Progettare per il futuro

Progettare per il futuro: “dall’internet delle cose all’internet del cibo” è stato il titolo dell’intervento di Antonella Turchetti al IA Summit 2016 “Lasciare il segno”.

Antonella Turchetti  è un’architetta dell’informazione per noocleoo, un’associazione di professionisti del mondo ICT che aiuta le aziende a realizzare i loro progetti digitali. E per l’occasione ha presentato ortotica, l’internet delle piante.

Ve ne parlo, allontanandomi un po’ dai temi sonori, perché ho ritenuto l’intervento e  il progetto, insieme all’architettura dell’informazione sonora, tra le sfide più aperte dell’architettura dell’informazione stessa.

Ovviamente, alla fine dell’articolo un riferimento sonoro lo troverete. Ma non è il tema di oggi.

Dall’internet delle cose all’internet del cibo

Antonella Turchetti ha presentato il progetto Ortotica, un’interfaccia per il controllo dei campi. Il progetto è stato presentato anche all’EuroIA 2016.

Antonella Turchetti ha anticipato il proprio intervento con queste parole.

In un pianeta sempre più sovrappopolato dove la risorsa più preziosa è la terra, anche noi architetti dell’informazione siamo chiamati a dare il nostro contributo per trovare nuove soluzioni. Da qualche anno in noocleo stiamo lavorando per unire tecnologia, ricerca e comunicazione in un progetto che abbraccia agricoltura di precisione e IoT.

Grazie alla tecnologia dell’informazione, agricoltori e agronomi possono raccogliere dati precisi sui loro campi e utilizzare tale conoscenza per personalizzare e migliorare il modo in cui coltivano. Ma come sappiamo bene noi architetti, i dati da soli non bastano se non sono resi disponibili in una forma significativa e intelligibile che aiuti a prendere le decisioni corrette.

Architettura dell’informazione per l’agricoltura

L’architettura dell’informazione, come ormai sarà chiaro ai lettori di questo blog, non è una disciplina che riguarda esclusivamente l’organizzazione delle informazioni su siti web. I confini del virtuale e del reale sono sempre meno chiari. L’ Onlife si vive nelle città, nelle nostre case invisibili, così come nelle campagne. L’architettura dell’informazione ci attraversa, modella il modo in cui conosciamo il mondo. Lo scopo dell’architettura dell’informazione è quello di aiutare, in mezzo al caos, a capire meglio il mondo.

Antonella Turchetti, insieme al suo gruppo di lavoro in noocleo, ha dimostrato che le sfide dell’architettura dell’informazione sono sempre più ampie. La pervasività dell’architettura dell’informazione può aiutare i campi della conoscenza umana più svariati.

L’architettura dell’informazione per l’agricoltura si prefigge come obiettivo quello di aiutare contadini (che sono persone) e imprenditori dell’agricoltura a migliorare la loro produzione e sfruttare al meglio la loro esperienza.

Sostenibilità

Così come già vi raccontavo nell’articolo precedente, il tema principale e di sottofondo di tutta la UXWeekRome è stato quello della sostenibilità.

Gli agricoltori del presente e del futuro non possono più continuare a produrre senza una approfondita conoscenza della terra. Le condizioni ambientali della terra, di quel che resta, di quel che stiamo lasciando, condizionano i processi di produzione.

L’agricoltura tradizionale non è più efficace ed efficiente come lo era in passato. Le risorse sono sempre più limitate. L’ecosistema naturale è sempre più inquinato e malato.

E’ per questo motivo che sono nate nuove metodologie di produzione agricola come l’agricoltura di precisione, idroponica e l’agricoltura aeroponica.

Senza andare nello specifico accenno le definizioni generali rimandando a fonti più autorevoli per approfondire l’argomento.

Agricoltura di precisione

Oxygen di Enel racconta molto bene cosa sia l’agricoltura di precisione. Nell’articolo si intervista Alessandro Matese, ricercatore al CNR 
(Consiglio Nazionale delle Ricerche) che da questa definizione.

L’agricoltura di precisione è un sistema integrato di metodologie e tecnologie progettato per aumentare la produzione vegetale, la qualità e la produttività di un’azienda agricola. Si basa sull’ ambizione di “fare la cosa giusta, nel posto giusto e al momento giusto, con la giusta quantità”. Rispettando le reali necessità delle piante.

Agricoltura idroponica

L’agricoltura idroponica è l’agricoltura che usa l’acqua come base dove far crescere le piante.

L’idroponica è una tecnica per far crescere le piante fuori dal terreno ( letteralmente! ). In pratica si usano delle vasche in cui le piante vengono immerse per farne sviluppare le radici. Poi queste piante vengono fatte “aggrappare” a uno strato (detto substrato ) naturale e studiato apposta per sorreggerle.

Agricoltura aeroponica

Il ruolo dei designer

connected_farm_illustration_wIn questo nuovo contesto, il ruolo del designer diventa centrale. Il designer diventa lo snodo di congiunzione tra le aziende agricole, fatte da persone, e gli ingegneri che producono gli strumenti di controllo del suolo. La progettazione di interfacce, accessibili e usabili, deve permettere, a chiunque, di leggere l’ecosistema naturale osservato. E di conseguenza deve permettere di portare l’uomo a fare delle scelte per salvaguardare le colture e impedire che vengano fatti eventuali errori.

Come funziona

growbot-controller-big-1021x1024Ortotica è un sistema innovativo basato sul web e in cloud, composto di hardware e software, che permette di automatizzare la gestione e il controllo delle coltivazioni in terra e fuori suolo attraverso Internet. In pratica, attraverso una interfaccia, Ortotica gestisce diverse tipologie di coltivazioni. Per cui, attraverso quello che possiamo chiamare una applicazione, avremo il controllo, in tempo reale, delle condizioni che influenzano la crescita delle piante (temperatura, umidità, ph, ossigeno, acqua, ecc.). Il tutto ha un risvolto economico. Infatti, la precisione del trattamento riduce i costi di produzione e gli sprechi di acqua ed energia.

Sfide aperte

Certo si tratta anche in questo caso di sfide. I vari tipi di agricoltura presentati, in breve, indicano processi all’avanguardia e innovativi. La loro applicazione richiede un cambiamento culturale. Un contadino non inizierà mai di propria iniziativa a coltivare le proprie piante con tecniche di idroponica.

E poi l’ecosistema non è ancora del tutto adeguato. Intanto le infrastrutture. I collegamenti di sensori e stazioni di raccolta dati si trovano spesso in zone non coperte da una connessione internet. E’ necessario assicurare una connettività wireless costante per permettere ai dispositivi di comunicare col server remoto. Le aziende agricole di piccole dimensione, in cerca spesso di un ritorno immediato, un po’ per cultura, un po’ per ragioni prettamente economiche, non sono disposte ad investire in questa direzione.

Infine, il ritmo di adozione delle nuove tecnologie deve rispettare il ritmo naturale della natura. La sperimentazione deve seguire il ritmo della crescita naturale delle piante.

Progettare per il futuro

Il messaggio che io ho percepito e che mi sono portato a casa dall’intervento di Antonella Turchetti è che progettare per il futuro non significa inventarsi cose nuove, cose che non abbiamo visto o immaginarsi a vivere nello spazio come in un film. Progettare per il futuro significa trovare modi migliori di vivere in questo pianeta. L’unico che abbiamo e che dobbiamo salvaguardare.

Progettare per il futuro significa migliorare i processi, ottimizzare le risorse, costruire ecosistemi sostenibili, che possano durare nel tempo, con minimo sforzo economico, di energia e di fatica umana.

Progettare per il futuro significa far tornare al centro l’uomo, sia come agente che produce o che consuma.

Il contesto sonoro per l’agricoltura: una curiosità

Non potevo però concludere questo articolo non ponendo l’attenzione al contesto sonoro dell’agricoltura e dell’agroindustria. Non si tratta di progettazione ma di una semplice curiosità.

Quando si parla di natura e di agricoltura si pensa che il contesto sia silenzioso. Così non è. In natura tanti sono i suoni e il silenzio non c’è.

Nei magazzini di raccolta di grano o di olive, nelle industrie di trasformazione del grano o delle olive sono posizionati intorno ai capannoni impianti sonori.

Da questi impianti vengono trasmessi il canto di uccelli rapaci che tengono lontani passeri, piccioni e uccelli golosissimi di granaglie e olive.

In questo caso non c’è nulla da progettare. Vorrei solo sottolineare come in un contesto dove, per natura, migliaia di uccelli si radunerebbero per mangiare, basta l’introduzione di un suono, in questo caso del canto di un uccello, per modificare il contesto.

La mia UXWeekRome

La uxweekrome , la settimana italiana dedicata all’user experience, si è svolta a Roma dal 4 al 12 novembre. Chi mi segue su twitter se ne sarà accorto #IIAS16. Due lunghi e intensi fine settimana dove si è potuto partecipare a workshop e conferenze di altissimo livello.

E’ stata una settimana molto intensa. E sarà che quest’anno avevo gli anticorpi giusti, ma ho potuto assorbire molto meglio l’enorme quantità di impulsi che è arrivato da questi incontri. L’anno scorso alla fine del Summit di Bologna mi ero depresso.  Davvero! Ero andato in over information. Vedevo l’architettura dell’informazione come una disciplina talmente avanzata e lontana all’orizzonte che non pensavo di riuscire a gestirla.

Oggi, a distanza di un anno, molte cose mi sono più chiare. E un anno di maturità professionale sul campo, su questo blog, pensando alle mie start up, mi hanno fortificato.

I lettori del blog

Grazie agli analytcs so che mi leggete e mi seguite. Anche in tanti, devo dire, per un settore di nicchia come l’architettura dell’informazione sonora. Il blog cresce, le letture sono approfondite e in molti ritornano. Il summit di quest’anno, però, mi ha permesso di incontrare alcuni di voi che si trovavano, come me, alla UXWeekRome. Che dire, ancora una volta, grazie! Guardarvi negli occhi, sentire cosa pensate di questo blog e dei miei articoli, mi ha fatto molto piacere. Sapere che le mie connessioni vi spingono ad altre riflessioni mi ripaga di tutto il lavoro fatto fin qui. Grazie di cuore!

La mia #uxweekrome

Molti degli impulsi che mi sono giunti da questa settimana diventeranno presto delle lezioni e delle presentazioni, per cui dovrete aspettare per la loro pubblicazione. E così, nell’attesa, vi parlerò della mia uxweekrome, di come ho vissuto io l’avventura di quest’anno.

Co-design Jam

Dal 4 al 6 novembre si è svolta la codesign jam e il tema di quest’anno è stata la Sostenibilità.

global-sustainability-jam

L’ONU propone gli obiettivi di sviluppo sostenibile . Come potete vedere qui di seguito non si tratta solo di ambiente e di riciclaggio. La Sostenibilità riguarda ormai tutto e tutti: azzeramento della povertà, istruzione, pace e giustizia, riduzione dell’ineguaglianze, lavoro e crescita sostenibile. Il nostro sviluppo se non sarà sostenibile non ci porterà da nessuna parte.english_sdg_17goals_poster_all_languages_with_un_emblem_1

A tal proposito sto iniziando a lavorare alla sostenibilità di questo blog e alcuni spunti saranno applicati al blog stesso nel 2017.

I gruppi di lavoro

Quest’anno ho fatto parte di un gruppo molto bello. Io, Luigi, Imma e Alessandra abbiamo trovato un buon equilibrio di gruppo. C’è stato un ottimo feeling, tanto da far dire a Luigi che quello sarebbe il miglior modo di lavorare anche nel lavoro di tutti i giorni. Infatti, la realtà è che l’user experience design porta a capovolgere la metodologia di lavoro più diffusa. Il committente, che sia il tuo capo o il cliente, non vuole rinunciare al suo ruolo autoritario. Della serie “A me piace così e lo fai così!”. Progettare insieme significa portare avanti un progetto ascoltando tutti, partendo dai bisogni e dagli utenti. Se si sbaglia e si dovrà ricominciare, lo si fa,  non perché al capo non piace, ma perché all’utente non funziona.

Consiglio sempre l’ascolto e la lettura dell’amica Maria Cristina Lavazza che nella presentazione Codesign: progettazione collaborativa con gli utenti, i committenti e gli altri attori dell’ecosistema. from Maria Cristina Lavazza mostra molto bene di cosa si tratta.

15079029_1250859968312115_5878139326007977398_n

I 4 gruppi che si sono formati sono partiti da qualcosa che somigliava ad un libro che fluttuava nell’aria. Qualcuno lo ha inteso come riutilizzo di materiali, altri come condivisione dei libri, altri ancora come creazione di giochi interculturali attraverso materiale di riciclo.

15094973_1250865668311545_6619708149615925710_nNon so se nascerà qualcos’altro da questa esperienza. Il bello di tutto questo è comunque incontrarsi e confrontarsi con gli altri. Non sempre qualcuno vuole continuare un rapporto che nasce da un momento trascorso insieme. Ma è comunque una esperienza da vivere e da ripetere nel tempo. Qualcosa e qualcuno rimane, però.

famocoseEntrare nel gruppo giusto è questione di fortuna. Uscire dalla co-design jam più ricchi e creativi è questione personale. Intanto mi porto a casa la verifica del metodo e l’applicazione su altri progetti. Mi piace ascoltare gli altri. E fin quando sarò capace di confrontarmi so che potrò crescere.

Il WUD – World Usability Day 2016

15056513_1250892281624150_8955397481335132558_nAnche il WUD, il World Usability Day,  ha avuto come tema la Sostenibilità.

Gli interventi sono stati molto variegati. Peccato che qualcuno sia caduto nell’auto-promozione. Ma capita. Io un paio di contenuti interessanti me li sono portati a casa e questo può bastare. Se non altro ho incontrato tante persone interessanti. Parlato con altre persone che condividono il mio percorso e i miei interessi. E questo è quel che conta.14963390_1770263499862627_8894588246086577104_n

Abby Covert – Architettura dell’informazione per tutti

Ho seguito poi il workshop di Abby Covert.

No matter what your job or mission in life: if you are working with other people you are dealing with information architecture. Information Architecture is the way that we arrange the parts of something to make it understandable. Whether it is determining the labels for your products and services or creating navigational systems to help users move through a complex ecosystem of marketing channels, everybody architects information.
The concepts one has to understand to practice information architecture thoughtfully are not hard to learn or based on expensive tools. In fact they are tools and concepts we at the Information Architecture Institute think everybody should know. This workshop is meant to introduce the concepts of IA and give you confidence in practicing IA yourself.

Un gran bel ripasso sull’architettura dell’informazione e un ottimo momento di crescita. Abby parte dal presupposto che tutti siamo o dovremmo essere architetti dell’informazione. E in effetti è così. Chiunque organizza, cataloga, mette ordine, è già in buona parte architetto dell’informazione. Magari in tanti lo fanno empiricamente, senza avere la formazione o senza l’uso degli strumenti adatti. Ma lo è.

Il ripasso fa bene.

Lasciare il segno

Il summit è stato ricco. Anzi ricchissimo. Abby Covert come introduzione, Andrea Resmini e Annamaria Testa nel mezzo e Jeorge Arango come finale. Forse questi nomi vi dicono poco. Ma per gli addetti ai lavori questo significa “tanta roba”. E tutti gli altri interventi sono stati all’altezza della situazione e non certo un riempitivo. Anzi.

La mia sensazione a pelle è che comunque questi 10 anni di Summit non sono certo un traguardo. Sono solo, purtroppo, un punto di partenza. In questi 10 anni l’architettura dell’informazione avrebbe dovuto affermarsi in tanti ambiti del nostro Paese. La professione dell’architetto dell’informazione dovrebbe essere diffusa e presente nella stragrande maggioranza delle aziende e delle start up italiane. Se non altro avrebbe dovuto affermarsi, con forza, almeno in tutte le redazione dei maggiori editori italiani. Così non è. La pubblica amministrazione sta cominciando adesso ad assumere i primi architetti dell’informazione. Non sappiamo secondo quali principi. Si richiede esperienza certificata e dimostrabile di 5 anni, in alcuni casi, o di 10 anni. Ma non esistono certificazioni italiane così in dietro negli anni. Chi ha 10 anni di esperienza nel settore, o è già affermato e fa altro, o viene dagli Stati Uniti. Staremo a vedere.

summit-finaleIl mondo dell’informazione e della comunicazione, così come è cambiato in questi ultimi anni, ha bisogno e richiede questa figura professionale. Chi sta a capo di questo mondo, purtroppo, al momento, non sa che esistiamo e non comprende cosa facciamo.

L’ hashtag, coniato da Andrea Resmini , #Daje, che ha concluso il suo intervento, dice tante cose. A me viene da rispondere “Eccomi! Io ci sono!”

Relazioni

a-tavolaPer me il Summit dell’architettura dell’informazione è stato il summit delle relazioni. Ed ha lasciato il segno, almeno a me. Purtroppo la logistica di Roma, della bella e meravigliosa location di quest’anno, non ha permesso un grande scambio di relazioni tra la comunità intera. L’anno scorso a Bologna il summit si era svolto tutto in un solo luogo, dove si dormiva anche. In questo modo si era vissuta maggiormente la comunità. Ad ogni modo, a Roma, dove si sono creati i punti di incontro, questi sono stati, certamente, molto intensi.

Nei momenti di convivialità ci sono state discussioni molto profonde tra belle persone.

E poi ho rivisto e abbracciato gli amici di una comunità di pratica ricca di entusiasmo e godereccia. Gente bella, pulita, che si vede, magari una volta l’anno, ma che quando si incontra fa sempre una festa.

Il trofeo

foto-storicaCome avrete capito mi sono portato a casa più di qualche informazione e molto più di quello che può essere la formazione. Porto con me l’energia per un nuovo anno. La necessità e la voglia di divulgare ancor di più la disciplina. E porto con me un trofeo. La foto scattata da Marco Tagliavacche che ritrae Jason Ulaszek, Jeoge Arango, Andrea Resmini, Stefano Bussolon, Luca Rosati e me, con Paola Avesani in adorazione per questi mostri sacri. Un trofeo. Una foto storica.

La sicilia e l’architettura dell’informazione

Tra le relazioni di quest’anno ci sono stati gli incontri con i siciliani. Quest’anno numerosi al summit. Ciascuno vive la propria relazione con l’user experience e l’architettura dell’informazione da solo nella propria città. Ma pare che ci sia fermento. Voglia di connettersi. Qualcosa si muove. La Sicilia è sempre stata laboratorio di innovazione. Sono quasi certo che questa comunità di pionieri potrebbe diventare qualcosa di importante. La nostra sicilianitudine potrebbe portare con se un forte spirito di competizione per affrontare nuovi esperimenti. Io ci sono. Si può fare!

La sfida è lanciata. Le prospettive sono tante. Le opportunità stanno per arrivare.

Insomma.

Daje!

Parole che lasciano il segno

Lasciare il segno è stato il titolo del X Summit italiano dell’architettura dell’informazione. Questo è un post programmato, che scrivo, in buona parte, pochi giorni prima dal Summit. Datemi il tempo di interiorizzare l’intensa settimana appena trascorsa e scriverò le mie impressioni.

Pensando al tema, “Lasciare il segno” mi sono venute in mente tante strade da percorrere. Mi sono venute in mente tutte le persone che hanno lasciato un segno senza scrivere, ma semplicemente parlando, creando comunità. Sarebbe bello ospitare sul blog esperti di Socrate, per esempio, ma andrei troppo lontano dal tema e dalle mie competenze e soprattutto andremmo su argomenti che altri tratterebbero meglio di me.

Voglio restare, invece, sul più concreto (terra terra) e parlare delle cose che conosco. In particolar modo, oggi, vi parlo di un qualcosa che riguarda la mia terra. La Sicilia. Il dialetto siciliano.

Detti popolari siciliani sulla parola

In Sicilia si è sempre dato un valore alla parola come al silenzio. Perché il silenzio è d’oro. Come si dice in tutta italia. E la parola è d’argento, o peggio ancora, di piombo. Le parole vanno soppesate. Una parola è poca e due sono troppe, una parola è picca e dui su assai. E in effetti, la miglior parola è quella che non si dice “A megghiù parola è chidda chi un si dici“.

Però senza parlare non si può stare. In fondo, la testa che non parla si chiama Zucca, testa c’un parra si chiama cucuzza. E allora, ci viene in soccorso un consiglio. Prima di parlare mastica le parole. Prima di parlari mastica li paroli.  Rifletti bene sulle parole che stai dicendo. Che le parole non escano così come sono pensate, istintivamente. La parola come il cibo va mastica bene. Le parole vanno pensate, ma pensate anche con il cuore Quannu la lingua voli parrari, divi prima a lu cori dimannari. Chiedere al cuore cosa dire.

Perché poi la parola è utile. Lo sappiamo. Il saper parlare ti porta lontano.  E chi sa parlare, chi ha lingua, chi ha una buona favella) ha tutti i mezzi per attraversare anche il mare. Cu avi lingua passa ‘u mari.

Che la parola deve aiutarci e deve aiutare. Soprattutto quando si tratta di relazioni. All’amico, all’amico sincero parla con chiarezza. A lu tò amicu veru parraci chiaru. Perché la chiarezza e la sincerità portano con se la Fiducia.

Parole che lasciano il segno

Perché la parola, se detta in un certo modo, lascia il segno. Mia nonna, sosteneva di certi uomini che “parranu moddu e ‘mpiccicanu ruru” “parlano molle e colpiscono duro”. Lo diceva di persone suadenti, che parlano anche con garbo e con suono soave ma che dietro al modo c’era e c’è tanta cattiveria, tanto che le parole fanno male. E non certo per chiarezza, ma proprio per cattiveria. E si fa presto a dire che le parole non fanno buchi e non feriscono. I paroli nun fannu pirtusa. Perché le parole possono far male e, infatti, anche se la lingua non ha ossa … rompe le ossa, A lingua nunn’avi ossa … ma rumpi l’ossa. Ricordiamolo.

A queste persone non si risponde a tono, come spesso si dice. Anzi. Una risposta buona data a cattive parole vale molto e non costa niente. Assai vali e pocu costa a malu parlari bona risposta.

Che lo stile non è acqua e a buon intenditore poche parole.

Che però non si cada nel luogo comune…

Che non si cada nel luogo comune di una Sicilia mafiosa e omertosa, come rappresentata televisivamente ancora oggi. Che la Mafia c’è, esiste ed è tra di noi.

Ma a ben guardare, pur di parlare e di esprimere la propria Libertà, in Sicilia, per la parola, si muore. Che ben vedere, l’elenco degli uomini liberi è assai lungo.

Un discorso che ha certamente lasciato il segno è quello di Paolo Borsellino. Vi lascio al suo ascolto o al suo riascolto.

Le case invisibili. Le case che siamo

Le case invisibili  

sono le nostre case

attraversate da una connessione;

sono le case costruite attraverso software

di costruzione architettonica;

sono le case che gli immigrati

portano con se,

nei propri cellulari,

nelle immagini di luoghi

e di spazi che non esistono più,

distrutti dalla guerra

o dall’abbandono.

Le case invisibili

sono il capitolo di un libro

Le case che siamo 

del professore associato di Storia dell’architettura contemporanea

presso la Seconda Facoltà di Architettura “Luigi Vanvitelli” di Napoli 

Luca Molinari.

Le case che siamo

Luca Molinari, nel suo libretto, fa un excursus sulle varie case che sono esistite durante la Storia dell’architettura. Ci sono state le case solide, dominanti, sacre e trasparenti. Ci sono state le immagini delle case, le case democratiche e quelle senza radici. E poi ci sono le case che stiamo vivendo oggi. Appunto. Le case invisibili.

In ciascuna casa che abitiamo, Luca Molinari spiega che avviene uno scambio, tra noi e lo spazio abitato. Ciascuno di noi modifica lo spazio secondo i propri bisogni. Ma nello stesso tempo la casa, l’architettura della casa, influenza chi abita lo spazio.

Il concetto di casa si è modificato nel tempo. Il modo come abbiamo abitato le case ha subito mutamente culturali. Il concetto di casa è un concetto mobile, sul quale Molinari invita a riflettere e a ragionare per capire il tempo che stiamo vivendo e quale futuro ci aspetta.

Architettura e Architettura dell’informazione

Il libro mi è molto piaciuto e in particolar modo il capitolo sulle case invisibili di cui riporto i passi che ritengo più interessanti per l’architettura dell’informazione.

I confini, i limiti, gli spazi, i luoghi e i non luoghi, tutti concetti dell’architettura e dell’urbanistica, sono oggi concetti permeabili. Si tratta di concetti attraversati e attraversabili da informazioni, da onde magnetiche e sonore che rendono persino un muro fisico qualcosa di invisibile.

La casa rifugio, solida, che difendeva dai nemici si è trasformata in una casa attraversata dal wifi. Il wifi apre porte e muri. Il wifi, rende spazi, che un tempo erano intimi e inavvicinabili (se non specificatamente invitati), spazi pubblici e aperti.

Lo spazio, dunque, non è più (solo) spazio fisico, ma è anche spazio digitale, spazio informativo. La sua organizzazione non può dipendere solo dal movimento fisico ma anche dalle informazioni che lo modificano. La casa non è (solo) parte del sistema ma rientra nell’ecosistema digitale. Ne avevo pure parlato nell’articolo sull’ Onlife manifesto.

Ed è qui che l’architettura dell’informazione entra nella vita di tutti in maniera pervasiva.

Dal prodotto all’ambiente

Federico Badaloni, nel suo libro Architettura della Comunicazione di cui ho scritto la sintesi e alcune considerazione con l’omonimo titolo Architettura della comunicazione, sottolinea come persino il prodotto connesso, a cui viene dato un indirizzo IP, delle coordinate, diventi luogo.

La pervasività della rete rende sempre più labili i confini degli oggetti, dei software e l’intera realtà connessa appare connotata più dalle possibilità che ci offre che  dai limiti fisici nei quali queste possibilità accadono.

Un prodotto diventa luogo, o addirittura ambiente, quando è tanto vasto da contenere al suo interno diversi luoghi.

Le case invisibili

La nostra stanzialità oggi ha subito trasformazioni notevoli. Cosa significa essere stanziali? Fermi in un luogo? Il concetto di rete ha del tutto eliminato il concetto di periferia. Il concetto di mobile ha del tutto eliminato il concetto di stabile.

Non è più il luogo, lo spazio o la mia posizione su questa terra, a definire il mio essere o le mie prospettive future.

Oggi è il tempo, l’uso che faccio del tempo, a definire chi sono.

Il tempo è sempre più la variabile che cambia la nostra prospettiva sul mondo.

Basta una connessione e un clic per viaggiare in altri luoghi, in altri spazi, in un’altre realtà, in un’altra dimensione, in altri luoghi lontani e astratti. Il tutto avviene in tempo reale, da un momento all’altro.

Tutto ciò condizionerà il modo in cui il nostro corpo, i sensi e le azioni a essi collegati abiteranno lo spazio reale. Con l’introduzione del wi-fi è già cambiata l’idea di casa futura che si era consolidata lungo il Novecento.

Il concetto di privacy è sempre più labile. Siamo sempre più disposti a cederne un pezzo in cambio di un servizio, più o meno illusorio.

La costante connessione alle applicazioni trasforma la casa in uno spazio attraversato sempre più da flussi di relazioni e informazioni, che, possiamo dire, abitano gli spazi insieme a noi.

Lo spazio sonoro

La casa è attraversata anche da suoni. Si tratta di notifiche, squilli, richiami, chat vocali, messaggi. Tutti suoni che hanno un significato. Suoni che distinguono chi chiama, la proprietà del dispositivo che suona, quale applicazione all’interno del dispositivo si è avviata, e ci richiama in un altro luogo. Questi suoni sono poi la punta dell’iceberg degli smart speaker che piano piano entreranno nelle nostre case.

Ogni clic, ding, clop, drill, sbeng, ring che risuona nel mezzo della notte, durante una cena, in bagno o durante la prima colazione ci ricorda che non siamo soli tra quelle mura e che il mondo fuori, in realtà, è dentro ogni gesto, un tempo gelosamente riservato a chi era parte dell’ambiente familiare. Non solo, la connessione ci consente di osservare e vivere le vite degli altri che moltiplicano all’infinito ambienti abitati. Oggetti, emozioni, viste e paesaggi rendono la nostra casa un frammento di una iperabitazione globale abitata da milioni di persone. Quelli che prima erano i paesaggi domestici in cui si entrava solo invitati, la soglia chiara tra interno ed esterno, oggi sembrano essere definitivamente saltati per lasciare spazio a un universo di case che si ricompone giorno per giorno, come in Minecraft.

Minecraft è un gioco d’avventura dove puoi esplorare i mondi, le case, gli spazi costruiti dagli altri o costruire tu stesso il tuo reame.

O possiamo ricordare la costruzione di una città nel film Inception.

La soglia

Il concetto di soglia mi ha sempre affascinato. Un tempo concetto chiaro tra interno ed esterno, tra un mondo e un altro mondo, tra la realtà e un’altra dimensione. La soglia era un limite anche sacro.

I latini sostenevano che il viaggio più lungo fosse la soglia di casa. Una frase che mi ha sempre accompagnato nelle mie migrazioni e spostamenti. Era il primo passo che si deve affrontare ancor prima del lungo viaggio. Perché in un passo, in un gesto apparentemente semplice, nell’attraversamento di un limite, nel breve viaggio di una linea sottile, c’è tutto il tempo e l’esperienza di una decisione.

Progettare l’esperienza

Munari scrive

In un mondo in cui potenzialmente abbiamo tutto, vale di piú l’esperienza che il possesso immediato. E questo certo ci porta ad avvicinare la maggior parte delle simulazioni analoghe a un’idea di casa ideale.
L’idea che tutto possa essere raccolto e protetto in una cloud, una nuvoletta diffusa e invisibile, ha la capacità di annullare la distanza tra la casa e l’ufficio. Ci fa sentire tutti piú nomadi e liberi ma insieme impone la modifica dei luoghi che abitiamo.

Permettere che questa esperienza sia lasciata al caso non è più accettabile.

Connessi, presenti, umani

Federico Badaloni, nel paragrafo “Connessi, presenti, umani” continua a scrivere.

Le persone che si trovano nello stesso posto e nello stesso momento insieme, nel mondo fisico, possono interagire fra loro e con il contesto dandogli la forma e il significato che ritengono più funzionale alla loro relazione in quelle circostanze.

E’ attraverso l’interazione che due o più persone creano legami fra di loro con l’ambiente circostante.

E’ l’esperienza di una relazione che “dà senso”, cioè da significato.

Se in un ambiente fisico la precondizione della compresenza è l’esistenza dell’ambiente stesso, in un ambiente digitale la precondizione per essere “presenti insieme” è la connessione.

La qualità di questa connessione influenza profondamente l’ambiente all’interno del quale sarà possibile interagire con gli altri.

Progettare il lavoro, tra pubblico e privato.

Molinari ci ricorda che la casa, grazie ad una connessione, diventa facilmente, anche, ufficio. Privato e pubblico si mischiano e si confondono.

Se ognuno di essi (i luoghi di lavoro) è sotto la nuvola (cloud), vuol dire che ogni ambiente è buono e utile per lavorare. E in tal modo viene intaccata la distinzione tra le ore di lavoro e quelle della vita domestica o dello svago. L’effetto, riscontrabile in molte città nord-americane ed europee, è che il lavoro in casa diventa altrettanto alienante e porta molti colletti bianchi-casual a colonizzare bar, locali pubblici, spazi ibridi dotati di un’ottima connessione e arredati in modo accogliente e informale, dove è piacevole lavorare stando di fianco a sconosciuti che hanno la stessa esigenza.

In questi spazi si vivono nuove esperienze, nascono nuove relazioni, si muovono nuove emozioni.

La smaterializzazione del mattone

La più grande catena di alberghi al mondo è Airbnb. Con un valore di 30 miliardi di dollari, Airbnb non possiede alberghi e non ha mai costruito una casa. Prima di Airbnb c’è la più importante startup del mondo Uber. Uber è la più grande compagnia di trasporto pubblico con un valore di 68 miliardi di dollari e non possiede neppure una macchina. E di certo non ha autisti tra i suoi impiegati.

C’è già chi teorizza che in poco tempo la maggior parte delle persone, soprattutto tra le nuove generazioni, non avrà piú bisogno di case fisse e cercherà di volta in volta spazi flessibili e temporanei in cui fermarsi. Si tratterà di una popolazione abituata alla connettività rapida, alla flessibilità estrema, al distacco dal possesso di oggetti e beni, in sintesi abituata a un modo diverso di abitare e condividere i luoghi.

Più che una teorizzazione a me pare una realtà. Piuttosto si tratta di calcolare la velocità con cui si diffonderà tra di noi.

La casa e i social media

Ma il mondo è ancora più complesso. Non solo perché stratificato su più livelli sociali. Non solo perché rappresentato su più livelli semantici. Ma anche perché ciascun livello subisce una trasformazione continua. E ad una velocità a cui il mondo e la nostra umanità non sono abituati.

Le case che abitiamo e attraversiamo con il corpo e le loro appendici virtuali vivranno una lenta ma radicale metamorfosi sotto la spinta di tutti questi fenomeni che stanno erodendo dall’interno il paesaggio metropolitano contemporaneo. È venuto allora il momento di ragionare su categorie sociali diverse che vadano oltre l’abituale contrapposizione tra abitante stanziale, nomade, turista e homeless, puntando alla costruzione di forme alternative e consapevoli di cittadinanza.

La trasformazione, come ripetuto più volte, ormai da più parti, è culturale non tecnologica.

La figura del cittadino come colui che ha diritti e può costruire solo restando radicato a un luogo e a una casa probabilmente verrà messa in discussione da forme di mobilità che avranno un impatto notevole sui nostri paesaggi domestici. In una condizione di cittadinanza globale prodotta dal fatto che la maggior parte della popolazione mondiale vivrà in ambienti metropolitani diffusi e instabili, la vera sfida politica e culturale sarà quella di crescere pratiche attive di cittadinanza e appartenenza ai luoghi.

Le instagram stories

Capitolo di aggiornamento al 28 settembre 2017

Su questo tema mi sembra utile accennare a quanto avviene sulle instagram stories. Provate a visitare le instagram stories di un vostro contatto qualsiasi, se non lo avete già fatto. In questa nuova forma di comunicazione che si sta sempre più diffondendo è possibile vedere una grande quantità di intimità condivisa.

Ciascuno condivide la propria quotidianità e la rende pubblica.

Si condivide di tutto. Le strade, le case e i luoghi che si frequentano. Gli amici e le persone che si incontrano privatamente diventano contenuto per arricchire la propria timeline. La sveglia del mattino, la colazione nel proprio bar preferito, i momenti di riposo, i baci con fidanzate e fidanzati, i momenti di gioia come quelli di “noia”, alcune parti del proprio studio, le passeggiate, i preparativi in bagno, il trucco. Così anche il momento dell’attesa di un appuntamento diventa storia da raccontare, la conversazione con il taxista o l’autista presente nello spazio ristretto di una macchina viene meno, rispetto al racconto da fare alla propria fan base.

Ad ogni personalità corrisponde un modo diverso di sfrugugliare le curiosità pubbliche.

Ma soprattutto tutti i luoghi privati dove un tempo si era da soli, bagno e camera da letto, per non dire tutta la casa, oggi sono pubblici e di dominio pubblico, foss’anche solo per 24 ore.

Altro che case invisibili.

La casa del futuro

Di fronte alla crisi dello spazio pubblico tradizionale, l’ambiente domestico ha un potenziale straordinario su cui è importante tornare a riflettere. Un laboratorio fisico e virtuale in cui desideri, paure e differenze possono essere accolte come una risorsa che aiuti a ripensare l’idea stessa di città e di paesaggio umano e naturale per i prossimi decenni.

A questo punto non saprei se la domotica, il controllo della casa connessa e connessa ad una intelligenza artificiale sia avanti o già indietro rispetto al mutamento di cui parla Molinari. Certo è che tra le pieghe del cambiamento tutte queste sfumature esistono.

Alla ricerca della verità

Le case invisibili sono isole che non esistono, alla stessa maniera dell'”Isola che non c’è” di Peter Pan. Ma l’isola che non c’è, c’è o non c’è? Quale sarà la nostra realtà, la nostra Verità? Queste le domande che il professore di filosofia medievale mi poneva durante i miei anni universitari.

La risposta, diceva il mio professore, bisogna cercarla nella Questio Veritate di Tommaso d’Aquino che recitava

« Veritas: Adaequatio intellectus ad rem. Adaequatio rei ad intellectum. Adaequatio intellectus et rei. »

« Verità: Adeguamento dell’intelletto alla cosa. Adeguamento della cosa all’intelletto. Adeguamento dell’intelletto e della cosa. »

Ma ci stiamo allontanando troppo e quindi mi fermo.

Le geografie dell’ascolto

Non posso, però, concludere questo articolo/recensione senza ripensare e riproporre le geografie dell’ascolto. Perché immersi in questo scenario sempre più liquido, in un ecosistema che si allarga e si chiude (allo stesso tempo), le trasformazioni epocali avvengono nel macro come nel micro. Dove lo spazio e il luogo non hanno più una fisicità resta l’uomo e la sua concretezza, il suo essere carne ed ossa. L’uomo resta con i suoi bisogni arcaici, fisiologici e psicologici sempre uguali. Resta il mistero della Vita, con la sua voce, lo spazio di un dialogo, di una conversazione.

Per questo motivo l’uomo, oggi, più che mai, deve essere posto al centro della nostra attenzione. Lo spazio di una relazione, la sua voce, la sua capacità di dialogo, la sua esperienza dell’umanità, devono essere curati e preservati.

Per questo mi sento di sottolineare la mia formazione umanistica e il bisogno forte di umanisti.

La sfida è ardua e riguarda tutti.

IA Summit 2016 – Lasciare il segno

Il summit dell’architettura dell’informazione 2016, quest’anno, giunge alla sua decima edizione ed ha come titolo Lasciare il segno.

Per chi, tra i miei lettori, non lo sapesse, si tratta di uno dei momenti più importanti dell’anno per chi studia e crede nell’architettura dell’informazione. Il summit si svolge su due giorni, l’11 e il 12 novembre. Un giorno di formazione e un giorno di conferenza dove si ascolta, si studia e si impara.

Per noi architetti dell’informazione è un evento dove poter incontrare i propri simili. Parliamo dei progetti che abbiamo in corso, del tema del summit. Ma parliamo anche di prospettive. I miei post sull’etica, per esempio, sono nati dagli spunti ricevuti durante le chiacchierate al summit precedente.

Per chi non è già all’interno della disciplina, invece, potrebbe essere un modo per avvicinarsi all’architettura dell’informazione. Qui è possibile conoscere coloro che vogliono progettare un web migliore, sempre più a misura d’Uomo e  che vogliono progettare il futuro, in Italia.

Di seguito il mio video (non ufficiale) che mostra cosa è stato fatto nei precedenti summit.

IA Summit 2016 – Lasciare il segno

Il tema

Progettare prodotti, servizi o sistemi complessi significa lasciare un segno. Un segno che può avere un impatto memorabile o trascurabile sul mondo, sul mercato, sulla comunità di pratica o su te stesso. Dove c’è un impatto c’è anche un cambiamento, frutto di scelte progettuali e partecipative, come quelle che hanno accompagnato Architecta in questi dieci anni.

https://www.iasummit.it/

Il tema è certamente molto affascinante. Lasciare un segno è rivolto al passato, a tutto quello che è stato fatto. Ma, lasciare un segno, è anche un invito a fare meglio, a fare le cose con una prospettiva. Mi vengono in mente le “Memorie di Adriano”, il Romanzo di Marguerite Yourcenar, in cui si legge di come i romani dell’antichità costruivano edifici e monumenti “a futura memoria”, nell’intento costante di lasciare un segno.

Certamente, altri saranno i punti di vista e le ispirazioni che verranno da tutti i partecipanti. Non vedo l’ora di ascoltare il maggior numero di persone possibile!

Se ti trovassi a Roma, in quei giorni, in fondo trovi la mappa dei luoghi del Summit, con i rispettivi luoghi dove poter soggiornare!

Sabato 12 Novembre 2016 – Conferenza

Saremo al Centro Congressi Frentani di Roma, in zona San Lorenzo.

Registrazioni

Saluti dal Board di Architecta

Coffee break

SALA 1 – Etica, politiche e poetiche del postdigitale – Andrea Resmini

SALA 2 – Progettare per il futuro: dall’internet delle cose all’internet del cibo – Antonella Turchetti

SALA 1 – Tra dire e mostrare – Annamaria Testa

SALA 2 – Changing public service delivery with user centred design (ENG) – Katy Arnold

Pranzo
14:00

SALA 1 – An Undesigned World (ENG) – Jason Ulaszek

SALA 2 – Design sistemico: implicazioni etiche e socio-comportamentali della progettazione e dell’architettura dell’informazione – Clementina Gentile

SALA 1 – I messaggi virali. Appunti per una architettura della comunicazione digitale – Guido Saraceni

SALA 2 – Symbols which include colors (ENG) – Miguel Neiva

Coffee break

PLENARIA – IA per la PA: le Linee Guida di design dei siti web della Pubblica Amministrazione e implicazioni per l’infoarchitettura – Claudio Celeghin |Lightning Talk

PLENARIA – Ux Book Club Brescia – Percorsi di crescita – Sergio Venturetti/Luca Lamera |Lightning Talk

PLENARIA – Leaving a mark (ENG) – Jorge Arango | Keynote di chiusura

Saluti e ringraziamenti

Prossime iniziative, chiusura lavori

Five Minute Madness – Se avete sempre fatto i timidi, questa è la vostra opportunità