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Di truffe online e utilità sul web

Avete mai ricevuto una mail in cui qualcuno vi dice che vi sta mandando dei soldi?

Una vincita, un’eredità, un vecchio conto che avete dimenticato?

Insomma, avete capito il genere di mail. Stiamo parlando di truffe online.

Generalmente io cancello queste mail, senza neanche aprirle. Eppure continuano ad arrivare, segno che comunque, inviare giornalmente e periodicamente queste mail è conveniente. Ossia, qualcuno risponde e cade nella truffa.
Prendo spunto da alcuni post di miei contatti che sono sorpresi dal fatto che, ancora oggi, nel 2020, con l’uso diffuso dei social, con i numerosi servizi in cui si spiega che si tratta di una truffa, nonostante gli invii di mail e di lettere da parte di aziende che spiegano come non cadere in fallo, ci sia gente che ci casca.

Eppure accade. E questo mi porta ad una riflessione.

Come produttore di contenuti sul web, sui social, io mi faccio domande alte su come comunicare al meglio, come sfruttare la tecnologia, sul mio blog mi occupo di come funzionano gli assistenti vocali, i risvolti etici, l’uso consapevole dei dispositivi che teniamo in mano. Eppure questi temi, queste domande, queste mie riflessioni, a volte, sono lontanissimi dal mondo reale, dove c’è poca cultura digitale, poca cultura in generale e tantissima ignoranza.

Allora quando qualcuno mi chiede se il mio blog è utile, quando io stesso mi chiedo se è utile scrivere un post come questo che stai leggendo (Cioè io impiego tempo per scriverlo, tu impieghi tempo per leggerlo, alla fine, cosa resta?), guardando all’ignoranza di chi non riesce a distinguere una mail da una truffa, mi rispondo che quel che faccio è inutile.
Forse sarebbe più utile scendere in strada e come un predicatore mendicante, esortare a leggere, annunciare l’alfabeto, l’analisi grammaticale e logica, predicare la coniugazione del verbo. Questo sarebbe utile. Una nuova religione della Parola che vada tra le persone.

Strano a dirlo in tempo di distanziamento sociale, me ne rendo conto. Ma mi pare che questo bisogno sia sempre più urgente.

Il virtuale è reale. Tra sesso e formazione.

Prendo spunto da questa simpaticissima campagna neozelandese che spiega la differenza tra online e reale..,

e che è bene che un ragazzo impari il sesso da una chiacchierata nella realtà invece che imparare online attraverso un film per adulti.

Se da un lato questo è vero, è anche vero, o almeno è un dato di fatto che una moltitudine di genitori non faranno mai una discussione aperta e senza pregiudizi sul sesso con i propri figli. È anche un dato di fatto che una tale discussione non avveniva neppure quando internet non esisteva.E non so se il padre che portava il figlio in una casa chiusa fosse più educativo di un video online.Certo è che la rappresentazione dell’online che entra nel reale è certamente veritiera.

Ciò che si fa, si vede e si dice online verrà usato contro di te nella vita reale. Il virtuale è reale! Nel bene e nel male. E non viviamo offline o online, ma viviamo sempre onlife.

Ditemi se tutto quello che avete fatto online, in questi mesi di quarantena, non sia stato reale. Ditemi se le vostre riunioni sulle varie piattaforme, le vostre dirette o video chiamate, non sono state reali. Personalmente io ci vedo tanto bene e non perché non voglio vedere il male o non sono consapevole delle tantissime falle del sistema, ma perché nonostante il male, il bene ha un valore superiore.

Tutti possiamo parlare e dire qualche castroneria, tutte le chiacchiere da bar sono il centro di accesi dibattiti e discussioni persino sui TG? Vero. Ma di contro tutti possono avere un minimo di istruzione, avere formazione gratis, tutorial per imparare un mestiere, per risparmiare sulla manutenzione di macchina e di casa, tutti possono avere pari opportunità di connessione a prescindere dal luogo dove si è nati. E questo per me è un valore superiore delle chiacchiere.

P.S.Ovviamente sto parlando del mondo e delle persone già connesse. C’è un mondo non connesso ed è fuori dall’internet. Questo è un altro tema.

Smartworking. In tempi di covid. E dopo?

Si fa presto a parlare di SMARTWORKING.

Io lavoro da quasi un paio d’anni da casa. È davvero una gran bella cosa. Ti alzi ai tuoi orari, prendi appuntamenti come e quando vuoi. Anche se il cliente ha delle esigenze particolari ti organizzi. Vuole l’incontro skype alle 6 del mattino, la sera vai a letto presto. Preferisce l’incontro la sera dopo cena, l’indomani mattina ti alzi un po’ più tardi.Anche quando lavoravo in ufficio, io ho sempre lavorato per obiettivi. Purtroppo questo modo, nella pubblica amministrazione è visto male. Nel senso che nella pubblica amministrazione devi garantire la presenza.

Infatti, i fannulloni sono considerati gli assenteisti. Se stai in ufficio a fare sudoku tutto il giorno, senza mai sbrigare una carta, sei più produttivo di quello che si fa tutto il suo lavoro e poi si va a fare la spesa.Così come in ufficio non puoi essere più veloce dei colleghi, perché finisce che ti caricano del tuo e del lavoro di quelli più lenti o che fanno finta di essere più lenti.lavorare da casa invece significa lavorare per obiettivi.

Dunque per me mentalmente non è cambiato nulla. E la sensazione di libertà è eccezionale. in questi giorni un po’ tristi, tutti parlano di smartworking.

E tanti sono a lavoro da casa. E questo è bellissimo, anche perché adesso in tanti comprendono che appunto si può lavorare da casa. E ci si può organizzare e lavorare bene anche in famiglia. Subito mi sono chiesto. Come sarà per chi si sta abituando a questa nuova modalità ritornare dietro ad una scrivania?

Detto questo, proseguendo nella diffusione dello Smartworking, le linee telefoniche si stanno intasando. E qui nascono i primi problemi. Sempre che il tuo dirigente si sia convinto a non starti attaccato al collo, le infrastrutture casalinghe non reggono il carico.

Per cui, o sei una azienda, una scuola, un professionista che è già pronto a questo tipo di lavoro, oppure sei fregato.Ho già visto tentativi di lezioni online fallite, uso di strumenti gratuiti che con questa massa di traffico, falliscono anche quando funzionavano perfettamente.

Linee che cadono di brutto, mentre si lavora.

Insomma, si fa presto a dire Smartworking. Siamo un Paese di una cultura digitale un po’ retrograda. Se ci sarà un futuro, sarà il caso di cominciare a lavorarci. Sul serio.