Comunità di studenti

Prendo spunto dalla recente chiusura di un gruppo Facebook che riuniva una comunità di studenti universitari di un corso di Architettura dell’informazione. Al suo interno si ritrovavano tutti gli studenti del corso e il docente dava comunicazioni varie sulle lezioni e sui progetti, articoli, spunti da approfondire.

La motivazione principale della chiusura, in breve, è stata che al suo interno non c’era, da tempo, alcun dialogo. L’unico ad alimentare il gruppo era appunto il docente, fondatore e amministratore del gruppo, che periodicamente proponeva link e spunti di interesse.

A questi link sarebbero dovuti seguire commenti e osservazioni. Che però non arrivavano.

Gruppi di dialogo o discariche di link?

Un gruppo nasce per dialogare e se questo dialogo non esiste è meglio chiudere questo spazio che diventa appunto un contenitore di link “inutili” e ulteriore perdita di tempo per chi li produce o soltanto li cerca per condividerli.

Devo ammettere che la chiusura del gruppo mi è dispiaciuta. Al suo interno io trovavo link sul metodo di lavoro dedicati appunto a studenti, per rinfrescare le basi, così come per scoprire temi su cui avevo ed ho lacune.

Nello stesso tempo trovavo quasi ovvio che non ci sarebbe mai stato alcun commento su quel gruppo. Quale studente, quale studente medio, aprirebbe, su un gruppo Facebook, una discussione con il proprio docente? O ancora peggio, sotto l’occhio del proprio professore. Chi aprirebbe un dibattito pubblico da cui potrebbe dipendere l’esito del proprio esame?

Certo, si tratterebbe di chiacchierare con il professore e questo sarebbe molto bello, quasi un privilegio. Ma immagino che chi, più estroverso, frequenta il corso, queste opportunità le colga in presenza, frequentando il corso, appunto, facendosi vedere dal docente durante gli orari di ricevimento, o durante i seminari consigliati in aula.

Architettura di Facebook per il flame

Facebook mi sembra poi un terreno pericoloso per discussioni di questo genere. E forse lo stesso appare agli studenti. Forse nessun studente si sognerebbe di intervenire con un commento che potrebbe inficiare il proprio voto, se non addirittura l’esame.

Perché, un po’ tutti, sappiamo che l’architettura dell’informazione di Facebook permette molto facilmente la nascita di flame, di messaggi ostili, di “risse virtuali”, nate molto spesso da stupide incomprensioni, da messaggi non del tutto esaustivi, se non addirittura dalla mancata modulazione di un tono di voce (scritto) che risulta aggressivo, anche quando non lo è davvero.

Definizione di flame secondo Wikipedia.

Il flaming è l’espressione di uno stato di aggressività mentre si interagisce con altri utenti di internet. La rete aumenta la possibilità di fraintendimenti nella comunicazione tra le persone rispetto alle situazioni faccia a faccia, ma incrementa enormemente anche la possibilità di inserirsi in nuove situazioni ed ambienti, in cui ogni utente tende a ritagliarsi un proprio spazio.
Frequentando una chat o un forum, nel tempo l’attaccamento dell’utente al proprio spazio diviene sempre maggiore; spesso l’utente cerca di intensificare la propria presenza nell’ambiente, postando più messaggi (in un forum) o chattando per ore (in una chat room). Ne consegue che per alcuni individui il fatto stesso di trovarsi in quel luogo diventa un vero e proprio bisogno. Quando un altro utente o una situazione particolare mette in discussione lo status acquisito dall’utente, questo si sente minacciato personalmente.
La reazione è aggressiva, e a seconda dei casi l’utente decide di abbandonare lo spazio definitivamente (qualora abbia uno spazio alternativo dove poter andare), oppure attua il flaming (qualora ritenga necessario rimanere nel “suo territorio” dove si è faticosamente creato uno status).

Gruppi sonnolenti

Se dunque gli studenti di un corso di laurea hanno paura di esporsi, tanto più questa paura pervade i professionisti.

Altri gruppi, infatti, seppure numerosi e con un pubblico altamente qualificato, restano silenziosi e sonnolenti per lunghi periodi. Solo i fondatori si permettono di attivare, ogni tanto, qualche conversazione, su temi di estrema sicurezza, a cui partecipano uno sparuto gruppo di persone che la pensano grosso modo alla stessa maniera. Ma soprattutto su temi che non inficiano la professionalità di nessuno.

Tutti gli altri, generalmente, restano a guardare o ad ascoltare, ben consapevoli che chi ha osato unirsi alla conversazione (con leggerezza) non ha avuto scampo. La fine delle conversazioni, infatti, è stata spesso determinata da interventi più o meno bruschi, di chi aveva più argomenti.

Peccato che insieme al singolo si sono zittiti decine di persone.

C’è bisogno di una comunità di studenti?

Ma esiste una comunità di studenti? Oppure ognuno combatte la propria guerra personale? Sicuro che esiste una comunità, in mezzo o attraverso le centinaia di professionisti presenti. Esiste nella strada e nei vari incontri dal vivo? Sicuramente manca, a mio parere, nell’online.

Sempre che ci sia bisogno di un gruppo online dove dialogare. Gli studenti o i professionisti, sentono davvero il bisogno di riunirsi per parlare? C’è davvero una comunità, non dico una comunità di pratica che già esiste, o spazi che offrano link, informazioni e dati, ma di una comunità di dialogo online.

Parlo di comunità di confronto, di uno spazio dove elencare idee per una comunità, ma anche dove cercare di mettere insieme pareri contrastanti, ma comunque di crescita. Dove esprimere dubbi, paure, incomprensioni. Forse un gruppo che è meno di una comunità di pratica e un po’ più di una comunità di condivisione.

Alla ricerca di confronto

Personalmente, da quando sono più stanziale nella profonda provincia ed ho accettato la sfida di fare architettura dell’informazione in provincia, sono più alla ricerca di un confronto con gli altri che di informazioni.

Mi pare che la differenza tra la città e la provincia, infatti, sia, oggi, (almeno in parte) questa. Nelle città c’è maggiore possibilità di confronto con gli altri ed anche le semplici chiacchierate possono diventare motivo di arricchimento.

Nella provincia i dibattiti volgono verso la sopravvivenza. E i momenti di crescita sono molto più rari.

Il blog mi spinge a studiare, a ricercare informazioni, ad arricchire l’archivio di conoscenze. Da questo punto di vista l’Internet è una risorsa infinita. Ma resto nella mia bolla. Il momento di meraviglia è raro e faticoso da trovare.

E sebbene il blog ha un discreto successo resta comunque un pulpito dove il confronto magari avviene su quale registratore acquistare, ma non sugli altri temi di cui mi occupo.

Gruppo per liberare i pensieri

Mi piacerebbe dunque partecipare o essere parte di un gruppo dove ciascuno fosse libero di parlare e di sbagliare liberamente e dove tutti potrebbero dare il loro contributo.

Un gruppo dove nessuno si dovrebbe sentire escluso, dove nessuno abbia il timore di essere bocciato come studente, come professionista o, peggio ancora, come persona.

E se nascessero dubbi, domande scomode, osservazioni strambe, queste dovrebbero essere del gruppo.

Capisco che poi le dinamiche del gruppo si possono risolvere in modo del tutto originale e inaspettato. Ma questo non dovrebbe impedire di provarci.

La mia idea di gruppo Facebook per una comunità di studenti

Di questo gruppo dovrebbero far parte tutti coloro che si sentono esclusi dalla torre d’avorio, chi non si è mai sentito tanto preparato per poter intervenire. Ciascuno dovrebbe potersi esprimere mettendo in luce i propri pensieri.

I dubbi, le osservazioni, le conclusioni che non troverebbero risposta nel gruppo, dovrebbero essere poi sottoposti ai docenti o agli esperti o a chiunque ne sa più di tutti messi insieme, per essere sciolti e/o risolti. Perché comunque non si tratterebbe di un gruppo a perdere o al ribasso.

Sarebbe bello poter porre tutte le domande che ci ronzano nella testa, elencandole, organizzandole e poi trovare con chi parlarne.

Il blog come spazio a disposizione

Il blog si offre come portavoce ed è qui disponibile ad accogliere e organizzare, per futura memoria, le domande e le risposte. E si impegna a trovare risposta tra i professionisti, i docenti che vorranno rispondere, in Italia così come all’estero.

Che ne dite? Che ne pensate? Come la vedete?

Si può partire da ovunque voi vogliate. Se c’è già, esiste, vi chiedo di segnalare spazi di questo genere. Altrimenti si può partire da questo gruppo già esistente per un primo incontro per tutti.

Ma magari sarebbe meglio creare (partendo dai commenti a questo post) un nuovo gruppo dedicato allo scopo. Oppure scrivere liberamente in questo documento drive . Fatemi sapere, sul serio.

Domande dei lettori

Un anonimo scrive

Buona sera 

Dove si trovano delle comunità dove tutto è di tutti, dove puoi veramente apprendere delle basi su cui puoi vivere serenamente in un ambiente sano, sogno da una vita ( nel vero senso della parola) la comunità che hai descritto nei blog.

La domanda è, dove si trovano?

Forse è solo un sogno, mio, come tuo o di altri. Ma se è un sogno comune, la mia contro domanda è: perché non provarci? Cosa ci vuole? Cosa vogliamo che sia?

Ma anche no

Anche no, potreste dire. Che, in fondo, di gruppi ce ne sono già abbastanza. Anche troppi per il numero reale di interessati. Che bastano i gruppi già esistenti. Del chi se ne frega se uno non si vuole esporre.

Potreste aggiungere che sbaglia chi, approfittando della frammentazione territoriale e professionale, invece di coalizzarsi diluisce, di fatto, il dialogo creando il proprio “gruppo personale”. Sbaglia chi suo malgrado, volendo diffondere maggiormente, di fatto, toglie energie ai gruppi che sono venuti prima.

Forse la mia è solo una sensazione sbagliata che deriva dalla lontananza fisica. Forse questo confronto ridotto all’osso online c’è vivo nei meet up o negli UX Book delle città e chi lo vuole se lo cerca. In fondo, basta incontrarsi una volta ogni anno.

Magari non c’è dialogo perché nessuno è interessato a parlare online e questo bisogno non è un bisogno della comunità ma del singolo che se lo risolve a proprio modo.

Se così fosse ne prendo atto. Potrebbe essere che questa proposta arrivi troppo presto, troppo tardi, che non raccolga alcun bisogno se non quello mio personale.

Io qui avvio il dialogo, oggi come ogni lunedì.

Voi che dite? Ripeto. Fatemi sapere!

Tutti vogliono diventare UX Designer?

Sull’Internet pare che siano tutti esperti di UX. E c’è chi si lamenta di chi si auto definisce esperto di User eXperience.

Di questi articoli non condivido il tono, né l’ironia. A me pare che, anche quando si voglia alleggerire il tema, tra le righe si legge solo una rabbia contro chi, più o meno consapevolmente, cerca di farsi strada in un mondo del lavoro sempre più a pezzi e sempre più malsano.

Io guardo con affetto chi si approccia (giovane e meno giovane) al mondo dell’UX. Anche perché mi chiedo, ma davvero tutti vogliono diventare esperti di UX?

Un mondo del lavoro pessimo

Viviamo in una società complessa. Il mondo del lavoro è pessimo. Non è una novità. In un momento storico, come quello che stiamo vivendo, di Crisi, nel senso di spaccatura profonda e cambio radicale della realtà, dove è facilissimo perdere il proprio posto di lavoro e dove i consumi vanno al ribasso, si cerca tutti di inventarsi qualcosa.

L’User Experience è il rifugio di una parte di questi lavoratori, soprattutto di quelli con formazione umanistica. L’User experience porta con sé una tale generalizzazione che può stare bene con tutto.

Come ho già scritto, User experience è tra le parole magiche che stanno tra il cambio di paradigma e la fuffa. E sta tutto qui il problema. Che è problema che va al di là dell’User experience (o che si porta dentro, come fosse il lato oscuro della Forza); è il problema di chi professa una professione senza conoscere davvero di cosa si tratta o di tutti coloro che si autodefiniscono esperti di UX.

Farsi capire

Chi pratica le professioni del web sa bene che il problema è farsi capire. Far capire a chi decide, agli imprenditori, alle pubbliche amministrazioni e ai dirigenti vari, cosa fa e che tipo di lavoro è l’User experience designer. Se fosse vero che tutti, o quanto meno tanti, sono esperti di UX ci sarebbe da essere felici. Perché più persone ne parlano più persone saprebbero di che si tratta.

L’Italia ha bisogno di User Experience designers, come di architetti dell’informazione, come di divulgatori di cultura digitale ed evangelisti del web. Se c’è un problema è quello di farsi capire da una massa critica di pubblico che dovrebbe dare lavoro a tutti, bravi e meno bravi, vecchi e giovani. Perché ce n’è di bisogno.

È palese l’ignoranza sul tema. Basta leggere alcuni elenchi delle posizioni aperte in aziende alla ricerca di UX designer. Quasi nulla è basato sul lavoro reale di questi professionisti. Le aziende cercano dipendenti che facciano gli imprenditori al loro posto, cercano persone esperte in arti divinatorie, grafici tutto fare con competenze che vanno dall’editoria al videomaker passando per un po’ di programmazione, che non fa male. Creativi che portino l’azienda sulla bocca di tutti a budget zero; persino senza il loro regolare stipendio.

I giovani di oggi

I giovani si prendono un pezzo del mio mercato. Non mi pare che sia una novità. I giovani, e tutti coloro che si fanno avanti, hanno sempre dato fastidio. Si fanno avanti prendendo parte del lavoro a pochi soldi, per fare gavetta. Si appropriano di qualche titolo lavorativo che non gli appartiene nella speranza di farsi notare da qualcuno. A volte sono odiosi.

(Non sono giovane ma immagino che anche questo blog dia fastidio.)

Può darsi. Ma, in fondo, non credo che questo sia una colpa da addossare ai giovani che, invece, spesso si sentono oppressi da tutta questa competizione.

Dal laboratorio di RCF con Pietro Del Soldà

Qualcuno, forse, pecca di arroganza. Forse. Ma se si presenteranno arroganti e non potranno permetterselo, prenderanno le loro batoste sui denti e sul muso. Non mancherà certo chi ironizzerà a tal proposito. E non saranno in tanti a fargli lo sconto o ad offrire premi all’arroganza. Questo, poi, vale per tutti.

Impareranno o dovranno imparare con umiltà e dedizione che devono studiare e lavorare duramente.

Tanto più che i giovani sanno, più di chi è avanti con l’età, che anche studiando e lavorando duramente, forse, non raggiungeranno mai un lavoro decente.

A loro dobbiamo dedicare tutta la nostra fiducia.

Scagli la prima pietra chi non ha mai sbagliato

Sarà pure vero che facendosi un giro su Linkedin tanti si appiccicano addosso un titolo lavorativo “UX quache cosa” dopo un master più o meno preconfezionato. O dopo qualche lezione o workshop.

Però, personalmente, non conosco la storia di queste persone, di questi ragazzi e ragazze, più o meno respinte dal mondo del lavoro. Chissà che esperienze professionali hanno alle spalle!? Laureati? Bibliotecari? Magazzinieri di qualche centro commerciale? Che ne sappiamo?

Magari quel workshop di poche ore ha aperto un mondo, ha dato contezza di un titolo che vogliono perseguire. E magari tornando a casa, con tutto l’entusiasmo del mondo, se lo scrivono bello in chiaro su Linkedin e sul CV. Che ne so?

Senza blasoni

Ed anche quando si fosse seguito un master cotto e mangiato, perché, chi partecipa, non dovrebbe scrivere quel titolo professionale che gli è stato affibbiato? Come se alla fine del proprio percorso di laurea, solo perché l’Università che si è seguita non è nella top ten delle Università nazionali, allora, non si dovrebbe scrivere sul CV che si è laureati!?

La maggior parte del territorio italiano è provincia. Non tutti hanno le possibilità di andare nelle università blasonate, non tutti hanno le capacità di farsi strada a gran velocità in questo mondo sempre più complesso. E non tutti si possono permettere master costosi. Non tutti incontrano maestri degni di questo nome.

Quello che si potrebbe fare è quello di consigliare un master sull’architettura dell’informazione di cui ci si fida perché i docenti sono di alto livello. Magari indicare i corsi di scuole professionali e aziendali che validano i docenti e quel che dicono.

Jorge Arango come esempio

Ci vuole umiltà. Ci vuole cultura. Spesso la base di partenza non è delle migliori. L’Italia è messa male. Personalmente invito a studiare, per quel che vale il mio consiglio.

Quando ho incontrato Jorge Arango a Roma, ho avuto modo di scambiare quattro chiacchierare con lui. Lui così giovane eppure già così bravo da scrivere l’aggiornamento della bibbia dell’architettura dell’informazione con Peter Morville.

Lui mi parlò della sua voglia di dire la sua. Di farsi avanti e lasciare il proprio “poke” sulla bacheca del mondo.

Non è un desiderio legittimo che tutti possiamo avere? A lui è andata bene. Ad altri, forse, meno bravi, meno brillanti, meno formati, meno talentuosi, andrà male. E allora?

Non ti senti un esperto? Condividi comunque.

Personalmente condivido il pensiero di Sara Wachter-Boettcher che consiglia anzi che, se non ti senti un esperto, condividi comunque, fai sentire la tua voce rivolgendoti non a chi già sa, ma a chi non conosce questa disciplina o questo metodo di lavoro.

Non c’è una quantità magica di esperienza che ti renderà improvvisamente degno di condividere le tue idee con il mondo.

Chiunque tenti di farti sentire diversamente è probabile che abbia un interesse acquisito nel mantenere lo status quo – vale a dire, più degli stessi gruppi sovra rappresentati sui nostri palchi e scaffali, e sui nostri meetup e tavoli da conferenza.

Sai, le stesse voci che ci hanno portato dove siamo oggi: un’industria legata al razzismo e al sessismo e tristemente impreparata a risolvere gli enormi problemi etici che ha creato.

Abbiamo un disperato bisogno di più voci e voci diverse, se vogliamo che questo settore cambi, e quelle idee potrebbero essere assolutamente tue.

A favore dei giovani

Personalmente mi pongo sempre a favore dei giovani e di chi ci prova (a qualunque età). Perché su questi temi i giovani, spesso, sono soli. Si ritrovano ad essere pionieri in zone e territori dell’Italia dove oggettivamente è difficile farsi strada. E guarda caso, sono proprio i luoghi dove le strade di collegamento non esistono.

Le famiglie di appartenenza non hanno una cultura digitale adeguata a consigliarli. Le famiglie “cacciano” i soldi (e tanti) per un master di cui neppure comprendono il titolo. Figurarsi se hanno gli strumenti per andare a giudicare insegnanti e contenuti.

Accompagnare e monitorare

Allora, invece, di ironizzare, io sono convinto che bisogna accompagnare. Senza presunzione, magari correggendo alcuni insegnamenti sbagliati, contribuendo con indicazioni, facendo notare che ci sono percorsi più onesti, più corretti, meno ciarlieri. Sperando di imboccare strade davvero più corrette di altre.

Che magari definirsi esperto è un po’ troppo. Ma che ad un certo punto si diventerà competenti e non si avrà bisogno di scriverlo da nessuna parte. Le esperienze porteranno a maggiori conoscenze e coscienza, la pratica darà sicurezza e abilità su specifiche della disciplina.

Esperti di UX

La verità è che, nonostante l’apparente miriade di persone che si autodefiniscono “esperto UX”, questo ambito del web, anche nel più roseo dei futuri possibili, resterà esclusiva di una piccola parte di professionisti. Questi si, incompresi da una moltitudine di persone reali.

La verità è che, per quanto le nostre bolle ci facciano vedere esperti UX (e Social media manager) ovunque, nel mondo reale non se ne incontrano tanti.

Gli UX designer sono professionisti che hanno l’ambizione di guidare o, quanto meno, indirizzare il cambiamento e l’innovazione. E per quanto predichino la partecipazione e l’inclusività, alla fine, solo pochi, a cui tutta la comunità dovrebbe essere grata nei secoli, praticano la radical collaboration sul serio.

Ed allora, invece di puntare all’esclusività della professione, che è già così complessa di per se, invece di ambire all’esclusione di chi cerca di farsi strada, io credo che dovremmo pensare alla costruzione di comunità di pratica. Invitare a partecipare ai gruppi di conversazione. Volersi bene tra di noi. Imparando e, come mi disse un tempo qualcuno, aiutandosi tra persone per bene. E crescere insieme.

Che magari può nascere qualcosa di veramente interessante. Io sarei interessato. E tu?

Architettura dell’informazione come intelligenza disciplinare

L’idea dell’intelligenza disciplinare

di Howar Gardner,

presente nel bel libro,

che vi consiglio di leggere

dal titolo

Cinque chiavi per il futuro

mi ha davvero coinvolto.

In questo libro,

a mio parere,

si incrociano molte idee e pensieri cari all’architettura dell’informazione.

I cambiamenti a cui il mondo è soggetto oggi,

richiedono anche nuovi modi di pensare e di affrontare il quotidiano.

Howard Gardner, in questo saggio, spiega quali sono (o meglio, quali sarebbero a suo parere) le abilità necessarie per affrontare il futuro. Riconosce cinque forme di intelligenza utili da qui ai prossimi decenni.

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Le 5 intelligenze del futuro

  • Intelligenza disciplinare
  • Intelligenza sintetica
  • intelligenza creativa
  • Intelligenza rispettosa
  • intelligenza etica

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Intelligenza disciplinare

Tra le intelligenze esposte l’intelligenza disciplinare mi ha colpito più delle altre.

Infatti, per intelligenza disciplinare si intende

la modalità conoscitiva che caratterizza una particolare disciplina, un certo mestiere o una data professione. Numerosi studi hanno confermato che occorrono fino a dieci anni per padroneggiare una disciplina. Chi non ha al suo arco almeno una disciplina è inevitabilmente destinato a ballare la musica di altri.

E continua

Conoscere bene una disciplina permette di comprendere quanto sia complesso arrivarci, che livello di perseveranza sia necessaria e quale sia il processo per acquisire delle competenze. In un mondo di corsi di un week end questa intelligenza certamente scarseggia vistosamente e pericolosamente.

Materia VS Disciplina

Howard si chiede.

Come mai sono tanti gli studenti che, malgrado gli sforzi più motivati, restano intrappolati in un modo di pensare erroneo o inadeguato?

Howard si da come risposta la mancata comprensione da parte di insegnanti e studenti, come della stragrande maggioranza della popolazione, della distinzione tra materia e disciplina.

Cos’è una materia

Secondo Gardner gli studenti, con l’imposizione degli insegnanti, individuano il loro compito principale nel mandare a memoria una grande quantità di date, cifre, formule, nomi, biografie, articoli di legge, definizioni varie a seconda del loro ambito di studio. Insomma, nell’arco di una carriera scolastica si acquisiscono enormi quantità di dati. Dati che senza un adeguato pensiero disciplinare restano abbastanza sterili.

Le discipline, infatti, rappresentano qualcosa di diverso.

Cos’è una disciplina

La disciplina è un modo di guardare il mondo. In base alla propria disciplina di appartenenza si procede alla ricostruzione di un mondo passato, oppure si procede alla ricerca e alla scoperte di cause ed effetti; così come ci si può avventurare alla scoperta di significati profondi.

La disciplina può fare e fa grande uso dell’immaginazione educata a mettere in relazione i dati.

Teoria delle pedagogie

La teoria delle pedagogie dimostra che, nella vita, studio e professione sono cose molto diverse.

Gardner invita gli studenti a concepire le informazioni che apprendono non come uno scalino propedeutico per avanzare di grado, ma come mezzo per accrescere la propria professione.

Nel libro si accusa il sistema scolastico di dare troppa importanza ai dati e al riconoscimento che viene dato al grado di conoscenza di questi dati. Cosa che, per esempio, non accadeva con le professioni tradizionali e con i mestieri.

La tessitura di un tappeto, così come il taglio della carne, o l’arte dell’ebanista, richiede la conoscenza di una disciplina. E semmai, l’apprezzamento di questi mestieri sta nel trovare chi conosce i segreti della disciplina.

Come acquisire il pensiero disciplinare

Howard consiglia, dunque, di adeguarsi ad una disciplina per formare e forgiare la propria mente. Ed offre un elenco di cose da fare. In estrema sintesi.

  • Identificare argomenti e concetti realmente rilevanti all’interno della disciplina.
  • Dedicare un tempo ragguardevole ad ogni argomento.
  • Avvicinarsi all’argomento in modi diversi.
  • Organizzare “dimostrazioni di comprensione della materia” e offrire agli studenti ampie opportunità di esibire ciò che hanno acquisito in una molteplicità di contesti.

Quindi esercitarsi e allenare la mente a diventare una mente disciplinare.

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L’esempio di Rubinstein

Arthur Rubinstein plays Rachmaninov.

Gardner racconta un aneddoto riguardo al pianista Arthur Rubinstein.

Nel 1932, il pianista iniziò un periodo di assenza dai concerti che durò alcuni anni. Ebbe a scrivere che prima di quel periodo aveva tirato a campare. Suonava contando sulla propria memoria, sul proprio talento, ma non per questo suonava perfettamente, o almeno non perfettamente quanto lui desiderava.

Se per un giorno non mi esercito, me ne accorgo solo io. Se non mi esercito per due giorni, se ne accorge l’orchestra. Se non mi esercito per tre giorni, se ne accorge tutto il mondo!

E così proseguì un periodo di studio ed esercizio che gli permise, in seguito, di presentarsi in pubblico fino agli 80 anni superati.

Insomma, Rubinstein, secondo Gardner ha coninugato in sé quello che si definisce disciplina.

Padronanza di un’arte e capacità di rinnovare quell’arte per mezzo di una regolare applicazione nel tempo.

Arthur Rubinstein – Beethoven – Piano Concerto No.4

Architettura dell’informazione come intelligenza disciplinare

L’architettura dell’informazione dunque potrebbe (dovrebbe?) essere intesa come una intelligenza disciplinare per comprendere il mondo. Per me è così, lo è stato all’inizio e lo adesso.

Io non so se sono un buon architetto dell’informazione ma l’architettura dell’informazione mi ha aperto gli occhi verso una visione del mondo più profonda. Fin dai tempi universitari ero affascinato dalle strutture insite nella comunicazione.

Penso che l’architettura dell’informazione permetta di guardare avanti e in profondità, di mettere in primo piano la progettazione in qualunque tempo. Che sia la progettazione di un chatbot, di un sito web, o di un workshop.

Non è tutto

Ma non basta. Non basta una mente disciplinare, non basta una sola disciplina, non basta l’architettura dell’informazione, per affrontare il mondo. Ci mancherebbe.

La creazione di ecosistemi, le relazioni tra elementi e la costruzione di significato, così come l’analisi dei contesti dove poi si vanno a posizionare i nostri prodotti, sono, a mio parere, solo un buon inizio.

Io ci credo e spero che anche altri ci credano e facciano comunità intorno a questo pensiero.

Conclusioni

Ed è proprio un appello alla collaborazione, quella di Gardner all’essere umano.

Forse i membri della specie umana non saranno abbastanza previdenti per sopravvivere, o forse si dovranno profilare minacce molto più immediate alla nostra sopravvivenza perché l’uomo infine si decida a far causa comune con tutti i suoi simili.
La sopravvivenza e la prospettiva della nostra specie dipenderanno in ogni caso da quanto sapremo coltivare le potenzialità che distintamente le appartengono.

100 libri che un UX Designer dovrebbe leggere (in inglese)

Questo articolo sarà in continuo aggiornamento così come è in aggiornamento la pagina sui libri di architettura dell’informazione consigliati dai blogger amici. L’obiettivo è quello di arrivare a 100 libri che tutti dovremmo leggere.

I fondamentali

Di seguito i 10 libri fondamentali (o ritenuti tali).

The Elements of User Experience: User-Centered Design for the Web and Beyond

UX for Beginners: 100 Short Lessons to Get You Started

Killer UX Design

The Practitioner’s Guide to User Experience Design

The Joy of UX: User Experience and Interactive Design for Developers

Adventures in Experience Design: Activities for Beginners

The Tao of User Experience

Smashing UX Design: Foundations for Designing Online User Experiences

Undercover User Experience Design

Encyclopedia of Human Computer Interaction

E il tuo libro fondamentale?

Qual è il tuo libro fondamentale?

Aggiornamenti

Il mio impegno, che vale per tutti gli articoli che scrivo, è quello di aggiornare periodicamente questo articolo per raggiungere i 100 libri che un UX Designer dovrebbe leggere. Se avete suggerimenti o volete aggiungere i vostri libri consigliati, i commenti sono aperti e ben accetti.