Sirene allertamento acqua alta – Venezia

Le sirene allertamento acqua alta sono il sistema di allarme che viene diramato per tutta la città di Venezia quando si sta per verificare il fenomeno dell’acqua alta.

La scorsa settimana nell’articolo in cui si parla di come creare un prodotto di successo anche con il sonoro, si parlava della storia degli allarmi. Durante la ricerca che ho svolto per quell’articolo mi sono imbattuto proprio sulle sirene allertamento acqua alta e di come queste trasmettono messaggi e significati per gli abitanti del luogo.

Cos’è e cosa provoca l’acqua alta a Venezia?

In molti pensano che l’acqua alta sia causata dalla pioggia. Perché spesso, in concomitanza con le piogge si verifica l’acqua alta. Ma la pioggia non ha nessuna influenza diretta. In realtà l’acqua alta è un fenomeno legato ad altri due fenomeni meteorologici. Il primo fenomeno è connaturato alla laguna e al mare, cioè la marea. Il mare, sia per l’attrazione che esercita la luna, sia per la forza centrifuga della sua rotazione, ogni 6 ore sale e ogni 6 ore si abbassa. Questo in laguna è un fenomeno visibile.

La pioggia influenza questo fenomeno indirettamente. Infatti quando si hanno le condizioni precedentemente spiegate, la pioggia gonfia i fiumi che sboccano sulla laguna e si aggiunge a quanto detto prima. La pioggia da sola, o i fiumi gonfi di acqua da soli, non provocano nessun fenomeno di acqua alta.

L’acqua alta è una calamità

Il fenomeno dell’acqua alta non è un fenomeno piacevole e divertente. Anzi. Si tratta di una calamità e una tragedia per i veneziani e per tutti coloro che lavorano e vivono a Venezia (foresti). Per chi non ha mai visto questo fenomeno o per turisti sprovveduti, vedere una città immersa nell’acqua può essere uno spettacolo indimenticabile. Per chi vive la città un po’ meno.

Negozianti, abitanti dei piani terra, ogni qualvolta arriva l’acqua alta vivono un disagio molto grave e pesante.

Basta un filo sfilacciato di un capo di abbigliamento per novinarlo per sempre. Un filo elettrico vecchio o temporaneamente scoperto, di cui non si pensava l’esistenza, in acqua, per mandare in corto circuito tutto l’impianto. E i numerosi accorgimenti non bastano mai. È sufficiente un centimetro in più rispetto all’acqua alta precedente per vanificare il lavoro fatto fino a quel momento.

Per cui, se vi trovate a Venezia, e i verifica il fenomeno dell’acqua alta, non fate il bagno, non divertitevi. E abbiate rispetto per quanti stanno lottando contro le forze dell’acqua. Oltre ad una questione igienica, quel momento è un momento tragico per molte persone.

Ad un metro dal livello del mare

Venezia è grosso modo costruita ad un metro dal livello de mare. Piazza San Marco è grosso modo a questa altezza. Tanto è vero che basta solo un’alta marea più grossa di altre per portare la Piazza sott’acqua. Altre zone sono poste a 10, 20, 30, 50 centimetri più in alto.

Ora il problema dell’acqua alta comincia ad interessare la città a 110 centimetri dal livello del mare, fino a coprire l’intera città se si arriva ad un livello di acqua alta eccezionale. Oltre i 160 centimetri scatta la calamità naturale.

Cosa succede a Venezia durante l’acqua alta

Dato che si tratta di una calamità naturale il comune ha avviato da lungo tempo gli allarmi e gli avvisi del caso. A Venezia esiste una istituzione ad alta professionalità e innovazione che è il Centro Previsioni e Segnalazioni Maree.

Il Centro Previsioni e Segnalazioni Maree, ha due compiti.

  • Lo studio del fenomeno al fine di produrre una previsione, a breve e medio termine, sempre più precisa;
  • La divulgazione dei dati principali oltre all’avviso alla popolazione in caso di alta marea eccezionale.

In caso di acqua alta tutti gli abitanti sono avvertiti con i canali più usati da ciascun cittadino. Si può essere chiamati al telefono, ricevendo un messaggio telefonico registrato. Oppure si possono ricevere SMS, scaricare applicazioni appositamente create, si possono vedere le previsioni su twitter o su internet e sui giornali cartacei. E infine c’è un sistema di sirene allertamento acqua alta di cui vi parlo oggi.

Insomma, se frequenti Venezia, è quasi impossibile non sapere quando ci sarà l’acqua alta. TI fossi perso tutte queste comunicazioni c’è sempre il passaparola della gente che ne parla abitualmente.

Il sistema di allertamento acqua alta

Il primo sistema usato dai veneziani per avvertire il verificarsi dell’acqua alta è stato il sistema delle sirene antiaeree. Queste sirene usate durante la seconda guerra mondiale sono state riadattate ad un uso civile.

Il sistema di sirene antiaereo è stato mantenuto fino alla fine del 2010, quando è stato sostituito da strumenti acustici più innovati e funzionali.

L’allarme, sia in passato che oggi, ad ogni modo, si azione tre ore prima che l’acqua alta raggiunga il picco massimo. Insomma, è il segnale (un tempo avvertito anche come qualcosa di molto lugubre) che, se ci si trova in casa, è bene restarci; e se si fosse in strada è meglio affrettarsi a rientrare.

A meno che non si ha un bel paio di Stivali di gomma da lavoro (che arrivino almeno al ginocchio), oppure degli stivali da pesca che ti tengo al sicuro da qualunque tipo di acqua alta. Per le donne ci sono anche dei modelli più sciccósi come gli Stivali di Gomma Basse.

Sirene allertamento acqua alta

Dal 2011 le cose sono leggermente cambiate e il comune ha modificato il sistema con segnali acustici che trasmettono non solo l’allarme, ma anche un messaggio, un significato.

Il suono comunica un messaggio linguistico/ numerico, ossia comunica il livello in centimetri dell’acqua alta e i 4 livelli di marea previsti.

Come funziona il nuovo sistema?

  1. Una sirena richiama l’attenzione sull’allarme-marea.
  2. Segue un segnale che ha la funzione di indicare il livello di marea atteso.

Quest’ultimo segnale prevede 4 “livelli” sonori in scala, quanti sono i livelli di marea da segnalare.

  • 110 cm: un suono prolungato sulla stessa “nota”
  • 120 cm: due suoni in scala crescente
  • 130 cm: tre suoni in scala crescente
  • 140 cm e oltre: quattro suoni in scala crescente

Quindi per capire i nuovi segnali è sufficiente contare i suoni.
Il segnale è ripetuto più volte per consentire un più facile riconoscimento del livello di marea previsto.
I segnali sono stati studiati per essere semplici, facili da ricordare e acusticamente efficaci anche nelle difficili condizioni di propagazione del suono a Venezia.
Vengono impiegate frequenze facilmente udibili anche dagli anziani.

Ascolta i segnali di allertamento acqua alta

Se vuoi fare una prova e capire di cosa si tratta ti basta scaricare e ascoltare i suoni di seguito.

Un approfondimento sulle sirene di allertamento acqua alta

Sul sito del comune di Venezia c’è un bellissimo approfondimento riguardo il nuovo sistema che garantisce la copertura sonora uniforme su tutto il territorio.

Il nuovo sistema prevede una sequenza di due segnali, il primo (attenson) serve per catturare l’attenzione e riproduce per qualche secondo un suono assimilabile a quello della tradizionale sirena; il secondo (earcon) si incarica di fornire l’informazione circa l’altezza di marea prevista, mediante uno o più toni di diversa altezza che si susseguono.

In particolare: l’earcon riferito a una marea di 110 cm è composto da un unico tono, quello riferito ai 120 cm comprende due toni in scala crescente, e poi, sempre in scala crescente tre toni per i 130 cm e quattro per i 140 cm.
Dai 120 cm in su, l’ultimo tono ha una durata maggiore delle precedenti per avvertire chi ascolta che si è arrivati all’ultimo “scalino” del segnale acustico. Come per le vecchie sirene elettromeccaniche, il messaggio che segnala il livello di marea (earcon) viene ripetuto per cinque volte.

Il nuovo sistema ha tre caratteristiche

  1. Semplice.
  2. Facile da ricordare.
  3. Acusticamente efficace.
rappresentazione grafica dei segnali acustici

Sistema di diffusione acustica come mezzo di comunicazione

Più in generale, il nuovo sistema di diffusione acustica costituisce un nuovo e flessibile mezzo di comunicazione che arricchisce le infrastrutture destinate alla informazione e alla protezione della cittadinanza . Grazie alla sostituzione delle sirene elettromeccaniche (che potevano diffondere un solo tipo di segnale) con una moderna tecnologia digitale, è possibile in ogni momento arricchire l’insieme dei segnali e comunicare tempestivamente alla cittadinanza informazioni di rilevanza collettiva.

Si tratta di sirene elettromeccaniche, apparecchiature ad emissione omnidirezionale che trasformano energia meccanica in pressione sonora; questo genere di conversione comporta un elevato assorbimento di energia elettrica, inoltre il risultato finale non è ottimale per vari motivi.

Set di suoni

Il set di suoni è il risultato di numerosi studi e test. Prima in laboratorio, dove si sono ricercati i segnali più facili da comprendere e ricordare. Successivamente è stata svolta una sperimentazione “dal vivo” in città.

Conclusioni

Il nuovo sistema di sirene allertamento acqua alta, oltre ad essere all’avanguardia e molto più efficiente del precedente, ha anche dei vantaggi a lungo termine. I messaggi utilizzati, al momento, sono quelli relativi all’acqua alta. Ma nulla impedisce che questo sistema possa essere, un giorno, utilizzato per altro tipo di messaggi rivolti alla popolazione, in base alle necessità che la comunità veneziana avrà nel tempo.

Ed infine, è un ottimo esempio per me e il mio blog spiegare cosa significa trasmettere un significato o un messaggio attraverso il suono. Ma se siete giunti fin qui, lo sapete già!

Musica sul posto di lavoro. In Italia si ascolta musica in ufficio. E la fonte?

Musica sul posto di lavoro? Pare che in Italia non si faccia altro. L’85% dei lavoratori ascolta musica in ufficio. Da non crederci! Lo dice una ricerca. Ma quale ricerca? Qual è la fonte?

La notizia è stata diramata dall’agenzia ANSA e diffusa dai maggiori giornali italiani. Sottolineando il fatto che si tratta di un primato europeo e quasi mondiale. La cosa non interessa molto gli italiani, sui motori di ricerca, non si trovano ricerche a riguardo. Piuttosto l’interesse verte sul sapere se si può ascoltare musica sul posto di lavoro o la relazione tra musica e produttività (su cui tornerò).

Musica sul posto di lavoro

Intanto rispondo ai lettori che possono finire su questo articolo cercando proprio una risposta a questa domanda. È possibile ascoltare musica sul posto di lavoro? Il datore può impedirlo?

La risposta è che l datore di lavoro non può vietare di ascoltare musica sul posto di lavoro a due condizioni.

  1. La prima condizione è che non sia stato redatto un regolamento, condiviso con i lavoratori, dove espressamente si vieta l’ascolto di musica sul luogo di lavoro. Vale su tutto il regolamento interno, che stabilisce anche i buoni rapporti tra colleghi.
  2. La seconda condizioni è che non si violino le norme di sicurezza. Ossia, per esempio, se lavori in un luogo con macchinari dove un allarme ti salva la vita, non puoi tenere le cuffie con la musica a tutto volume.

In ogni caso valgono le norme di civile convivenza e contrattazione con i propri colleghi e superiori.

La notizia ANSA

Ma veniamo alla ricerca e alla notizia che rimbalza di sito in sito.

L’Italia è il primo paese in Europa per l’ascolto di musica al lavoro e il secondo a livello globale dopo gli Stati Uniti. Lo dice una ricerca di LinkedIn e Spotify. Se gli Usa si attestano all’87%, il nostro paese è all’85%, e in Europa ha il primato superando Spagna (83%) e Francia (73%). Secondo l’indagine, più dei tre quarti dei professionisti tricolore pensa che la musica li renda più produttivi, mentre più della metà dei lavoratori (56%) che ascoltano musica in ufficio sostengono che aumenti la loro motivazione, creatività (52%) e trasmetta una sensazione di calma (39%).

Mentre il 17% dei lavoratori ammette di ascoltare musica per coprire il rumore prodotto dai colleghi soprattutto negli ‘open space’. Tra gli artisti giudicati “più appropriati” mentre si lavora ci sono i Coldplay (44%), la canzone che aiuta di più a prepararsi a una giornata lavorativa è ‘Viva la Vidà (35%). Il pop (61%) è il genere preferito dai professionisti, insieme alla musica classica (30%) e al rock (30%).

(ANSA)

I giornali e la musica sul posto di lavoro

La notizia è stata ripresa dai maggiori giornali e riviste sul web. Tutti riprendendo, su per giù, lo stesso titolo

Italia dopo Usa paese dove si ascolta più musica in ufficio

Ricerca LinkedIn-Spotify, Coldplay i più appropriati

E altri ancora continuano in queste ore a riprendere la notizia. Tutti parlano e scrivono di una ricerca svolta da Linkedin e Spotify. Tutti snocciolano i dati con il quale l’Italia si è conquistata la prima posizione in Europa e il secondo posto nel mondo. E pare di capire che in ufficio gli italiani si divertano, sempre che ascoltare musica aumenti la produttività. Quindi senza scriverlo, ma tra le righe, si fa un complimento a tutti coloro che lavorano ascoltando musica.

La cosa molto strana è che nessuno chiede quale sia la fonte di questi dati. Nessuno tiene a informare i lettori da dove arriva la ricerca. Almeno per capire se è una ricerca pubblicata ed effettuata da un ente terzo o se si tratti di una comunicazione di Linkedin arrivata attraverso un comunicato stampa.

Di che ricerca si tratta?

Ho cercato in lungo e in largo la fonte di questa notizia. E non ho trovato tantissimo. Ho usato i principali strumenti consigliati dal Verification Handbook e dopo lunghe letture in italiano e in inglese ho trovato due righe chiarificatrici.

L’unico sito a dare notizia della ricerca è Player.it che spiega.

Censuswide ha intervistato 1.000 adulti italiani lavoratori e impiegati tra il 16 e il 22 Agosto 2017 utilizzando dei dati presi forniti da Spotify per elaborare la lista degli artisti più popolari in Italia nel 2017.

E questa insomma sarebbe la fonte, che con ogni probabilità si trova nel comunicato stampa, alla fine, tra le note a margine. E che nessuno pubblica.

Cosa ci dice la ricerca?

Il primato che viene attribuito all’Italia mi pare che barcolla. Da queste due righe capisco che gli italiani, salvo ricerche contrarie, come tutti i lavoratori del mondo, quando lavorano, molto probabilmente lavorano, senza musica. Salvo le eccezioni personali di chi lavora con una musica di sottofondo.

Mancano, a mio modo di vedere, alcuni elementi su cui ragionare. Sarebbe stato interessante sapere chi sono questi lavoratori, che ruolo svolgono, per esempio. Si tratta di artigiani o di impiegati all’ufficio statistico? Sono dirigenti aziendali o sono stagisti dell’ufficio posta?

Il periodo poi mi pare dei più assurdi per affermare che in Italia si ha il primato dell’ascolto in ufficio. Si sottintende che gli italiani ascoltino musica sempre (ricordo l’85% degli intervistati). Altro che uffici, pare che stiamo parlando di aziende radiofoniche. La ricerca, infatti, non è stata fatta, tra gennaio e giugno, quando i carichi di lavoro degli uffici, a pieno regime e in vista delle chiusure, sono gravosi.

Ma è stata fatta durante la settimana di ferragosto. È stata fatta quando in Italia le maggiori aziende ed enti pubblici sono chiusi, e i lavoratori e impiegati sono per la maggior parte in ferie.

Certo! L’impiegato che sta lavorando nella settimana di ferragosto molto probabilmente sta solo presidiando un ufficio in attesa di una telefonata che forse non arriverà tutto il giorno o tutta la settimana. Verosimilmente è da solo; e se lavora sul serio sta sbrigando questioni interne e anche personali. Magari sta sistemando un ufficio troppo disordinato, in un momento di calma, per riprendere a settembre con più ordine.

Nessuno troverà nulla di male a pensare che trovandosi da solo, in ufficio, a pensare come i colleghi si divertano al mare, il povero impiegato, per ammazzare il tempo, ascolti la propria musica preferita.

Pubblicizzare una playlist

Insomma, pare che si tratti di una notizia verosimile, o vera in parte. Infatti, premesso tutto questo, e ammesso che l’85% dei lavoratori italiani, nella settimana meno lavorativa dell’anno, ascoltino musica, tutti rimandano, alla fine, ad una playlist di 50 brani che i lavoratori ascoltavano a lavoro. Se vi interessa qui trovate la playlist globale pubblicata da LinkedIn su Spotify.

Così come, in modo trasparente, ne ha parlato per primo Darain Faraz, Communications & Brand Marketing presso LinkedIn. E come proprio il 21 settembre, ha fatto eco Marcello Albergoni, Head of Italy presso LinkedIn italia.

Entrambi i dirigenti di Linkedin rimandano ad un hashtag su Twitter #Musicatwork e sempre alla stessa playlist.

Conclusioni

La frase, “lo dice una ricerca” pare immobilizzare tutti e zittire chiunque. Frase sufficiente a dare autorevolezza a tutto quello che viene dopo. Un tempo si diceva “lo ha detto la televisione!” E tutti dovevano accettare quanto detto. Ma adesso qualcosa in più si può dire. Qualcosa in più si deve dire. Non penso sia un delitto.

Vogliamo dare spazio ad una playlist? Riteniamo interessante sapere che musica ascoltano gli italiani. Diciamolo. Cosa ci sarebbe di male?

Sarò un lettore esigente, sarò pure sempre più fissato con i dati e con i numeri, sebbene ho una laurea in lettere; sarà pure che voglio essere consapevole di quello che leggo, però oggi, da lettore, mi aspetterei che ci sia un link che rimanda ad una fonte, se si parla di dati.

Chiedo articoli che non trovo. E a volte preferirei leggerli certi articoli, piuttosto che dovermeli scrivere.

 

Creare un prodotto di successo con il suono

Creare un prodotto di successo significa creare un prodotto che ha una riconoscibilità unica. La progettazione connette i prodotti e i suoi fruitori. Dato che oggi, più che mai, i prodotti restituiscono significati (anche) attraverso i suoni è necessario cominciare a pensare alla progettazione sonora secondo i moderni principi dell’user experience.

Il design del suono è fondamentale per i prodotti di successo

Proprio la scorsa settimana O’reilly nella sua newsletter ci ha regalato un capitolo di un nuovo libro che vuole fornire una norma o uno standard per estrarre tutti i vantaggi del sonoro e migliorare la capacità di capire le sottigliezze della comunicazione sonora.

Il libro, Designing Products With Sound scritto da Amber Case, antropologa e user experience designer, e Aaron Day che si occupa da oltre 17 anni di architettura dell’informazione sonora, uscirà a fine ottobre.

Non potevo dunque sottrarmi dal riproporvi il capitolo, riportando le parti più interessanti, e rimandando agli approfondimenti che questo blog ha fatto durante i suoi due anni di esistenza.

Il design del suono non dovrebbe essere un ripensamento alla fine di un processo di progettazione.

La premessa di Architettura dell’informazione sonora

Non ho ancora capito se i miei colleghi architetti, quando parlo di architettura dell’informazione sonora mi considerino un venditore di fumo o un visionario.

Quello che vorrei portare sul tavolo delle discussioni è semplicemente la questione che oggi, sia le app, sia i dispositivi che utilizziamo, producono suoni. Questi suoni sono progettati, e se non lo sono ancora, vanno progettati.

Così come ricordano Amber Case e Aaron Day non tutti i dispositivi, le app o i prodotti, necessitano di un suono o di una progettazione sonora. Ma una parte, seppure minima, ne ha necessità. E se all’interno di una sana progettazione non si prende in considerazione la progettazione sonora, a mio parere, faremmo perdere un po’ di potenza e di efficacia, all’intero progetto.

In tal senso, mi piace che Amber Case e Aaron Day dicano.

La storia della civiltà umana è anche una storia di progettazione sonora sempre più complessa. Sapere come ci siamo arrivati ci offre alcune intuizioni cruciali in ciò che ci aspettiamo dal suono, e come incontrare o confondere quelle aspettative.

Siamo un po’ oltre al logo sonoro o sound brand di cui anche mi ero occupato, o dell’audio identità come la definisce chi crea loghi sonori. Ma andiamo con ordine.

La storia del suono

La storia del suono da qualunque punto di vista la osserviamo o la sentiamo (è il caso di dirlo) è un mondo affascinante, perché ci appartiene. Le sonorità, le risonanze, fanno parte e colpiscono le nostre parti più intime. Un suono porta con se il senso della riconoscibilità. Ripercorre su canali auditivi le emozioni più profonde del nostro essere.

In uno dei miei primissimi articoli sul blog parlavo del suono come quarta dimensione dell’UX, concetto che ho ripreso poi nel mio intervento al WIAD Palermo. In quella occasione ho raccontato di come nel tempo si è proceduto e si procede a silenziare gli strumenti.

Ma silenziare gli strumenti non significa eliminare dal dispositivo i suoni. Il silenzio è una delle opzioni possibili tra le sonorità disponibili. Nello spartito musicale, la pausa, che è silenzio, fa parte della musica. Pause e note costituiscono l’intero brano musicale.

Allarmi

Amber Case e Aaron Daye ci raccontano dal canto loro la storia degli allarmi. Allarmi che ci svegliano e che ci costringono ad alzarci come lo snooze. Oppure allarmi che ci avvertono o ci hanno avvertito, nel tempo, di un pericolo, che ci trasmettono una situazione che non potrebbe avere la stessa efficacia e urgenza rispetto ad altri canali sensoriali.

Un tempo bastava un bastone che colpisse una campana per allarmare la comunità. Ma più le nostre tribù sono diventate complesse, più abbiamo dovuto progettare e inventarci nuove soluzioni. Quindi abbiamo dovuto trovare il modo per avvertire che una casa andasse in fiamme, che un ladro stesse per entrare in casa, che fossero in arrivo degli aerei da combattimento. Abbiamo avuto anche l’inventiva di trasformare quegli allarmi antiaerei in allarmi per l’acqua alta. Come ben sa chi vive, o è stato, a Venezia.

La storia degli allarmi è la storia della civiltà, fino al punto in cui ne sentiamo dozzine in un giorno, quasi senza rendersene conto, dai clacson e sirene di polizia, alle campane di scuola e agli avvisi degli smarphone.

Strumenti musicali

I primi strumenti musicali trovati nella storia dell’umantà sono stati i flauti, più di 40.000 anni fa. Questo significa che la musica ha preceduto la lingua scritta di migliaia di anni.

Modellavamo le nostre emozioni musicalmente molto prima di modellarle con la scrittura e il testo.

La musica e gli strumenti musicali hanno accompagnato i riti tribali e sono stati suonati in ambienti comunitari. E ancora oggi questo accade. In forme e modi a cui non pensiamo più come tali.

Oggi, il vostro rituale quotidiano potrebbe incorporare una specifica canzone in una routine di sveglia o allenamento. Un romanzo e le vostre relazioni possono essere associate a brani specifici. I concerti all’aperto sono spazi per l’avvicinarsi dell’età e allo spettacolo e alla socializzazione. Sono anche luoghi per la creazione e la comunicazione di firme tribali come la moda, l’identità, la bellezza e la prontezza di accoppiamento.

Una canzone estiva popolare e catchy (Daft Punk’s Get Lucky viene in mente per il 2014, o George Michael’s Faith per il 1988) può definire un’intera estate, non solo in una nazione ma in tutto il mondo. Insieme queste canzoni rappresentano rituali di estivi o di alcuni stati d’animo.

I tormentoni dell’estate sono parte di rituali sociali di massa. Dalla maggior parte delle persone non considerate più tali. Ma questo sono. Un rituale.

La registrazione

La registrazione digitale e la riproduzione segnano un avanzamento sugli strumenti analogici in quanto consentono di produrre, riprodurre e condividere la musica ancora più facilmente.

Il digitale è portatile (contro il vinile che è statico) e accessibile. I nostri servizi di streaming ci permettono di ascoltare musica in qualunque momento.

Su questo Amber Case e Aaron Daysono un po’ in polemica

Questa facilità di accesso presenta tuttavia degli inconvenienti, come la perdita dell’ascolto comune e la perdita di qualità del suono dovuta alla compressione. Oggi è raro ascoltare la musica piena e non compressa come potremmo in una sala da camera. Invece, la sentiamo più spesso post-prodotta per renderla ascoltabile a bitrate bassi, rendendola relativamente facile per fluire, ma in qualità diminuita. Ciò mette un peso cognitivo nascosto sul nostro cervello, che deve lavorare per riempire le lacune minuscole nella musica lasciata dal processo di compressione.

Storia di una compressione e incomprensione

Amber Case e Aaron Day continuano.

A breve termine, questo è un piccolo prezzo da pagare per l’accesso immediato a milioni di canzoni, ma a lungo termine trasforma la musica in una sorta di cibo spazzatura virtuale, fornendo una sembianza di soddisfazione mentre faticano le nostre capacità di elaborazione uditiva. Tuttavia, questa stanchezza temporanea è generalmente preferibile ai rumori di tamponamento casuali presenti negli ambienti urbani e suburbani di tutti i giorni.

Se da un canto Amber Case e Aaron Day hanno pienamente ragione, parlare ancora male dell’Mp3, di cui ho raccontato la vera storia, mi pare ormai inutile.

Almeno da come la vedo io. Il suono perfetto non esiste, se non nel momento in cui ascoltiamo uno strumento acustico in un dato momento. Tutta la musica riprodotta ha troppe varianti per risultare identica a quel momento dal vivo.

È per questo motivo che, per secoli, la gente è andata e va al teatro ad ascoltare la lirica. Perché in quel momento, con quel dato maestro, con quella data orchestra, si ascolta la vera musica.

Così le varianti per una buona riproduzione sono tante. Per grandi linee sono almeno 4, il registratore, il contesto di registrazione, il dispositivo di riproduzione e la qualità dei diffusori. La sfida dei sound designer e degli audiofili è quella di arrivare nel punto più vicino di similitudine alla musica dal vivo. Ma nella piena consapevolezza che quella similitudine è sempre un pelo in meno alla realtà.

Senza poi contare gli innumerevoli vantaggi che l’MP3 ha portato alla conoscenza musicale. Vantaggi che fanno a pugni con gli svantaggi e che qui tralasciamo perché il discorso sarebbe troppo lungo e ci porterebbe altrove. Ma sappiamo tutti chi è il vincitore.

Messaggi a distanza

Tra gli strumenti musicali, il tamburo per comunicare, ossia il djembe, è particolarmente interessante per i progettisti del suono. Il tamburo nasce nell’Africa occidentale. Ed è stato appositamente progettato e costruito per creare una varietà di suoni che emulano il discorso umano, attraverso un vocabolario rudimentale.

Questo lo ha reso uno strumento efficace per la comunicazione nella lunga distanza tra i villaggi. Raccogliendo segnali e ripetendoli e rimandandoli con altri tamburi.

Il tamburo

Sebbene non sia il primo dispositivo di trasmissione di messaggi variabili a distanza, il tamburo di conversazione era ben al di là di qualunque altro dispositivo di comunicazione udibile della sua giornata, in combinazione di flessibilità, risoluzione e gamma.

Ha comunicato una serie di messaggi, non solo un singolo allarme o un rapporto di stato, approfittando dell’ampia gamma di tonalità comunemente pronunciate nella zona. La sua risoluzione – la quantità di dettagli che può essere trasmessa in un determinato periodo di tempo – è ancora notevolmente inferiore a quella del discorso umano, ma molto più elevata della risoluzione a un bit di un allarme, sia acceso che spento.

La scoperta delle onde sonore arriverà molto più tardi. Ma la loro ricerca deriva certamente da un problema che si è protratto nel tempo e che era molto sentito dalle comunità.

Si è scoperto che molti compiti di comunicazione a livello di gruppo si adattano accuratamente a questa risoluzione (il tamburo). […] Il tamburo di conversazione è stata una soluzione precoce ed elegante per un problema molto comune.

Dopo il tamburo

Da allora, gli esseri umani hanno sviluppato modi sempre più sofisticati per trasmettere i messaggi a distanza, e una buona parte di loro coinvolge il suono. La nostra prima progressione nella comunicazione a distanza elettrica è stato il codice Morse. Ha utilizzato il suono e ha permesso la comunicazione che risulta estremamente utile per grandi gruppi come militari, aziende e governi.

Dal codice morse in poi, oggi si arriva ad avere molteplici modi di comunicare. In particolar modo è possibile, senza grosse difficoltà, comunicare in video e ad una alta risoluzione. Eppure, ad oggi, l’essere umano non rinuncia del tutto agli SMS, ai messaggi di testo, alla limitazione dei 140 caratteri, ai messaggi vocali.

Questo comportamento è un atto di preservazione. Perché così facendo si limita e si rende varia l’enorme quantità di informazioni che riceviamo durante il giorno.

Suono come stimolo

Spesso, il suono è deliberatamente impiegato per modificare gli stati d’animo o per far compiere azioni specifiche ad individui e gruppi di persone. Questo avviene al di là degli allarmi di cui sopra, che spesso urlano “scappate!”

Se progettati correttamente, i suoni possono profondamente modellare i comportamenti di grandi gruppi di persone, consentendo ad un attore centrale di comunicare rapidamente qualcosa a un grande gruppo di persone e coordinarle.

Il lato positivo

Questo ha un lato positivo. Da un lato tutti gli stimoli emozionali tra cui la categoria musicale che io definisco La musica che si vede. Ma anche tutte le relazioni sonori che instauriamo nel tempo e a cui leghiamo un ricordo specifico.

Nei centri commerciali cinesi la canzone Going Home del sassofonista Kenny G viene diffusa per indicare l’ora di chiusura. A Taiwan, i camion di rifiuti diffondono una registrazione di Per Elise di Beethoven per avvertire i residenti di avvicinare la spazzatura.

Tanti sarebbero ancora gli esempi. Ma tutti sfruttano i vantaggi del suono registrato e progettato.

Specificità, riconoscibilità, inarrestabilità e anche pervasività.

Il lato negativo

Per un lato positivo abbiamo sempre un lato negativo della questione. Il pericolo, semmai così si può definire è che una canzone già amata diventi irritante per la ripetizione costante, creando un’associazione negativa sia alla canzone sia all’evento a cui è legata.

Un esempio potrebbe essere il suono del camion dei gelati. Io sono cresciuto ascoltando ogni giorno un suono simile a questo. Non avendo figli allego al suono ancora un certo ricordo di gioia e di dolcezza. Ma magari lo stesso suono risulta una tortura per i genitori a cui legano il ricordo di una ulteriore spesa giornaliera o il fastidio in un momento di riposo.

Amber Case e Aaron Day danno una loro soluzione.

Una soluzione migliore in queste situazioni sarebbe cambiare regolarmente la melodia, ma utilizzare sempre lo stesso timbro e strumentazione.

Perché il design del suono è fondamentale

Viviamo in un mondo con molti suoni non progettati. Molti sono inevitabili o dati per scontati. Ma molti suoni possono essere progettati e quando possiamo progettarli, dovremmo.

I numerosi dispositivi costruiti ogni anno arricchiscono e affollano i nostri contesti di vita. La nostra attenzione è ormai ridotta a quella di un pesce rosso dentro la bolla di vetro. I suoni progettati potremmo ridurre il carico cognitivo, affermano Amber Case e Aaron Day, e invece preferiamo aggiungere fatica al nostro cervello.

Questo è l’argomento pragmatico per migliorare le nostre capacità di progettazione del suono.

Il suono è anche un potente differenziatore di marche. Realizzato bene, aiuta un prodotto a distinguersi; attuata male – sia con un design inutile, con limitazioni hardware, o con una scarsa integrazione – esso detrae. Proprio come per gli aspetti visivi dell’interfaccia utente, le caratteristiche del suono dovrebbero essere coerenti tra i prodotti e le piattaforme, senza lasciare alcuna impressione ovvia di alcun suono specifico, ma un profondo senso di soddisfazione e di identità di marca.

Progettazione del suono ed effetti della musica

Qualche tempo fa ho elencato un po’ di video TED in cui si parla degli effetti della musica sul cervello.

Il suono è emotivo. Poiché l’udito è passivo e immediato, può produrre una risposta emotiva al di fuori della volontà dell’uomo che lo sperimenta. A meno che tu non blocchi le orecchie o non sia sordo e non puoi sentire.

Molte delle nostre reazioni sonore sono legate alla nostra fisiologia. Un allarme improvviso potrebbe essere una preda che si muove o un orso che ci attacca. In entrambi i casi la reazione è fisica. La voce, la musica, il suono di una macchina e persino un brindisi, può provocare una risposta emozionale positiva.

Oppure anche se non si conoscesse il portoghese ascoltando Manuel Freire – Pedra filosofal è difficile non diventare malinconici.

Il suono influenza la produttività

Parte del nostro cervello è sempre impegnato con il nostro contesto sonoro. Anche se riusciamo ad isolarci dal suono, una parte della nostra attenzione cognitiva va sempre verso l’ascolto. Ci siamo evoluti aspettandoci sempre un certo livello di rumore di fondo e un certo livello di variabilità: la natura è raramente silenziosa, ma è anche raramente fragorosa.

Il suono può influenzare il nostro comportamento e la produttività in modo drammatico. È difficile concentrarsi su un compito quando una parte del cervello percepisce incertezza o un pericolo.

Per queste ragioni, il suono ha una straordinaria capacità di influenzare la nostra esperienza, promuovendo o impedendo la concentrazione, la creatività e la risoluzione di un problema.

C’è bisogno di architetti dell’informazione sonora

Quanti parametri di riferimento abbiamo per i componenti visivi del design dell’esperienza utente? È tempo di avere modelli per il design del suono, che sfruttano i processi di progettazione già esistenti e già sviluppati. Altrimenti il suono sarebbe abbandonato a quello che è, come un ripensamento alla fine di un processo di progettazione, o peggio, il suono sarebbe determinato dalle impostazioni predefinite sull’hardware costruiti in luoghi lontani ed estranei a noi.

L’architettura dell’informazione sonora è tra le nuove frontiere dell’UX. E ne dimostravo anche l’importanza quando raccontavo dell’esperienza sonora in aeroporto e quando mettevo a confronto la progettazione dell’user experience contro la casualità.

Da Dove cominciamo?

Non tutti i prodotti necessitano di un design sound.

Mi piace l’esempio riportato, in cui si parla del fatto che non tutti si preoccupano di come è fatta una valvola di sfiatamento del gas. Ci sono degli addetti che si preoccupano che queste valvole funzionino. Ma un allarme acustico che avverta che una valvola non funzioni o che sta esplodendo può interessare davvero tutti. E potrebbe salvare la vita di molte persone.

In questo caso, su una singola funzione (non uso a caso questo termine) la progettazione del suono è estremamente semplice.

Altri prodotti non devono avere per forza una progettazione sonora. Ma spesso il suono indica cosa stanno facendo e in quale stato o condizione si trovano questi prodotti o dispositivi.

Si consideri una mazza da baseball che colpisce una palla o un’ascia che spacca un pezzo di legno. Entrambi producono suoni che danno molta informazione sull’azione eseguita e sulle qualità degli oggetti. Di questi oggetti non è stato  progettato il suono. Così come altri prodotti beneficiano delle loro caratteristiche acustiche passive. Ad esempio vengono aggiunti dei pesi ad alcune porte dell’automobile per renderle più solide quando vengono aperte e per produrre un robusto “sbang” quando sono chiusi.

Ispirazione nel design del suono

Ecco perché i dispositivi elettronici guardano sempre al mondo naturale o meccanico per ricreare un suono. Ecco perché i nostri smarphone riproducono un click meccanico quando si sbloccano.

Per il momento, è sufficiente capire che il suono è importante, e che il suono (come tutti gli aspetti dell’ User EXperience Design) è sempre progettato, intenzionalmente o no. Nella maggior parte dei casi, il cattivo design del suono è peggiore di una mancata progettazione.

Ma se il tuo prodotto fa un suono e tu non lo progetti, lo progetterà per te.

Conclusioni

Insomma, così come abbiamo standard di progettazione nel visuale possiamo avere standard di progettazione sonora. Si può, si deve se si è dei progettisti. Se si è, invece, solo dei fruitori basterebbe iniziare ad avere consapevolezza del nostro contesto sonoro. E capire che la progettazione del suono riguarda tutti e non solo gli addetti ai lavori.

 

 

Nuovi progetti del blog

Oggi parlo dei nuovi progetti del blog Architettura dell’informazione sonora. Un post che parla di me, dei lettori abituali ma anche di coloro che ne diventeranno assidui frequentatori, arricchendolo.

Il tempo di una stagione radiofonica

Il termine di nuova stagione è stato usato da diversi esperti del web, quest’anno. Soprattutto da coloro che producono video.

Chi mi conosce sa che la mia attività principale di comunicazione si è sviluppata nell’arco di quasi 9 anni presso la radio. Ammetto di seguire e riprendere l’espressione usata da altri, ma considero l’espressione come memoria di un vocabolario che ho usato in tutti questi anni professionalmente.

Tra le cose che amo e amavo della radio era la scansione del tempo attraverso il tempo della stagione radiofonica. Tutto accadeva tra la Mostra internazionale di arte cinematografica di Venezia e la fine delle lezioni universitarie. Un tempo intenso in cui tutto doveva accadere e accadeva.

La pausa estiva, tra la fine di luglio e agosto, per me era il momento per riprendere fiato. Era il tempo di ricaricare le energie, pur continuando a lavorare. Tirare le somme di una stagione conclusa, verificare cosa fosse andato storto. Riflettere su cosa avevo sbagliato e selezionare le cose che dovevano continuare. Ad agosto, ritornare a casa significava assorbire un po’ di calore perso, fisicamente e umanamente. Era il tempo di riordinare le vecchie idee, scrivere e pensare alle cose da fare nel futuro. E così accadeva di anno in anno.

Una estate intensa

Quest’anno, invece, ad agosto ho lavorato. E molto intensamente. Niente vacanze. Una bella e sorprendente consulenza su chatbot e assistenza vocale, per una agenzia di cui ho grande stima, mi ha impegnato parecchio. Alcune lezioni sul social media marketing e nuove proposte professionali hanno caratterizzato questa estate 2017.

Senza dimenticare che la decisione di continuare a pubblicare senza sosta sul blog mi ha impegnato, considerato il caldo, più di quanto pensassi.

Devo dire, poi, che anche il finale di questa estate è stato molto intenso emotivamente. E adesso che a partire e salutare sono gli altri, per forza di cose, devo pensare a quello che ho da fare io, che resto.

Le conferme

Ho poco da dire sulle conferme. Il blog proseguirà nella sua pubblicazione settimanale affrontando i temi dell’architettura dell’informazione, cercherà per quanto possibile di divulgare con maggiore frequenza il tema dell’user experience e delle sonorità. Chatbot, assistenti vocali e smart speaker avranno un ruolo importante verso la fine dell’anno.

Nuovi progetti

Il blog cresce e si sviluppa. È sempre più parte di me stesso. E per me resta il luogo della sperimentazione personale. So che le cose funzionano, non perché al Master mi hanno detto che funzionano, ma perché applico teorie della comunicazione in cui credo ed elaborazioni di persone che stimo professionalmente.

Ma soprattutto so quanto funzionano. So quanto riesco a farle funzionare.

Per questo motivo intraprendo nuove avventure. In realtà tre nuovi progetti.

  1. Le interviste
  2. Immagini per un blog sonoro
  3. Una comunità di condivisione

Interviste

Una delle novità di questa nuova stagione saranno le interviste.

Dopo l’intervista estiva a Chiara Luzzana, ho pensato che sarebbe bello intervistare altre persone e dare voce ad artisti e professionisti che si occupano di sonorità.

Il rischio sarà quello di divagare senza una meta precisa. Spero di riuscire a mantenere la barra dritta e di non dare troppo adito alla mia curiosità. Ma anche se non riuscirò nell’intento, si divagherà sempre tra sonorità e progettazione. Stay tuned!

Immagini per un blog sonoro: le mie e le foto dei lettori

Il secondo dei nuovi progetti, che già ha visto la luce in questi giorni, è “Immagini per un blog sonoro”. Si tratta di un progetto fotografico personale ma aperto anche ai lettori che vorranno contribuire al progetto e al blog.

Il blog ha festeggiato il secondo anniversario proprio qualche mese fa (il 3 luglio). In questo tempo ammetto di aver avuto poco spazio per la creatività. E dunque le foto che ho utilizzato, come immagini in evidenza di ciascun post, non sono state niente di speciale. Semplicemente si è trattato di immagini di repertorio recuperate dal web.

Nella calda estate del 2017, invece, tra lavoro e buoni propositi, ho pensato di arricchire il blog di immagini originali. Intanto partendo dalle mie di foto (scattate con la mia reflex canon che neanche producono più. Attingendo e spronando da un hobby che a volte abbandono e periodicamente riprendo. Ho già richiesto ad amici e contatti le foto che penso siano coerenti con questo progetto.

E questo anche per creare una comunità di persone più visuali che vogliono porgere la propria attenzione al mondo sonoro. Basta capire come ci si relazioni con il mondo e dare spazio alla propria fantasia.

Alla ricerca di una tribù

È da tempo che sono alla ricerca di una tribù o di una comunità. Seth Godin ci ha scritto un libro sulle Tribù.

Le “tribù” sono gruppi di persone che si tengono in contatto, che si formano attorno ad un’idea, una passione, una missione. Sono organizzazioni progressiste, in rapida evoluzione, desiderose di essere guidate da un leader, e che prosperano in virtù del cambiamento. Sono dappertutto, dentro e fuori le aziende, nel pubblico e nel privato, nelle organizzazioni non-profit, nelle aule, in ogni angolo del pianeta. Grazie a internet sono cadute le barriere della distanza, dei costi e del tempo; i blog e i social network facilitano la comunicazione – quindi la nascita e la crescita – di gruppi di poche decine o di milioni di persone che hanno una passione per l’iPhone, per il vino, per uno sport, per una campagna politica o per un nuovo modo di combattere il riscaldamento globale.

Creare una comunità

Mark Zuckerberg ci ha costruito un impero sulle comunità.

Un tempo diceva che bisognava connettere le persone perché le comunità esistevano già nella realtà. Ma oggi evidentemente le cose sono cambiate, almeno sul web. E il buon Zuckerberg dice dell’altro, come annunciato qualche mese fa dalle pagine del suo blog

Mark Zuckerberg ha iniziato a celebrare il ruolo dei Gruppi nella comunità di Facebook e ringrazia gli amministratori del gruppo che li guidano. Ha anche annunciato una nuova missione per Facebook che guiderà il nostro lavoro nel prossimo decennio: dare alle persone il potere di formare comunità e unire (rendere più vicino) il pianeta.

Se qualche anno fa le comunità esistevano nella realtà oggi qualcuno si deve impegnare nel costruirle. Sempre Zuckerberg scrive in un suo post su facebook.

Dobbiamo rimanere collegati con persone che conosciamo già e a cui vogliamo bene, ma dobbiamo anche incontrare nuove persone con nuove prospettive. Abbiamo bisogno di sostegno da parte della famiglia e degli amici, ma dobbiamo anche costruire delle comunità per sostenere anche noi.

Purtroppo i tempi non sono ancora maturi. Almeno dal mio punto di vista, almeno dal mio piccolo osservatorio di provincia. Sono ancora troppe e troppo forti le diffidenze. Le paure che qualcuno possa usufruire della propria visibilità. Si ha paura che nella condivisione e nella collaborazione si perda qualcosa o qualcuno. E non è raro trovare chi scavalca e sgomita senza nessuna etica o gentilezza.

È dura

Non ne faccio una colpa per nessuno. È così. È il risultato dei tempi che stiamo vivendo. Frustrazioni e sfruttamenti nel mondo del lavoro educano alla competizione violenta. I tempi aziendali accorciano la vita vissuta, impediscono gli affetti familiari e ostacolano la visione di ciò che conta davvero.

Le aziende e i loro dirigenti, di contro, non comprendono ancora i vantaggi dell’applicazione di un nuovo modello di progettazione. E noi, che almeno teoricamente applichiamo queste teorie, a quanto pare, non riusciamo a spiegarci bene e chiaramente. Di conseguenza le commesse richieste sono ancora troppo poche per appagare i desideri lavorativi di tutti.

Per cui, se da un lato c’è la voglia di lavorare insieme, come ben predicato dalle discipline multidisciplinari che diciamo di praticare, dall’altro lato ciascuno ha paura di perdere quel poco che ha e che si è conquistato a fatica.

Condividere i talenti

Quando facevo i corsi di formazione ai ragazzi della radio, iniziavo sempre con una premessa. Io sono cattolico, sono un cattolico praticante (oggi un po’ meno) e leggo spesso il Vangelo e Atti degli apostoli. Nuova versione ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana. A tal proposito raccontavo e ricordavo la mia parabola preferita. Ossia la parabola dei talenti dal Vangelo secondo Matteo 25,14-30.

Papa Francesco scrive a tal proposito

La buca scavata nel terreno dal «servo malvagio e pigro» (v. 26) indica la paura del rischio che blocca la creatività e la fecondità dell’amore. Perché la paura dei rischi dell’amore ci blocca. Gesù non ci chiede di  conservare la sua grazia in cassaforte! Non ci chiede questo Gesù, ma vuole che la usiamo a vantaggio degli altri. Tutti i beni che noi abbiamo ricevuto sono per darli agli altri, e così crescono.

A prescindere dal proprio credo e dalla vostra Fede, chiedevo e chiedo, ancora oggi, a tutti, di condividere i propri talenti. Che, poi, nell’insegnare, ad apprendere veramente è quasi sempre l’insegnante.

Un nuovo mondo è possibile

Questo blog è nato per condividere una passione e una visione. Anche una professione. Per me l’architettura dell’informazione è stata una rivelazione. E in quanto tale ritengo che debba essere divulgata. Anche se mi sono ritirato nella profonda provincia. Anche se ho dismesso la competizione.

Il lavoro nelle aziende di prestigio, a cui ho ambito per anni (e i cui richiami spesso mi ravvivano), mi interessa sempre meno. Quel lavoro mi appare, oggi, come la corsa del criceto all’interno di una ruota. A volte la ruota, a sorpresa e senza preavviso alcuno, diventa un ingranaggio. E a dirla tutta, non mi va, né di ritornare dentro la ruota, né di farmi stritolare dall’ingranaggio, né tanto meno di farmi calpestare da chi mi vede come un ostacolo o addirittura un pericolo.

Non può essere questo il fine a cui sono/siamo stati destinati. Un nuovo mondo è possibile. Un altro mondo migliore è da costruire. E se c’è un paradiso o un inferno dei viventi cerco di

riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Il futuro del blog: la comunità di condivisione

Ed è questo lo spazio che voglio far crescere. Mi piacerebbe farlo insieme ad altri. Non in competizione, non da solo. Forse non è tempo, come dicevo poco fa, ma ci voglio provare.

Con il tempo, mi auguro che questo blog diventi un punto di riferimento per altri. Per chi, come me, si sente ed è lontano fisicamente e virtualmente da e a qualunque centro voi vi relazionate.

Non c’è nulla da spartirsi. Semmai tutto da condividere. Offro il primo giro di birra o di vino (o un bicchiere d’acqua, se non gradite), un po’ d’ombra e una sedia. Il resto tocca a voi. Fatevi sentire!

 

8 Applicazioni per ascoltare podcast a pagamento

Quali sono le migliori applicazioni per ascoltare podcast a pagamento? Le migliori App non sono altro che la versione più solida e ricca delle applicazioni per ascoltare podcast gratis.

Il fatto che siano a pagamento non garantisce la loro qualità, ma certamente garantisce la presenza di assistenza e la possibilità che l’app sia ottimizzata e migliorata nel tempo.

C’è da dire, poi, che tutte queste applicazioni svolgono la stessa funzione. Ossia riprodurre audio e podcast sul proprio dispositivo.

Di seguito vi elenco alcune delle applicazioni più diffuse e consigliate.

Applicazione per ascoltare podcast a pagamento per sistemi iOS

Tra le applicazioni per ascoltare podcast a pagamento abbiamo:

Castro (iOS) (4,49 €)

Castro è una app semplice e leggera. Ma ciò che la mette in prima linea tra le app è la qualità del suono che emette (sempre in relazione all’audio del vostro telefonino o delle vostre cuffie).

Ad ogni modo, il New York Times ha eletto questa applicazione tra le migliori app del 2016.

iCatcher! (iOS) ($2.99 ossia 2,52 €)

Con iCatcher è possibile scaricare, ascoltare podcast e vedere file video. Si tratta di un player/riproduttore abbastanza avanzato.

CARATTERISTICHE

Iscriviti ai tuoi podcast preferiti nell’app e gestirli nell’applicazione

Scaricare gli episodi su WiFi o Cellular (su dispositivi che hanno cellulare).

Supporto per feed protetti da password

Scaricare più episodi contemporaneamente (fino a 3 su WiFi e 2 su cellulare).

Sincronizza le sottoscrizioni, le posizioni di riproduzione degli episodi e le playlist tra i dispositivi con iCloud

App universale (iPhone / iPad)

Cerca in tutte le viste per trovare quel podcast o episodio che stai cercando

Playlist personalizzate con opzioni di filtraggio dal podcast, episodi e altro ancora.

Tutti gli orientamenti del dispositivo supportati con l’opzione configurabile nelle impostazioni.

Downcast (iOS) – 3,49 €

Come recita la descrizione dell’applicazione

Un applicazione potente, completa e semplice per gestire e ascoltare i podcast come vuoi.

Downcast è dedicato interamente ai possessori di un iPhone. Ovviamente in Downcast ci sono tutte le funzioni che si trovano nelle altre applicazioni, con l’aggiunta, se proprio si vuole, di rinominare i podcast.

Applicazione per ascoltare podcast a pagamento per sistemi Android

Altre applicazioni per ascoltare podcast a pagamento sono:

Pocket Casts – 4,49 € per iOS 2,99 € per Android

Pocket Cast si differenzia da altri player/riproduttori per la possibilità di scaricare download programmati e conservare podcast nelle proprie playlist. Ma ciò che la cosa più importante è la possibilità di poter installare con lo stesso account Pocket Cast sia nei dispositivi Apple (iOS) sia Android.

Puoi scaricare Pocket Casts per iOS oppure per Android

DoggCatcher (Android) – 3,29 €

DoggCatcher è considerata tra le applicazioni migliori per sistemi android. Una cosa molto bella di questa applicazione, per chi crede in un web migliore è la comunità che si è creata intorno a questa applicazione. Comunità che fa richieste e sviluppatori che rispondono attivamente, migliorando periodicamente l’applicazione stessa.

XiiaLive (Android) – 3,25 €

Per conoscere XiiaLive è bene visitare il sito ufficiale . XiiaLive offre una versione Lite di prova e una versione a pagamento al costo di 3,25 €.

Le caratteristiche che mette in evidenza XiiaLive sono la possibilità del bluetooth, la ricerca di podcast e l’aggiunta di link che già conosciamo.

Ricerca brano, artista, riproduzione in qualsiasi parte del mondo.
• Più di 50.000 stazioni radio da tutto il mondo alimentato da UberStations.
• Non riesci a trovare la stazione che stai cercando? Non ti preoccupare! Offriamo altre directory come SHOUTcast cui è possibile trovare quello che stai cercando.
• Aggiungere qualsiasi canzone o stazione tra i preferiti o andare alla storia per trovare le stazioni o le canzoni che di recente si riprodotto.


• Scoprire nuove stazioni grazie alla funzione SCAN. Proprio come il vostro pulsante di scansione autoradio, XiiaLive permette di scansionare qualsiasi elenco di stazioni.
• Perfetto per la palestra, corsa, guida e molte altre attività. Il nostro suoni di notifica consentono di conoscere lo stato di riproduzione, senza dover guardare lo schermo.
• Addormentarsi e svegliarsi con le stazioni preferite. TIMER sfuma il volume della musica lentamente finché non si arresta. ALLARMI consente di impostare un tempo e la stazione che si desidera svegliarsi.
• Condividere la stazione e la canzone che si sta ascoltando via Facebook e Twitter.

BeyondPod (Android)

BeyondPod ti dà accesso a migliaia di programmi audio e video gratuiti provenienti da tutto il mondo. È possibile cercare i podcast o importarli da siti popolari come Feedly.

Si può provare BeyondPod solo per 7 giorni. Dopo è necessario pagare 5,89 euro.

Il punto di forza di questa applicazione è la possibilità di controllare i Feed proprio attraverso gli RSS e contare su un ampio catalogo di canali e contenuti audio e video. E se paghi, gli aggiornamenti che vorrai diventeranno automatici.

Quindi si avrà un catalogo enorme su cui fare affidamento. Catalogo e contenuti prevalentemente in inglese purtroppo. Ma l’applicazione può organizzare anche i contenuti multimediale sul nostro dispositivo.

Podkicker Podcast Player (Android)

Podkicker si vanta di essere un player leggero e semplice per chiunque. Poche spiegazioni da dare. Il tutto auto esplicativo.

La versione a pagamento che costa 1,26 euro permette la personalizzazione delle opzioni.

Il supporto pare che sia ottimo. Anzi, per qualche utente anche troppo, dal momento che gli aggiornamenti, sono quasi giornalieri.