Categorie
Architettura dell'informazione

Design obliquo: la metafora

Riporto sul mio blog un capitolo di Design obliquo di Paolo Di Nardo edito da letteraVentidue, in cui ho ritrovato connessioni con l’architettura dell’informazione e con i modelli mentali della conoscenza applicati alla disciplina.

Conoscere attraverso le metafore

Come scrive Stefano Bussolon nel suo Grounded UX Design

Uno dei modi più efficaci per comprendere e comunicare soprattutto i concetti astratti è attraverso l’uso delle metafore.

[…]

Se gli oggetti virtuali e le azioni all’interno dell’app utilizzano metafore familiari (legate sia al mondo digitale che al mondo fisico) la comprensione dell’utente risulta facilitata. È però necessario evitare che la metafora suggerisca limitazioni o interpretazioni non appropriate.

[…]

La nostra conoscenza si basa su molteplici modalità di acquisizione, elaborazione e rappresentazione. Noi conosciamo le cose perché le vediamo e le percepiamo, perché possiamo agire su di esse, perché proviamo emozioni nei loro confronti, perché diamo loro un nome, perché usiamo delle metafore, e perché sono connesse in una rete
semantica e concettuale.

Il prof. Paolo di Nardo

Paolo di Nardo è professore a contratto di Disegno presso la Kent University e presso la Roger William University. Ha insegnato Morfologia urbana presso la Stanford University ed è Direttore editoriale della rivista quadrimestrale AND “Rivista di architetture, città e architetti” e nella sua professione si occupa di sostenibilità architettonica e ambientale.

Design Obliquo

La linea di questo blog è abbastanza trasversale. Cercare di unire architettura dell’informazione e sonorità, ordine visivo e verbale, per molti, non è un passaggio lineare.

Per cui aver letto, in libreria, il titolo di questo libro, mi ha spinto ad acquistare il libro.

Dalla quarta di copertina

Si legge

“Pensare obliquo” e “progettare obliquo” sono atteggiamenti creativi semplici e al contempo complessi, che vanno conosciuti e alimentati, perché l’obliquità non è una sola, ma una molteplicità di forme d’espressione.
Questo libro non vuole fornire la “ricetta” dell’obliquo, ma indagare su quelle forme di espressività che dell’obliquo si nutrono, attraverso l’esempio di architetti, di opere, di parole e suoni.
Sono molte le tecniche o le formule (pensate e/o spesso spontanee) applicabili nel progetto obliquo, ugualmente efficaci per discipline diverse e anche distanti fra loro. La loro descrizione e gli esempi riportati nel testo permettono così al progettista, anzi al creativo, di tracciare il primo segno su un foglio bianco.

Lo spazio obliquo

L’obliquo, scrive Di Nardo, si esprime attraverso alcune regole compositive, che non vanno intese come obbligatorie, appunto perché l’obliquo si può permettere di sviare. Ma alcune tecniche vanno analizzate: come la trama a ricalco, i contrasti simultanei, lo straniamento e la metafora appunto, per comprendere lo “spazio obliquo”.

Lascio alla lettura del libro le prime tecniche e riporto quanto scritto sulla metafora.

La metafora

La parola metafora etimologicamente deriva da μεταφορά, da metaphérō, «io trasporto», porto al di là, ed è definita dal dizionario Zingarelli come la figura retorica che consiste

nel sostituire una parola o un’espressione con un’altra in base a un rapporto di palese o intuitiva analogia tra i rispettivi significati letterali. Sottintendendo la capacità di saper arricchire un racconto come una costruzione di valori e simboli maggiormente coinvolgenti.

Dunque una costruzione di valori e simboli che avviene attraverso connessioni.

La metafora nella retorica

Nella retorica la metafora implica un trasferimento di significati. Per esempio, le qualità di una cosa, come di una persona, vengono amplificate e arricchite di qualità che appartengono ad un altro soggetto.

La metafora è arbitraria?

La metafora non è totalmente arbitraria. In genere si basa sull’esistenza di un rapporto di somiglianza tra il termine di partenza e il termine metaforico. Ma il potere evocativo e comunicativo della metafora e tanto maggiore quanto più i termini di cui è composta sono lontani.

Aristotele, nella Poetica, definisce la metafora come

“trasferimento a una cosa di un nome proprio di un’altra o dal genere alla specie o dalla specie al genere o dalla specie alla specie o per analogia”.

Fa poi i seguenti esempi.

Esempio di metafora dal genere alla specie, “ecco che la mia nave si è fermata”, giacché “ormeggiarsi” è un certo “fermarsi”.

Dalla specie al genere, “e invero Odisseo ha compiuto mille e mille gloriose imprese”, giacché “mille” è “molto” e Omero se ne vale invece di dire “molte”.

Da specie a specie, “con il bronzo attingendo la vita” e “con l’acuminato bronzo tagliando”, giacché là il poeta chiama “attingere” il “recidere”, mentre nel secondo caso chiama “recidere” l'”attingere”, perché ambedue i verbi rientrano nel toglier via qualcosa”… (1457b).

Architettura come figura retorica

L’architettura, per la sua capacità di “rappresentare” fisicamente e spazialmente, è per sua natura una figura retorica. Perché, come per una metafora, si offre come immagine sintetica di qualcosa che è al di fuori di sé.

In architettura, ad esempio, esistono alcuni elementi figurativi considerabili come archetipi dell’architettura stessa allo scopo di recuperare ogni possibile continuità con la sua tradizione.

Quando Adolf Loos disegna la propria tomba, come un cubo di granito grigio, in fondo, utilizza la capacità di evocazione che quella forma architettonica possiede intimamente. Accentua, infatti, la stabilità nel tempo attraverso l’uso della stabilità del marmo.

Trasformare e tramutare il simbolo

La capacità del progettista sta nel trasformare e tramutare il simbolo formale in qualcos’altro, che abbia sempre la stessa radice ma non certo la stessa immagine. Il progettista deve, quindi, rifuggire dall’uso di immagini letterali metabolizzando elementi simbolici all’interno dell’iter progettuale innestando spesso quelle variabili o deformazioni capaci di annullare il valore formale iniziale.

Tre tipi di metafora

Franco Purini nell’architettura didattica nel paragrafo “Metafora e Architettura” individua tre tipi di metafora.

  1. La metafora diretta e/o verbale
    • consiste nell’inserire come elementi architettonici degli oggetti riconoscibili e portatori di informazioni verbalizzabili, portando come esempio le architetture di Ledoux.
  2. La metafora verbale indiretta
    • così ricca di espressione nella cultura architettonica classica in cui la colonna, al di là della sua funzione statica, è il simbolo delle istituzioni che sorreggono una società o simbolo dell’uomo stesso come si evince dal ruolo delle cariatidi.
  3. La metafora non verbale o autonoma.
    • “L’architettura, sembra scambiare significati con il supporto che la sostiene, la terra, con l’atmosfera che la circonda, con il cielo che la corona, con la luce che la illumina, con i materiali costruttivi che la tengono in piedi mentre la caricano con il proprio peso”. (Franco Purini) L’esempio di questa metafora è quello del bugnato che metaforicamente porta il peso dell’edificio che appunto rigonfia i conci.

Metafore presenti

La metafora è costruzione di una società, di un periodo storico, di un ordine. La metafora però non appartiene alle vicende creative del passato bensì è sempre più viva e raffinata nei suoi modi di esprimere creatività.

I messaggi della nostra epoca elettronica sono sempre più metaforici e sempre meno assertivi. L’enorme mole di informazioni impone nessi più liberi, più aperti. Un esempio è la pubblicità del mondo industriale che è sempre stata assertiva. Questo sapone lava più bianco, questo jeans è più resistente.

Metafora e comunicazione

Sappiamo che la pubblicità oggi manda dei messaggi tutti traslati, tutti metaforici. Induce sostanzialmente attraverso l’uso delle figure retoriche a una associazione tra una serie di elementi è il prodotto. Spesso senza neanche farlo vedere, il prodotto, e spesso senza neanche descriverlo. Si compra prima la narrazione, l’utopia di una vita, che il prodotto promette. Poi si acquista la sua forma e si dà per scontato che esso funzioni. Il contenitore stravince sul contenuto.

Un edificio non è più buono solo se funziona, è solido, spazialmente ricco, vivibile, eccetera…. ma perché rimanda altro da sé.

Sappiamo che il processo di metaforizzazione investe buona parte dell’architettura di oggi; e che il suo campo fondamentale è una nuova interiorizzazione del paesaggio e del rapporto tra essere umano e Natura.

L’architettura come metafora

Di Nardo spiega, insomma, che l’architettura non deve costruire. O forse, non costruisce più un edificio, un automobile, una barca, e aggiungo io, un sito web, un applicazione o un ecosistema digitale. Ma, forse, si deve spingere a rappresentare i valori, i simboli di appartenenza, l’adeguatezza dei fini. Deve in ultima analisi restituire senso e significato delle cose e delle informazioni.

SOSTIENI IL BLOG con una condivisione. Grazie!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *