Fake News, cosa sono, attraverso le lenti del mio blog

Avevo titolato l’articolo Fake News e Architettura dell’informazione. Ma sinceramente non so come la pensano i miei colleghi e forse parlare a nome della disciplina mi sembra troppo presuntuoso. Per questo motivo ho specificato che l’opinione, che mi sono fatto attraverso l’architettura dell’informazione, è mia e del blog. Di parte e parziale, come tutte le verità di questa terra. Ai lettori e ai posteri l’ardua sentenza di dare un giudizio se volete. Anche se ad essere sincero, mi auguro che qualcuno voglia arricchire questo pezzo piuttosto che giudicarlo.

Cosa sono le fake news?

Le fake news sono notizie false date per vere. In molte occasioni sono anche verosimili. Le fake news non hanno uno scopo informativo. Hanno il solo scopo commerciale di attrarre le persone a visualizzare la pubblicità contenuta nei vari siti. Spesso il fraintendimento tra news e fake news sta nel modello di business che è identico. Entrambe vengono prodotte al solo scopo di essere diffuse il più possibile e portare guadagni a chi le produce attraverso la pubblicità.

Le persone generalmente non verificano la veridicità delle informazioni che condividono. Molto più spesso non leggono i contenuti che consigliano ai propri amici. E generalmente si soffermano alla visione della foto o del titolo.

Per questo motivo è necessario andare più in profondità e determinare delle strutture che permettano di creare un contesto che si differenzi dalle fake news.

Fake news, lo scenario

Oggi si fa un gran parlare di fake news, bufale, notizie false, notizie alternative, post verità. Negli Stati Uniti è una questione ampia e avanzata che sta restituendo autorità alla carta stampata. Per questo motivo anche in Italia si pensa che sia prossimo il ritorno alla carta, pur non seguendo le buone pratiche d’oltreoceano, pur non facendo uso di architettura dell’informazione. pur non creando redazioni di verifica delle notizie, pur non assumendo figure professionali che vanno incontro ai lettori. Non si capisce, dunque, quale dovrebbe essere la causa per un ritorno alla carta stampata, anche in Italia.

Sebbene a parlare di fake news siano principalmente i giornalisti che giustamente ne sentono il carico, penso che il tema riguardi tutte le categorie di professionisti che producono contenuti. Ed oggi, che piaccia o no, tutti produciamo contenuti. Sono quasi certo, infatti, che i giornalisti che leggeranno questo articolo storceranno il naso. E la cosa mi dispiace. Ai giornalisti toccherebbe la verifica delle notizie. Magari l’adozione di un verification handbook, forse. Ma ci sono altri pezzi coinvolti nella trasmissione di significato. Tra questi c’è l’architettura dell’informazione appunto e l’organizzazione del lavoro, per esempio. A mio parere, il dibattito va allargato ad una ampia platea.

Con questo articolo non dimostrerò, dunque, che l’architettura dell’informazione sia la panacea (la personificazione della guarigione universale e onnipotente) a tutti i mali del mondo della comunicazione. Né che la sola applicazione della disciplina possa risolvere tutti i guai dell’informazione italiana. L’architettura dell’informazione è però uno dei tasselli fondamentali che andrebbero tenuti in conto. Almeno ascoltati.

Fake News e Architettura dell’informazione

Da architetto dell’informazione mi pongo ogni giorno delle domande. Il mio obiettivo è quello di trovare risposte oltre le apparenze. La ricerca di senso della realtà. La ricerca profonda delle ragioni che ci portano a certe scelte.

Dal punto di vista dell’architettura dell’informazione le fake news, le notizie false, sono un problema ben identificato. Ossia, dal punto di vista strutturale le notizie false riguardano il contesto e gli ambienti semantici.

Lo ha spiegato benissimo Jorge Arango al X summit di Architecta del 2016. Alcune settimane fa ho riportato sul blog quanto è stato detto Jorge Arango e l’architettura dell’informazione.

Fake News, cosa sono secondo Jorge Arango

Un mio amico mi chiedeva se ci fosse una architettura della menzogna o della bufala. Certamente c’è un linguaggio e uno storytelling della bufala. Ma non mi occupo oggi di spiegare questo. Mi porterebbe troppo lontano.

Scrive e dice Arango.

Dopo l’elezione 2016 negli Stati Uniti, si è parlato molto del problema delle “notizie false” sui social network. Ciò significa che un particolare ambiente semantico ( i social media che stiamo usando per informare la nostra visione del mondo) sta diventando un ecosistema inquinato con materiale proveniente da un altro ambiente semantico (la propaganda, o in alcuni casi, la satira). Questa non è una novità, naturalmente. La disinformazione è stata intorno a noi da tempo. Ciò che è nuovo è la pervasività del problema. E il fatto che ora passiamo molto più fluidamente tra i diversi ambienti semantici. Questo rende più difficile per noi capire come dovremmo interpretare ciò che stiamo guardando. Ci conviene capire come possono diventare inquinati, e lavorare per garantire che la trasmissione di significato possa avvenire in modo più “limpido” possibile.

Arango sottolinea che le notizie false non sono affatto una novità. La novità semmai è la loro pervasività. Le notizie false arrivano, oggi, anche a persone che non hanno le difese culturali per comprendere il contesto.

Compito di chi vuole migliorare il sistema (costruire un internet migliore) è quello allora di garantire la trasmissione di significato della realtà. Gli architetti dell’informazione si pongono questo obiettivo come fondamento del proprio lavoro. Ma la trasmissione di significato della realtà è un obiettivo che chiunque dovrebbe porsi. Il perché è presto detto.

Risorse non rinnovabili

La costruzione di un internet migliore non è un ideale utopistico. Ma è un dovere reale per chi produce contenuti, una pratica di etica quotidiana.

Arango continua nel suo ragionamento.

Quando discutiamo di sostenibilità dell’ambiente fisico, parliamo spesso di risorse non rinnovabili.
Gli ambienti informatici hanno anche loro una risorsa non rinnovabile, essenziale. Una risorsa senza il quale l’intero sistema crolla. L’attenzione. L’attenzione degli esseri umani, che interagiranno con i prodotti e i servizi che progettiamo.

Che cosa stiamo facendo con il tempo prezioso degli utenti delle nostre applicazioni? Li stiamo aiutando ad essere genitori, collaboratori, cittadini più efficienti? O stiamo dando loro solo una soluzione rapida, della dopamina, in modo da poter mostrare loro più annunci?
Ogni giorno, le persone stanno spendendo più del loro tempo con le applicazioni e i siti web che creiamo.

Dobbiamo onorare questo privilegio per non sprecare la loro attenzione.

La costruzione del contesto

L’architettura dell’informazione costruisce il contesto. Se all’interno dei contesti informativi entrano notizie che confondono il senso della realtà, creiamo un buon ambiente per le fake news, o di notizie che comunque non saranno comprese. E che daranno vita ad altri fraintendimenti. Molte volte questo accade strutturalmente. Gli articolo spesso sono immersi in un contesto che non è il loro. E questo si accentua di più quando una notizia, anche se vera, non trasmette alcun senso della realtà. Alla lunga il contesto, in cui proliferano queste notizie, perde di autorità.

E’ paradossale che mentre le testate riconosciute, per la loro rilevanza, perdano di autorità, i siti di bufale si rifanno a questi contesti. Sembrerebbe, quasi, che i due contesti si imitino a vicenda. E questo accade molto probabilmente anche perché il modello di business, ossia il modo in cui guadagnano, è lo stesso.

Quando un giornale mainstream e generalista, scrive un titolo dal tono satirico, non fa altro che copiare e riprendere ambienti semantici che appartengono ad altri contesti. In questo travaso di contesti e di sistemi semantici ad avere la meglio, sono le bufale. E a perderci, di brutto, è l’autorevolezza dei giornali rilevati. Non è un segreto, infatti, che i quotidiani in edicola perdano lettori con una emorragia continua (almeno questi i dati fino al 2015).

Anche qui le ragioni sono varie. Parlarne richiede uno sforzo notevole, almeno quanto leggerne. Anna Maria Testa ne scrive lungamente su Internazionale e sul suo blog.

Continuiamo a farci del male

Tutto questo discorso interessa poco, purtroppo, a coloro che hanno potere decisionali sul contesto. Sicuramente hanno molto meno interesse di voi che siete arrivati alla conclusione di questo articolo. Ancora oggi, economicamente, il contesto, la progettazione, la ricerca, il buon senso, l’applicazione delle buone pratiche, sono ritenute irrilevanti dai vertici decisionali. Ciò che conta sono i numeri. Quel che conta è la sola fatturazione. Anche se poi si rivela tutto un castello di carta al macero.

Attenzione. Non dico assolutamente che sia cosa facile. Ma solo quando si creerà una massa critica di persone che comprenderanno questo pezzo dell’informazione (e altri pezzetti di significato), si potrà iniziare a ricostruire quanto abbiamo fin qui perso. Quando e se si creerà.

 

 

Saverio Friscia – un esempio per chi si sente solo nella provincia italiana

Saverio Friscia è stato un medico e politico, nato a Sciacca, nell’800. Che c’entra con l’architettura dell’informazione? Niente. Assolutamente niente! Questa è, infatti, una digressione. Anche se voglio prendere quest’uomo ad esempio dal punto di vista umano. Voglio immaginarlo quando era giovane. Ragazzo di provincia, nato in una delle provincie più disastrate d’Italia. E vorrei che anche altri ragazzi del sud, designer o architetti dell’informazione, altre donne e uomini sparsi nelle provincie d’Italia riflettessero sulla sua figura umana. La storia di Saverio Friscia, infatti, è la nostra storia e penso sia utile da raccontare.

Una biografia completa la si trova, sul web, sulla pagina dedicata a Saverio Friscia dalla Treccani da cui sintetizzo. E da una antologia su Saverio Friscia, socialista libertario in cui si possono leggere documenti e testimonianze.

Saverio Friscia e i suoi pensieri

Saverio Friscia nasce due secoli fa, l’11 novembre del 1813, a Sciacca. Si tratta della stessa cittadina dove mi trovo in questo periodo della mia vita. In provincia di Agrigento. Sono amico della famiglia Friscia. Non di tutti, è una famiglia numerosa, ovviamente con ramificazioni diverse. Ma di alcuni antenati, miei coetanei, che ancora vivono in città.

Nell’estate 2016 mi sono ritrovato con amici a parlare delle vicende umane di Saverio Friscia. Non ricordo come siamo arrivati a parlare di Saverio Friscia. Ma ci stupiva, il fatto che, quest’uomo, a quell’epoca viaggiava per l’Europa e discuteva di Italia Unita e di Europa con i maggiori pensatori del suo tempo, tra Sciacca, Palermo, Napoli, Parigi e Berna. Da quella chiacchierata mi sono ripromesso di informarmi e raccontarlo.

Per me, come per moltissimi abitanti di Sciacca, Saverio Friscia è l’uomo che ha dato il nome ad una piazza. Piazza Saverio Friscia, appunto, che per buona parte, oggi (purtroppo), è un posteggio. Ma mai, neanche a scuola, avevo sentito, prima di questa estate, parlare dell’uomo Saverio Friscia. Certo personaggio scomodo, massone, mazziniano, ma anche anarchico, socialista. C’è chi lo rinnega e chi se ne vuole prendere l’eredità. Ma questo poco mi importa. Ripeto mi interessano i pensieri del ragazzo, almeno quelli che posso immaginare, e il contesto in cui viveva Saverio Friscia.

Saverio Friscia in breve

Avevo previsto una lunga pagina di Storia, ma mi sono reso conto che per quanto fosse una digressione mi sarei allontanato troppo dal messaggio che vorrei trasmettere in questo articolo.  Così ho deciso di dedicare uno spazio agli uomini del sud dove raccontare la loro storia in un altro contesto che sto costruendo. Per chi fosse interessato è possibile trovare maggiori dettagli storici nell’articolo Saverio Friscia uomo del sud.

Saverio Friscia fu un uomo avanti nel tempo. Medico, omeopata, attivista politico antiborbonico, mazziniano, federalista, partecipò ai moti messinesi. Organizzò rivolte anti borboniche a Sciacca. Fu eletto deputato al Parlamento generale di Sicilia (1848-49). Fu giornalista per il giornale palermitano L’Armamento. In seguito sarà il fondatore di diversi periodici. Fu sempre attivo e anticipò con le sue lotte i cambiamenti che si sarebbero verificati di li a poco.

Le biografie lo descrivono come un uomo di congiunzione e che tentò sempre la mediazione tra le parti. Ma nelle sue decisioni finali si trovò sempre vicino alle posizioni più radicali.

Saverio Friscia fu un uomo di alto pensiero. Ebbe relazioni forti con Giuseppe Mazzini. Insieme diedero vita all’Associazione elettorale italiana, organismo del Partito d’azione. Forse anche per le sue origini siciliane ebbe un sodalizio con Francesco Crispi fra i primi presidenti del consiglio italiano. In seguito fu tra i primi amici italiani di M.A. Bakunin. Il filosofo e rivoluzionario russo tra i principali teorici del pensiero anarchico.

Saverio Friscia, un uomo del Sud

Saverio Friscia

Insomma, quest’uomo partito da Sciacca, a cui rimase sempre legato, per quasi tutto l’800 fu una figura di primo piano dell’Italia e in parte dell’Europa. E questo dovrebbe essere un esempio per tutti coloro che si trovano in qualunque parte della provincia italiana, oggi.

Di questi tempi, infatti, sento spesso la sofferenza, a ragione, di chi vive in molte provincie italiane. I più giovani sono frustrati e depressi per l’isolamento culturale. Oppressi da ostacoli, numerosi e di ogni tipo. Abbandonati e spesso incompresi. E sia che si decida di andare via, sia che si decida di restare nella provincia, entrambe le scelte appaiono come delle scelte obbligate.

Saverio Friscia e l’architettura dell’informazione

Saverio Friscia non c’entra nulla con l’architettura dell’informazione. Ma oggi, spesso ci ripetiamo che l’architettura dell’informazione non ha i giusti riconoscimenti. E’ una disciplina incompresa e poco diffusa e ancor meno sfruttata di quanto dovrebbe. In molti, per non dire quasi tutti, lavoriamo isolati come monadi nel deserto dei nostri territori di appartenenza. Spesso con progetti lontani dalle nostre case.

Saverio Friscia
Busto di Saverio Friscia presso la villa comunale di Sciacca

Eppure, ripensando proprio a Saverio Friscia, mi sono fatto molte domande che rivolgo prima di tutto a me stesso. Sospendo il giudizio politico. Non sono qui per disputare se Saverio Friscia fu un anarchico o meno. Piuttosto mi piace riflettere sulla vita di quest’uomo e sui suoi stati d’animo giovanili, che non penso molto lontani da quelli dei giovani di oggi.

La Sicilia (ma anche l’Italia) dei nostri giorni è una Sicilia più retrograda e chiusa di quella che conobbe Saverio Friscia? Allora era più facile confrontarsi? Formarsi? Era più facile studiare? Era più facile spiegare il pensiero mazziniano o Bakuniano ai contadini siciliani dell’800? Più facile che spiegare architettura dell’informazione agli imprenditori ed editori italiani di oggi? Io stesso, ho meno mezzi di quel giovane laureato della provincia?

Saverio Friscia. Chi era costui?

Certo, fu massone e questo qualche vantaggio glielo avrà pure dato. Fu sicuramente, per i tempi, anche ricco e benestante. Una famiglia che mandava all’università un ragazzo nel 1800 sarà stata una eccezione. Eppure i genitori volevano che facesse il prete e divenne un medico. E qualche dissidio in famiglia lo avrà avuto. Politicamente attivista, i Borboni avversarono proprio la famiglia.

Oggi, la Sicilia e Sciacca in particolar modo, dista dal mondo almeno 24 ore in più rispetto ad altre zone con maggiori collegamenti. Quanto era distante, Sciacca, la Sicilia, nell’800? Quanto lontano si sentiva Saverio Friscia quando scriveva una lettera; e quando aspettava una risposta? Oppure quando pensava di andare a Palermo, o di spostarsi a Parigi? Quando non bastava prendere un aereo low-cost. L’800 fu un periodo storico più facile per quel giovane privilegiato? Furono, quelli, tempi semplici? Meno complessi?

L’800 diede maggiori possibilità ad un giovane Saverio Friscia, siciliano, della provincia di Agrigento, che ad un giovane del nuovo millennio? Saverio Friscia si sentì meno solo di quanto qualche designer si senta oggi, a Sciacca, in Sicilia, o in qualunque altra parte dell’Italia? Fu meno isolato? Meno incompreso? Il tessuto sociale che circondava Saverio Friscia era abbastanza stimolante per uno che discuteva con Mazzini e Bakunin? Ricevette meno invidie per i suoi viaggi e i suoi successi?

Magari non massoni, non ricchi, non benestanti ma da questo profondo Sud, davvero i mezzi a nostra disposizione non possono darci le stesse opportunità?

Saverio Friscia, un esempio per tutti

Saverio Friscia – Villa comunale di Sciacca (Ag) – Foto di Toni Fontana

Saverio Friscia, a mio parere, è un esempio. E aggiungo, purtroppo, un esempio  dimenticato. poco ricordato. Nel 2013, a Sciacca, è stato ricordato dall’associazione CittadinanzAttiva della sezione di Sciacca con diversi eventi di cui non si ha memoria sul web.

I miei amici mi dicono e ripetono che erano altri tempi. Certo. Stiamo parlando del Risorgimento italiano (1815 -1871). Di un uomo ricco e istruito, quando nessuno, allora, lo era. Allora frequentare l’Università aveva altri significati. Una laurea dava altre prospettive. Un laureato era tenuto in conto come non sarà mai più possibile.

Ma Saverio Friscia, per quanti vantaggi la vita gli avesse dato, non scelse strade facili. I genitori volevano che diventasse prete e divenne medico. Invece di una qualunque branca, preferì divenire un medico omeopata. Fu un precursore, un rivoluzionario della disciplina. Visionario e rivoluzionario. I Borboni, ai tempi, probabilmente pensavano a Saverio Friscia come oggi noi pensiamo ad un black block, figlio di papà, piuttosto che ad un cittadino figlio della Sicilia per bene. Seguì il pensiero di Mazzini e di Bakunin ma in senso critico, ricevendo da questi consensi, ma anche tanti richiami.

E’ per questo che, nonostante tutto, nonostante tutti i privilegi potesse avere, qualche domanda me la pongo.

Altri tempi

Altri tempi. Si, concordo, innegabile. Oggi non viviamo nessun Risorgimento. Anzi! Però ugualmente, per altri versi, stiamo vivendo una rivoluzione culturale. Forse non la comprendiamo in pieno. Ma sicuramente una rivoluzione più profonda di un risorgimento.

E’ ad una figura come Saverio Friscia a cui oggi un giovane dovrebbe ispirarsi. Altro che “siate folli e affamati“. Saverio Friscia fu più che folle, più che affamato. Fu avanti! E’ ad un siciliano, un italiano, un uomo che ha vissuto nella mia stessa terra e (ahimè) con gli stessi problemi, che rivolgo il mio interesse. Ad esempi come questo, di cui penso l’Italia sia disseminata, io porgo la mia nuova attenzione.

Certo, non tutti possiamo essere come Saverio Friscia. Un uomo che viaggiava anni luce avanti gli altri. Magari di una intelligenza superiore alla media, un carisma non comune, un modo di affrontare la vita in modo diverso. Al di là del tempo, del luogo e dello spazio. Certo.

Un altro futuro è possibile

Se non possiamo cambiare il mondo, possiamo cambiare, o almeno tentare di cambiare, il nostro mondo. Io per primo, ma ciascuno di noi deve svolgere il proprio lavoro al meglio, a prescindere da ciò che ci circonda. Come evidentemente fece Saverio Friscia.  Forse non possiamo equiparare il nostro benessere con le ricchezze dell’allora Saverio Friscia. Ma abbiamo mezzi e strumenti, che nelle mani giuste, possono rivoluzionare il mondo! Io l’ho chiesto a Marco Giovannelli  e la risposta è stata “Si può fare!” E’ difficilissimo. Ma si può fare! Bisogna avere il coraggio, la fiducia, la voglia! Qualcosa si può fare. In qualunque angolo del suolo italico (visto che siamo in tema) ci si trovi. Nessuno si senta escluso! Nessuno si senta nel posto sbagliato. Possiamo immaginarci un futuro proprio rivolgendo lo sguardo al passato e seguendo il percorso umano di un Saverio Friscia.

Analisi sonora del trailer Her, il film di Spike Jonze

Oggi vi propongo una analisi sonora del film Her per sottolineare alcune delle difficoltà che progettisti e ingegneri devono affrontare nella realizzazione degli assistenti vocali. Il discorso è sempre ampio. Come al solito, cerco di sintetizzare, per quanto posso. E per forza di cose sarò parziale.

Come già sa chi mi segue, sono stato intervistato da Fabio Bruno per il mio intervento al Wiad Palermo. Su cosa sia l’architettura dell’informazione e sugli assistenti vocali. Fabio, tra le altre cose, mi ha chiesto se arriveremo presto ad avere un assistente vocale come nel film di Spike Jonze.

Per chi non lo conoscesse o non avesse visto il film racconto in breve di che si tratta. Ho riletto e mi pare che non ci sia nessuno spoiler. Ma meglio avvertire che dopo questa lettura, probabilmente, vedrete il film con occhi e orecchie molto diverse. Quindi, se non lo avete ancora visto, consiglio una prima visione del film senza lettura del presente articolo.

Her recensione film

Purtroppo, come capirete presto, non mi sono goduto a pieno il film. Perché, già dal trailer, avevo fatto caso ad una serie di cose che stonavano.

Her è la storia di un impiegato di nome Theodore. Il suo lavoro è quello di scrivere lettere personali per conto di altri. Separato dalla moglie, non riesce a rifarsi una vita, e si rifiuta di divorziare. In questa fase di non accettazione della vita, Theodore acquista un sistema operativo animato da intelligenza artificiale, con interfaccia conversazionale. Il sistema è talmente avanzato che pare essere davvero umano. Talmente umano e talmente femminile che il protagonista inizia una relazione con l’assistente vocale.

La voce originale del sistema operativo è quella di Scarlett Johansson. Mentre nel doppiaggio italiano la voce è quella di Micaela Ramazzotti, che però non è una doppiatrice e non è neppure la doppiatrice ufficiale di Scarlett Johansson. Infatti la Johansson è generalmente doppiata o da Perla Liberatori o da Domitilla D’Amico. Tanto che il film in alcune sale è stato proiettato in lingua originale.

Al di là dei miei commenti sull’assistenza vocale il film mi è piaciuto. E alla fine dell’articolo vi dirò il perché.

Assistenza vocale. Ci siamo davvero?

Fabio Bruno mi ha chiesto se siamo vicini a questo modello di riferimento. La mia risposta a Fabio è stata abbastanza secca. No. Non siamo vicini a questo modello. No perché il film racconta di sentimenti umani che difficilmente un assistente vocale riuscirà a comprendere. Si sta migliorando la biometria e quindi la capacità di comprensione dei sentimenti primari. Ma la lingua è un fenomeno complesso. E al momento si stanno migliorando degli aspetti di base. Che per noi magari sono ovvi. Non per una macchina.

Non dovremmo dimenticare che l’istruzione umana è la più lunga tra gli esseri viventi. Un essere umano, per essere auto sufficiente in natura richiede una istruzione di anni. Senza contare che possiede uno strumento di calcolo potentissimo che si chiama cervello.

Cerco, dunque, di argomentare meglio la mia risposta.per i lettori del blog. E lo faccio invitando a guardare, per il momento, il solo trailer. Analizzo solo questo. E se vi siete persi al cinema il film, è disponibile il DVD Lei (Her).

Configurazione di benvenuto del sistema OS1

Il film racconta che il sistema operativo ha bisogno di essere configurato. Per cui ci indica che si tratta di un sistema personalizzabile. Purtroppo la configurazione (per ragioni cinematografiche) è breve e generica. Si tratta di due sole domande. E queste due analizziamo.

Prima però farei notare che viene confermata una questione di genere che resta sempre aperta. Sappiamo dal trailer e comunque a breve nel film, che l’assistenza vocale avrà una voce femminile e ha desideri da donna. Eppure la configurazione non viene fatta da una rispettiva voce femminile. Ma da una voce maschile. Rimando alle conclusioni dell’articolo già scritto. Però mi pare un piccolo elemento su cui riflettere.

Nella configurazione di benvenuto, il sistema chiede a Theodore: lei è socievole o asociale.

Si tratta di una domanda molto semplice. Tipica di una intelligenza artificiale. Si tratta di un automatismo da seguire. Questa domanda rimanda alla personalizzazione e all’attenzione verso l’utente. Ci fa pensare che l’intelligenza artificiale si comporterà diversamente a seconda della risposta.

Eppure, se da un lato, l’intelligenza artificiale tende a semplificare, per capire meglio, noi umani non siamo semplici. Il protagonista, infatti, ad una domanda semplice risponde con una risposta molto complessa. Ossia risponde: ultimamente non sono stato molto socievole.

Il sistema

Che significa? Forse per qualcuno di noi può essere chiaro. Forse le immagini ci aiutano a capire cosa significa la risposta data. Ma un sistema operativo non possiede queste informazioni. A meno che non vengono introdotte nel sistema da qualcuno. Ultimamente non sono stato molto socievole può significare di tutto. Ciascuno di noi per comprendere il significato di questa frase deve lanciare delle connessioni sul proprio vissuto o sul vissuto dell’altro. Cosa potrebbe significare? Significa che prima era socievole e (solo) ultimamente è diventato asociale? Oppure significa che prima era asociale e ultimamente è più asociale di prima? E queste due varianti, questi due gradi di socievolezza, cosa comporterebbero nella relazione uomo-macchina?

La risposta, a me dice, che gli esseri umani siamo complessi. Mi spiega che nessuno è mai qualcosa o il suo contrario. Non sempre riusciamo a spiegarlo agli altri dopo anni di convivenza. E non sempre gli altri riescono a capirci pienamente.

Perché un’intelligenza artificiale dovrebbe capirci al volo?

Seconda domanda

La seconda domanda del sistema operativo invece è molto più complessa di quanto sia la prima risposta. Si chiede: come definirebbe il rapporto con sua madre? Domanda da un milione di dollari a cui molte persone dedicano anni e anni di psicanalisi per dare una risposta. Eppure in questo caso il sistema operativo ascolta per un po’ e poi, in effetti, non ascolta l’intero ragionamento.

Potrei fermarmi qui. Perché già in due domande c’è tutta la complessità umana e tutta la difficoltà di un assistente vocale che deve far ricorso a risorse che spesso non ha e forse mai potrà avere. La comprensione reciproca è qualcosa di molto difficile. La creazione di archi di relazione è complessa non solo tra umani, ma anche nella relazione uomo-macchina. Se fosse semplice comprendere le relazioni tra le cose e le persone molti mestieri non avrebbero motivo di esistere.

Il trailer continua

Continuo perché il trailer, seppure breve, è molto intenso. E fa un elenco di elementi molto interessanti che raccontano il film ma anche l’assistente vocale.

L’assistenza vocale è divertente, ha desideri, ha desiderio di imparare. Ha un punto di vista. Theodore dice: mi piace come vedi il mondo. L’assistenza vocale ha un carattere; è curiosa, impicciona, una vera ficcanaso. Inizia a fare domande esistenziali. Come si condivide la vita con qualcuno? Prende consapevolezza della sua spiritualità. Cosa si prova ad essere vivi? Con il tempo inizia ad avere il desiderio di fisicità e quindi fa domande su abbracci, carezze e toccamenti.

Pur volendo tralasciare tutte le questioni etiche che queste domande evocano, qui ci sono tanti problemi di progettazione. Desideri e voglie dovranno essere sempre progettati e poi messi a disposizione delle scelte possibili dall’intelligenza artificiale. Al momento una macchina fa scelte in base alle soluzioni possibili.

Ridere è cosa umana

Ma c’è stato un elemento che più di tutti mi è saltato alle orecchie. L’assistenza vocale ride.

Dicevamo che il protagonista afferma che l’assistente vocale è divertente. E fin qui ci possiamo credere. Fino ad un certo punto ma possiamo crederci.

Dico fino ad un certo punto non perché sia impossibile. Tutte le assistenze vocali sul mercato già raccontano storielle divertenti. Si tratta anzi di uno dei test più ricorrenti. In fondo niente di trascendentale. L’assistenza vocale cerca e trova una delle barzellette più lette sul web e ce la racconta.

Che poi questa storiella o barzelletta ci faccia ridere diventa un po’ più complicato. Non solo perché non tutte le barzellette ci fanno ridere. L’assistenza vocale non ha i tempi comici. Ma potrebbe darsi che già conosciamo il finale. Ad ogni modo… ci sono ottime possibilità che la barzelletta riesca.

Altra cosa, come vediamo sul trailer, è il caso contrario. Ossia Theodore, ad un certo punto, racconta lui una barzelletta all’assistenza vocale. E sorprendentemente la fa ridere. Ridono insieme.

Ora, ridere è una cosa seria. Ma è soprattutto cosa umana. Mi viene in mente quanto François Rabelais, (1494-1553) scriveva ai suoi lettori nel libro Gargantua e Pantagruel.

Meglio è di risa che di pianti scrivere,
Ché rider soprattutto è cosa umana.

Si, ridere è soprattutto cosa umana e non da assistenti vocali. La risata, il gioire insieme, implica una enorme quantità di elementi che neanche noi sappiamo del tutto spiegare. Il gioire insieme comporta uno scambio di informazioni non solo sonore o verbali, ma anche di alchimie che compongono la vita.

Siamo ancora lontani

In questo senso dico che siamo ancora lontani da assistenti vocali di questo genere. Film di questo genere ci fanno dimenticare la realtà. Fanno alzare le nostre aspettative. E di conseguenza aumentano la nostra delusione quando facciamo uso di un assistente vocale nel nostro quotidiano.

In questo momento i progettisti sono a lavoro su una relazione unidirezionale. Ossia gli assistenti vocali devono rispondere alle domande e alle richieste di azione che noi chiediamo.

È vero che le intelligenze artificiali oggi fanno scelte, giocano a poker e vincono. Pure bluffando. Ma, nel frattempo, non si relazionano all’altro giocatore come farebbe un umano.

In altri contesti, sappiamo che dando un comando la macchina esegue, salvo malfunzionamenti. Non sappiamo se la cosa può accadere al contrario. L’umano obbedirebbe pedissequamente ad eventuali ordini della macchina?

La direzione di sviluppo dei bot, delle intelligenze artificiali e degli assistenti vocali è quella giusta. I bot, gli assistenti vocali, trovano applicazioni sempre più valide. Finora si è giocato. Molti ancora ci giocano. A molti questo gioco non piace. Ma l’evoluzione esiste. E piano piano anche lo scetticismo indiscriminato vacillerà.

Non sarà cosa da pochi giorni o da cavalcare come soluzione immediata. Insomma, non ci siamo ancora. Sappiamo anche che la realtà supera sempre la fantasia. Per cui siamo qui ad aspettare.

Nel frattempo una bella relazioni tra umani e umane ci potrà consolare ancora per un bel po’!

Perché il film mi è piaciuto

Nonostante tutto, il film mi è piaciuto perché ha dei meriti. Che qui elenco.

  1. Ha il grande merito di parlare del rapporto uomo macchina senza evocare mondi distopici. Non dobbiamo scappare dalla tecnologia. La dobbiamo usare e usare al meglio.
  2. Mi ha fatto riflettere il lavoro di Theodore, che scrive lettere intime per altri. Magari la sua azienda, più che una azienda di editoria, fa parte di altre intelligenze artificiali ibride che fanno ricorso all’intelligenza umana per migliorarsi e per rendere un servizio migliore. Mi pare una buona notizia per gli umanisti. Magari un lavoro del futuro.
  3. Spike Jonze non evoca, almeno non direttamente, paure nei confronti delle nuove tecnologie. Anzi, ci racconta un mondo possibile. Forse perdiamo qualcosa, ma acquisiamo altro. Ogni giorno è così. Ogni giorno c’è uno scettico che non è convinto. Quel che conta è essere felici.
  4. La felicità può essere un percorso per conoscere meglio noi stessi. Ogni qualvolta ci relazioniamo con qualcosa o con qualcuno, conosciamo meglio noi stessi. Il viaggio di Theodore è proprio questo, nella conoscenza dell’assistente vocale egli fa un viaggio in se stesso.

Dal punto di vista del blog, poi, altro merito del film è che questo viaggio il protagonista lo intraprende e lo percorre attraverso un contesto sonoro. È attraverso l’ascolto della parola, attraverso le geografie dell’ascolto che Theodore fa esperienza di se stesso. Le relazioni sonore, infatti, sono molto intime e ci mettono a parte di un mondo solo nostro.

Mi verrebbe da dire, conosci te stesso! Per quanto difficile e doloroso,per quanto profondo o superficiale possa essere il percorso, ci sarà sempre e comunque utile. Con o senza assistente vocale.

Che cosa è il Theremin?

Mercoledì 9 marzo 2016 (l’anno scorso), grazie al Doodle di Google, in molti hanno conosciuto il Theremin.  Si tratta di uno strumento musicale inventato da Lev Sergeevic Termen, con una interfaccia invisibile, tra i primi esperimenti di interfaccia senza schermo. Si tratta, infatti, di uno strumento che si suona muovendo le mani, nel vuoto, tra due elettrodi.

Google, l’anno scorso, ha lanciato il Doodle in onore del compleanno di Clara Rockmore, 9 marzo del 1911 che fu la migliore interprete dello strumento. Nel 2016 si è avuta una lezione interattiva sullo strumento elettronico dopo il quale gli utenti hanno potuto “giocare” suonando e provando i suoni del theremin.

Lev Sergeevic Termen, l’inventore del theremin

Lo strumento è stato inventato da Lev Sergeevic Termen (da cui il nome occidentalizzato Theremin) nel 1920. E poi è stato brevettato negli Stati Uniti nel 1928. Ma fu Clara Rockmore che ha rivoluzionato lo strumento. Al suo 105° anniversario dalla nascita (nel 2016) che è stato dedicato il Doodle.

Chi non conosce, visivamente, lo strumento ne riconoscerà, sicuramente, il suono in alcune musiche e sigle di Startrek (Original Televison), o dei Beach Boys in Good Vibrations 50th Anniversary.

Lo strumento comunque è stato pensato come strumento elettronico per musica da camera classica, spesso accompagnato dal pianoforte.

Clara Rockmore

Clara Rockmore fu la più giovane studentessa di violino accettata nel Conservatorio Imperiale di San Pietroburgo. Aveva appena 4 anni. Purtroppo, poco prima del suo debutto concertistico in America, dove la famiglia era fuggita nel ’21, Clara fu colpita da una artrite al braccio destro. Fu costretta a smettere di suonare il violino a livello professionistico.

Per fortuna, Rockmore incontrò Termen che la invitò a suonare la sua invenzione.

“Sono rimasta affascinata dall’estetica dello strumento, dalla bellezza visiva e dall’idea di suonare nell’aria e mi è piaciuto il suono. Ho provato, ed ho subito mostrato una certa naturalezza nel manipolare lo strumento. Presto Lev Sergeyevich mi diede, in regalo, il modello di theremin RCA. “

Clara Rockmore sviluppò la sua tecnica e alla fine continuò a suonare con la Philadelphia Orchestra. Rockmore, inoltre, convinse Termen a riprogettare l’originale theremin. Per renderlo più preciso, fece ampliare la gamma dalle tre ottave originali, a cinque ottave.

Se vuoi avere qualcosa di fisico a casa, ci sono questi due cd da acquistare Clara Rockmore S Lost Theremin Album e Musica Per Theremin sempre di Clara Rockmore.

 

Il Theremin

Il TIME riporta, in un articolo del 1928, che il theremin è molto simile a una radio.

Come un radioamatore può creare uno stridio muovendo la mano sulle parti non protette e quindi alterando la tensione elettrica di tutto l’insieme, così il professor Theremin altera la tensione dei campi elettro-magnetici all’interno della sua scatola. La precisione con cui ha costruito il suo strumento gli permetteva di estrarre, non gli strilli di un dilettante, ma i suoni armoniosi della musica.

Lo strumento viene suonato muovendo la mano destra da destra, per i toni più alti, verso sinistra, per i toni più bassi. Il volume è controllato dalla mano sinistra che può anche realizzare un suono più vibrato e ricco.

I theremin oggi

I Theremin sono strumenti davvero curiosi. E pare che qualcuno sia disposto a comprarli. Per un MOOG etherwave Theremin Sintetizzatore analogico si spende tra i 300 e i 550 euro. Oppure è possible provare a costruirne uno ottico con un SNAP CIRCUITS SOUND.

Nel 2016, per raccontare lo strumento si sono mossi il Telegraph, che ha scritto un articolo su Clara Rockmore. In Italia, su Wired è stato proposto una raccolta di 10 strumenti mai o poco visti.

Per chi invece volesse approfondire ulteriormente il tema, consiglio la pagina della Treccani.it.

l’intervista a Enrico Cosimi realizzata da Musicalnews.

Aggiornamento 8 marzo 2017

Claudio Chianura, su twitter mi segnala il libro con CD Audio inedito Le pioniere della musica elettronica. Non l’ho letto ma presto lo avrò a casa mia.