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Intervista ad Enrico Maioli

Intervisto Enrico Maioli per la stima che ho di lui come professionista e come attivista della disciplina. Non ci siamo mai incontrati fisicamente ma facciamo parte della stessa comunità ed è tra i professionisti più attivi che io conosca.

La sua attività spazia dal volontariato per la comunità, infatti, all’attività professionale di alto livello. Nel suo CV è possibile scorrere la progettazione insieme a TIM, Gino Paoli, Università di Padova, Parlamento Europeo, Fiera Roma, CNA, Talent Garden, Web Marketing Festival.

Ho il piacere di ospitarlo sul blog e di condividere le sue risposte che ritengo molto interessanti per tutti, studenti e colleghi.

Enrico Maioli Studio

Chi volesse conoscere meglio Enrico Maioli può visitare il suo sito personale.

Di se dice:

Amo aiutare le persone a costruire cose che funzionano. Il mio mestiere, dal 1998, è progettare su web.

Mi occupo di Design & User Experience per migliorare la conversione dei progetti di digital marketing.

Intervista ad Enrico Maioli

Ci racconti le tue prime esperienze con l’UX Design?

Come tanti della mia generazione (progetto siti web dal 1998) ho iniziato a fare UX design senza sapere che lo stavo facendo.
All’inizio disegnavo siti web più o meno come disegnavo brochure e volantini, con progetti basati sull’aspetto visivo (sì, tanti designers sono ancora lì nel 1998).
Col maturare del mercato e dei clienti, intorno al 2010, sono emerse le opportunità di lavorare col posizionamento sui motori di ricerca (SEO) e le campagne promozionali fatte di advertising, email marketing, landing pages…

Lavorando su attività di marketing e i conseguenti risultati desiderati assieme ai committenti, ho scoperto l’acqua calda: per funzionare, qualsiasi attività promozionale deve rispondere al bisogno di un potenziale cliente.
Da lì in avanti ho iniziato a fare domande ai committenti sempre più focalizzate a conoscere i bisogni dei loro clienti. Cercavo di coinvolgere nei meeting chi conosceva meglio il cliente (venditori, customer care…) mentre al solito il referente del progetto web era il responsabile tecnico, IT, CED.

Alla ricerca di una guida ho incontrato value proposition design, le empathy map, ed ho iniziato ad utilizzare survey a tutto spiano per comprendere i miei clienti e i clienti dei miei clienti. Poi ho iniziato a fare workshop collaborativi coi committenti; solo a quel punto, quando i committenti hanno capito quanto poco sapevano dei loro clienti, ho avuto il mandato per attività di ricerca diretta con gli utenti.

Progettare un prodotto/servizio basandosi sui bisogni delle persone è UX Design ma, (qui parte il flame) per iniziare secondo me va bene anche se i dati di ricerca sono di seconda mano, indiretti o distorti. È quello che Hoang Hyun e Nicola Bonora chiamano la UX dei povery.

È evidente che un progetto ideale si basa su bisogni nati da ricerche con gli utenti dirette e complete, ma è altrettanto evidente che il budget, e più spesso la maturità del committente, non lo consentono. Per questo sono favorevole ad un compromesso; in base alla maturità del committente faccio UX sotto copertura (undercover UX è un buon libro sul tema) o esplicito al committente che meno dati abbiamo sugli utenti più aumentano i rischi del progetto. Solitamente insieme troviamo un buon compromesso tra ricerca e esecuzione (Jeff Gothelf in Lean UX lo racconta meglio di me).

Quale parte del tuo lavoro ti piace e ti diverte maggiormente? Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

La parte di avvio di progetto con l’esplorazione, la ricerca e le connesse attività di  facilitazione sono le parti di lavoro che mi piace fare di più. Ma sono anche quelle più spaventose e stressanti perché è come il viaggio di Colombo: a volte un esplorazione dell’ignoto, a volte ancora peggio perché il committente ha il timone orientato sugli scogli. In quel caso devo impegnarmi per far emergere i dati giusti e evitare lo schianto.

Pre-pandemia operavo come agenzia e consulente vicino al mondo digital marketing, quindi usavo molti strumenti di facilitazione in presenza (es. attività di planning, OKRs, value proposition canvas). Tra le attività di ricerca ho sempre usato molta desk research e analisi dati (crm, google analytics, semrush, hotjar) poi survey (typeform) e interviste su zoom o skype. Successivamente tanta documentazione condivisa su google drive (docs, slides, sheets) e attività di content design (dall’inventario in poi). Infine la parte di UI con sketch/invision e più recentemente figma.

Durante la pandemia (nel 2021) ho iniziato una collaborazione solida con Flowing e sono passato da un progettazione vicina al digital marketing a quella vicina al software (citando J.J. Garrett da product as a information a product a as functionality). Per questo ho messo in secondo piano gli strumenti più vicini al marketing e quelli di UI design (altri colleghi se ne occupano), e potenziato tutti gli aspetti di facilitazione remota (Flowing è un’organizzazione full remote dal 2019), e sensemaking su sistemi complessi. In pratica sono cintura nera di Miro, google meet, google docs.

Il lockdown è stata una battuta di arresto per molti. Il tuo Studio come ha affrontato questo periodo?

Malissimo! Nel 2020 ho lavorato pochissimo. Sia perché causa pandemia spesso i miei figli di 3 e 7 anni erano a casa (cioè da gestire), sia perché mi sono trovato a rivedere e chiudere rapporti di collaborazione con agenzie e clienti con cui lavoravo come freelance, con un pessimo tempismo.

Noto sempre più spesso un po’ tutti siamo alla ricerca di una comunità. Ma poi ciascuno cerca di crearsi la sua. Pensi che il moltiplicarsi di comunità sia una forza o un punto debole? Una perdita di energie, insomma.

Credo che molti di coloro che cercano di creare una propria comunità lo facciano a fini promozionali (legittimi eh!). Gli esseri umani sono animali sociali e ci serve vivere nella comunità. Il continuo nascere e morire di comunità (digitali o fisiche – ammesso che esista la differenza) credo segua la naturale evoluzione dei bisogni delle persone, non ci vedo niente di male.
Io partecipo con piacere (e profitto) in alcune comunità professionali: quella di Flowing, quella di WMF, quella di UX/UI designer italia, e Architecta.

La tua attività professionale si basa anche sulla formazione in azienda. Si tratta di una attività più richiesta rispetto al passato? Le aziende stanno comprendendo (o hanno compreso) l’importanza dell’user experience oppure si fanno i corsi tanto per farli.

Mi piace moltissimo fare formazione, consulenza, facilitazione, mentorship. Soffro quando vedo persone in gamba, con idee giuste e prodotti validi, fallire dolorosamente perché non riescono ad avere una visione strategica, a comunicare il proprio valore, a rinnovare il proprio prodotto/servizio.
Per questo mi piace condividere “quello che ho fatto io per risolvere problemi simili”. A volte bastano pochi spunti per aiutarli a cambiare approccio, e questo mi fa sentire bene!

La formazione è effettivamente molto richiesta perché il mondo è VUCA, quindi è diventata indispensabile la formazione continua. Credo che le aziende con un minimo di maturità lo hanno capito, anche se spesso la formazione è saltuaria o orientata a strumenti o temi specifici (non tanto la UX): “insegnami come usare analytics”,“insegnami come si fa un test di usabilità”.

Io nell’ultimo periodo ho diviso la mia offerta formativa in due parti: la prima è quella più impegnativa, consulenziale, strategica, fatta su misura – solitamente è propedeutica ad un progetto.

La seconda parte di offerta formativa è quella più introduttiva e accessibile. Ho registrato un videocorso di oltre 60 lezioni su UX e Web Design distribuite sulla piattaforma di WMF. È un corso dedicato a tutti i professionisti nell’ambito del digital marketing (graphic designer, marketers, copy, sviluppatori…) che vogliono suggerimenti pratici per progettare siti web migliori, ed è basato sulla la mia conoscenza del settore di agenzie web, consulenti, e delle difficoltà di fare ricerca (anche con gli utenti) in quell’ambito.

Ho visto che il tuo lavoro, così come quello di molti designer, oscilla tra architettura dell’informazione, Seo, Marketing, troveremo mai un nostro posto nel mondo?

Credo che come designer occupiamo già più di un posto nel mondo. Intendo che come progettisti siamo presenti in in ruoli e ambiti diversi, in modo molto trasversale. Molti dei miei bravissimi colleghi sviluppatori, sono progettisti. Molti dei migliori consulenti colleghi e amici nel digital marketing sono progettisti. Tutti coloro che hanno una sana cultura del progetto sanno che ogni progetto ha degli obiettivi e coinvolge delle persone. Coloro che si mettono il cappello di progettista per gli utenti (UX designer) dichiarano la propria attenzione a progettare sistemi utili a uno specifico gruppo di persone in uno specifico contesto.

Vedo che usi molto spesso i social, piattaforme che periodicamente ricevono critiche, accuse di manipolazione, etc. Ma sappiamo che si possono fare tante cose buone. Qualche aneddoto positivo?

Sono d’accordo che i social sono insidiosi, come ogni mezzo di informazione di massa. Non ci eravamo mai trovati prima di fronte ad una tecnologia che ci tenesse così vicini, così intima. Io li uso ma lo faccio con parsimonia, come la TV o i videogiochi. Detto questo – i social sono un mezzo, e sono incredibilmente utili per sfruttare l’intelligenza collettiva. Frequento molti professionisti sui social e mi è utile per confrontarmi. Una pratica positiva che racconto volentieri è che in seguito a dialoghi che nascono sui social, a volte propongo una breve videochiamata per conoscersi e approfondire, e in questo modo ho conosciuto decine e decine di persone interessanti.

E per finire le ultime 3 domande più leggere.

Consiglia un libro

Piccolo blu e piccolo giallo di Leo Lionni. È un piccolo libro illustrato che in poche pagine include tutto. Per quanto mi riguarda vince il mio personale nobel per la pace e per la letteratura.

Consiglia un brano musicale o un cd

Cambio, Lucio Dalla. Il suo valore è che quando ascolti Dalla vedi “il cinema alla radio”; è capace di visualizzare immagini come pochi altri. “Le rondini” mi commuove sempre. 

Consiglia un film

Non meno di tre:

  1. Apocalypse Now
  2. Il favoloso mondo di Amelie
  3. Amarcord

http://www.imdb.com/list/ls003584292/

Grazie!

Grazie ad Enrico per questa piacevolissima chiacchierata. Spero sia gradita anche ai lettori del blog.

Se interessa leggi tutte le interviste!

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