Georgia Mos tra musica house e innovazione

Georgia Mos, nome d’arte di Giorgia Moschini, è una DJ italiana che molti conoscono per la sua partecipazione alla terza edizione di Top DJ. Oggi mi pare però riduttivo definire Georgia Mos per la sua partecipazione ad un programma tv. Georgia oggi è conosciuta in Italia per la sua bravura e la sua attività lavorativa presso eventi di rilievo nazionale e internazionale. E da pochi giorni riconosciuta tra la Top100 del DJaneMag.

Georgia Mos su Facebook

Georgia Mos biografia

Di Georgia Mos si sa (quasi) tutto. Si sa tutto nel senso che sui social Georgia condivide il suo volto, il suo lavoro e i luoghi che visita. Molto interessante, per esempio, è stato seguire il suo viaggio in India, documentato con le Instagram Stories che hanno mostrato un’India quotidiana.

Sul sito georgiamos.com è possibile trovare i contatti per collaborazioni e i social appunto. Si trova una breve intervista concessa per il programma Top dj e l’unica biografia che si trova (facilmente) è quanto scritto sul sito di Radio 105.

Intervista a Georgia Mos

La musica

La tua definizione affettiva di musica.

La musica rappresenta molto per me. Le sensazioni che mi scatena interiormente quando l’ascolto e la produco è qualcosa di inspiegabile. A livello affettivo la musica è molto legata al mondo interiore e c’è sicuramente una corrispondenza con il mondo affettivo; è espressione di quello che proviamo e di come siamo.

Che musica ascolti oltre alla musica house?

Amando follemente la musica in generale ascolto diversi generi (oltre alla musica dance chiaramente ). Amo il pop, il blues e l hip hop.

Qual’è secondo te la differenza tra musica e rumore?

Fondamentalmente la musica da un piacere all’ascolto mentre il rumore no, quindi deriva dalla qualità delle vibrazioni. In molte tracce comunque sono inseriti “rumori” all’interno della melodia stessa , il che rende, soprattutto nella musica dance la traccia più interessante.

Progettazione e sperimentazione secondo Georgia Mos

Qual’è il tuo rapporto con la sperimentazione? C’è qualcosa che reputi innovativo nelle tue performance?

Amo sperimentare. Mi piace registrare suoni nuovi e lavorarli con Ableton o usare la mia loopstation. Durante alcune serate invece mi piace utilizzare anche la mia voce su alcune strumentali.

Consideri la tua voce uno strumento musicale. Progettazione o improvvisazione?

La voce è uno strumento musicale a tutti gli effetti, richiede pratica e allenamento. Amo progettare e lasciare sempre un 10% all’improvvisazione legata all’emozioni e adrenalina dell’esibizione.

Quanto tempo dedichi allo studio e alla progettazione delle tue serate?

Non eseguo mai un dj set studiato nel minimo dettaglio (o perlomeno non ancora), mi piace lasciare a seconda del locale dove suono e a seconda del pubblico spazio all’improvvisazione del momento. L’energia della pista ti trasmette tanto e ti guida in quello che vorrebbe ascoltare in quel momento senza però tradire quello che senti tuo e che ti piace davvero suonare.

Georgia Mos, DJ internazionale

La tua carriera inizia all’estero. Mentre in Italia sei stata una novità. Che ne pensi?

Esatto ho iniziato ad avvicinarmi alla mondo della musica dance e del djing a Londra, 4 anni fa.

Sono sempre stata legata alla musica fin dall’età di 8 anni quando ho iniziato a studiare canto e solfeggio. A londra mi sono subito legata alla musica elettronica e ho studiato produzione musicale. Dopodichè sono stata tre mesi in America ( New York e Miami) dove ho suonato in diversi locali tra i quali il Nikki Beach.

Al mio ritorno in Italia, a Milano, sono stata selezionata per il programma “Top dj” in onda su Italia uno dove ho vissuto un’esperienza bellissima, tosta e divertente con altri 9 concorrenti. Ora lavoro moltissimo in Italia anche se amo viaggiare e suonare in Paesi all’estero.

Il tuo lavoro ti porta a viaggiare. Cosa ti porti dietro, musicalmente, dai tuoi primi viaggi all’estero?

Amo ogni volta cercare di capire il tipo di sound e di usanze per ogni paese ovviamente cercando di portare sempre il mio stile, ma è interessante vedere come per ogni paese la musica possa scatenare reazioni differenti sulle persone.

C’è qualcosa che vuoi condividere del tuo ultimo viaggio in India?

Un’esperienza incredibile. L’India è davvero magica, un paese da vedere assolutamente. Purtroppo in tour non si ha molto tempo per visitare le città nelle quali ci si esibisce. Ho fatto tre show in 5 giorni ( due giorni sono stati per il viaggio), e gli spostamenti tra una città e l’altra avvenivano con gli aerei, quindi era davvero poco il tempo per girare e visitare i posti piu interessanti delle città. Mi ha colpito la loro cordialità e disponibilità e la loro BDM “Bolliwood dance music” simile alla nostra Edm ma con influenze e testi indiani.

Diventare DJ. I consigli di Georgia Mos

Ho recensito tempo fa un film, We are friend. In una scena si spiega in maniera scientifica il metodo per far muovere le persone e portarle a ballare. Hai visto il film? Hai un tuo metodo? Si tratta di una invenzione cinematografica o c’è qualcosa di vero?

Si ho visto il film! È risaputo scientificamente che quando proviamo un’ emozione molto forte il nostro cuore raggiunge i 128 battiti per minuto, quindi musicalmente si dice che suonando a 128 bpm si arrivi “nel cuore” delle gente riuscendo a farla ballare. Non è una regola specifica, ogni aumento o diminuzione di bpm ti da reazioni differenti, dai 90 bpm fino ai 160 bpm. Nei mie set suono prevalentemente tra i 126 e 128 bpm perchè il tipo di musica che suono si esprime in maniera ottimale in quella velocità.

Molti ragazzi vogliono sapere come diventare un/una DJ. E sul tema ci sono libri e vengono tenuti TED e conferenze. Tre consigli a che vuole seguire il tuo percorso?

Ce ne sono tanti, ma i primi tre che mi vengono in mente sono studiare e prepararsi tecnicamente, avere una propria personalità musicale in modo da distinguersi nelle proprie produzioni e nei dj set live, seguire la parte marketing ovvero la promozione, i social ecc.. spesso questo ultimo punto non viene preso molto in considerazione ma l’interazione con il proprio pubblico attraverso i social è davvero importante per fidelizzarlo.

Un dj trascina le folle e le controlla con la musica. Studi più le masse o te stessa?

Esprimo quello che ho dentro e quando sono sulle stage mi viene spontaneo, non studio esattamente cosa fare o non fare nei minimi dettagli per coinvolgere la massa. Il pubblico apprezza il “vero” e il non il costruito.

Georgia Mos curiosità

Sapevi che su Google le persone cercano “Georgea Mos età” e “Georgea Mos altezza”? Secondo te, perché?

Sull’età c’è sempre molta curiosità, i dj generalmente dimostrano sempre meno anni, sono rimasta sconvolta quando ho scoperto l’età attuale di artisti come David Guetta, Bob Sinclair o Nervo e Alison Wonderland, quindi ammetto che anche io vado a cercare l’ètà degli altri dj:) Fortunatamente per quanto mi riguarda mi danno sempre meno anni di quelli che ho effettivamente. Per quanto riguarda l’altezza non me l’aspettavo ci fosse questa curiosità!

Concludo ringraziandoti di cuore per aver risposto alle mie domande e per aver dedicato il tuo tempo ai miei lettori. L’ultima domanda. Hai progetti musicali diversi dalle performance? Dove ti vedremo questo autunno/inverno?

Assolutamente! Sto lavorando in studio su delle produzioni che usciranno all’inizio del 2018 dove partirà anche un tour per la Cina. Non vedo l’ora!

Freeda intervista Geogia Mos

Georgia Mos sui Social

Se vuoi seguire Georgea Mos la trovi sui social.

Facebook Georgia Mos Official mi pare il profilo più istituzionale.

Instagram a me pare il canale più personale e il più aggiornato sulla sua attività.

E per ascoltare qualcosa di Georgia basta visitare il suo canale SoundCloud

Georgia Mos si trova anche su Twitter ma a me pare che non sia il suo canale preferenziale.

Perché intervisto Georgia Mos

Seguo Georgia Mos sui social da un po’ di tempo. Analizzo le strategie di artisti e influencer. Di lei mi ha colpito certamente l’uso che fa della sua immagine. Ma soprattutto la sua ricerca innovativa sul campo. In un mondo in cui ci si distingue, grosso modo, per il tipo di musica che si mette sui piatti, ho trovato interessanti le sue capacità comunicative e imprenditoriali. Georgia, infatti, cerca di innovare il suo mestiere di DJ, utilizzando e inserendo la sua voce come strumento musicale.

L’intervista è volta a scoprire qualcosa di più di questo mondo e del pensiero di Georgia Mos.

L’intervista va ad arricchire la serie di interviste che il blog ha intrapreso per approfondire i temi della sonorità

Architettura delle conversazioni. Principio di cooperazione di Grice

La scorsa settimana ho accennato al principio di cooperazione di Grice parlando della architettura delle conversazioni di Google. Ne ho solo accennato perché il tema è molto vasto. Senza contare che su internet si trovano molti contenuti interessanti da leggere e che meritano di essere condivisi. Questo articolo, infatti, non posso ritenerlo del tutto originale e lo penso come una sintesi approfondita sul tema. Alla fine trovi tutti i link da cui ho tratto buona parte del testo. Ma anche le risorse necessarie per approfondire il tema.

Chi è Paul Grice

Herbert Paul Grice è nato a Birmingham nel 1913 e muore a Berkeley nel 1988. È stato tra i maggiori filosofi inglesi del ‘900 e si è occupato di linguaggio. I suoi studi hanno contribuito, infatti, alla teoria del significato e alla comunicazione anglo americana. Tanto che di recente una delle sue teorie più famose è stata ripresa da James Giangola, linguista industriale e  a capo della direzione assistenza vocale di Google, per costruire proprio l’architettura delle conversazioni di Google.

Principio di cooperazione o cooperativo

Il principio di cooperazione è una convenzione sociale che aiuta i parlanti a capire il significato del contesto di ciò che si dice.

Il principio cooperativo descrive come un relatore e un ascoltatore, mittente e destinatario, agiscono in uno stato di cooperazione. Entrambi compiono azioni comunicative costruttive e di accettazione dell’altro per comprendersi a vicenda.

Il principio enunciato da Paul Grice è questo.

Conforma il tuo contributo conversazionale a quanto è richiesto, nel momento in cui avviene, dall’intento comune accettato o dalla direzione dello scambio verbale in cui sei impegnato.

Il principio di Grice è un principio descrittivo. Cioè spiega come le persone si comportano durante un dialogo. Essendo una descrizione di ciò che accade può essere anche disatteso, violato o persino contraddetto. La violazione del principio, infatti, produce altri risultati comunicativi che vedremo più avanti negli esempi.

Linguaggio e comunicazione

La dottoressa F. Diodato, della facoltà di lettere di Roma, spiega benissimo nella sua ricerca la svolta pragmatica di Paul Grice.

L’idea alla base del modello del codice è che un parlante compie un atto linguistico quando manifesta pubblicamente un’intenzione. L’atto ha successo quando quell’intenzione è riconosciuta dall’ascoltatore.
Criticando il modello del codice, Grice opera una distinzione tra significato naturale e significato non naturale.
Nel primo il rapporto tra il segno e l’oggetto cui si riferisce è naturale, non arbitrario e atemporale. Siamo, cioè, nell’ambito della significazione (come in “Quelle nuvole nere significano pioggia; Quelle macchie rosse significano rosolia). Nel secondo il rapporto è arbitrario e convenzionale e siamo nella sfera della comunicazione intenzionale (come in Il suono della campanella a scuola indica che la lezione è finita).

Massime e regole conversazionali

In ogni scambio linguistico i partecipanti non intervengono a caso, irrispettosi di qualsiasi connessione logica con quanto è stato precedentemente detto. Ma seguono una serie di regole ben precise, volte a rispettare quello che Grice chiama principio di cooperazione.

I partecipanti hanno in comune uno scopo immediato. Ciascun intervento deve (o dovrebbe) dipendere dall’altro. E lo scambio continuerà in maniera appropriata fino a quando le parti sono disposte a continuare lo scambio o a concludere il dialogo. Le regole conversazionali, dunque, sarebbero delle regole implicite alla conversazione.

Grice, però, sembra preferire un’altra argomentazione.  “Da chiunque abbia a cuore i fini centrali della conversazione/comunicazione (ad esempio, dare e ricevere informazioni, influenzare gli altri ed esserne influenzati) ci si deve aspettare un interesse, in circostanze adatte, a partecipare a scambi linguistici; i quali però potranno essere considerati vantaggiosi soltanto in base all’assunto che siano condotti in generale conformità al principio di cooperazione e alle sue massime.

Massime di Grice

Il filosofo del linguaggio Paul Grice ha individuato nella struttura della comunicazione quattro ‘massime’, che derivano dalla pragmatica del linguaggio naturale e si rifanno alle categorie kantiane di quantità, qualità, relazione e modalità. Le massime di Grice descrivono principi razionali specifici osservati da persone che rispettano il principio cooperativo. Questi principi permettono una comunicazione efficace.

Grice ha teorizzato che quando le persone avviano un dialogo o una conversazione mettono in pratica alcune norme che permettono alla conversazione di fluire.

Queste massime possono servire come semplici attacchi per chiunque scrive conversazioni per robot. Attraverso le massime è possibile assicurarsi che il bot stia offrendo informazioni sufficienti per mantenere una conversazione in corso.

Le 4 massime di Grice

Le regole del principio di cooperazione sono riunite in quattro insiemi di massime che vanno sotto il nome di massime conversazionali. Queste sono:

  • Massima della quantità.
  • Massima della qualità.
  • Massima della relazione.
  • Massima del modo.

Le 4 massime di Grice spiegate

Il principio di cooperazione viene soddisfatto soltanto con le quattro massime.

Ci sono casi, però, in cui le quattro massime vengono volutamente abbandonate. Per fini positivi, per esempio. Lo fanno i comici che rispondono in modo inappropriato rispetto a quello che l’ascoltatore si aspetta. Oppure negativi. Un bugiardo che ha un intento diverso rispetto al suo interlocutore. Le violazioni delle massime, dunque, confermano le massime stesse, che fotografano un meccanismo di interlocuzione.

Quantità

La massima di quantità riguarda la quantità di informazione da fornire e comprende due massime.

1. Dare un contributo tanto informativo per quanto è richiesto, per gli scopi accettati dello scambio linguistico in corso.

2. Non dare un contibuto più informativo di quanto è richiesto

Ad una richiesta si fornisce l’informazione necessaria. Né troppa. Né poca’. Bisognerebbe sempre parlare tenendo ben presente il contesto, evitando di esagerare. Andare alla ricerca del giusto. Tutto il resto viola le regole della buona comunicazione.

Su questa massima, inoltre, Vittoria Favina, lega la quantità di scrittura presente sul web.

Quando scrivi ricordati di dire solo ciò che serve. Non bisogna affogare il lettore con dettagli superflui o con la genealogia del tuo personaggio se non è funzionale alla storia.

Perché?

Tra autore e lettore non c’è alcun contratto. Di conseguenza chi legge può smettere in qualsiasi momento la lettura e chiudere il libro.
Rischi di perdere l’attenzione del lettore nei momenti di maggiore tensione. Come in un discorso in cui bisogna ricordarsi di modulare tono e flusso della voce per farsi seguire dall’uditorio, così bisogna fare nella scrittura.

Qualità

La massima di qualità invita a dare un contributo che sia vero.

1. Non dire ciò che credi essere falso.

2. Non dire ciò per cui non hai prove adeguate

In altre parole Grice dice.

Sii sincero, fornisci informazioni veritiere, secondo quanto sai.

Bisogna sempre dire la verità. Se si viene meno a questo comando, la conversazione perderebbe la sua funzione primaria, e il principio di cooperazione verrebbe annullato.

Relazione

“Sii pertinente”

Sii pertinente. Il discorso, insomma, deve seguire una logica ben precisa.

Il dialogo deve essere attinente a ciò di cui si sta parlando.  I riferimenti che si fanno, infatti, devono riguardare i parlanti o quanto meno conosciuti e riconosciuti. Ogni relazione esposta deve essere riconosciute appropriata dalle persone che stanno parlando. Quindi il dialogo deve apparire logico a chi partecipa al dialogo; adatto, adeguato, opportuno e appropriato al contesto.

Modo

“Sii chiaro” . Cioè poni chiarezza non a ciò che si dice ma a come lo si dice.

1. Evita l’oscurità di espressione.

2. Evita l’ambiguità.

3. Sii breve (evita la prolissità non necessaria).

4. Sii ordinato nell’espressione.

La massima fa riferimento alla forma della conversazione. Bisogna essere sempre chiari. Almeno apparire chiari e concisi quando si dialoga. Bisognerebbe evitare discorsi grossolani e ambigui. Rispettando così anche la massima di quantità e qualità.

Principio di cooperazione di Grice

Come già scritto, queste massime possono essere violate o sfruttate secondo scopi comunicativ che siano diversi dalla cooperazione.

Tutti i comportamenti derivanti dall’osservanza delle massime o dalle loro violazioni o sfruttamenti danno luogo a delle implicature conversazionali. Le implicature da non confondersi con le implicazioni logiche, sarebbero delle informazioni supplementari sempre inerenti il discorso che non rispettano le massime ma rispettano il principio di Grice.

Nel ibro Logica e conversazione Grice fa un esempio in cui due interlocutori parlando dicono. “Quella signora è una vecchia ciabatta” e a questa affermazione il secondo risponde. ” Ma che bella giornata, oggi! Vero?” Il secondo parlante non sta rispettando la massima di relazione. Ossia la sua risposta non è pertinente all’affermazione di del primo parlante. Eppure sta rispettando il principio di cooperazione, perché ha risposto, perché vuole continuare il dialogo. Ma è possibile desumere che la violazione non sia casuale, ma che all’interno della conversazione il secondo parlante non vuole parlare della signora.

Altre regole del discorso

Non ci occupiamo in questo articolo delle altre regole di cortesia, sociali e morali che ci guidano in una conversazione. Qui parleremo solo delle regole conversazionali. Sempre facendo riferimento ai due parlanti di prima. IL secondo parlante magari non vuole farsi sentire dalla signora, o da altri commensali. Oppure non è abituato a parlar male degli altri.

Questo è un discorso che non riguarda i bot o gli assistenti vocali. Almeno al momento.

Implicature conversazionali

Prima di affrontare il problema delle implicature conversazionali, Piero Polidoro chiede di chiarire.

Bisogna fornire dei chiarimenti terminologici. Quando Grice usa il verbo dire fa riferimento a “ciò che qualcuno ha detto come strettamente relato al significato convenzionale delle parole (l’enunciato) che ha proferito”. Nel caso in cui si abbiano più significati convenzionali possibili, l’individuazione precisa di ciò che è stato detto si baserà su fattori quali il momento del proferimento, la particolare situazione, ecc.
Implicare, invece, si riferisce a ciò che non viene direttamente detto. Ma che in qualche modo ciò che è detto contribuisce a determinare. A questo verbo si ricollegano i termini implicatura (l’implicare, il dare a intendere qualcosa) e implicito (ciò che si implica, ciò che si dà a intendere).

Cosa è l’implicatura conversazionale?

L’implicatura è uno dei sensi disponibili di un dialogo, di un parlante. Quando parliamo, ciascuno di noi intende trasmettere molte più cose di quello che dice. Si trasmette cosa si fa, si mette in mostra ciò che si dice, ma altre volte si lascia credere una cosa, o intendere altro.

L’implicatura rispetta sempre il principio di collaborazione. Senza la collaborazione il dialogo sarebbe senza logica.

Le implicature conversazionali sono specifiche della conversazione in corso e non hanno valore convenzionale. Si possono distinguere in base alla massima che sfruttano per venire inferite. Nella conversazione tra chi ha la macchina in panne e chi si ferma per dare aiuto. Se il secondo dice “C’è un distributore di benzina dietro l’angolo”, non si interpreterà la frase come una violazione della massima di relazione. Bensì attiverà un percorso argomentativo che conduce a capire che secondo il parlante il problema sta nell’aver esaurito il carburante; che è necessario rimetterne un po’ nella macchina, che il carburante è acquistabile presso i distributori di benzina. E che poco distante ce ne è uno che il parlante ritiene aperto.

Implicatura convenzionale e presupposizione

L’implicatura convenzionale è diversa dalla presupposizione.

La presupposizione è data per scontato. Essa fa parte di un contesto di conoscenze comuni a parlante e ascoltatore. Una presupposizione non è messa in discussione dai parlanti. Se la presupposizione è falsa il diaologo non ha alcun valore.

Ad esempio: Alberto è italiano, quindi un poeta e navigatore.

La frase implica che tutti gli italiani siano poeti e navigatori. Anche se non è vero che tutti gli italiani siano poeti e navigatori, resta vero che Alberto lo sia in quanto italiano. O almeno è vero che Alberto sia italiano, poeta e navigatore.

Lo zio di Maria è un tipo antipatico. In un dialogo, la Maria in questione è conosciuta e pertinente alla conversazione. La presupposizione è che Maria abbia uno zio. Se Maria non ha uno zio, la frase, “Lo zio di Maria è antipatico” sarebbe falsa e senza nessun valore conversazionale.

Violazioni delle regole conversazionali

Esistono diversi modi di mancare alle regole conversazionali di cui sopra:

Si possono violare, senza mostrarlo e, quindi, in determinate situazioni, cercando di ingannare l’interlocutore. Si può uscire dal principio di cooperazione, mostrando chiaramente che non si ha l’intenzione di cooperare. Oppure si può avere un conflitto fra diverse massime. Per cui per rispettarne una se ne deve infrangere un’altra. Ci si può burlare di una massima, cioè ostentare la mancata soddisfazione di questa.

La violazione di una delle massime porta dunque ad una implicatura. Ma solo se si è certi che la violazione non riguardi la volontà di ingannare, di non voler collaborare o di trovarsi in una situazione di scontro.

Insomma, la violazione sottintende che la risposta, pur volendo cooperare, e pur volendo dire la verità, le giuste parole, nel modo giusto, quelle parole non possono essere dette direttamente.

Conclusioni di Paul Grice sulle implicature

Grice conclude il saggio con il riferimento ad implicature conversazionali generali, cioè ad implicature conversazionali che non dipendono dalla particolare occasione in cui avviene l’interlocuzione.

Le implicature conversazionali sono collegate a certe caratteristiche generali del discorso. Le implicature conversazionali si distinguono da altre implicature, per esempio dalle implicature convenzionali. Queste ultime infatti, sono legate al significato convenzionale delle parole usate nel discorso.

Ad esempio, l’uso del “ma”, in una frase, suggerisce che le informazioni, che si trovano alla sinistra e alla destra della congiunzione coordinativa avversativa, sono in contrasto tra di loro.

Il concetto di implicatura conversazionale è fondamentale in pragmatica, per calcolare l’informazione proveniente dal rapporto tra il linguaggio e il contesto in cui viene usato.

Fonti e Approfondimento di linguistica

Per chi vuole approfondire il tema i documenti in rete sono davvero tanti. Qui di seguito condivido le fonti di quanto ho scritto e ulteriori link per approfondire l’argomento.

Dalla pubblicazione, nel 1975, di “Logic and Conversation“, ci sono stati molti linguisti e filosofi che hanno raccolto l’insegnamento di Grice.

Dan Sperber e Deirdre Wilson – Relevance: Communication and Cognition, Oxford: Blackwell, 1986.

Il formalismo logico di Gerald Gazdar – Pragmatics: Implicature, Presupposition and Logical Form, New York: Academic Press, 1979.

Stephen C. Levinson –  Presumptive Meanings, Cambridge: MIT Press, 2000) o la critica di W. A. Davis (Implicature: Intention, Convention, and Principle in the Failure of Gricean Theory, Cambridge: Cambridge University Press, 1998.

Principio di cooperazione – Fonti

Una infarinatura generale si può avere già con wikipedia sulle massime conversazionali

Studi sono stati fatti dalle università italiane, come l’Università di Trieste con la dottoressa Antonelli I presupposti della teoria delle comunicazione di Grice: razionalità e ragioni. Così come da Unimi sono stati fatti degli studi sulle implicature. Una sintesi su Paul Grice e la pragmatica del linguaggio condotta dalla dottoressa Bianchi dell’Università di Palermo. Mentre Roberto Basili dell’università Tor Vergata di  Roma parla di Semantica del Linguaggio Naturale.

Sul web si trova copia dell’introduzione del lavoro di Grice

Alcune delle diciture sulle massime di grice sono tratte dall’articolo di Pascal Ciuffreda

Da Harvard ho trovato un pdf su Paul Grice e la filosofia del linguaggio

Fonti e libri presenti su Amazon – Paul Grice

Alcuni libri non sono più disponibili

Cercando Herbert Paul Grice si trovano molti libri in tedesco

Violating Grice’s Cooperative Principle in Situational da Cheryl Hindman

Paul Grice: Philosopher and Linguist by S. Chapman

Architettura delle conversazioni. I segreti di Google

I segreti della progettazione conversazionale di Google sono le buone pratiche da seguire per progettare conversazioni per assistenti vocali. Analizzare queste pratiche e metterle a sistema sarà compito dell’architettura dell’informazione e di quello che io chiamo architettura dell’informazione sonora. Discipline, insomma, che hanno e avranno a che fare (sempre più) con l’esperienza umana, con l’organizzazione delle informazioni, con l’esperienza uomo-macchina, con la robotica e la domotica.

La progettazione di assistenti vocali è un lavoro trasversale che vedrà la partecipazione di molteplici figure professionali umanistiche con influenze tecniche. Come spiegava, appunto, Piero Savastano nella sua intervista rilasciata al blog.

Perché se c’è un segreto per progettare conversazioni è uno. E non è un segreto. Cioè riuscire a rendere le macchine davvero umane. O, quanto meno, far sembrare le macchine più umane possibile.

A sostenerlo, non sono da solo. Lo dice anche Mark Wilson+ sulla rivista Fastcodesign che sottolinea 3 segreti di Google per progettare conversazioni.

Le conversazioni di Google

Quest’anno Google ha presentato una serie di prodotti dedicati all’uso dell’assistenza vocale e in particolar modo di Google  Home. Alphabet, l’azienda madre di Google, infatti, ha aperto il suo business al nuovo mercato della domotica. Un mercato già avviato da tempo a cui Google e Amazon stanno dando una notevole accelerazione.

Progettare conversazioni perfette

Sembrerebbe che parlare con le macchine sia qualcosa di intuitivo per tutti. In quanto essere parlanti non dobbiamo essere noi a leggere il manuale delle istruzioni ma è la macchina che deve imparare a parlare come un essere umano. L’Uomo non deve imparare alcun linguaggio complicato per parlare ad uno smart speaker. Basta premere un pulsante e chiedere.

Questo, almeno, in teoria. Perché seppure in teoria non dovrebbero esserci problemi, alcune difficoltà tecniche e psicologiche fanno da barriera. Nonostante il grande miglioramento di prestazioni di questa tecnologia, ancora oggi non tutte le conversazioni vanno a buon fine e i bot falliscono.

È capitato a tutti, infatti, di provare l’assistenza vocale di uno smartphone qualunque e sperimentare l’esperienza di non essere capiti. I motivi sono vari. Forse il nostro smartphone non è all’altezza della situazione e si blocca. Forse il microfono del nostro dispositivo funziona male e non percepisce bene la nostra voce. Quindi l’assistente vocale non sente proprio. Altre volte l’assistente capisce altro rispetto a quello che abbiamo chiesto.

Architettura dell’informazione conversazionale

Come scrivevo tempo fa e riportando cosa diceva Morville sull’architettura dell’informazione conversazionale l’uso degli assistenti vocali porta a pensare che siamo noi che funzioniamo male e quindi ci stanchiamo presto dell’uso.

L’assistenza vocale non fa ancora parte del nostro contesto, dei nostri ecosistemi. E quando assistiamo a dimostrazioni su questa tecnologia è evidente che si trovano in ambienti ideali, luoghi silenziosi, persone solitarie, o famiglie che parlano poco.

L’inserimento nel nostro ecosistema degli smart speaker, come parte integrante della nostra quotidianità, non sarà cosa che avverrà in breve tempo. E per questo motivo sostengo che l’assistenza vocale non si affermerà da se, come tecnologia assestante. Ma altre industrie, altri ambiti di conversazione, ci abitueranno al loro uso, come accessorio.

Ci vorrà anche un patto sociale e culturale che permetta a tutti di accettare gli assistenti vocali nella nostra vita. Bisognerà accettare il fatto che entrando in una casa, ad un certo punto, un assistente vocale ci rivolgerà la parola. E magari eseguirà un nostro comando. Altro che case invisibili.

Progettare conversazioni complesse

Le nostre conversazioni si attuano all’interno di un complesso sistema di regole. Sostenere una conversazione con l’altro non è certamente una azione facile. Generalmente i parlanti sono degli esperti nelle conversazioni. Il nostro linguaggio è il risultato di migliaia di anni di conversazioni. Il nostro parlato si è sviluppato ed evoluto ed è in continuo mutamento. È  per questo motivo che le persone hanno grandi aspettative a riguardo.

Alla conferenza I / O di Google si è parlato a lungo di conversazioni. Ciascun relatore ha dato la sua ricetta per la conversazione perfetta. Qui riporto quanto Wilson ha estrapolato tra le pratiche migliori per una conversazione presentate alla conferenza.

Impara dai grandi dialoghisti

Padgett paragona le interfacce vocali all’hamburger menu. Le tre strisce che ricordano un hamburger e dal quale si accede al menu di un sito web sviluppato per il mobile. L’hamburger menu ha ricevuto e riceve critiche  perché nasconde la navigazione del menu che prima era evidente. Alcune persone ci restano incastrate e non riescono a navigare il sito.

Lo stesso avviene in una conversazione. Le persone una volta entrati in contatto con un contenuto, non avendo nessuna interfaccia grafica, hanno difficoltà a navigare ed uscire da quel contenuto. Come se ne esce? Come nella vita reale. Nelle conversazioni dal vivo si fa ricorso alle norme sociali. Lo stesso andrebbe fatto e viene fatto con gli assistenti vocali. Usando i vari saluti, per esempio, oppure effettuando altre richieste di informazione, o ancora riprendendo conversazioni già avute con il bot.

Mark Wilson scrive.

Dopo aver trascorso 20 anni alla Pixar, Oren Jacob, fondatore della compagnia Pullstring, sostiene che l’intero settore si concentri troppo sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Con l’intenzione di anticipare ciò che un essere umano potrebbe potenzialmente chiedere in qualsiasi momento. E non si concetri abbastanza su una conversazione scritta con cura, piena di caratteri costruiti da dialoghi, che si dispiega proprio come uno script di Hollywood.

“Puoi pensare a questo spazio come ad una sceneggiatura interattiva”,

dice Oren Jacob.

Principio cooperativo

James Giongola, capo creativo per la progettazione delle conversazioni presso Google, invita i progettisti di chat ad utilizzare le regole del principio cooperativo.

Sul blog trovi un post dedicato interamente al principio cooperativo di Grice. Intanto, per non allontanarci troppo dal nostro discorso, basta sapere che il principio cooperativo è un concetto creato dal filosofo britannico Paul Grice negli anni ’70.

Grice ha teorizzato che le persone impiegano alcune norme, (conosciute come massime di Grice) per assicurarsi che le conversazioni fluiscano normalmente.

Che cosa significa in pratica? Significa che se qualcuno ti fa una domanda tu risponderai continuando il dialogo. Secondo un principio di collaborazione. Per esempio: “Sta sera, vai alla festa di compleanno?” La risposta, se vuoi conversare, non sarà (generalmente) una risposta chiusa, si o no. Ma molto probabilmente la risposta sarà “Si, vado alle nove!”, oppure: “Ci vado più tardi con la mia fidanzata”. O ancora. “No, non posso andare. Ho un’altro appuntamento”. Il dialogo, la conversazione, potrebbe continuare in un rimando di botta e risposta che continua la conversazione. E tu? Che fai? Andrai?…  e così via.

Almeno fin quando si vuole conversare.

Fai finta di niente, come fa la gente

A chi non è capitato di trovarsi in un locale rumoroso e perdersi alcune parole di quello che dicono gli altri?  Generalmente si hanno due scelte. La prima è quella di far ripetere la frase o la parola che non si è capito o sentito. Ma altre volte, se il discorso è di scarso interesse o frivolo, oppure si riesce a ricostruire il senso, si preferisce far andare avanti il discorso e non far perdere il ritmo della conversazione al nostro interlocutore. Così capita di saltare intere parti che non si reputano importanti.

Infatti, non tutte le parti del discorso sono sempre utili per portare avanti la nostra conversazione.

Così faranno gli assistenti vocali.

Cosa fa Google se non capisce?

Google ricondurrà quasi sempre ad una domanda su ciò che manca, utilizzando uno strumento chiamato “reprompt rapido”. Un reprompt è la stessa domanda chiesta nuovamente con frasi diverse.

Cosa fa un progettista di conversazioni?

E se continua a non capire? La prima, la seconda, la terza volta? Che succede? Diciamo che data la pretenziosità della gente è probabile che la conversazione venga abbandonata. Da progettista, però, bisogna porsi qualche domanda.

Si continua a chiedere un chiarimento? Oppure si suppongono alcuni dati?

Se, per esempio, qualcuno ha prenotato un tavolo e non abbiamo il numero certo di persone del tavolo, che facciamo? Chiederemo il numero esatto all’infinito oppure si presuppone che siano meno di 20 persone?

Quale errore sarà preferibile?

Non aver paura delle personalità forti

Nella vita reale, può essere difficile connettersi a qualcuno che sembra non avere opinioni o nessuna passione o proprie preferenze. Lo stesso vale per gli assistenti vocali.

Certo è che non è possibile creare un bot che piaccia a tutti. E anche se ci si riuscisse sarebbe un bot abbastanza noioso. Nello stesso tempo non possiamo avere un bot troppo severo e assertivo.

Il nostro bot deve rispecchiare il nostro marchio. Il nostro brand sarà impersonato da quel bot.

Brad Abrams, responsabile del gruppo di prodotti per la piattaforma Google Assistant, ha rivelato che Google ha scoperto che i robot di conversazione con cui le persone si sono maggiormente relazionate sono state proprio quei bot con un carattere più forte.

Person sheet

Per costruire il proprio bot per l’I / O di Google app, Abrams e la squadra hanno creato un “person sheet”. Il person sheet è uno strumento che serve come riferimento stenografico (scritto con segni) su come parla un bot. Questo strumento, specifica diverse decisioni di fraseggio che il bot potrebbe esprimere.

In pratica un bot può avere decine di modi di dire “Hai ragione” oppure “Hai sbagliato”. Variando nelle frasi e nei modi in maniera più o meno incoraggiante.

Assistenti vocali proattivi

Ma i bot non devono servire pedissequamente le persone. Stocker sostiene che ci sono molti casi in cui gli errori di Google Home potrebbero portare le persone ad utilizzare altri assistenti con un carattere più forte.

Un esempio che ha portato all’attenzione della platea è quello di una app di prenotazione al ristorante. Questa app richiede l’ora in cui vorresti cenare. Se il bot non capisce la risposta, può entrare in una modalità proattiva, dicendo: “Posso prenotarti per le 20:30, sei d’accordo?” Saltando diversi passaggi in avanti e indietro della discussione. Proprio come fanno gli esseri umani, il bot dovrebbe cadere sempre in piedi, anche se non capisce esattamente cosa sta succedendo.

Conclusioni

Ricapitolando. Sia che vuoi progettare conversazioni, sia che vuoi solo capire come funziona un assistente vocale.

  • Dialoga dialoga, dialoga.
  • Supera gli errori in un modo o nell’altro.
  • Dai una personalità al tuo bot.

Cosa aggiungere di più per progettare conversazioni?

Architettura dell’informazione per il portale Comune di Roma

Il portale Comune di Roma è in fase di rifacimento. Il lavoro a quanto pare dura da un po’. Almeno da inizio anno 2017. Nell’estate 2017 infatti, è stato evidente perché è comparso un avviso sul sito ufficiale del comune di Roma. In questo avviso si chiedeva un parere sul prototipo ai residenti. Ossia si chiedevano pareri sul sito che era già stato fatto e su cui si era già lavorato. L’avviso facevo riferimento proprio all’architettura dell’informazione del sito e alla voglia di coinvolgere i cittadini in questo lavoro di rifacimento.

Chi bazzica su questo blog sa che l’approccio nuovo che propone l’architettura dell’informazione è proprio opposto. Prima si fa la ricerca dei bisogni delle persone chiedendo il loro parere. E non come si faceva in passato e si continua a fare.

Raffaella Roviglioni a fine giugno ha condiviso con la comunità di pratica l’avviso del comune di Roma. E scrive una lettera aperta sul proprio profilo e nel gruppo della comunità di pratica di Facebook.

Lettera aperta al comune di Roma

Raffaella scrive: Caro Comune di Roma,

Ai più potrà sembrare una bella iniziativa consultare i cittadini sulla progettazione del nuovo portale, facendo vedere loro ‘i modelli di pagina’ e chiedendo di esprimere la propria opinione in merito.

Ma per noi che il mestiere di progettisti lo facciamo ogni giorno e ci spendiamo con i clienti per far comprendere loro l’importanza di progettare con e per le persone, questa modalità non va bene.

Perché non è una progettazione partecipata, è un’iniziativa fallace nella migliore delle ipotesi o di facciata e propaganda nella peggiore.

Per rispondere davvero alle esigenze e bisogni dei cittadini e per rendere un sito usabile non si può far vedere delle pagine e far riempire un questionario: bisogna coinvolgerli nelle varie fasi progettuali, in più momenti e con modalità adeguate. Parlo di ricerca con le persone, interviste, card sorting, co-design, test di usabilità, e molto altro.

Va bene che in Italia siamo indietro rispetto ad altri paesi sulla progettazione human-centered (quella che mette le persone al centro), ma basta una veloce navigata in rete per capire come si fa.
Possibile che nessuno di voi, lì al Comune, abbia sentito e letto del lavoro magnifico fatto dalla PA del Regno Unito per digitalizzare i servizi al cittadino? Pensate che hanno messo a disposizione per tutti le linee guida!
https://www.gov.uk/design-principles

Principi che vanno benissimo anche per progettare solo un portale, prima di arrivare a lavorare sui servizi erogati in questo modo. Fantascienza, lo comprendo, ma intanto si potrebbe iniziare a fare un passo con il piede giusto?

Invece no, proponiamo all’infinito l’ennesimo questionario, che non servirà a nulla se non a raccogliere commenti del tipo “è troppo rosso”, oppure “si legge bene”, o anche “secondo me il bottone dovete farlo più grande e spostarlo in alto”.

Continuiamo a fare finta di cambiare, così non cambieremo mai nulla.

La raccolta dei consigli si è conclusa il 31 luglio 2017 e di quella richiesta resta la comunicazione che riporto di seguito.

Nuovo portale di Roma Capitale: Consultazione online

Quello che compare a novembre 2017 è il messaggio che si legge di seguito.

Grazie a tutti coloro che hanno fornito un contributo per la realizzazione del nuovo portale partecipando alla consultazione pubblica in due fasi che si è conclusa il 31 luglio scorso.

Le idee e i suggerimenti pervenuti attraverso gli oltre 4.600 questionari compilati sono in corso di esame e contribuiranno ad una progettazione partecipata del portale capitolino, nell’ottica di renderlo più vicino e rispondente alle esigenze dei cittadini.

Nelle prossime settimane sarà pubblicato un documento di sintesi con i risultati della consultazione.

Il prototipo rimarrà consultabile on line

Il link non porta a nulla.

Ricerca vocale SEO

La ricerca vocale in ambito SEO è un argomento di cui si sta iniziando a discutere sempre più spesso. C’è chi parla di rivoluzione e chi tranquillizza spiegando che non succederà nulla.

La ricerca vocale cambierà la SEO nella sua naturale evoluzione, senza rivoluzioni o grandi sussulti. Per quanto può contare il mio parere in materia, concordo con questi ultimi.

Indice

Ricerca vocale su Google

In Italia, lo smart speaker è già presente da un po’ nei nostri telefonini. Molte delle nostre ricerche si fanno ormai attraverso domande vocali, non scritte.

Con uno smart speaker sarà possibile ricercare la propria musica preferita, controllare gli elettrodomestici di casa, ordinare la cena, una pizza, oppure si potranno acquistare i biglietti per un concerto. Come ho già scritto gli assistenti vocali sono una realtà. Tanto che chi si occupa di SEO sa che le ricerche secondo la lingua naturale sono in aumento.

Cos’è la ricerca vocale?

Con ricerca vocale si intende quella parte di ricerche che viene pronunciata dalla voce delle persone sui motori di ricerca. Sono quelle domande che invece di esprimere con la scrittura esprimiamo per via orale.

Fino a poco tempo fa, infatti, tutte le ricerche erano fatte scrivendo all’interno della stringa dei motori di ricerca, oggi, invece, soprattutto su telefonini e tablet è possibile utilizzare la propria voce attivando uno degli assistenti vocali che si hanno a disposizione.

Questa ricerca vocale era impossibile fino a qualche anno fa. Non esisteva. Fino al 2015 il livello di comprensione degli assistenti vocali era insoddisfacente. Oggi, il livello di comprensione degli assistenti vocali, come spiegato da Mary Meeker, è arrivata al 95%. Ossia, un assistente vocale comprende quando comprende, normalmente, un essere umano.

Perché parliamo di ricerca vocale?

Parliamo di ricerca vocale semplicemente perché oggi esiste un buon numero di persone che fa le sue ricerche parlando. Vuoi per curiosità, vuoi perché usare la voce è molto più pratico, comodo e veloce, che scrivere.

Inoltre come già detto, la diffusione degli smart speaker è qualcosa su cui i grandi brand stanno spingendo.

Le abitudini cambiano, l’assistenza vocale è una nuova opportunità e se si hanno le mani occupate o si sta guidando, e si ha l’impellente bisogno di avere delle risposte una ricerca vocale è la migliore soluzione.

Gli assistenti vocali prenderanno piede anche per le grandi masse. Qui è dove spiego perché (secondo me).

Le ricerche vocali avranno un loro sviluppo all’interno di contesti intimi, quali la nostra casa o la nostra auto. Non tutti, infatti, saranno disponibili a dichiarare in pubblico le proprie ricerche. Personalmente penso che ci vorrà ancora del tempo per questa nuova abitudine. Nell’immediato solo i gestori degli assistenti vocali sapranno le parole più usate. Per intenderci, i possessori delle nostre ricerche vocali saranno solo Google, Amazon e (forse) Microsoft.

Questi incamerano già le parole orali chiave più utili. E ne stanno facendo sicuramente un uso privato.

Un po’ di numeri sulla ricerca vocale

Purtroppo è difficile avere dei numeri sull’Italia e le analisi che mostro in questo articolo sono tratte dal mercato statunitense. Però a ragione si può pensare che nel tempo il trend arriverà anche in Italia.

Mentre nel 2013 ad aver utilizzato un assistente vocale era stato solo il 30% dei possessori di smartphone, nel 2015 sono stati il 65%. E nel maggio 2016, una ricerca su cinque, sui dispositivi Android è stata attivata dalla voce.

Come indicato da LeggiOggi secondo una ricerca di Google, il 55% dei giovani e il 41% degli adulti utilizza la ricerca vocale almeno una volta al giorno. E così come il mobile ha modificato il modo di progettare e sviluppare i siti web, così l’assistenza vocale sta modificando, in parte, la gestione dell’ottimizzazione dei motori di ricerca.

Senza contare che nel 2015 sono stati spediti circa 1,7 milioni di smart speaker. Nel 2016, questo numero è aumentato a 6,5 ​​milioni di dispositivi. E VoiceLabs prevede che nel 2017 saranno spediti 24,5 milioni di dispositivi di questo tipo.

Cos’è la ricerca vocale di Google e come funziona?

La ricerca vocale di Google sfrutta una tecnologia denominata Natural Language Processing (NLP).

Questa tecnologia comprende la voce del parlante, la processa, ne decifra il contesto e ne esplicita il significato dando una risposta. La risposta, o il risultato, però, non è la lista di risultati (SERP), cioè la famosa prima pagina dove tutti vogliono stare. No. Il risultato è una risposta unica e univoca scelta da Mister Google in persona.

Giusto, sbagliato, utile, inutile. Sarà. Così è, così sarà. E sempre più spesso ci si accontenterà di quest’unica risposta.

Lo scopo della tecnologia basata sul linguaggio naturale è quello di interpretare le intenzioni di ricerca del parlante. Diciamo che una forma di intelligenza artificiale, incamera anche lo storico delle ricerche precedenti e sul contesto nel quale viene fatta.

Quante più ricerche vocali vengono svolte, tanto più il sistema apprende, tanto più il sistema risponde in modo pertinente. Apple Siri, Windows Cortana e Amazon Alexa usano una tecnologia analoga e c’è da scommettere che faranno di tutto per ottenere risultati migliori dei rispettivi concorrenti.

“Ok google” ricerca vocale

La differenza tra il modo comune di fare una ricerca su google (come su un qualsiasi motore di ricerca) sta proprio nel modo di porre la domanda al motore di ricerca.

Quando digitiamo da tastiera cerchiamo di sintetizzare il più possibile la nostra domanda. Generalmente usiamo semplici parole che ci permettono di raggiungere il risultato richiesto. Quando invece dettiamo la nostra ricerca, usiamo quante più parole possibili per esprimere al meglio le nostre intenzioni. Il motivo è semplice: parlare è più semplice che scrivere.

Nel primo caso (nella forma scritta) cerchiamo di risparmiare energia digitando il meno possibile, nel secondo caso tendiamo ad essere più prolissi e precisi.

Architettura dell’informazione e SEO

In questo senso architettura dell’informazione e SEO vanno a mischiarsi e confondersi. Perché l’architettura dell’informazione va alla ricerca di un senso e nella costruzione di un contesto e la SEO dal canto suo, come la definisce Alberto Puliafito, tende a diventare Search Experience Optimization.

Cioè tecniche e linguaggi digitali diventano solo gli strumenti per poter operare e lavorare culturalmente.

Il contesto svolge una grande parte nei recenti sviluppi degli assistenti vocali. Sempre più, questi assistenti guardano al mondo intorno a noi per dare risultati rilevanti per noi.

Migliore sarà la costruzione del contesto, migliore sarà la trovabilità delle informazioni, ancor migliore sarà la ricercabilità delle parole. E con buona pace di molti si dovrà parlare di architettura dell’informazione sonora.

La lingua cambia

Chi si occupa di SEO sa benissimo che la lingua cambia. E il lavoro di ricerca dei SEO Specialist (secondo me) è un lavoro di inseguimento della lingua. Prima di posizionarsi su una parola chiave, quella parola deve esistere, deve essere usata dalla gente che cerca sui motori di ricerca.

Difficile inventarsi parole e darne rilievo sui motori di ricerca senza avere basi solide di autorevolezza e viralità.

Per fare un esempio, i termini petaloso e webete, sono iniziati a circolare solo quando due autorità sul web le hanno introdotte e divulgate. Infatti, solo se sei un ente riconosciuto (come l’accademia della Crusca) o una personalità di alto valore per una sostanziale quantità di persone (Enrico Mentana) puoi introdurre un vocabolo nuovo.

Oppure se sei un primo ministro puoi introdurre termini come TARI, TASU, TARSI, Jobs Act. Dubito, che se io chiamo le mie tasse EDIOPAGO, altri inizieranno a definire così anche le loro tasse. Tanto meno il motore di ricerca si adeguerà al mio modo di definire le tasse.

E quel che dico è confermato dal fatto che petaloso e webete sono parole che sono state (comunque) ben presto dimenticate.

La lingua cambia, si modifica, si evolve, a volte, regredisce. Il tutto avviene nel mondo reale, nell’incontro tra persone, tra persone diverse, di lingue e nazionalità diverse, dall’incontro tra vecchie e nuove professionalità, nuovi mestieri. Le parole cambiano, molte muoiono, si estinguono, alcune sopravvivono, altre nascono, si affermano, alcune ce la fanno, altre no.

Alcune pratiche di ricerca vocale SEO consigliate

Mi occupo da un po’ di tempo a questa parte anche di SEO per i miei progetti. Ma non mi permetto di dare consigli sul cosa fare. La SEO, per quello che ci ho capito io, è una questione soprattutto di esperienza. Devo dire che applicare le tecniche SEO mi diverte molto e sono molto soddisfatto dei miei risultati. Ma non mi sento di dare lezioni. Per questo motivo di seguito propongo alcuni articoli che io ho letto  e che condivido con i miei lettori, che volessero trovare consigli pratici sul da farsi.

  • Lo studio Samo consiglia un uso più spinto sulle parole di coda lunga.
  • Community PC Accademi ritiene che sarà indispensabile utilizzare servizi come Google Business, The Fork, Tripadvisor o Yelp.
  • Oppure Argoserv pone l’attenzione sull’umanizzare i contenuti e la parola scrittura.
  • E infine, il sito TSW, coinvolge la ricerca vocale nella preparazione di ecosistemi bancari.

Conclusioni. Qual è il futuro della ricerca vocale?

Certo è che chi fa SEO sta prendendo in considerazione il linguaggio naturale. Per chi si occupa di SEO nessuna novità, dunque. Mentre per chi svolge le proprie ricerche sui motori di ricerca, avrà modi più naturali per esprimersi. Ma non c’è nessuna rivoluzione in questo. Anzi, questo potrebbe dare l’opportunità a tutti (anche a chi comincia) di fare meglio, ciascuno, il nostro mestiere. Come architetto dell’informazione la ricerca del linguaggio naturale sottolinea ancora una volta quanta ragione ho ad insistere su questa disciplina. Mi ricorda che mettere al centro i miei lettori, i miei clienti, le persone a cui mi rivolgo ogni settimana è e deve essere uno stile di vita.

La rivoluzione è, lo dirò fino allo sfinimento, culturale.

Negli Stati Uniti le grandi aziende faranno sempre più uso delle professionalità che girano intorno all’User Experience. Apple Siri, Amazon Alexa, Shazam, SoundHound, Google e la maggior parte dei produttori di tv mondiali, stanno investendo nei sistemi di riconoscimento vocale.

Insomma, non abbiamo la sfera di cristallo, e non avremo nessun anno della ricerca vocale, ma prima o poi la ricerca fatta a voce sostituirà, in parte o totalmente, la ricerca digitata. È solo questione di tempo.

Context is the king!

Context is the king!

Non si tratta di un refuso.

Siamo abituati a sentirci dire che Content is the king,

specialmente da chi si occupa di marketing.

Ma nelle conversazioni conta il contesto!

Nelle architetture dell’informazione conta il contesto.

Quando parliamo di architettura dell’informazione conversazionale dobbiamo mettere in primo piano il contesto.

Lo ripeto.

Quando parliamo di architettura dell’informazione stiamo parlando di contesti.

E questo è vero nella progettazione così come nello sviluppo.

Lunga vita al re

Wired augura lunga vita al re contesto. Racconta di come agli albori del world wide web il contenuto fosse il re. Affermazione che, se contestualizziamo, possiamo dire essere in buona parte vera ancora oggi. Appunto. Contestualizziamo, mettiamo in evidenza il contesto; mettiamo in relazione questa affermazione con altre affermazioni.

Anche se sono passati 20 anni le cose non sono cambiate, si sono complicate. Al contenuto si sono aggiunti, in questi ultimi e pochi anni, altri fattori che necessitano di contesto per essere capite. Il mobile, il nostro smartphone, che ci rende, umani, digitali ed iperconnessi, ha complicato la relazione che abbiamo con l’ambiente che ci circonda. Il nostro essere Onlife ha modificato le case e gli spazi che abitiamo.

Il “modo” di comunicare è contestuale al modo di recepire l’informazione. La forma che questa esperienza assume è diventata importante quanto il contenuto effettivo che viene trasmesso. Il contesto è tutto. Il contesto è il re. Per qualcuno il contesto è Dio.

Context is King

Quando ci relazioniamo con una informazione dobbiamo determinare il significato del testo. Vogliamo e dobbiamo capire cosa significa quel testo. In quale contesto è stato scritto e in quale contesto viene letto?

Si tratta di una esperienza comune quella di osservare che le persone assumono conclusioni prima di iniziare a leggere un testo. Le persone tendono a creare sempre un proprio contesto. Ciascuno di noi tende a convalidare le proprie conclusioni predeterminate. Conclusioni corrette o scorrette a seconda del contesto.

Creare contesto per il proprio pubblico

La creazione di un contesto non è cosa facile e immediata. Ci vuole tempo, ricerca, metodo. Ci vuole rispetto e cura. E non basta sapere la ricetta. E non è detto che, anche con tutte le buone intenzioni, ci si riesca.

Rispettare le persone

Quando si vuole creare un contesto il rispetto per le persone è fondamentale. Rispetto per quello che stanno facendo e dove lo stanno facendo. Rispettare dove le persone vogliono avere il loro punto di contatto con noi e con il nostro contenuto.

Curare l’esperienza

Curare l’esperienza significa non interrompere le persone in quello che stanno facendo. Fosse anche che stiano perdendo tempo. E questo non lo sappiamo. Dipende. Ma ancor più attenzione dobbiamo avere se le persone sono impegnate seriamente a leggere o ad informarsi, attraverso un video o un testo.

Abbiate cura dell’esperienza e abbiate cura della risorsa più preziosa: il tempo.

Il contesto per capire

Il contesto serve a capire. Senza contesto si è privi delle fondamenta della comprensione. Per comprendere una notizia abbiamo sempre avuto bisogno di un contesto. E se a leggere i giornali sono sempre meno persone non è perché non si ha bisogno di notizie. Anzi. C’è bisogno di notizie e c’è bisogno di capire. Sempre

Come sarebbe possibile comprendere la situazione politica siriana se non si avesse conoscenza del contesto? Cioè senza essere a conoscenza delle relazioni che questa nazione ha con le altre nazioni che gli stanno intorno; senza conoscere le relazioni che ha con il passato, con la sua storia. Come possiamo comprendere il format comunicativo dell’Isis, senza sapere quale sia la differenza tra un sunnita e uno sciita?

Ovviamente il contesto richiede un formato più lungo, richiede mappe, grafici. Ma se alla fine si capisce quello che sta accadendo, chi rinuncerebbe a questa soddisfazione?

Perché il contesto è re

David Walsh, ceo e presidente di Genband, lo dice in altre parole.

In un mondo in cui tutti e tutto può essere collegato, in un mondo dove le macchine e gli esseri umani possono interagire in molteplici modi, l’opportunità di comprendere il comportamento e offrire esperienze più utili e divertenti sta diventando il vero gioco della comunicazione in tempo reale.

I social media hanno creato un mondo completamente nuovo. Le persone sono più veloci a informare gli altri. Più veloci dei media tradizionali.

Basta seguire i più attivi produttori di contenuti per Instagram Stories, per esempio. Si tratta di vere e proprie televisioni. Altro che grande fratello. La vita intima delle persone è sempre più originale di qualunque script di qualunque autore.

Context is King per Jodi Beggs

Jodi Beggs spiega come il contesto modifica la percezione della realtà e quindi determina anche il valore delle persone e dei prodotti in un determinato contesto.

Il contesto in cui viviamo è in continuo mutamento. E il successo di un determinato prodotto (anche musicale) dipende dal contesto.

Guarda il video di Jodi Beggs al TedxBoston – Conten is the kink.

Le migliori cuffie per ascoltare musica. E come sceglierle

Le migliori cuffie al mondo per ascoltare musica non esistono.

Le cuffie, infatti, sono dei diffusori.

E dal punto di vista tecnico

rispondono ai criteri che ho già descritto

sull’articolo sistemi audio e diffusori acustici.  

Anche in questo caso, così come per i registratori vocali 

continuo a parlare della mia esperienza professionale in radio. Alla fine, ho aggiunto anche una lista di cuffie che valuterò nel tempo anche con i lettori se vi farà piacere.

Indice

Come scegliere le cuffie migliori?

Questa è una bella domanda. Peccato che la risposta sia delle peggiori. Le cuffie migliori economiche, le migliori al mondo, non esistono. La verità è che è necessario capire che tipo di orecchie ha chi ascolta un determinato paio di cuffie.

Si! Perché le nostre orecchie e la sensibilità del nostro udito non è uguale per tutti. Il suono, infatti, ha uguali caratteristiche fisiche per tutti. Ma la nostra percezione del suono si differenzia da persona a persona. L’amore per i bassi, per esempio, può essere un gusto generale ma non assoluto. Se abbiamo un udito malmesso, non sentiremo tutte le frequenze che la miglior cuffia riproduce.

Per questo motivo, articoli come questo, sono indicativi. Non sono e non possono essere definitivi per chiunque.

Per scegliere le cuffie migliori per musica ti devi affidare al tuo orecchio. E poi ti puoi fidare anche delle tue mani, per verificare la struttura e la qualità dei materiali. E poi se vuoi essere proprio sicuro di quello che stai comprando prima di tutto viene la comodità. La forma del nostro padiglione è diversa da persona a persona. Se prevedi che devi stare molte ore con le cuffie è bene che non ti facciano male. A parità di prezzo scegli quella che ti suona meglio. Se le senti allo stesso modo scegli quella che ti da più sensazione di qualità.

Cuffie per ascoltare musica

Parto da quello che ho io in casa. Poca roba e a basso costo. Al momento, le mie cuffie personali sono delle semplici Sennheiser PC3 con microfono. La spugna dei padiglioni si è sfaldata presto. Ma io continuo ad usarle. Per brevi periodi, vanno benissimo. Anche se quando lavoro più a lungo, fanno un po’ male le orecchie. Per cui le uso solo quando non devo disturbare in casa.

AKG K240 da studio

In radio ho sempre utilizzato cuffie AKG. Le più usate sono state le AKG K240 da studio. Si tratta di cuffie tradizionali molto comuni negli studi radiofonici. Così come è facile trovare le cuffie chiuse AKG K72 che sono più delicate. Queste ultime sono davvero fantastiche. E sono da signori! Sono cuffie personali. Nel senso che vanno usate da una sola persona. Appena le usa qualcun’altro rischiate che ve le rompano. (Una volta è capitato di trovarne un paio a pezzi sul tavolo della radio. Non ho mai capito come è possibile ridurre delle cuffie in quel modo. Forse qualche studente ha sfogato la sua rabbia contro l’Università o un prof su quelle povere cuffie).

Per fare i video utilizzavo le cuffie Sennheiser HD201 stereo. Se necessiti di concentrazione sono ottime per isolarti. Se accendi l’audio non senti neanche le bombe.

Per la mobilità, invece, uso gli auricolari. Su cui non vado a guardare le caratteristiche tecniche. Le cuffie o gli auricolari devono piacere a te. Poi ci vai in giro e se ti senti a disagio perché magari sono troppo vistose, o hai paura di perderle perché troppo care, non ha alcun senso. A me piace molto il suono prodotto dalle AKG Y20 Soft Touch Cuffie con Filo, e Sacchetto di Trasporto compatibili con Dispositivi Apple iOS e Android. Però potrei pure comprare questi Auricolari Bluetooth, c’ est Q10 Cuffie Wireless Auricolari sweatproof con cancellazione del rumore da usare anche in palestra, per la corsa e per l’escursionismo. E compatibili su iPhone 6s Plus, Samsung Galaxy S5, S6 e Android Phones. Oppure, le più vendute e ricercate del momento sono le cuffie ad archetto ripiegabile AKG K430 Compatibile con Iphone.

Le migliori cuffie secondo i lettori

I lettori sono per me sempre al centro del mio lavoro di scrittura e di ricerca. E per questo motivo vi mostro l’elenco di cuffie per ascoltare musica consigliati da chi legge il blog.

Enrico consiglia sempre le Cuffie AKG

Mentre Simone propone le Pryma Classic 0|1 Cuffia Chiusa Circumaurale Over-Ear

Ma non è sempre detto che si debba spendere centinaia di euro per una cuffia. La più venduta resta la cuffia economica Sennheiser HD 201 Circumaurale Dinamica Over-Ear Stereo, Modello Chiuso.

Cuffie per iPhone

Per chi possiede un iPhone i lettori si fidano delle Cuffie auricolari EarPods ORIGINALI APPLE per iPhone 4S 5 5S 6 6S Plus SE con jack cuffie 3.5 mm in BLISTER RETAIL PACK. Se si vuole approfondire anche l’argomento mi ero occupato dell’iPhone 7 e della scelta di abbandonare il jack.

Migliori cuffie economiche

Altre cuffie interessanti perché economiche o con un buon rapporto qualità prezzo sono le Sennheiser e le SkullCandy

Sennheiser CX 3.00 Auricolare In-Ear

SkullCandy Uproar Cuffie di Tipo On-Ear, Wireless, Multicolore

Sony MDR-XB950AP Cuffie Extra Bass con Microfono in Linea, Driver da 40 mm, 106 dB, 24 &x3A9;

Le cuffie migliori secondo gli esperti

AKG K 240 MK II

Al di là di quello che uso io e i lettori, vi propongo alcune discussioni che ho avuto modo di leggere da altri professionisti del settore. Si è partiti dalla domanda se le cuffie supra aurali AKG K 240 MK II fossero delle buone cuffie per musicisti. E così pare che sia.

Beyerdynamic

Francesco Donadel Campbell che è un esperto di cuffie aggiungeva un altro consiglio, proponendo le cuffie da studio professionali AKG K271 MKII. Qui però stiamo parlando di Alta Fedeltà e i prezzi si alzano abbondantemente. Ci sarebbero le cuffie da studio Beyerdynamic 710717 Dt 1770 Pro magari con un amplificatore. Se sei disposto a spendere quasi 600 euro per un paio di cuffie sul sito ziomusic trovi una recensione.

Altre cuffie aperte da provare pare che siano le Beyerdynamic DT 1990 PRO ma a detta di Francesco Donadel Campbell non migliori delle Dt 1770. E se vuoi seguire la moda dei mastering engineer puoi acquistare le AUDEZE LCD-2 che ti arrivano direttamente dal Giappone.

Infine, le cuffie Beyerdynamic producono cuffie molto valide. Sono infatti una tradizione, per qualcuno quasi una religione. Figurarsi che alcuni clienti sono talmente legati alle cuffie beyerdynamic DT 880 PRO che nonostante siano state lanciate molti anni fa, queste cuffie sono ancora in commercio.

Cuffie per ascoltare musica Amazon

Chi mi segue sa che parlo di cose che conosco. E se qualcuno mi fa qualche domanda ho solo il desiderio di saper rispondere. Eppure in molti dopo aver ricevuto un consiglio mi chiedono

Puoi consigliarmi dell’altro?

Magari nei commenti controlliamo insieme, nel tempo, quali possiamo ritenere migliori. E questo elenco lo approfondiamo insieme. Che ne dite?

Migliori cuffie

L’elenco di cuffie per ascoltare musica (aggiornato) di questo articolo dimostra di quante cuffie di alto livello esistano sul mercato. Per cui è davvero difficile dire quali siano davvero le cuffie migliori. Ma esistono dei dati oggettivi, misurati da tecnici e pareri di esperti del settore a cui affidarsi per la scelta delle migliori cuffie. In questo articolo cerco di dare, dove possibile,un unico consiglio per ciascun genere di cuffie in modo che si possano scegliere al meglio secondo le proprie esigenze e la propria capacità di spesa.

Tra le migliori cuffie troviamo la  cuffia circumaurale Focal Elear in alluminio. Una cuffia ben progettata dal suono corposo e potente. E se avete 1000 euro da spendere per una cuffia queste sono le vostre cuffie!

Focal Clear tradizionali

Auricolari in ear Sennheiser

Ho trovato molto consigliati questi auricolari In-Ear Sennheiser CX 5.00 per iPhone/iPod/iPadoppure gli auricolari Sennheiser CX300

Mentre visivamente mi piacciono gli auricolari Sennheiser MX 365 e per chi possiede Apple iphone/iPod/iPad gli auricolari Sennheiser Momentum In-Ear. Poi se si può spendere un po’ di soldi e si vuole gli auricolari Sennheiser IE 800 (800 sta per gli euro da sborsare?) oppure con soli mille e cinquecento euro ti puoi portare a casa le Jh Audio Cuffie Auricolari Angie Astell% 26kern.

Cuffie Sennheiser

Se mentre si lavora si ha la possibilità di ascoltare musica in ufficio, oppure si fanno tante telefonate o video chiamate la Sennheiser offre le DW-Office-Cuffie senza fili 1 auricolare.

Eisa Headphone 2018 – 2019

Sennheiser HD 660s

Altre cuffie Sennheiser

Sennheiser RS 175 Circumaurale Padiglione auricolare Nero

le cuffie wireless Sennheiser RS4200 II Set 2

le eleganti Sennheiser Momentum M2 ASI-Cuffie Layla, color avorio

E ancora le Sennheiser DW Pro 2 USB – EU DECT oppure le cuffie stereofoniche Sennheiser MB 660 UC MS.

Per chi ha già letto l’articolo su come diventare un dj ed è ancora alle prime sperimentazioni potrebbe acquistare le AKG K181DJ Cuffie DJ stereo headphones . Per me AKG è sempre una garanzia. Oppure le Shure SRH550DJ. E per finire Skullcandy MixMaster Mike Cuffie Over-Ear. Si tratta di cuffie da DJ Professionali.

Auricolari Shure

Di auricolari ce ne sono di ogni genere. Ne ho viste un paio interessanti Shure SE425-CL Auricolari ad isolamento sonoro con doppio microdriver ad alta definizione ma anche gli auricolari ad isolamento sonoro Shure SE846-CL con Quadruplo MicroDriver

Cuffie Shure

La Shure è una marca autorevole. In giro ho trovato le cuffie tutte della stessa serie, modello da studio Shure SRH440oppure Shure SRH840 Cuffie Monitor e le cuffie chiuse Shure SRH1540

EtyMotic Research

Non conoscevo questa marca, ma leggendo su internet ho visto che sono molto consigliate. Tra gli auricolari si possono acquistare gli Etymotic hf3 oppure della stessa serie gli ETYMOTIC – HF5. Interessante l’attenzione per i più piccoli, con delle cuffie dedicate ai bambini, gli Etymotic ETY kids 5 anche colorati. Così come non conoscevo le Ultimate Ears che offrono Auricolari 640s Ultimate inEar | EP Power Bass | modello 2016 | Cavo resistente in fibra aramidica

Cuffie Bose

Chi non conosce le cuffie Bose? A me piace provarle durante i miei viaggi in aereo. Spesso tra uno scalo e l’altro si può avere questo piacere. Dal momento che non dovevo comprare, non ho mai segnato quelle che mi sono piaciute di più. Quindi vi propongo un elenco senza cognizione. Anche se tra queste ci sarebbe la mia cuffia. Mi sa che questa sarà la prima sezione ad essere aggiornata al più presto! Promesso!

Bose ® SoundSport ® Cuffie In-Ear per Dispositivi Samsung e Android.

Bose® QuietComfort® 35 Cuffie Wireless.

Bose SoundLink Cuffie Bluetooth On-Ear.

Bose® QuietComfort® 25  Acoustic Noise Cancelling®  cuffie per dispositivi Apple.

Auricolari Skullcandy

Ho letto di queste cuffie perché su alcuni modelli la skullcandy offre una garanzia a vita. Certo lo scheletro non è nel mio stile. Ma immagino siano cuffie dedicate ad un pubblico ben preciso.

SkullCandy Inkd 2.0 Cuffie In-Ear, con microfono Incorporato.

Skullcandy Explore More Collezione Ink’d 2.0

Cuffie Skullcandy

SkullCandy Crusher Cuffie di Tipo Over-Ear, con microfono incorporato,

SKULLCANDY casque Aviator Chrome Black w MIC 2012.

Ma se hai 4 mila euro da spendere per delle cuffie puoi comprare le Skullcandy Lowrider SC BLUE 23020100

Cuffie senza fili

La casa di produzione SkullCandy propone anche delle belle cuffie bluethoot senza fili con un ottimo rapporto qualità prezzo.

Si tratta delle HESH 3 consigliate anche dalla Dj Georgia Mos

Migliori cuffie al mondo

Tra le cuffie migliori al mondo si possono elencare le cuffie della HiFiMan. E se vuoi diventare un professionista dell’ascolto queste cuffie possono essere delle cuffie di riferimento.

HiFiMAN HE1000 cuffia circumaurale (Head-band, 8 – 65000 Hz, 90 dB, 35 Ω). Si tratta di una cuffia dal design avveneristico. Ma anche da una costruzione all’avanguardia come il diaframma nanoparticella e  il circuito magnetico di tipo asimmetrico.

L’evoluzione delle HiFiMan HE 1000 e quindi davvero le migliori cuffie del mondo sono le cuffie HiFiMan Susvara per la sua capacità di rendere un suono reale e di riprodurre il silenzio assoluto durante le pause.

Caratteristiche tecniche delle cuffie

Le cuffie in buona sostanza sono dei diffusori. Per cui, se sei interessato alle caratteristiche tecniche e alle loro definizioni, ti rimando al mio articolo sui migliori sistemi di altoparlanti.

Qui ti posso dire di controllare essenzialmente 4 caratteristiche essenziali per valutare un paio di cuffie. Se vuoi puoi approfondire anche su Wikipedia. In sintesi.

  1. La risposta in frequenza –cioè la gamma di suoni che la cuffia è in gradi di riprodurre. Il nostro orecchio, quando funziona al meglio percepisce dai 20 ai 20.000Hz. Questo è il minimo. Meno di questo range significa che non sentiresti tutto quello che potresti sentire. Ma non è detto che tu senta tutto. Vabbè, ci siamo capiti.
  2. La linearità in frequenza, ovvero quanto sia costante il livello di suono emesso.
  3. L’Impedenza. A maggiore impedenza corrisponde migliore qualità del suono e minore volume complessivo del suono. E’ tutto un equilibrio. L’ideale sarebbe conoscere l’impedenza di riproduzione da parte dei dispositivi dove andranno attaccate le cuffie (pc, computer, tablet, mp3). Dovrebbero avere lo stesso grado di impedenza.
  4. Sensibilità indica il massimo livello di suono riproducibile fedelmente. Più il valore in decibel è alto più il volume del suono è riprodotto fedelmente.

Attenzione alle orecchie

Quando metti le cuffie non dimenticare mai di abbassare il volume del tuo dispositivo.

Le cuffie per ascolare musica non vanno mai ascoltate ad alti volumi. Lo so che si pensa che non accada mai niente. Così non è. Perché ammesso che il timpano non si rompa nell’immediato, nel tempo sicuramente si danneggia. Mettendo le cuffie non si ha nessun filtro e la vibrazione sonora va direttamente a sbattere sul timpano. Quindi le cuffie vanno messe per non disturbare gli altri, per non creare ritorni sul microfono, e non per spararsi la musica nelle orecchie.

Tengo a precisare che questo post non è sponsorizzato e non ho nessun legame con i brand di cuffie per ascoltare musica. I link rimandano al mio programma di affiliazione ad Amazon. Questo mi permette di rendere sostenibile il lavoro di ricerca svolto dal blog. Ribadisco che le proposte che faccio derivano dall’uso professionale e personale che ne ho fatto nel tempo. Ed anche dai pareri scambiati con altri professionisti del settore audio. Mentre le ulteriori proposte sono prodotti che ho visto sulla carta, insieme ai lettori che me li hanno sottoposti per un parere o un consiglio. Non ho attività di vendita di questi prodotti.