Come procede il mio blog ai tempi del Coronavirus

Come procede il mio blog di questi tempi? In queste ore, in tanti si stanno chiedendo cosa fare. E me lo sono chiesto anch’Io. Scrivere, non scrivere, continuare a pubblicare come nulla fosse. L’ho chiesto ai miei lettori su facebook e in tanti dicono di aprire, di trovare il modo per distrarre i propri lettori dal tema onnipresente del coronavirus.

Ma sebbene gli inviti a liberare tutto siano forti, la mia personale risposta è stata quella di fermarsi, di attendere un attimo, di fare mente locale. Si, anch’io continuo ad ascoltare chi sta liberando i propri contenuti, ma non è che mi entusiasmano come prima. Non penso di acquistare servizi da queste persone.

E dunque se prima io stesso non apprezzo questi contenuti, perché io stesso dovrei produrli?

Lo so che le persone continueranno ad acquistare assistenti vocali, anzi, certamente. Il blog sta riacquistando lettori sui miei vecchi articoli.

Al momento, mi sto dedicando al mio Osservatorio Coronavirus, ma come già detto è una serie di appunti che spero di poter sviluppare anche su altri progetti.

Ma quando per andare a fare la spesa ti devi bardare come se stessi andando dentro un reattore nucleare. E quando rientri ti devi disinfettare come se ci fossi entrato davvero… come si può affermare che andrà tutto bene?

Tutti la stessa domanda, tutti la stessa risposta

C’è chi invita a continuare a scrivere come nulla fosse, per permettere a chi legge e studia di avere altri contenuti diversi dal tema Coronavirus. C’è chi invita a studiare e ad intensificare lo studio proprio in questo periodo. per superare la concorrenza.

C’è chi regala corsi, chi fa prezzi stracciati e sconti di ogni genere. Per la comunità.

Altri si sono lanciati nelle analisi numeriche del contagio ed essendo tema diverso dal marketing, non vedo più la loro lucidità di pensiero.

Ognuno reagisce a modo suo. Ma se già noi stessi abbiamo il dubbio e ci chiediamo cosa fare, probabilmente è il momento di non pubblicare.

Parola di guru

Accadeva già prima dell’era Coronavirus. Qualche guru lanciava, una frase, un’idea, e tutti gli altri a replicare quell’idea a raffica.

Oggi il mantra è che devi aprire tutto, devi regalare corsi, studiare per essere migliore e produrre contenuti come se non ci fosse un domani. Che appunto forse non ci sarà.

Due scelte

O starsene a casa a guardare qualche serie in abbonamento NETFLIX o Amazon Prime video.

Oppure formarsi. Dunque leggere nuovi libri, seguire un corso online ed altro.

E questo dovrebbe farci riprendere il controllo della nostra vita o della nostra situazione finanziaria.

Ovviamente per essere avanti alla concorrenza che in questo momento sta oziando.

Ora, io non so a quale categoria si appartenga. Ma oltre al fatto che si possono fare entrambe le scelte, non vedo perché giudicare gli uni e gli altri, per delle reazioni emotive che sono incontrollabili.

Ricette preconfezionate

Ovviamente tutti hanno ricette facili, pronte e gratuite. Speciali guide, kit di sopravvivenza, linee guida generali, per questo periodo di quarantena e per dopo, che tanto si ritorna alla normalità. Senza dimenticare tutto l’essenziale per ripartire.

Tutti un po’ coach e insegnanti di coaching, psicologi che ti spiegano passo passo, quasi senza pensare, a come risollevare la tua economia. Le domande da porsi, gli scenari belli e pronti che dovrai affrontare, le azioni che dovrai fare nel mondo che verrà, come e su cosa devi spendere.

Insomma i segreti che devi sapere tu e che il guru, insieme ai suo adepti, ripetono a migliaia di persone. Il tutto per aprire flussi di reddito che non si capisce da dove arriveranno, se l’economia reale crolla.

Video motivazionali

Diciamo che il miglior esempio di ottimismo e motivazione lo raggiunge Cairo Editore. Non uno qualunque, non un ragazzo che si deve fare strada. Ma un personaggio pubblico, uno degli imprenditori più importanti d’Italia, proprietario di La7 e del Corriere della Sera.

La casa in diretta

Mentre un bell’esempio di realtà ce lo propone, in maniera ironica, Giovanni Scifoni.

Un minimo di realismo

Il vizio a mio parere sta tutto nel fatto di pensare che si tornerà alla normalità, che tutto sarà come prima. Si può continuare a fare tutto pensando che si tratti solo di una pausa, lunga e forzata. E quello che accadrà sarà solo un copia e incolla di quello che è stato.

Chi mi conosce sa che sono un ottimista per scelta. Cioè ho scelto di vedere il bello del futuro sulla realtà, o meglio su quello di cui ho il controllo.

Sulla questione Coronavirus, invece, non riesco ad essere ottimista, nel breve termine. A lungo termine è ovvio che, nei tempi già dati dagli scienziati, si troverà un vaccino e un farmaco che sconfigga il virus. Ma nel breve dobbiamo fare i conti con la realtà.

Sopravvivenza

Prima di tutto se vivremo o sopravviveremo sarà solo un caso.

Per quanto si possa restare a casa il più a lungo possibile, prima o poi, si deve uscire. E basta incontrare il primo asintomatico, con livello intellettivo al di sotto della media, senza mascherina o che ama la tua stessa marca di biscotti, per essere contagiato. Insomma il caso stabilisce che ti sei trovato nel posto sbagliato, al momento sbagliato.

Lutti

Ma poi la cosa che ci colpirà maggiormente è il lutto. Pensavo che il lutto avrebbe segnato maggiormente le coscienze. La vista delle bare aveva creato disagio in molti.

Ci sono già e ci saranno lutti che colpiranno in maniera profonda la nostra Nazione. Ne vivremo, per forza di cose alcuni sulla nostra pelle. Che sia un familiare, un amico, un conoscente, un vicino di casa.

Ci aspetta un periodo doloroso, in cui non ci sarà l’entusiasmo o la serenità nelle nostre famiglie, né italiane, Nè di altri Stati.

Stiamo vivendo una terza guerra mondiale. Molto diversa da come ce l’aspettavamo, ma è una guerra.

Ma alla riapertura molte persone stanno facendo tutto quello che non avevano mai fatto in vita loro. Favorendo, più o meno consapevolmente, la diffusione del virus.

Crisi economica inimmaginabile

C’è una crisi economica che incombe. Ci sono conflitti sociali che stanno sobbollendo. Ci sono contraddizioni che stanno esplodendo.

Qui non si tratta di un terremoto in un piccolo paese, un comune o una provincia o una regione. Qui è l’intera Nazione, l’intera Europa che soccombe economicamente.

Tra l’altro neppure siamo stati in grado di gestire terremoti come l’Aquila, dove per esempio, ancora non è stato fatto nulla, dove ancora le persone vivono nei capanni, figurarsi se riusciremo a risollevare l’economia Nazionale.

Ed anche a risollevare le misere sorti, le concessioni dello Stato sono fatte a forza di debiti. Se non ora, se non quest’anno, ma tra due, tre anni, sempre che si ritorni davvero come prima, questi debiti si dovranno pagare.

Nulla sarà come prima

Avremo da studiare nuove forme di socialità, nuove giurisprudenze, nuovi metodi di collaborazione, nuovi modi di insegnare e di apprendere. E non cis sarà nulla di preconfezionato, nulla di come ce lo immaginiamo.

Questa situazione durerà anni. L’ho già scritto e detto. A questo virus, ne seguiranno altri. E anche se non ci raggiungeranno, come non ci hanno raggiunto altri virus, peggiori di questo, come l’Ebola in Africa, domani avremo una sensibilità molto diversa.

Almeno in teoria. Da quello che si sta vedendo nelle settimane di agosto la tendenza della popolazione è quella di ritornare al vecchio status quo di prima.

Comunità

Mi aspetto che le comunità finalmente riprendano il loro ruolo.

Spero davvero che i miei vecchi articoli

Vengano smentiti per essere ripresi, rivisti e corretti. Almeno in meglio.

Adattamento e abitudine

Ci adatteremo, certo.

Il potere delle abitudini ci permetterà di stare ancora a questo mondo.

Ritorneremo a fare alcune cose come prima. Ma altre non le faremo più o le faremo in modo completamente diverso.

Torneremo a scrivere, a lavorare, forse.

Molto dipenderà da come la società risponderà. Se le istituzioni riusciranno a tenere calmi gli animi di chi calmo non riesce a stare.

L’uomo si è adattato pure ai lager, figurarsi se non ci adatteremo al nostro divano, al nostro lavoro da casa.

Quale presente?

Personalmente non riesco a far finta di nulla oggi, io non me la sento. Voglio vivere, voglio stare in salute, non voglio contagiare i miei genitori perché sono andato a fare la spesa nel momento sbagliato.

Voglio sentire gli amici, le persone che mi fanno sentire bene. Voglio riallacciare relazioni che avevo allentato.

Questo voglio fare oggi. Del domani non c’è certezza.

Scrivere oggi è un abitudine, una valvola di sfogo personale.

Quale futuro?

Andrà tutto bene è una frase da dire ai bambini. Con i più piccoli si deve scherzare ed essere ottimisti.

A noi professionisti ed intellettuali spetta pensare a quale futuro ci attende in maniera seria e composta.

A noi spetta di essere visionari, analizzare questo tempo e avanzare proposte di buon senso e di prospettive innovative per un tempo futuro che non sappiamo come affrontare.

Perché, probabilmente tutto quello che abbiamo imparato fino a poco tempo fa, tutto quello che abbiamo fatto fino a pochi giorni fa, non sarà utile nel mondo di domani.

Cultura digitale nella provincia.

La cultura digitale nella provincia italiana

Ossia come essere digitali nel 2020.

La cultura digitale è ancora poco diffusa. Purtroppo, è un vero peccato. C’è un livello generale di analfabetismo digitale altissimo. E cosa ancor più grave alla maggioranza delle aziende non interessa.

Eppure la conoscenza è ormai diffusa, a portata di mano di tutti. Tanto è vero che è possibile trovare delle straordinarie eccezioni dappertutto. Professionisti dall’alto grado di formazione che dalla provincia vanno nelle grandi città del nord a lavorare.

Cultura digitale al tempo del coronavirus

Nel mio osservatorio coronavirus, ho per esempio parlato di come molte scuole, molti insegnanti non sono in grado di mettere su una didattica digitale degna di questo nome.

Il tanto nominato smart working, il lavoro da casa, il tele lavoro, trova forti resistenze da parte dei dirigenti, così da parte dei capi ufficio che vogliono vedere i propri dipendenti alla scrivania, come se quello fosse il metro di produttività di una persona.

Insomma, il Covid 19 ha messo in luce una grossa falla del sistema. Nello stesso tempo, a causa del lungo periodo di domiciliazione del lavoro, si è comunque costretti ad avere al peggio una infarinatura.

L’Italia e la sua provincia hanno tutti i mezzi per essere proiettati nel futuro, Vedremo se riusciamo ad apprendere la lezione.

Il ritardo delle aziende

Le relazioni sono importanti. Lo sono tanto più se si esce dalla città e si arriva in provincia. E sempre più importanti diventano scendendo nella parte meridionale d’Italia.

Attenzione, per certi versi, per la qualità della vita, a mio parere, il meridione italiano è il paradiso. Grazie alle relazioni si vive meglio di dove queste relazioni sono rigide e mettono da parte pure il buon senso.

Purtroppo le aziende meridionali virtuose sono e restano davvero poche. Le aziende, anche le più attive e promettenti, portano con se un ritardo digitale notevole. Un ritardo tecnologico visibile. La loro mentalità è ancora legata all’analogico. I loro modelli di vendita sono antiquati e le loro sofferenze lo dimostrano.

C’è da dire anche che le risorse delle aziende piccole, medie e grandi, nel tempo, sono state investite in altro. In questi ultimi anni hanno dovuto affrontare sfide notevoli. Prime fra tutte, in tempo di crisi, la sopravvivenza. E si sa, quando devi sopravvivere, non pensi a lungo termine.

Fatti il sito

Con l’avvento di internet è stato detto alle aziende: Fatti il sito! E loro lo hanno fatto, ci hanno investito tempo e denaro. Peccato che hanno pensato che costruire un sito web fosse qualcosa di separato dalla loro azienda e non qualcosa di funzionale e complementare.

20 anni, 10 anni fa, hanno chiamato e pagato uno sviluppatore che ha messo su il sito e glielo ha consegnato. Da parte loro, hanno fatto il meglio. Hanno svolto il loro lavoro, mettendoci anche conoscenze di grafica, quindi facendo anche più del loro dovere.

Personalmente ho visto anche dei buoni lavori. Indagando un po’ ho scoperto che generalmente si tratta di siti web chiavi in mano, costruiti da sviluppatori che non hanno consigliato nessuna strategia sul lungo periodo. Probabilmente non era loro compito, ma il loro lavoro mordi e fuggi, ha inquinato e inquina il mercato.

In questi lunghi anni, infatti, i siti web non hanno funzionato, o meglio non hanno portato risultati, così come nessun guadagno, nessun contatto, nulla.

Siti web vulnerabili

Ma per molti va anche peggio.

Dal momento che sono vecchi e senza nessun aggiornamento sono vulnerabili ad attacchi hacker. Si trovano pagine blog colme di attacchi fishing; non in regola con le più semplici direttive legislative (alcune aziende, per esempio, con un grande giro d’affari rischiano multe anche notevoli).

Quindi, i siti web dimenticati, potrebbero potenzialmente essere fonte di grandi perdite economiche, senza che il proprietario imprenditore sappia di avere un sito online.

Insomma, più stanno sul web in questo modo, più sono a rischio.

Cultura digitale in provincia

Il sito web, insomma, è stata una spesa inutile, fatta perché tutti, a suo tempo, l’avevano fatto. Negli anni nessuno ha pensato a chiedere una consulenza strategica, nessuno ha messo in pratica una certa progettualità. Nessuno ha fatto caso che il mondo stava cambiando, così il modo di vendere e di acquistare da parte dei consumatori. Nessuno ha notato che reale e virtuale si andavano sempre più mescolando diventando un’unica cosa.

Così i siti web sono stati lasciati a marcire nei meandri del web.

Eppure, stranamente, tutti continuano a pagare il server, continuano a perdere (anche pochi) soldi, su qualcosa di inutilizzato e su qualcosa che porterà, stando così le cose, sempre meno risultati.

Le aziende non vogliono investire soldi per i servizi digitali. Spendono volentieri i loro soldi nelle infrastrutture, anche giustamente, attrezzature e strutture edili, elementi che sono visibili e portano soddisfazione.

Ma tutto ciò che riguarda la conoscenza, la grafica e il tempo, insomma il digitale, lo si vuole gratis.

Non viene riconosciuto il valore del digitale. E chi lo riconosce affida a figli e nipoti il lavoro che dovrebbe andare ai professionisti.

Smontare le credenze

Distruggere le credenze è difficile.

Se qualcuno pensa che la propria economia dipenda dai contatti fisici, dalle relazioni che è riuscito ad instaurare nel tempo e negli anni, difficilmente crederà che il sito web gli possa essere utile.

Attenzione nessuno discute che le relazioni siano il sale, pane e companatico del commercio.

Eppure, anche se non si tratta di un e-commerce, il sito web è un biglietto da visita. E il biglietto da visita che gli imprenditori, anche più retrogradi, presentano ai loro rappresentanti non è certo quello che hanno ereditato dai nonni, ingiallito dal tempo.

Forse che alle fiere, alle conferenze, agli incontri commerciali si presentano con abiti usurati e vecchi e snobbano di presentarsi bene, con abiti nuovi?

Insomma, tenuto presente che il virtuale è reale qual è il modo in cui si presentano sul web e dunque sul reale?

Come sei presente sul web?

Nessuno, davvero nessuno si chiede il perché queste loro azioni digitali non hanno funzionato? Eppure si tratta di imprenditori che dovrebbero avere una visione a lungo termine. Lavorano, alcuni, sui mercati della grande distribuzione, come a livello internazionale, si confrontano nelle fiere con altri addetti ai lavori.

Nessuno si propone di pensare a come potrebbe funzionare la loro attività web?

Non avere una presenza online nel 2020 è impensabile. Ma avere una presenza online vecchia di un decennio è un delitto.

Il problema, infatti, oggi, non è tanto essere sul web o non esserci, ma soprattutto è “come esserci“.

In altre parole, se è assodato che è bene avere un sito web, questo sito web deve essere aggiornato, deve rispettare le leggi e le regole del nuovo mercato. Il web cambia ogni giorno e ogni sito è un essere vivente che va curato quotidianamente o almeno periodicamente.

Dunque, ogg,i abbiamo un web che costa alle aziende, poco ma costa; non contempla nessun ritorno e i proprietari si ritrovano sfiduciati nelle attività digitali e non vogliono investire. La loro esperienza negativa è difficile da smontare.

Agitarsi è inutile

Ancora peggio, sono quelli che si danno da fare senza una strategia o un progetto. Ossia quelli che dedicano tempo e risorse all’attività online ma senza ottenere risultati. Si agitano, cercando di fare rumore ma nessuno li sente.

Ovviamente fanno rumore senza un senso, senza una progettualità, appunto. Vanno a caso, non costruiscono, non hanno una meta.

Spesso hanno delle Ferrari in mano, ma sono fermi e non vanno da nessuna parte.

Affidarsi ad un guru è peggio

In questa situazione è molto più facile credere a maghi e guru del momento. Si sa che nel momento del bisogno siamo più fragili e crediamo più ad un santone che ci promette il miracolo, piuttosto che ad un medico che ci dice che la guarigione sarà lenta e faticosa.

Meglio credere ai miracoli, ai trucchetti, alle soluzioni facili e immediate.

Il percorso è lento

La verità è, invece, che si tratta di un percorso lento i cui risultati non sono immediati. Ci vuole tempo e ci vuole soprattutto tanto lavoro.

L’attività digitale non può essere una attività di emergenza e di salvezza di una azienda.

Gli strumenti visibili sono gratis, ciascuno ne può prendere in mano il controllo. Ma ci vuole il tempo, la conoscenza dello strumento, del dispositivo, lo studio, la sperimentazione.

Non esistono i miracoli. Ma ci vogliono solo tre cose: lavorare, lavorare, lavorare.

Incontriamoci

I problemi che si possono incontrare sono diversi, e diverse sono le soluzioni da applicare.

Si può pensare ad una consulenza una tantum per allineare la rotta. Oppure a qualcosa di più continuo.

La consulenza costa. Il lavoro si paga. Non è una novità.

I costi personali

Ma oltre ai soldi, che certamente ci vogliono, ci sono i costi vivi.

Costa la fatica di cambiare e di essere giudicati.

Qualunque sia il risultato del nostro lavoro, quel lavoro è sempre nostro ed è considerato sempre bello a prescindere. Per cui il primo prezzo da pagare è quello di essere pronti a sopportare il giudizio e la critica da parte di uno sconosciuto. E poi ammettere che certe cose devono cambiare.

Costa la condivisione. Se da un lato un consulente delinea una rotta, dall’altro lato l’azienda deve condividere e insegnare al consulente il suo lavoro. Un consulente tuttologo non esiste e se dice di esserlo c’è da dubitarne.

E, infine, ci sono i costi di tempo.

Tempo prezioso, perché non si tratta di una semplice chiacchierata. Sono in ballo molte cose importanti ed è necessario scambiarsi una grande mole di informazioni.

Insomma, ci vuole cultura digitale in provincia.

Chi è pronto alla sfida?

È comprensibile dunque che a conti fatti, senza nessuna garanzia di successo, la maggior parte delle persone, dei professionisti e delle aziende si tira indietro.

La vera sfida, però, in questo panorama è quello di poter essere i primi ancora oggi. Nonostante l’abissale ritardo nei confronti del mondo, si può essere primi rispetto ai propri diretti concorrenti sul territorio. Pionieri di una prateria da conquistare.

Vedremo chi è pronto a raccogliere la sfida. Vedremo chi ha avrà la cultura digitale in provincia.

Il futuro della cultura digitale

Quando leggerete questo articolo chissà cosa sarà successo. Il coronavirus cambia il contesto che viviamo quotidianamente.

La nuova e inaspettata emergenza ha modificato dalle radici il nostro modo di vivere.

Tra le tante cose, limitando la libertà di movimento delle persone. Internet e le nostre tecnologie ci stanno supportando nel lavoro, nello studio. Capiamo cosa significa telelavoro; parole come smart working, termine fino a poco tempo fa sconosciuto, sono diventate di uso quotidiano; video conferenze e altri strumenti di relazione digitale poche settimane fa erano l’eccezione, oggi sono la regola.

Potrebbe essere una grande opportunità per gli architetti dell’informazione, se non vanno verso l”estinzione.

Le scuole avrebbero bisogno, nell’immediato ma anche nel futuro, di organizzare delle moderne intranet e magari le aziende avranno bisogno di applicazioni specifiche per i propri dipendenti che lavorano a distanza.

Cultura digitale in provincia ai tempi del Covid

Ma gli effetti in provincia arrivano sempre con lentezza. Le novità così come le crisi.

Le misure di prevenzione vengono prese dalle istituzioni presenti sul territorio ma ancora non tutti prendono sul serio il virus. La costruzione di una tenda pre-triage davanti l’ospedale diventa occasione di incontro e occasione per farsi una foto tutti abbracciati, come se si fosse ad una scampagnata tra amici.

Mentre pochi insegnanti si sono attrezzati fin da subito, nel proporre video conferenze, nell’inviare slide, suggerire esercizi e qualcuno ha avviato nuove pratiche di didattica online. Altri hanno interrotto di netto le loro attività e iniziato, adesso, in netto ritardo, attività di formazione su come funzionano piattaforme dove caricare le loro lezioni. Cosa che non si fa in un paio di giorni, se cominci da zero.

Speriamo che presto gli insegnanti anche i più virtuosi riprendano in mano la situazione. Sono a disposizione per eventuali consigli, consulenze o richieste di aiuto.

Dal punto di vista economico il digitale ha subito una brusca frenata. Gli e-commerce funzionano molto meno. Le persone preferiscono acquistare, nell’immediato, i prodotti dal negozio sotto casa. Sono stati svuotati, infatti, i supermercati e non i magazzini Amazon.

Le librerie hanno registrato un ulteriore calo delle vendite.

Difficile fare previsioni. Personalmente penso che questa nuova fase durerà per altri 20 anni. Il mondo, anche risolvendo la questione COVID-19, non sarà mai più lo stesso.

Un mare di opportunità senza risorse

In tanti, tra i miei colleghi, si sono lanciati nella creazione di webinar, lezioni, corsi gratuiti. E questo è bello per la creazione di una comunità.

Farsi conoscere adesso potrebbe essere il modo per raccogliere domani. Certo.

Il problema è che domani non ci saranno le risorse. Molte aziende si sveglieranno, alla fine di questa catastrofe, in un incubo. Penso alle aziende che lavorano con le scuole, a tutti i ristoranti, i bed &breakfast, hotels. Anche se le aziende non hanno licenziato, in tanti non hanno assunto nuove persone. Migliaia di posti di lavori stagionali sono andati perduti.

Ci sarà tutto da costruire e ricostruire. Opportunità appunto. Ma dopo aver superato le crisi precedenti, dopo essere sopravvissuti al Coronavirus, ci saranno ancora risorse per aggiornare un sito web? Per far nascere altre aziende, giovani, moderne? Forse si. Me lo auguro, lo auguro a tutta l’Italia, a tutta l’Europa.

Ma è una speranza.

Smartworking. In tempi di covid. E dopo?

Si fa presto a parlare di SMARTWORKING.

Io lavoro da quasi un paio d’anni da casa. È davvero una gran bella cosa. Ti alzi ai tuoi orari, prendi appuntamenti come e quando vuoi. Anche se il cliente ha delle esigenze particolari ti organizzi. Vuole l’incontro skype alle 6 del mattino, la sera vai a letto presto. Preferisce l’incontro la sera dopo cena, l’indomani mattina ti alzi un po’ più tardi.Anche quando lavoravo in ufficio, io ho sempre lavorato per obiettivi. Purtroppo questo modo, nella pubblica amministrazione è visto male. Nel senso che nella pubblica amministrazione devi garantire la presenza.

Infatti, i fannulloni sono considerati gli assenteisti. Se stai in ufficio a fare sudoku tutto il giorno, senza mai sbrigare una carta, sei più produttivo di quello che si fa tutto il suo lavoro e poi si va a fare la spesa.Così come in ufficio non puoi essere più veloce dei colleghi, perché finisce che ti caricano del tuo e del lavoro di quelli più lenti o che fanno finta di essere più lenti.lavorare da casa invece significa lavorare per obiettivi.

Dunque per me mentalmente non è cambiato nulla. E la sensazione di libertà è eccezionale. in questi giorni un po’ tristi, tutti parlano di smartworking.

E tanti sono a lavoro da casa. E questo è bellissimo, anche perché adesso in tanti comprendono che appunto si può lavorare da casa. E ci si può organizzare e lavorare bene anche in famiglia. Subito mi sono chiesto. Come sarà per chi si sta abituando a questa nuova modalità ritornare dietro ad una scrivania?

Detto questo, proseguendo nella diffusione dello Smartworking, le linee telefoniche si stanno intasando. E qui nascono i primi problemi. Sempre che il tuo dirigente si sia convinto a non starti attaccato al collo, le infrastrutture casalinghe non reggono il carico.

Per cui, o sei una azienda, una scuola, un professionista che è già pronto a questo tipo di lavoro, oppure sei fregato.Ho già visto tentativi di lezioni online fallite, uso di strumenti gratuiti che con questa massa di traffico, falliscono anche quando funzionavano perfettamente.

Linee che cadono di brutto, mentre si lavora.

Insomma, si fa presto a dire Smartworking. Siamo un Paese di una cultura digitale un po’ retrograda. Se ci sarà un futuro, sarà il caso di cominciare a lavorarci. Sul serio.

Osservatorio Coronavirus – Società e Comunicazione

Apro questa pagina Osservatorio Coronavirus Società e comunicazione per elencare pensieri e notizie che reputo di interesse personale e collettivo.

Ammetto che ero in dubbio se pubblicare o meno questa pagina e di occuparmi di coronavirus. Ma davvero i mutamenti della nostra società sono talmente veloci e profondi che è impossibile restare indifferenti.

Se dunque ho deciso di scrivere anch’io sul tema è soprattutto per esorcizzare la paura e la preoccupazione che ho per i miei genitori,

Magari ponendomi e ponendo più domande che certezze. Scrivo di seguito appunti che mi piacerebbe sviluppare nel tempo, se anche in futuro sarà possibile, riflettendo pubblicamente, insieme ai miei lettori che se vorranno contribuire sul tema saranno i benvenuti.

Avvertenze

Questa pagina è una pagina di riflessioni ed opinioni personali.

Per avere una panoramica su Notizie, statistiche ed informazioni su Malattia da coronavirus (COVID-19) Google ha aggregato tutto su una pagina.

Se stai cercando informazioni sul Covid 19 ti invito vivamente a rivolgerti alle fonti ufficiali.

Che cos’è il nuovo coronavirus – Ministero della Salutewww.salute.gov.it › dettaglioFaqNuovoCoronavirus dove trovi Che cos’è il nuovo coronavirus. Indice. Data ultima verifica: 16 ottobre 2020. Virus e malattia; Modalità di trasmissione. Virus e malattia (Mostra risposte) …

Società e comunicazione nel 2020

Data la velocità degli eventi questa pagina sarà aggiornata periodicamente. È possibile trovare anche qualche ripetizione. Una revisione totale sarà fatta a fine emergenza. Speriamo che passi presto e in bocca al lupo a tutti!

20 novembre 2020

Riflettevo sul fresco profumo di Libertà.

A quanto è bello sapere di essere liberi. Quanto è bello pensare a qualcosa è uscire di casa in piena libertà.

Se questo virus continua a diffondersi, in fondo, è perché ci sono ampie sacche di Libertà che negli anni la nostra società, per quanto corrotta, si è conquistata.

Oggi la gente guarda alla restrizioni. Eppure io guardo invece a conquiste di civiltà che stiamo riprendendo dal passato.

I negozi chiusi la domenica sono un segno di civiltà e di democrazia. Tranne pochi casi, i centri commerciali aperti, spacciati come comodità per le persone che lavorano tutta la settimana, sono centri di sfruttamento e schiavismo. Pochi sono i commessi pagati il doppio perché lavorano durante un festivo.

E chi lavora tutta la settimana e non ha il tempo di un paio d’ore per andare a fare la spesa, per cui gli resta solo la domenica per fare tutto quello che non ha fatto durante la settimana, a me pare che non sta vivendo una bella situazione. Dovrebbe rinunciare a qualcosa, uscire da lavoro un po’ prima e recuperare un po’ di tempo per se stessi.

Basti pensare che, anche se non si è credenti, persino Dio dopo sei giorni di lavoro, si è riposato. Vi sentite più forti di un Dio?

3 novembre 2020

Buone pratiche

Il virus ormai è ritornato alla grande. Siamo in piena seconda ondata.

Mi chiedo, stiamo raccogliendo tutte le buone pratiche?

Si dice che l’Italia ha fatto bene, gli italiani sono stati bravi, molto più di altri Paesi.

Ma sono stati fatti degli errori, quasi tutti perdonati, in nome di una emergenza che non si sapeva come gestire. Ma si è preso nota? Si sta studiando pensando a quale fosse stata la cosa giusta da fare?

Il virus non andrà via a breve, dovremo convivere con Il covid 19 ancora per molto tempo. In questi anni futuri, potrebbero crearsi e svilupparsi nuovi virus, nuove pandemie. Siamo pronti? Sappiamo cosa fare? Sapremo come comportarci?

28 ottobre 2020

Mondo del lavoro

Tra le tante verità che stanno esplodendo in faccia a tutti è quella del mondo del lavoro. Un paese fondato sul lavoro precario. Contratti a progetto e a tempo determinato nel migliore dei casi.

Giovani speranzosi di vivere il sogno Milanese in una grande multinazionale, in tutti questi anni, è stato sostenuto, nel tempo, dalle famiglie di origine, tra sacrifici immani. Per amore dei propri figli le famiglie hanno sperato di dare un futuro ai propri figli. Purtroppo, oggi si scopre che di quel sogno resta la gloria. Gloria che si fa presto a dimenticare quando non si riesce a pagare le bollette.

Città, Provincie e Regioni si sono sostenute grazie alla forza lavoro migliore, giovane e istruita. Mentre in Provincia la crisi non è stata mai superata, le città hanno fagocitato soldi e risorse.

Il gioco si è rotto. Ciascuno sta facendo ritorno alle proprie case.

Articolo 36 della costituzione

“il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

La storia di Valentina, 28enne siciliana laureata in comunicazione e marketing

Una storia tratta dall’articolo L’odissea di chi cerca lavoro nella Milano del Covid. de Il fattoquotidiano.it

L’incarico sparito e il Ccnl incostituzionale – L’ultimo colloquio di Valentina, 28enne siciliana laureata in comunicazione e marketing, senza lavoro da marzo quando ha perso il suo stage a 650 euro mensili, sembra uscire da un film dell’assurdo.

“Appena riesci mandaci i tuoi documenti così da mandarti il contratto”, le scrive un’agenzia interinale di Milano convocandola per il giorno successivo nella sede di una multinazionale. “Vestita di nero maglioncino/camicia, pantalone elegante nero, scarpa nera (non da ginnastica)” è l’outfit consigliato. “Capelli in ordine, trucco sobrio”. Nemmeno due ore dopo la retromarcia: “Il cliente ci ha revocato l’incarico”. Per “rimediare” le viene proposta una collaborazione occasionale: la svendita di un noto marchio di moda in via Savona. Contratto intermittente di 15 giorni. Significa che in astratto potrebbe lavorarne anche soltanto due. Settore di lavoro e Ccnl? “Servizi ausiliari fiduciari”. È lo stesso della security e dei servizi di sicurezza. Con mansioni che vanno dall’accoglienza alla movimentazione delle merci in magazzino.

“Uno dei peggiori dal punto di vista retributivo”, dice al fattoquotidiano.it l’avvocato Lorenzo Venini, giuslavorista dello studio legale Diritti e Lavoro di Milano che segue in cause e vertenze numerosi sindacati e lavoratori di Lombardia ed Emilia-Romagna. “Il Tribunale di Torino“, nella causa intentata da un addetto, “lo ha dichiarato incostituzionale perché prevedeva delle retribuzioni troppo basse”. Ledendo l’articolo 36 della Costituzione in base al quale “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

Due storie semplici

Ragazza, giornalista, impiegata in una redazione del nord, in pieno lockdown, ha vissuto mesi di solitudine estrema. Solitudine spezzata solo dal suono delle sirene della ambulanze. Un trauma.

Dalla Francia, un uomo intorno ai 50 anni, emigrato da anni in Francia, è fuggito, letteralmente. Ha chiesto un letto ad un cugino ed è disposto a qualunque soluzione pur di non ritornare da solo.

Questa pandemia ha colpito duro nell’animo delle persone. Questi due esempi che ho conosciuto direttamente, hanno deciso di ritornare alle proprie origini. Mai più.

Il sogno è diventato un incubo. Qualcosa si è rotto. Tutto quello che fino a qualche mese fa (gennaio febbraio 2020) era figo, ora è una tragedia. Era figo uscire tardi dall’ufficio? Ora si vuole restare a casa! Era figo l’aperitivo? Vietato o desolante.

Alla ricerca di un nuovo mondo

Il mondo è cambiato. Tutto ciò che vuole ritornare all’era pre-covid è destinato a fallire.

Tensione sociale

Siamo in piena seconda ondata da Covid 19. E il ritorno ad un nuovo lockdown spinge qualcuno a soffiare sulla rabbia e sulle tensioni sociali.

Chi prevarrà?

Virus clinicamente morto a luglio 2020

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Il fatto che non moriva nessuno evidentemente non significava e non significa che il virus non fosse in circolazione.

9 marzo 2020

Sono passate appena alcune settimane dall’esplosione del primo caso, ma è come se fossero passati mesi. E siamo già tutti stanchi. Ogni giorno i giornali ci bombardano di parole che spingono a paure ed ansie. E non si sa cosa fare esattamente, se non stare in casa.

Il distanziamento sociale non è sostenibile

Il mondo, la nostra attuale società, per come lo conosciamo, per come lo abbiamo creato e mantenuto, non è sostenibile economicamente se dobbiamo mantenere il distanziamento sociale.

Un ristorante, una pizzeria, un bar, così come un aereo, un treno, un metro o un bus sono sostenibili se vengono riempiti.

Un ristorante che aveva 100 coperti, non aveva il tutto esaurito tutti i giorni tutte le settimane. Magari era vuoto tutta la settimana e il sabato con i suoi 100 posti recuperava il vuoto della settimana.

Se ai tempi del Coronavirus non potrà avere più di 50 posti, quando e come recupererà il vuoto settimanale?

Lo stesso vale per aerei e treni che hanno un costo coperto dal pienone. O i centri commerciali, dove gli elevatissimi costi dell’affitto sono compensanti dall’alto numero di visitatori.

Autonomi e impiegati sulla stessa barca

Nel tempo di lockdown la classe impiegatizia si sta godendo la vacanza e i tempi più dilatati dello smartworking.

Ma credo che persino loro dovrebbero essere preoccuparsi se gli autonomi o i commercianti, insomma il popolo delle partite IVA stia bene economicamente.

Gli stipendi e le pensioni sono pagati grazie alle tasse che commercianti, artigiani e partite IVA, appunto, pagano ogni anno.

Considerato che un 30% degli esercenti non riaprirà, perché il mercato di riferimento è morto o sta per morire, o la propria attività era troppo giovane per resistere all’impatto; e considerato che chi resisterà non è detto che riuscirà a pagare tutto nell’immediato, è probabile che, ad un certo punto, lo Stato non riesca più a pagare pensione e stipendi.

Accadrà, se non ci saranno interventi straordinari, quasi sicuramente per i Comuni che basavano la loro economia sulla tassa di soggiorno. Questi sono già falliti. E con loro i loro impiegati. Ma è anche la fine di servizi essenziali quali i mezzi pubblici, la raccolta della spazzatura, l’indifferenziata, la cura dei parchi e delle strade, già ridotte all’osso, quando si stava meglio.

Niente sesso nell’era coronavirus

Grande successo ha avuto un mio post sul mio profilo personale riguardo al sesso. Persino condiviso da un mio contatto.

Sono partito dalle varie notizie di cronaca di multati che hanno dichiarato di recarsi per necessità a casa di amiche per fare sesso. Qualche poliziotto ha pubblicato la prova video della multa, qualche giornale ha raccontato come fatto pruriginoso la notizia sui multati.

Queste notizie hanno fatto molto ridere il web. E dunque mi chiedevo.

Ma nella frase, “va a fare sesso e viene multato”, cosa fa più ridere?

Cosa c’è di così esilarante? Che abbia fatto sesso? O che abbia preso la multa. Manco si fosse in prima elementare.

Forze dell’ordine e vigili imbarazzati o che si fanno le miglior risate perché una persona va dalla persona che ama, ne sente il bisogno, ha necessità di fare del sano sesso e lo autocertifica, pronto a difendersi pure davanti ad un giudice.

Quanti conviventi avrebbero il coraggio di produrre un documento del genere?

Che poi il paradosso della tragedia è che non si può fare sesso con la persona che si ama ma si è liberi di picchiare o persino ammazzare la propria moglie, compagna fidanzata costretta a casa.

I femminicidi in questi giorni hanno continuato a perpetrarsi e sono persino aumentati rispetto agli anni scorsi.

Io non ho ancora letto o ascoltato qualcuno che ne parli in modo serio, tipo tra adulti, ragionando sulle relazioni. E vi prego, se c’è qualcosa oltre la mia bolla, segnalatelo.

Ma non parlo di affettuosità o di affettività. Quella si riesce ad avere tramite una video chiamata, messaggio vocale. Ottimo surrogato alla presenza fisica.

Quale mondo avremo, quando tra sei mesi, un anno, vent’anni, usciremo dalle nostre case?

Prima o poi usciremo e sebbene le nostre case sono diventate sempre più invisibili e trasparenti l’abitudine al contatto oggi così agognato potrebbe modificare o addirittura perdersi.

Quali conseguenze ha una società che non si incontra più con le persone “estranee”? Che non si confronta più con lo sconosciuto?

Questo in senso generale, ma limitatamente al sesso, come flirteremo? Come si approccerà l’altra o l’altro? Dovrà cominciare tutto virtualmente? Dobbiamo aspettare un tampone portatile, toccarci la fronte, verificare che siamo entrambi negativi e poi poter fare l’amore?

Siamo chiusi nella nostra bolla di conoscenza e di relazione.

Se già eravamo chiusi in bolle informazionali e conoscitive, adesso siamo rimasti incastrati nelle bolle relazionali

Se siamo tutti sulla stessa barca economica siamo anche sulla stessa barca relazionale.

Il comportamento dei singoli e dei single contaminerà tutte le altre relazioni. E dove una famiglia o una relazione già c’è e si trova sotto lo stesso tetto, questo nuovo mondo vedrà coinvolti i figli.

Quale sarà il mondo relazionale che verrà? Chiederemo all’app o all’algoritmo? Oppure iniziamo a parlane?

È la domanda che mi pongo dal primo giorno. Quale mondo ci immaginiamo nel prossimo futuro e nel lungo periodo? Dovremo affidarci alle app? Agli algoritmi che decidano in base ai nostri spostamenti con chi possiamo fare sesso?

Non è meglio iniziare a parlarne per prendere le nostre decisioni ed essere consapevoli delle cose che facciamo e che faremo?

Guerra tra poveri

Mi trovavo alla posta in fila per il bancomat ed ho partecipato ad un acceso dibattito tra una infermiera e una proprietaria di bar.

L’infermiera sosteneva che fosse giusto rallentare la riapertura per il pericolo di una ripresa. La barista contestava che in tutto questo tempo in cui lei rimasta chiusa, i panifici abbiano continuato a vendere non solo il pane. Certi panifici, infatti, all’interno del loro locale vendono dolci, cornetti, biscotti, torte, crostate. Qualcuno ha pure le macchinette automatiche del caffè.

Questo per dire, non tanto una delle tante contraddizioni di certe rigidità, ma di come il conflitto che si sta creando non è solo contro le Istituzioni che sono anche lontane, ma il primo conflitto avverrà tra poveri.

Cresce e crescerà l’invidia sociale, i più poveri e disagiati richiederanno cibo con tutti i mezzi, la criminalità organizzata potrebbe spronare i bassi fondi ad atti inconsulti. A pagare sarà sempre la popolazione anche se fa parte di una parte più agiata.

Sospensione della Costituzione?

Dichiarare tutto il paese zona protetta e allargare le ordinanze della zona rossa a tutto il territorio italiano è certamente una misura necessaria per limitare il diffondersi del contagio.

Nello stesso tempo significa di fatto sospendere alcuni dei principi di Libertà della nostra democrazia e della nostra Costituzione.

In più, il divieto di assembramento, punito con 3 mesi di reclusione e un processo penale è qualcosa di molto forte su cui sarà necessario, sempre se sarà possibile, parlare con i giuristi.

In Ungheria, scrive Pierre Haski (France Inter, Francia) il presidente Viktor Orbán usa l’epidemia per avere pieni poteri

Vita, Libertà e Stato

Nuovi valori?

Comunicazione complessa

Dal punto di vista della comunicazione i messaggi sono contraddittori e aumentano lo stato confusionale del singolo, come di intere comunità.

Si moltiplicano appelli alla calma, ma allo stesso tempo si invita tutti a restare a casa e dunque in stato di allerta. Si sottolinea la bassa pericolosità del virus mentre si allestiscono tende da campo in attesa di una emergenza, nascono centri di raccolta e vengono chiusi interi reparti di ospedali a rischio. Adesso siamo arrivati persino a chiudere intere Regioni e provincie.

Comunità Italia

Abbiamo sentito da un po’ di tempo a questa parte l’egoismo generale delle persone. Ciascuno nel suo delirio di onnipotenza ha fatto tutto quello che ha voluto.

C’è chi ha seguito le regole da sempre e chi invece non ha mai dato peso alle regole. Si tocca con mano l’egoismo di ciascuno a discapito dell’intera comunità che non esiste.

Dall’estero ci vedono come un Paese dove le leggi sono consigli da interpretare o avvisi da raggirare.

Esodo dei migranti

Si veda infatti l’esodo delle persone che dal Nord si sono riversate al Sud per scappare dal virus infestando un meridione che vedeva una diffusione molto lenta.

Nessuno si è reso conto o ha pensato che ammalandosi al Sud, non è che il sistema sanitario andrà in crisi, proprio non c’è un sistema sanitario. Per fare un esempio, nell’intera provincia di Agrigento non esiste un reparto di rianimazione per le malattie infettive.

Chi si è ammalato seriamente ha già trovato pieno Caltanissetta ed è stato trasferito ad Enna.

La Sicilia può reggere, secondo l’Assessore alla salute della Regione un massimo di 4000 infetti. Oltre questo numero, esplode e si sceglierà chi far vivere e chi far morire.

Lavoro ed emigrazione

Nello stesso tempo mi viene da pensare a quale fosse la condizione lavorativa di questi ragazzi che in una notte hanno deciso di fare valigie e partire.

Dico, se avessero avuto una casa, uno stipendio, una posizione nella società e nella loro azienda, sarebbero scappati in questo modo?

Altri, forse più solidi, tanti, sono rimasti a lavoro.

Secessione e Razzismo

Dove non hanno potuto quasi 30 anni di politica secessionista e indipendentista è riuscito un virus in una notte.

Nord e Sud spaccato e che si guarda davvero in cagnesco. Le battute e gli attacchi contro chi (anche irresponsabilmente) si è spostato verso le regioni del SUD sono ormai quotidiani e ripetuti anche da persone

Si ricucirà mai questa relazione?

Mi stupisce pure, come anche i commenti e i post sui social, da parte di persone che storicamente sono difensori dei diritti civili, che hanno difeso e dicono di difendere i diritti delle minoranze, che si proclamano a favore di un mondo globale, in questo momento solletichino certi pruriti.

Capisco meglio come sia facile, per chi la pensa diametralmente all’opposto, riscaldare gli animi e far uscire il razzismo che serpeggia, ormai (ahinoi) un po’ ovunque.

Bloccare la movida. I giovani non comprendono

Da Repubblica il dott. Galli direttore del reparto di malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano dichiara.

Ha visto che le persone, anche nelle zone arancioni come Milano, continuano a uscire in massa?
«Sì, ho letto anche le dichiarazioni di qualche ragazzotto che protesta perché le autorità vogliono tenerlo a casa. Gli adolescenti si considerano immortali, ci siamo passati tutti. Ma così rischiano di avere la responsabilità di portare a nonni e genitori un cliente assai più dannoso che per loro. A costo di essere detestato, dico che i locali e i punti di aggregazione vanno chiusi pure nelle regioni non ancora intensamente coinvolte dal problema

Ma a locali chiusi o che hanno limitato l’ingresso i giovani si sono riversati, in massa, nelle campagne o in case isolate, a continuare le loro attività promiscue, rendendo vano di fatto le numerose ordinanze sindacali.

I festini in campagna sono continuati, specialmente nel primo periodo.

La movida non ritornerà nel breve periodo. Il distanziamento sociale dovrà continuare ancora per molto tempo.

I giovani non comprendono anche nella fase 2

La movida ha proseguito per un po’ quando un po’ tutti si era increduli su quello che stava accadendo ed è ripresa, incredibilmente, nella fase due, quando tutti sappiamo e conosciamo i pericoli.

Evidentemente certi comportamenti, che sembravano assodati, che abbiamo visto eseguiti con civiltà, non sono stati del tutto assorbiti.

Il rischio di una ulteriore chiusura, dovuta a comportamenti così sbagliati, però sarebbe davvero devastante.

Analfabetismo di ritorno

Ce lo siamo detti tante volte che, anche noi architetti dell’informazione, avremmo dovuto fare i conti con un analfabetismo di ritorno dilagante.

Le persone non capiscono quello che leggono (e a volte neanche quello che gli viene detto). Manca una cultura dell’ascolto, vero e partecipato.

I risultati delle prove INVALSI (2019) vedono i nostri studenti, soprattutto nel meridione, in forte difficoltà.

Altro che comprensione della complessita!

Il mondo non sta cambiando. È cambiato

Mi ha fin da subito stupito come il mondo sia cambiato in maniera così repentina. In due settimane stanno accadendo cose e stiamo prendendo decisioni che cambieranno il nostro stile di vita, per sempre.

Il mondo, anche finita questa emergenza, non sarà più lo stesso. E personalmente pensare che tutto torni alla normalità, mi appare, al momento, ingenuo.

La società aveva paura dell’uomo nero, sporco e immigrato, del terrorista organizzato o pazzo isolato. Ma a cambiare tutto è stato un virus invisibile, di cui non sappiamo nulla.

Un mondo fragile

Ammettiamolo, chi non ha mai osservato e pensato a quanto è stato e a quanto è fragile questo mondo.

Lo abbiamo sempre saputo e forse non ci abbiamo mai voluto credere.

Nelle giornate dove si alzava l’allerta terrorismo islamico, mi sono trovato spesso a scendere o salire da una delle metropolitane di Roma e sarebbe bastato un procurato allarme per fare decine di vittime.

Migliaia di persone che si spostano o si spostavano in contemporanea nelle stesse ore non poteva e non può essere salvaguardabile.

Un mondo che si sposta in giornata da un capo all’altro dei continenti è diventanto tanto piccolo quanto unico blocco.

Un mondo incredulo

Nella provincia dove vivo, in pochi stanno rispettando le ordinanze del sindaco. Nei centri scommesse le persone continuano a fare la fila attaccati. Idem nei supermercati, alla cassa si procede come si è sempre fatto. Il sabato sera i pub, nonostante i loro annunci di rispetto delle norme, hanno visto giovani riuniti in capannelli, situazioni promiscue e saluti e baci per festeggiare compleanni ed anniversari.

Come nulla fosse.

Eppure qualcosa sta accadendo. Il primo caso è stato registrato anche qui e quindi sicuramente altri saranno stati infettati.

In tanti però non vogliono credere. Nessuno vuole pensare di poter o voler modificare le proprie abitudini.

Architettura dell’informazione in situazioni di emergenza

Mi sono occupato tempo fa di Architettura dell’informazione in situazioni di emergenza. Ma facevo riferimento ai terremoti e dunque ad infrastrutture distrutte su comunità solide e ad una ricostruzione della fiducia anche attraverso il web.

Lo scenario presente non era prevedibile ed è all’opposto di quanto avevamo vissuto fino ad oggi.

Le infrastrutture ci sono e sono solide. Server, collegamenti online, internet sono stabili e stanno svolgendo il loro ruolo di connettori alla perfezione, ma le comunità reali sono invitate a sfaldarsi. Niente più incontri pubblici, niente eventi, pochissime e rare le relazioni.

Quali architetture dell’informazione per il futuro?

Coronavirus come esperimento sociale

Il sociologo De Masi vede il coronavirus come un’esperimento sociale

Sotto la pressione di fatti imprevisti e di forte rilevanza – aggiunge il sociologo – scopriamo una serie di cose che avremmo potuto capire per conto nostro e con l’agio del tempo a disposizione. Penso alla dimensione globale – osserva – proprio mentre si parlava da più parte di una crisi della globalizzazione, la globalizzazione è esplosa in tutta la sua forza.

Stiamo capendo che una cosa che avviene in una remota regione della Cina risuona da noi e rimbalza altrove. Ma penso anche all’importanza di lavorare da casa quando il lavoro lo consente – sottolinea De Masi – Si risparmia tempo e denaro, si può programmare la giornata e la vita e c’è meno inquinamento in città. In altri paesi il 10-15% dei lavoratori fa smart working, in Italia solo 500mila lavoratori su 23 milioni, una percentuale irrisoria dovuta ad una serie di motivi di carattere culturale”.

Telelavoro come stile di vita

In una intervista a Millionaire De Masi continua rispondendo riguardo al telelavoro

Che cosa immagina dopo questa emergenza?

«Posso fare una provocazione? Immagino che tutti si ammalino di Coronavirus, tutti siano costretti a telelavorare per venti giorni, che tutti guariscano felicemente e, avendo provato la bellezza del telelavoro, chiedano o propongano di telelavorare. Il futuro va verso questa direzione».

Il libro appena uscito il 3 marzo si intitola Lo Stato Necessario (Rizzoli).

Dall’unità d’Italia a oggi, l’inefficienza della nostra pubblica amministrazione è passata indenne attraverso un’infinità di scrupolose rilevazioni, coraggiose denunzie, volenterose riforme. Al fallimento di tali riforme può aver contribuito il fatto che i giuristi hanno proceduto da soli al disegno della macchina burocratica, laddove sarebbe stato necessario un approccio multidisciplinare.

Eppure, lo sviluppo della società postindustriale impone servizi pubblici sempre più sofisticati, e per assicurare tali servizi si deve saper progettare con dovuto anticipo una pubblica amministrazione capace di erogarli. E per progettare occorre prevedere. Nasce da queste constatazioni la ricerca condotta da Domenico De Masi, focalizzata sul lavoro dei dipendenti pubblici: oltre tre milioni di persone tra operai, impiegati, funzionari e dirigenti cui spesso si imputa l’inadeguatezza della macchina statale, un apparato indispensabile che rappresenta anche il principale datore di lavoro del nostro Paese.

“Lo Stato necessario” unisce una lettura storica del fenomeno burocratico e l’analisi sociologica di tale fenomeno inteso come «iperoggetto» alla previsione dello scenario evolutivo più probabile, proiettato nel prossimo decennio. Coadiuvato da undici tra i massimi esperti in materia, De Masi indaga le variabili centrali che determinano l’evoluzione organizzativa della pubblica amministrazione: il rapporto tra domanda e offerta, la reazione ai trend demografici, l’impatto del progresso tecnologico, la gestione delle risorse umane, la conflittualità, il ruolo dei corpi intermedi come i sindacati, il bilanciamento tra lavoro e vita privata.

Una ricerca che offre ai tecnici, agli studiosi, ai cittadini comuni e soprattutto ai dipendenti pubblici un ritratto dell’amministrazione statale severo ma non privo di speranza.

Resistenze al cambiamento

Sulle resistenze di capi e dirigenti che non vogliono cambiare aggiunge.

“Ormai ci siamo assuefatti a questo modo di lavorare, siamo talmente abituati a fare chilometri ogni giorno per raggiungere il lavoro che la possibilità di non farlo ci sembra impensabile – aggiunge -. Abbiamo imparato a dividerci tra due luoghi principali: la casa, in cui tornare a dormire, e il posto in cui lavoriamo. A questa visione ‘distorta’ contribuisce anche la mentalità dei capi: con il lavoro da remoto non è possibile controllare il lavoratore momento per momento mentre lavora, ma solo esaminare il risultato finale.

Questo per alcuni capi è inaccettabile: hanno quella che io chiamo la ‘sindrome di Clinton’, abituato ad avere la stagista sempre pronta nella stanza a fianco. Ecco, molti boss italiani ragionano allo stesso modo: vogliono avere i dipendenti sottocchio, non si fidano. Nel telelavoro invece non conta il processo, ma l’obiettivo: non importa se il dipendente preferisce lavorare di notte, al mattino presto, prendersi poche o tante pause. L’importante è che porti a termine il suo compito nel migliore dei modi”.

Il mondo del lavoro

Se c’è un elemento che sta emergendo è la mediocrità del mondo del lavoro. In mezzo ad una crisi ed una emergenza sempre più grave, nonostante gli inviti incessanti a non uscire di casa, una buona parte dei lavoratori ha continuato ad andare a lavoro costretto dai propri dirigenti e o padroni.

E parlare di Padroni non è fuori luogo se una persona è costretta ad uscire di casa mettendo a rischio la propria vita quando potrebbe lavorare da casa. Quando l’interruzione del lavoro di pochi giorni non comporterebbe la morte di nessuno.

Penso anche a quanti hanno abbandonato il lavoro senza preavviso. Scappando letteralmente verso le proprie case. Che tipo di contratto avevano? Quake stipendio? Che condizione di vita conducevano?

Sarà interessante saperlo.

La teoria dei poteri distopici

Giorgio Agamben va giù duro invece con la sua teoria sui poteri distopici che vogliono controllare le persone.

Secondo Agamben

finita l’emergenza Isis e terrorismo i poteri dispotici dovevano inventarne un’altra per mantenere lo stato di eccezione che comporta un controllo spropositato sui corpi e sui movimenti delle persone. Per Agamben quella che sarebbe poco più di un’influenza quindi diventa lo strumento per moltiplicare ulteriormente i dispositivi di controllo personale”.

L’immagine delle città vuote

L’immagine delle città vuote – spiega -che si innesca su una vecchia tematica, vale a dire il fatto che i grandi poteri dispotici hanno sempre voluto vedere le città vuote per averne un controllo totale. Basti pensare a Pietro il grande quando ha costruito San Pietroburgo la voleva vuota perché solo cosi per lui era veramente bella”.

Quale sarà il suono delle città del futuro?

30 mila soldati americani in Europa

Per caso leggo di questa ingente esercitazione che prosegue in territorio europeo senza nessuna cura di quello che sta accadendo. Dicono che si tratti di economia. Non ho domande, ma un enorme interrogativo.

Intanto, nel silenzio generale, la Costituzione è di fatto sospesa, dacché sono vietate le pubbliche assemblee in nome di quello che il Ministero ha appellato “allontanamento sociale tra le persone”. Espressione che, per ironia della sorte, potrebbe essere il motto del neoliberismo e della sua dissoluzione programmatica dei legami sociali.

L’ha ben evidenziato Giorgio Agamben, che da subito ha segnalato come si stesse delineando un preciso metodo di governo centrato sull’emergenza e sul “vivere pericolosamente”, che è appunto – Foucault docet – la norma del liberismo.

Dal 5 marzo, più di 20mila soldati statunitensi stanno sbarcando in Europa. Ne ha puntualmente dato la notizia il manifesto, con un articolo di Manlio Dinucci dal titolo 30mila soldati dagli Usa in Europa senza mascherina. Secondo quanto evidenziato da Dinucci, i soldati della monarchia del dollaro hanno preso ad arrivare in porti e aeroporti europei per l’esercitazione “Defender Europe 20” (Difensore dell’Europa 2020). Si tratta, a tutti gli effetti, del più grande dispiegamento di truppe statunitensi in Europa degli ultimi 25 anni.

Pubblicità Crodino

Il giorno dell’emanazione del primo decreto del governo, per limitare il contagio da coronavirus e subito dopo il messaggio del Premier dove invitava a non abbracciarsi, non baciarsi è arrivata la pubblicità della Crodino che fa abbracciare il mondo.

Si tratta di una pianificazione che viene da lontano. Il famoso gorilla qualche settimana fa ha iniziato un viaggio verso il nostro mondo occidentale per lanciare un messaggio. Lo abbiamo seguito nel racconto.

Peccato che il finale emotivo arrivi nel momento sbagliato. Cioè i meccanismi avviati non si sono fermati. Probabilmente non c’era un paracadute o una pubblicità da sostituire in quel momento. Non era stato preparato nessun crisis managment.

Chi, infatti, poteva prevedere che un presidente del consiglio, un giorno, andasse in TV e invitasse a non toccarsi, a stare in casa? Neanche su Black Mirror.

La pubblicità del Crodino che fa abbracciare il mondo, dunque, in questo momento, penso sia fuori luogo e contro le continue avvertenze igienico sanitarie di questi giorni. Ritirarlo e riprenderlo in tempi migliori, no?

Restare umani, cosa significa?

Gli insegnanti si inventano qualcosa

Le piattaforme di e-learning, fino ad oggi snobbate in favore di una didattica frontale o cumunque in presenza, si stanno diffondendo ad una velocità inimmaginabile in altre situazioni.

Mi chiedo se gli insegnanti, al di là dei virtuosismi, come classe professionale è pronta. Se le scuole sono pronte. Ma soprattutto se le le famiglie sono tutte pronte con internet e dispositivi vari a far fronte a queste connessioni.

Si allargheranno o si restringeranno le maglie di una formazione per tutti? Le famiglie meno agiate sapranno restare al passo con i tempi? O resteranno indietro?

Il ruolo dei media durante l’emergenza

Da rivedere sicuramente il ruolo dei media dei prossimi anni. O forse faranno ancora con più forza quello che stanno facendo oggi?

Oggi sono concentrati sull’emergenza e i vari TG sono un elenco di notizie ad unico tema.

Nel frattempo sono scomparsi dai notiziari temi importanti che, anche quelli , condizionano e condizioneranno le vite di persone. Qualcosa la sto seguendo e le notizie si trovano nei meandri dei giornali, a dire il vero, ma appunto è necessario una volontà di ricerca ben precisa.

Mi chiedo, su temi che seguivo poco prima dell’emergenza.

  • Nomine al vertice delle società pubbliche. Stava cadendo il governo, capisco l’unità in questo momento, ma come si sta scegliendo?
  • Cosa è accaduto ai giovani studenti di Hong Kong?
  • Gli incendi in Australia sono stati domati? Qual è la situazione in questo momento?
  • Il movimento femminile cileno sta proseguendo le proprie battaglie?
  • Al di la di Greta Thumberg qual è la situazione dei cambiamenti climatici e del movimento ambientalista?
  • Le persone si muovono meno, i livelli di inquinamento in Italia e nel mondo si stanno abbassando? Oppure le ragioni dell’inquinamento sono altre?
  • Guerra in Libia. Anche la Turchia entra nella scena libica. Perché? Che sta succedendo? A che punto è la guerra che vedeva la capitale sotto assedio?
  • Guerra in Siria. Russia e Turchia si fanno amichevolmente la guerra. A dire il vero, qualche notizia arriva ancora dai TG.

Non so. Cosa sta accadendo nel frattempo nel mondo e in Italia, oltre al contagio da coronavirus?

L’importanza del LOCAL

Nel frattempo su un progetto personale e locale, provo a dare una mia risposta interpretando il ruolo del web come servizio.

Per esempio, in una sezione si chiede alle persone di indicare i negozi che svolgono servizio a domicilio.

Non so se sia la risposta giusta e corretta, ma è una risposta.

Cosa accadrà nei prossimi 20 anni?

Qualcuno mi ha risposto che tutto quello che sta accadendo era inimmaginabile 20 minuti fa e pensare ai prossimi 20 anni è assurdo.

Ma è proprio in questo momento, credo che abbiamo bisogno di visionari, di persone che riescano ad immaginare un futuro, un futuro migliore.

Ci sarà una nuova società che ritorna nelle campagne? Si ritornerà a vivere e lavorare la terra?

Oppure le tecnologie entreranno ancor più pervasivamente?

Davvero nascerà un movimento ambientalista locale per la soluzione dei problemi?

Il mondo delle Partite IVA sta crollando. In tanti sono già morosi. Figurarsi oggi che si l’economia si ferma. Il turismo italiano dovrà partire dall’anno zero e ci vorranno anni per riprendersi.

Molti comuni sopravvivevano grazie alla tassa di soggiorno, sulla previsione di incasso sono stati aperti mutui e anticipato spese che sarà impossibile coprire.

Chi resisterà a questo impatto? Quali lavori nel prossimo futuro?

Ma soprattutto siamo pronti, emotivamente e culturalmente, al peggio?

Come nasce una dittatura

Mi sono sempre chiesto come possa nascere una dittatura. Mi sono sempre chiesto come le persone di buon senso, intellettuali, gente istruita, abbia permesso ad uno qualunque, di solito un arrivista senza scrupoli, di prendere il comando e reprimere una nazione.

La risposta la si sta avendo in questi giorni.

Nonostante tutti gli inviti a restare a casa, nonostante i messaggi semplici e democratici a limitare lo spostamento per la salute pubblica, in tanti continuano la loro vita normalmente. Nonostante la minaccia di un processo penale che ti può portare da un minimo di tre mesi di carcere, Niente da fare.

Casi estremi segnalano di persone fuggite dalla quarantena fiduciaria per andare a fare la spesa al supermercato rischiando 12 anni di carcere per epidemia colposa nella forma aggravata. Così come tanti vengono diffidati perché si stanno spostando senza una comprovata motivazione.

Altri, ancora oggi, che l’Italia è zona protetta, continuano a spostarsi da Nord a Sud. Si registrano, per esempio, 20 mila rientri in Sicilia. Altri all’interno del proprio comune svolgono attività ricreative come fossero in vacanza. Insomma, per queste persone sono necessarie le catene.

Insomma, in nome di un principio supremo come la Salute, le persone, soprattutto quelle di buon senso, paradossalmente, rinunciano volentieri ad altri diritti.

Siamo in un momento molto critico. Rischiamo di perdere per sempre la nostra Libertà. Riflettiamoci.

Privacy o non privacy

Un tema che è stato messo in dubbio durante questi giorni di Coronavirus è quello della Privacy. Nel mio paese di residenza, quado si è saputo del primo caso risultato positivo subito si è voluto sapere chi fosse la persona infetta. Sono bastate poche ore per avere sul cellulare la foto della persona, così come il nome è passato di bocca in bocca per chi conosceva la persona in questione.

In seguito, grazie ai tamponi effettuati si scopre che la persona infetta aveva contagiato altre 10 persone. E accade pressoché la stessa cosa. Abbiamo tutti su whatsapp la foto delle persone risultate positive.

Dopo 4 giorni, gli asintomatici vengono mandati a casa in quarantena fiduciaria. Uno di questi, tornato a casa, esce a fare la spesa al supermercato come nulla fosse. Riconosciuto, è stato denunciato e ripreso e portato a casa. Rischia adesso 12 anni di carcere.

Questo avvenimento mi ha fatto molto riflettere. Noi siamo qui a difendere la privacy delle persone, a lavorare sul GDPR online , ma se non fosse stato riconoscibile, questa persona sarebbe andata ad infettare altre migliaia di persone.

In Cina, un paese già altamente controllato, per far rispettare la quarantena sono stati diffusi applicazioni che controllano maggiormente le persone.

Il virus colpisce anche le fondamenta dei nostri diritti?

Privacy o non privacy 2

Nell’era ante coronavirus i dati e le informazioni che riguardavano la nostra salute erano dati sensibili. La loro diffucione era una grav lesione del diritto alla Privacy. Sempre più, in Cina, ma anche in Italia e in Sicilia, nascono app di controlo della propria salute.

E c’era qualcuno che si preoccupava della privacy degli assistenti vocali?

Privacy

Il virus si avvicina

Il virus Covid-19 si fa sempre più vicino. Oggi, 13 marzo 2020 ha colpito persone che mi sono vicine, amici che conosco, con cui abbiamo lavorato insieme, preso un caffè in casa, fatto un bagno in estate sulla stessa spaiggia.

Sono in corso gli accertamenti ma è normale che altri infetti, altri amici risulteranno positivi ai test. E psicologicamente è dura.

Personalmente sono in casa da più di una settimana. Le mie uniche uscite, prima ancora dei decreti del Governo, si sono limitate ai miei lavori in campagna. Ma prima o poi dovrò andare al supermercato e qualche balordo asintomatico mi potrebbe contagiare.

Questo potrebbe essere tra i miei ultimi post. Devo dire che non ho nulla da recriminare alla vita. Ho realizzato tutti i miei sogni, per lunghi periodi della vita ho avuto compagne e compagni straordinari. Ho incontrato belle persone a cui spero di aver dato un pezzo della mia felicità.

Si sono stato felice.

Certo, poi ho preso pure delle dure batoste, le cadute dall’alto fanno molto male. Ma mi sono rialzato. Ho accettato le sconfitte, avviato nuovi progetti, ho percorso nuove strade.

Ci aspettano periodi di grande dolore. Faccio un in bocca al lupo a tutti!

Osservatorio coronavirus

Questo spazio online è come ho già detto uno spazio di appunti online e un modo per riflettere insieme. Parlando ad alta voce e condividendo i nostri pensieri comprendiamo meglio quello che accade.

Se anche tu stai osservando e cercando di capire, commenta questo articolo e uniamo le forze.

Il libro dell’orso polare

Il libro dell’orso polare è il libro simbolo dell’architettura dell’informazione e il 27 febbraio è stata la giornata mondiale dell’orso polare. Una giornata istituita dall’ organizzazione Polar bears international per richiamare l’attenzione sul rischio di estinzione degli orsi polari a causa del riscaldamento globale e dello scioglimento dei ghiacciai.

La notizia è passata sotto silenzio tra la comunità degli architetti dell’informazione. E aggiungo, stranamente. Nel gergo degli architetti dell’informazione, infatti, il libro dell’orso polare è uno dei capisaldi della letteratura della disciplina.

Sto parlando ovviamente di Information Architecture: For the Web and Beyond, scritto da Louis Rosenfeld, Peter Morville e Jorge Arango, che giunto alla quarta edizione, continua ad avere in copertina un grande e fiero orso polare.

Acquista Architettura dell’informazione per il World Wide Web (Italiano).

L’architettura dell’informazione per orsi polari

A me personalmente, sapere che l’animale simbolo della disciplina che studio e pratico sia in via di estinzione, mi fa un certo effetto.

Certo la disciplina in se non sappiamo come stia, l’istituto di architettura dell’informazione si è sciolto e il WIAD 2020, non ha visto folle di studenti e imprenditori partecipare. E sebbene pare che tutti mettano oggi le persone al centro, poi non è del tutto vero.

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Bestiario O’Reilly

Edie Freedman direttore creatico presso O’Reilly Media. racconta la storia di come è nata l’idea di rappresentare gli animali in copertina.

Spiega che, quando gli fu chiesto di rappresentare i temi di cui parlavano i libri, lui non riusciva a capire di cosa si trattasse. I primi libri O’Reilly si occupavano di programmazione pura e di linguaggi informatici. Così era molto confuso.

Ma poi…

A volte, durante la progettazione, le cose si uniscono senza sforzo: tutto va a posto come se fosse inevitabile. Scorre e basta. Mentre cercavo immagini per le copertine dei libri, mi sono imbattuto in alcune incisioni di animali dall’aspetto strano del XIX secolo.

Sembravano essere una buona corrispondenza per tutti quei termini UNIX dal suono strano, ed erano abbastanza esoterici da pensare che probabilmente avrebbero fatto appello ai programmatori. E, mentre studiavo gli attributi degli animali reali, scoprii rapidamente che c’erano intriganti corrispondenze tra tecnologie specifiche e animali specifici. Quella risonanza è cresciuta ed espansa mentre ho imparato di più sia sulle tecnologie che sugli animali. Ero così eccitato e ispirato che ho trascorso un intero fine settimana a lavorare sulle copertine senza dormire molto. Alla fine del fine settimana, ho dato diversi schizzi al mio vicino di casa per portarli in ufficio.

Alcune persone di O’Reilly furono colte di sorpresa: pensavano che gli animali fossero strani, brutti e un po ‘spaventosi. Ma Tim l’ha capito subito – gli piaceva la stranezza degli animali, pensava che avrebbe aiutato a distinguere i libri dalle offerte di altri editori – e sembrava giusto. E così è iniziato. Da allora abbiamo pubblicato centinaia di libri sugli animali e il marchio è famoso in tutto il mondo.

Oggi è possibile cercare un animale e sapere a quale tema sia abbinato. Così come il libro dell’orso polare è abbinata l’architettura dell’informazione.

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Bestiario dell’architettura dell’informazione

Alla gente piacciono in particolare gli animali che hanno i volti. Le immagini che usiamo sui libri sugli animali provengono da tutto il regno animale, da grandi mammiferi terrestri come tigri ed elefanti a pesci, uccelli, insetti e invertebrati. Nel corso degli anni, abbiamo appreso che molti dei nostri clienti e autori gravitano su animali con facce riconoscibili, soprattutto quando guardano direttamente lo spettatore.

Nel bestiario dell’architettura dell’informazione, Luca Rosati scrive

L’orso polare è un grande mammifero che vive nel circolo polare artico, dimora sui ghiacci ma è anche un abilissimo nuotatore.

La sua popolarità nell’ambito dell’architettura dell’informazione è dovuta al libro di Rosenfeld e Morville, Information architecture for the world wide web, sulla cui copertina campeggia appunto un orso polare. (Motivo per cui ci si riferisce spesso a questo testo come Polar bear book). Secondo il folklore locale, le popolazioni artiche avrebbero imparato a cacciare e a costruire igloo proprio dagli orsi polari. Di qui forse la sua scelta per la copertina.

Frequenti apparizioni di orsi polari nella serie Lost sembrano suggerire inoltre un legame sottile con il tema della findability o trovabilità. Mentre una variante tutta mediterranea è stata di recente scoperta in Sardegna, variante battezzata col nome di Polar bear SardinIA edition.

Lezioni apprese

Il merito del polar bear (book) è senz’altro quello di aver portato i principi della biblioteconomia nell’ambito del web, ibridando il rigore della biblioteconomia più tradizionale con i settori dell’information retrieval e della human-computer interaction. Si tratta di un passaggio prezioso, che da un lato ci ricorda la natura ibrida della nostra professione, e dall’altro ci mette in guardia da certe tentazioni moderniste. La tentazione cioè di buttare via saperi “vecchi” in nome dell’ultima tecnologia o etichetta di moda. Vanificando proprio quanto vi è di più prezioso nella nostra “disciplina”: la sua inter- o meta-disciplinarietà, il suo carattere ibrido.

La storia di questa ibridazione è ripercorsa nell’articolo del Journal of information architecture, A brief history of information architecture.

Dai un’occhiata Sense-making. Organizzare il mare dell’informazione e creare valore con le persone (Italiano) Copertina flessibile – 1 gennaio 2019 di Luca Rosati (Autore)

Breve storia dell’architettura dell’informazione

breve storia dell’IA con commenti di autorevoli autori.

Quando sperimentiamo sempre più il mondo attraverso uno o più sé incarnati (Inalhan e Finch 2004); viviamo in un mondo in cui le relazioni con persone, luoghi, oggetti e aziende sono modellate dalla semantica e non solo dalla vicinanza fisica; quando le nostre identità digitali diventano persistenti anche quando non siamo seduti a una scrivania e davanti allo schermo di un computer, stiamo rimodellando la realtà.

Una metafora ci salverà?

Gli architetti dell’informazione lavorano spesso con le metafore. E l’estizione dell’orso polare è una metafora della nostra estinzione? Questa indifferenza è data dal fatto che siamo davvero così pochi a credere veramente in questa disciplina?

Dai un’occhiata a Architettura della comunicazione. Progettare i nuovi ecosistemi dell’informazione (Italiano) Copertina flessibile – 7 aprile 2016- di Federico Badaloni (Autore)

Un futuro senza orsi polari?

Possiamo continuare a camminare come sonnambuli verso l’estinzione o possiamo divenire consapevoli delle nostre potenzialità e di quelle del pianeta. (Vandana Shiva)

Riusciresti a immaginare un mondo senza orsi polari?

Già nel 2008 Greenpeace denunciava la vulnerabilità di questa specie.

Se il ghiaccio continua a scomparire, la stessa sorte toccherà all’orso polare.
L’unico modo per salvare il maggiore predatore sulla terraferma è ridurre le emissioni di gas serra. Gli scienziati ci avvertono che occorre fermare la crescita delle emissioni mondiali di CO2 al 2015, per riuscire a dimezzarle al 2050, riportandole attorno a 11 miliardi di tonnellate dagli attuali 26 miliardi. Nel rapporto Energy Revolution Greenpeace mostra come questo sia possibile puntando su fonti rinnovabili e misure di efficienza energetica. E rinunciando alla fonte fossile con le più alte emissioni di CO2: il carbone.

Acquista Organizzare la conoscenza. Dalle biblioteche all’architettura dell’informazione per il Web (Italiano) Copertina flessibile – 27 aprile 2006 di Claudio Gnoli (Autore), Vittorio Marino (Autore), Luca Rosati (Autore)

WWF impegnato nella difesa dell’Orso polare

il wwf scrive

Anche chiamato ‘Principe dei ghiacci’, l’orso polare è un mammifero appartenente alla famiglia degli Ursidi ed è il più grande carnivoro terrestre del nostro Pianeta.

Rispetto alle altre specie di Ursidi, questa specie ha una sagoma più slanciata dovuto al suo adattamento alla vita semi-acquatica. Gli orsi polari infatti intrascorrono la maggior parte del loro tempo sulla banchisa polare ghiacciata, dove cacciano, si riproducono e allevano i suoi cuccioli, ma sono altrettanto eccellenti nuovatori.

Oggi, il numero totale di esemplari stimato è compreso tra i 22.000 e 31.000 esemplari, divisi in 19 popolazioni.

Che ne sarà degli orsi polari?

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Le minacce

Il WWF continua e si chiede In che modo i cambiamenti climatici affliggono gli orsi polari? Che danno fanno le sostanze tossiche agli orsi polari? In che modo il petrolio danneggia gli orsi polari?

Cambiamenti climatici

  • Superifici ghiacciate ridotte.
  • Spostamenti pericolosi.
  • Difficoltà a cacciare.
  • Conflitti con l’uomo. La ricerca del cibo li spinge verso i territori abitati dall’uomo, esponendoli a grandi rischi e pericolo.
  • Mortalità dei cuccioli.

Inquinamento

  • Disfunzioni fisiologiche.
  • Latte materno avvelenato.
  • POPs: le sostanze tossiche più pericolose POPs (inquinanti organici persistenti).
  • Conseguenze persistenti. I
  • Danni fisici.

Attività petrolifera

  • Fuoriuscite di petrolio.
  • Riduce l’isolamento termico.
  • Avvelena.
  • Disturbo.

Il libro dell’orso polare

Da il libro dell’orso polare

L’architettura dell’informazione (IA) è molto più impegnativa e necessaria che mai. Con l’eccesso di informazioni disponibili oggi, tutto ciò che la tua organizzazione vuole condividere dovrebbe essere facile da trovare, navigare e comprendere. Ma l’esperienza che offri deve essere familiare e coerente su più canali di interazione, dal Web agli smartphone, agli smartwatch e oltre.

Per guidarti attraverso questo vasto ecosistema, questa guida popolare, giunta alla sua quarta edizione, fornisce concetti, metodi e tecniche essenziali per la progettazione digitale che hanno resistito alla prova del tempo. I progettisti di UX, i product manager, gli sviluppatori e chiunque sia coinvolto nella progettazione digitale impareranno come creare strutture semantiche che aiuteranno le persone a interagire con il tuo messaggio.

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Un futuro senza architetti dell’informazione?

Il primo sito web della storia

Sappiamo immaginarci un web senza architetti dell’informazione?

Sappiamo bene che (ahinoi) l’architettura dell’informazione ci sarà sempre anche senza gli architetti dell’informazione.

Una struttura qualunque reggerà i siti web, le informazioni e la comunicazione, anche senza una consapevolezza della struttura. Ma sarà senza organizzazione e dunque sempre precaria.

Certo sarebbe un vero peccato veder scomparire entrambe le specie, orsi polari e architetti dell’informazione.

Ma al di là del successo dei corsi e dei master sull’architettura dell’informazione, di cui siamo massimamente felici (magari fossimo tutti esperti di UX Design !) sarebbe interessante chiedere a tutti coloro che si approcciano verso questo studio quanto credano ai valori dell’architettura dell’informazione, quanta aderenza ci sia nel loro quotidiano; quanto impegno mettano nella diffusione e condivisione di quanto hanno appreso.

Per loro è davvero un lancio verso il futuro? Si tratta di partecipazione consapevole ed attiva di un cambio di paradigma? Di adesione vera ad una comunità di studenti? Oppure, nel peggiore dei casi, si tratta di un ulteriore ripiego su una disciplina che appare più abbordabile di altri?