Come ottenere successo nel lavoro

Se cercate

“Come ottenere il successo nel lavoro”

si troveranno circa 56.200.000 risultati su Google.

Questo dice due cose.

La prima che è un tema seguitissimo dove in tanti scrivono contenuti.

La seconda che se mi state leggendo siete dei miei assidui lettori.

Tra le prime pagine si trovano giganti della motivazione italiana e internazionale.

Questa settimana che sarà interrotta dalla festa del lavoro, 1 maggio, rinuncio al mio post sull’assistenza vocale.

Come avere successo nel lavoro

C’è chi ha una ricetta fatta di punti ben precisi.

Aumenta la Fiducia in Te Stesso Agendo, anche Scontrandoti con il Fallimento.

Migliora le tue Abilità Sociali

Allenati a Ritardare le Gratificazioni

Dimostra Passione e Perseveranza per gli Obiettivi a Lungo Termine

Fa che la Tua sia una Mentalità Aperta

Coltiva i Rapporti Personali

Rivaluta la Tua Concezione di Autenticità

Come ottenere il successo

Ci sono strategie convenzionali da seguire per fare soldi, come quella di scegliere bene le proprie relazioni. Ma anche strategie non convenzionali di trovare un mentore.

Qualcuno sostiene che ci sia un metodo scientifico che consiste nel lavorare su se stessi, altri spiegano passo passo cosa fare, come prefissarsi degli obiettivi e costruire le proprie abilità verso se stessi e verso gli altri.

Così come qualcuno sostiene che bisogna rispettare delle regole nel lavoro così come nella Vita.

Un bel discorso motivazionale è quello di Ogni maledetta domenica con Al Pacino.

Essere un influencer

Da un po’ di tempo a questa parte pare che essere un influencer, avere migliaia di follower, sia un dovere. Ragazzi e ragazze fanno a gara a mostrare più pelle possibile, al limite del consentito e del blocco dell’account, per un like in più.

Altri si inventano influencer, dichiarano di esserlo come fosse un lavoro, una professione. Peggio, come se il tentativo di diventarlo, sia già il traguardo. Anche a costo di ridicolizzarsi.

Anche quando la loro attività è stato semplicemente quella di acquistare followers e un abbonamento a qualche servizio di bot automatici.

TV e successo

Pasolini non era molto buono con la televisione e vedeva nella voglia di mostrarsi l’omologazione del nuovo fascismo.

La TV negli anni, a forza di reality e grandi fratelli, ci ha spinto a pensare che, in fondo, si può raggiungere il successo anche senza sapere nulla, senza una gran cultura.

Abbiamo confuso il successo con la visibilità. O mi pare che non sia più così chiara la differenza.

Volete il successo?

Tutti alla ricerca del successo. Sempre che si sappia cosa sia il successo. Sempre che il successo fosse uguale per tutti. E fosse l’apparire il più a lungo possibile in qualche schermo più o meno piccolo.

Certo è che il successo è qualcosa che si conquista giorno dopo giorno.

Che cos’è il successo?

Definite bene cos’è il successo. Dovete sapere perfettamente cosa è il successo per voi. Potrebbe essere l’altra faccia della persecuzione. E dunque potrebbe essere tutto o niente.

Ricordate che, in Italia, almeno per la mia esperienza, il gioco è truccato. Ti fanno credere che puoi fare carriera, che prima viene la gavetta e poi arriverà il tuo momento. Ti mostrano storie di successo, vedi altri ragazzi poco più grandi di te già ai posti di comando.

Poi il tempo passa e passa velocemente. Aumenta l’esperienza, aumenta il carico di lavoro, più sei bravo più ti affidano responsabilità, a volte persino responsabilità che non ti spettano. Spesso neppure corrisposte economicamente. Magari hai dato tutto per la carriera, ma anche se arrivi dove volevi arrivare quando sei ad un passo dal vertice, ti manca sempre qualcosa. Ti manca un master, la forza politica, la conoscenza giusta, il sostegno da parte di chi decide. E allora può capitare di restare al varco, senza armi, senza una famiglia. Solo.

Dobbiamo studiare!

Il 17 settembre 2014, sul sito di TEAMFORITALY scrivevo questo articolo che oggi riporto qui in questa settimana che sarà interrotta dalla festa del lavoro.

Da architetto dell’informazione, penso che ci occupiamo troppo poco dell’analfabetismo funzionale e dall’analfabetismo di ritorno.

Il successo dunque non sta solo nella carriera. Il successo non è solo raggiungere i vertici nel lavoro. Il successo sta anche nel capire il mondo, nell’avere gli strumenti per interpretare le storie che ci circondano.

Educazione digitale

Abbiamo bisogno di cultura. Non basta saper navigare su un telefonino. Resta il fatto che grandi masse, pur essendo possessori di smartphone e dispositivi vari sono tagliati fuori da una cultura digitale sempre più complessa, in un mondo sempre più difficile da decodificare.

Il quadro appariva già sconfortante anni fa. Quando scrissi l’articolo pensavo di fotografare una situazione. Ma oggi penso che ciascuno di noi deve fare qualcosa. Scrivere, parlarne, rinunciare ad un post, per riproporre questo pezzo.

Barack Obama

Nell’estate 2013 il Presidente degli Stati Uniti, Barak Obama dichiarò

“Se pensate che l’istruzione sia costosa, aspettate di vedere quanto può costare l’ignoranza nel ventunesimo secolo”.

La laurea serve?

Oggi più che mai si sente dire sempre che la laurea non serve. Spesso sono chiacchiere da bar, voci di corridoio, ma nessuno si permette di contrariare questa affermazione. Lo dicono anche gli stessi laureati, il giorno stesso della laurea. Sperano nella proprio laurea (molto meno dei loro genitori) ma non ci contano poi molto. D’altronde quanti laureati disoccupati esistono in Italia? E quanti laureati abbiamo visto fare i camerieri e le commesse? Non ci sono i dati ma pare che sia proprio così.

E quindi? A cosa serve la laurea? Il discorso potrebbe degenerare. Se non serve la laurea ,perché dovrebbe servire un diploma? Senza voler esagerare si potrebbe pensare che serve una scuola dell’obbligo, di base, dove imparare a leggere (bene o male) a scrivere (almeno una firma) e a far di conto. “Non ci vorrà mica una laurea?” Tanto che anche gli analfabeti lo sanno fare e i laureati, a volte, no.

Quanti laureati in Italia e in Europa?

Se andiamo a guardare un po’ di dati sul numero di laureati in Italia rispetto alla media europea, scopriamo che tutti questi laureati alla fin fine non ci sono. E che forse di disoccupati ce ne sono di più tra i non laureati che tra i laureati veri e propri.

Infatti, l’Italia risulta tra le ultime nazioni in Europa come percentuale di laureati (Dati Eurostat)

Nel 2004 l’Italia era quartultima tra i 28 stati europei (seguita da Slovacchia, Repubblica Ceca e Romania). E oggi, dopo un decennio, l’Italia si trova all’ultimo posto in Europa. E se questo non bastasse tra gli obiettivi prefissati dalle singole nazioni per il 2020 quello dell’Italia è di restare ultima. I laureati che hanno un età tra i 30 e i 34 anni in Italia sono poco sopra il 15 % e ci si prefigge nel 2020 di arrivare tra il 26 e il 27% . Un bel 10% in più si potrebbe dire. Peccato che le iscrizioni alle università diminuiscono (a causa della crisi delle famiglie) e gli altri 27 Paesi europei puntano a stare intorno al 40%.

Cosa accade nel mondo

Se guardiamo al mondo globalizzato, l’Europa è ormai periferia del mondo. Basta guardare un semplice TG, ogni tanto, e ascoltare come si muove il Presidente degli Stati Uniti. Il suo sguardo è rivolto a Kim Jon Un, mica ad Angela Merkel a cui neanche stringe la mano.

Il centro del mondo oggi è l’Oriente. E non solo per una questione di popolazione, che potrebbe essere un limite, volendo.

In Corea del sud i giovani con una laurea, di età compresa tra i 25 e i 34 anni (range più ampio rispetto ai dati Eurostat), sfiorano il 60%: la più alta percentuale al mondo. Contro il 40% della media OCSE (L’italia è tra il 15 e il 20%; la metà della media dei paesi avanzati; meno di un terzo della Corea).

Bisogna sottolineare però che la percentuale del 60% è una percentuale a cui stanno iniziando a puntare la maggior parte dei paesi orientali (vedi Vietnam).

Cosa significa Corea?

Se non fosse chiaro cosa significa Corea, forse è più facile capire: Samsung, Hyunday, Lg Electronics, ossia industrie che nei loro settori , oggi, dominano il panorama mondiale.

La Cina per recuperare 50 anni di divario dagli Stati Uniti, in questi anni ha investito 250 miliardi di dollari nell’Istruzione. L’Europa tutta, con il piano Horizon 2020, di cui le migliori università italiane si vantano, sta investendo intorno agli 80 miliardi  entro il 2020.

L’ultima invasione cinese è nel mercato dei laureati – IlGiornale.it

La Cina che sta qua

Ciascuno può pensarla come vuole. Si può pensare ad una invasione o ad una splendida opportunità.

Se guardiamo il problema dalla strada, dal quartiere malfamato dove non si può camminare a piedi dalle sei di pomeriggio in poi, chiudere i porti può avere una sua logica. Ma vista dalla Cina, vista dagli Stati Uniti, quelli che pensiamo essere dei problemi sono davvero piccola cosa.

Se la Cina sta investendo miliardi sui propri laureati, anche i cinesi puntano più di altri a questo traguardo.

I laureati cinesi di seconda generazione, immigrati in Italia, come in tutto il mondo, spesso risultano tra i migliori studenti dei loro corsi di laurea e con almeno tre lingue straniere nel loro bagagliaio culturale (italiano, cinese e ovviamente inglese).

La laurea serve!

Se siete arrivati fin qui, nella lettura, siete sicuramente tra i laureati e tra i più sensibili al tema. E non siete tra coloro a cui è balenato nella mente che una laurea non serve.

Questo post vuole solo far riflettere e pensare. Pensare che non solo la laurea serve, ma che di laureati in Italia ne servirebbero almeno il triplo di quelli che ci sono.

Che poi sulla qualità delle nostre università o della didattica ci sia da discutere è un altro problema.

Ma all’ abbassamento della qualità della didattica (ammesso che ci sia stato per davvero), non è mai corrisposto un aumento del numero di laureati. Anzi! Che ci sia da cambiare il sistema dell’istruzione è anche un altro problema, ma ci sarebbe da aprire altre questioni che non mi competono.

Insomma, come continua Barack Obama nel suo discorso

“Ragazzi, volete il successo? Dovete studiare!”

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Se sei arrivato alla fine di questa pagina, potresti continuare a leggere altri articoli che mi sono permesso di pubblicare sul tema del lavoro basandomi sulla mia esperienza.

Quale università scegliere per trovare subito lavoro.

Essere un pioniere.

La sfida in provincia.

Crisis Management: un caso studio

Il Crisis management è l’insieme di azioni e attività volte ad affrontare una situazione che sta danneggiando il proprio brand. Può capitare, infatti, che in base ad alcune scelte aziendali, le persone reagiscano in maniera inaspettata. E bisogna gestire la crisi.

Nel 2016 fui testimone di un caso che, allora, divenne un caso di studio. Si tratta del caso Italo. Un caso di studio affrontato da molti professionisti.

L’articolo che trovi di seguito è la riedizione di quanto avevo scritto e ripreso su un vecchio sito, oggi chiuso, che sta piano piano trasmigrando sulla pagina dedicata alla mia attività di social media marketing.

Aggiornamento 18 aprile 2019

Sorte ha voluto che dopo 3 anni dal caso Italo che vi troverete a leggere di seguito, proprio questa settimana esploda il caso INPS per la famiglia.

Se la vicenda vi appassiona, e andata a sovrapporre la storia, gli elementi della crisi si ripetono quasi identici, come 3 anni fa.

INPS riceve troppe domande Il dipendente addetto a rispondere ai cittadini che chiedevano informazioni sia sul reddito di cittadinanza, sia rispetto al percorso da seguire per loggarsi nel sistema, ha sbroccato. Dapprima polemico, ironico e piccato nei confronti delle persone. Poi, spazientito, ha cominciato ad offendere le persone. E la pagina è diventata virale. Insieme ai numerosi screenshot dei commenti.

Anche in questo caso, esattamente come 3 anni fa, in molti hanno dato spiegazioni sul ruolo. Riporto l’autorevole commento di Vera Gheno, che stimo e da cui traggo preziosi spunti. Insieme ai commenti che aprono ad altre sfaccettature.

Crisis management social

Ma i consigli arrivano da più parti proprio sul Crisis management. Ninja Marketing raccoglie una serie di consigli da parte di professionisti molto conosciuti nell’ambiente.

  • Controllare il piano editoriale
  • Agire velocemente rispondendo ai commenti in maniera semplice
  • Non perdere focus sul Tone Of Voice della Pagina e sul carattere del Brand.
  • creare valore

E tanti altri consigli di buon senso e professionalità che è sempre bene ripassare.

INPS per le famiglie e Social media qualchecosa

E fin qui tutto bene ma non benissimo. Però io non sono tanto sicuro che sia solo una mancanza di professionalità, sebbene ci sia anche quella. A me restano comunque e sempre le domande di tre anni fa.

A me, allora come oggi, pare che ci sia (anche) un problema di dirigenza e di organizzazione del lavoro.

A leggere certi giudizi pare che nessuno si sia mai trovato testimone di situazioni simili e tutti abbiamo lavorato, invece, in ambienti di lavoro da film, dove a comandare sia proprio il social media manager o l’addetto ai social. Ma quando mai?

Mi chiedo…

  • Si è sicuri che uno che risponde sui social sia un social media manager?
  • Si è sicuri che a rispondere, spesso, non sia l’ultimo arrivato o il collega mobbizzato e lanciato sul web per punizione?
  • Si è sicuri che in quell’ufficio non ci sia un disgraziato che non può parlare con qualcuno e con cui consigliarsi?
  • Si è sicuri che il disgraziato di turno, possa andare liberamente dal dirigente e spiegare la situazione, ma soprattutto essere capito su quello che sta accadendo?
  • Si è sicuri che quel tono non sia prima di tutto dei dirigenti? Che poi si ripareranno sempre dietro il povero disgraziato che sarà ridicolizzato o spostato, punito, ma messo lì forse anche per caso o perché magari era lì a sviluppare una pagina web “e allora già che navighi su internet, rispondi pure tu.”?
  • Ancora peggio, sicuri che il disgraziato non sia un disonesto che pur di non voler stare lì per obbligo, sbrocca e si fa spostare felicemente?

Un pezzo della mia verità, che la verità non sta mai tutta dalla stessa parte, è che al 90% delle volte, ai capi / direttori / dirigenti (molto bravi a raccogliere i meriti) gli va di culo a trovare brave persone che si formano a proprie spese per tenere un posto di lavoro, che gli piace pure, ma sempre più precario (anche nella pubblica amministrazione).

Ogni tanto qualcuno, troppo giovane o troppo vecchio o troppo inadatto, capita nel posto sbagliato, nel momento sbagliato. Ma tutte queste lezioni forse non le merita, perché, magari, messo al posto giusto quella persona avrebbe lavorato molto meglio. E quel ruolo di social media manager non lo avrebbe mai dovuto ricoprire.

Un problema di sistema e progettazione

15 aprile 2019

L’articolo di seguito parla di vicende di 3 anni fa ed è stato pubblicato su questo blog, senza nessun potere divinatorio, proprio pochi giorni prima la vicenda INPS per la famiglia.

Il caso Italo. Anno 2016.

Si parla di un caso accaduto la domenica del 24 gennaio 2016.

Allora furono molti i professionisti che seguirono la vicenda. Ricordo che quella domenica ci fu un grande scalpore. Soprattutto tra gli addetti ai lavori.

In pratica Italo aveva creato un’offerta per un biglietto scontato per tutti coloro che si recavano al Family Day di quell’anno.

Scoppiò il caso. Quel post uno dei tanti fu assaltato da chi era contro il Family day e riteneva che quello sconto fosse irragionevole. O addirittura che fosse uno sconto “politico” e di parte.

La risposta

Fin qui, quasi tutto normale. Il problema nacque quando, chi gestiva quella pagina, passò al contrattacco. E con tono aggressivo dichiarò che non ci stava a farsi mettere sotto torchio dalle persone.

Diciamo che la risposta non fu affatto professionale. E anche a me parve la risposta di uno stagista costretto a lavorare la domenica.

Il caso accaduto al social media manager di Italo

In quei giorni lessi molte opinioni. Ne stavo scrivendo anch’io, ma più che la mia opinione mi sorsero delle domande che ancora oggi, penso, restano valide.

Le ripropongo. Ma se non ti interessano puoi andare alla fine di questo post e trovare gli articoli che ho reputato più interessanti e che ho ritenuto validi come promemoria.

Pagina facebook aziendale

Prima di tutto un’osservazione

La pagina Facebook di Italo, sebbene avesse, allora, oltre un milione di fans, prima di (quella) domenica non se la filava nessuno. Durante i fatti della domenica, a lamentarsi furono circa 5000 persone, che il lunedì, dopo le scuse dell’azienda, si riaddormentarono come nulla fosse.

La vicenda non intaccò le finanze dell’azienda. E tutti, dopo un primo slancio di boicottaggio, hanno continuato a prendere il treno Italo, in base alla loro convenienza.

Il punto, secondo me, era un altro. Ed è per questo che ci ritorno. La questione non riguarda strettamente la gestione di una pagina social ma riguarda il come e su quale basi organizzative è fondata. Qual è l’organizzazione aziendale? Come funziona l’organizzazione del lavoro nelle aziende complesse?

Organizzazione del lavoro

Nelle aziende complesse, i social media manager che possono contrapporsi e discutere con l’amministratore delegato o con direttore generale sono pochi.

Se nelle scuole si insegna che tra il social media manager e i vertici ci debba essere un telefono rosso e una comunicazione privilegiata, nei fatti il social media manager interno è spesso l’ultimo chiodo della carrozza. Quando non appunto lo stagista. Il collega che gioca su internet.

Sono pienamente convinto che chi sta ai vertici delle aziende dovrebbe fare almeno un corso in social media marketing . Sarebbe necessario perché siano loro per primi a capire cosa significa svolgere questo lavoro. Dovrebbero capire quali sono i vantaggi, le opportunità ed anche i limiti, se fatto in una certa maniera.

Generalmente, se i vertici non hanno una certa elasticità mentale, credono poco ai social.

Il corso gli dovrebbe servire ad aprire gli occhi. Se, in seguito al corso, si continua a non credere al valore dei social, si dovrebbe far chiudere tutti i canali social dell’azienda. Di colpo e senza nessuna spiegazione.

Ma se si tengono aperti, si dovrebbe dare maggiore valore a questi canali.

Non capisco perché mantenere dei canali aperti, impegnando risorse, per poi denigrarli.

Proprietari o consulenti

Insomma, quanto si spiega ai master è vero quando si è il proprietario dell’azienda e si gestisce personalmente l’account aziendale.

Altrimenti i compromessi ma anche i soprusi da parte dei capi sono molto forti.

Chi ha lavorato per un po’ in azienda, lo sa. Da un lato hai gli utenti che ti fanno determinate richieste. Dall’altro lato, la vita aziendale, ti chiede di fare altro.

Quindi io comprendo lo stress della persona che ha scritto quelle cose.

E forse, chi ha mal giudicato il social media manager di allora non si è mai ritrovato tra un amministratore delegato, che detta ordini, e la propria professionalità che invita a non fare quello che gli viene ordinato.

Domenica a lavoro o a riposo?

Il tema del Crisis management è sempre caldo, anche oggi, nel 2019. E le domande dal 2016 ad oggi sono sempre le stesse.

Le persone devono lavorare la domenica? Devono lavorare 24 su 24 ore? I lavoratori hanno dei diritti? Le persone devono lavorare da qualunque luogo? Chi lavora sul web, dal momento che ha una connessione, deve lavorare sempre? Chi lavora sul web ha diritto ad un giorno di riposo?

Certo, oggi si lotta maggiormente per togliere i diritti a chiunque ne abbia uno piuttosto che per conquistarli.

Ma il tema della sostenibilità dei lavori online è un tema che prima o poi dovremo affrontare di petto anche in Italia.

Social media che?

A queste domande si aggiungono quelle più specifiche sul lavoro del social media manager

Chi è il social media manager all’interno della azienda? Come è inquadrato? Su quali rapporti di forza può contare? Quale voce in capitolo ha nell’ azienda? Viene informato di quello che accade? E’ una persona interna che conosce bene l’azienda? O si tratta invece di una figura esterna?

E se si tratta di una agenzia esterna, viene messa nelle condizioni di lavorare al meglio? Come è stata scelta l’agenzia esterna? Per meriti o perché la più costosa? Quali sono i canali con il quale viene informata su ciò che deve comunicare? Riceve comunicati ed ha la possibilità di tradurre dal burocratese al “linguaggio per il web”? Oppure gli viene imposto di copiare e incollare sui vari social?

È preparato in caso di Crisis management?

Il parere dei vertici nei confronti dei social

Chi sta ai vertici delle aziende quale parere ha dei social media? Perché li ha fatti aprire? Perché li tiene aperti? Perché ci crede?

Chi crea la strategia, chiama, parla e discute con chi si occupa dei social? I dirigenti ascoltano veramente e raccolgono i consigli degli operatori sul campo? Riconoscono i meriti di quanti ogni giorno si confrontano con i clienti che giustamente si arrabbiano per le manchevolezze dell’azienda? Chi prepara il piano per organizzare il Crisis management?

Le scuse di Italo

Il lunedì seguente arrivò una risposta dell’azienda Italo molto più misurata e con grande attenzione alle parole. In sintesi una richiesta di scuse. I clienti si calmarono e la pagina tornò a non essere letta, precisamente come prima.

Eppure questa vicenda è stata fra gli esempi più plateali di Crisis Managment mal gestita.

Non è finita qui…

Ci saranno sempre e nuovi casi di epic fail.

Almeno fino a quando non si cambia l’organizzazione del lavoro; fino a quando andare sul web sarà considerato per alcuni una punizione; fino a quando il lavoro sul web non sarà considerato una professionalità vera e forte, importante e strategica.

Forse qualcosa è cambiata su Crisis management. Ma guardando qua e là, forse non così tanto. Forse non come dovrebbe.

La cronologia che vale un Master in Social Media Marketing

Di seguito trovate i links agli articoli e ai pareri dei professionisti sul caso specifico evsul Crisis management.

Allora tutto è partito da questa notizia. Family Day, ci sono degli sconti per andare a Roma con Italo su IL POST.

Subito dopo gli Stati Generali ripresero.ITALO E FAMILY DAY. Se idiozia e imprenditoria maccheronica viaggiano insieme.

Chi fa il socialmediacoso si chiese Italo Treno: veramente credi che boicottare sia la soluzione?

L’influencer Jacopo Paoletti fece un’ attenta analisi su quello che accadde e spiegava Come non comunicare sui social: L’analisi del caso #ITALOTRENO

La rivista Studio che, a guardar bene, si chiedeva La brutta figura di Italo è davvero stata una catastrofe social?

Alla fine arrivò, come sempre, il buon Pier Luca Santoro di Datamediahub.it che, dati alla mano, pubblicava la Italo Social Analysis.

In conclusione, questa vicenda e questi articolo ci lasciano, a distanza di anni, (giusto per restare in tema del mio blog) una sonora lezione che non dovrebbe essere dimenticata.

Assistenza vocale e Privacy

La scorsa settimana ho scritto la mia opinione, a proposito della puntata di Rai Report “Senti chi parla” sugli assistenti vocali, nella quale ho voluto sottolineare la divergenza tra il taglio giornalistico e allarmistico rispetto alla tecnologia in sé.

Oggi, proseguo il mio ragionamento su questo connubio tutto giornalistico, a mio parere, sbagliato (o meglio, non del tutto corretto) tra assistenza vocale e violazione della privacy.

Domande legittime

Le domande e i dubbi che riguardano gli assistenti vocali sono tutti legittimi. E non mi sottraggo dal pormi anch’io tali domande. Però il discorso non può limitarsi ad una caccia alle streghe rispetto ad una tecnologia in divenire.

La nostra privacy viene corrosa quotidianamente da tutto il mondo digitale.

Tanto è vero che, evitando di acquistare uno smartspeaker o disattivando l’assistenza vocale dai nostri dispositivi, la nostra privacy resta comunque in pericolo e i nostri dati continuano ad essere in mano a sconosciuti che ne fanno gli usi più convenienti ai loro interessi.

I nostri dati sul telefonino sono al sicuro? Tutte le nostre conversazioni e i messaggi, email, sms, whatsapp, intimi o no, comunque privati, sono davvero al sicuro? In quali server vengono tenuti? Chi li può leggere? E chi li può analizzare?

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La guerra dei dati

A mio parere il tema è mal posto. Se parliamo di dati sarebbe corretto parlare dell’enorme quantità di dati che ci vengono sottratti in ogni dove e con qualunque mezzo. Gli assistenti vocali , semplicemente, si aggiungono a tutti gli altri dispositivi connessi, ma stanno alla fine della lunga catena.

I dispositivi connessi, in fondo, ci permettono ogni giorno di vivere meglio e di fare più velocemente quello che in passato, o non si faceva, o non si poteva fare.

Rinunciamo, ogni giorno, ad un pezzo di privacy, in cambio di un servizio, che riteniamo essere gratis, ma che appunto paghiamo in questo modo.

Inquietante?

Aldo Grasso, sul Corriere, occupandosi di TV scrive

«Report» e l’inchiesta sul boom dei «maggiordomi digitali»
Il servizio più inquietante del programma di Rai3 (condotto da Sigfrido Ranucci) è stato quello sugli assistenti vocali che eseguono i nostri ordini.

E conclude

I dati raccolti dagli oggetti connessi sono sempre più al centro dell’attenzione e portano con sé tematiche fondamentali: privacy, cyber security e nuovi algoritmi di Intelligenza artificiale per estrarre valore. Insomma, chi utilizza uno smart speaker deve essere consapevole del rischio che corre per la riservatezza dei suoi dati. Ma, come sempre, ci si rassegna.

Rassegnazione o consapevolezza?

Dispiace innanzitutto il finale di rassegnazione. Il discorso è abbastanza vasto e complesso. E semplificare il tutto con la rassegnazione mi pare banale.

Qui non si tratta di rassegnarsi. Semmai si tratta di divulgare cultura digitale, di educare ed educarsi ad un uso consapevole di tutti i dispositivi.

Almeno, io scrivo, ogni settimana, su questo blog da quasi 4 anni, per questo. Non per rassegnarmi o far rassegnare gli altri ad una tecnologia inevitabile.

Non è che smettiamo di sottoporre le persone ad esame per la patente di guida, solo perché certi incidenti sono inevitabili. Anzi. Speriamo che ci siano esami sempre più duri, e automobilisti sempre più consapevoli.

Lo faccio io in questo piccolo blog, dovrebbe farlo un giornale a tiratura nazionale.

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Sempre connessi e costretti?

Dal mio punto di vista io noto una certa diseducazione digitale. Ci è stata data una tecnologia straordinaria. Oggi, il peggior smartphone contiene la tecnologia che ha permesso alla NASA di andare sulla Luna.

Ecco. Dovremmo avere rispetto di questa tecnologia, dovremmo essere consapevoli di cosa stiamo maneggiando.

Dove sta scritto che dobbiamo essere sempre connessi? Chi ha prescritto l’accensione continua di tutti i dispositivi?

Educazione digitale

È proprio grazie alla nostra mancanza di cultura digitale, grazie alla nostra diseducazione e maleducazione digitale che le case di costruzione si permettono di spadroneggiare con le loro imposizioni.

Sopra tutta questa ignoranza sono nati degli imperi. Pensiamo che un dispositivo più costoso sia migliore rispetto ad un altro solo per il suo marchio; senza chiederci quale sia il valore reale dei suoi componenti. per esempio.

Io personalmente non mi rassegno. Possiedo uno smartphone, uso i social ed ho in casa persino il mio assistente vocale. E cerco per quanto possibile di usarli in modo consapevole.

Ugo Mattei: perché non ti fanno più togliere la batteria dallo smartphone.

Dati come petrolio

La questione è chiara da anni. Se c’è stato un tempo in cui si diceva che i dati (i nostri dati) sarebbero stati il nuovo petrolio, oggi le aziende stanno intraprendendo accordi per scambiarsi questi dati.

Semmai se un merito hanno avuto gli assistenti vocali è stato quello di portare alla ribalta il tema. Ma non dobbiamo utilizzare l’argomento per distrarre.

Sulla guerra dei dati e dei dati come petrolio ne ho parlato al WIAD Palermo 2018, che aveva proprio il titolo “Senti chi parla” e nell’articolo in cui ho parlato di Carplay e Android Auto.

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Le conversazioni

Nello specifico, sugli assistenti vocali dovremmo pure fare un passo indietro e capire da dove arriva questa tecnologia. Da quale bisogno sono venuti fuori gli smartspeaker, considerato che gli assistenti vocali esistevano già da prima.

L’aumento delle conversazioni private su applicazioni di messaggistica varie hanno accelerato lo sviluppo dell’assistenza vocale. Siamo noi che ogni giorno, con il nostro consenso, colleghiamo queste applicazioni al microfono del nostro smartphone.

Vite trasparenti

Ho già scritto riguardo le case invisibili, su come, noi stessi, rendiamo le nostre vite trasparenti. Entriamo nelle case di amici, di conoscenti, così come di perfetti sconosciuti, come nulla fosse.

Impariamo a conoscere gusti, abitudini, luoghi e pensieri di altre persone che nella vita reale, altrimenti, non avremmo incontrato mai.

A tal proposito rimando alla lettura dell‘Onlife manifesto, che pur essendo un vecchio documento resta ancora attuale.

Privacy contro servizi?

Sono anni che perdiamo pezzi di privacy. Sono anni che compiliamo form, accettiamo condizioni, consentiamo di collegare telecamere, mail, gallerie di foto a smartphone e applicazioni varie.

Lo abbiamo accettato di buon grado in cambio di servizi. Accettiamo volentieri di essere controllati nei nostri spostamenti pur di non aspettare più alla fermata del bus; o per conoscere meglio il percorso da fare con l’auto.

Chissà cosa abbiamo accettato in tutta la nostra vita. Chissà se le nostre telefonate sono state registrate, messe sotto controllo. Se andassimo a controllare tutte le applicazioni che abbiamo nel nostro smartphone, ci renderemmo conto che, il nostro smartphone, informa il mondo intero delle nostre telefonate, chiamate, spostamenti, fotografie e su tutta la nostra vita.

Vite sotto controllo

Internet è una struttura militare. E in quanto tale è stata sempre sotto controllo. Quanti conoscono Edward Snowden? Quanti si stanno interessando della vicenda di Julian Assange?

Snowden – Trailer italiano.

Voglio eludere il problema? No. Semplicemente voglio dire che il problema è a monte. Mi volete dire che con gli assistenti vocali è più evidente? Forse.

Contro le interfacce vocali

Contro le interfacce vocali ho scritto diverse volte. Qui si fa analisi, non resistenza a favore o contro.

Vogliamo parlare di acquisti incauti, di semplificazione del linguaggio, delle relazioni uomo macchina? Dell’empatia tutta umana che abbiamo nei confronti degli assistenti vocali? Ottimo. Sull’assistenza vocale queste sono le questioni.

Le questioni di privacy sono a monte e riguardano ambiti giuridici e costituzionali. E semmai dobbiamo appurare l’arretratezza e la mancanza di strumenti da parte degli Stati di affrontare al tema.

Ti presentiamo Echo Studio – Altoparlante intelligente con audio Hi-Fi e Alexa di Amazon.

Opportunità per il futuro

Grazie al giornalista Luigi Rancilio, che si è occupato tempo fa dei maggiordomi digitali su Avvenire.it, ho avuto modo di parlare di alcune opportunità. E sull’importanza di occuparsi del tema che riguarda tutti.

Anche qui il titolo non era dei più rassicuranti.

Maggiordomi digitali, un grande Fratello senza Dio.

Risposte di senso

Anche se Luigi Rancilio ha calcato la mano sulla privacy, mi è molto piaciuto come ha concluso il suo articolo.

Visto che pochi setteranno in maniera precisa questi strumenti, chi garantirà le voci ‘minoritarie’ (e tra queste ormai ci sono anche quelle cattoliche) in campo informativo e culturale? E che ne sarà delle domande sulla religione, sulla morale o sulla cultura visto che al momento le risposte attingono a enciclopedie molto generiche? Per capirci, oggi alla domanda: Dio esiste? La risposta di Alexa è: ognuno ha la sua opinione al riguardo. Come dire: risposte sì, ma in alcuni casi più di maniera che di senso vero.

Cioè piuttosto che andare a bruciare i dispositivi, qui dobbiamo dare consapevolezza a cosa ci sta dentro. Prima che il sistema si inquini, come si è inquinato l’internet, possiamo ancora intervenire con i nostri contenuti.

Non è facile, lo sarà presto. Meglio essere pronti.

Commenti

Riporto anche il commento di Luisa Di Martino che ringrazio per il proficuo confronto.

Continuo a cercare di far riflettere chiunque, sempre, che qualsiasi interazione online è come se fosse “sorvegliata” da qualcuno che naviga con te (a prescindere dall’uso dei browser anonimi e per lo meno nelle operazioni svolte dagli utenti medi).
Riscontro sempre stupore, perplessità, timore da parte di chi realizza all’improvviso che del “qualcuno” in questione, a cui concediamo con tanta leggerezza il consenso al trattamento dei dati, non conosciamo fattezze, finalità, intenzioni o potenziali minacce.
Ben vengano gli approfondimenti che sollevano dubbi nell’utente medio, ma come sempre nel mondo del giornalismo è facile guardare il dito e non la luna, demonizzando il singolo aspetto dell’interfaccia vocale “che ci ascolta” e perdendo di vista la questione della costante raccolta e dell’utilizzo dei big data, che è assolutamente più complessa e controversa e che apre non pochi interrogativi.

Per chi vuole contribuire costruttivamente a questo articolo, il blog è aperto ad altre opinioni.

Senti chi parla. La mia opinione

Il 22 marzo, il programma della RAI, Report si è occupata degli smart speaker di Google e di Amazon con un servizio di Cecilia Andrea Bacci.

Sapevo di questo servizio perché la giornalista, in seguito alla citazione su Avvenire, ha trovato il blog e mi ha contattato per parlare, insieme, delle opportunità di questa tecnologia. Purtroppo vivendo nella provincia più lontana e più profonda d’Italia non è stato possibile incontrarsi.

Sono consapevole, inoltre, che probabilmente, nel breve tempo concesso di un intervento televisivo, non avrei aggiunto nulla di nuovo all’intero servizio. Dato anche il taglio su cui non mi trova del tutto d’accordo.

Senti chi parla di Report

Il mio intervento al WIAD 2018 aveva come titolo Senti chi parla.

Report così introduce e sintetizza il servizio.

Entro la fine dell’anno potrebbero essere 260 milioni in tutto il mondo: sono gli smart speaker, agglomerati di microfoni e altoparlanti animati da intelligenza artificiale. Smuovono un mercato da sette miliardi di dollari l’anno e sono in continua crescita. Fanno capolino nell’intimità delle nostre case, nelle nostre auto. Ma rispettano la nostra privacy? Per interagire con loro basta pronunciare la parola chiave e formulare una richiesta. Ma che fine fa la nostra voce? Come e per quali fini vengono conservati i dati che le aziende raccolgono sul nostro conto?

La mia osservazione a caldo

Ho affidato la mia reazione a caldo ai social, come è di moda.

Poi, Luisa Di Martino mi ha chiesto un’osservazione a riguardo. Ed eccomi qua.

Uniscili?

Non voglio adottare un atteggiamento benaltrista. Ossia non voglio eludere un problema sostenendo che ce ne siano altri, più importanti, da affrontare. No. Assolutamente no. Anzi.

Proprio il binomio smart speaker / assistenza vocale, invasività / privacy mi pare che eluda altri problemi, come, per esempio, il livello basico, ad oggi, di questi dispositivi, almeno per quello che fanno; o ancora le opportunità di questa tecnologia.

Si unisce, per esempio, l’assistenza vocale, la tecnologia, con lo smartspeaker, il dispositivo. Quest’ultimo porta l’assistenza vocale all’interno della casa, mentre l’assistenza vocale si trova già anche in altri dispositivi.

Il tema è complesso. Sono 4 anni che mi occupo di assistenza vocale e ogni settimana mi rendo conto che manca una sfumatura a quanto già detto.

La notiziabilità

Ma andiamo con ordine.

Perché quando si parla di assistenza vocale si finisce sempre a parlare di Privacy? Perché anche se vengono elencati i vantaggi alla fine ci deve essere sempre un “ma” o un “però” che nega i vantaggi precedenti?

Credo abbia a che fare con il concetto di notiziabilità.

Evidentemente, i problemi della privacy sono molto più notiziabili degli studi relativi alla relazione uomo macchina.

La privacy

I giornali e relativi giornalisti, infatti, non parlano quasi mai degli assistenti vocali in se. Ma legano l’assistenza vocale ai problemi di privacy.

Come se la privacy fosse un problema che riguardasse solo gli assistenti vocali. E non riguardasse, invece, tutto il mondo digitale. Come se, ad oggi, in casa, non ci fossero dispositivi digitali e comparisse per la prima volta nella storia un PC con webcam in casa.

Gli assistenti vocali invadono la nostra privacy? E’ un dubbio. Un dubbio legittimo. Ma è pure vero che è un dubbio fortemente alimentato dai giornali. Pur non avendo evidenze tecniche a riguardo. Almeno non di più di altri dispositivi connessi.

Le nostre case sono già invisibili. E le nostre vite già pubbliche.

Vi stanno fregando?

Sigfrido Ranucci non usa mezzi termini. Quando azionate un assistente vocale, vi capisca o meno, in quel preciso momento…

Vi stanno fregando. Perché vi stanno studiando. E vengono registrate le nostre voci, le nostre informazioni, e messe in un server. Non si sa dove e a disposizione di chi.

Cosa che si può dire di ogni preciso momento in cui prendiamo uno smartphone e schiacciamo un pulsante, facciamo una chiamata o inviamo un messaggio.

Inoltre, forse, non sappiamo e non vogliamo sapere a chi diamo i nostri dati se scarichiamo ed usiamo l’ultima app meteo. Ma se usiamo Amazon Echo i dati vengono inviati ad Amazon, se usiamo un Google Home i server saranno quelli di Alphabet Google. Alla prima affidiamo le nostre carte di credito, per i nostri sempre più numerosi acquisti; alla seconda affidiamo tutte le nostre ricerche e dubbi.

Apple Homepod

In questo contesto, Apple ha gioco facile con il suo slogan.

Quello che accade sul tuo iPhone resta sul tuo iPhone

Forse detto, anche, da chi possiede un iPhone. Peccato che lo slogan appaia come il racconto della volpe che non riesce ad arrivare all’uva.

Apple, appunto, pur essendo stata l’azienda più innovativa in fatto di assistenza vocale, la prima a lanciare l’assistente vocale Siri, oggi è rimasta in dietro.

Apple, in questo momento, si trova all’inseguimento dei concorrenti. E pur avendo costruito il proprio smart speaker Apple Homepod non ha trovato uno spazio di mercato che la facesse primeggiare.

L’assistente vocale ti sente ma non ti ascolta

E’ vero. Lo smart speaker ti sente ma non ti ascolta. Perché è necessario che si attivi quando la persona dice la parola di attivazione. Diciamo che è in continuo standby.

Per ascolto, invece, in questo caso, intendiamo l’invio della voce al cloud.

Come detto nel servizio, in futuro lo smart speaker dovrebbe anche riconoscere le voci con il riconoscimento biometrico. Lo fanno già alcune banche. Non è impossibile.

Assistenza vocale e pubblicità

Siamo nel mondo della sperimentazione e tutto è sperimentale. Ogni conversazione, ogni comando è un esperimento. Riesce sempre? No. Per cui dobbiamo stare a guardare con attenzione.

I colossi della tecnologia hanno investito tanto ed hanno voluto lanciare gli smartspeaker per recuperare subito un po’ di quanto investito. Ma anche per iniziare ad istruire linguisticamente l’assistenza vocale è necessario lanciarlo con poca istruzione. Infatti, migliora con l’esercizio.

Sicuro è che c’è ancora molta strada da fare. E siamo solo all’inizio.

Interazione uomo macchina

Il pezzo, a mio parere, più interessante di tutto il servizio è l’intervista al professore Paolo Gallina dell’Università di Trieste.

Questo è un tema che ritengo importante. Addirittura centrale.

La percezione dell’oggetto, la relazione che instauriamo con l’oggetto. Il lavoro di empatia in cui sono impegnati i costruttori e i progettisti.

Tutte le reazioni psicologiche che l’essere umano ha nei confronti della macchina. E nello specifico della macchina parlante.

L’etica di un assistente vocale

Non certo trascurabile poi l’Etica degli assistenti vocali di cui ho parlato molto anche sul blog.

Anche qui ci sarebbe da parlare per ore e scrivere libri sul tema.

GDPR

Peccato che, invece, si torni nuovamente a parlare di Privacy e di come, la periferia del mondo di oggi, l’Europa, si stia occupando degli assistenti vocali e delle tecnologie digitali in generale.

Il GDPR a cui fa riferimento il segretario generale per l’autority della privacy, senza nominarlo, stabilisce che l’utente deve essere informato. E solo in mancanza di questa informazione si incorre in sanzioni.

Dunque una legge pericolosa per chi magari dimentica di farti flaggare un box, ma che non risolve affatto il problema.

La domotica

Altro capitolo è la domotica. Anche qui, ci sarebbe da fare altre puntate a riguardo.

Interessante l’esperienza dell’olandese che costruisce uno strumento per assordare lo smart speaker.

Il paradosso è che il maker olandese può creare con tale facilità e con strumenti a basso costo il suo dispositivo salva-privacy, proprio grazie alla tecnologia che sta dietro all’assistenza vocale che combatte.

Consapevolezza

Ormai lo ripeto in ogni dove. E forse diventerò davvero noioso. Ma quello che ho sempre detto è di avere consapevolezza.

Lo sottolinea anche lo sviluppatore del servizio, Karmann.

L’importante è che decida tu cosa farne della tua Privacy.

Avendo consapevolezza i pericoli e i rischi diminuiscono. E con questo blog, chissà, magari, qualche lettore sarà più attento.

Il finale

Il finale riassuntivo continua ad instillare dubbi. Ma ormai sarà chiaro a tutti. Le ricerche di spionaggio sanitario, lo studio del DNA da parte delle case farmaceutiche, l’invito a inviare il tuo DNA a laboratori che poi ti raccontano che sei mezzo irlandese, un quarto indiano e un’altro quarto mongolo, non sono ricerche spinte dall’assistenza vocale.

E’ tutto un complotto? Qui apriamo altri capitoli che lascio a ciascuno di voi esplicare. Se vi trovate a leggere questa mia opinione, state davvero sbagliando qualcosa.

I commenti social al servizio

Vi invito, infine, a leggere e a seguire i commenti che le persone comuni scrivono sotto il post di Facebook, che qui vi riporto.

Si ritrovano due schieramenti, certamente non risolutivi. Che mi convincono maggiormente della necessità di questo blog e del lungo lavoro che ho da fare. Con fatica ma con equal entusiasmo, io ci sono.