Rimettere mano al proprio sito, dopo anni, non è mai un’operazione neutra. Non lo è per nessuno, ma per un architetteto dell’informazione, un professionista che lavora con la struttura, con il senso, con l’organizzazione delle informazioni, diventa inevitabilmente un esercizio di autoconsapevolezza.
Un sito personale non è solo un insieme di pagine, almeno il mio sito, per chi lo ha visto crescere nel tempo, è la sedimentazione visibile di decisioni prese in momenti diversi, sotto pressioni diverse, con energie ed esperienze diverse.
Guardarlo oggi significa guardare anche il tempo che lo ha attraversato.
Per molto tempo la mia architettura dell’informazione è stata una architettura “per addizione”.
Ogni progetto nasceva con una sua urgenza, ogni interesse con una sua legittimità, ogni sotto sito con una sua autonomia. Forse a qualcuno appariva come disordine, ma per me era una forma di crescita laterale, tipica di chi studia, sperimenta, prova a tenere insieme più linguaggi.
Eppure, col passare degli anni, quella struttura ha iniziato a mostrare i segni della fatica. Non perché fosse sbagliata, ma perché non era più allineata alla persona che la abitava, cioè a me.
Il tempo che mancava
Ci sono periodi della vita in cui il tempo non è una risorsa negoziabile. L’esperienza di caregiver, per me, ha fatto saltare molte delle regole implicite con cui siamo abituati a valutare il lavoro, ossia la continuità, la presenza, la manutenzione costante dei progetti.
In quei momenti non si “trascura” il proprio sito per negligenza, ma perché la priorità è restare in piedi. È facile, dall’esterno, parlare di incoerenza o di abbandono; è molto più difficile riconoscere che, a volte, l’unica forma possibile di coerenza è scegliere cosa lasciare sospeso.
Eppure, in quella sospensione, una cosa non si è mai interrotta, la scrittura. Scrivere settimanalmente non è stato un gesto strategico, né una scelta di posizionamento. È stato, piuttosto, un atto di resistenza. Il blog, in questi anni, non è servito a crescere di traffico o a rafforzare un brand personale. Piuttosto mi è servito a non perdere il contatto con il pensiero e con la realtà con cui confrontarmi. Per quanto poteva apparire disordinato, per me era un mettere ordine quando tutto intorno tendeva a sfaldarsi.
Se oggi posso ancora parlare di architettura dell’informazione come di una pratica che mi ha “salvato”, è anche perché la scrittura ha continuato a esercitarla dall’interno, anche quando l’involucro esterno mostrava crepe evidenti.
Architettura dell’informazione come ancora di salvezza
C’è una cosa che continuo a pensare, nonostante il silenzio che spesso circonda questa disciplina: l’architettura dell’informazione non è mai stata una scorciatoia.
L’architettura dell’informazione non ha mai promesso risultati immediati, non si presta facilmente alla retorica dell’innovazione continua, non produce effetti spettacolarizzabili nel breve periodo.
Si tratta di una disciplina lenta, per certi versi, oggi, anacronistica, che chiede tempo, attenzione e una certa dose di fiducia.
Proprio per questo, però, è una disciplina che stabilizza. Non accelera i processi, ma li rende abitabili.
Rifacimento del sito tonifontana.it
Rimettere mano oggi al mio sito ha significato fare una scelta: smettere di accumulare e iniziare a chiarire. Chiarire cosa era centrale e cosa è collaterale, cosa appartiene al metodo e cosa alla ricerca personale, cosa merita uno spazio strutturato e cosa può restare (perché arte della mia esperienza) senza perdere dignità.
Devo ammettere che è stato un lavoro di sottrazione prima ancora che di riscrittura, un lavoro che ha richiesto di rinunciare a spiegare tutto, a mostrare tutto e a tenere aperte tutte le possibilità.
Il risultato non è un sito più ricco, ma un sito più leggibile e più onesto. So bene che i frutti di questo lavoro non saranno immediati e che, a uno sguardo superficiale, potranno apparire lenti, se non del tutto invisibili, come, del resto, lo è l’architettura strutturale.
Ma so anche che chi arriva oggi su queste pagine ha molte più possibilità di capire, in tempi brevi, se il mio modo di lavorare è compatibile con il proprio. E per me, che non cerco volume ma sintonia, questa è una conquista sostanziale.
Dubbi di un architetto dell’informazione
Non nascondo i dubbi. Mi chiedo spesso se, nel 2026, parlare ancora di struttura, di profondità semantica, di architettura del significato non sia una forma di ostinazione.
Viviamo in un ecosistema che premia la velocità, l’adattabilità continua, la semplificazione estrema. In questo contesto, la lentezza rischia di essere scambiata per inefficienza e il pensiero per indecisione. Ma rinunciare alla struttura significherebbe, per me, rinunciare al pensiero stesso. E questo non è un compromesso che sono disposto ad accettare.
Le speranze che ripongo in questo sito sono, volutamente, modeste. Nel 20015 pensavo di poter diventare punto di riferimento di qualcosa. A distanza di anni, sono consapevole della marginalità dell’essere umano rispetto al corso della Storia. Spero che resti uno spazio abitabile, che non mi costringa a fingere competenze o entusiasmi, che mi permetta di lavorare bene senza chiedermi di lavorare sempre di più. Spero che chi lo attraverserà percepisca che qui il tempo è trattato con rispetto, che le scelte non sono casuali e che dietro ogni pagina c’è un atto di responsabilità.
Essere architetti dell’informazione
Essere architetti dell’informazione oggi, secondo me, significa accettare una certa marginalità. Un architetto dell’informazione non è mai messo all’apice decisionale, seppure dovrebbe esserlo. Il suo parere è ancora oggi propositivo.
Non si tratta di una disciplina di tendenza, non siamo facilmente vendibili, non promettiamo miracoli. Ma siamo quelli che restano quando il rumore si abbassa, quando i sistemi diventano complessi, quando il senso va ricostruito.
Continuo a credere che progettare significato, organizzare informazioni e costruire strutture che durano sia un gesto necessario, anche quando sembra andare controcorrente.
Questo lavoro di rifacimento non chiude comunque un percorso. Segna, piuttosto, un punto di riallineamento. Il sito che ne emerge è più vicino alla persona che lo abita oggi, non a quella che era dieci anni fa. E, in un tempo che ci chiede continuamente di accelerare, riuscire a fermarsi per rimettere ordine, senza tradire se stessi, è forse una delle forme più concrete di professionalità che conosco.