Perché i chatbot falliscono senza architettura dell’informazione

I chatbot e l’architettura dell’informazione devono trovare presto un punto di contatto. Senza architettura dell’informazione, infatti, penso che i singoli chatbot creati senza una progettazione moderna siano destinati al fallimento. A detrimento anche del genere di tecnologia che non troverà il giusto riconoscimento negli utenti.

Lo so che è chiedere troppo. In Italia si ha ancora difficoltà a richiedere la progettazione di un sito web, figurarsi la progettazione di un chatbot. Però bisogna cominciare quanto meno a dirlo. Altrimenti la voce degli scettici si alzerà sempre più forte.

Oggi, in tanti sono a lavoro nella creazione di chatbot. L’impegno è prettamente ingegneristico per la comprensione della nostra voce, e di sviluppo. Non c’è ancora spazio per la progettazione così come avviene negli Stati Uniti o in Giappone.

Chatbot senza progettazione

Mi giungono da più parti segnalazioni di creazione di chatbot. E devo dire che queste persone hanno tutta la mia stima. Intanto perché i loro tentativi sono elementi di studio e di approfondimento, anche da parte mia. E poi perché nello sviluppo di un chatbot si richiedono delle conoscenze digitali elevate.

Io stesso sto studiando il modo di sviluppare chatbot e fare il passo successivo alla progettazione. Però pensare di svolgere ogni parte del processo da solo non è del tutto sensato.

Quando parlo di progettazione e di ricerca che preceda la realizzazione del prodotto, intendo anche che il risultato della progettazione potrebbe portare alla conclusione che non sia necessario/utile creare un chatbot. Un elemento questo che viene poco valorizzato. Se invece risultasse necessario e utile all’azienda o al servizio, allora si potrebbe proseguire con il come sviluppare questa tecnologia.

Sviluppo vs progettazione

Così come in passato i siti web erano creati da bravi informatici che sviluppavano il sito web, oggi, sempre gli sviluppatori si occupano della creazione di chatbot e bot. Io capisco che è frustrante per uno sviluppatore farsi dire quello che deve fare “per andare dove deve andare”. Ossia è frustrante farsi indicare la direzione, visto che poi i problemi tecnici per raggiungere determinati obiettivi è tutto sulle sue spalle.

Ma è la frustrazione di tutti i lavori tecnici e artigianali. Ed è per questo che io penso sempre ai miei progetti come il contenitore di una squadra che lavora insieme. Senza una gerarchia ben precisa ma con immensa stima reciproca e fiducia nelle capacità degli altri.

Non c’è o non ci dovrebbe essere uno sviluppo contro la progettazione. Ma ci dovrebbe essere un lavoro comune per obiettivi comuni.

Perché creare un chatbot?

Chi mi segue da più tempo sa che prima di usare uno strumento o fare qualcosa, io chiedo sempre il perché si vuole usare quello strumento o perché si vuole fare qualcosa. Rispondere a questa semplice domanda ci dice già se ne vale la pena o no. Se la nostra risposta non soddisfa neanche noi, perché dovrebbe soddisfare i nostri utenti?

Eppure a me pare che la risposta non è focalizzata sul perché ma su chi risponde.

Se si tratta di uno sviluppatore, infatti, la risposta è che i chatbot sono il futuro, che la tua azienda ha bisogno dei chatbot, che il mercato sta iniziando a richiedere chatbot e che devi essere il primo nel tuo campo ad avere un chatbot.

Corsa all’oro?

Si tratta di una vera e propria corsa all’oro. Dove l’oro equivale ad un materiale sconosciuto che non è mai stato usato e di cui non si conoscono ancora i veri vantaggi. E se è vero che essere i primi tecnologicamente significa avere un vantaggio anche economico, non ha senso essere i primi a deludere i propri clienti.

E’ opportuno dunque iniziare a chiedersi perché i chatbot falliscono.

Quello che stiamo vedendo ora è una corsa all’oro di aziende che cercano di essere i primi nella loro categoria per implementare con successo un bot. In questo processo, vedremo una pletora di bot che stanno risolvendo molti casi d’uso irrilevanti, o che fanno vivere esperienze veramente povere.

Questo, oggi, a mio parere, è totalmente deleterio per i chatbot. Perché quando l’utente resta deluso dal chatbot, disinstalla il bot e difficilmente lo reinstallerà.

Si vedano per esempio alcuni chatbot di giornali che hanno assillato per un po’ i loro lettori. Che scopo hanno avuto? Che utilità per i lettori? Per quanto ne so, hanno fatto accrescere lo scetticismo tra coloro che hanno avuto la curiosità di provarlo. O no?

Un chatbot una funzione

Lo ripeto. Oggi noi siamo ad un bivio. I chatbot in molti casi stanno fallendo. I pochi casi di successo si vedono quando il chatbot rientra all’interno di un sistema ed è uno dei tanti canali usati per distribuire informazione. Lo spiegavo nell’articolo sull’architettura dell’informazione conversazionale. Le aspettative sono altissime e la risposta non è sempre all’altezza di queste aspettative.

Ecco perché è necessaria anche tanta trasparenza. I bot e i chatbot di maggiore successo, sono quelli in cui è chiaro che l’utente sta chiacchierando con la macchina. Questo significa che se la macchina sbaglia, l’utente sarà più indulgente.
Gli assistenti vocali sono una realtà. Ma la loro diffusione è da maneggiare con cura.

Alcune persone sostengono che i chatbots sono i nuovi siti web e che uccideranno il 99% delle applicazioni sul web, prevedono che le interfacce di conversazione sostituiranno presto i modelli di progettazione pixel centrici che abbiamo usato per decenni nel nostro lavoro.

Ma è davvero così?

Perché i chatbots falliscono?

Alla base dell’uso dei chatbot c’è l’automatizzazione dei processi.

Cosa possiamo automatizzare? Le conversazioni uno a uno? A mio parere alcune conversazioni uno a uno funzionano, altre no. Pensare che tutte le conversazioni possano funzionare, significa aver saltato la progettazione e trovarsi già nella fase di sviluppo.

In questo processo, i progettisti hanno un ruolo importante per definire ogni conversazione come una sceneggiatura. E nell’interazione uomo macchina è necessario definire i comportamenti degli utenti. Senza questo tipo di approccio, penso sia difficile trovare una funzione chiara.

Il mito dell’intelligenza artificiale

Anche in questo blog e nei vari canali social ho parlato e segnalato notizie riguardanti l’intelligenza artificiale. L’argomento è correlato, perché più l’intelligenza artificiale sarà alla portata di tutti, più gli assistenti vocali risponderanno al meglio.

L’intelligenza artificiale, quella vera che risolve problemi complessi, esiste, ma non è ancora accessibile. E La stragrande maggioranza dei chatbots non sono in realtà intelligenti. Sono costruiti sulla base di una logica di decisione ad albero, in cui la risposta data dal bot dipende da specifiche parole chiave individuate nell’input dell’utente.

Se l’ingresso dell’utente contiene ‘negozio’ o ‘acquistare’;
Allora inviare un messaggio con la lista dei prodotti

Ciò significa che i tipi di decisione ad albero dei bot, in realtà, non dipendono dal bot stesso, ma dalla intelligenza, pazienza, e accuratezza del progettista / programmatore /sviluppatore che lo ha creato. Tanto più è accurato, tanto più il bot anticipa i potenziali casi d’uso dell’utente.

I Motori di ricerca con capacità di apprendimento dei linguaggi naturali sono ancora abbastanza rari.

Giochiamo con i chatbot

Che si giochi con i chatbot non è qualcosa di negativo. Anzi. Coloro che oggi fanno gli sviluppatori, hanno iniziato la loro formazione da giocatori di videogames. Certo, c’è chi ci giocava e continua a giocarci. Ma grazie all’uso del gioco, qualcuno si appassiona e il gioco diventa lavoro.

Il gioco poi è una cosa seria! Giocando possiamo sbagliare con più facilità, possiamo commettere tanti errori senza la paura di una punizione. E quindi essere maggiormente creativi.

I bot non capiscono il contesto

Le capacità conversazionali degli esseri umani sono qualcosa di estremamente complesso. Ma conversazione è una nostra specializzazione. Una capacità che l’uomo ha affinato nel tempo.

Comprendiamo il sarcasmo, siamo in grado di leggere tra le righe, e lavoriamo sempre utilizzando le informazioni contestuali quando diamo a qualcuno una risposta.

I Chatbots, invece, hanno molta meno affordance dei siti web e delle applicazioni. E dunque le parole devono lavorare di più per fornire maggiore chiarezza, coerenza e utilità per l’utente. Si tratta di un cambiamento di paradigma anche per i progettisti.

Da dove cominciare?

I punti di partenza possono essere diversi. La convergenza però dovrebbe essere sempre e comunque l’utente.

Io personalmente ho cominciato dall’architettura dell’informazione. Dalla progettazione.

Negli Stati Uniti si è cominciato dalla creazione di squadre di lavoro con professionalità diverse tra cui architetti dell’informazione e sviluppatori in primo piano. Ma anche sceneggiatori, speakers radiofonici, attori teatrali, esperti di SEO ed esperti di nicchie di riferimento. Gruppi di lavoro con la capacità, la possibilità e la volontà di sbagliare.

Poi c’è tanto studio e tanta pratica da fare, ma questo mi pare ovvio. E magari cominciare a pensare a questo blog come il punto di incontro di queste squadre. Chissà!

Le music experience di Airbnb

Le music esperience di Airbnb sono già state lanciate, annunciate e riprese dalla stampa. Io arrivo per ultimo. Ma spero sempre di riuscire a raccogliere i pensieri e le riflessioni più utili per chi ha già letto e sa di cosa parlo e per chi invece ha tutto da scoprire.

Le music esperience sono un nuovo programma di Airbnb, che permette ai clienti di accedere a concerti dal vivo in modo esclusivo. Lo segnalava Andrea Borraccino su DataMediaHub.it di Pier Luca Santoro.

Lo scopo, a quanto pare, è quello di allargare il bacino di utenza e di variare il business di Airbnb.

Al momento le esperienze proposte da Airbnb sono tutte americane. E le esperienze musicali sono in fase di sperimentazione. Però non ho dubbi che il fattore esclusività, farà esplodere il fenomeno.

Architettura dell’informazione di Airbnb

Airbnb, per quanto riguarda l’architettura dell’informazione e non solo, è una delle aziende tecnologiche da tenere d’occhio per la sua attività sul web. Già mesi fa scrivevo e parlavo di AirBnB. Grazie alla versatilità e robustezza della sua struttura gli è (stato) possibile attuare una architettura dell’informazione in stati di emergenza. Qualcosa di utile che mette in contatto gli utenti, in modo versatile e utile, crea una comunità e mette in rete azioni reali. E ancor di più, anche in modo veloce.

Airbnb ultimamente poi, sembra aver messo l’acceleratore sull’esperienza. Confermando quanto gli architetti dell’informazione predicano da tempo. La progettazione dell’esperienza e la felicità dell’utente, vanno messi al primo posto in tutte le attività di business e no.

Airbnb Design

Airbnb non è impegnata nella costruzione di nuove case o alla ricerca di luoghi eccezionali dove trascorrere una vacanza. No. Queste attività sono eseguite dalle persone reali. Il sistema reale alimenta la rete online messa su da Airbnb. E la società, infatti, si occupa di connessioni, di creare relazioni, di creare ponti.

Airbnb scrive di se stessa

Airbnb trasuda design. Due dei suoi cofondatori sono designer e l’apprezzamento per la potenza del design è in tutto ciò che facciamo. Persino le nostre dashboard interne hanno una splendida grafica. Secondo noi il design ha a che vedere più con il comportamento e l’emotività che con l’efficacia e la funzionalità. Insieme formiamo un grande team che lavora per indicare una direzione e ottenere risultati di grande maestria, perfetti nei minimi dettagli. A fianco del team di progettazione, ci muoviamo rapidamente, ma, allo stesso tempo, abbiamo abbastanza tempo e spazio per creare idee innovative e di ampio respiro. Amiamo la semplicità, ma anche quel certo gusto per il capriccio. Ti sembra di riconoscerti? Unisciti a noi.

Vogliamo attrarre i migliori designer del mondo e stiamo attivamente ricercando i migliori candidati. Visita il nostro blog del design all’indirizzo Airbnb.Design, troverai maggiori informazioni sul nostro lavoro e la nostra cultura.

AirBnB ti fa sentire a casa tua

Sul sito AIGA si parla di come l’utilizzo della User Experience punti a far sentire gli utenti come se si trovassero a casa loro.

Rivoluzionando l’UX, come Airbnb sta facendo, gli utenti si sentono a casa. Si tratta di un cambio di mentalità, un cambio di paradigma che porta diverse squadre provenienti da prospettive globali ad unirsi per uscire dai confini trascendentale.

La prima attività di Airbnb è, forse vi stupirà, il design e l’applicazione di professionalità fortemente rivolte all’utente. Insomma Airbnb si occupa di progettazione user center design.

“Il design è preso molto seriamente qui,” dice Alex Schleifer, VP del design. “E’ allo stesso livello di gestione del prodotto o di marketing.”

Come si lavora in Airbnb

Nella sede di San Francisco di Airbnb, lavorano oltre 120 progettisti suddivisi in cinque squadre. Ricerca, progettazione del prodotto (designer UX), contenuto (scrittori), traduzione globale, e il gruppo per le operazioni di progettazione (project manager e architetti).

Schleifer racconta che alla base del successo c’è il fatto che la squadra di ricerca è una squadra interna all’azienda.

Da un lato dunque lavorano come se lavorassero per una ditta. Dall’altro lato però il cliente è all’interno della squadra e l’adesione al progetto è totale da parte di tutti. Questo permette di studiare meglio l’impatto di ciascuna scelta, affrontare nell’immediato le sfide da affrontare e risolvere i problemi man mano che si presentano.

Se lavorate in una agenzia, per sapere come si evolve e si sviluppa il vostro progetto, forse dovrete aspettare un anno.

Airbnb si evolve e si aggiorna continuamente. Sia per migliorare l’esperienza dell’utente, sia per costruire strumenti utili ai dipendenti e alla intranet. In questo modo

i progettisti, sia attraverso l’ufficio o in tutto il mondo, sono in grado di cambiare qualcosa e di ricevere feedback dal sistema.

Ovunque ci si trovi, chi lavora su Airbnb può correggere, aggiornare e far funzionale le cose. Lo strumento principale è l’app Airshots. Una app capace di apparire su qualsiasi schermo, su qualsiasi dispositivo in qualsiasi lingua.

Airshots

I progettisti di Airbnb sono dunque sempre a lavoro. L’attenzione per l’usabilità e l’esperienza utente porta ad una costante compromesso tra forma e funzione. Schleifer intervistato dice.

E’ la sfida eterna, assicurare che si integri la visione creativa con quella di una grande esperienza utente. Gran parte del nostro lavoro di progettazione è tipografica. Pensiamo molto ai colori, al linguaggio e allo spazio bianco. Ci chiediamo continuamente se possiamo mostrare questo lavoro a chiunque e se è compreso e ben usato. Si tratta di un po’ di arte e un po’ di scienza.

Vogliamo creare piccoli momenti di gioia ogni tanto, proprio per ricordare che si sta utilizzando qualcosa di diverso. Il modo in cui si passa da una pagina all’altra, o come si anima un’icona, o i messaggi che di leggono quando si effettua un pagamento.

La nostra missione è quella di creare un sistema in cui chiunque può andare ovunque.

Ma anche dare la possibilità a chiunque di mettere in mostra la propria casa e se stessi in sicurezza.

Music experience di Airbnb

E’ in questo contesto lavorativo che nascono le music experience. Mi viene da dire che non poteva essere altrimenti. Airbnb è indirizzata alla costruzione continua di relazioni, di relazioni sicure, di ricerca di felicità, di ricerca di intimità. E tutte queste caratteristiche sono pienamente soddisfatte dalla musica.

La musica crea comunità, fa emergere o mete in luce comunità già esistenti. La musica mette insieme le persone e crea legami, ponti, connessioni.

Borraccino spiega

Nel concreto, il sistema permetterà di mettersi in lista per un evento nella città desiderata. Se tra i prescelti, si potrà acquistare il biglietto per una manciata di dollari senza sapere fino alla sera prima la location o, addirittura, l’artista sul palco. Il tutto accompagnato dalla richiesta di portare con sé una bottiglia da condividere con gli altri spettatori. Sharing economy fino al midollo.

Brian Chesky, Ceo di Airbnb ha commentato

La musica è uno strumento incredibile per unire le persone. Attraverso la piattaforma saremo capaci di sostenere gli artisti locali portando i fan ai loro eventi e portando la loro musica in tutto il mondo.

Conclusioni

Dovrebbe dunque essere chiaro che Airbnb è quello che è perché usa la progettazione come strumento principale di sviluppo. E’ il design, la sua applicazione e la sua continua ricerca a far crescere ogni giorno Airbnb. Le music experience sono la naturale conseguenza di un percorso, di una ricerca e del continuo contatto con i propri utenti.

Porto con me quattro parole: progettazione, connessione, esperienza ed esclusività.

Quattro parole semplici ma non banali. Anzi, sono parole che portano con se la complessità che stiamo vivendo. E questo da architetto dell’informazione non può che affascinarmi.

 

Fake news e social

Fake news e social secondo alcuni pare che vadano di pari passo. Sul blog, dopo aver parlato di fake news in senso strutturale e dopo aver sottolineato l’importanza degli ambienti semantici concludo il discorso parlando del contesto sui social. Premetto sempre, per chi non mi segue settimanalmente, che temi di questo genere non possono essere esaustivi con un solo articolo. E ovviamente ciò che riporto è il frutto del tempo e degli stessi algoritmi che mi fanno conoscere determinate cose e non altre.

Nella prima stesura di questo articolo sono spesso uscito fuori tema andando a toccare  elementi più giornalistici. Ma ho preferito affidare ad altri contesti le mie opinioni su informazione, fake news e social e qui restare nell’ambito strutturale. Mi piacerebbe, infatti, che alla fine di queste tre settimane, dopo la lettura degli articoli

i miei lettori avessero le idee chiare sul punto di vista di un architetto dell’informazione. O quanto meno avere uno strumento in più per riflettere sul tema. O per codificare il problema di cui sempre più spesso si parla.

AGGIORNAMENTO 13 Aprile 2017 ore 00.25

Comunicazione di Facebook agli utenti su come riconoscere e verificare una fake news.

E’ interessante che proprio oggi ricevo una notifica da parte di Facebook che mi aggiorna sul lavoro che Facebook sta facendo per fermare da disinformazione e le fake news e un decalogo su come scoprire le fake news.

Raccolgo alcuni punti interessanti per il blog

  1. Investigate the source. Ensure that the story is written by a source that you trust with a reputation for accuracy. If the story comes from an unfamiliar organization, check their “About” section to learn more.

  2. Is the story a joke? Sometimes false news stories can be hard to distinguish from humor or satire. Check whether the source is known for parody, and whether the story’s details and tone suggest it may be just for fun.

  3. Some stories are intentionally false. Think critically about the stories you read, and only share news that you know to be credible.

Fake news e social

I social sono un ambiente complesso e lo scenario che presentano non è qualcosa da poter spiegare analizzando un solo pezzo. Qualunque discorso facciamo sui social è sempre di parte e parziale. Parlare di social significa parlare del mondo. Per questo motivo sottolineo il fatto che personalmente cerco di guardare allo scenario dei social e di restringere (con fatica) la discussione all’elemento strutturale.

E seppure in alcuni punti, il mio discorso possa sembrare semplice o semplicistico, la distinzione tra notizia vera e falsa non è cosa banale. Distinguere una notizia falsa da una vera richiede uno sforzo culturale non indifferente e una conoscenza specifica sui vari temi proposti.

Facebook

Parlare di social significa, in buona parte, parlare di Facebook. E i social, così come Facebook, non sono contesti coerenti per gli utenti. I social sono contesti coerenti per i proprietari e per la raccolta dei dati di chi frequenta i social. L’architettura dell’informazione di Facebook è una architettura che io definirei anfibia. Respira e assorbe utenti e poi li trattiene dentro. Un po’ come la balena di Pinocchio.

Attraverso l’uso di algoritmi specifici è volta a tenerci dentro le mura del social. La convenienza specifica di facebook, come la chiama Alberto Puliafito

è farci star dentro Facebook.

In un certo senso, Facebook vuole diventare internet.

Interesse di Facebook è raccogliere dati, tutti i dati possibili e immaginabili, da rivendere.

Architettura dell’informazione di Facebook

Non c’è mai stato nessun interesse a spiegare la realtà. Facebook non si è neppure dato il compito di organizzare le informazioni per creare contesto. Il contesto, invece, diventa molto coerente quando paghiamo Facebook per sponsorizzare un nostro post. Non c’è nessuna possibilità di ambiguità. Vai a colpire con il tuo messaggio, se lavori bene, le persone che potenzialmente sono interessate.

Nel contesto pubblicitario, l’utente pagante riesce, con molta facilità a compiere tutte le azioni che lui vuole fare per raggiungere il suo obiettivo.

L’architettura dell’informazione dei social varia da social a social. Così come l’architettura dell’informazione dei social è diversa dall’architettura dell’informazione di un forum o di un blog. In questi tre contesti le dinamiche di partecipazione sono diverse. E di conseguenza l’utente si comporterà diversamente.

Ridistribuzione della rilevanza

Federico Badaloni ce lo spiega, sempre con la sua chiarezza.

Ci sono degli ambienti che forzano le persone a comportarsi in un certo modo,  gli ambienti in cui abitiamo ci portano ad agire in un certo modo.

Facebook è una macchina della rilevanza? Gli architetti dell’informazione di Facebook hanno progettato quell’ambiente in modo che il concetto di rilevanza si appiattisse sul concetto di interesse individuale.

E’ possibile progettare un social media senza che accada questo? Forse twitter ha delle dinamiche in cui la possibilità democratica di creare un hashtag si avvicinano alla possibilità quello che per una comunità è interesse collettivo e non interesse individuale.

Coerenza e ambiente semantico

I social dunque, è chiaro che non possono essere coerenti se non con se stessi. La nostra stessa rete sociale non è coerente. Tra i nostri “amici sociali” abbiamo persone che la pensano diametralmente all’opposto. E che magari nella realtà non frequentiamo o non abbiamo mai incontrato. All’interno dei nostri gruppi o comunità, ci sono persone che hanno una cultura diversa, istruzioni dissimili. Senza contare che le persone non sono completamente rosse o blu, bianche o nere. C’è chi usa i social per lavoro, chi per svago, chi per ridere. E questo tra persone che sono ben identificate. Per non parlare dei trolls di professione o chi apre un account social per condividere sofferenza o per sfogare le proprie, frustrazioni o rabbie. Moltiplicato per i milioni di account che vivono sui social è facilmente comprensibile che gli ambienti semantici siano complessi e molteplici.

Ritornando a noi e agli ambienti semantici, verificare le notizie, non solo significherebbe verificare le notizie in sé, che ci vengono proposte dai nostri contatti. Che poi sarebbe la cosa, paradossalmente, più facile. Ma significherebbe anche comprendere a quale ambiente semantico e a quale contesto appartiene la notizia.

La bacheca è il nostro pulpito

La facilità di parola offerta dalle nuove tecnologie pone subito tutti noi su un pulpito dove poter arringare la folla con il proprio pensiero. Facebook con le sue imboccate pone quel pulpito al centro delle nostre case. Su Facebook, non sempre leggere l’altrui pensiero è un atto volontario e voluto.

Qualcuno definisce questi comportamenti tic della comunicazione digitale da cui si fa fatica a sfuggire.

Saranno anche tic, ma personalmente penso che si tratti di progettazione. Nella progettazione di un social si garantisce la possibilità di parola a chiunque e su qualunque cosa. Oggi magari non ci pensiamo più perché la struttura dei commenti è cosa ovvia e predicata ma la possibilità di commentare o meno è una decisione che prende chi progetta e costruisce il social, il blog o il sito.

La possibilità di commentare o non commentare un sito istituzionale è una volontà progettuale. Nei fatti poi è una scelta politica e non certo comunicativa.

I commenti sui social

I social sono luoghi di dibattito e di dialogo. Generalmente il dibattito non è mai un dibattito profondo. Non perché non ci sia la volontà di questo profondità. Ma perché mancano molti elementi che impediscono la comprensione del contesto. Quando commentiamo, con chi ci stiamo confrontando? Con chi stiamo parlando? Gli altri ci conoscono?

Anche in gruppi molto coerenti, la discussione spesso degenera. Le incomprensioni sono dietro l’angolo. Basta una incomprensione, una parola di troppo, un aggettivo scorretto. Basta persino un refuso per sviare la discussione e far perdere il significato di pensiero che si voleva sottolineare.

Nei commenti, a mio parere, mancano tanti elementi di conoscenza delle relazioni. I cosìdetti filtri, non sono altro che le normali regole di convivenza che spesso sui social si abbattono.

Ci vorrebbe un moderatore e non abbandonare i lettori al loro destino. Ma questa è un’altra storia.

Auto conferma, contesti reali, censura

Un social potrebbe essere paragonato ad una macchina fotografica? Forse si. Per certi versi si. Esso focalizza la nostra attenzione su determinate immagini. Descrive certamente una porzione del reale ma, nello stesso tempo, impedisce di vedere e di osservare tutto quello che nella realtà è possibile vedere. Senza considerare il fatto che l’algoritmo di un social, tende a confermare tutto quello che noi diciamo. Autoconfermando il nostro pensiero.

In contesti reali abbiamo molte più informazioni. Abitudini, educazione, pudore, introversione o estroversione ci portano a confrontarci con l’altro in modo più o meno civile, secondo determinate regole di contesto. Tutto la parte di linguaggio di non verbale, ci aiuta nel confronto con l’altro.

Rosy Battaglia, sul suo profilo social, ricorda

“La nostra vita è divisa fra due mondi diversi: online e offline, connessi e disconnessi. La vita connessa è in gran parte priva dei normali rischi della vita. Se non ti piace l’attitudine di altri, smetti di comunicare con loro, li disconnetti. Quando sei offline, e incontri per forza le persone reali, devi affrontare il fatto che la gente è diversa, che ci sono molti modi di essere umani. Devi affrontare la necessità del dialogo, devi impegnarti in una conversazione con loro”.

Zygmund Bauman, tratto da “La teoria svedese dell’amore”.

La necessità del dialogo e l’impegno alla conversazione. Insomma, probabilmente, in presenza, non saremmo così pronti e violenti a puntare il dito su un professionista (o collega) che si è trovato in una situazione di emergenza.  Dal vivo avremmo più chiarezza di giudizio. Avremmo magari un tono di voce più pacato, maggiori possibilità di interazione con l’interessato e chiarimento immediato (e non asincrono, come spesso accade).

Il bollino rosso di Facebook

A conferma di quanto scrivo mi viene in aiuto la recente notizia della comparsa di un bollino rosso che aiuterà gli “amici” di facebook a capire se una notizia è vera o falsa o sicuramente dubbia. In pratica, Facebook ha iniziato una collaborazione con due società di fact checking. Si tratta della Snopes.com e PolitiFact. Entrambe le società che si occupano di verificare le notizie, stanno studiando il modo di bonificare l’ambiente. Ogni qualvolta ci sarà una notizia falsa, segnalata dagli utenti o messa in discussione dalle due società, sulla notizia comparirà un bollino rosso. Questo, insieme alla dicitura disputated, dovrebbe segnalare a chi legge che la notizia che stiamo leggendo è probabilmente falsa.

Tutto molto bello e fin troppo facile. Peccato che la prima notizia da bollino rosso sia stata la notizia di un giornale satirico. La notizia afferma che “le fughe di notizie sui servizi segreti che preoccupano la CIA e Donald Trump, siano causate dall’uso di uno smartphone Android da parte del Presidente degli Stati Uniti”.

La notizia è falsa. Una bufala. Per chi non ha una cultura digitale adeguata risulta anche verosimile. Ma resta comunque falsa. La notizia è stata scritta in un contesto satirico. Ed è stata scritta per far sorridere o ridere. Chi legge un giornale chiaramente satirico, sa in quale contesto sta entrando, sa che tipo di notizie troverà, conosce quale trasmissione di senso gli stanno offrendo gli autori di quel giornale o di quel sito.

Conclusioni

Pare dunque che questa quantità abnorme di informazioni che dovrebbe essere la nostra fortuna, ci si stia ritorcendo contro.

L’architettura dell’informazione, come ho già detto, non sarà la panacea di tutti i problemi, ma sicuramente è la disciplina che più di altre ha in se l’obiettivo di costruire argini alla sovrabbondanza informativa.

A mio parere un modo per ristabilire l’equilibrio tra informazione e conoscenza può aversi praticando quotidianamente la ricostruzione di contesti chiari, usabili, accessibili e trovabili a tutti i livelli.

Si può iniziare da uno studio sistematico dell’architettura dell’informazione o molto più banalmente rinunciare alla condivisione di notizie che noi stessi riteniamo dubbie e fuori dal contesto.

Questa è una pratica crudele. Si tratta di mettere in dubbio la fiducia delle persone che frequentiamo sui social. Rinunciare a qualche link significherà rimettere ordine al contesto. Almeno al nostro contesto, per un riequilibrio tra fake news e social, tra verità e social. Tra noi e il mondo.