MP3 La vera storia

Mp3 è la sigla di un algoritmo.

Mp3 sta per Moving Picture Expert Group-Audio Layer III.

Si tratta della codifica di un file audio compresso. Al di là delle sigle tutti coloro che ascoltano musica ne fanno uso e ne conoscono l’estensione .mp3.

In pochi, invece, si chiedono la vera storia del formato audio più famoso del mondo. Come è nato, chi è il vero fondatore, come e perché si è sviluppato e diffuso così nel mondo.

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L’Mp3 è morto?

Il 23 aprile 2017 il Fraunhofer Institute for Integrated Circuits IIS ha annunciato che sono stati dismessi definitivamente gli sviluppi relativi ad alcuni brevetti e licenze dell’mp3.

Si legge nel comunicato.

Ringraziamo tutti i nostri licenziatari per il loro grande supporto nel rendere l’mp3 il codec audio nel mondo, negli ultimi due decenni.

Anche se ci sono codec audio più efficienti con funzioni avanzate disponibili oggi, l’mp3 è ancora molto popolare tra i consumatori.

E i quotidiani hanno dato la notizia della morte dell’mp3 tranquillizzando, comunque, sul fatto che i lettori mp3 di cui siamo in possesso, continueranno a funzionare.

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L’mp3 è vivo!

Questa non è la prima volta che l’mp3 sia stato dato per morto. La prima volta, come vedremo, la dichiarazione di morte (che non ebbe la stessa visibilità) distrusse l’industria musicale e cambiò il modo di fruire della musica.

Vedremo cosa accadrà ai nostri giorni. Le major sperano che questo sia un nuovo inizio. Infatti, dopo i primi articoli e gli annunci della morte del formato audio mp3, si è fatta leggermente marcia indietro. Infatti la Fraunhofer, dopo il comunicato del 23 aprile, il 18 maggio ha dovuto precisare che l’mp3 è un formato che continuerà ad esistere. E che semplicemente il laboratorio tedesco di psicoacustica ha smesso di aggiornare e sviluppare il formato. Così come riportato dall’Internazionale.

In realtà l’mp3 sta benissimo, è solo scaduta la licenza d’uso negli Stati Uniti (in Europa lo era da diversi anni) e quindi le aziende del settore musicale possono usare questa tecnologia senza pagare una licenza. Il Fraunhofer Institute ha quindi deciso di interrompere il supporto al progetto mp3 e concentrarsi su nuovi standard audio.

Insomma, siccome alcune licenze dei brevetti (attenzione, non tutte) sono diventate libere, e non vengono versati più soldi nelle tasche della Fraunhofer e del vero inventore dell’mp3, questi non lavoreranno più su questo formato. Dedicandosi ad altri formati redditizi.

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L’mp3 senza storia

La storia dell’mp3 ha dell’incredibile. Ma ancor più incredibile, a me è parso, che a nessun giornalista (in Italia) sia mai importato raccontare questa storia. Chissà perché. Tutti gli articoli che ho letto a riguardo, dopo un breve accenno sulla presunta data di nascita, vanno a parare da un’altra parte. Personalmente, invece, mi sono appassionato a questa storia e penso che anche i miei lettori si appassioneranno. E magari, condivideranno questo articolo, persino citandomi come fonte. E comunque, almeno per quanto ne so, questo è il primo articolo in italiano che racconta la vera storia dell’mp3.

Andando a cercare, ho letto la storia dell’mp3 scritta da Stephen Witt, un giornalista americano il cui libro How Music Got Free: The Inventor, the Music Man, and the Thief è uscito a giugno del 2016 negli Stati Uniti. In Italia è edito da Einaudi con il titolo Free. Si tratta di un’indagine giornalistica che va alle radici della crisi dell’industria musicale e ne racconta diverse vicende. Emblematico il sottotitolo. “Cosa accade quando un’intera generazione commette lo stesso reato”.

Le recensioni sul libro parlano in particolar modo sull’ultima parte del libro. Ossia parlano riguardo la storia della pirateria. Anche Paolo Armelli su Wired (l’articolo, purtroppo, è stato cancellato) parlando del libro racconta di come l’avvento dell’mp3 abbia cambiato l’industria musicale. O meglio, di come sia stata distrutta l’industria musicale, partendo da un file che permetteva di condividere brani musicali su internet.

Ma Stephen Witt, a mio modesto parere, fa un lavoro storico giornalistico più profondo.

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La vera storia dell’mp3

La storia dell’mp3 è la storia di un lungo lavoro durato, in totale, 15 anni e forse più. Studio e lavoro svolto da un ingegnere, già bello grandicello, pagato dallo Stato con uno stipendio da impiegato (tedesco). Karlheinz Brandenburg.

L’mp3 ha richiesto, prima 10 anni intensi di sviluppo vero e proprio, dal 1980 al 1990. E poi la testardaggine di diffondere il formato. La sperimentazione sul nuovo algoritmo comportava l’applicazione di complessi studi matematici e di psicoacustica. Numerose furono le menti europee che parteciparono allo sviluppo. Questi scienziati studiarono, con passione e abnegazione, il modo di rendere un file audio un file come lo conosciamo oggi.

Brandenburg fu avviato a questi studi dal suo relatore di tesi il prof. Dieter Seitzer, che a sua volta era stato avviato allo studio di una strana disciplina chiamata, appunto, psicoacustica. L’iniziatore di questa disciplina fu il professor Eberhard Zwicker.

Sono andato a verificare la veridicità della notizia andando sul sito della IMTC in cui si può leggere che Karlheinz Brandenburg nel 2014 ricevette un premio come capo del progetto che permise la codifica e la standardizzazione del file audio mp3. Insieme al collega Bernd Edler. E nessun riconoscimento, riguardo l’mp3, ha mai ricevuto il nostro Leonardo Chiariglione, sebbene tanti e autorevoli sono stati i premi da lui ricevuti.

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Psicoacustica

Per chi non lo sapesse, la psicoacustica è la scienza, oggi avanzatissima, che studia la percezione del suono nell’essere umano.

Il prof. Eberhard Zwicker dopo decenni di studi ed esperimenti era giunto alla conclusione che l’orecchio umano fosse un organo adattivo. Ci tornerà utile a breve questo concetto.

Il che significava che l’orecchio umano serve e continua a servire per due cose.

  1. comprendere il linguaggio umano

  2. Avvertire l’essere umano di un eventuale pericolo nelle vicinanze.

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Il compact disk

Nel 1982 arriva il supporto Compact disk. Il CD rom, come lo conosciamo ancora oggi. E mentre tutti gridavano alla rivoluzione del suono, l’arrivo del suono perfetto e per sempre, il prof Seitzer pensava si trattasse di un mucchio inutile di dati acustici messi dentro un supporto. Che tra l’altro si può pure rompere. Il prof Seitzer, viaggiava su altri binari, su altri pianeti, già allora pensava ad un jukebox digitale. In quegli anni, infatti, veniva alla luce anche internet. Insomma, Seitzer aveva in mente quello che sarebbe diventato ed è oggi lo streaming. Ossia la musica direttamente a casa nostra. Inutile dire che nessuno comprendeva quello che stesse dicendo. Troppo avanti.

Seitzer tentò di brevettare l’idea ma non vi riuscì. Da un lato non si comprendeva come gestire lo scambio di file e dall’altro lato non si capiva dove mettere questi files audio che per quei tempi erano comunque pesantissimi. Inviare un file audio con una connessione a 12K era una follia tecnica. Senza contare il fatto che fosse certamente antieconomica.

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La sintesi musicale

Gli studi di Brandenburg erano dunque già avviati da qualche anno. Ma fu nel 1986 che Brandenburg trovò un filone inesplorato. E cioè il filone della sintesi musicale.

Il filone era questo. Dato che l’orecchio è un organo adattivo esso non è in grado di sentire tutti i suoni esistenti in natura. Esso, infatti, sente meglio alcune frequenze. Ma altre frequenze non sono udite per nulla.

Il file musicale in formato CD aveva ed ha una valanga di informazioni che l’orecchio umano non riesce a sentire. Il nuovo algoritmo, dunque, doveva identificare i suoni disponibili in una musica ed eliminare tutti quei suoni che l’orecchio non sente.

L’mp3, infatti, viene detto file lossy, ossia che diminuisce il numero di dati presenti sul file, ma che mantiene la qualità audio. Detto in altre parole, mantiene i suoni che noi percepiamo. Obiettivo di tutti i suoi anni di studi furono rivolti proprio a questo. Raggiungere il giusto equilibrio tra il numero di informazioni da mantenere e tutte le informazioni che non erano udite dall’orecchio, da eliminare.

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Mp3 Storia di un fallimento

La storia dell’mp3 non ha avuto grande fascino per i giornali. Anche se a me pare un buon esempio per tutti coloro che si avviano in studi pionieristici e che si sentono incompresi.

La storia dell’mp3 è la storia di 10 anni di fallimenti e di rimbalzi. Intanto si trattò di un lavoro di gruppo. E questo dimostra come la conoscenza vada sempre condivisa. Poi il team che ne studiò la creazione guidato da Brandenburg proponeva periodicamente il nuovo formato a tutte le maggiori case di produzione del mondo e a tutte le istituzioni musicali internazionali. A partire dalla Riaa. Che avrebbero dovuto accettare il nuovo standard.

L’mp3 venne ripetutamente rifiutato e deriso. Fondamentalmente per due motivi. Il primo era che il formato mp3 competeva con altri formati sviluppati direttamente da Philips o dalla Sony. Il secondo motivo era perché alle orecchie dei discografici e degli ingegneri del suono che si occupavano di musica risultava un suono sgradevole, un suono povero. Non vi sembri cosa strana. Anche oggi, mentre scrivo, alcuni cultori audiofili, sostengono che un PC non suoni. Queste persone sono pronti a spendere migliaia di euro, vedi il mio articolo su casse e altoparlanti, per sentire il vero suono. È il fantastico mondo dell’Hi-Fi.

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1995. La morte dell’mp3? No, la morte dell’industria musicale.

Figurarsi, 40 anni fa, cosa pensavano gli audiofili. Il pubblico non avrebbe mai ascoltato un file così ricomposto. Un suono cattivo e, allora, a volte, anche gracchiante. In effetti, i primi esperimenti erano abbastanza deludenti. Il confronto era fatto tra questi files e la qualità dei CD che si affermavano in quegli anni. Il pubblico che acquistava musica aveva ascoltato fino a poco tempo prima gli LP su vinile. Non sentire più il fruscio naturale del vinile che oggi pare stia tornando di moda, era la nuova rivoluzione sonora.

I puristi del suono, così come i produttori musicali, non considerarono e non capirono i veri vantaggi dell’mp3. Già allora non compresero cosa fosse Internet. Figurarsi che la morte dell’mp3 fu data nella primavera del 1995, a Erlangen, in Germania. Una giuria aveva preferito l’mp2 al formato mp3 per la compressione audio.

Questo decreto di morte, apparentemente innocuo, come i dieci anni di bocciatura precedenti, senza che nessuno se ne fosse reso davvero conto, decretò, invece, la fine dell’industria musicale.

Il file AAC

Brandenburg, infatti, dopo 10 anni di studi, ormai diventato direttore della Frahnauer, da un lato si vide tagliare drasticamente il budget sullo sviluppo dell’mp3. Dall’altro lato gli studi sempre più avanzati, sfruttando le nuove e veloci capacità di calcolo che aveva a disposizione, avevano portato alla creazione di un nuovo algoritmo, il file AAC.

L’Advanced Audio Coding è anch’esso un file compresso, ancor più leggero dell’mp3, di una qualità audio sempre pari all’originale. Il file AAC è tra i file che oggi i telefonini usano per registrare e riprodurre il proprio audio.

La nascita del nuovo file con estensione AAC rese il file mp3 un file obsoleto e superato. Siamo nel 1997 e non nel 2017. Cosa fare di tutti quegli anni di studi e di lavoro duro e appassionato, dedicati all’mp3?

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Un lettore di mp3

Prima di dichiarare il fallimento definitivo fu fatto l’ultimo tentativo. Il gruppo di lavoro di Brandenburg fece quello che avrebbe dovuto fare almeno 5 anni prima. E fece quello che avrebbero dovuto fare le major, che da li a poco sarebbero state devastate dall’mp3. Cioè Brandeburg fece creare, per conto proprio, senza aspettare nessuno, un software, un programma, e un encoder che leggesse i file mp3.

L’Encoder MP3 è quel programma che analizza il file digitale non compresso e lo trasforma in un file MP3.

Il programma sarebbe stato venduto a caro prezzo alle radio, in modo da recuperare qualcosa. Le radio, allora, in gran parte declinarono l’offerta. Furono pochissime le radio che acquistarono il programma. Altrettanto pochi furono i “pazzi” che acquistarono più per curiosità che perché avessero capito l’importanza di quello che stavano per comprare. Questo ennesimo fallimento permise che il prezzo di questo lettore si abbassasse, per così dire, drasticamente. Dai quasi 600 dollari iniziali si arrivò alla versione gratuita.

La versione gratuita permetteva al lettore di leggere le prime 20 canzoni, dopo di che si autodistruggeva.

All’ombra dell’arroganza dell’industria musicale quei lettori mp3 distribuiti su internet, furono ben presto crackati. E soprattutto migliorati. Con la possibilità di creare proprie playlist. Nacque Winamp.

Fu l’inizio della fine dell’industria musicale. E il resto della Storia, la conoscete già.

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La pirateria

Il fenomeno della pirateria, in fondo, fu il risultato e l’accettazione da parte di un mercato parallelo (e illegale) del file mp3 come file di condivisione musicale. Il mondo della musica aveva in mano quel file da quasi 20 anni. Invece di avversarlo in tutti i modi ne avrebbe potuto avere il controllo totale. O quanto meno ne avrebbe potuto guidare le sorti.

Ma la Storia non si fa con i se o con i ma.

Le major tentarono gli ultimi attacchi giudiziari contro il file e contro gli hardware che leggevano i file mp3. I lettori mp3 furono un bisogno che venne dopo, vinsero la loro battaglia. Per le case di produzione di musica era troppo tardi. Il mondo si era già impossessato dell’mp3. Il seguito della storia è la storia di Napster, del Peer to peer, di eMule, del torrent, della crisi dell’industria musicale, dello streaming, e del mercato musicale per come lo conosciamo oggi.

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Aggiornamento Giugno 2020

Dato che non si ha una storia dell’mp3 così estesa sul web, ho deciso di condividere con più persone possibili l’articolo.

Alcuni lettori, hanno ritenuto che l’articolo era troppo farcito di miei commenti e preamboli che sono ritenuti inutili. Per me non lo sono, ma accetto sia il consiglio, sia il suggerimento di mettere sullo sfondo la mia storia e le mie emozioni riguardo questo studio che ho condotto e condiviso.

Qui dunque si conclude la vera storia dell’mp3. Di seguito trovi la mia storia e relazione con l’mp3 e qualche approfondimento, che lascio al lettore, con un po’ più di tempo, giudicare.

La mia storia dell’mp3

Ho letto il libro con molta partecipazione. Perché in parallelo ho ricostruito la mia storia personale e la mia relazione con la musica. Che poi, è la storia di tutti coloro che sono nati tra gli anni 70 e il 1980.

Mi sono tornate in mente le prime audiocassette, quelle di mio padre. Poi, nel tempo ho avuto le mie. Il mangianastri, così lo chiamavamo, proprio perché, a volte, le musicassette se le mangiava sul serio. Se ti accorgevi in tempo, recuperavi l’audiocassetta, altrimenti rischiavi di perdere per sempre tutto. Il rito del riavvolgimento della cassetta, quando avevi voglia e necessità di riascoltare lo stesso lato. L’uso della penna bic per riavvolgere il nastro, senza mettere sotto sforzo il motorino del mangianastri. Le prime playlist a tema, che si mettevano insieme con grande fatica, calcolando i tempi delle canzoni per far rientrare tutto nei 30 minuti esatti, senza perdere spazio, tempo e denaro durante l’ascolto.

Quando arrivò il cd fu una rivoluzione. Costavano carissimi i primi cd. Ma si pagava la qualità. I primi lettori, la ricerca delle raccolte in edicola, dove i cd allegati a qualche rivista costavano almeno la metà che nei negozi di dischi. La scoperta della musica classica in alta definizione e il jazz che approfittavano di un nuovo successo.

Infine, l’avvento lento ma inesorabile di internet. Le prime notizie su Napster, le prime discussioni tra amici di scambio di musica, le prime conversione da cd ad mp3. Fino poi all’iPod, un regalo unico, che ancora oggi uso per ascoltare e studiare.

Mi sembrava normale trovare questo percorso raccontato anche su internet. Lo davo per scontato. Ma così non era, così non è. E anche adesso che si detta la fine di questo formato, non trovo giornale che racconti questa storia. E allora, provo a raccontarla io.

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Invenzione italiana? No tedesca.

Cercando sull’internet italiano si trovano informazioni che non mi convincono pienamente. Secondo il racconto di Stephen Witt, Wikipedia Italia riprende un vecchio fraintendimento dei giornalisti, tra il vero inventore dell’mp3 tedesco e il presidente della giuria, italiano, di un concorso a cui il progetto dell’mp3 partecipò. Anche la stampa italiana come Panorama non ha dubbi e in un articolo del 2013, attribuisce l’invenzione dell’mp3 proprio all’italiano Leonardo Chiariglione.

Cos’è l’MPEG?

L’MPEG, oltre ad essere una estensione che conosce chi fa video, è un comitato. Ossia il Moving Picture Experts Group, formato dalle organizzazioni internazionali ISO e IEC. Fondato nel 1988 dal nostro italianissimo Chiariglione. Come funziona? Siccome esistono numerosi algoritmi che comprimono la musica e i video, non è possibile che ciascuno usi il proprio. Per cui le major che si occupano di audio e video hanno stabilito che ci fossero degli standard seguiti dal maggior numero possibile. Il comitato MPEG ogni anno si riunisce e verifica la possibilità di aggiungere o meno gli standard.

Si capisce che le pressioni dei gruppi di potere non dovranno essere normali. Gli algoritmi non sono studiati e creati da ragazzini in garage, ma da Philips, Sony, Apple ed altri. È chiaro che l’accettazione o meno di uno standard significa anche avere o meno un vantaggio tecnologico rispetto agli altri.

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I miei dubbi

Chiariglione è considerato il papà dell’mp3 ma nessuno dice che lo sia. E qualcosa non mi torna. Sul Wikipedia inglese la storia è raccontata un po’ diversamente.

The Moving Picture Experts Group (MPEG) was established in 1988 by the initiative of Hiroshi Yasuda (Nippon Telegraph and Telephone) and Leonardo Chiariglione. Yasuda was leading an initiative in Japan, called the Digital Audio and Picture Architecture (DAPA), while Chiariglione was leading an initiative in Europe, called the Coding of Moving Images for Storage (COMIS). Both eventually met in May 1988 to work on a global standard.[10]

The genesis of the MP3 technology is fully described in a paper from Professor Hans Musmann,[24] who chaired the ISO MPEG Audio group for several years. In December 1988, MPEG called for an audio coding standard. In June 1989, 14 audio coding algorithms were submitted. Because of certain similarities between these coding proposals, they were clustered into four development groups. The first group was MUSICAM, by Matsushita, CCETT, ITT and Philips. Second group was ASPEC, by AT&T, France Telecom, Fraunhofer Gesellschaft, Deutsche and Thomson-Brandt. Third group was ATAC, by Fujitsu, JVC, NEC and Sony. And the fourth group was SB-ADPCM, by NTT and BTRL.[24]

Insomma, furono inviati 14 progetti, Chiariglione a capo della giuria del comitato MPEG ne selezionò 4, tra cui c’era il progetto dell’mp3, appunto della Fraunhofer Gesellschaft. Questa storia è confermata anche sul sito della Fraunhofer dedicata alla storia dell’mp3.

Il secondo elemento stonato è che andando sul sito personale di Leonardo Chiariglione non si trova da nessuna parte che lui si dica l’inventore dell’mp3 o che abbia fatto parte del progetto. Si parla ovviamente dell’organizzazione MPEG, si parla di MPEG-2 e MPEG-4. Ma non di MP3.

Nessuno conferma o smentisce

Attenzione! Leonardo Chiariglione è un personaggio unico e raro. A lui si deve appunto il comitato MPEG e tanti degli standard che oggi usa chi lavora con audio e video. E di tutti i brevetti usciti dalle sue mani e dalla sua mente, Leonardo Chiarglione, non ha mai chiesto i riconoscimenti finanziari.

Chiariglione è una persona a cui, il mondo e il mondo dell’audio e del video deve tutta la propria gratitudine.

Quello che Stephen Witt afferma è che, pur riconoscendo i suoi immensi meriti, non fu tra quelli che misero le mani sul codice dell’mp3. Secondo Witt, infatti, l’invenzione dell’mp3 sarebbe il frutto del lavoro dell’ ingegnere tedesco Karlheinz Brandenburg e del suo team.

Karlheinz Brandenburg

Ai tempi, Karlheinz Brandenburg, era un dottorando che lavorava per un incubatore tecnologico che viveva di finanziamenti pubblici. Probabilmente, per un giornale, non si trova nulla di affascinante in un impiegato pubblico che fa bene il suo lavoro. Né, forse, interessano le lunghe battaglie legali per contendersi i brevetti. E poi in questa storia di innovazione, non ci sarebbe la figura del giovane sfigato, né la povertà o la sfiga iniziale, né un garage dove andare a lavorare la mattina, né un colpo di genio improvviso. Eppure ci sono tanti soldi che sono andati nelle tasche dell’inventore.

La storia dell’mp3 è un’altra. Si tratta di una storia percorsa da tanto studio, fatica e fallimenti. È la storia di bocciature che venivano da parte di dirigenti che non capivano l’evoluzione tecnologica musicale. Quei dirigenti non capirono il cambio di paradigma che stava per significare internet.

Architettura dell’informazione nella provincia. Una sfida.

Praticare l’architettura dell’informazione

trovandosi in provincia è una sfida.

Per tanti motivi.

Vivere e lavorare in provincia significa essere solo

nel praticare una disciplina; e significa vivere

all’interno di un tessuto sociale poverissimo,

dove la misurazione dei parametri

di vivibilità è tra le più basse del Paese.

E se non si riesce a “mettere la pentola sopra il fuoco” c’è poco da innovare o da migliorare.

Nelle città sarà meglio?

Apparentemente si. Sono innegabili le opportunità che una città offre. Le città, oltre al numero di persone disponibili a cui dare un servizio, offrono più opportunità di incontro e di dialogo e quindi di formazione. E sicuramente, in città, si trovano più persone disposte a sperimentare. Generalmente è così. Eppure, per altri versi, anche in città si è in frontiera. E in questo, pare che tutta l’Italia sia una immensa provincia.

Infatti, devo ammettere che mi stupisco sempre (e non poco) quando so di progetti (anche importanti) dove sono state applicate le tecniche di progettazione dell’architettura dell’informazione e non trovo menzione alcuna della disciplina. Sarebbe già un bel traguardo sapere chi fa uso di architettura dell’informazione e chi no. E magari poter comparare i risultati sul campo.

23 maggio 2017

Domani (23 maggio 2017) sarà il 25° anniversario della strage di Capaci dove sono morte le speranze di molti cittadini onesti. Lo dico con amarezza, ma bisogna anche prendere coscienza della situazione attuale, delle collusioni e dei tradimenti.

Giustamente ci saranno tutte le commemorazioni di rito. Ma io preferirei il silenzio delle azioni, l’agire come manifestazione di protesta a chi guarda solo al passato. Ricorderei le figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, portando più gente possibile a visitare Palazzo Abatellis, per esempio. Guardare, insieme, il Trionfo della Morte sarebbe più istruttivo di tutte le parole che saranno riversate.

Penso, dunque, che senza voler tacere del tutto, il vero ricordo sta nel raccogliere le sfide che le nostre terre ci pongono.

C’è la crisi

Potrebbe essere sconfortante sapere che grandi architetti dell’informazione si ritrovano con gli stessi problemi da piccolo freelance di provincia. Eppure a me incoraggia un po’. Nel senso che se ci troviamo tutti sulla stessa barca, qualcosa insieme si può fare. E molti sono gli spazi di miglioramento per tutti.

Ho spesso condiviso, con molti cultori della disciplina, il parere su quanto inutili siano certe invidie e certe competizioni. E tentare di scavalcare un collega, tentare di carpire i segreti dell’altro, è, in questo periodo storico, un atteggiamento davvero immaturo. Capisco che in tempo di crisi e di “fame” non esistano gli amici. Capisco che la cultura dilagante è quella di voler primeggiare a qualunque costo. Ma si tratta di una mentalità che non ha futuro, che porta guadagni a breve termine.

È più intelligente lavorare in gruppo.

Da architetti dell’informazione, da designer, da user experience designer, da professionisti che mettono al centro le persone, ci si aspetta visioni a lungo termine, prospettive di alto profilo, missioni di grande respiro.

Se si esce al di fuori di certi circuiti, infatti, la gente comune non comprende neppure cosa significhi architetto dell’informazione o user experience design. E quindi, piuttosto che usare le proprie energie per fare a gomitate, sarebbe più utile utilizzare le proprie forze per creare comunità, unirsi nella condivisione e nella divulgazione della disciplina. È necessario andare al di là del nostro orticello e parlare il più possibile della disciplina. Tanto più se ci si trova in provincia.

Personalmente penso che il cambiamento, se il cambiamento verrà compreso, è qui ed ora. Guardando ad esempi come Saverio Friscia che già nel 1800, da un piccolo paese di provincia, contribuì alla storia dell’Europa.

Progettare il proprio futuro

Si può fare. È difficile. Ma si può fare. È possibile immaginarsi un modello di mondo diverso. Un mondo in cui credere e per cui lottare. Pensare oltre quello che ci ripetono gli altri. Perché dove si sta peggio, si può e si deve lottare di più. Perché di questo oggi si tratta.

Progettare per il futuro

Quando sento parlare di lavoro ho la sensazione che si vada sempre alla ricerca del lavoro dirigenziale. E il lavoro di architetto dell’informazione, in fondo, è un lavoro di coordinamento e progettazione. Sarebbe bello poter coordinare grandi progetti, indicare la via. Ma dove sono i grandi progetti? In Italia i grandi progetti difficilmente vengono affidati ai pionieri. Se non quando la sperimentazione è a perdere.

Personalmente penso che l’unico cambiamento possibile, a cui ambire e da perseguire, oggi sia il cambiamento personale.

E non è per forza dentro ad un ufficio che bisogna immaginarsi. Ci si potrebbe immaginare anche in campagna, a faticare un po’ con la forza delle braccia. Tempo fa ho scritto un articolo che ho titolato Progettare per il futuro. Si trattava di un articolo riguardo, appunto, alcuni progetti di agricoltura del futuro. Fare il contadino, oggi, non significa dover fare il bracciante come lo facevano i nostri nonni. Penso che si possa ritornare alle proprie origini contadine ma con le tecnologie del presente. Già disponibili, già praticate, già funzionanti.

A molti questo permetterebbe di essere

il padrone del mio destino, il capitano della mia anima.

Tutto il mondo è paese

Penso che anche da una provincia si possono fare grandi cose. I progetti, anche piccoli, si stanno moltiplicando. E tutto quello di bello che stiamo pensando potrebbe accadere proprio oggi.

Molti alibi storici sono caduti. Anche se restano ben ancorati nell’immaginario comune. Molti vivono la provincia, appunto, come periferia. Ma questo non è più vero. Tanto più che la rete non ha periferie, tanto più che si estende in una sfera tridimensionale.

Senza illusione

Nessuna illusione. Non mi illudo che cambi qualcosa, tutto d’un tratto, senza che accada una tragedia. Non mi illudo che l’essere umano rinunci alla propria anarchia in casa propria. Non mi illudo che gli italiani rinuncino ai propri campanilismi o alle lillipuziane beghe di bottega.

Ma neppure la provincia più retrograda può restare o sta restando imperturbabile di fronte alla profonda rivoluzione culturale in atto. Ciascuno di noi è e deve diventare un laboratorio politico e culturale. Ciascuno di noi è luogo di sperimentazione. E ciascun paletto, ciascuna difficoltà, deve diventare sfida per innovare.

Sento che le energie e le intelligenze ci sono. Direi anche, incredibilmente, ci sono ancora. Nonostante lo stillicidio quotidiano della migrazione intellettuale. Nonostante l’emorragia di intelligenze e di competenze che volano via (letteralmente). Ancora ci sono persone che dicono “Io resto!” E con quale coraggio! Qui costruiscono e innovano. Pazzescamente.

Dalla provincia con furore

Moralmente, così come spesso ci diciamo tra emigrati, abbiamo sbagliato ad andare via. Non che avremmo risolto qualcosa ma una spiaggia è fatta da granelli di sabbia. Lo so che all’estero certi sogni sono più facili da realizzare. Anche se non tutti si realizzano e molti sogni, oggigiorno, si trasformano in incubi. Io, per primo, sono partito e andato via. Ma a che prezzo? I problemi, le ingiustizie, i soprusi, ci sono anche altrove. E, spesso, non si vedono solo perché non si conoscono. E se mi posso permettere un consiglio, se scegliete di partire, partite per voi stessi e non contro qualcuno o qualcosa.

Partite, andate via. Ma senza paura. Che si può tornare. Senza che necessariamente tornare sia una sconfitta. Anzi! Tornato con orgoglio, dopo aver imparato a conoscere il mondo. Si può fare!

Per quanto mi riguarda posso dire che tanta insofferenza contro la provincia, alla fine, si trasforma in spinta propulsiva per una fulgida carriera. Altrove. Ed è solo col tempo, che ci si rende conto che è proprio quell’essere di provincia, che ci si vuole togliere di dosso, a farti realizzare i sogni che hai sempre sognato. Che a dirla tutta, proprio nella tua terra, nella tua casa, quei sogni sono nati e sono stati coltivati. Senza quella terra altri sarebbero stati i destini. In quella stessa terra si ritorna per recuperare le energie che altrove ti tolgono, giorno per giorno.

Come registrare audio per principianti

Registrare audio, registrare suoni, è una pratica che richiede esperienza. Non basta schiacciare un bottone e aspettare che il registratore o lo smartphone faccia tutto da solo. Serve anche la nostra partecipazione.

Qui di seguito non troverete delle vere e proprie tecniche di registrazione, ma dei consigli pratici raccolti sul campo. Come al solito non può essere del tutto esaustivo perché durante un evento sonoro può accadere di tutto.

Se volete possiamo approfondire nei commenti ciascun caso personale.

Come registrare un audio?

Prima di scrivere l’articolo sui registratori da consigliare avevo dato dei consigli su come scegliere un registratore audio vocale. Questi consigli non sono stati sufficienti. Perché ciascuno di noi ha richieste specifiche. Ciò che interessa a molti non è tanto cosa accade prima di acquistare un registratore, ma cosa accade dopo.

Prendo, ad esempio, l’ultima richiesta di aiuto che mi è arrivata da parte di un amico. Penso che comprenda un po’ tutte le richieste che mi arrivano. E vi giro quanto ho scritto a lui, perché ritengo i miei lettori come degli amici.

Mi scrive Daniele.

Io faccio molte registrazioni in giro e sono in genere di questo tipo:
– interviste uno a uno all’aperto
– interviste di gruppo all’interno
– meeting all’interno di sale riunioni
– workshop all’interno di aule, quindi con persone che parlano un po’ più distanti

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Come fare una buona registrazione audio

Come ho risposto a Daniele, un registratore che riduca il rumore di fondo e renda la voce nitida è il sogno di tutti i fonici. O il loro incubo. Dato che se un registratore fosse in grado di farlo, per davvero, il loro lavoro non avrebbe più senso di esistere.

Un buon registratore registra fedelmente i suoni che vengono emessi. Un buon registratore registra alla massima qualità possibile. E se è abbastanza professionale da la possibilità di integrare (aggiungere) al registratore microfoni e ovviamente cuffie.

Un buon registratore registra tutti i suoni. Il registratore non pone attenzione a cosa dice il nostro interlocutore, non seleziona il discorso che interessa a noi, non fa distinzione tra il parlato e una campana di sottofondo. Un registratore, registra indistintamente tutto e tutti. Se noi ascoltiamo la persona che ci parla o la musica eseguita e non udiamo cosa accade intorno, al nostro registratore non importa. Lui registra. Registra quello che ascoltiamo e tutto il contorno.

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Se vogliamo usare una metafora: un registratore è l’equivalente del nostro orecchio. Un registratore non è il nostro cervello. Nel senso che il registratore percepisce tutto quello che è un suono, ma non fa distinzioni rispetto al suo suono di interesse. Infatti, se siamo al centro di un ristorante pieno di persone, noi riusciamo ad interloquire con le persone che ci sono accanto. E anche se le altre persone parlano o urlano, il nostro cervello pone attenzione a quello che interessa a noi. Il cervello si cura soltanto di ciò che gli interessa. Cercando, il più possibile, di capire e comprendere il nostro interlocutore.

Situazioni diverse registrazioni diverse

Probabilmente chi usa un registratore si trova spesso nelle stesse situazioni elencate dal mio amico Daniele.

  • Interviste all’aperto,
  • registrazioni di conferenze in auditorium,
  • registrazione in piccole aule
  • e così via.

Come registrare una voce

Ciascuna situazione, presa qui ad esempio, richiede soluzioni diverse. Non possiamo eseguire le stesse azioni, per situazioni differenti. Dunque è necessario adattarsi per avere il risultato migliore.

  • Se ci troviamo in una piccola aula si può mettere il registratore sul tavolo e non avere problemi.

Ma anche in queste situazione le variabili della realtà possono cambiare. Come? Per esempio, se ti trovi in un aula piccola, metti il registratore sul tavolo dove si trova la sedia del professore e lui, quel giorno, si va a sedere all’ultimo banco perché proprio quel giorno ha una idea democratica della lezione.

Registrare una conferenza

Se registriamo una conferenza in una aula magna allora sarebbe meglio posizionarsi accanto ad una cassa.

Certo l’ideale sarebbe avere la possibilità di attaccare il registratore ad una uscita del mixer.

Ma anche quando si è sicuri che avrai l’audio perfetto attraverso il mixer o la cassa, si scarica la batteria del microfono, il conferenziere non usa o non sa usare il microfono e decide di parlare a voce alta. Tanto lo sentono tutti i presenti.

Si tratta solo di alcune delle centinaia di situazioni in cui ci si può trovare nella realtà. E in queste nuove situazioni ti devi inventare qualcosa per avvicinarti alla tua fonte del suono.

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Registratore audio

Il registratore non lavora per noi

Tutto questo per dire che un registratore registra, ma non lavora al nostro posto. Se portiamo con noi il nostro registratore e vogliamo ottenere un file audio da riascoltare, dobbiamo curare la nostra registrazione. Solo in casi eccezionali ci si può permettere di posizionare il registratore in un posto e registrare senza alcun problema.

Marco Giusti intervistato da Toni Fontana
Marco Giusti intervistato da Toni Fontana

La regola è che per eseguire una registrazione si controlli attivamente il registratore, dal momento dell’accensione al momento dello spegnimento del registratore stesso. Durante l’intervista bisogna tenere occhi e orecchie ben aperti. Se non si è in grado di fare questo esercizio, meglio portarsi qualcuno che segua la fase di registrazione.

2 consigli fondamentali per registrare audio

Escludo che tu possa avere un assistente fonico alla registrazione. Non staresti qui a leggere questo articolo. Piuttosto immagino che sei da solo, e devi intervistare una o più persone, al chiuso o all’aperto. Non si possono elencare in un articolo tutte le variabili che la realtà ci offre. La vita è originale!

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I due consigli che ti posso dare e che valgono sempre in ogni situazione sono:

  1. Usare sempre un paio di cuffie per ascoltare l’audio in fase di registrazione.
  2. Usare un copri vento o para microfono.

Auricolari da ascolto

Se abbiamo gli auricolari riusciamo a sentire quello che il registratore registra e quindi se non sentiamo la voce, possiamo chiedere di ripetere quello che non abbiamo sentito.

In altre situazione, magari, non possiamo chiedere di ripetere tutto il discorso. Ma, almeno, sappiamo perfettamente quello che sta accadendo e perché. Senza arrivare a casa, certi di avere l’intervista del secolo in tasca e, invece, accorgerci, quando è troppo tardi che ci eravamo dimenticati di selezionare l’entrata microfonica corretta. Capita!

Grazie alle cuffie, riusciremo (quasi) sempre, e nel peggiore dei casi, a salvare qualcosa. Se ti trovi da solo a registrare e ad intervistare, io ti consiglio delle semplici cuffie auricolari in ear o se si vuole qualcosa di più sofisticato le cuffie auricolari Sennheiser. Se, invece, hai prospettive professionali sull’audio puoi leggere il mio articolo sulle cuffie per ascoltare musica.

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Copri vento

Il coprivento si usa sempre quando si è all’aperto. Non è necessario che ci sia vento. Usatelo. Non potete mai immaginare cosa accade durante una intervista. A volte anche se fate una registrazione in un interno, dipende dalle situazioni, potrebbe essere utile. Un copri vento potrebbe salvare una registrazione persino da come parla il nostro interlocutore. A volte basta un para vento in spugna, ottimo per gli interni, altre volte ci vuole un paravento in pelliccia, ottimo per gli esterni.

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Un registratore non edita le tracce

Stavo cercando un registratore digitale con una qualità audio piuttosto buona, in grado di ridurre il rumore di fondo e rendere la voce abbastanza distinta.

Hai qualcosa da consigliarmi?

Ripeto. Un registratore registra. Registra tutto.

Alcuni registratori possono registrare alcune gamme di suono, eliminare le gamme alte o le gamme basse. Ma questa opzione taglia di netto l’audio mantenendosi all’interno di certi limiti. Si tratta, certamente, di una prima edizione dell’audio. Ma è una edizione netta, senza se e senza ma, che non puoi più correggere. E soprattutto non permette grandi manovre in fase di edizione vera e propria.

Alcuni registratori lo fanno in automatico. Con altri si deve giocare con la sensibilità del registratore. Guarda caso i registratore più scadenti promettono funzioni che migliorano la voce (senza grossi sforzi) ed eliminano tutto ciò che non ci interessa. Come per magia. Spero di non essere troppo brutale quando dico che ci vuole, invece, tanta tecnica.

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Edizione di un file audio

Qui andiamo in un altro campo, che qui accenno.

Un registratore non edita il suono. Ed io dubiterei se lo facesse. Non è quella la sua funzione.

Quando è necessario editare un file? Se durante la nostra intervista non abbiamo spento il condizionatore dell’aria perché ci faceva piacere registrare al fresco, non possiamo lamentarci che il registratore abbia sentito troppo. Possiamo limitare il fruscio, ma se vogliamo eliminarlo dobbiamo eliminarlo alla fonte. Se proprio alla fonte non si può eliminare un suono allora saremo costretti ad editare la traccia.

Come editare un file audio?

Toni Fontana in fase edizione audio
Toni Fontana in fase edizione audio

L’edizione di un file audio è una professione. E per editare un file audio è necessario un programma (software). Per farlo bene non basta un paragrafo o un intero articolo su come editare un file audio. Ci vuole un corso. Ci vuole tanta pratica

Due primi passaggi da fare per mettere in evidenza un suono (la voce) rispetto ad un altro è quello di equalizzare l’intero audio. Già sapere equalizzare bene potrebbe risolvere molti dei nostri problemi. Se invece abbiamo un fruscio consistente forse sarà necessario usare alcuni filtri per eliminare le bande sonore che ci danno fastidio.

Solo una premessa, quando parliamo di fruscio, parliamo di un fruscio costante e presente su tutto il file audio di interesse.

Quando si elimina il fruscio, infatti, si elimina una gamma di suoni per tutto l’audio interessato. Generalmente questa gamma di suoni è diversa dal suono che ci interessa che potrebbe essere una voce. Altre volte è molto simile. In questo caso siamo un po’ nei guai. Il programma modifica pure il suono o la voce che ci interessa mettere in evidenza. È necessario, dunque, saper dosare i suoni e avere equilibrio. La voce potrebbe diventare troppo metallica.

Se ci interessa solo capire quel che viene detto dal registrato, può anche andare bene. Ma se dobbiamo far riascoltare la registrazione ad un pubblico, per esempio, potrebbe essere un vero problema.

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Registrare audio di qualità è l’obiettivo di chi ha in mano un registratore.

Il mio articolo in cui consiglio i migliori registratori audio vocali presenti sul mercato, che ho usato e uso, è l’articolo con più lettori e commenti di tutto il blog. E siccome l’acquisto di un registratore è un’azione che richiede uno sforzo di fiducia molto alto, i miei lettori mi chiedono una ulteriore conferma. Purtroppo spesso si chiede ad un registratore di risolvere situazioni che solo un mixer potrebbe risolvere. Il registratore raccoglie i suoni, non li corregge,  e non è detto che li debba correggere.

Spesso, per avere una registrazione ottimale dobbiamo mettere in atto alcune azioni creative. Insomma, la nostra creatività fa parte del nostro lavoro di registrazione.

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Conclusioni su come fare una registrazione audio

Registrare è un mestiere. Fare il fonico è una professione. Editare anche. Non è possibile improvvisarsi dall’oggi al domani. E seppure questo articolo ti da delle dritte e probabilmente non ti farà commettere gli errori che io stesso ho commesso, potresti sbagliare sempre.

Con il tempo, la tua attenzione uditiva sarà allenata a rendersi conto del contesto sonoro che ti circonda e saprai se stai registrando la voce dell’intervistato o le campane di mezzogiorno. Ma l’errore è, comunque, dietro l’angolo. Le valutazioni che fai possono essere fallaci. Qualche volta dimenticherai le cuffie, qualche altra volta, preso dal lavoro o dall’eccitazione, dimenticherai di cambiare le batterie che ti sembravano cariche e, invece, appena premi il tasto Rec sono solo ad una misera tacca.

Come registrare un audio pulito

Per registrare un audio si richiede meticolosità, attenzione e organizzazione. Non si accettano distrazioni. Poi con il tempo, se fai sempre le stesse cose, e acquisti maneggevolezza del tuo registratore, ogni passaggio verrà in automatico.

Personalmente mi diverto di più nelle fasi creative. Nella fase di preparazione e nella fase di edizione. Proprio perché durante l’intervista non posso godermi la chiacchierata. Certo, ho visto e ascoltato colleghi che durante la registrazione non avevano nessuna cura della registrazione o dell’interlocutore. Altre colleghe che facevano domande su interessi personali e non su interessi degli ascoltatori. Ma ci vuole anche faccia e carattere. E soprattutto bisogna non riascoltarsi. Altrimenti si avrebbe cognizione di causa di quello che si chiede e si dice.

Se posso permettermi un ultimo consiglio è proprio questo. Riascoltatevi. Riascoltatevi con serenità e senza pregiudizi. Scorgete gli errori, anche i più piccoli, non per giudicarvi, ma per migliorarvi.

Una buona registrazione vi darà sempre grandi soddisfazionie e questo, per me, è quel che conta davvero.

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Post Scriptum

Qualcuno potrebbe notare che nelle foto che riporto, io stesso, non porto le cuffiette. Vero è. Parlo bene e razzolo male. Sarebbe stato comunque meglio averle.

A mia discolpa posso solo dire che le condizioni di registrazione erano ottime. In entrambe le situazioni, io e l’intervistato ci trovavamo, al chiuso, in zone con pochissime persone, lontani dalle persone che parlano (che anzi possono creare atmosfera e dare profondità all’audio). E, infine, tenevo d’occhio i livelli del registratore per mantenere il suono sempre allo stesso livello, avvicinando o allontanando il registratore. Situazione ideale, non facilmente ripetibile.

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User Experience. Buzzword o cambio di paradigma?

L’user experience, in Italia, sta ad identificare una parola di moda oO una rivoluzione del modo di progettare? Si tratta di una Buzzword o di un cambio di paradgma? Il dubbio assale un po’ tutti.

User experience in breve

Tornerò presto a parlare di User experience come definizione per i miei lettori che vogliono approfondire il tema.

Al momento sarà sufficiente dire che l’User Experience non è niente di trascendentale. Al di là dell’anglicismo, la UX è qualcosa di molto pratico e profondo che tocca la relazione che tutti abbiamo con un determinato prodotto o servizio. Qualcuno ha identificato la UX come un grande ombrello che copre tante discipline.

Insieme, tutte queste discipline, se lavorano bene, convergono nella felicità e nella soddisfazione degli utenti. L’obiettivo dell’architetto dell’informazione è proprio la ricerca di questo senso di appagamento da parte delle persone che hanno a che fare con un prodotto o un servizio. Se tu sei felice, l’architetto dell’informazione è felice perché ha fatto al meglio il suo lavoro.

Per il momento vi basti questo. E chi ha già conoscenze di UX mi perdoni per la semplificazione.

User Experience è una Buzzword?

È chiaro che sia un vero peccato che ci siano professionisti che, al momento, usino la parola user experience come fosse una buzzword, una parola di moda e non un cambio di paradigma, qual è.

Per scrivere gli articoli di questo blog leggo molti articoli sul web. E così ho la possibilità di osservare molti professionisti. La maggior parte sono persone che hanno esperienza di lungo corso. A volte un po’ schiacciati dalle nuove tecnologie e dai giovani che incalzano. Altre volte, invece si tratta di impiegati divenuti freelance con la voglia di riscatto perché hanno un maggiore successo adesso rispetto al passato.

Quindi non sto qui a giudicare il lavoro di nessuno. Ognuno, penso, fa quel che può, al meglio delle proprie capacità. Ed è giusto che sia così. Quello che mi piacerebbe trasmettere in questo articolo è semplicemente l’importanza di questa nuovo approccio e magari incentivare chi mi legge a scoprire le fondamenta dell’approccio. O almeno, le fondamenta che mi hanno affascinato personalmente e in cui io credo.

Il grande inganno della UX

Marco Bertoni, qualche settimana fa scriveva un articolo che parlava proprio di questo. Un post politicamente scorretto, a tratti ironico, che contiene moltissimo olio di iperbole. Ne sconsiglio vivamente la lettura a chi ha un’opinione eccessiva di sé.

Devo dire che non sono d’accordo con lui (nonostante i periodici aggiornamenti), e con altri, quando afferma che l’esperienza non può essere progettata. Ma sono pienamente d’accordo quando dice che non ci si deve prendere troppo sul serio. Bertoni racconta di come sia cambiato in questi anni il mondo del design e della comunicazione. E inizia una riflessione sui job title che si vedono in giro. Spiega come molte vecchie figure si siano riciclate aggiungendo la dicitura di strategist, specialist, technologist, innovation. Senza dimenticare i tanti “boss di me stesso”.

 Oggi viviamo l’onda lunga degli user experience e dei data scientist, per citarne due che conosco bene. A giudicare dall’hype dell’ultimo anno sull’intelligenza artificiale, mi aspetto che i primi AI experience architect siano già nascosti tra le pieghe di LinkedIn.

A causa di questo incessante processo memetico, assistiamo impotenti al furto quotidiano del significato di alcune parole. Parole che, ieri, rappresentavano un dominio preciso e competenze conquistate combattendo la lunga guerra dei meeting inutili, ora sono ruoli prêt-à-porter, da indossare o togliere a seconda dell’occasione.

Marco Bertoni prosegue

Il grande inganno della UX è aver generato l’illusione che, per essere un designer, fosse sufficiente aggiungere una X al proprio job title.

User experience come cambio di paradigma?

E infatti, non basta aggiungere una X, ma è necessario, proprio come ci dice la definizione di paradigma, aderire a

quel complesso di regole metodologiche, modelli esplicativi, criteri di soluzione di problemi che caratterizza una comunità.

Il cambio di paradigma, dunque, non sta nel fatto che io o altri diciamo che ci occupiamo o meno di user experience. Non lo prescrive il medico o il commercialista di occuparsi di UX. Anzi. Probabilmente si fa un ottimo lavoro e si fa ottima user experience anche senza saperlo. Il cambio di paradigma sta nella pratica quotidiana del servizio.

Ovviamente, nessuno si senta derubato di qualcosa quando un altro professionista scopre l‘User Experience dall’oggi al domani e comincia a praticarla. Aderendo, non per moda, ma proprio per vero convincimento. Nessuno si senta esclusivista di quella X, insomma.

Il cambio di paradigma sta nel come

Il cambio di paradigma, a mio modesto parere, sta nel COME ci si occupa di user experience. Che tipo di domande si pone il professionista che siamo noi stessi o che abbiamo di fronte? Quali risposte ci diamo? Quale comunità frequentiamo? Che tipo di procedure seguiamo? Come si sentono i nostri clienti nel lavorare con noi? Riusciamo a fare capire la differenza tra un vecchio modo di lavorare e un metodo moderno che guarda al futuro? A quali valori è legato il professionista che siamo? A quali progetti aderiamo? Quale etica si segue e persegue? Quale senso o quale significato trasmettiamo con il nostro lavoro?

Sono domande che pongo principalmente a me stesso, nella speranza di poter affermare l’user experience in Italia e le metodologie dell’architettura dell’informazione come cambio di paradigma. Appunto.

Ma sono domande, a mio modesto modo di vedere, che ciascuno di noi, qualunque mestiere o professione svolga, si dovrebbe chiedere. Domande per affrontare il futuro con strumenti e metodi contemporanei.

Orgoglioso di essere siciliano

Venerdì 21 aprile 2017 mi sono trovato a partecipare ad un bellissimo incontro organizzato da Creative Mornings di Palermo. E’ stato un bellissimo incontro, partecipato e interessante.

Creative mornings Palermo

Per chi non lo sapesse a Palermo, un gruppo di ragazze e ragazzi pieni di entusiasmo hanno portato i creative mornings Palermo. E di questo bisogna essere grati. Nella mattinata di venerdì si è parlato proprio di creatività. Il prof. Massimiliano Oliveri, neuroscienziato presso l’Università di Palermo, ha raccontato in sintesi quali sono i processi neurali della creatività e quali sono i momenti che favoriscono gli Eureka moments o Momenti Aha, così definiti proprio in letteratura.

L’incontro si è tenuto a Palazzo Petrulla a Palermo. Che è anche sede di una piccola realtà L’Altro Arte Contemporanea che offre il suo spazio per attività di laboratorio e di coworking. Una realtà palermitana che si occupa di arte anche al di fuori dei circuiti più comuni e che dunque meriterebbe di essere conosciuta meglio. Io, per esempio, non la conoscevo neppure quando vivevo a Palermo. E me ne dispiaccio.

Un film su Mario Francese

A Palazzo Petrulla, in contemporanea con l’evento, si stavano svolgendo le riprese di un film. Che film stavano girando? Un film sulle piccole realtà che si danno da fare anche in condizioni estreme? Forse, un film sullo stile Liberty a Palermo? Un film di costume, tipo il Trono di Spade o I Medici, su Federico II di Svevia? Un film su Guttuso? O forse una fiction sulla vita di Santa Rosalia?  No. Niente di tutto questo. Stavano girando un film sulla Mafia. Che poi sarebbe stato meglio dire un film su Mario Francese ucciso per mano mafiosa. Ma fai un film su Mario Francese e vuoi metterti a spiegare chi era Mario Francese?

Mario Francese era un giornalista di origine siracusana e che lavorava a Palermo, dove fu ucciso.

Si occupò della strage di Ciaculli, del processo ai corleonesi del 1969 a Bari, dell’omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo e fu l’unico giornalista a intervistare la moglie di Totò Riina, Antonietta Bagarella. Nelle sue inchieste entrò profondamente nell’analisi dell’organizzazione mafiosa, delle sue spaccature, delle famiglie e dei capi, specie del corleonese legata a Luciano Liggio e Totò Riina.

Tre film sulla Mafia

Scopro da un articolo de La Stampa che non si tratta dell’unico film che si sta girando a Palermo. Ma che si stanno girando addirittura tre film sulla Mafia. Per fortuna su tre eroi o martiri della legalità, Libero Grassi, Mario Francese ed Emanuela Loi.

Certo, come dice Pif, che ben vengano i film che raccontano la tragedia della mafia. Non può esserci un limite nel raccontare l’orrore della Mafia, come l’orrore dell’Olocausto. E’ sempre un bene far conoscere il fenomeno al maggior numero possibile di persone.

L’importante è raccontare sempre e comunque la verità

E’ vero. In linea teorica sono anche d’accordo. Ma in pratica (e sono di parte) questo continuo parlar male della Sicilia, come se poi oltre lo stretto ci sia un Paese storicamente limpido mi pare eccessivo. E date le vicende giudiziarie che attraversano l’intero stivale, ha anche fatto il suo corso. Sebbene certa politica e certa ignoranza continua ad alimentare e ad alimentarsi di questo racconto.

Ad ogni modo la Mafia c’è, esiste, è presente, è bella grassa ed in pace con se stessa. Al di la del fatto che relegare il fenomeno ad un territorio isolano metterebbe al sicuro tutto il resto del Paese.

Ma non mi sono voluto rovinare la giornata e così mi sono goduto la mia giornata creativa a Palermo. E siccome ero a due passi da Palazzo Abatellis, mi sono fatto un giro in uno dei musei più importanti di Palermo.

Palazzo Abatellis

Palazzo Abatellis è, a mio modesto parere, il “Louvre” di Palermo e della Sicilia. Al suo interno ci sono tre opere dal valore immenso. Personalmente ammiro tre opere. Da sole valgono la pena di prendere l’aereo da qualunque parte del mondo ci si trovi e andarle a vedere.

Le tre opere sono: il murale del Maestro del Trionfo della Morte, Trionfo della Morte, inizio XV secolo; il Ritratto di Eleonora d’Aragona realizzata da Francesco Laurana intorno al 1468; e L’annunziata di Antonello da Messina.

Quest’ultima, vengono le lacrime agli occhi a vedere quanto è bella e quanta personalità traspare dall’opera. Un viso perfetto, un colore che staresti ore a guardare senza mai stancarti. E poi nella teca e nella posizione voluta dall’Architetto Carlo Scarpa. Un’opera che vengono i brividi solo a pensarci. A vedere queste tre opere ho trascorso due ore.

Una scolaresca un po’ distratta… e rapita da Antonello da Messina

All’interno di Palazzo Abatellis ho trovato una scolaresca. Un gruppo di ragazzi, immagino tra gli undici e i tredici anni. Erano abbastanza distratti e ci è voluta la minaccia di una bocciatura “senza se e senza ma” per riportarli all’ordine.

A voi tre, sarà un miracolo se vi faccio promossi! Solo un miracolo!

Anch’io li volevo rimproverare ma non minacciandoli. Avrei voluto dirgli che comprendevo la loro distrazione. Che la bellezza della libertà in orario scolastico o dell’amicizia di un compagno o di una compagna, a volte, supera, specialmente a questa età, la bellezza della Storia e dell’Arte. Ma che quello a cui partecipavamo, visitando Palazzo Abatellis, era una opportunità che non è riservata a tutti. Che quelle opere sono e sono state degli eventi per l’Umanità. E che anch’io venuto da ragazzetto in queste stanze, da grande ci sono ritornato per godermi ancora una volta le bellezze di cui ero rimasto affascinato.  Che anche quando noi non ci saremo più, quando anche la Mafia non ci sarà più, ci saranno quelle opere che ricorderanno a tutto il mondo la bellezza della Sicilia.

Avrei anche aggiunto che avrebbero dovuto portare i genitori, gli zii, tutti parenti a vedere Palazzo Abatellis. Perché fin quando alla porta di questo museo siciliano non ci saranno le file di palermitani, di siciliani e di italiani, a Palermo, in Sicilia, si continueranno a girare film sulla Mafia e sui morti ammazzati dalla Mafia.

Per fortuna o purtroppo sono siciliano

Giorgio Gaber cantava Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo… lo sono.

Mi scusi Presidente, Dovete convenire / Che i limiti che abbiamo / Ce li dobbiamo dire. / Ma a parte il disfattismo / Noi siamo quel che siamo / E abbiamo anche un passato / Che non dimentichiamo. / Mi scusi Presidente / Ma forse noi italiani / Per gli altri siamo solo / Spaghetti e mandolini. / Allora qui mi incazzo / Son fiero e me ne vanto /Gli sbatto sulla faccia / Cos’è il Rinascimento.

Quando la professoressa ha mostrato ai ragazzi l’Annunziata di Antonella da Messina, persino quei ragazzi distratti si sono zittiti tutti e hanno ammirato l’opera. Così la prof ha concluso con delle parole che mi hanno emozionato e fatto venire un grande nodo alla gola.

Io sono orgogliosa di essere siciliana. Io sono orgogliosa perché sebbene L’annunziata sia un’opera che appartiene a tutta l’umanità, questa è una proprietà siciliana. Ed è un onore sapere che questa opera si trova a Palermo e in Sicilia.

Ecco, anche adesso a scriverne mi emoziono. Non so se questo post abbia sufficiente lucidità per interessare i miei lettori. Ma anch’io, anche se a volte non mi sento siciliano, sono orgoglioso di essere siciliano. E chi mi ha conosciuto sa che non ho mai nascosto la mia sicilianitudine. Anzi.

Un’altra storia è possibile

Questo post non farà certo cambiare la storia. Però io penso che un’altra storia sia possibile.

Una storia di bellezza straziante che qui in Sicilia è stata da sempre svilita, derubata, invidiata, deturpata e maltrattata. Alla stregua delle belle donne sfigurate dall’acido, la Sicilia, ogni giorno è stuprata e sfregiata. Da chiunque.

Che di film sulla gente ammazzata per difendere queste Bellezze se ne possono girare a centinaia. Perché sebbene ci raccontano che i siciliani hanno avuto paura, in Sicilia si è lottato contro la mafia a costo della vita.

Ricordare alla gente cos’è la bellezza. Aiutare le persone a riconoscerla, a difenderla, la Bellezza.

E allora, magari, un giorno, qualche film su questa bellezza si potrebbe pure girare. E in attesa che si innalzi agli onori della gloria il Liberty a Palermo, Palazzo Abatellis o Federico II di Svevia, o di una scolaresca che impara a riconoscere l’arte; oppure, perché no, in attesa che si raccontino le gesta di un piccolo gruppo di ragazze che ogni giorno si impegna per diffondere cultura digitale in un territorio difficile; o di un ragazzo che, appena laureato, gli piange il cuore a non poter realizzare il proprio sogno nella sua terra; in attesa di tutto questo, consiglio a tutti i miei lettori di fare un salto a Palermo. Vi consiglio di visitare Palermo, di farvi un giro e di non perdervi Palazzo Abatellis. Di godervi queste bellezze. E di raccontare una storia della Sicilia diversa.