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Di refusi e correzioni mancate

Diversi anni fa mi fu chiesto un contributo sul tema delle radio. Era un periodo pieno.

Tenevo a scrivere il contributo ma non ebbi molto tempo per scriverlo.

Così una sera mi misi a scrivere e lo inviai.

Quando il mio contributo fu pubblicato e lo andai a rileggere, trovai molti refusi di cui non mi ero reso conto, e una frase cancellata a metà, che poi veniva ripresa in modo corretto.

Ci rimasi molto male, primo perché il virgolettato era mio e feci realmente una brutta figura, ma poi perché il mio interlocutore, che aveva chiesto il contributo, non lesse minimamente quello che avevo scritto.

Quando chiedo un contributo per il mio blog, così come le interviste a persone di mio interesse, non solo leggo quanto mi viene inviato, ( perché lo chiederei, altrimenti?) correggo anche i refusi, se qualche frase non è chiara, aggiungo la punteggiatura. Se mi accorgessi che quello che voleva dire era diverso o il contrario di quello che ha scritto, inviterei a chiarire o a correggere l’errore. Non lo faccio solo per chi mi scrive, lo faccio soprattutto per tenere alto il livello del mio blog.

Il bello della comunicazione è quello di trasmettere il meglio. ne guadagna, principalmente il mio blog.

Penso che se mi fosse stato chiesto di correggere o di porre maggiore attenzione a quello che avevo scritto, ne avrebbe guadagnato anche il contenitore per cui scrissi quel mio articolo.

Penso che dovrebbe essere una pratica normale.

Non lo è.

Purtroppo.

Poco confronto in provincia

Qual è la disgrazia di chi vive in provincia?

Secondo me è la mancanza di confronto.

Premetto che amo vivere in provincia. Le dimensioni, gli spazi i rapporti sono tutti a misura d’uomo. Le città, oggi, sono invivibili. Sono care economicamente e colme di miseria.
Nelle città c’è tutto ma sono sempre meno le persone che possono permettersi di viverla.
La finisco qui perché il discorso che voglio fare è un altro.

Dicevo la mancanza di confronto.
In città, o sarebbe meglio dire nei centri dove la competizione è alta, e la città è uno di questi luoghi, le persone sono costrette a dare il massimo. Intanto si ha un gran numero di persone che arrivano da ogni parte. E ogni giorno puoi incontrare una persona più brava di te.

Dunque più è alta la competizione, più le persone sono spinte a fare meglio. Questa spinta se da un lato è ciò che arreca molte ansie e conduce molti a fare una vita sempre più frenetica e sempre più lontana da se stessi, è alla base di molti progetti innovativi. Che nascono appunto nelle città.

Nella provincia, nel piccolo paesino di provincia questa spinta è molto rara. E dove avviene, spesso avviene per un intervento dall’alto. Certo c’è il numero di persone che è esiguo rispetto ad una città. Il paese non attrae competenze e talenti. Eppure è proprio la provincia che crea i talenti, che li forma, che li plasma, che da quella spinta propulsiva per sbancare in città.

E questo avviene, secondo me, perché il confronto non è solo la discussione tra individui. Ma è anche relazione con l’ambiente che ci circonda. Le nostre strade, i palazzi, le altre professionalità.

Nel film i cento passi si parla dell’importanza della bellezza. Che anche le cose brutte ( e aggiungo io, le cose sbagliate) trovano una loro logica per il solo fatto di esistere.
E così capita di vedere locandine e comunicazioni fatte male. Ma non perché chi le ha fatte non sa fare il suo mestiere. Anzi. Ma fatte male perché ci sono refusi, date sbagliate, imperfezioni varie.

Piccole cose, che sarebbero facilmente evitabili, se qualcuno avesse dato un’ultima lettura.
Nel tempo ti abitui a questo modo di fare, che è del privato quanto del pubblico. Dalla locandina con qualche refuso si può passare ad una buca mai riparata, ad un restauro mal fatto. Un parco aperto e poi chiuso. Non è che manca il parco, il teatro, manca la chiave per aprire il portone. Tutto questo diventa la normalità.

Dunque quella tendenza del fare meglio, in provincia diventa un continuo lasciar andare. Nessuno si scusa, nessuno corregge. Tutto scorre.

Tutto va bene, anche quando tutto va male.

Del fare, a prescindere dagli altri

Navigando sul web e su Youtube scopro un canale di uno scrittore, che ha creato un canale personale. In questo canale lo youtuber, anche avanti con gli anni, raccoglie appunti, riflessioni, interviste, incontri più o meno casuali, pensieri, versi, passi di libri. Da un lato non tutto è improvvisato, ma c’è un parziale caos ragionato.

L’autore, chiude l’esperienza di un altro canale con oltre 6000 iscritti, per iniziare una nuova esperienza partendo da zero.

Non nomino l’autore né il canale perché traggo dal suo lavoro delle considerazioni personali, che non hanno avuto nessun confronto con l’autore stesso né con i suoi intervistati.

Intervista ad un regista

Tra i tanti video di questo canale trovo l’intervista ad un regista. E l’autore del canale gli fa una domanda bel precisa e puntuale.

Ma quando fai un nuovo film? Si un regista e un regista deve fare i film!

Il regista risponde che a lui i film non glieli fanno fare. E che i suoi film stanno dentro ad un cassetto.

L’intervistatore controbatte che oggi giorno non si ha bisogno di chi ti faccia fare un film ma basta un telefonino e i film si fanno.

Abbiamo bisogno di professionisti

Devo dire che non sono molto d’accordo con questa affermazione.

Per fare un film ci vogliono le professionalità, ci vuole il lavoro di professionisti, ci vuole una certa organizzazione. E dunque ci vogliono i soldi. Per fare un film ci vuole una cinepresa professionale e ci vogliono tutte le professionalità che stanno attorno ad un film. E poi i costumi, le luci, i suoni.

Lo capisco, fare cinema è costoso, fare un film costa, perché se vuoi fare qualcosa fatto bene devi chiamare i professionisti e devi pagarli.

Fare un film con il telefonino, come ci mostrano le pubblicità, sarebbe possibile, ma ci vuole un’idea forte.

Eppure…

Eppure un dubbio mi è venuto.

Il dubbio è: è meglio stare in silenzio in attesa di fare il film come ai vecchi tempi e secondo tutti suoi sacri crismi, oppure si può approfittare della nuova tecnologia, dei nuovi mezzi e delle nuove opportunità per dire qualcosa?

Perché se è vero che per fare un film ci vogliono i soldi, l’alternativa non può e non deve essere l’immobilismo o il silenzio.

Prigionieri di se stessi

Mi chiedo se raggiunto un certo livello professionale non si diventi prigionieri di se stessi. Mi metto nei panni del regista. Forse che il regista si chiede cosa penserebbe la gente di un video di un regista fatto con il telefonino, cosa direbbero o scriverebbero i critici cinematografici di un video fatto male da un regista più o meno conosciuto?

Ma più in generale un professionista che ha fatto un buon lavoro fino ad oggi può permettersi di ricominciare da capo, di ricominciare da zero?

C’è gente che lo fa con coraggio, con spensieratezza, fregandosene del cosa pensano gli altri e fa. Altri, invece, forse a me anche più simpatici, forse anche più saggi, più riflessivi, anche più grandi, non lo fanno. Non riescono a sconfiggere la vergogna dell’errore, dell’imperfezione.

Questo scrittore lo ha fatto. Con un cellulare e con le sue idee. Certo, lui non è un regista, non vende i suoi film, ma in ogni caso si mette in gioco e si concede la possibilità di migliorare.

Penso che sia sempre meglio rimboccarsi le maniche e fare e sperimentare.

E dunque un regista deve fare i film, uno scrittore deve scrivere, un insegnante deve insegnare, un architetto del’informazione deve progettare. A prescindere da quello che gli viene concesso.

Di truffe online e utilità sul web

Avete mai ricevuto una mail in cui qualcuno vi dice che vi sta mandando dei soldi?

Una vincita, un’eredità, un vecchio conto che avete dimenticato?

Insomma, avete capito il genere di mail. Stiamo parlando di truffe online.

Generalmente io cancello queste mail, senza neanche aprirle. Eppure continuano ad arrivare, segno che comunque, inviare giornalmente e periodicamente queste mail è conveniente. Ossia, qualcuno risponde e cade nella truffa.
Prendo spunto da alcuni post di miei contatti che sono sorpresi dal fatto che, ancora oggi, nel 2020, con l’uso diffuso dei social, con i numerosi servizi in cui si spiega che si tratta di una truffa, nonostante gli invii di mail e di lettere da parte di aziende che spiegano come non cadere in fallo, ci sia gente che ci casca.

Eppure accade. E questo mi porta ad una riflessione.

Come produttore di contenuti sul web, sui social, io mi faccio domande alte su come comunicare al meglio, come sfruttare la tecnologia, sul mio blog mi occupo di come funzionano gli assistenti vocali, i risvolti etici, l’uso consapevole dei dispositivi che teniamo in mano. Eppure questi temi, queste domande, queste mie riflessioni, a volte, sono lontanissimi dal mondo reale, dove c’è poca cultura digitale, poca cultura in generale e tantissima ignoranza.

Allora quando qualcuno mi chiede se il mio blog è utile, quando io stesso mi chiedo se è utile scrivere un post come questo che stai leggendo (Cioè io impiego tempo per scriverlo, tu impieghi tempo per leggerlo, alla fine, cosa resta?), guardando all’ignoranza di chi non riesce a distinguere una mail da una truffa, mi rispondo che quel che faccio è inutile.
Forse sarebbe più utile scendere in strada e come un predicatore mendicante, esortare a leggere, annunciare l’alfabeto, l’analisi grammaticale e logica, predicare la coniugazione del verbo. Questo sarebbe utile. Una nuova religione della Parola che vada tra le persone.

Strano a dirlo in tempo di distanziamento sociale, me ne rendo conto. Ma mi pare che questo bisogno sia sempre più urgente.

Il virtuale è reale. Tra sesso e formazione.

Prendo spunto da questa simpaticissima campagna neozelandese che spiega la differenza tra online e reale..,

e che è bene che un ragazzo impari il sesso da una chiacchierata nella realtà invece che imparare online attraverso un film per adulti.

Se da un lato questo è vero, è anche vero, o almeno è un dato di fatto che una moltitudine di genitori non faranno mai una discussione aperta e senza pregiudizi sul sesso con i propri figli. È anche un dato di fatto che una tale discussione non avveniva neppure quando internet non esisteva.E non so se il padre che portava il figlio in una casa chiusa fosse più educativo di un video online.Certo è che la rappresentazione dell’online che entra nel reale è certamente veritiera.

Ciò che si fa, si vede e si dice online verrà usato contro di te nella vita reale. Il virtuale è reale! Nel bene e nel male. E non viviamo offline o online, ma viviamo sempre onlife.

Ditemi se tutto quello che avete fatto online, in questi mesi di quarantena, non sia stato reale. Ditemi se le vostre riunioni sulle varie piattaforme, le vostre dirette o video chiamate, non sono state reali. Personalmente io ci vedo tanto bene e non perché non voglio vedere il male o non sono consapevole delle tantissime falle del sistema, ma perché nonostante il male, il bene ha un valore superiore.

Tutti possiamo parlare e dire qualche castroneria, tutte le chiacchiere da bar sono il centro di accesi dibattiti e discussioni persino sui TG? Vero. Ma di contro tutti possono avere un minimo di istruzione, avere formazione gratis, tutorial per imparare un mestiere, per risparmiare sulla manutenzione di macchina e di casa, tutti possono avere pari opportunità di connessione a prescindere dal luogo dove si è nati. E questo per me è un valore superiore delle chiacchiere.

P.S.Ovviamente sto parlando del mondo e delle persone già connesse. C’è un mondo non connesso ed è fuori dall’internet. Questo è un altro tema.

Smartworking. In tempi di covid. E dopo?

Si fa presto a parlare di SMARTWORKING.

Io lavoro da quasi un paio d’anni da casa. È davvero una gran bella cosa. Ti alzi ai tuoi orari, prendi appuntamenti come e quando vuoi. Anche se il cliente ha delle esigenze particolari ti organizzi. Vuole l’incontro skype alle 6 del mattino, la sera vai a letto presto. Preferisce l’incontro la sera dopo cena, l’indomani mattina ti alzi un po’ più tardi.Anche quando lavoravo in ufficio, io ho sempre lavorato per obiettivi. Purtroppo questo modo, nella pubblica amministrazione è visto male. Nel senso che nella pubblica amministrazione devi garantire la presenza.

Infatti, i fannulloni sono considerati gli assenteisti. Se stai in ufficio a fare sudoku tutto il giorno, senza mai sbrigare una carta, sei più produttivo di quello che si fa tutto il suo lavoro e poi si va a fare la spesa.Così come in ufficio non puoi essere più veloce dei colleghi, perché finisce che ti caricano del tuo e del lavoro di quelli più lenti o che fanno finta di essere più lenti.lavorare da casa invece significa lavorare per obiettivi.

Dunque per me mentalmente non è cambiato nulla. E la sensazione di libertà è eccezionale. in questi giorni un po’ tristi, tutti parlano di smartworking.

E tanti sono a lavoro da casa. E questo è bellissimo, anche perché adesso in tanti comprendono che appunto si può lavorare da casa. E ci si può organizzare e lavorare bene anche in famiglia. Subito mi sono chiesto. Come sarà per chi si sta abituando a questa nuova modalità ritornare dietro ad una scrivania?

Detto questo, proseguendo nella diffusione dello Smartworking, le linee telefoniche si stanno intasando. E qui nascono i primi problemi. Sempre che il tuo dirigente si sia convinto a non starti attaccato al collo, le infrastrutture casalinghe non reggono il carico.

Per cui, o sei una azienda, una scuola, un professionista che è già pronto a questo tipo di lavoro, oppure sei fregato.Ho già visto tentativi di lezioni online fallite, uso di strumenti gratuiti che con questa massa di traffico, falliscono anche quando funzionavano perfettamente.

Linee che cadono di brutto, mentre si lavora.

Insomma, si fa presto a dire Smartworking. Siamo un Paese di una cultura digitale un po’ retrograda. Se ci sarà un futuro, sarà il caso di cominciare a lavorarci. Sul serio.