Lasciare il segno è stato il titolo del X Summit italiano dell’architettura dell’informazione. Questo è un post programmato, che scrivo, in buona parte, pochi giorni prima dal Summit. Datemi il tempo di interiorizzare l’intensa settimana appena trascorsa e scriverò le mie impressioni.

Pensando al tema, “Lasciare il segno” mi sono venute in mente tante strade da percorrere. Mi sono venute in mente tutte le persone che hanno lasciato un segno senza scrivere, ma semplicemente parlando, creando comunità. Sarebbe bello ospitare sul blog esperti di Socrate, per esempio, ma andrei troppo lontano dal tema e dalle mie competenze e soprattutto andremmo su argomenti che altri tratterebbero meglio di me.

Voglio restare, invece, sul più concreto (terra terra) e parlare delle cose che conosco. In particolar modo, oggi, vi parlo di un qualcosa che riguarda la mia terra. La Sicilia. Il dialetto siciliano.

Detti popolari siciliani sulla parola

In Sicilia si è sempre dato un valore alla parola come al silenzio. Perché il silenzio è d’oro. Come si dice in tutta italia. E la parola è d’argento, o peggio ancora, di piombo. Le parole vanno soppesate. Una parola è poca e due sono troppe, una parola è picca e dui su assai. E in effetti, la miglior parola è quella che non si dice “A megghiù parola è chidda chi un si dici“.

Però senza parlare non si può stare. In fondo, la testa che non parla si chiama Zucca, testa c’un parra si chiama cucuzza. E allora, ci viene in soccorso un consiglio. Prima di parlare mastica le parole. Prima di parlari mastica li paroli.  Rifletti bene sulle parole che stai dicendo. Che le parole non escano così come sono pensate, istintivamente. La parola come il cibo va mastica bene. Le parole vanno pensate, ma pensate anche con il cuore Quannu la lingua voli parrari, divi prima a lu cori dimannari. Chiedere al cuore cosa dire.

Perché poi la parola è utile. Lo sappiamo. Il saper parlare ti porta lontano.  E chi sa parlare, chi ha lingua, chi ha una buona favella) ha tutti i mezzi per attraversare anche il mare. Cu avi lingua passa ‘u mari.

Che la parola deve aiutarci e deve aiutare. Soprattutto quando si tratta di relazioni. All’amico, all’amico sincero parla con chiarezza. A lu tò amicu veru parraci chiaru. Perché la chiarezza e la sincerità portano con se la Fiducia.

Parole che lasciano il segno

Perché la parola, se detta in un certo modo, lascia il segno. Mia nonna, sosteneva di certi uomini che “parranu moddu e ‘mpiccicanu ruru” “parlano molle e colpiscono duro”. Lo diceva di persone suadenti, che parlano anche con garbo e con suono soave ma che dietro al modo c’era e c’è tanta cattiveria, tanto che le parole fanno male. E non certo per chiarezza, ma proprio per cattiveria. E si fa presto a dire che le parole non fanno buchi e non feriscono. I paroli nun fannu pirtusa. Perché le parole possono far male e, infatti, anche se la lingua non ha ossa … rompe le ossa, A lingua nunn’avi ossa … ma rumpi l’ossa. Ricordiamolo.

A queste persone non si risponde a tono, come spesso si dice. Anzi. Una risposta buona data a cattive parole vale molto e non costa niente. Assai vali e pocu costa a malu parlari bona risposta.

Che lo stile non è acqua e a buon intenditore poche parole.

Che però non si cada nel luogo comune…

Che non si cada nel luogo comune di una Sicilia mafiosa e omertosa, come rappresentata televisivamente ancora oggi. Che la Mafia c’è, esiste ed è tra di noi.

Ma a ben guardare, pur di parlare e di esprimere la propria Libertà, in Sicilia, per la parola, si muore. Che ben vedere, l’elenco degli uomini liberi è assai lungo.

Un discorso che ha certamente lasciato il segno è quello di Paolo Borsellino. Vi lascio al suo ascolto o al suo riascolto.

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