Perché avresti bisogno di un chatbot, se ne avessi (davvero) bisogno

In molti hanno scritto che i chatbots sarebbero stati la prossima frontiera del marketing e delle relazioni sociali con i clienti. Proprio ad inizio anno (2017) si diceva che questo sarebbe stato l’anno dei chatbot; che le aziende non ne avrebbero fatto più a meno; e che avrebbero cambiato il modo di fare business. Insomma, parrebbe che i chatbot abbiamo la soluzione per tutti i marketers.

Qualcosa è accaduto, ma non proprio tutto quello che si prevedeva. E non certo con la dirompenza annunciata. A mio parere c’è ancora poca cultura digitale, e i campi di applicazione non sono così vasti, come in molti vogliono far credere.

Mancano ancora dei tasselli. La progettazione è poca o nulla a tutto vantaggio dello sviluppo, per esempio. E ancora tante promesse sono disattese. Per esempio.

Se continuiamo a sentir parlare di chatbot è solo perché c’è un mercato del lavoro che richiede dipendenti disponibili 24 ore su 24, 7 giorni su 7, che non discute con il capo e non ha lamentele o richieste da rivendicare. Ma non solo. Una fetta di consumatori, sempre più larga,  richiede più attenzione nel momento esatto che ne ha bisogno. “Attendere, prego” non è più tra le risposte ammissibili.

Se avessi (davvero) bisogno di un chatbot

Perché avresti bisogno di un chatbot?

Secondo l’Accenture Technology Vision 2017 l’intelligenza artificiale è destinata a diventare un vero e proprio portavoce digitale delle aziende, diventando così la nuova user interface (UI). Il 79% degli executive intervistati nello studio concorda nel prevedere che il machine learning rivoluzionerà le modalità di raccolta dei dati e di interazione delle aziende con i clienti.

Questa estate, a tal proposito, è stata pubblicata un’infografica dei chatbots entusiasti che spiegano il perché dovrebbe interessarci avere un chabot. I dati e le interviste sono riferite al mercato degli Stati Uniti. Il che significa che hanno poco significato per noi italiani. Forse, l’unico segnale che possiamo raccogliere è la possibilità di iniziare ad attrezzarci.

Chatbot e intelligenza artificiale

Qualche chiarimento è necessario. Perché tutti gli articoli che si leggono sul tema mischiano chatbot e intelligenza artificiale. Questo farebbe credere che un software riesce a parlare, grazie all’intelligenza artificiale, in modo del tutto naturale. Così non è. La stragrande maggioranza dei chatbots, con cui abbiamo e avremo il piacere di dialogare non contengono in se alcuna intelligenza artificiale. Ma rispondono a determinati comandi e/o parole. Diciamo che molti chatbots hanno l’intelligenza di un telecomando e un televisore. Se premi 1 trasmette il primo canale. E così via.

Non tutti. Qualcuno ha parti di intelligenza artificiale, ma non sono certo la maggioranza.

Anch’io sono abbastanza fiducioso nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Ma bisogna restare con i piedi per terra quando raccontiamo di cose che avvengono ora e sono facilmente verificabili. Per cui vediamo cosa accade davvero e leggiamo i dati in modo laico.

Perché avresti bisogno di un chatbot?

Oltre 2,5 miliardi di persone hanno almeno un’applicazione di messaggistica

Le persone utilizzano le applicazioni di messaggistica in modo massiccio. Tendenza che non diminuisce. Anzi. Secondo The Economist, questo numero è destinato a crescere nei prossimi 2 anni, arrivando a 3,6 miliardi.

Anche Facebook è in continua crescita. Il social network blu è un po’ in carenza di contenuti. Ma l’età degli utenti sta crescendo. Il tempo di permanenza all’interno della piattaforma è sempre alto. E non si possono trascurare i numeri degli utenti che hanno tra i 18 e 34 anni.  Secondo Andrew Lipsman, Vice Presidente del Marketing e Insights di ComScore, ce ne sono ancora tanti.

In un’intervista al New York Times afferma:

Si sente dire che i giovani stanno fuggendo da Facebook. I dati mostrano che non è vero. Gli utenti più giovani hanno un appetito più ampio per i social media e spendono molto tempo su più reti. Ma spendono più tempo su Facebook con un ampio margine.

60 miliardi di messaggi al giorno su Whatsapp e Facebook Messenger

Ogni giorno, i 2,5 miliardi di persone che dispongono di un’applicazione di messaggistica inviano 60 miliardi di messaggi. Un numero che potrebbe pure crescere. Dall’osservazione dei dati tra il 2011 e il 2015 pare che la gente stia abbandonando i siti web e si sposti proprio sulle applicazioni di messaggistica.

Tra chi usa gli smartphone, il 49% non scarica nuove applicazioni. E questo smentisce quanti invitano a sviluppare una applicazione per il proprio e-commerce o per la propria impresa. Secondo Comscore,

nel giugno del 2016, quasi la metà di tutti gli utenti mobili non ha scaricato alcuna applicazione, il 13% ha scaricato una applicazione e l’11% ha scaricato due applicazioni. Sembra che la maggior parte degli utenti sia contenta di utilizzare le applicazioni attualmente disponibili (incluse le applicazioni di messaggistica esistenti).

Messaggi e servizio clienti

I consumatori americani dicono che il messaggio sia il loro canale preferito per il servizio clienti. E questa è una abitudine che si sta diffondendo in tutto il mondo. 9 utenti su 10, globalmente, dicono di voler inviare messaggi ai propri brand di riferimento.

Twilio ha scoperto che questo dato è particolarmente vero tra gli utenti più giovani. Millenials e Gen X’ers ​​hanno dichiarato di preferire l’invio di messaggi tramite e-mail, telefonia e chat web.

A quanto pare i Millenials

non vogliono chiamare il numero fisso e passare attraverso un lungo menu di scelte, non controllano la loro posta elettronica ogni ora o addirittura ogni giorno e sono abituati a ricevere notifiche di messaggi.

In gran parte, i consumatori vogliono che le imprese si impegnino in una conversazione bidirezionale tramite messaggistica. Sempre secondo Twilio, vogliono ricevere conferme d’ordine e promemoria agli appuntamenti fissati, sapere a che punto è la consegna di un prodotto. Di contro darebbero feedback sul prodotto.

Ma parliamo sempre di commenti, chat e messaggi, di comunicazioni veloci e di servizio. Ma quando invece si vuole un supporto? I canali che si preferiscono sono altri. E ritornano ad essere quelli tradizionali.

Previsioni per il 2020

Si stima che, entro il 2020, quasi un terzo di tutta la navigazione web sarà effettuato da chatbots. A dirlo non poteva che essere David Marcus, capo di Facebook Messenger. Entro il 2020, pare che l’85% delle interazioni con i clienti non richiederà l’uomo. In uno studio del Gartner si ritiene che sia arrivato il momento in cui la maggior parte delle interazioni commerciali avverrà attraverso chatbots.

Conclusioni

A conclusione di questi perché, la maggior parte degli articoli che ho letto, e qui riproposto, indicano la necessità per le aziende di avere un proprio chatbot. Se i tuoi clienti stanno tutto il giorno su Whatsapp, su Messenger, o su qualunque altra applicazione di messaggistica, anche tu dovresti stare li.

Ragionamento che è vero solo in parte. O meglio, questo ragionamento non dice come stare in mezzo ai clienti. E se ci stai male o ti presenti male, stare in mezzo ai clienti potrebbe solo danneggiarti.

Io leggo questi dati in maniera un po’ diversa. Nel senso che, se è vero che bisogna essere presenti dove si trovano i clienti, è anche vero che queste persone su Whatsapp richiedono umanità.

I dati ci dicono che la gente è affamata di relazioni; vuole scriversi; vuole raccontarsi, vuole condividere intimità, con determinate persone o con determinati gruppi. Le persone vogliono dire buongiorno, buon pranzo e buonanotte tutti i giorni, tre volte al giorno, tutto l’anno, ogni anno, a tutti i propri contatti.

Le persone vogliono parlare con altre persone. Spesso parlano anche di acquisti. Spesso si chiede un parere su un determinato prodotto al cugino o all’amico smanettone. Ma appunto lo chiede all’amico o al cugino. Non so quale desiderio abbia di chiederlo ad un bot.

Sulle app di messaggistica si parla e si sparla. Ci si conosce meglio, o si conosce il peggio. Ci si trasmettono emozioni, rabbie, foto e ricordi.

Questo non significa che i chatbots non saranno utilizzati nel prossimo futuro immediato. A mio parere significa che avranno un loro spazio ben definito e non dirompente. I chatbots e le assistenze vocali come spiegato quando parlavo dei settori che saranno trasformati saranno utilizzati per compiti basilari che lasceranno spazio all’umanità.

Purtroppo forze più grandi di noi spingono verso la mortificazione di questa umanità. E tanto più si chiede alle persone di essere delle macchine tanto più saremo sostituibili da queste.

Siamo solo all’inizio

Per molti versi, siamo appena all’inizio di questo nuovo percorso. C’è ancora tanto da fare nello sviluppo vero e proprio, altrettanto nella progettazione dell’user experience di questi bot. Lo avevo già detto e lo confermo ancora oggi. I chatbot falliscono. Sarebbe inutile nasconderlo. C’è ancora tanto lavoro culturale e digitale. È necessario abbattere le paure che ci sono nei confronti di questa tecnologia, perché si tratta di capire la paura che abbiamo di noi stessi. E prendere coscienza di cosa dicono davvero questi chatbot che parlano.

Ancora una volta, prima di essere usati, e avendo la possibilità di usare questi strumenti, l’unica difesa che abbiamo è la consapevolezza. Io sto facendo la mia parte. Almeno credo. Magari tu puoi fare la tua, condividendo questo articolo.

Scegli il microfono più adatto alle tue esigenze

I microfoni sono un argomento

strettamente legato all’articolo sui registratori vocali digitali.

Articolo che sta avendo un grande successo di lettori e contatti.

Uno dei lettori, infatti, dopo aver acquistato il Tascam DR – 05 mi ha chiesto un consiglio per un nuovo acquisto riguardante un microfono esterno.

Indice microfoni

Il commento del lettore

Filippo è un affezionato lettore del blog che si è lasciato consigliare da me e dal blog per l’acquisto di un registratore. Dopo un po’ di tempo mi scrive.

Ciao, mi trovo molto bene con il registratore che hai consigliato, Tascam DR-05, vorrei prendere un microfono esterno, e non so quale prendere, alcuni hanno il condensatore altri no.
Ho visto questi due, vanno bene o c’è di meglio? non intendo prendere, un microfono di bassa qualità.
Grazie

Filippo mi indica un paio di microfoni davvero basici. Si tratta di un certo Zalman Microfono e del microfono Speedlink Spes Microfono Clip.

Una risposta veloce

Trattandosi di un commento ho risposto nell’immediato.

Ciao Filippo, mi fa molto piacere che i miei consigli ti siano stati utili. E che ti trovi bene con il Tascam DR-05. Sui microfoni apri un nuovo capitolo. Approfitto per scrivere degli appunti e scrivere un articolo dedicato. I due microfoni che mi sottoponi sono davvero basici. E se mi dici che vuoi un microfono di qualità, te li sconsiglio vivamente.

Forse per cominciare. Io ne ho comprato uno di questi quando facevo interviste per la mia tesi. Mai usato. Forse non ha mai funzionato. Non ricordo. Si, c’è di meglio. Qualcosa di molto meglio potrebbe essere il Rode  a cui molti ormai si affidano per una buona qualità ad un costo contenuto. Se invece vuoi il massimo dovresti prendere il Sennheiser MKE40. A cui dovresti aggiungere un adattatore da Lemo 3 Pin a Jack. In mezzo ci sta il Sennheiser ME2. Il Rode mai usato. Gli altri due, invece, li ho utilizzati personalmente. ME2 è ottimo. MKE40 è superlativo!
Alla prossima!

Ma mi sono impegnato a scrivere l’articolo che stai leggendo, perché Filippo, che non conosco e che non ho mai incontrato, è un lettore che stimola a rendere questo blog un luogo migliore. Uno di quei lettori che studia e che mi sottopone quello che ha visto. Per cui merita una risposta approfondita ai suoi quesiti.

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Cosa devi fare con un microfono?

Innanzi tutto, come mia consuetudine, è sempre bene riflettere su cosa devi fare con il microfono. Qual è l’attività che vuoi o devi svolgere con quel microfono? Per situazioni diverse sono necessari microfoni diversi. Per registrare in studio o registrare interviste in strada si richiedono microfoni diversi. Registrare un conferenza o un relatore ad un tavolo potrebbe richiedere un microfono diverso da quello che si utilizza per far intervenire le persone del pubblico.

Ci sono alcune domande da porsi e a cui rispondere.

Che cosa vuoi registrare?

Hai bisogno di registrare la tua voce, un parlato, il canto? Oppure il microfono ti serve per registrare uno strumento musicale?

Per voci potenti, tamburi e chitarre hai bisogno di un microfono dinamico. Per strumenti acustici o un parlato in studio è preferibile un microfono a condensatore.

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Dove devi registrare?

Sapere il contesto dove devi registrare apre un capitolo complesso quale è quello dell’acustica dei luoghi. Ma è facile capire che usare un microfono in una sala conferenze o in uno studio di registrazione sono cosa diversa.

In determinati contesti, come in un concerto di musica classica, è meglio scegliere un microfono direzionale per determinati gruppi di strumenti. Mentre per una conferenza dove c’è un parlato costante potrebbe andare bene anche un omnidirezionale.

Quale microfono scegliere?

Vai sul sito Audio Test Kitchen e verifica la qualità di 65 e oltre microfoni di alta qualità.

Ormai la tecnologia sonora è talmente avanzata che trovi davvero di tutto e a qualunque prezzo. Su Amazon si trovano microfoni per tutte le tasche. Mi è capitato un paio di volte di sentirmi dire che 100 euro per un microfono siano una cifra esorbitante. In realtà è il minimo sindacale. Al di sotto di questa cifra non sono il solo che pensa che stiamo parlando di giocattoli fatti bene. Certo anche un microfono economico può soddisfare le nostre necessità. Ma non pensiamo che quel prezzo sia troppo alto o troppo basso. Quel che costa, vale. Per cui, il prezzo è già una discriminante su che tipo di microfono vogliamo o possiamo avere.

Un secondo elemento da verificare è la qualità del suono. E quanto meno che non abbia fruscii o rumori di sottofondo. Anche se qui le variabili non dipendono solo dal microfono. Il microfono va poi in un registratore o in un mixer o su un amplificatore e in casse e altoparlanti per ascoltare musica che possono migliorare come peggiorare il risultato.

E infine la sensibilità del suono. Si tratta di quali frequenze il microfono riesce a registrare rispetto ad altre. Per cui a seconda della sensibilità del microfono puoi captare un suono a una determinata distanza oppure no.

Microfoni dinamici e a condensatore

I microfoni dinamici sono preferibili ai microfoni a condensatori se si deve andare a registrare in esterno; per cantare e se devi andare spesso in giro. I microfoni dinamici sono resistenti, comodi, molto versatili per molti usi.

I microfoni a condensatore sono invece preferibili per registrazioni in studio o al chiuso. Si tratta di microfoni molto sensibili. Il suono della voce risulta molto naturale. Ma si tratta anche di strumenti molto fragili, sensibili all’umidità e ai colpi bruschi. È bene tenerli fermi in un posto.

Attenzione. I microfoni a condensatore (generalmente) richiedono una alimentazione. Per cui è necessario che il microfono abbia una batteria, o avere un mixer, o una scheda audio che alimenti il microfono.

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Microfoni cardiodi e microfoni direzionali

In base a come il microfono è costruito riceve il suono da una data direzione. Il microfono cardioide è detto così perché riceve il segnale in uno spazio, intorno al microfono, che ha la forma di un cuore. Generalmente i microfoni gelato e a condensatore sono cardioidi.

I microfono cardiodi si differenziano dai microfoni detti direzionali, in quanto questi, generalmente più lunghi e affusolati, prendono poco suono intorno al microfono e tanto nella direzioni in cui sono puntati.

Attacchi del microfono

Attenzione anche agli attacchi del microfono. Ossia verificate se l’entrata che avete a disposizione; quella dove dovete attaccare il microfono e il cavo sia un attacco XLR, che aumenta la qualità del suono ripreso, oppure un attacco jack o minijack. Oppure se  avete a disposizione solo una entrata USB.

Microfoni per tutti i gusti

Dette queste quattro parole sui microfoni ho scelto alcuni microfoni che possono essere utili e interessanti in base a quello che dovete fare.

Sia inteso che io ne ho usati una parte. Personalmente, prima dell’acquisto di alcuni di questi, mi sono lasciato consigliare dai fornitori che vincevano le gare d’appalto alla Radio. Non mi reputo un esperto del settore. Semmai un buon fruitore di microfoni.

Microfono per voce e cantato

Shure SM58

Se ti stai avviando alla carriera del canto è bene avere il popolarissimo Shure SM 58. Si tratta di un microfono robusto con una buona tecnica costruttiva. Ottimo per i live, ma adattabile anche alla registrazione in studio. Anche economico.

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Un microfono da studio

Rode NT1A

Un microfono con un ottimo rapporto qualità prezzo è il Rode NT 1A. Non considerato tra i microfoni professionali, ma fa bene il suo lavoro. Se stai costruendo il tuo primo studio radiofonico è  un ottima scelta.
Forse conviene comprare anche l’intero kit con Antipop sempre molto utile.

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Microfoni per podcast professionale

Shure SM7B

Lo Shure SM 7B è un microfono senza età indicato proprio per la voce. Puoi creare degli ottimi podcast come ci puoi cantare canzoni rock. A quanto pare è stato utilizzato anche da Michael Jackson per il suo album Thriller.

sE Electronics SE2200A II

L’sE Electronics sE2200a II è un microfono con cui è possibile registrare strumenti acustici, pianoforti e ovviamente la tua voce. Permette riprese stereofoniche ed è davvero molto versatile. Se hai una web radio direi che questo è un ottimo microfono per i tuoi programmi.

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Neumann TLM 102

Il TLM 102 è più che professionale. È un microfono mitico. Si tratta di un microfono che in tanti vorrebbero possedere. Il prezzo non è affatto abbordabile e deve essere associato a strumentazione studio di valore equivalente.

Ecco, con il Neumann TLM 102, che ha bisogno di potenza, avrete bisogno di una scheda audio esterna di qualità.

Microfoni lavalier

Per i microfoni levalier ripropongo quelli di cui sopra. Il Rode con Filtro Anti-pop, per Smartphone e Tablet.

Il Sennheiser ME2 che è un classico. Anche se mi bisogna ingegnarsi per non farlo strusciare sulle giacche.

E, infine, il Sennheiser MKE40. A cui si deve aggiungere un adattatore da Lemo 3 Pin a Jack o minijack.

Il Rode non l’ho mai usato. Gli altri due, invece, li ho utilizzati per il mio lavoro Video con i radio trasmettitori. Come pure un buon prodotto pare essere RODELink Filmmaker Kit.

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Microfono radio per conferenze

Akg SR40

Se organizzate qualche festa o conferenza. Se volete passare un microfono a molte persone senza dover pensare ai fili e volete spendere poco vi possono consigliare un microfono radio AKG SR40. Devo ammettere che fa bene il suo lavoro. Sempre di entry level stiamo parlando. Ma per cominciare non è male.

Microfoni usb

Esistono centinaia di microfoni usb e ognuno ha le sue caratteristiche. Ognuno di essi riprende l’audio in modo diverso e con un qualità diversa. Un microfono usb è un microfono per PC e che puoi collegare al tuo computer senza bisogno di altri attacchi.

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Microfoni usb per pc o mac per registrare musica e podcast

Quando si parla di microfono a condensatore con cavo usb non possiamo pensare che si abbia la stessa qualità del microfono a condensatore con cavo XLR e scheda audio esterna. La qualità è molto più bassa anche se soddisfa pienamente le necessità di tutti gli ascoltatori.

Samson Meteor USB

Samson meteor è un microfono molto comune per il suo prezzo. Si tratta di un microfono assemblato in plastica e piccolo. Però la base è accessorio comodo. Non aspettiamoci grandi cose. Per un uso molto casalingo o per chiamate skype di bassa qualità.

Samson G-track

Per avere qualcosa in più, sempre sulla stessa marca possiamo scegliere il Samson G-track. Microfono con cui è possibile registrare musica e creare podcast.  È possibile controllare il suono. Meglio fare delle prove e sperimentare i livelli che più vi piacciono.

Zoom H4n

C’è da dire che lo Zoom H4n, oltre ad essere un registratore, è anche un microfono. E tra l’altro anche di ottima qualità. Se si collega ad un Pc tramite il cavo USB, il sistema ti da la possibilità di usare il registratore come microfono. Se usato con Camtasia o altro programma di screenshot video, è necessario sincronizzare le impostazioni del programma al microfono.

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Microfoni per iPhone

iRig Field

Se possedete un iPhone conoscerete sicuramente l’IK Multimedia. L’iRig Mic Field è un microfono digitale per iPhone adatto per registrare musica, come per registrare l’audio di un video. Si collega all’iPhone o all’ iPad ed è possibile registrare audio di ottima qualità.

Rode iXY

Altro microfono sempre per i dispositivi Apple è il Rode iXY con connettore Lightning. Anche qui si parla di ottima qualità di ripresa. Un ottimo accessorio per chi usa l’iphone per motivi professionali ed ha bisogno di leggerezza per potersi muovere.

Microfono per iOS

Zoom IQ7 – Registratore portatile iOS

Lo Zoom IQ7 è il registratore che Zoom ha pensato per i possessori di smartphone Apple. Audio di alta qualità per dispositivi iOS. Compatibile con connettore lightning. Per registrazioni in formato verticale od orizzontale è sufficiente spostare le capsule. Da utilizzare con app originali Apple.

Se si vuole risparmiare qualcosa si può acquistare lo Zoom IQ5.

Shure Motiv MV88

Altro bel gioiello per chi possiede un iPad è il microfono Shure Motiv MV88 . La Shure non poteva che presentarsi al meglio anche in questa occasione. Inoltre si ha a disposizione una applicazione che permette di regolare con preset standard alcuni tipi di registrazione in base all’ambiente in cui ci si trova.

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Microfono per Youtube

Se sei già uno youtuber o se si vuole iniziare a creare video per il proprio canale Youtube il microfono maggiormente consigliato sul web è il Blue Yeti Pro. Un microfono che è un vero e proprio investimento sulla propria carriera.

Sempre per youtuber professionisti si ha il Blue Spark. Di solito viene utilizzato al posto del Blue Yeti. Certamente ha un bel design vintage e prestazioni elevate. Inoltre il sostegno per la scrivania è sicuramente molto utile.

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Microfoni USB per registrazioni musicali

Rode NT- USB

Per registrazioni musicali si ha il Rode NT. Il microfono si attacca al vostro PC e potete controllare tutto da li.

Marshall MXL – USB

Un altro microfono per artisti musicali  molto usato è il Marshall MXL USB da non confondere con il Marshall Mxl condenser. IL primo ha l’attacco USB e si collega al pc. Il secondo ha bisogno dell’attac XLR. Con questo microfono si hanno alcuni controlli integrati che ti permettono di adattarlo al cantato o al semplice parlato. Secondo i propri gusti.

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Microfono per smartphone

Per dotare un o smartphone di microfono esterno potrebbe essere necessario acquistare un adattatore rode sc6 che permette due ingressi microfonici.

Dunque si può acquistare un rode video mic pro. Ha un pad con un filtro per il vento e un preamplificatore con 20db in più.

L’alternativa economica è adattare rode sc6l uno o due microfoni lavallier tra i cinesi tipo boya bym1 con 6.5 metri di cavo o se vuoi spendere un po di più ma con tanta qualità in più rode smart lav ha il filo corto quindi potrebbe servirti una prolunga sempre rode.

Se non si vogliono avere fili allora adattatore rode sc6l e rode wireless go.

Rode VideoMic Me

Rode presenta il VideoMic Me come microfono per smartphone. Come si può notare è un microfono direzionale molto leggero, che va collegato direttamente allo smartphone. Qualche utente si lamenta dei rumori di sottofondo non filtrati, ma si ritiene che un accessorio come questo sia per uso personale e per migliorare le proprie dirette Facebook live audio.

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Accessori per microfoni

Gli accessori di base sono molto spesso forniti in abbinamento al microfono. Però magari qualcosa può mancare oppure è necessario avere il ricambio. Di solito si ha bisogno di un para microfono in spugna. Attenzione a scegliere quello che si adatta meglio alla forma della griglia del microfono.

Se si vuole evitare del tutto il vento (quando si è in esterna) è necessaria una cuffia antivento. Sempre da adattare al modello del proprio microfono.

Se si vuole restare con le mano libere e ci si trova in studio si può acquistare un’asta microfonica a giraffa. Io ho sempre amato un’asta di sospensione a braccio. Però con il tempo e se si usa un microfono pesante la regolazione non è delle migliori. L’accessorio più comodo e che dura nel tempo è certamente un’asta da tavolo con base in ghisa.

L’asta a volte è venduta separatamente dal supporto del microfono, ossia dove viene fissato il microfono. Per cui verificate.
Se usate l’asta da tavolo forse potrebbe essere necessario un supporto elastico antivibrazione. Per evitare anche il pop delle labbra esistono dei filtri antipop.

Se acquisti un microfono non usb avrai bisogno di cavi xlr. E se si vuole creare uno studio in casa e si ha bisogno di silenzio si può pure acquistare uno Schermo fonoassorbente.

La lista potrebbe continuare. Si sa che negli accessori ci si può sbizzarrire. Però in questo caso, molti di questi accessori per microfoni proposti migliorano il modo di lavorare e il livello di registrazione.

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Per chi vuole approfondire

Questo post non è indirizzato a chi è un tecnico ma a chi vuole o deve fare un primo acquisto. A chi è indeciso nella scelta e i microfoni gli sembrano tutti uguali. Se hai già una buona conoscenza dei microfoni magari è necessario qualche altro tipo di approfondimento. E se poi si vuole arricchire l’articolo è sempre possibile farlo.

Se hai voglia di studiare avrai già dato un’occhiata alla parola su Wikipedia e probabilmente hai già visitato il sito ufficiale della Shure. Si può iniziare da queste prime fonti.

Se invece si vuole acquistare qualche libro ce ne sono di datati ma che offrono le basi di come è fatto un microfono.

Così abbiamo “I segreti dei microfoni” di Davide Scullino oppure i “Microfoni” di Umberto Nicolao.

Tengo a precisare che questo post non è sponsorizzato e non ho nessun legame con i brand di cui sopra. I link rimandano al mio programma di affiliazione ad Amazon. Ad ogni modo, ribadisco che alcuni dei microfoni proposti sono stati da me utilizzati. E che l’elenco è stato composto da ricerche personali sul web.

Non ho attività di vendita di questi prodotti.

E tu quale microfono hai scelto?

Ordine dei pulsanti

Ordine dei pulsanti è il titolo di un post che si può leggere sul blog di Emanuele Donati. Donati comincia così.

Vi è capitato di interrogarvi sull’ordine opportuno dei pulsanti “OK” e “Cancel” in una finestra di dialogo? Forse non molto spesso, ma vi posso assicurare che quando la questione assurge a decisione da prendere la situazione diventa rapidamente spinosa. Trovo quindi interessante condividere due righe sull’argomento.

La condivisione su facebook da parte di Giacomo Mason, ha fatto nascere una conversazione che ritengo di valore tra la comunità di pratica che qui riporto integralmente per non far perdere il contesto in cui è avvenuta.

Ordine dei pulsanti

Inquadriamo innanzitutto di cosa stiamo parlando. Emanuele Donati si interroga su dove devono essere posti i pulsanti “OK” e “CANCEL”. Ossia si interroga sul come organizzare i due pulsanti che indicano la prosecuzione o l’interruzione di una attività già precedentemente decisa. Come “Paga ora“, “Sottoscrivi“, oppure, “Elimina” da confermare o annullare.

Dove vanno messi i pulsanti? A Destra o a sinistra?

Donati continua.

Ovviamente la regola “perfetta” non esiste, ma ci sono due scuole di pensiero.

Sinistrorsi o destrorsi?

I sinistrorsi seguono il principio dell’ordine. Ossia metterebbero il tasto che induce all’azione positiva (OK) prima di tutti gli altri pulsanti. I destrorsi, invece, seguono il flusso dell’attenzione. E quindi a destra. Il tasto che porta all’azione positiva, infatti, concluderebbe il flusso della finestra di dialogo.

La soluzione?

Come spesso succede a decidere tra i due approcci teorici ci ha pensato la pratica. Secondo la regola di buon senso per cui conviene progettare interfacce conformi a come l’utente è già abituato, per anni ha regnato sovrana la regola impostaci dal buon Bill Gates.

E conclude con il buon senso di andare a guardare quali siano i sistemi più usati del momento e adeguarsi.

In conclusione: tasto “Cancel” a sinistra e tasto “OK” a destra!

I commenti su Facebook

Luca Rosati – In realtà il problema si può risolvere alla radice differenziando i pulsanti: bottone per il comando principale (o a cui si vuol dare maggiore enfasi) e text link per quello secondario.

Nino Lopez – Sì, basta rendere evidente la differenza. Io userei comunque due bottoni.

Salvatore Larosa – In ogni caso, bottone o link, è importante standardizzare la posizione relativa di tali oggetti, in modo da abituare i propri utenti, quindi le considerazioni dell’articolo rimangono valide credo…

Stefano Bussolon – Io sono fortemente destrorso. Ok a destra.

Renata Durighello – Io sono dannatamente sinistraccipicchiacome si dice, insomma mancina, ma anche per me dx è sinonimo di definitivo, perché quella volta non mi hanno permesso di fare come il buon da vinci. Però sono d’accordo con Luca, la gerarchia visiva predomina e ben lo sanno i designer di app con pubblicità a pagamento, sinistra destra alto basso, il tasto ok è sempre il più visibile. Il rovescio della medaglia? A cosa serve fare due pulsanti, uno che mi chiede di aspettare, annullare, se poi devo rendere “schiacciafacile” quello che ti dice di sbrigarti e non pensarci su?

Gerarchia visiva

Luca Rosati – Ciò che conta è la gerarchia visiva, a volte entrambi i comandi possono essere centrali, ma se si distingue l’importanza non si crea imbarazzo della scelta (Vedi il libro Web Form Design)
Ecco come fa ad es. Airbnb: un solo bottone per l’azione principale, text link per tutto il resto.
Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Simona Abita – Questo però mi sembra un caso diverso, se non ho capito male l’articolo parla di confermare o annullare un’azione in una finestra di dialogo.

Luca Rosati – Stessa cosa: l’annulla andrebbe posto a un livello gerarchico differente, a meno che non si tratti dell’azione principale. Fra l’altro in molti casi l’annulla è inutile quando non dannoso (esperienza diretta), così come i tasti Pulisci, Reset ecc. da bandire totalmente. Ti consiglio la lettura del libro di Wroblewski, basato su test con utenti fatti da lui o documentati in ricerche serie.

Ricordo anche un bell’articolo che sintetizzava molte di queste cose, ma devo ricercarlo.

Luca Rosati – (ndr Trovato!) Primary vs. secondary actions
Primary actions are links and buttons in a form that perform essential “final” functionality, such as “Save” and “Submit.” Secondary actions, such as “Back” and “Cancel,” enable users to retract data that they have entered. If clicked by mistake, secondary actions typically have undesired consequences, so use only primary actions where possible. If you must include secondary actions, give them less visual weight than primary actions.

Principio di coerenza

Claudia Busetto – Anche secondo Nielsen vince il principio di coerenza, nel dubbio è sempre meglio seguire lo standard proposto dalla piattaforma. Il problema è nel redesign di certe piattaforme che sono chiaramente mal progettate, in cui però gli utenti si sono ormai abituati a certi standard “scorretti”: Meglio cambiare o mantenere?

A conclusione chiedo se ci sia una risposta a questa domanda e Claudia risponde.

Claudia Busetto – ciao Toni! Non penso ci sia una risposta valida sempre, dipende dal contesto, solitamente mantengo lo standard anche se è formalmente sbagliato. Ci sono contesti in cui un designer non l’hanno mai visto e non hanno mai nemmeno pensato che ci sia del mestiere dietro la progettazione di interfacce, partono d zero e il costo emotivo del cambiamento è enorme. In questi casi per me l’obiettivo è accompagnare il cliente verso un nuovo modo di fare le cose, negoziare un consenso, non tanto risolvere un problema specifico.

Conclusioni

Concordo con quanto scrive Claudia. Il contesto in cui si lavora e si opera determina la propria azione di progettazione. E per chi propone un cambiamento, un cambio di paradigma, il lavoro è doppio. E mi piace sottolineare quanto dice Claudia.

Il nostro compito oggi è quello di essere degli accompagnatori verso un nuovo modo di fare le cose.

Un nuovo modo che renda le informazioni più fruibili alle persone. Accompagnatori, guide, pionieri. Si tratta di un lavoro arduo e spesso solitario. Sicuramente ancora contro corrente.

Conversazioni di questo genere dimostrano però che nessuno si sottrae a questo compito.

 

Piero Savastano il data scientist con la passione del machine learning

Piero Savastano è un data scientist di cui seguo il canale youtube dedicato al mondo del data science e machine learning. Ho deciso di intervistarlo e di invitarlo sul blog perché è una persona molto chiara nelle sue spiegazioni. Nei suoi video parla di cos’è il machine learning, come funzionano le reti neurali e promette di approfondire ancora tanti altri temi. Penso dunque che sia una persona e un professionista che vale la pena seguire.

Come sa chi mi segue da più tempo, ogni tanto, qui sul blog o sulla pagina facebook, accenno all’intelligenza artificiale. Ma personalmente non me ne occupo e non la studio. Sull’intelligenza artificiale mi informo solamente, leggendo e seguendo gli studi di altri. Piero Savastano è per me un ottima fonte. Competente, senza darsi troppe arie, e che sa spiegare bene le cose.

Cos’è un data scientist

Mi pare doveroso, prima di iniziare l’intervista, spiegare cosa sia un data scientist. Prendo a prestito la definizione che Hal Varian, chief economist di Google, ha dato di questo lavoro.

Raccogliere, analizzare, elaborare e interpretare enormi quantità di dati, così da fornire indicazioni utili alla definizione delle strategie aziendali.

Insomma, è il “mago” dei big data: li studia per aiutare le imprese a orientarsi.

I numeri secondo Piero Savastano

Cosa sono i numeri per te?

I numeri sono parte di un linguaggio universale che trascende lo spazio e il tempo. Sono le celle di un noioso foglio di calcolo che diventano forme e colori, sono relazioni. Sono l’unica possibilità per afferrare la natura e un tentativo disperato di dominarla.

Musica

Che musica ascolti? Musica e matematica hanno molte relazioni tra di loro. È un caso che sul tuo blog ci sia una immagine di un uomo che collega cervello e cuore con delle corde di chitarra?

Ascolto musica elettronica, mi piace sentire suoni totalmente nuovi che prendono spunto dal passato e vengono distorti a suggerire il futuro.
Un buon collegamento tra cervello e cuore è un sogno che coltivo, perchè dimentico spesso di ascoltare l’uno o l’altro. La musica sicuramente aiuta.

Machine Learning

Ti occupi di machine learning, spieghi anche a noi? In uno degli ultimi video anticipi che inizierai a parlare di deep learning. Ci spieghi le differenze con il machine learning?

Ci sono due approcci per fare in modo che un computer faccia qualcosa: 1) impartire istruzioni esplicite oppure 2) presentare una marea di esempi (leggi dati) e fare in modo che trovi il modo di risolvere il compito da sè. Il machine learning rientra in questo secondo approccio, e pur essendo roba vecchia di almeno 30 anni sta ritornando alla ribalta: abbiamo ora a disposizione un oceano di dati e maggiore potenza di calcolo.
Il deep learning è un sottoramo del machine learning, in cui il computer apprende dagli esempi secondo un meccanismo ispirato vagamente al funzionamento del cervello.

Scrivi sul blog: “Il machine learning è uno strumento per l’automazione (occhio a non confondere come il fine)” Quale potrebbe essere il fine?

Il fine è la soluzione di problemi pratici che fanno parte del quotidiano. C’è una tendenza pericolosa a voler usare il machine learning anche quando non è necessario, oppure a farne un’attività fine a sè stessa, un po’ come avere il martello e andare in giro a cercare i chiodi.
Il machine learning è uno strumento in più per ridurre la necessità che le persone svolgano compiti mentali ripetitivi, così come la macchina a vapore ha ridotto lo sforzo fisico ripetitivo. Mi concentrerei sulla riorganizzazione del lavoro a seguito dell’automazione e allo sviluppo di una società più armoniosa, è quello l’obiettivo a lungo termine.

La teoria dei grafi

Parli spesso della teoria dei grafi. Come architetto dell’informazione la cosa mi interessa. La rete è un grafo. All’interno di questo grafo ci muoviamo per instaurare relazioni, creare ecosistemi. Che ci puoi dire sulla teoria dei grafi e quali sviluppi per l’Internet?

La teoria dei grafi è affascinante proprio per l’importanza che da alle relazioni, è difficile definire il significato di qualsiasi cosa senza ridursi a considerarne le relazioni. Gli esperimenti di sociologia sui gradi di separazione hanno dimostrato quanto sia facile navigare nel grafo sociale e mettere in relazione persone di tutti i tipi. Studi di matematica e fisica evidenziano da tempo alcune proprietà strutturali delle reti che si applicano alle persone e qualsiasi altra rete di entità in relazione tra di loro: opere d’arte, impianti idraulici, reti stradali, il web. Suggerisco di dare un’occhiata alle “small world networks”, c’è da restare senza fiato.

Per quanto riguarda internet dobbiamo tenere d’occhio e partecipare al trend dei linked data: così come negli anni ’90 abbiamo abbandonato l’enciclopedia nel CD per costruire un ipertesto distribuito di scala mondiale (che chiamiamo web), il progetto linked data prevede di fare la stessa cosa per i dati. La potenzialità di questa tecnologia che combina grafi, dati e web è sottovalutatissima a mio avviso. La visione che c’è dietro, che dobbiamo al genio di Tim Berners Lee, è che una volta assegnato un link a qualsiasi cosa (inclusi link per le relazioni) possiamo costruire agenti artificiali in grado di navigare questo grafo di dati e cercare risposte (forse anche domande) meglio di come facciamo ora.
Ho scritto un tutorial sui principi dei linked data

Chatbot e assistenti vocali

Cosa ne pensa un data scientist dei chatbot e degli assistenti vocali? Sei tra gli entusiasti o tra gli scettici?

Sono pragmatico, per me il cuore di quello che sta avvenendo è da ricondursi all’avvento dell’economia dei dati, di cui chatbot e assistenti vocali sono dei sintomi affascinanti.

Al momento la promozione e regolamentazione dello scambio commerciale di dati è di primario interesse per l’Unione Europea (https://ec.europa.eu/digital-single-market/en/policies/building-european-data-economy). Non è un caso: chi possiede dati e potenza di calcolo ha un futuro roseo all’orizzonte. Diversa la questione che si pone per il grosso della popolazione, che invece è intenta a cedere dati personali ai giganti del digitale (peraltro di altri continenti) in cambio dell’uso gratuito di social network e servizi di ricerca.

I nostri dati personali hanno un valore immenso ed è lì che vanno gran parte delle mie speranze e preoccupazioni. Per dirla in altre parole, mi da più pensiero che fine facciano le domande che pongo al chatbot piuttosto che se sia in grado di rispondere o meno.

Intelligenza artificiale bioispirata

Intanto cosa è l’intelligenza artificiale bioispirata, di cui sei esperto, e l’intelligenza artificiale? E poi volevo che chiarissi ai miei lettori a che punto è lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Il deep learning di cui parlavamo prima è ispirato al tessuto nervoso biologico, quindi appartiene alla IA bioispirata – come ogni aproccio che trae spunti dalla natura. Ce ne sono tanti altri, tra cui gli algoritmi genetici, che imitano il meccanismo della selezione naturale per evolvere artificialmente agenti intelligenti.
Lo sviluppo dell’IA, che puoi vedere come uno sforzo di creare macchine “intelligenti”, è frammentato e tende a essere altalenante. Il deep learning è una versione 2.0 delle reti neurali degli anni ’80, che prima del 2005 erano praticamente dimenticate. Ci sono una marea di tecniche da rispolverare e combinare. Ad esempio AlphaGo, IA sviluppata da Deep Mind in grado di superare il campione del mondo nel gioco GO, è un ibrido di deep learning e tecniche di IA tradizionali – quelle usate da Deep Blue di IBM che negli anni ’90 ha battuto il campione del mondo di scacchi. E se mi chiedi chi è il giocatore di scacchi che preferisco, senza ombra di dubbio Alekhine.

Etica e macchine

Un data scientist come si relaziona ai problemi etici che si presenteranno nell’umanizzare le macchine?

Li vede lontani, non ancora a portata di mano. Prevedo che buona parte dei problemi etici sarà sostituito da compromessi pratici: esempio, se le macchine autoguidate causano una percentuale di morti minore delle macchine guidate da persone, sarà più facile accettarle.
La tecnologia è uno strumento e in quanto tale la scelta etica sta nell’utilizzatore e non nello strumento stesso. Prendiamo gli arei consapevoli di avere una piccolissima possibilità di precipitare, ma è un rischio che siamo disposti a correre per muoverci velocemente da una parte all’altra del pianeta.

Piero Savastano e Youtube

Io ti ho conosciuto attraverso i tuoi video e il tuo canale youtube. Credo che in italiano non si trovi molto sul tema. Quanto tempo dedichi al canale? Come è nata l’idea e come procedono i video?

Dedico tanto tempo e continuerò a farlo. I video sono il risultato di anni di studi tecnici combinati ad anni di improvvisazione teatrale, che è uno dei miei hobby. Per me è innanzitutto un modo di esprimere la creatività e celebrare la bellezza dell’intelligenza artificiale.
L’idea è nata dalla necessità di farmi conoscere come professionista del settore: invece di gettarmi in una sterile iniziativa di marketing “da disturbo” ho pensato di farmi conoscere in questo modo. Alcuni colleghi mi rimproverano di regalare competenze, ma sono convinto che il valore ceduto ritornerà in qualche modo che ora non posso prevedere.

Come è nato Pollo, il personaggio che ti fa compagnia nei tuoi video?

Pollo è nato prima di me, e credo vivrà a lungo anche dopo. Il suo sguardo intenso e i suoi profondi silenzi mi aiutano a trovare la forza di andare avanti e dare il meglio. Farò un video sulla sua biografia.
Scherzi a parte, il nome Pollo Watzlawick richiama per assonanza Paul Watzlawick, brillante psicologo che ha enunciato gli assiomi della comunicazione umana.

Matematici o umanisti?

Per il nostro futuro di intelligenze naturali, avremo bisogno più di matematici o di umanisti?

Di matematici che si cimentano in esercizi di stile narrativi, e umanisti in grado di smanettare col Python.
Seduti allo stesso tavolo per fare in modo che le macchine intelligenti siano uno strumento di progresso diffuso piuttosto che l’ennesima manifestazione del potere.

Grazie a Piero Savastano!

Ringrazio Piero Savastano per le belle e chiarificatrici risposte che ha condiviso con noi. Lo ringrazio anche per aver risposto in tempi record e con un entusiasmo che rivela essere una bella persona.

Anche Piero, come Chiara Luzzana è una persona che conosco solo virtualmente, tramite il loro lavoro e le loro mail. Per cui, anche in questo caso, spero di incontrarlo presto e continuare la piacevole chiacchierata iniziata sul blog.

Grazie e alla prossima!

Musica e produttività

Musica e produttività

è uno dei temi più interessanti

riguardo l’ascolto della musica a lavoro.

La scienza

oggi

ha strumenti che permettono

una analisi più approfondita

del nostro cervello

e delle nostre reazioni.

E così è possibile verificare

il potere della musica,

gli effetti della musica sul nostro cervello.

Ma non è che si fanno ogni giorno ricerche di questo genere.

O meglio, non si fanno ogni giorno su larga scala. Si tratta anche di ricerche sofisticate e molto invasive; da svolgere durante l’orario di lavoro; e che entrano nella sfera intima delle persone.

Musica a lavoro

Alcune settimane fa è stata sponsorizzata una ricerca in cui si diceva che l’85% dei professionisti ascolta musica sul posto di lavoro. Come ho spiegato nel mio articolo, anche se il dato fosse vero (lo è solo in parte), riguarda un periodo lavorativo davvero singolare, cioè la ricerca è stata realizzata nella settimana di ferragosto, cioè nella settimana meno lavorativa dell’anno.

Sui social tutti i dipendenti che ascoltano musica mentre lavorano hanno gioito perché questo confermava una loro convinzione e una loro abitudine. Ed è vero, infatti, che la musica aumenta la produttività. Ma non per tutti. Io non ho dati per confermarlo, ma azzarderei a dire che, per tutto l’arco dell’anno, questa percentuale si abbassa notevolmente.

E per esperienza personale, su un piano di un ente pubblico con 4 uffici su circa 50 dipendenti, solo 2 colleghi ascoltavano musica o avevano la musica in sottofondo. Magari neppure la ascoltavano veramente ma la musica li fa lavorare meglio. Per cui siamo al 4 percento. Un po’ lontani dall’85% pubblicizzato.

Ricerche online

Le ricerche effettuate negli anni passati, almeno quelle che ho trovato io, non riguardano la percentuale di persone che ascoltano musica a lavoro. Ma riguardano principalmente proprio la produttività.

Dal 2005 al 2014

Tra il 2010 e il 2011 è stata pubblicata la ricerca sulla produttività e green economy, tra cui per una volta sola si parla dei vantaggi della musica, ma riguarda i vantaggi di una comunità che si coalizza intorno a qualcosa. Sul tema immagino ci sia anche qualcosa di più recente.

Nel 2012 il New York Time pubblicava un articolo su come la musica può migliorare la produttività a lavoro. Articolo che, però, rimanda ad una ricerca del 2005.

Nel 2014 Fast Company scrive un lungo articolo sugli effetti della musica a lavoro, con tanto di generi che funzionano meglio, ma riprende sempre la ricerca del 2005 come base del ragionamento. Articolo ripreso un po’ di tempo dopo su un altro sito, anche qui senza citare la fonte.

Sempre del 2014 ho trovato una ricerca eseguita da prsformusic su quanto la musica permetta agli ascoltatori a lavoro di essere accurati. Prs Music inoltre edita un sito che si occupa del tema produttività a lavoro.

2015 – 2016

Di recente ho trovato l’articolo del 2016 in cui si spiega il potere della musica per ridurre stress e ansietà. Che poi sarebbe il potere della meditazione, dell’aiuto che la musica può dare a rilassarsi e dormire bene.

Da quanto scrive Chad Grill su Medium non ci sono ricerche recentissime sul tema della neuromusicologia. E rimanda ad un abstract del 2015 sull’acustica negli uffici a spazio aperto.

Sempre del 2016 è l’articolo intervista del Business insider a Daniel J. Levitin autore del libro This Is Your Brain on Music.

Christopher Maynard su consumeraffairs presenta i vantaggi della musica nel favorire la collaborazione tra colleghi. E ci offre la fonte della ricerca del 2016.

Quello che ho trovato poi di quest’anno è stata l’inforgrafica offerta da business linkedin. E un articolo che suggerisce come la riproduzione musicale incrementa la promozione dei negozi.

Non ho trovato altro. O meglio, nella mia bolla informativa non ho trovato altri articoli o ricerche pubbliche.

Se trovate qualcosa in più o ne sapete più di questo articolo basta commentare e arricchire l’articolo.

Musica, lavoro e produttività

Mi piace quanto scritto dalla redazione di StartUpItalia

L’arte decora lo spazio, la musica decora il tempo e ti aiuta a impiegarlo meglio. Specie sul luogo di lavoro dove ascoltare note può aumentare la tua produttività.

Grosso modo tutti propongono la loro playlist. Ma io credo che se davvero si deve essere produttivi, la playlist deve essere proprio nostra, pensata dal nostro cervello e voluta con cognizione di causa. Deve semmai essere la playlist della nostra radio preferita, che comunque pensa a noi che amiamo quella radio. Che non derivi, insomma, da algoritmi che non ci appartengono.

Musica e produttività

Insomma, le ricerche fatte su musica e produttività sono abbastanza vecchie. Su queste si basa la convinzione e la credenza che la Musica può aumentare la produttività. E ancora queste ricerche non sono state smentite. La musica permette al nostro cervello di rilassarsi e di concentrarsi. Ma molto dipende, a mio parere, anche dal modo di lavorare del nostro cervello, dal tipo di musica che si ascolta (le parole di una canzone, per forza di cose, distraggono). E infine, dal tipo di azione che stiamo eseguendo a lavoro. Tre varianti essenziali che una ricerca seria dovrebbe prendere in considerazione oggi.

Insomma, produttività si, ma non per tutti.

Io vi posso pure proporre la mia playlist, quella del blog. La uso quando faccio pulizie, quando rimetto a posto casa o la mia stanza, oppure quando faccio lavori manuali. Ma quando studio o scrivo non riesco ad ascoltare questa playlist.

Ad ogni modo quello che è certo è che la musica non fa male! A nessuno! Anzi! Buon ascolto!

5 settori che l’assistenza vocale trasformerà

Nel nostro prossimo futuro l’assistenza vocale cambierà la nostra quotidianità. Alcune delle nostre abitudini, come guardare continuamente il cellulare, potrebbero ben presto diventare abitudini da vecchi. Più le interazioni conversazionali saranno utili, più ci abitueremo a parlare con i nostri dispositivi. Alcune azioni manuali diventeranno vocali.

Non sarà una rivoluzione improvvisa. Però sarà qualcosa che avverrà, visto i grossi investimenti che Amazon, Google, Apple e Microsoft, stanno impiegando.

Ho già spiegato che l’interfaccia vocale è una realtà e ripreso più volte il perché tutti i dispositivi vogliono parlare. E anche ho scritto sul perché si parla di assistenza vocale oggi, più di ieri. Nonostante i computer siano stati in grado di comprendere i comandi vocali fin dagli anni ’90 del secolo scorso.

Così come ha scritto Jeffrey Humble

L’innovazione tecnologica per l’elaborazione vocale sarà il principale driver nella diffusione delle interfacce vocali in altre industrie. Le interfacce touchscreen esistevano prima dell’iPhone, ma la tecnologia e le interazioni non erano ad un livello sufficiente per creare un’adozione diffusa. Finché Apple non si è mossa. La voce sta ora raggiungendo un punto di evoluzione simile.

Alla conferenza I/O 2017, e così come confermato dai nuovi business emergenti, Google ha ridotto la propria frequenza di errore dall’8,9% al 4,5%.

Risultati positivi per le macchine ma anche per il mercato che si vuole fondare su questo tipo di interfacce utente senza schermo.

Assistenza vocale cosa cambia

Di seguito si propone un elenco delle cinque industrie che stanno già subendo delle rivoluzioni interne. Nella loro evoluzione è compresa anche l’assistenza vocale. E si prevede che saranno proprio queste industrie a traghettare l’assistenza vocale nella nostra quotidianità.

I mercati più sensibili dunque sono il mercato delle automobili, la tecnologia indossabile, i call center e alcuni servizi al cliente di base, il mercato dei dispositivi e accessori per non vedenti e per finire la traduzione simultanea.

Le automobili

Le automobili sono già oggi connesse ad internet. Ci sono auto connesse tramite dispositivi come Apple Car e Android Auto. O ancora con una lunga serie di interfacce proprietarie.

Oggi l’auto è vista come uno strumento in cui si trascorrono molte ore della giornata e in cui si perde tempo. Al massimo si ascolta radio o si sta pericolosamente al telefono senza un vivavoce. L’idea delle major di questo settore è quello di trasformare questo spazio nel nostro ufficio mobile. O, meglio ancora, in un salotto dove condividere il proprio tempo in mobilità con la propria famiglia o i nostri amici e colleghi.

A questo si punta quando si parla di guida assistita. Ovviamente la strada è ancora lunga. Mancano ancora le infrastrutture che rendano la guida davvero sicura. E manca il via libera delle società assicuratrici che dovranno chiarire tutti i limiti giuridici della faccenda.

Prima di arrivare a questo un altro passaggio da effettuare (e anche quello più realizzabile con la tecnologia e le infrastrutture presenti) è l’assistenza vocale. Cioè prima di liberare le mani dal volante, l’assistenza vocale dovrà permettere all’autista di effettuare delle azioni per conto suo in modo chiaro, preciso ed istantaneo.

Molti autisti già fanno uso di assistenti vocali come OK Google per impartire comandi ai propri smartphone. Nel prossimo futuro si rivolgeranno alla loro auto.

Qualcuno sostiene che se l’industria automobilistica agisce rapidamente, la guida sarà un’esperienza molto diversa e l’auto potrebbe divenire una delle interfacce della nostra quotidianità.

I wearables. L’alta tecnologia indossabile

La tecnologia indossabile, in questi ultimi anni sta vivendo un momento di grande espansione.

Strumenti come Apple Watch fanno oggi un grande uso di Siri. E così il tentativo di altri brand puntano a rendere i loro dispositivi indossabili autonomi e sempre più diffusi proprio attraverso gli assistenti vocali.

Pensiamo a Google Glass e ad altri Smart Glass. Vi ricordate? Ad un certo punto si pensava che tutti dovessimo utilizzare questi occhiali e camminare guardando la televisione mentre si camminava. Il loro fallimento non fu dovuto ad una qualche mancanza tecnologica o ad un cattivo funzionamento. I Google Glass erano difficili da usare. Per fargli svolgere le sue funzioni era necessario muovere la testa in determinate direzioni. Cosa che dopo un po’ stancava e diventava insopportabile. Insomma la verità è che erano inutilizzabili.

Un assistente vocale, invece, aggiungerebbe un valore enorme ai Google Glass. Se pensate che una grossa fetta della popolazione (basta scendere in strada e osservare un po’) cammina osservando il proprio smartphone, capirete che presto si potrebbe tornare a parlare di questo accessorio.

Così come per molti altri accessori indossabili, che di colpo diventerebbero facilmente usabili da chiunque.

Call center e Servizio clienti

Altro mercato in cui gli assistenti vocali imprimeranno il loro cambiamento è il mercato dell’assistenza clienti. Al momento i call center e il servizio clienti delle aziende si stanno indirizzando verso lo sviluppo dei chatbot. Certamente un modo economico per avviare la propria innovazione. Ma l’assistenza vocale è altro.

Qualsiasi ruolo che si basa sulla comunicazione sarà migliorato con un’interfaccia vocale. Una connessione umano-umana sarà sempre ideale, ma ci sono molte situazioni in cui l’interfaccia vocale potrebbe aumentare la connessione.

Nel campo dei call center l’assistenza vocale riuscirà a risolvere problemi semplici. Per esempio, potrà dare informazioni di base e alleggerire il lavoro degli assistenti al call center. Almeno di coloro che resteranno assunti. Perché è facile comprendere che su larga scala anche questo settore vivrà un momento di crisi (leggasi licenziamenti). Insomma, il consiglio è quello di specializzarsi e aumentare le proprie competenze e risolvere problemi sempre più complessi.

Su questo campo è bene andarci cauti, ma sicuramente qualche esperimento verrà fatto. E sarà interessante vedere l’effetto che fa. Se ci pensiamo le grandi compagnie telefoniche o energetiche hanno costretto molti clienti ad abituarsi alle loro metodologie di contatto.

E dopo un certo disagio ci abitueremo anche a questo.

Dispositivi per non vedenti

Le interfacce conversazionali consentiranno a coloro che hanno disturbi visivi di interagire con il mondo in modi che finora gli sono stati negati. L’accessibilità sul web e su smartphoneè ancora oggi un tema su cui si discute e su cui molte aziende ancora fanno orecchie da mercante. Le aziende che sviluppano tecnologia innovativa, invece, pare stiano mostrando una maggiore sensibilità. E sicuramente aiuteranno questa parte di popolazione.

Con l’assistenza vocale, i non vedenti o ipovedenti, potranno avere la stessa facilità d’uso dei vedenti e lo stesso grado di accessibilità di un touchscreen.

Da questo punto di vista l’assistenza vocale non solo cambierà la nostra quotidianità, ma migliorerà la vita di alcune persone che oggi vivono alcuni disagi.

Traduzione della lingua e interpretazione in tempo reale

Già è da tempo che funziona Skype translator con cui si attiva una traduzione simultanea. Ma un assistente vocale sarebbe un vero e proprio traduttore per qualunque lingua del pianeta.

E Google Translate è uno degli esempi in prima linea su questo settore. Da applicazione per la traduzione di testo si è sviluppato in un traduttore con capacità di ascolto.

Anche qui ne sentiremo delle belle.

Conclusioni

I progressi fatti fin ora sono stati lenti ma inesorabili. Come già detto nell’articolo architettura dell’informazione conversazionale il contesto è ancora impreparato ad accogliere l’assistenza vocale. Non siamo pronti con le infrastrutture e non siamo pronti mentalmente. Il cellulareci basta. Ma lo sviluppo è sempre più preciso e gli errori sempre più limitati.

Chi sviluppa all’assistenza vocale a lungo termine pensa ad un mondo diverso da quello in cui viviamo. Possiamo guardare a queste persone e a questa tecnologia con scetticismo ma la loro visione non è del tutto folle. L’assistenza vocale non si diffonderà da se. Saranno le industrie, saranno altri settori industriali, a diffonderne l’uso.

Non scompariranno né le tastiere, né gli schermi, ma questi diventeranno accessori che faciliteranno l’uso. Diventeranno accessori utili ma non necessari, insomma, secondari.

Siamo solo all’inizio ma, come si dice ormai su molti campi, è solo questione di capire quando accadranno le cose e non se accadranno. Perché è certo che accadranno.