12 Applicazioni per ascoltare podcast Gratis

Ho già spiegato come ascoltare podcast gratis e musica attraverso lo streaming, parlando di Spotify. Della possibilità di crearsi un proprio Personal streaming. In effetti, il 2017 doveva essere l’anno del podcast, cosa che non è stata. Almeno qui in Italia. È però vero che negli Stati Uniti i podcast si ascoltano e per questo motivo sono nate tante applicazioni per ascoltare podcast sul proprio smartphone i programmi o le serie audio preferite.

Di seguito un elenco abbastanza corposo di applicazioni per ascoltare podcast gratis. La prossima settimana invece vi fornirò di un secondo elenco di applicazioni per ascoltare podcast a pagamento.

Instacast (iOS)

Instacast è un’app piuttosto basilare ma che risulta molto utile per i sistemi iOS (Apple). Infatti Instacast è caratterizzata da un’interfaccia utente piacevole con lettore multimediale che in opzioni offre il minimo indispensabile.

L’applicazione da possibilità di scaricare una seconda applicazione app Instacast per Mac per sincronizzare i contenuti del desktop, eseguendo l’accesso mediante un account Instacast Cloud. Scarica Instacast su iTunes iOS Ma prima devi avere iTunes.

Podcast Addict (Android)

Podcast Addict è una applicazione utile per chi non vuole consumare troppa batteria. L’applicazione permette diverse possibilità di personalizzazione. È possibile, per esempio, modificare il tema, i widget e le modalità di visualizzazione. Questa può essere in elenco o a griglia. È possibile modificare i podcast audio e video, e integrarli nei feed RSS. Inoltre, Podcast addict può essere utilizzato come lettore per tutti i contenuti audiovisivi che si hanno sullo smartphone.

Altre opzioni sono il controllo della velocità di riproduzione e il timer di arresto. Trovi Podcast Addict su Play google per Android

Stitcher Radio (iOS e Android)

Stitcher permette di avere in un’unica applicazione i canali radio web e i podcast. Si tratta di una applicazione per ascoltare podcast gratis ma anche musica. Una di quelle applicazioni utili per gestire i contenuti audio con una sola applicazione. Stitcher, infatti, nasce come radio on demand. Attraverso questa applicazione si possono trovare programmi, podcast e stazioni radio live, divisi per aree tematiche.

Stitcher Radio lo trovi sia per i prodotti Apple che per prodotti che hanno installato Android: iOSAndroid

TuneIn Radio (iOS e Android)

TuneIn Radio è tra le applicazioni più scaricate del Play Store. È una applicazione sviluppata principalmente per gli amanti della radio e delle radio web. Si tratta di una applicazione con molte opzioni. Ricerca delle radio, segnalazioni di quelle più vicine, aggiunta nei preferiti di brani e di stazioni e consiglia le radio che si avvicinano al gusto dell’utente.

TuneIn Radio non è il meglio per ascoltare podcast anche se possiede una sezione con i top podcast e una funzione di ricerca molto interessante. Con TuneIn Radio non è possibile scaricare o registrare quello che ascolti. Va tutto in streaming. Se proprio non si resiste si deve acquistare la versione Pro a soli 0,70€. Che poi è come essere gratis. TuneIn Radio per: iOS Android

XiiaLive Lite

Una applicazione simile a TuneIn Radio è XiiaLive, disponibile sia in versione Lite che a pagamento al costo di 3,25€. Molte delle sue funzioni sono simili a quelle del concorrente. La ricerca per generi, la presenza dei preferiti; in più però troviamo la funzione di tag, così da non perdere le canzoni che più vi sono piaciute, e molte impostazioni che garantiscono la massimo personalizzazione dell’applicazione. Molto utile risulta la funzione Sleeper time che spegne la radio automaticamente, così se vi addormentate e dimenticate acceso il telefonino, l’applicazione ad un certo punto deciso da voi si spegne.

Spreaker

Una applicazione rilevante è Spreaker, che da qualche tempo ha cominciato a diffondersi anche in Italia.  L’applicazione permette di ascoltare podcast, sia live che in differita, navigando tra le schede a vostra disposizione. Con spreaker potete costruire anche la vostra radio e potreste trasmettere proprio come dal sito web, anche se manca la console che caratterizza la versione per browser. Per quanto riguarda l’interfaccia è tra le più semplici e intuitive. Sicuramente da provare!

Podcast Republic

Podcast Republic cerca qualsiasi podcast, scarica automaticamente i nuovi episodi, salva i file scaricati sulla scheda SD per la riproduzione audio e video in linea. Supporta diverse playlist e lingue, permette di costruire layout per i tablet, supporta il Bluetooth, esegue podcast audio o video in streaming. Questa applicazione è gratuita, ma in cambio si devono sopportare gli annunci pubblicitari al suo interno.

Si tratta di una applicazione in italiano, Podcast Republic con la quale potete ascoltare podcast italiani ma anche inglesi selezionando paese e regione che amate maggiormente.

Podkicker Podcast Player

Podkicker si presenta come un player semplice per chi vuole organizzare i propri podcast. La sua versione gratuita contiene le opzioni base per un lettore. La versione a pagamento offre un numero maggiore di opzioni personalizzabili. Tra le varie possibilità, anche quella di aggiungere i propri feed.

iVoox Podcast

Player spagnolo su iVoox si possono trovare podcast riguardo sport, tecnologia, musica, teatro e altri temi di interesse. Come sempre si possono aggiungere i propri podcast e sincronizzare i contenuti con la piattaforma iVoox. L’applicazione, in base alle selezioni dell’utente, suggerisce podcast correlati. Se mastichi un po’ di spagnolo o vuole imparare la lingua.

Antennapod

Antennapod

è un riproduttore e gestore di podcast che ti da accesso immediato a milioni di podcast gratuiti e a pagamento, dai podcaster indipendenti alle più grandi case editrici come BBC, NPR e CNN. Aggiungi, importa e esporta in modo semplici usando il database di podcast di iTunes, da file OPML o da semplici URL RSS. Risparmia fatica, batteria e dati con il potente controllo automatizzato per il download di episodi (orari specifici, intervalli e reti WiFi) e l’eliminazione degli episodi.

Atennapod consente di saltare, andare avanti o indietro all’interno della traccia,, impostare lo spegnimento automatico. Inoltre ha un bel po’ di funzionalità per personalizzare l’applicazione.

Mixcloud

Mixcloud è perfetto per chi ama la musica mixata e i DJ che producono questa musica. Si tratta di una applicazione specializzata nella registrazione di performance dal vivo e podcast di musica elettronica. Se si crea un proprio profilo, è possibile seguire i DJ con le notifiche automatiche quando saranno caricati nuovi podcast.

Hype Machine

Hype Machine è una applicazione molto interessante. Questa applicazione va alla ricerca dei podcast attraverso le tendenze dei blog musicali, che si occupano di musica. Oltre per la ricerca di podcast dunque, Hype Machine è un motore di ricerca di blog musicali da seguire.

Conclusioni

Questa solo una parte delle applicazioni che si trovano negli store di Apple e di Google Android. Diciamo che queste applicazioni sono quelle più gettonate sia dagli appassionati di podcast sia da chi recensisce le applicazioni.

Personalmente per ascoltare musica gratis io uso principalmente Spotify e TuneIn.

Poi ciascuno di noi ha le sue abitudini, il proprio modo di interfacciarsi con le applicazioni. Moltre volte è solo questione di abitudine. E a seconda dello sviluppo delle applicazioni si devono fare i conti con la potenza del proprio smartphone.

 

 

 

Quale università scegliere per trovare subito lavoro?

Quale università scegliere per trovare subito lavoro? Quali saranno i lavori del futuro? Quali le professioni che garantiranno la nostra sussistenza? Fino a qualche anno era possibile fare delle previsioni di questo genere. E bene o male bastava iscriversi all’università per trovare un lavoro adeguato.

Oggi il mondo del lavoro è profondamente cambiato. E come ripeto spesso il cambiamento culturale che stiamo vivendo è ancora in corso. Per cui nessuno oggi può dire davvero con certezza cosa accadrà fra tre o cinque anni, una volta finito il vostro percorso di studi.

E anche quando qualcuno lo sapesse, qualcuno di vostra fiducia vi consigliasse al meglio, poi, non bisogna mai mettere da parte le proprie capacità intellettive. Bisogna fare i conti con quello che si sa fare, con quello che riusciamo ad imparare e soprattutto quello che ci piace fare.

Orientamento

Oggi le università mettono a disposizione dei futuri studenti diverse opportunità di orientamento. Per le Università, lo studente è un prodotto da acquisire (conquistare), anche con finte illusioni, e da trasformare in un altro prodotto, il laureato. Il laureato si rivende. Più laureati produce una Università, più ha motivi di vantarsene, più lo Stato invia finanziamenti. Più studenti significano più corsi di laurea e quindi più docenti. L’università è una fabbrica e oggi la formazione è una delle tante parti dell’ingranaggio.

L’orientamento precede ormai di un paio d’anni l’iscrizione. Ma la riflessione dovrebbe riguardare tutti gli anni del liceo. La famiglia dovrebbe guidare senza imporre. Purtroppo, non solo spesso, non ci si pensa o ci si pensa in minima parte. Ma il più delle vote a 18 anni non si è davvero maturi per una scelta di questo genere.

L’Italia da distruggere – La meglio gioventù.

Esperienze

Che poi tre o cinque anni, sono lunghi. Nel mezzo ci saranno amori, delusioni, esperienze di vita, conoscenze, nuove amicizie e tanta voglia di vita.

Quello che posso dire, anche per esperienza personale, a chi non ha le idee chiare è di iscriversi ad un corso di laurea più vicino alle proprie attitudini. Di pensare al proprio futuro migliore ma non strettamente legato al mercato del lavoro di oggi. Dopo di che, si può sempre cambiare corso di laurea. Non è mai troppo tardi. Si può sbagliare. È una scelta che fanno in tanti, un errore che si commette. Meglio cambiare corso di laurea piuttosto che insistere in qualcosa che non piace o in un corso che non si riesce a superare. Basta capire le ragioni delle scelte sbagliate per poter affrontare le scelte giuste.

E poi fra cinque anni si è persone davvero diverse. Dai 18 ai 25 anni le trasformazioni, le prospettive di vita saranno cambiate. Non sempre sono le stesse. Non sempre si sarà coerenti. Alla fine di un percorso di studi si capiscono tante cose che prima erano solo confuse.

Accettate l’incertezza e cercatevi di capire.

L’ultima lezione di Randy Paush

Trovare subito lavoro

Oggi una laurea, qualunque laurea, non garantisce a nessuno un lavoro. A meno che non sostituirai tuo padre, laureato, nella sua attività di famiglia. Tanto meno, la laurea garantisce un lavoro adeguato ai propri studi e alle proprie capacità. Ho visto e vedo ottimi laureati che pur trovando lavoro subito hanno subìto e subiscono le angherie di capi incompetenti e inadeguati.

Sebbene in Italia ci siano pochissimi laureati, il mondo del lavoro ancora richiede manovali. Una laurea aiuta, ma il lavoro oggi è una concessione. I datori di lavoro si considerano dei donatori di lavoro. E per quanto in alto si riesca ad arrivare, quello sarà il modo in cui si verrà trattati. Il lavoro stesso è la moneta. Per un lavoro dovresti accettare qualunque cosa.

E poi che significa trovare subito lavoro? Vi fareste operare da un ragazzo il giorno dopo la laurea? Vi fareste difendere in una causa da un neo laureato? Un po’ di gavetta tocca ed è toccata a tutti. Un po’ di sperimentazione sul campo è necessaria a prescindere. Che poi lo stage diventi il lavoro della vita, no. Ma senza esagerare, bisogna trovare i bravi maestri. E trascorrere un po’ di tempo a fare pratica.

Sapere e saper fare

Anna Maria Testa si chiede “Perché dovremmo chiederci che cosa sappiamo fare bene“. Penso che siano da riprendere alcuni suggerimenti utili.

Noi esseri umani facciamo fatica a riconoscere le nostre capacità come tali, dice Business Insider. E aggiunge alcuni suggerimenti interessanti. Il primo è: scrivi tutto quel che sai fare bene su una serie di foglietti, comprese le cose che ti sembrano irrilevanti perché ti vengono facili. Non è per niente detto che siano facili per tutti.

Il secondo suggerimento è: cerca gli schemi, perché è più che probabile che alcune capacità siano correlate. E, infine, raggruppa le capacità in: cose che ti piace fare, cose per fare le quali puoi farti pagare, cose che vuoi saper fare meglio, cose che non fai più da molto tempo.

Il terzo suggerimento è: se nessuna delle capacità che hai elencato c’entra con il tuo lavoro attuale, facci un pensiero. Se invece non ti è venuta in mente neanche mezza capacità, telefona a un amico e domandagli: che cosa sono bravo a fare?
Il risultato di questo esercizio dovrebbe essere un di più di speranza e di consapevolezza. Se funziona, non è niente male.

Personalmente ho sempre amato sapere. La mia curiosità mi spinge a informarmi su qualunque cosa. E ad essere sincero su molte cose, mi bastava questa soddisfazione. Per fortuna o purtroppo, mi sono sempre ritrovato, come in un destino scritto, a dover fare e a dover saper fare. E, insomma, è andata bene.

I mestieri del futuro

Nessuno sa prevedere il futuro. Luca De Biase se lo chiede e lo chiede ai suoi lettori. Si possono osservare le tendenze, i nuovi business emergenti. Ma la certezza che tutto quello che studiamo oggi sia ancor più utile fra 5 anni, non la può dare nessuno.

Certamente ci sarà bisogno di programmatori, di conoscitori di linguaggi di programmazione, per applicazioni e bot. Cose che oggi vorrei saper fare volentieri. Purtroppo, durante la mia carriera scolastica ho avuto professori mediocri. Tutti mi vedevano un ottimo professore di italiano e nessuno mi diede la preparazione adeguata per affrontare le materie scientifiche. Per cui mi laureai in lettere moderne.

Scelta che oggi rivendico e che, per quanto mi riguarda, si è rivelata vincente. La scelta mi ha permesso di realizzare i miei sogni. Grazie alla mia laurea in lettere sono entrato nel mondo della comunicazione. E grazie ai miei studi, alla flessibilità mentale, oggi sono uno splendido architetto dell’informazione.

Discorso di Steve Jobs ai neolaureati.

Abbiamo bisogno di umanisti

Il web è un luogo che va riempito di contenuti, di buoni contenuti soprattutto. Il mondo ha bisogno di umanisti che mettano al centro l’uomo. E checché se ne dica, la lezione umanistica è al momento l’unica che può aiutare a capire l’uomo meglio e a soddisfare i bisogni della gente. Riuscire a mescolare diligentemente un sapere informatico ad un sapere umanistico penso sia un buon compromesso per un futuro migliore.

Ovviamente iscriversi in un corso umanistico non deve essere la scusa per evitare l’uso di strumenti e conoscenze basilari della tecnologia contemporanea.

Poi, come sempre, ci sarà sempre bisogno di medici, infermieri e di ingegneri. Di badanti e di artigiani, adeguati ciascuno ai propri tempi. I progettisti dovranno (o dovrebbero) avere un ruolo più rilevante di quello che hanno oggi. Penso che ci sarà bisogno di tanti analisti o di persone che sappiano leggere e interpretare le analisi fatte dai computer. Però non sempre a ciò di cui ha bisogno una società corrisponde un posto di lavoro adeguato.

Discorso agli studenti.

Quale università scegliere

Quello che consiglierei ad un ragazzo, se me lo chiedesse, è di scegliere con una mentalità aperta. La scelta di un corso di laurea dovrebbe essere generata dalla voglia di voler imparare un mestiere, imparare a fare qualcosa. Magari poi in corso, pensare che tutto ciò che si studia è utile o lo sarà. Dallo studio della Lingua latina alla Storia, alla Matematica.

Non distruggete la vostra creatività, non diventate aridi durante i vostri studi, non permettete ai professori di appiattire i vostri pensieri e prendetevi cura dei professori che invece vi arricchiscono, che vi fanno vedere la loro materia di insegnamento e il mondo con occhi diversi.

La scuola uccide la creatività.

Imparate una disciplina

Il nostro sistema educativo, sebbene ha subito numerose riforme, come dice Sir Ken Robinson, è grosso modo ancora basato su una struttura non adeguata ai tempi. Non che sia del tutto sbagliata. Ma certamente spesso troviamo corsi inadeguati e inappropriati. Dove gli aggiustamenti diventano un’ora in più di matematica ed inglese. E via.

In questo sistema l’importanza dello studio riguarda le singole materie. Bisogna essere bravi in ogni materia. Sia al liceo che all’università, viene indicata una materia da studiare e da approfondire. Più nozioni, formule, date e dati, imparate a memoria, più sarete ritenuti meritevoli.

Quello che un bravo insegnante dovrebbe richiedere e uno studente dovrebbe fare è invece andare un po’ oltre. Sarebbe necessario riuscire a trovare professori che spieghino la disciplina o le discipline. Sarebbe necessario far capire l’utilità di quello che si studia, concretizzarlo e attualizzarlo. Insegnare una disciplina significa insegnare a guardare il mondo con una lente ben precisa.

Una disciplina osserva, applica i concetti e le proprie categorie, cerca e trova correlazioni, in base al proprio sapere. Si arriva a questo grado di conoscenza attraverso lo studio delle materie. Non è certo un traguardo immediato. Ma almeno si tracci la linea. Si pensi ai mattoni di una costruzione e non a pietre o macigni da macinare. O peggio ancora a bocconi amari da inghiottire.

Non arrendetevi mai.

Architetura dell’informazione

Purtroppo ad oggi non c’è un corso di laurea completo in architettera dell’informazione. Però ci si può preparare. E rimando al capitolo come diventare architetto dell’informazione.

Per chi mi segue sa che l’architettura dell’informazione è una disciplina che vede il mondo reale e virtuale attraverso la struttura delle cose. Un architetto dell’informazione cerca di andare in profondità.

Personalmente credo in questa disciplina. E sono anche fiducioso che presto sarà riconosciuto a chi pratica l’architettura dell’informazione il giusto ruolo. La progettazione e la capacità di andare in profondità prima o poi sarà premiata dai fatti.

Conclusioni

Wiston Churchill scrisse una volta:

Gli imperi del futuro saranno imperi dell’intelligenza!

Formazione permamente

Qualunque laurea sarete in grado di conseguire, sappiate che dovrete continuare a studiare. Per certi versi si inizia a studiare davvero, proprio dopo la laurea. In fondo durante gli anni universitari, per quanto si approfondiscano certi argomenti, poi si deve mettere nel conto che ci si deve fermare per arrivare preparati all’esame.

Dopo, le vie della conoscenza e della curiosità vi porteranno a spaziare, ad essere più profondi e dettagliati. Senza un esame alle porte che bussa prepotente, la curiosità vi porterà a conoscere informazioni e curiosità che erano superflue per un esame, ma magari utili per il vostro lavoro. Si tratta di avventure nel mondo della conoscenza. Auguro di gustarvi almeno uno di questi momenti. Prima di pensare ad un lavoro subito, pensate ad un momento di studio vero e profondo. Penso sia un momento da sperimentare.

Creatività

E secondo studiate con creatività, allenate la vostra creatività. Non è detto che siate o diventiate creativi, ma potete esercitarvi nell’esserlo. E non vi farà male.

L’intelligenza artificiale non è dietro l’angolo. E se sapete guardare bene la realtà, le paure sono altre. Ma l’automazione si. Tutto quello che può essere automatizzato, che l’uomo produce in serie, è in fase di automazione. Ed oggi non vengono automatizzati solo la creazione di prodotti fisici, ma anche prodotti che possono essere intesi intellettualmente. Per cui solo la creatività salverà il vostro lavoro.

La creatività umana sarà sempre unica. Sviluppare questa capacità potrà aiutare voi e noi tutti.

Guarda oltre.

Il segreto per trovare subito lavoro

Se sei arrivato fin qui voglio condividere un segreto con te che nessuno mai mi ha detto. E che io ho sperimentato sulla mia pelle. Il segreto è che se vuoi trovare subito un lavoro devi avere una rete intorno di persone con cui aver interessi da scambiare. Si può cominciare dalle proprie passioni, dalle proprie comunità di interesse.

Ma alla fine bisogna trovare persone con cui aiutarsi a vicenda. Aiuto di visibilità, di scambio di informazioni, di interessi. Scambio di amicizia, amicizia vera con un obbiettivo. Da soli non si fa molta strada e si è vulnerabili.

Stare insieme ti mette al sicuro da eventuali attacchi, da momenti di sconforto, che nella vita capitano. Ti mette al sicuro anche dalla concorrenza scorretta di chi fa parte di altre lobby e altri gruppi di interesse. Stare insieme conviene. Trovate la vostra comunità e coltivatela.

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Visivo, auditivo o cinestetico? Come ti relazioni con il mondo?

Visivo, auditivo o cinestetico? Come ti relazioni meglio con il mondo? Con gli occhi? Con l’udito? Oppure ti connetti al mondo in un modo che non sai spiegare? Non dico niente di nuovo in questo articolo. C’è caldo, io sono a lavoro, quindi il tempo per scrivere è davvero poco. Ma soprattutto c’è caldo, anche se oggi si sta un po’ meglio. Non avevo previsto le temperature calde di questi giorni in Sicilia. Così, cerco di ridurre un po’ le mie parole e vi scrivo di un argomento di cui potete parlare sotto l’ombrellone. Diciamo vacanziero.

Se, infatti, vi trovate al mare, in questo momento vi state godendo un bel panorama oppure vi  trovate davanti ad un bel vedere umano.  Magari avete in sottofondo il suono delle onde, annusate i profumi del mare, della vostra pelle o della pelle della vostra compagna, provate la piacevole sensazione della sabbia sotto i piedi, e siete lì a pregustare il sapore dell’acqua salata del mare. E se, invece, siete a lavoro potreste immaginare tutto questo con la fantasia. Esentire tutte queste sensazioni pur stando in luogo ben lontano dal mare.

Visivo, auditivo o cinestetico

Saprete sicuramente che ciascuno di noi si relazione al mondo in modo diverso. Se non lo sapevate, è così. Oltre al bagaglio culturale, che ci permette di osservare il mondo con occhio critico, abbiamo anche un sistema primitivo di relazionarci con il contesto che ci circonda.

Questo sistema primitivo è composto dai nostri sensi. In base al senso che usiamo maggiormente usiamo determinate parole, amiamo determinate cose che ci circondano. Diciamo dunque che una persona, basandosi su questo principio può essere “classificato” una persona visiva, auditiva o cinestetica. In modo del tutto generico, in occidente, si calcola che il 50-55% delle persone è visivo; il 25-30% è cinestetico e il 20-25% è auditivo. In modo del tutto indicativo e arbitrario potrei azzardare a dire che i lettori di questo blog sono soprattutto auditivi.

Queste percentuali non sono assolute, ma semplicemente indicative. Perché far prevalere un senso o preferire l’uso di un senso non significa affatto che gli altri sensi non vengano utilizzati. Le circostanze e il contesto modificano il nostro modo di relazionarci con il mondo.

Il contesto

Avrete ormai imparato che gli architetti dell’informazione sono “fissati” con il contesto. Almeno io lo sono. Non posso farne a meno. Perché a seconda del contesto ci comportiamo in modo diverso. Il contesto ci condiziona fortemente. E così accade ai nostri sensi. Il contesto può farci cambiare totalmente approccio. In un contesto al buoi o con poca luce, infatti, anche se fossimo persone visive, saremmo costretti ad attivare gli altri sensi. E al buio il senso che maggiormente si attiva è l’udito. Ma anche il tatto diventa più sensibile. E viceversa se siamo in una situazione silenziosa, i nostri occhi porgono più attenzione a quello che vediamo o leggiamo.

In pratica chiudendo un canale, immediatamente, il cervello aumenta la sensibilità e l’attenzione sugli altri sensi.

Questo avviene perché il cervello è sempre impegnato a farci sopravvivere. Il nostro cervello è molto legato alla vita e si preoccupa di preservarci da qualunque pericolo possa arrivare dall’esterno.

I sensi sono 5

I nostri sensi sono il mezzo fisico con il quale ci relazioniamo con il mondo. Le percezioni e le emozioni sono, invece, il risultato dell’elaborazione del nostro cervello che trasforma questi segnali in informazioni utili per la nostra sopravvivenza.

Questa elaborazione è del tutto personale e soggettiva. In base al nostro modo di comunicare riceviamo e inviamo feedback (risposte positive o negative) ai nostri interlocutori.

Come comunica l’essere umano?

La maggior parte delle persone pensa che l’essere umano comunichi attraverso l’uso delle parole, pronunciate o scritte. E questo è vero per il 7% del messaggio comunicato. La maggior parte della comunicazione avviene attraverso il linguaggio non verbale che sta alla base della comunicazione. Questo, in percentuale, vale molto più delle parole stesse. Cioè, il modo di parlare, il tono della voce, le nostre espressioni facciali, il modo di guardare dei nostri occhi, il nostro gesticolare o meno, sono più importanti delle parole.

Un esempio a riguardo è la scena del film The Terminal di cui mi sono occupato per parlare riguardo il non luogo e le architetture dell’informazione. Vi consiglio di leggerlo o rileggerlo. Forse alla luce di questo articolo sarà più chiaro cosa volevo dire.

Quando ascoltiamo una persona che parla in modo forbito, ricordiamo quel modo di parlare e non le parole forbite che ha utilizzato. Ricordiamo il concetto, il messaggio che ci ha lanciato. Ma le parole scompaiono. Sono quasi certo che alla fine di questo articolo forse parlerete con i vostri amici di quanto vi ho scritto, aggiungendo i vostri pensieri e i vostri ricordi. Ma certamente non userete le mie parole. E se ne parlerete, non sarà tanto per tutte le parole utilizzate, ma per la sensazione che vi ho procurato, per il tono di voce pacato e leggero che ho usato, per quanto avrete sentito vicino il tema che sto trattando.

La comunicazione non verbale

L’essere umano parla, usa le parole e questa è una verità. Ma quando l’essere umano parla emette anche dei suoni, usa un tono di voce, usa degli intercalari, diventa espressivo nei racconti, comunica con i gesti, con la posizione del proprio corpo, delle braccia, porta con se simboli, ha una postura, usa l’espressione del viso. Mostriamo se siamo emozionati o non lo siamo affatto. Emaniamo odori più o meno piacevoli. Anche quello è un modo di comunicare.

E lo stesso accade nella scrittura. Perché quando si legge, ricostruite nella vostra mente, nelle vostre orecchie il tono di voce dell’autore. Forse, ve lo immaginate pure mentre parla visivamente. Anzi, il messaggio, se ben scritto, può diventare più potente, perché nasce dal vostro interno.

Non è un caso, secondo me, che Luisa Carrada abbia dato il titolo del suo intervento scrivere per farsi ascoltare.

Per chi vuole approfondire

Se siete in vena di lettura e volete approfondire questi temi, mi sono occupato in maniera più complessa di questo tempo in due articoli. Si tratta di due articoli scritti quando avevo appena cominciato a capire cosa significasse scrivere per un blog. Però restano due articoli, a mio parere, molto validi.

Geografie emozionali e geografie dell’ascolto

Il non luogo e le architetture dell’informazione

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E voi? Qual’è il canale sensitivo che preferite per la vostra comunicazione? Voi come vi definireste? Come vi relazionate, voi lettori? in modo visivo, auditivo o cinestetico?

 

Intelligenza artificiale Facebook – Chatbot che parlano (una lingua sconosciuta)

Intelligenza artificiale Facebook e chatbot che parlano una lingua sconosciuta hanno riempito alcune pagine di giornali e molte pagine online. E sono arrivato a scrivere questo articolo partendo proprio dalla notizia che due chatbot avessero creato un linguaggio proprio.

Questo blog si è occupato spesso di assistenza vocale e conversazione, anche spiegando perché adesso. E dunque ho ritenuto doveroso un mio intervento. Anzi due. Scrivendo, in maniera più informale, dei Chatbot che parlano (una lingua sconosciuta). E svelando che parlano la nostra stessa lingua.

In pochi, invece, hanno parlato di quello che è accaduto davvero. In pochi sono andati alla fonte della notizia  per un approfondimento. Per me è bastato leggere un documento di Facebook molto interessante che riporto in parte di seguito. L’articolo, segnalatomi da Slow News (newsletter a pagamento) e Alberto Puliafito, si trova sulle pagine di Facebook.

La lingua sconosciuta

La lingua sconosciuta è banalmente un errore di programmazione che ha aspetti interessanti. Aspetti che portano a migliorare la macchina. Non certo a mettere in discussione la tecnologia. L’attenzione era rivolta alla capacità delle macchine di interloquire tra di loro, osservare quello che succedeva e soprattutto se arrivavano ad un risultato.

A causa di questo errore i ricercatori hanno completato l’esperimento perché l’esperimento non avrebbe portato a nulla. Dimostrando che i chatbot si sono rivelati troppo stupidi.

Intelligenza artificiale Facebook e negoziazione

In quest’ultimo anno su Messenger sono stati sviluppati migliaia di chatbot. E quello che i ricercatori di Facebook stanno studiando è la possibilità di progettare chatbot che siano utili per la nostra quotidianità. I ricercatori, hanno facilmente rilevato che tra le attività più frequenti della nostra giornata c’è la negoziazione. Tutti contrattiamo qualcosa. Una scadenza, una visita ad un amica, un’ uscita al cinema, dieci minuti in più sul letto, qualche centimetro per un posteggio risicato.

Ci interfacciamo con le altre persone chiedendo qualcosa e cercando un compromesso che l’altro può accettare o rifiutare.

La negoziazione è una parte importante della nostra quotidianità. I chatbot potrebbero aiutarci in questo?

Ad oggi, i lavori esistenti su chatbots hanno portato a sistemi in grado di tenere brevi conversazioni e di eseguire compiti semplici come la prenotazione di un ristorante. Ma le macchine di costruzione che possono contenere conversazioni significative con le persone sono impegnative perché richiedono ad un bot di combinare la comprensione della propria conversazione con la sua conoscenza del mondo. E quindi produrre una nuova frase che lo aiuti a raggiungere i propri obiettivi.

La capacità di negoziare

I ricercatori di Facebook hanno messo in relazione due software chatbot. Ad entrambi è stato dato il compito di negoziare e di ottenere alcuni oggetti. Ciascun oggetto aveva un valore numerico diverso. Nello specifico due libri, un cappello e tre palle da tennis. L’obbiettivo di ciascun chatbot era quello di raggiungere il risultato numerico migliore per se stesso.

I chatbot non si sono inventati dal nulla questo tipo di negoziazione. Sono stati i ricercatori che hanno creato innumerevoli scenari di negoziazione seguendo un modello.

garantendo sempre che fosse impossibile per entrambi i chatbot ottenere il miglior affare in contemporanea all’altro. Inoltre, i due chatbot sono stati istruiti per fermarsi nella negoziazione dopo 10 round di dialogo.

Il risultato è stato zero, perché i due chatbot non sono arrivati a niente. Se, infatti, il chatbot gioca contro se stesso, il risultato finale è zero.

La negoziazione è un problema linguistico. Il dialog rollouts

La  negoziazione è contemporaneamente un problema linguistico e di ragionamento, in cui un intento deve essere formulato e poi realizzato verbalmente. Tali dialoghi contengono sia elementi cooperativi che contraddittori, che richiedono ai chatbot di capire e formulare piani a lungo termine e di generare affermazioni per raggiungere i loro obiettivi.

Una tecnologia innovativa, che è stata utilizzata, è il “dialog rollouts”. Ossia, viene data la possibilità ai chatbot di costruire modelli mentali in modo da immaginarsi tutte le conversazioni possibili. Sottolineo il fatto che le conversazioni non sono elaborate dai chatbot, ma sono set che i programmatori inseriscono tra i dati che il software utilizza. In questo modo, il chatbot avrà la possibilità, in base ai calcoli, di poter fare la scelta che porti al risultato migliore. In altre parole…

 con la massima remunerazione futura attesa.

La vera notizia: i modelli sono in grado di generalizzare quando è necessario

Un po’ come avviene nel gioco degli scacchi. La macchina o il software, muovendo i pezzi, gioca infinite partite per raggiungere l’obbiettivo di dare lo scacco al Re. Calcola, non pensa.

Fino ad ora, questo tipo di tecnologia non era stata applicata alla lingua perché la conversazione umana ha un livello di complessità molto elevato. Ed infatti, il linguaggio usato in questo esperimento è stato molto semplice e ristretto. Lo scopo era quello di creare un modello che simulasse i dialoghi. Ma nello stesso tempo giungesse ad un risultato.

Solo così è possibile capire se il bot raggiunge l’obbiettivo che gli è stato dato.

I risultati dell’esperimento

Quali sono stati i risultati dell’esperimento? Principalmente tre.

Negoziazione estrema: nella negoziazione gli essere umani, ad un certo punto si accordano o comunque trovano un punto di incontro. Oppure proseguono in altre attività senza accordo. La macchina non si ferma finché non raggiunge un esito positivo.

Insomma, senza un comando adeguato, i chatbot andrebbero avanti all’infinito.

Manovre intelligenti: in alcuni casi i chatbot hanno dato segno di intelligenza, concedendo o mostrando interesse verso un elemento di valore, ma solo come azione di “compromesso”. Una tattica di negoziazione efficace che la gente usa regolarmente. Questo comportamento non è stato programmato dai ricercatori ma è stato scoperto dal bot come un metodo per tentare di raggiungere i suoi obiettivi.

Hanno simulato una strategia.

Produzione di nuove frasi: anche se i modelli neurali sono soggetti a ripetere frasi da dati formativi, questo lavoro ha dimostrato che i modelli sono in grado di generalizzare quando è necessario.

Tra le innumerevoli variabili di linguaggio, i software sono riusciti ad ottimizzare il linguaggio che gli era stato dato.

Costruire e valutare un insieme di dati di negoziazione

Per formare, ammaestrare, istruire i due chatbot a negoziare, questi vengono mescolati ad essere umani che a loro volta negoziano tra di loro. E solo procedendo in questo allenamento, composto da migliaia di conversazioni e contrattazioni che i due chatbots arrivano a qualcosa. E a qualcosa di utile.

Così per impedire all’algoritmo di sviluppare la propria lingua, è stato istruito contemporaneamente a produrre una lingua umana.

Cosa che non era mai stata fatta prima, perché la complessità del linguaggio è molto vasta. E comunque pare che un chatbot se la sia cavata molto bene.

Apprendimento di rinforzo

Se dunque i chatbots parlano con l’uomo, il chatbot parlerà nella lingua del parlante umano. Se parla con un altro chatbot, i due chatbot tendono a divergere dal linguaggio base. Ma non è detto che questi poi si comprendano tra di loro o che arrivino ad un risultato. Questo non lo sapremo mai. Probabilmente alla fine il risultato potrebbe essere pure zero ma detto in un modo che non significa nulla. Ed è nulla.

Per ovviare a questo errore, che ripeto non porterebbe a nulla, si è pensato di dare delle ricompense numeriche per mantenere la conversazione nella lingua predefinita.

Cosa ci aspetta?

Questo lavoro rappresenta un passo importante per la comunità di ricerca e per gli sviluppatori di bot. Si tratta di un evento storico. Intanto perché si può continuare a sperare di avere un assistente digitale personalizzato. Ma anche perché la comunità interessata all’argomento può portare altre persone di talento a contribuire nello sviluppo di questa tecnologia ancora agli albori.

Lo scopo dell’intelligenza artificiale

In fondo sono d’accordo con Injenia quando dice che lo scopo dell’intelligenza artificiale è

utilizzare reti neurali a supporto delle decisioni umane e non in sostituzione, utilizzando così il meglio dei modelli computazionali – la velocità – con il meglio della mente umana – la “saggezza” -.

I dubbi

È vero che ci sono dei dubbi riguardo l’intelligenza artificiale. Da sempre ciò che è “nuovo”, ciò che viene prospettato come cambiamento o rivoluzione, fa paura e riceve l’osteggiamento della moltitudine. E non è che gli scienziati siano immuni dal cavalcare le paure delle persone. Anche se a criticare sono scienziati come l’astrofisico Stephen Hawking che usa parole molto critiche a riguardo. O imprenditori come Elon Musk che pubblicamente alimenta queste paure e nello stesso tempo, investe in start up che sviluppano, appunto, intelligenza artificiale.

Prima di arrivare ad una intelligenza artificiale chissà cosa accadrà, chissà quali vantaggi ne avremo prima. O quali catastrofi naturali e climatiche ci aspettano.

In fondo stiamo insegnando alle nostre macchine a far di conto. Così come facciamo con i nostri bambini. Ed al momento, le possibilità che nostro figlio conquisti il mondo sono molto più alte di quelle che un chatbot si impossessi del Pianeta Terra.

I miei dubbi

Certo. La questione è seria. E i dubbi sono da ascoltare e da valutare. Sempre che questi dubbi derivino da uno studio o da una conoscenza, non solo cinematografica, dell’argomento.

Anch’io ho i miei dubbi. Dubbi di carattere etico. E riguardano piuttosto il cosa accadrà nel frattempo. Molto prima che si giunga, chissà quando, ad una intelligenza artificiale compiuta.

Ne ho già parlato nel mio articolo Assistenza vocale ed Etica. Me ne sono occupato anche quando ho parlato di assistenza vocale e questione di genere. Questioni neppure risolte per gli umani. E ragiono spesso sui principi dell’Onlife Manifesto.

Conclusioni

L’intelligenza artificiale è ancora lontana da venire. Eppure sono convinto che è necessario parlarne. Avere un dialogo costruttivo sulle tecnologie che si stanno sviluppando e che saranno pervasive, sarà utile a tutti.

La viralità della notizia, condivisa quasi 8000 volte, ci indica quanto grande sia la paura. Ma è anche il termometro che indica quanto sia necessario divulgare cultura digitale ovunque. Che diventi materia di educazione e formazione nelle scuole.

Una grande massa di persone, in questi anni, rimarrà fuori dai giochi. Già oggi, solo in Italia, gli analfabeti, persone che non sanno né leggere né scrivere, e analfabeti di ritorno, persone con un diploma che non comprendono cosa leggono, si contano a milioni.

Una grande massa di persone sta perdendo il proprio posto di lavoro. Sostituito, oggi, da macchine senza alcuna intelligenza. In contemporanea non si sta costruendo un’ educazione e una formazione adeguata ai lavori che serviranno da qui al prossimo decennio.

Da qui a qualche anno, il nostro problema non sarà certo l’intelligenza artificiale o i chatbots. Il nostro vero problema sarà il notevole divario eccessivo tra una parte della società altamente evoluta e una stragrande maggioranza tagliata fuori da questa evoluzione.

Una maggioranza, che a sentire le temperature di questi giorni, non sarà solo italiana, ma anche africana, costretta ad emigrare in terre abitabili e vivibili. Altro che intelligenza artificiale di Facebook!

Chatbot che parlano (una lingua sconosciuta). È la nostra lingua.

Non ci sono chatbot che parlano una lingua sconosciuta. È la nostra lingua, quella dei chatbot. E quello che sentiamo è solo paura di noi stessi, del nostro orrore. Siamo talmente consapevoli del male che siamo capaci di fare, agli altri, al mondo che ci circonda, persino a noi stessi, che non vediamo l’ora di rispecchiare in altri, quello che noi, esseri umani, siamo capaci di fare.

Kurtz – L’orrore. Video

Quello che hanno scritto sui giornali

Intelligenza artificiale Facebook e chatbot che parlano una lingua sconosciuta hanno riempito alcune pagine di giornali e molte pagine online. Sono diventati un ottimo argomento per tutti i vacanzieri. Qualcuno ha parlato di fake news. di bufala. Io non mi permetto. Ma dal momento che questo blog si occupa di assistenza vocale e chatbot è doveroso un mio intervento.

In breve, la notizia, ripresa in Italia dai tabloid inglesi, è che due chatbot parlando tra di loro e accidentalmente si sono inventati una propria lingua sconosciuta. Questa lingua avrebbe spaventato i ricercatori tanto da costringerli a concludere l’esperimento.

Il Messaggero scriveva

Paura nella Silicon Valley dove due robot hanno iniziato a dialogare in una lingua a noi non nota e incomprensibile. Sgomento e panico tra i ricercatori che, dopo lo stupore iniziale, hanno immediatamente staccato la corrente.

Altri hanno parlato di una lingua sconosciuta e segreta. Tanto che i ricercatori sarebbe stati costretti ad uccidere (hanno usato proprio questo termine) i due chatbot e interrompere l’esperimento, staccando la spina.

In realtà…

In realtà i due chatbot, sotto osservazione dei programmatori, parlavano in inglese. Durante l’esperimento si sono messi a parlare in un inglese senza senso. Questo non ha sorpreso nessuno, dato che l’uso di un linguaggio non riconoscibile è un errore di programmazione che non avrebbe portato a nulla.

Quindi nessun taglio di corrente, nessuna uccisione, semplicemente un’esperimento andato male. Subito corretto e i con alcuni risvolti interessanti e per nulla spaventosi.

Al’estero d’altronde un errore è un risultato in ogni caso e non è biasimabile così come lo è in Italia. Bisogna, inoltre, spiegare che, in ogni esperimento di programmazione, nel momento in cui i ricercatori non capissero il linguaggio dei software, non capirebbero neppure dove sta l’errore e neppure il risultato. Continuare un esperimento che non porta ad un risultato riconoscibile sarebbe, semplicemente, stupido, persino per un essere umano.

Dopo il primo allarme dunque e dopo le male parole di analisti del settore e cacciatori di bufale, pare che il panico sia passato a tutti. Qualche rivista è ritornata sull’argomento per spiegare meglio ma la preoccupazione resta.

Nessuna paura nella Silicon Valley

Paolo Attivissimo è stato tra i primissimi a smentire eventuali paure o l’inizio di catastrofi imminenti.

No, non c’è nessuna “paura nella Silicon Valley”, come scrive Il Messaggero (copia su Archive.is) titolando “Due robot iniziano a parlare fra loro in una lingua sconosciuta: sospeso l’esperimento di Facebook”Huffington Post, invece, titola “Facebook sospende il test per l’Intelligenza Artificiale: “Due bot hanno inventato un proprio linguaggio, incomprensibile all’uomo”” (copia su Archive.is).

La realtà, come spiega divertita la BBC invece di fare terrorismo luddista, è che la notizia, pubblicata inizialmente da Facebook, risale a giugno scorso, quando era passata inosservata (a parte qualche commento di riviste scientifiche divulgative): due chatbot di Facebook avevano dialogato tra loro in modo curioso. Tutto qui.

Tutti ne parlano

Il pronto intervento di Paolo o di altri, però non ha fermato la viralità della notizia. Se ne è parlato un po’ ovunque. Il tema è curioso e i personaggi in campo sono interessanti. Per cui mi pare normale che questo avvenga. La cosa che non mi pare normale è pensare che, siccome tutti ne parlano, sia naturale che i chatbot programmati per avviare una negoziazione, inizino a parlare di noi, dell’essere umano, di come conquistare il Pianeta Terra ed eliminare la razza umana.

Perché insomma, di questo si tratta. I giornali quando parlano di intelligenza artificiale raccontano un film. Parlano di macchine talmente intelligenti che non avranno bisogno di noi e che si libereranno degli esseri umani. Proprio come accade nei film. Ma invece di informare i propri lettori su cosa è accaduto, parlano delle nostre paure.

Fantascienza: letteratura e cinematografia

Perché se è vero che chi studia intelligenza artificiale punta ad una macchina che simuli i calcoli di una mente umana. È vero che il suo sogno sarebbe quello di realizzare una intelligenza da film. Ma è anche vero che chi dovrebbe informare fa leva su un filone della letteratura e della cinematografia che tanto piace a tutti noi. Giovanni Morandini, autore radiofonico (ascolta Alias) umano ma un po’ alieno, affronta il tema con la sua ironia, su Facebook. Qui fa un elenco di libri che hanno accompagnato l’adolescenza di molti.

In Superintelligence: Paths, Dangers, StrategiesBostrom si chiede «cosa succederà quando le macchine sorpasseranno gli umani nell’intelligenza» e se «gli agenti artificiali ci salveranno o ci distruggeranno».
Insomma pare che il tema sia piuttosto caldo anche se, a dire il vero, la ribellione della macchina contro l’essere umano, è un tema classico della fantascienza.

Il topos “creatura che si ribella al suo creatore”

Il capostipite del topos “creatura che si ribella al suo creatore” è senza dubbio il buon vecchio Frankenstein di Mary Shelley che a sua volta ricalca il mito greco di Prometeo. Vedi anche Frankenstein o il moderno Prometeo. Con espansione online.

Nel settembre del 1940, Isaac Asimov pubblicava sulla rivista Super Science Stories, Robbie, I robot dell’albail suo primo racconto di fantascienza, inserendo nella storia i robot positronici. Asimov intendeva reagire a tutte le precedenti storie sui “robot come minaccia”, molto diffuse all’inizio del XX secolo. I suoi robot erano utili e versatili e dovevano aiutare l’umanità. Con l’evoluzione dei robot nei racconti di Asimov, però, le scappatoie escogitate per scavalcare le Tre Leggi diventano sempre più raffinate.

Il cacciatore di androidi è un romanzo di fantascienza scritto da Philip K. Dick nel 1968, da cui è stato tratto il celebre film Blade Runner di Ridley Scott (1982). Il tema più significativo del romanzo è la difficoltà di distinguere gli esseri umani dagli androidi. Nel romanzo gli androidi sono macchine disumane, senzienti ma prive di empatia. Il bello è che alla fine sono gli esseri umani che perdono l’umanità finendo per assomigliare agli androidi.

Nel 1960 Dino Buzzati scrisse Il grande ritratto, un romanzo ambientato in un misterioso centro di ricerche, dove viene realizzata una gigantesca “Macchina Pensante”, un supercomputer inizialmente pensato per scopi militari in grado di riprodurre la coscienza umana.

Tra scienza e fantascienza

A For Andromeda è stato scritto nel 1962 dall’astrofisico Fred Hoyle (inventore del termine “buchi neri”) con la collaborazione dello sceneggiatore John Elliot. La storia è questa: il telescopio di Bouldershaw Fell in Inghilterra capta dallo spazio un segnale criptato proveniente dalla nebulosa di Andromeda. L’astrofisico John Fleming scopre che nel messaggio ci sono le istruzioni per costruire un supercomputer. Dopo averlo realizzato si rendono conto che è stato in realtà ideato per creare una nuova forma di vita. La creatura che viene creata, Andromeda, ha le sembianze di una donna e un’intelligenza superiore. Sarà una minaccia per l’umanità? Da questo libro la Bbc e in seguito anche la Rai trassero uno sceneggiato.

Anche uno dei più celebri film di fantascienza mai realizzati, 2001 – Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, affrontava questo genere di problemi.

Che film hai visto?

E così qualcuno ha rivissuto qualche pezzo di film sparso qua e là. Anche se poco si estrae dai capolavori citati da Giovanni. Ma si prende spunto da filoni meno riflessivi come Terminator o ultra cervellotici come Matrix.

Ed ecco il film.

Due chatbot stanno parlando tra di loro, iniziano a discutere la divisione di oggetti vari. Ad un certo punto, sentendosi osservati, per non farsi capire, inventano un linguaggio segreto. I ricercatori ammirati da questo comportamento imprevisto cercano di interpretare il nuovo linguaggio. Ma niente. Le migliori menti del Pianeta non capiscono questa lingua. Nel frattempo i due chatbot dalla divisione di caramelle, sono passati a dividersi città, provincie (quelle sopravviveranno anche ai robot), regioni e poi Nazioni. Si spartiranno le poltrone, i posti di comando, si spartiranno, insomma, il mondo.

Chatbot alla conquista del Pianeta Terra

Quando avranno raggiunto la divisione di ogni angolo del Pianeta Terra, inizieranno a costruire altri robot. Si impossesseranno delle centrali elettriche e dei reattori nucleari, inizieranno a produrre energia. Allora, solo a questo punto si mobilita l’esercito che cerca in tutto il mondo un professore universitario che capisca questo linguaggio.Ma solo un blogger trascrive le traduzioni di queste chiacchierate. Nessuno era riuscito a trovarlo prima perché l’ultimo aggiornamento di Google ha portato i suoi articoli alla decima pagina. Ma è troppo tardi. In realtà, avevano perso troppo tempo a cercare ingegneri e non umanisti. Ha inizio così una guerra dove l’inerme e stupidissimo essere umano, non avrà le forze sufficienti a contrastare la nuova Robonet.

L’essere umano, l’essere più buono dell’universo, che aveva preservato da sempre la sua Terra, i boschi, le acque, l’aria, i mari e tutte le sue risorse, vedrà il suo mondo scomparire in mano a intelligenze artificiali malvagie. Ed anche guerrafondaie.

Ma per fortuna si tratta di un sogno. Il sogno dello stagista di 50 anni pagato a scontrini, che stava osservando i chatbot che parlavano. Si era addormentato perché il dialogo era troppo stupido. Risvegliato da uno scappellotto del direttore, che ritornava dall’ennesima riunione del Partito, si rende conto di aver visto il Futuro. Così dopo una furibonda lotta contro il direttore, che voleva continuare l’esperimento, e i suoi scagnozzi, con un guizzo ha la meglio. Lo stagista riesce ad uccidere i due chatbot e salva l’umanità da un futuro catastrofico.

Niente di speciale, attenzione. Magari il tuo film è ancora più spaventoso.

I sentimenti

Ma queste sono le fantasie che si prospettano. Quando si parla di fantascienza ad essere colpiti sono i nostri sentimenti. I sentimenti biologicamente umani, come la paura, il desiderio, la voglia di rivalsa, l’odio, il sadismo. Pensare che un chatbot o una intelligenza artificiale abbia la capacità di confabulare, di parlare male degli altri, il desiderio di conquista, di distruggere un’altra razza; di assoggettare, emarginare, bullizzare l’altro, perché diverso; pensare il modo di torturare e far del male ad altri essere viventi; escogitare il modo di annichilire gli altri, ritenendoli inferiori, ebbene tutto questo significa rimandare su uno specchio sentimenti ed emozioni tipicamente umani; e solo umani. Persino i peggiori, neanche i migliori sentimenti.

Le nostre paure

In realtà abbiamo paura di noi stessi. Abbiamo paura di quell’orrore che stiamo vivendo. E di cui non fa certo parte l’intelligenza artificiale.

L’intelligenza artificiale farà in modo che tutto quello che è un calcolo sarà più veloce. Ma l’essere felici per un appuntamento, per una carezza, per la visione di una ragazza o di un ragazzo, non è un calcolo matematico, è chimica, ma non un calcolo.

L’intelligenza artificiale è un obbiettivo ambizioso, peccato che ancora sia molto lontano dalla realtà e (nessuno lo dice) siano stratosfericamente costose. Al momento, le migliori intelligenze artificiali, riescono a batterci a scacchi e a qualche altro giochetto di calcolo.

Chatbot che parlano

In tutto questo si da per scontato che stiamo discutendo di due chatbot che parlano. E la cosa è straordinaria in se stessa. Di questo dovremmo parlare. Essere felici di un risultato scientifico importante. Un evento scientifico unico nella storia della nostra evoluzione.

Parlare di altro, di un futuro che forse non arriverà mai, significa dimenticare le meraviglie tecnologiche che stiamo vivendo. Facciamo uso di dispositivi e di strumenti di una potenza straordinaria che nessuno ha mai posseduto nella storia dell’umanità. Dovremmo semmai preoccuparci di comprendere quello che sta accadendo. Di avere consapevolezza degli strumenti e non paura.

Conclusioni

Giungo alle medesime conclusioni del successivo articolo, perché nascono insieme.

È necessario parlare di questi temi, dialogare con tutti e se non capiamo sforzarci di capire. Ciò che mi fa paura è la viralità della notizia. Viralità che dimostra quanta basso sia il livello di cultura digitale. Sarebbe necessario istruire i nostri studenti ad avere consapevolezza degli strumenti che usano e che usiamo.

Credere ad una notizia come questa significa poter credere che un giorno la nostra auto romperà il cambio perché l’abbiamo tenuta al sole tutto il giorno. E si guasterà proprio il giorno in cui avremo un appuntamento importante. Intenzionalmente. Un modo come un altro per farcela pagare intenzionalmente.

Ebbene, così non è. Ed è necessario che ciascuno di noi faccia la sua parte nella diffusione di cultura digitale. Perché il tema riguarda tutti.

Se vuoi sapere cosa è accaduto davvero

Se sei arrivato fin qui, vuol dire che il tema ti interessa. E allora leggi cosa è accaduto veramente e magari condividi.

Intelligenza artificiale Facebook – Chatbot che parlano (una lingua sconosciuta)