Uno sguardo in avanti sull’UX Design Trend 2019

Quali sono gli UX design Trend 2019? Cosa ci possiamo aspettare o potremo vedere o sentire in questo anno? Lo so che sono in ritardo rispetto a tutti i blog di settore. Ma poco importa. A me piace mettere ordine nei miei pensieri. Arrivare prima non è tra le mie priorità.

Da quel che leggo, le opportunità per coloro che si stanno affacciando alle discipline comprese dall’UX design sono in continua crescita. Prova ne è, per esempio, che coloro che hanno frequentato il master in architettura dell’informazione hanno tutti trovato lavoro.

E questo fa ben sperare in una comunità che si allarga e cresce. Una comunità grande nei numeri come nei contenuti potrebbe, più facilmente, migliorare i servizi digitali nel privato e (speriamo) anche nel pubblico dove si sta facendo un grande lavoro di indirizzo condotto dall’Agid – Agenzia per l’Italia digitale.

Prima un auspicio: la progettazione

Prima di passare ai trend di questo 2019 vorrei esprimere un auspicio per questo 2019 (certamente) ma anche per gli anni a venire. Auspico che sempre più persone, almeno per chi ne sente una responsabilità, cii sia un impegno maggiore a divulgare il concetto di progettazione.

Nessuno si senta escluso. Progettazione, programmazione pianificazione, ritengo siano elementi fondamentali per uno sviluppo consapevole del web e del nostro Paese reale.

Per la mia esperienza, invece, in molti puntano agli strumenti, alla manualità e poco al pensiero. Si pensa molto alle tattiche e poco alle strategie.

Un giusto mezzo penso sia utile a tutti. E ve lo auguro.

Pensare a lungo termine

E dunque è sempre un buon momento per cominciare a pensare a lungo termine. A cosa sarà, a cosa ci sarà dopo di noi.

Chi mi conosce ha ben presente la mia fissazione per il futuro, i miei continui resoconti e programmi ne sono la prova. Sono convinto che su ha bisogno di progetti e pensieri a lungo termine, anche per risolvere le emergenze di breve termine.

UX Trend 2019

Ho raccolto alcuni dei trend che ritengo più interessanti letti su UX trend. Anche se mi sono sembrati più consigli ad personam. In altri luoghi si è a lungo parlato della personalità del designer, delle sue qualità umane.

Non so se sia vero. Qualcuno sostiene che i designer siano impegnati a ripetersi alcuni mantra. La materia sta diventando ridondante. Chissà.

Io penso che la sostanza rivoluzionaria della disciplina sia in se, nell’applicazione quotidiana.

UX trend sostiene che

i progettisti sono troppo impegnati a progettare e meno a collaborare con le persone o con altri progettisti; che sono spinti ad orientarsi verso risultati a breve termine.

Certamente non saremo noi a salvare il mondo.

La nostra ossessione per i metodi di progettazione

Google ci ha reso pigri: “Come fare un diario di studio”; “Quando utilizzare un menu di hamburger”; “Modello di persona PDF”. Dopo alcune ricerche, ci ritroviamo a seguire una guida passo passo creata da qualcun altro. E, proprio così, dimentichiamo l’aspetto critico del nostro lavoro.

Essere aperti

L’ho già raccontato su queste pagine. Una mia amica a cui ho chiesto un parere sulla pagina che ho scritto sull’architettura dell’informazione mi ha chiesto se non si trattava di una disciplina che non vuole farsi comprendere. Quindi non tanto una difficoltà a capire cosa sia la disciplina ma una volontà da parte nostra a non volerci far capire.

In un mondo di condivisione questo non solo non dovrebbe esistere, ma soprattutto non ha più senso.

Altri trend del 2019

Ho perso i link e me ne scuso. Qui ho segnato alcuni trend che seguirò sul blog ma anche sulla newsletter.

Interfacce utente voce

Sicuramente bisognerà seguire gli assistenti vocali che stanno crescendo di giorno in giorno. Se il 2018 è stato l’anno dei lanci, il 2019 è l’anno del consolidamento. Amazon con Alexa e Google con Google Assistant fanno progressi di giorno in giorno. Attenzione però, non è un processo esaurito. Anzi. Siamo in una fase sperimentale. Qualcosa si può già immaginare. Almeno, i discenti al corso di progettazione chatbot hanno immaginato e realizzato alcuni progetti molto interessanti.

Il blog terrà d’occhio e d’orecchio questo mondo e questa nostra società sempre più vicina all’immaginario futuristico, robotico e fantascientifico che qualcuno si aspetta dagli anni Sessanta.

Micro-Interazioni

Le microinterazioni sono alla base di tutte le azioni che eseguiamo ogni giorno attraverso i dispositivi mobili e, considerando che il mobile è in costante crescita, l’user experience si concentrerà molto su questo tipo di dinamiche.

Controllo basato sui gesti

Se da un lato un forte sviluppo è presente in campo vocale non si deve dimenticare il controllo basato sui gesti.

Apple per esempio sta ripensando l’interazione delle persone con gli smartphone. Come se avesse “dismesso”, per così dire il suo sviluppo sulla tecnologia vocale e rimesso mano allo sviluppo degli smartphone.

Siri, infatti, è rimasta un po’ indietro rispetto ai concorrenti. Sentiremo…

Rispetto al mobile

Il motivo principale per cui Apple e Google hanno deciso di optare per la navigazione basata sui gesti è l’opportunità allettante di risparmiare più spazio sullo schermo per le app. Tuttavia, poiché le interfacce gestite da gesti significano anche controlli nascosti, un utente potrebbe sentirsi confuso. E questo può portare a una scarsa esperienza utente.

Sulla base dei gesti, i progettisti di UX hanno lavorato al ripensamento dell’interazione con le nuove generazioni di smartphone e in questo 2019 troveremo sempre più conferme di questo incredibile cambiamento.

Vedi e senti

L’aspetto cinematografico è diventato un must per i produttori di video. Le immagini continueranno ad avere una importanza fondamentale.

La rappresentazione sarà sempre più realistica e meno astratta, vedremo immagini pulite e modulari con una combinazione armonica di forme. Una sensazione di naturale transizione e perfetta integrazione tra vista e suono.

Conclusioni

Mi pare dunque che il trend sia quello del consolidamento delle tecnologie già sviluppate negli ultimi due anni.

Per affrontare questo mondo è necessario essere pronti al cambiamento. Come al solito non credo nelle prescrizioni, ciascuno di noi affronterà il futuro a modo suo, con le sue qualità e soprattutto con i suoi talenti.

E se proprio avete bisogno di una prescrizione anche da parte mia, una sola cosa posso dire: condivideteli questi talenti. Che dentro il cassetto non sono (e non valgono) niente.

Progettare esperienze di valore per utenti e aziende

Il sottotitolo Progettare esperienze di valore per utenti e aziende, racconta in estrema sintesi l’ultimo libro di Debora Bottà User EXperience Design.

Debora Botta User Experience Design

Se frequenti gli eventi dedicati all’architettura dell’informazione e dell’user experience design non puoi non conoscere Debora Bottà.

Ho conosciuto personalmente Debora al Summit di Architecta appunto, qualche anno fa.

Lei stessa, sul suo sito scrive

Mi piace tantissimo partecipare a eventi e organizzare workshop perché sono una grande opportunità per fare ordine e mettere nero su bianco i pensieri, fare ricerca per colmare vuoti e arricchire la conoscenza.

Intervista a Debora Bottà

Qui di seguito un po’ di domande che le ho rivolto in occasione della pubblicazione del suo libro.

Debora, racconti come sei venuta a contatto con l’user experience?

Ho scoperto internet e il digitale durante l’università ed è stato amore al primo click!

Ho iniziato con tanta curiosità passando molte notti insonni a navigare online e creare siti web amatoriali. Mi sono trasformata da autodidatta a professionista del web nel 2001 seguendo il mio cuore e accantonando il cammino tracciato dagli studi accademici. L’amore per la progettazione lo devo al libro “Web usability” di Jackob Nielsen che mi ha aperto la strada a voler sapere sempre di più su quello che mi piace definire il lato umano del digitale. Leggere molto, andare a conferenze e frequentare lo UX Bookclub di Milano mi hanno aiutato e mi aiutano ancora oggi a crescere e alimentare questa passione.

Come racconti agli amici, se te lo chiedono, il tuo lavoro?

Hai presente quando utilizzi lo smartphone, il computer o anche un servizio e ti senti confuso, stupido o peggio ancora molto arrabbiato? Il mio lavoro è evitare che questo accada e, al contrario, far in modo che l’utilizzo sia semplice, intuitivo e persino piacevole.

I clienti da me si aspettano che crei prodotti e servizi utili e significativi, cioè in grado di semplificare e migliorare la vita delle persone che li utilizzeranno, perché con la soddisfazione dei loro utenti le aziende potranno realizzare gli obiettivi aziendali.

Qual è la tua “giornata tipo” professionale?

La mia giornata inizia sui mezzi di trasporto verso Milano: è un momento prezioso per me per iniziare la giornata con calma, controllare la posta elettronica, leggere o scrivere. Arrivata nello studio due chiacchiere e un buon caffè mi aiutano a partire con grinta.

La giornata tipo si svolge in ufficio dove ci si raduna davanti a lavagne o attorno a tavoli con fogli e post-it e si collabora alla creazione di idee e soluzioni. Il lavoro è sempre di gruppo e le fasi di divergenza di pensiero si alternano a quelle di convergenza. Il confronto costante e quotidiano e le revisioni con i colleghi sono la linfa vitale che fa progredire il progetto per arrivare ai test con gli utenti.

Quale parte del tuo lavoro preferisci?

Progettare e dirigere workshop perché riuscire a facilitare la condivisione, la collaborazione e la co-progettazione tra soggetti che magari fino a quel momento non si erano mai parlati o confrontati dà significato al mio ruolo di designer: mettere sempre le persone al centro – clienti, utenti o colleghi – e guidarle verso soluzioni condivise e di valore con modalità e tempi per loro inaspettati riaccende ogni volta l’amore per il mio lavoro.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Carta, matita e pennarelli colorati non mancano mai: trasformare visivamente qualsiasi pensiero mi aiuta a vederlo in modo diverso e anche a condividerlo al meglio con gli altri. Un taccuino per gli appunti, fogli sparsi, post-it colorati o lavagne scrivibili sono i supporti attraverso cui condividere idee e dove le soluzioni prendono forma.

È uscito il tuo nuovo libro “una guida pratica sullo UX design”. Da quale desiderio nasce e cosa ci troviamo dentro?

Nasce dal desiderio di divulgare il più possibile lo UX design nel nostro paese e dal fatto che una guida in italiano non era ancora presente: noi designer siamo abituati a leggere quasi tutti i testi di riferimento in inglese che, essendo per addetti ai lavori, danno per scontati diversi concetti. Volevo un libro per tutti, per chi parte da zero e per gli esperti, per il designer e lo specialista di marketing, l’imprenditore di una grande azienda e il fondatore di startup.

Per questo è stata una bella sfida ed è un libro abbastanza corposo: troverete un linguaggio semplice e pochi termini inglesi, molti esempi e tanta pratica. Inizia dall’aiutare a comprendere il design come risorsa strategica, si focalizza e racconta capitolo dopo capitolo i passaggi di un processo di lavoro che metta sempre le persone al centro e, infine, rivolge uno sguardo più ampio al design approfondendo la sua applicazione in contesti come quello dei servizi, dell’engagement, della digital transformation e dell’intelligenza artificiale.

C’è chi mi ha detto che avrei potuto scrivere tre libri invece di uno solo, ma lo volevo esattamente così: una guida completa di tutte le esperienze e degli studi di oltre 15 anni di carriera per tirare personalmente una riga e prepararmi ad andare oltre.

Ci racconti un capitolo a cui sei particolarmente legata e perché?

Il capitolo 8, “Definizione di una strategia di UX design” che chiude la fase di comprensione e su cui si avvia quella di creazione di un progetto. Durante la fase di comprensione si individuano obiettivi aziendali con i clienti, si analizza la concorrenza e si effettua la ricerca con gli utenti: ma a cosa servono queste attività, quale apporto danno al progetto?

È una delle domande che clienti e colleghi mi hanno rivolto più spesso nel corso della mia carriera e a cui questo capitolo cerca di dare risposta: mixare tutti gli ingredienti raccolti come i benefici da offrire agli utenti, i bisogni da soddisfare e le opportunità del mercato da cogliere, consente di individuare la proposta di valore su cui avviare la creazione di idee e soluzioni in grado di migliorare realmente la vita delle persone.

Lo strumento di costruzione di una UX strategy è disponibile e scaricabile gratuitamente insieme ad altri dal sito di supporto al testo www.uxlab.it.

Scrivi “Tra i miei superpoteri ci sono quelli della condivisione e della collaborazione: li ho allenati per 13 anni sui campi da basket e continuo a farlo dentro e fuori dal mio lavoro.” Qualche consiglio su condivisione e collaborazione?

Essere generosi: donare il proprio sapere e la propria esperienza, cioè “dare ad altri liberamente e senza compenso, cosa utile o gradita” (fonte: Treccani.it). Donare non è solo gratificante ma credo sia l’unico modo per arricchirci e contaminarci di nuovi punti di vista che ci fanno crescere.
E nell’essere generosi continuare a essere umili: abbiamo sempre qualcosa da imparare e nessuno di noi possiede verità assolute, è fondamentale avere mente aperta e spirito empatico con ogni persona e in ogni situazione.

Tu giri molto, partecipi ad eventi, e sei speaker di conferenze; come vedi, dal tuo punto di vista, la comunità italiana degli user experience designer?

Sinceramente vedo un po’ di frammentazione che credo affondi le sue radici in una predisposizione alla socializzazione che è sempre più competitiva che collaborativa. Non succede solo nella nostra comunità di designer ma in qualsiasi ambiente associativo: ci saranno sempre forze disgregative contrapposte a quelle costruttive.

Servono quindi persone integre che valorizzino e sostengano la collaborazione come forza in grado di alimentare la diffusione e l’evoluzione della disciplina. Come gli utenti ci donano parte delle loro vite durante le attività di ricerca compiendo un atto di fiducia nei nostri confronti nella speranza di aiutarci a costruire qualcosa di migliore, lo stesso dovremmo fare noi condividendo il nostro sapere con colleghi e professionisti.

C’è qualcosa che pensi ciascuno di noi dovrebbe fare?

Manca la generosità che ho citato prima: ci sono designer che parlano solo per nutrire il proprio ego, ci sono quelli che lo fanno stando in piedi su una cattedra e quelli che lo fanno solo se sono certi di avere qualcosa in cambio.

La condivisione della propria esperienza in maniera aperta, sincera e incondizionata è un dono prezioso che si può e si deve fare alla comunità se la si vuole coltivare e mantenere viva: nessuno vi ruberà qualcosa ma anzi, ve lo restituirà arricchito dalla sua esperienza personale. Una comunità rimane viva se ci sono delle parti attive che credono in questi valori e siano esempi da seguire.

E per finire le ultime 3 domande più leggere.
Consiglia un libro

Uno solo? Questa per me è la domanda più difficile di tutta l’intervista! 🙂
Quindi scelgo i 6 romanzi del Ciclo di Dune di Frank Herbert fonte di ispirazione per tutto l’immaginario fantascientifico successivo e dimostrazione di come la nostra creatività ha i limiti che noi le imponiamo.

Consiglia un brano musicale o un cd

L’album “Wasting light” dei Foo Fighters che oltre a trasmettermi energia quando ne ho bisogno mi ricorda che non sempre la soluzione più efficace è quella che impiega gli ultimi ritrovati tecnologici perché bisogna partire da quello che si vuole ottenere: così per portare nell’album le atmosfere del passato lo registrarono in un garage con apparecchiature analogiche.

Consiglia un film

Cloud Atlas” per non dimenticare che passato, presente e futuro sono legati indissolubilmente.

Grazie

Ringrazio Debora per la sua disponibilità a rispondere alle mie domande in maniera così spontanea e generosa.

Radical collaboration di Maria Cristina Lavazza

Difficile scrivere la recensione di un libro scritto da una amica, una mentore, quale è Maria Cristina Lavazza. Ed i miei lettori devono sapere che questa è una recensione di parte. Con Maria Cristina Lavazza ho tante cose in comune, tra l’altro come ci ricordiamo spesso, curiosità e attenzione per le persone.

Radical collaboration è il suo secondo libro e se non lo avete ancora fatto, anche se di qualche anno fa, vi consiglio il suo primo libro, Comunicare la UX, che è stato tra i miei primi libri di formazione.

Acquista Radical collaboration. Coinvolgere le persone nella progettazione di esperienze e servizi (Italiano).

Un consiglio di parte

Inutile cercare di mascherare la stima che ho di Maria Cristina e mi pare superfluo consigliare questo libro. Ma tre motivi per farlo ve li voglio scrivere:

  1. Si tratta di un manuale. Si tratta di un manuale pratico che insegna un metodo per creare il giusto contesto per collaborare.
  2. Va oltre la manualistica. Questo libro mette in luce gli aspetti teorici e strategici della collaborazione.
  3. Grazie a questo testo si entrare in relazione con Maria Cristina Lavazza. Poter condividere il suo pensiero, poter parlare con lei di UX, credo che valga molto di più del prezzo del libro.

Cos’è la Radical collaboration

Innanzitutto è necessario chiarire cosa sia la Radical Collaboration che si basa su un principio chiave del Design Thinking. Parla di co-creazione e si ispira al desiderio di apprendere, offrire e abbracciare prospettive diverse all’interno dei processi di risoluzione dei problemi, generazione di idee, ricerca di soluzioni e innovazione.

Insomma, invita persone di diversa estrazione, con diverse abilità e preferenze di pensiero, ad unirsi per sviluppare soluzioni centrate sull’uomo.

Si presuppone che chi fa parte di queste comunità collaborative, che possono essere pensatori creativi, artisti, strateghi, professionisti qualificati, accademici siano persone che aggiungono valore alla vita di coloro che li circonda.

Il design thinking

Mi pare interessante riprendere quanto scrive Nicolò Mantini a riguardo.

Il design thinking è un processo iterativo in cui prosperiamo per comprendere il dolore dell’utente, mettere in discussione le ipotesi, ridefinire i problemi, al fine di creare nuove strategie e soluzioni.

Contro il “Brainstorming”, il design thinking promuove il “Painstorming”, per comprendere appieno il dolore dell’utente.

Secondo Tim Brown, CEO di IDEO: “Il design thinking è un approccio all’innovazione incentrato sull’uomo che attinge dalla cassetta degli attrezzi del designer per integrare i bisogni delle persone, le possibilità della tecnologia e i requisiti per il successo aziendale”.

Radical Collaboration di Maria Cristina Lavazza

Il sottotitolo del libro di Maria Cristina è : coinvolgere le persone nella progettazione di esperienze e servizi.

Si tratta secondo me di un libro che rimette in luce un concetto talmente semplice che è tanto complesso da comprendere. Spesso voliamo alto e dimentichiamo le basi. Radical collaboration sottolinea il cambio radicale che da dieci anni a questa parte è stato sottolineato a tratti da molti designer.

Il progettista non può essere più il capo solitario al comando e che nessun progettista è l’utente medio (che tra l’altro non esiste).

La ricerca di innovazione, l’applicazione dei metodi, non basta. C’è bisogno di capire le persone, di parlare con loro e, come testimonia questo blog, di ascoltarle senza pregiudizi.

Scrive Maria Cristina Lavazza
La collaborazione radicale nel design di servizi ed esperienze è una risposta possibile a sistemi sempre più complessi.

E mi piace molto questa definizione di risposta possibile, perché questo è il tempo delle risposte possibili e non delle soluzioni assolute.

Radical collaboration: un manuale per il design collaborativo

Come ci racconta la stessa Maria Cristina, questo libro arriva dopo un po’ di anni fatto di esperienze e riflessioni, un libro sulle persone e per le persone. E personalmente sono felice che di alcune di quelle esperienze, come discente, ne ho fatto parte pure io.

Un libro per chi progetta prodotti, servizi e sistemi che, indipendentemente dall’oggetto, sono in grado di cambiare la vita delle persone.

Radical collaboration è un testo molto pratico che orienta a realizzare la collaborazione tra le persone che siano interne al progetto, ma anche soprattutto fruitrici del prodotto finale. Al di là delle definizioni e dei ruoli professionali la collaborazione rappresenta il vero filo conduttore di un nuovo modo di fare design. Un design che supera le dicotomie e le differenti definizioni (UX design, Service design, Design thinking o Human centered design) per concentrarsi esclusivamente sull’essenza stessa del concetto di design.

Responsabilità

Maria Cristina ritorna spesso sulla responsabilità come valore dell’architettura dell’informazione. Ci è ritornata pure durante l’intervista che mi ha fatto.

Maria Cristina pone l’accento sul ruolo dei progettisti.

Questo ruolo comporta una profonda responsabilità nel processo di creazione che ha bisogno di condivisione e partecipazione da parte di tutti i portatori di valore all’interno del progetto.

Per un nuovo modo di fare design, sempre più umano e innovativo.

Le mie idee sulla Radical collaboration

Maria Cristina Lavazza ci dice che la materia umana, quella che vogliamo guidare, quella che vogliamo rendere migliore, migliorando la loro vita digitale, è materia da maneggiare con cura.

Radica collaboration è la prova che per Maria Cristina Lavazza la collaborazione è uno stile di vita.

Anche se non è facile. Ammetto, per esempio, che ogni tanto anch’io sono assalito da qualche dubbio. L’elaborazione di un articolo, di un pensiero, di un corso, richiede fatica. Questa fatica viene risparmiata a chi fruisce di questii contenuti. Ma quando parlo con Maria Cristina tutto svanisce. Lei mi trasmette il suo essere generosi e la sua fiducia nelle persone sempre.

Collabora o lascia stare

In base alla mia esperienza, è necessario sempre collaborare e in modo sempre più radicale. Pensare di fare da soli, pensare solo di impartire ordini, indicare vie assolute, che sia fatto in modo dittatoriale, da boss o da leader, è ormai metodo vecchio e improduttivo.

Oggi, nel momento in cui le conoscenze sono condivise, non uno può seguire il tutto. A ciascuno spetta il dovere di portare il proprio contributo. Più si è, meglio è; a patto che tutti facciano il loro meglio, diano tutto quel che possono, ciascuno al suo posto, senza arrivismi o voglie di prevaricazione.

Spesso è difficile, perché richiede atti di estrema umiltà che si vedono sempre meno spesso.

Radical collaboration indice e prefazione

Coinvolgere le persone nella progettazione di esperienze e servizi

Introduzione

Cap.1

La collaborazione radicale
Cosa è la collaborazione radicale
I significati della collaborazione
Le persone come valore

Cap. 2

Progettare la collaborazione
Analizzare lo scenario
Quando coinvolgere le persone
Chi coinvolgere
Valutare le persone e il contesto
Solo attività per le persone

Cap. 3

Programmare le attività
Il coinvolgimento del committente
La selezione dei partecipanti
Il planning delle attività
La documentazione a supporto

Cap. 4

Mettere in pratica la collaborazione
Le sessioni collaborative
Gestire le attività
 Introduzione
 Gestione
 Sintesi
Presentare e condividere

Cap. 5

Il designer collaborativo
Il ruolo del designer
Gli skill del nuovo designer
I “mai più senza”

Cap. 6

Strumenti e tecniche
Scegliere il laboratorio
Attività per riscaldare
coinvolgere
esplorare
definire
ideare
scegliere
validare

Esempi e modelli

  1. Scheda attività
  2. Descrizione attività
  3. Planning attività
  4. Guida del facilitatore
  5. Esempio canvas
  6. Autorizzazione della privacy

Prefazione di Roberta Tassi

Traggo alcuni brani dalla prefazione di Roberta Tassi che coglie alcuni elementi che condivido e che riporto.

Nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito a un’esplosione senza precedenti della richiesta di progettazione e di progettisti. Design thinking, service design e user experience sono entrati nel vocabolario di molte organizzazioni, pubbliche o private, alla ricerca di una strategia per organizzare la propria offerta tra canali fisici e digitali, soddisfare al meglio le esigenze del proprio pubblico e crescere o riposizionarsi sul mercato.

non è sufficiente applicare alla lettera una serie di strumenti, organizzare sessioni di workshop e ricoprire intere pareti di post-it. E’ come se in questa diffusione accelerata della pratica progettuale avessimo dato per scontato che il metodo sia infallibile, perdendo di vista un pezzo, che in fondo è il più rilevante: la natura umana del progettare.

L’intuizione di Maria Cristina è quella di ricordarci che ciò che accomuna design thinking, service design e user experience design è soprattutto la capacità di lavorare insieme ad altre persone: i colleghi designer, gli stakeholder esterni e interni alle organizzazioni, gli utenti che coinvolgiamo nel processo di progettazione e che beneficeranno delle soluzioni una volta costruite. E’ la collaborazione tra questi individui il vero motore del cambiamento, che permette di interpretare le sfide complesse dei nostri giorni adottando un punto di vista corale e collettivo.

La radical collaboration come mindset

La radical collaboration è prima di tutto un mindset, uno stato mentale in grado di trasformare un approccio in strategia attraverso una serie di attività collaborative in grado di veicolare soluzioni.

Collaborare richiede infatti la capacità di capire gli altri in profondità: l’empatia è una scelta obbligata ma anche una dimensione che rende l’individuo vulnerabile, portandolo a mettere continuamente in discussione sé stesso e il proprio punto di vista. Collaborare richiede inoltre di saper dare concretezza ai ragionamenti, per quanto intangibili: la capacità di sintetizzare e visualizzare concetti astratti diventa fondamentale per gestire la complessità e costruire una base solida per il dialogo.

Collaborare è infine sinonimo di resilienza: la capacità di superare le difficoltà e non temere il fallimento, perché il designer potrà senz’altro essere facilitatore e guida di questo percorso, ma non avrà mai pienamente il controllo di tutte le variabili.

La collaborazione

La collaborazione si presenta quindi come l’unica strada possibile verso una svolta sostenibile, aiutando ogni persona coinvolta a guardare oltre il perimetro del singolo problema da risolvere, valutare con attenzione l’impatto sistemico delle proprie decisioni e utilizzare il dialogo e l’inclusione come risorse di trasformazione. Le sfide sono tante, ma queste pagine sono una palestra perfetta per allenare motivazione e dedizione, prima di mettersi all’opera.

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Grazie

Concludo questa recensione con un immenso senso di gratitudine per Maria Cristina Lavazza. Per la stima che ci scambiamo tutte le volte che ci sentiamo e ci vediamo. Grazie a lei e ad UXUniversity che ha pubblicato il libro.