexts of human-information”

What I hope and I wish for my follower is to have tools and points of view and different listening to better interpret what we are experiencing.
I am sure, for example, that the next time you pass by a terminal, you watch and listen space so different, you will have more awareness of yourself, of your transformation from tourist, worker, migrant to traveler/user. Before the security check you will have a purpose that you will reach, only and alone, exceeded the output of the next terminal. Meanwhile, travelers are all equal, everyone must follow the same rules, and no matter the reasons of your flight.

At least that’s what happens, and we live the time of the change. “Soon”, forecasts for 2024, the airport and the terminal will be more. There is already talk of “Aeroville”: the airport will be the place where your holiday begins. To do this you start talking about the introduction of iBeacon that identifies you, they recognize the needs requested by the user and will signal where to meet their own interests.

You understand, therefore, that the theme is central to the information architecture.

Time of change

But let’s take this opportunity to specifically and tell you my personal sound experience at the airport. While writing the previous post, in fact, I had the need to transit from an Italian Terminal and re-live the experience for a few hours the place and the passenger. Obviously it was not the first time and it was not even the first time in the terminal.
I can guarantee that, in the Terminal, in general, there is very little attention to the sound information. Mediocrity that I feel bad enough as the information that is disseminated to the sound channels are very important information and mainly for emergencies and not for the ordinary.

Sound experience at the airport

Ordinary, in fact, a system that addresses quite easily the passenger to his destination: the counter check-in will be well educated on what directions start, the right size of a carry-on and what you can bring in the terminal . The information is clearly visible across the path with signs or videos constructed. If you have followed all the instructions correctly, ticket in your hand, you head to the designated gate and you will board ship.

What happens during an emergency?

This ordinary. What happens during an emergency? A change of the gate, in a busy period of the year? A delay due to heavy rains or snowfalls exceptional? The last call of the flight for a family who has checked-in and do not show up at the gate? All this information is given by sound through speakers.
Too bad that in the terminal the technology used is not really up to date, or at least, the audible result is like a buzzer, which if it is new we can reconstruct what it said, but when it is old, it is really incomprehensible. Yet the sound technology, like speakers and microphones, has made great strides to cost more and more content.

I was able to register a notice, I propose you, which I did not understand anything but finding myself in front of the gate. Announcements or warnings of this kind should be avoided and / or definitely improved.

Who has “no thought” to the acoustic structure of the airport, he has not even thought about the sound environment in which the announcement would take place and nobody cares if the information arrives or not.
That is why today the architects think about the context and the context can not be put aside.
Else, perhaps less important, perhaps even secondary. Ground staff, as that of air, I guess it took a course even surface of microphones, since, by international convention, all use a robotic tone. It would have two minutes more to explain that you have to hold the microphone to a “right” distance from the mouth.

Which airport acoustical structure?

In my last flight, then flipping through the papers in the cab, I read that the focus for a better acoustics for the passenger is the center of attention of the airline. Effort that is to be appreciated, but the use of the telephone to give important information on rescue systems is found in many aircraft. Perhaps not the most recent, where an animation clearly explains what to do in an emergency, but in many aircraft the intercom still is king.

It ‘really so difficult? I do not think so. As in much broader contexts and chaotic, as railway stations, or in places much noisier, as the metropolitan city, the sound information arriving in a straightforward manner.

Libertango a cappella

Sono legato a questo brano da ricordi di tempi che furono molto belli e mi andava di ricordarli e mi andava di proporlo anche a chi mi legge. Nessuna novità. Ma magari potrebbe farvi venire in mente che in quanto “luogo essere umano” siamo strumenti sonori straordinari, che il linguaggio è una delle più complesse forme di sonorità che possiede l’Uomo, che esistono anche altre forme, più semplici ma egualmente belle.

The Terminal: il non-luogo e le architetture dell’informazione 3/3

Con questo post concludo il discorso che ha preso spunto dal film “The Terminal” sul “non luogo” e l’architettura dell’informazione. Non sono ovviamente conclusi invece i riferimenti dedicati al non-luogo. Non solo perché il concetto stesso di non luogo ha subito dei cambiamenti e aggiornamenti da chi lo ha teorizzato e da chi lo usa da utente, ma anche perché ritengo che sia un concetto molto affascinante e, a mio parere, tanto legato alle tematiche dell’architettura dell’informazione 3.0.

Anno 2004

The Terminal è un film del 2004 ma è ambientato presumibilmente negli anni ottanta. Possiamo dare questa indicazione, intanto perché, in giro, non vediamo telefonini. Il primo telefonino è datato 6 marzo 1983. E a quell’epoca, molto più di oggi,  il costo era proibitivo e la diffusione appena cominciata. E poi viene usato un oggetto ben preciso: il cerca persone che viene dato a Viktor Navorski per essere rintracciato.

All’epoca di questo film siamo ancora al web 1.0. Si dovrà aspettare la fine del 2004, quando Tim O’Reilly titola appunto la O’really conference Il web 2.0 conference

Il 2004 fu un anno davvero rivoluzionario e non credo che me ne sia accorto in quell’anno. Nel febbraio 2004 viene lanciato Facebook , anche se è ancora un piccolo fenomeno dell’università locale, Myspace festeggia il suo primo anno di vita, anche se, già allora, non ebbe il meritato successo perché nell’immaginario fu subito classificato come social network di nicchia, legato al mondo della musica e dei musicisti. E sempre ne 2004 nasce LinkedIn.

Spilberg racconta, dunque, un mondo appena passato e lo guarda con gli occhi del futuro. In una scena del film, il signor Navorski, viene chiamato al cerca persona e la sceneggiatrice insieme al regista si divertono a sottolineare uno dei grandi limiti di questo oggetto; limite che conosce solo chi usa un telefonino. Quando squilla per la prima volta il cerca persone, Navorsky parla al cerca persona come fosse un microfono o quasi telefono. Grida, “Sto arrivando!” Noi sappiamo che non funziona così e ridiamo. Il paradosso crea la scena comica.

Verso la fine del film, il cerca persone sarà distrutto dai due protagonisti che ne fanno uso (Tom Hanks e Catherine Zeta Jones). All’epoca della prima visione, il gesto poteva significare una liberazione romantica anti stress. I due protagonisti si sentono “troppo” connessi e sempre rintracciabili anche durante una cena romantica e ben riuscita.

Con il senno di poi, possiamo leggere quel gesto come distruzione di un oggetto che aveva fatto il suo tempo. Altri oggetti, altri elementi di connessione, stavano nascendo e si sarebbero affermati con più forza.

Oggi

Oggi “The Terminal” non avrebbe lo stesso senso. Quasi impossibile che un passeggero non abbia un cellulare, una connessione ad internet, una tariffa dati per il suo smartphone, un wifi più o meno disponibile, una presa di corrente, una carta di credito, una carta ricaricabile per il viaggio, una rete di contatti.

L’aeroporto, ma anche il mondo, di oggi è cosa molto diversa da quello che era nel 2004 (sono passati 11 anni), sia come elemento architettonico (spaziale) in se stesso, si vedano i più recenti Aerport Design , sia per l’aggiunta di tecnologia che oggi vi si trova e di informazione che viene trasmessa.

Oggi l’aeroporto è una fonte continua di informazioni digitali e (aggiungo sempre) sonore. C’è un wifi, trovi connessioni internet chiuse e/o aperte, trovi tante persone con connessioni attive. Puoi interagire con l’aeroporto attraverso app di ultima generazione. L’aeroporto si è arricchito di postazioni internet pagabili con carta di credito o anche gratis (come avviene presso l’aeroporto di Roma), di colonnine elettriche (anche USB) per ricaricare telefonini, tablet e pc.

Navorski, oggi, avrebbe potuto avere maggiori informazioni (e nella sua lingua) di quello che stava accadendo a casa sua. Lo avrebbe potuto sapere da un giornale o blog online, o da un tweet o da un video caricato sulla bacheca Facebook di un amico. E anche se gli fosse sfuggito tutto questo, gli uffici della sicurezza lo avrebbero potuto far connettere ad un sito di notizie locali nella sua lingua nativa, che gli avrebbe spiegato la situazione. La polizia avrebbe potuto usare un google translate per una prima e anche approssimativa traduzione. Ma non solo, lo stesso direttore delle sicurezza avrebbe potuto ricevere direttive più veloci e immediate sul comportamento da adottare in una situazione di questo genere.

Il presente/futuro

Insomma l’aeroporto, il “non luogo” per eccellenza, si è molto trasformato, come d’altronde anche il mondo. Ma non è tanto lo spazio in se che si è trasformato. Si è trasformato l’uso che gli utenti ne fanno. Appena 10 anni fa, una sala d’attesa era un posto noioso dove non accadeva nulla. Oggi, le sale d’attesa sono un concentrato di alta tecnologia miniaturizzata. A questo proposito mi piace ricordare che il sottotitolo del film era “Life is waiting”.

Se di tutto questo se ne deve occupare l’architettura dell’informazione, insieme ad altre discipline che si occupano dell’Uomo/Utente, è appunto perché non siamo noi che andiamo sul web, almeno oggi non è più così, ma è il web che entra nel nostro spazio e lo modifica. Una rivoluzione e un cambio di prospettiva non da poco.