Archivi tag: Amicizia

L’amicizia è un valore

L’amicizia è un valore che indica un legame. Sul web potremmo dire che si tratta di un arco di relazione.

Se la rete è un grafo e i punti di unione sono i nodi. I link sono gli archi. Gli archi indicano relazioni e quindi possiamo parlare di archi di relazione.  L’amicizia è sicuramente uno degli archi più forti che ritroviamo sul web. Attraverso la creazione di questo arco di relazione è possibile costruire e creare fiducia. Attraverso i links, cresce la rete, cresce internet, cresce la nostra conoscenza. Attraverso lo scambio e la condivisione possiamo costruire un internet migliore.

Tag amicizia

Con questo tag si segnalano tutti gli articoli in cui è presente un rapporto di amicizia. O dove voglio mettere in luce questo arco di relazione. Inoltre, con questo tag, si mettono in luce anche gli articoli in cui parlo di amici, di persone che mi sono vicine umanamente e professionalmente.

Intervista a Riccardo Catagnano

Mi risulta difficile parlare di Riccardo Catagnano senza raccontare qualcosa di privato. Perché Riccardo Catagnano è un mio amico. Un amico di cui ho stima e nutro affetto. Una di quelle persone con cui ho condiviso pezzi di Vita, luoghi, amicizie, valori.

E quindi presentarlo formalmente come il Creative Director e Head of Branded Content di Connexia, una delle agenzie pubblicitarie più importanti d’Italia, è strano; ma è sicuramente un onore per il blog.

Di Riccardo non racconterò il CV. Su youtube trovate molte sue presentazioni, interviste e lezioni, in cui parla dei suoi progetti e del suo lavoro.

Riccardo Catagnano, un creativo

Prima di lasciarvi al perché di questa intervista e alle risposte di Riccardo, però, voglio raccontare questo breve aneddoto.

Premesso che parlare con Riccardo è sempre un piacere. Il suo pensiero è sempre brillante, un creativo 24 ore su 24, che smuove idee ad ogni chiacchierata.

Ricordo come, in una serata di agosto tra amici, ad una richiesta di un titolo per un nuovo format su youtube, Riccardo trovò il titolo perfetto, in pochi minuti, pensandoci per scherzo, quasi per gioco.

Ci sorprese tutti. Sembrò una di quelle magie che i maghi fanno fuori dal palco, per far divertire i bambini. Scoprì una moneta d’oro proprio dietro il nostro orecchio.

Di quel format l’autrice non ne fece nulla. A me è rimasto in mente il ricordo di questo aneddoto e chissà che prima o poi non riprenda quel titolo che varrebbe la pena avviare.

Perché intervisto un pubblicitario

Ma bando alle ciance. Perché intervisto sul blog un pubblicitario? E perché proprio Riccardo Catagnano?

Chi mi segue sa che mi occupo da tempo di assistenza vocale e chatbot e tempo fa mi sono interrogato sulla ricerca vocale. Ossia sul problema della ricerca fatta con glia assistenti vocali. Questi infatti, rispondono ad una domanda con un unica risposta.

Scrivevo infatti…

La risposta, o il risultato, però, non è la lista di risultati (SERP), cioè la famosa prima pagina dove tutti vogliono stare. No. Il risultato è una risposta unica e univoca scelta da Mister Google in persona.

O da altri assistenti vocali.

Insomma, mentre fino ad oggi la pubblicità si è inserita nelle nostre ricerche analogiche e digitali, da domani come farà?

Riccardo mi risponde con qualcosa che è già è stata fatta qualche anno fa. Riccardo di seguito racconterà un modo geniale che i pubblicitari hanno già trovato. Spiegando, tra le righe, che il pensiero dei creativi, come dei pubblicitari o dei comunicatori, troverà sempre il modo di utilizzare gli strumenti per raggiungere i propri obiettivi.

Enza, la deficienza artificiale

E chi meglio di Riccardo Catagnano poteva parlare di assistenti vocali dato che proprio lui è l’inventore di Enza, la deficienza artificiale?

Abbiamo realizzato una campagna pubblicitaria multisoggetto integrata, curando, con il supporto della nostra Media House interna, sia il concept creativo che la produzione di contenuti video.

La star dello spettacolo è Enza, il primo esempio noto di “stupidità artificiale”, che non semplifica la vita e non sa rispondere a nulla. Incapace di spiegare come la colazione possa essere deliziosa e leggera allo stesso tempo, Enza tormenta la famiglia innocente nello spot.

La campagna è stata trasmessa sulle principali reti televisive, sui canali digitali, su Radio e su Spotify, dopo una fase di teaser online. Enza e il suo fastidio hanno rilevato le pagine Facebook, Instagram e YouTube di Buondì Motta.

Intervista a Riccardo Catagnano

Con Riccardo dunque abbiamo parlato di pubblicità, di comunicazione, dati, di presente e di prospettive, che visto i tempi, non è male.

Qual è la tua definizione affettiva di pubblicità?

Se ci riflettessi un attimo, ti direi che è creare e raccontare, nel modo più inaspettato, le caratteristiche di un prodotto o i valori di una marca. Se invece dovessi risponderti a bruciapelo allora ti direi che è il modo più appagante che conosco per divertirmi ogni giorno insieme a gente incredibile, immaginando qualcosa che non c’è ancora.

Quale parte del tuo lavoro ti piace e ti diverte maggiormente? Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Mi piace molto la fase di brainstorming: quando si insegue con il nostro team di lavoro l’idea in grado di sbaragliare la concorrenza, di sorprendere un cliente e -ancora più difficile- anche noi stessi. È un momento ricco di energia, ad altissimo potenziale creativo, nel quale ci metti dentro tutto te stesso: insight inaspettati, riflessioni più o meno profonde, ricordi… e poi tutto ciò che hai visto, letto e sentito fino a un attimo prima di metterti al lavoro.

Lavoro con agende sulle quali annoto pensieri, il computer che uso per scrivere , aggiornarmi e incontrare i miei e scrivanie sempre più di fortuna: dal piano di cottura a induzione (spento) della cucina, al comodino del letto, al tavolino della sala. Un giorno riuscirò a strappare il tavolo principale alla mia compagna: sono fiducioso.

Tu oggi fai parte di Connexia. Una agenzia specializzata nel digitale. Spieghi ai miei lettori cosa si intende per data driven creativity agency?

Di recente abbiamo evoluto il nostro posizionamento in “Creativity in love with data and technology”, più una “non-agenzia” che un’agenzia nel senso più tradizionale del termine. Veniamo ai dati: duando si devono trovare delle idee, da qualche parte bisogna pur cominciare. In Connexia, forse proprio per la vicinanza con Doxa, partiamo dall’estrazione di dati. Questi possono riguardare le abitudini delle persone alle quali ci rivolgiamo, i loro sogni, le aspirazioni, cosa pensano etc. Pensa che abbiamo sviluppato un tool proprietario, il Connexia Audience Tracker, per interrogare una platea rappresentativa della popolazione italiana. I nostri Data Analyst (come suggerisce il nome) analizzano questa mole di dati che danno il via al lavoro degli Strategist: sono loro a impostare la strategia di comunicazione che, una volta validata insieme, diventa un insight dal quale i creativi partono per creare idee, campagne e attività di comunicazione sempre più rilevanti per le persone.

Come nasce l’idea di introdurre un assistente vocale nella pubblicità? Parlaci di Enza, la deficienza artificiale.

Nasce proprio dall’analisi dei dati e dei comportamenti delle persone. I dati ci dicevano che -nei mesi in cui la campagna veniva concepita- l’interesse degli italiani per gli assistenti vocali stava crescendo. Un trend in arrivo direttamente dagli USA che stava sbarcando anche da noi. Ci piaceva quindi portare un po’ dello zeitgeist in comunicazione, ma facendolo in modo inaspettato. Raccontando un’assistente vocale sui generis, Enza: una Alexa un po’ particolare che al posto di dare risposte, fa domande. E, contrariamente alle più blasonate intelligenze artificiali sul mercato, progettate per semplificarci la vita, Enza complica la vita alla famiglia che l’ha adottata con vendette al limite del patetico. Il tutto -guarda caso- a colazione: il focus sul prodotto deve essere sempre al centro, mai perderlo di vista.

Gli assistenti vocali danno una risposta unica ed univoca alle domande delle persone che ne fanno uso. Nel mondo della pubblicità si sta pensando a come entrare in questo flusso? O la cosa non interessa?

Ci sono funzioni personalizzabili e i brand ne hanno fatto e ne fanno uso: le skill. Voglio però raccontarti un esempio particolarmente brillante di qualche anno fa in cui la pubblicità televisiva “duettava” con google home… Burger King pianifica in TV uno spot di 15”: uno spazio troppo breve per raccontare cosa ci fosse dentro a un whopper… ed ecco che entra in scena la creatività. L’attore dello spot in tv chiedeva ad alta voce “Ok Google, what is the Whopper Burger?”, attivando così l’assistente vocale di casa che recitava la definizione di Whopper scritta ad hoc su wikipedia. Il primo esempio al mondo in cui la tv attiva google home: la comunicazione che esce dallo schermo per entrare nelle case e interagire con un altro device. Interessante, trovi?

Cosa ne pensi tu dell’assistenza vocale e dell’intelligenza artificiale? Enza è la tua risposta definitiva?

Di intelligente c’è ancora poco nell’intelligenza artificiale: la strada è ancora lunga. Per adesso è soltanto un mezzo “alternativo” per passare dei comandi: attivare l’aspirapolvere, mettere su un brano o sapere che tempo farà. L’intelligenza artificiale non è poi così intelligente come pensiamo. Enza poi…

A gennaio dicevi che “Diversity and inclusion” sono il nuovo trend della pubblicità nel 2020. Lo sono ancora oggi nell’era post covid? Puoi raccontarci qualcosa di questo trend? Quale è stato il trend precedente?

Diciamo che il covid ha scombinato qualsiasi previsione, trasformando il covid stesso in un trend che sfortunatamente sta tornando in auge. Le marche si sono sforzate di mostrare vicinanza con le persone, generando nuovi spot tv realizzati in pieno lockdown, producendo contenuti di intrattenimento, provando a infondere positività anche con azioni concrete. I brand hanno ritrovato un loro ruolo più sociale mettendo per un attimo da parte il profitto immediato e investendo nella collettività. Un trend che in Connexia abbiamo monitorato con una data application, una vera e propria “mappa della generosità”. …E siamo tornati a parlare di dati: coincidenza?

Il covid ci costringe ad andare alla ricerca di quello che chiamiamo nuova normalità. Come la pubblicità può aiutare aziende e persone in questa ricerca?

La comunicazione può immaginare e suggerire nuovi modelli, può invitare a riequilibrare i consumi, può contribuire alla ricerca di una dimensione più etica, una ennesima “new frugality” nella vita degli individui e delle aziende. Noi, non a caso, siamo da poco diventati una Società Benefit e invitiamo altre aziende a farlo. Perché pensiamo che ognuno di noi possa essere motore di cambiamento della società.

Prospettive future? Si procede a vista? Oppure si ritorna ai piani pre covid?

Nonostante il periodo, non ci fermiamo un attimo. Bisogna continuare a immaginare, a costruire, procedendo con oculatezza lungo un percorso più accidentato del previsto, ma che resta un percorso. E in questo percorso, incontriamo e tocchiamo anche temi decisamente attuali: proprio adesso siamo on air con la nuova saga di Buondì Motta, con un personaggio estremamente attuale… un complottista-negazionista che, non riuscendosi a spiegare la leggerezza e golosità di Buondì, trasforma la colazione in una cospirazione. Ogni spot, nuovo complotto. Una campagna coraggiosa creata sentendo lo zeitgeist e che ha generato conversazione online, alimentato dibattito e per la quale ho personalmente ricevuto minacce e maledizioni. Ma nessuna di questa è andata a segno. Almeno fino ad adesso…

E per finire le ultime 3 domande più leggere.

Consiglia un libro: Quello che non ti dicono, nel senso dell’ultimo libro di Calabresi.

Consiglia un brano musicale o un cd. Sto riscoprendo i classici Disney grazie a Lola, nostra figlia. Visto che abbiamo nominato la new frugality magari potrei suggerire l’ascolto di “Lo stretto indispensabile” da “Il libro della giungla”.

Consiglia un film: Jojo Rabbit. L’abbiamo proiettato su un lenzuolo durante le scorse vacanze. Se non l’hai ancora visto, ti aspetto l’estate prossima in campagna per una seconda visione al Nuovo Cinema Ragana.

Ringraziamenti a Riccardo Catagnano

Ho avuto anch’io il piacere di apprezzare Jojo Rabbit, ma rivedrò molto volentieri il film al Nuovo Cinema Ragana. Dunque accettando questo invito fin da oggi, ringrazio ancora Riccardo per avermi concesso questa intervista e per aver dedicato parte del suo tempo al blog.

Davvero grazie di cuore per tutto!

Intervista a Maria Pia Erice e Maurizio Schifano

Intervistare Maria Pia Erice e Maurizio Schifano è stato un vero piacere.

Come ho detto loro nell’intervista, quando penso a Maria Pia Erice e a Maurizio Schifano mi vengono in mente parole come attivismo, partecipazione, militanza. È quello che questi meravigliosi ragazzi fanno in Sicilia. Dietro molti degli eventi dedicati all’architettura dell’informazione e dell’User Experience, infatti, in Sicilia, ci sono loro due.

Nonostante la Sicilia, come la provincia, sia una sfida continua, Maria Pia e Maurizio non hanno mai rinunciato. E di questo la comunità siciliana deve essere grata. Almeno io lo sono.

Ed è proprio per ringraziarli della loro attività che li ho invitati sul mio blog. Spero che chi legga questo articolo poi abbia la curiosità di andarli a conoscere digitalmente e speriamo presto di poter tornare a viaggiare per andare a trovarli a Trapani nel loro Hype Bang.

Domanda di rito, per cominciare. Come è stato il vostro incontro con la UX?

Maurizio Schifano

Il mio interesse nasce nel periodo universitario. Studiando design del prodotto, cominciavo ad acquisire una visione critica verso un mondo saturo di oggetti che non erano molto utili, soprattutto per la visione che ci trasmettevano i nostri docenti, il mio ruolo come progettista non mi quadrava in quell’ambito, già ero molto attento ad aspetti etici del design.
Erano, poi, gli anni in cui arrivavano i primi smartphone e cominciavo a pormi molte domande sul rapporto tra le persone e la tecnologia. Vedevo le persone più grandi di me avere difficoltà nell’usare i computer e per me era una cosa inconcepibile.
Ho iniziato le mie ricerche e letture dal Bauhaus ad oggi, Maldonato, Bonsipe, Ideo, Nielsen, passando dall’ergonomia fino ad arrivare ai primi blog che mi anno data accesso ad un mondo di conoscenza, in particolare gli articoli di Luca Rosati che ancora oggi guidano il mio lavoro.

Maria Pia Erice

Rendere usabile un prodotto/messaggio significa renderlo accessibile a molti e chi si occupa di comunicazione non può che avere questo tra i suoi obbiettivi: permettere a tutti di comprendere una idea o di accedere alla conoscenza.

Fare comunità in Sicilia è difficilissimo. Come ci riesci/riuscite?

Maurizio

Da sempre viviamo una dimensione fisica/digitale delle comunità, il mio riferimento non è solo la Sicilia, grazie ad internet e ai social riusciamo tenerci in contatto con diverse comunità e realtà in giro per l’Italia.
In Sicilia non aiutano le distanze essendo difficile spostarsi ma ogni anno ci prendiamo dei momenti per summit o convention ritrovando vari amici e colleghi, anche fuori dalla Sicilia.

Maria Pia

Fare comunità è difficile un po’ dappertutto perché aprirsi agli altri significa abbattere muri, superare diffidenze. Le distanze sono sicuramente un problema, soprattutto al Sud, ma il digitale ci aiuta moltissimo.

Cosa pensate ci voglia per dare continuità ad un gruppo/comunità? Ci sono degli elementi che hai individuato? C’è qualcosa che proprio si dovrebbe fare ma da solo non riesci? Ad avere tempo e denaro, cosa ci sarebbe da fare?

Maurizio

Esistono diversi tipi di comunità e le descrive bene Ezio Manzini nel suo libro per che fare (da approfondire). Serve uno scopo, che accomuni gli intenti della comunità. Servono delle regole, per la gestione dei rapporti umani. Servono principi e visioni compatibili per andare nella stessa direzione.
E infine serve cuore, che altri chiamerebbero empatia, per capire gli altri e lavorare insieme.
Lavorare insieme è alla base del nostro metodo e le comunità in tal senso sono la massima espressione ma ci piace essere fluidi e le esperienze che si esauriscono e bene che vengano concluse.

Maria Pia

Ci vuole impegno per lavorare insieme. E bisogna lanciarsi, correre il rischio di lasciarsi “contaminare”. Un rischio bellissimo.

Maurizio. Da ambasciatore di Architecta come vedi la Sicilia?

Maurizio

La Sicilia è una terra di sperimentazione.
Molti colleghi sono andati via, altri stanno tornando trovando una dimensione con il lavoro da remoto.
Personalmente ho scelto di rimanere per continuare a lavorare da qui, molte occasioni me le sono perse ma il giusto equilibrio tra la vita e la professione l’ho trovato qui.

Maria Pia, in Sicilia trovi città intelligenti?

In Sicilia ci sono esperienze intelligenti, gruppi formali e non, tentativi di intelligenza diffusa. Intelligente significa sostenibile, connesso, scalabile, adattabile. No, città di questo tipo non ne vedo. Ma abitanti sì.

Maurizio, sei legato al mondo dell’Open source. Intanto come nasce questo legame/interesse e poi quali sono i punti che legano l’open source al tuo essere UX designer.

Non ricordo bene come ci sono arrivato, sicuramente una attitudine a capire le cose, ho sempre smanettato.
Oggi è più una visione politica, anche se molte sperimentazioni di quel mondo si stanno trasformando in altro.
Da UX Designer mi piace molto rendere le persone capaci di svolgere un compito che assolva ai loro bisogni.
Ci sono molte analogie con il mondo open in tal senso, si creano insieme strumenti condivisi che aiutano tutti e spesso il risultato non è lo strumento in se ma la relazione e l’impatto che si è generato.

Maria Pia, da lingue a grafica user designer, come descriveresti il tuo percorso?

Stranamente comprensibile. Ho studiato letterature straniere e cos’è la letteratura con i suoi stili, i suoi registri, le sue diverse forse, se non una organizzazione di informazioni al servizio di un utente/lettore?

Da quando ci siamo conosciuti ho visto che vi siete sempre cimentati nella creazione e conduzione di workshop. Cosa vi piace di questa attività e perché?

Maurizio

Un vocazione nel trasmettere la conoscenza.
E un processo di simbiosi che tra noi e gli studenti ci stimola a mettere in discussione i nostri metodi e sposta la linea delle sperimentazione in avanti.
È iniziato tutto all’università, lavorando con gli studenti.
Ho sempre cercato si trasmettere la curiosità e la passione per il design

Maria Pia

Vivere senza condividere esperienze e conoscenze è da egoisti.

Insieme avete iniziato questa avventura che si chiama HypeBang. Come nasce e come procede?

Maria Pia Erice e Maurizio Schifano

HypeBang è lo spazio dove si concretizzano piccoli e più grandi progetti, dove costruiamo strategie che migliorano l’esperienza di utenti finali e di aziende/organizzazioni. Ci piace costruire processi e raccontare ogni fase a chi decide di sceglierci. Insomma, sempre la condivisione al centro.

Quando penso a voi due mi vengono in mente parole come attivismo, partecipazione, militanza. Vi riconoscete, in queste parole? E dove trovate le energie?

Maria Pia

Sono tutte parole che raccontano un certo dinamismo civile. Don Milani diceva “A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca”. Ecco, meno mani in tasca, più vivacità umana.

Progetti e idee del presente futuro?

Maurizio e Maria Pia

Continuare a lavorare immersi nelle città e nei quartieri riuscendo a mescolare il fisico e il digitale.

E per finire le ultime 3 domande

Le domande che faccio a tutti.

Consiglia un libro

Maurizio

La nazione delle piante” di Stefano Mancuso.

Maria Pia

I Miserabili” di Victor Hugo.

Consiglia un brano musicale o un cd

Maurizio

The devil’s Walk” di Apparat.

Maria Pia

“Creep” dei Radiohead.

Consiglia un film

Maurizio

The Straight Story, di David David Lynch.

Maria Pia

Il labirinto del Fauno, di Guillermo del Toro.

Grazie a Maria Pia Erice e Maurizio Schifano

Ringrazio Maria Pia e Maurizio per questa loro intervista. Grazie anche per la loro attività di ambasciatori della disciplina, per la loro attività di volontariato per Architecta, come per tutte le altre comunità locali.

Grazie, grazie di vero cuore!

Ti potrebbe interessare

Se sei arrivato fin qui, ti potrebbero interessare le altre interviste del blog.

“Intranet Information Architecture” di Giacomo Mason

“Intranet Information Architecture. Progettare l’architettura informativa delle intranet di nuova generazione” è il titolo dell’ultimo libro di Giacomo Mason edito da UXUniversity. La stessa per cui terrò il corso Progettare Chatbot.

Una digressione personale su Giacomo Mason

Prima di parlare del libro vorrei raccontare alcuni aneddoti personali, che in anni non sospetti, mi hanno fatto conoscere Giacomo Mason. Se non interessa, potete saltare a piè pari questo paragrafo e andare alle conclusioni che spiegano il perché reputo il libro uno strumento utile e assolutamente da acquistare.

Ma la digressione la devo fare. Perché devo a Giacomo Mason più di quanto lui stesso possa immaginare.

Giacomo Mason? Ma io lo conosco!?

Non ho mai incontrato Giacomo Mason di persona. Siamo in contatto sui social e la nostra professione ci lega. Forse ci siamo incrociati al WUD Rome 2016, ma non sono sicuro fosse lui. Fatto sta che ne sento parlare da quando mi sono avvicinato all’architettura dell’informazione. Ne ho sempre sentito parlare come un ottimo professionista, come specialista delle intranet ed ogni tanto vado a leggere il suo blog.

L’anno scorso, dopo il mio definitivo trasloco in Sicilia (trasloco composto in buona parte di libri) mi decido ad acquistare una nuova libreria e sistemare quanto raccolto nel decennio precedente.

Mi capita sotto mano uno dei primi libri che ho acquistato a Venezia nel 2008. Lo riprendo in mano con nostalgia. Perché è uno di quei libri che mi ha dato notevoli spunti; che se si fossero realizzati (a quei tempi) sarebbero stati spunti rivoluzionari. E forse la mia storia professionale sarebbe stata diversa.

Leggo il titolo. La nuova comunicazione interna. Reti, metafore, conversazioni, narrazioni”. Autori Paolo Artuso e Giacomo Mason. Aspetta! Chi? Giacomo Mason? Lo stesso Giacomo Mason che ho incontrato professionalmente anni e anni dopo? Si. Proprio lui. Vedi il caso?

Comunicazione interna

Quando iniziai ad occuparmi di Radio, l’allora prorettore alla comunicazione dell’Ateneo veneziano, il professor Umberto Collesei, voleva che mi occupassi delle notizie dell’Ateneo, facendo un lavoro di raccolta. Peccato che il mio direttore del Servizio Comunicazione la pensava in maniera completamente opposta. Ossia il mio direttore pensava che non si poteva andare in giro, bisognava restare seduti, in ufficio, per rispondere in qualsiasi momento al telefono e ricevere da seduti tutte le comunicazioni. L’ufficio non doveva mai restare scoperto.

Da questo incrocio di vedute, nacque la necessità di avere una comunicazione interna adeguata ai tempi che stavano cambiando. Ed il prescelto fui io. Io che venivo da RCS Quotidiani e che avevo visto fare comunicazione interna in modo molto diverso rispetto a quanto non veniva fatto all’università.

Come mio solito, quando mi si affida un compito, iniziai il mio protocollo di formazione continua. Uscii da lavoro ed entrai nella prima libreria che incontrai. Cercai e tra gli scaffali c’era questo libro. Devo ammettere che, allora, non mi interessarono gli autori. Il titolo era talmente eloquente. Sembrava proprio scritto per me. “La nuova comunicazione interna“. Proprio quello che dovevo fare io.

Un modo nuovo di intendere la comunicazione interna

Il libro lasciò una profonda impronta nella mia idea di comunicazione. Ed è per questo che penso di essere stato per moltissimi anni un architetto dell’informazione inconsapevole. Tra l’altro il sottotitolo mi ha accompagnato nella mia formazione professionale, fino ad oggi, tra reti, conversazioni e narrazioni, appunto. Quel libro metteva al centro le persone; i veri protagonisti della comunicazione.

Dentro quel libro trovai tanti spunti. Veniva capovolto, già nel 2008, il punto di vista della comunicazione rispetto a quanto fatto fino ad allora. Se a quei tempi, infatti, la comunicazione interna era una comunicazione dall’alto verso il basso, Artuso e Mason proponevano una comunicazione che provenisse dal basso, che coinvolgesse i dipendenti.

Erano i primi anni dell’avvento di Facebook e già qualcuno intuiva i mutamenti che sarebbero arrivati. La partecipazione delle persone alla creazione di qualcosa era (ed è ancora) idea rivoluzionaria, in epoca dove la comunicazione era verticistica, proveniente tutta dall’alto e dai vertici di governo.

Raccolsi tutti gli elementi interessanti del libro e li sintetizzai in una relazione, che (spero di ritrovare) venne in seguito lasciata in silenzio. Perché la comunicazione interna che poi mi fecero fare, in pratica, era qualcosa che non si poteva chiamare degna di questo nome.

Newsletter come comunicazione interna

Di tutto il lavoro rivoluzionario che io proponevo (o meglio, che avevo estratto dal lavoro di Artuso e Mason) di fare, non se ne fece nulla. Allora non si poteva disturbare il reparto web, figurarsi se poi si poteva chiedere di rifare tutta la intranet.

Per questo motivo il tutto si ridusse nella compilazione di una newsletter che non aveva senso, che duplicava documenti più approfonditi, diceva cose che già tutti sapevano e dunque del tutto inutile.

In teoria, si trattava di una newsletter che raccontava, in sintesi, i punti discussi e approvati dal senato accademico. Sempre in teoria, l’ufficio organi collegiali mi avrebbe dovuto passare i suoi verbali, io li avrei riscritti in forma sintetica e potabile, ripuliti dei termini legali, inserirli sul web e poi li avrei inviati ai colleghi.

In modo semplice e immediato. La newsletter sarebbe dovuta essere inviata pochi giorni dopo l’assemblea del senato accademico.

Tra il dire e il fare ci sono di mezzo le persone

Peccato che non mi furono mai concessi, da nessuno, gli strumenti per fare bene il mio lavoro. Per esempio, non mi fu mai concesso di partecipare in prima persona al Senato accademico. La direttrice dell’ufficio organi collegiali mi passava una piccola parte dei verbali. Con estrema gentilezza, come era di suo carattere, teneva per se tutto ciò che era stato elemento di discussione e di acceso dibattito. Insomma veniva censurata preventivamente una buona parte delle cose interessanti, non secondo logiche comunicative, ma secondo logiche di preoccupazioni personali.

Così io ricevevo, quando andava bene, la metà dei verbali, e quindi la comunicazione veniva già pilotata dalle impressioni della direttrice. Ma non era finita.

Prima della pubblicazione ripassavo dalla censura dell’allora direttore amministrativo, che toglieva e aggiungeva a suo piacimento. Quando andava bene. Quando andava male chiedeva conto e ragione di ciò che mancava. E mi rimbalzava agli organi collegiali.

C’erano una volta i forum

Capitava poi, che i membri di opposizione scrivessero sui loro canali (allora c’erano attivi diversi forum) quelle notizie che avevano suscitato l’aspro dibattito di cui io non riuscivo a sapere nulla.

Il che, è chiaro, mi rendeva tutto tranne che uno che si occupava di comunicazione interna. Non solo per il processo farraginoso, ma anche perché la newsletter era del tutto inutile.

Alla fine del Senato accademico i presenti parlavano di ciò che era accaduto, non con me, né con il mio ufficio. Già la sera stessa le notizie più rilevanti erano bruciate. Se a questo si aggiunge che i verbali del senato accademico venivano resi pubblici, chi era interessato trovava lì tutte le notizie.

Cioè se sei interessato a quello che viene deciso dal Senato Accademico, non ti basta il sommario. A questa mia obiezione mi veniva risposto che quei verbali erano in pochi a leggerli, mentre la newsletter la leggevano tutti. Cosa assolutamente falsa. Perché sia la newsletter sia i verbali erano letti dalle stesse persone che anzi, a maggior ragione, si facevano un’idea negativa di quella che era intesa come comunicazione interna.

Da ufficio comunicazione ad ufficio propaganda

Ovviamente non avevo voce in capitolo, era poco meno di un anno che mi trovavo in quell’ufficio e per giunta precario. Al mio direttore andava bene così, alle catena di comando andava bene così. Peccato che tutti comprendevano che la comunicazione interna non funzionava. E l’esperimento si interruppe al primo cambio di comanda. Poi fu ripreso nuovamente dopo tempo. Qualcosa fu migliorato, ma il principio era sempre lo stesso.

Anzi, proprio per quell’idea di “ufficio propaganda” che ha continuato ad avere l’ufficio, su molti aspetti, proprio l’ufficio che avrebbe dovuto sapere tutto, restava fuori da molte comunicazioni interne.

E così è continuato ad essere per anni. Le cose sono cambiate? Non penso. La catena di creazione non funzionava perché le persone non erano state coinvolte. Ed è certo che ancora oggi non lo sono.

Intranet Information Architecture

Ma adesso veniamo al libro. Giacomo Mason dice che quella comunicazione verticistica e proveniente dall’alto, che non ascolta i dipendenti, è finita. Ed, in teoria, sarebbe dovuta finire già da almeno un decennio. Almeno da quanto Mason scrisse il precedente libro. Ma dal mio vissuto non sono per niente sicuro che sia del tutto finita.

Fosse solo per il fatto che fa troppo comodo una comunicazione verticistica. E che dare la parola ai dipendenti, quando non gli chiedi mai niente, risulta troppo pericoloso. I manager di oggi, grosso modo, sono gli stessi manager di dieci anni fa. Se ancora nel 2018 parliamo di cultura digitale come del futuro, significa che l’Italia ha ancora un bel po’ di strada da fare. E se non avevano la sensibilità di ascoltare dieci anni fa, dubito che abbiano cambiato modo di fare.

Lavorare con i dipendenti

Traggo un breve brano dal libro che conferma quanto appena da me raccontato e che vale l’acquisto del libro.

C’è stata un’epoca, fino a poco tempo fa, nella quale le decisioni sui nuovi servizi dell’azienda venivano prese in stanze lontane. Il design portato avanti da inarrivabili designer, le applicazioni sviluppate in segreti sottoscala senza che nessuno conoscesse lo stato dell’arte e gli avanzamenti. Un’epoca in cui progettare un servizio significava creare un piccolo gruppo di onniscienti specialisti che avrebbero detto la prima e l’ultima parola sul prodotto che poi gli altri, mai incontrati realmente (ma in nome dei quali il gruppo, a rigore, lavorava) avrebbero dovuto usare: E che poi in effetti usavano, e poi smettevano di usare, e poi mettevano da parte con un’alzata di spalle. Quell’epoca è finita.

Oggi, per progettare un servizio, un prodotto, un’applicazione, ma anche un menù di navigazione un insieme di etichette, si lavora c’è anche a fianco con le persone che poi useranno il servizio, l’applicazione, il menù di navigazione. Lavorare con le persone significa e coinvolgerli in modo organizzato (ovvero usando tecniche di design thinking) in vari momenti del processo di design: ascolto, progettazione, verifica di quello che è stato progettato.

Quell’epoca è finita?

Quell’epoca è davvero finita? A me non risulta, anche se sarei felice di essere smentito, che quell’epoca sia finita. Non credo che i reparti di sviluppo, almeno quelli al riparo con uno stipendio fisso, si siano adeguati alle nuove e moderne metodologie. Non credo che i manager illuminati si siano moltiplicati sul suolo italico.

Se un umanista della comunicazione sogna una intranet a disposizione dei propri colleghi, l’informatico pensa a tutto il lavoro aggiuntivo e alle ore di straordinario necessarie e non pagate.

Non penso che sia sempre fatto per partito preso. Almeno lo spero. L’informatico, per definizione, sta al di là del ponte. Lo è spesso fisicamente, sempre più, lo è mentalmente. Parla un linguaggio che solo lui ha imparato e non vuole aiutare altri a comprenderlo. Se a questo comprensibile modo di essere, si aggiunge che è meglio risparmiare tempo ed energie, sapete qual è il risultato.

Comunicazione VS Informatica

Non solo. A me risulta, che lo scontro tra comunicazione e informatica è sempre in continuo divenire. Senza soluzione di sorta. Chi ha pensato di unire i due uffici ha solo provocato tensioni e depressione nei dipendenti che si vedono altrove.

Anche lo sviluppo di un sito web istituzionale risponde spesso a logiche di organigramma. Quando va bene. Quando va male è sottoposto al “Mi piace o non mi piace” di chi comanda o del figlio di chi comanda. Lo spazio sul web corrisponde spesso allo spazio di potere del dirigente di riferimento. Molte parti dei siti vengono affidati ai dipendenti che devono seguire le logiche dello sviluppatore. Anche se quelle logiche sono opposte alle logiche lavorative.

I dipendenti spesso si interfacciano con architetture dell’informazione incomprensibili. Proprio perché sono il risultato di scelte verticistiche o di singoli. Proprio perché non si riesce a fare un lavoro di ricerca, di progettazione adeguato. Non si riesce a fare un lavoro di squadra.

Certo. Nel mondo questo modo di fare è finito. Ma parlando dell’Italia, mi viene da consigliare di usare il condizionale e che sarebbe meglio dire che quell’epoca sarebbe dovuta concludersi da molto tempo. Che oggi si dovrebbe progettare e sviluppare in maniera completamente diversa e opposta rispetto al passato: le intranet, come i siti web.

Perché acquistare Intranet Information Architecture

E dunque diventa fondamentale acquistare il libro di Giacomo Mason. Primo perché penso che l’epoca delle cattive pratiche in Italia non è finita. Anche se si è fatta molta strada in questi anni. Non mi troverei qui a divulgare una cultura della comunicazione e della progettazione ormai ovvia in quasi tutto il mondo. Secondo, lo deve comprare chi vuole comprendere i meccanismi della progettazione. Come si fa, come viene fatta dai professionisti.

La lettura del libro, dunque, è una lettura fondamentale. Per estrarre le buone pratiche. Cercare di creare, nel vostro inferno di azienda, piccoli e intensi spazi di paradiso. Potrete scorgere nel vostro quotidiano le cattive pratiche svolte da enti, agenzie, ancora vecchie dentro, e da colleghi non proprio umili ed educati.

Si tratta di seguire, passo passo, il lavoro di un professionista nella realizzazione di una intranet. E con esempi pratici e reali. Un libro utile. Per tutti. Per coloro che vogliono imparare da principio, così come per coloro che hanno già esperienza in aziende private o pubbliche. E magari, per ragioni varie, non hanno la possibilità di collaborare con un professionista di alto livello come Giacomo Mason. Leggere il libro significa mettersi al suo fianco e imparare.

Allora è e sarà una vera scoperta. Che consiglio a tutti di fare.

Storytellers Project: intervista a Laura Boffi

Ho avvistato The Storytellers project di Laura Boffi per caso; navigando all’interno della mia bolla sonora. E mi è sembrato fin da subito un bel progetto. Perché parla di relazioni, di ascolto e innovazione. E non potevo non parlarne. Quello che mi interessa maggiormente infatti è proprio la parte della lettura e di ascolto dei bambini. Mi sembra un progetto che trasuda umanità e che vedrà collaborare persone molto belle.

Non so come il progetto si evolverà. Il blog lo seguirà. Magari Laura Boffi ci aggiornerà nel tempo, se vorrà. Al momento vedo un grande fermento e mi sembra un progetto interessante. Per questo ho pensato di scriverne sul mio blog e di chiedere l’intervista che trovi di seguito a Laura Boffi.

Il post che ho letto diceva e chiedeva.

Il progetto Storytellers cerca persone adulte, pensionate e non, che vogliano leggere libri per l’infanzia al telefono 🙂

Il progetto si prefigge di creare un servizio di lettura remota per bambini attraverso la creazione di una comunità di lettori senior.

The Storytellers project

Sia per dare una mano, che per divulgare la richiesta, ho deciso di scrivere all’ideatrice del progetto.

Il progetto vuole essere un servizio di biblioteca innovativo dove una comunità di lettori avanti con gli anni, disponibili e con molto tempo a disposizione legga a bambini libri per bambini. La lettura avviene a distanza e al telefono.

Lo strumento di interazione però è il robot Storybell che trasmette le loro letture e proietta immagini a parete della storia che viene letta.

Il progetto Storytellers mira a promuovere relazioni intergenerazionali che siano benefiche per tutte le generazioni coinvolte: anziani, bambini e giovani genitori. Il progetto vorrebbe attivare un ecosistema di comunità che sfrutti:

  • l’aspirazione degli anziani ad essere buoni per le giovani generazioni
  • bisogni dei bambini per lo sviluppo psicologico
  • il bisogno di sostegno dei giovani genitori nella cura dei bambini.

Laura Boffi

Non conoscevo Laura Boffi e non l’ho mai incontrata. Le ho scritto una mail per capire meglio il suo progetto ed è stata fin da subito disponibilissima.

Laura è una interaction & service designer e ricercatrice italiana.

Vive la vita quotidiana come fosse sul campo e raccoglie intuizioni per i suoi progetti dalle persone e contesti intorno a sè. Spesso queste intuizioni le fanno scoprire nuove opportunità progettuali in cui immagina l’uso di tecnologie per propositi diversi da quelli per cui sono state destinate.

Laura esplora le proprie idee di progetto dall’inizio del processo di ricerca attraverso i prototipi che costruisce e che utilizza come strumento di conversazione e progettazione con i suoi utenti. Durante la fase di co-creazione e di “prototipazione dell’esperienza”, Laura lascia manipolare i prototipi dalle persone attorno a cui si focalizza il progetto affinché possano appropriarsene, commentarli e definirne meglio lo scopo, l’uso e le caratteristiche in base ai propri valori ed il contesto in cui vivono. In questo modo, allena ed alimenta la sua unica prospettiva su ciò che le tecnologie possono fare per arricchire l’esperienza delle persone.

The Storytellers Project: intervista a Laura Boffi

Dai la tua definizione affettiva di interaction design?

Per me significa progettare esperienze significative per le persone, partendo da una loro osservazione e conoscenza nel contesto (fieldwork) ed immaginando futuri scenari in cui le tecnologie favoriscono sia l’ interazione tra le persone che il benessere individuale.

Come sei venuta a contatto con questa disciplina?

Durante i miei studi in design in Olanda alla Design Academy Eindhoven. In quel periodo ho messo a fuoco il fatto che non mi appassionava “creare oggetti”, ma ero interessata a progettare usi alternativi delle nuove tecnologie, partendo dalla ricerca con le persone. Mi affascinava capire come le persone potessero appropriarsi delle tecnologie, definendo nuove abitudini e attribuendo loro un valore personale o culturale.

Attraverso una mia ricerca personale, ho scoperto che esisteva un campo che si occupava esattamente di immaginare e disegnare nuovi rapporti tra le persone e le tecnologie, ovvero l’interaction design, ed ho cominciato a documentarmi su dove poter proseguire i miei studi. Il Copenhagen Institute of Interaction Design, fondato da una ex professoressa dell’Interaction Design Institute Ivrea (IDII) ed un paio di ex studenti che, dopo la chiusura dell’IDII, si erano spostati in Danimarca, era in procinto di iniziare il secondo anno del loro pilot e poiché gli studenti ammessi avrebbero avuto tutti una borsa di studio ho deciso di fare domanda. È così che nel 2009 mi sono spostata a Copenhagen ed ho finalmente iniziato a formarmi in
interaction design!

Ti occupi di interaction design da molti anni. Quali prospettive vedi per la professione?

Personalmente considero la mia professione la ricerca, in interaction design. Per l’immediato futuro trovo veramente interessante come, attraverso la ricerca in design, potremmo progettare oggetti, servizi ed ambienti che utilizzano l’intelligenza artificiale, dai social robot alle auto autonome.

Lavorare alla definizione dei comportamenti di oggetti e sistemi del genere comporta una grande responsabilità, sensibilità ed umanità. Bisogna lavorare in team con varie tipologie di esperti (da ingegneri ad umanisti) e portare il proprio contributo con umiltà. Come designer mi auguro di poter lavorare con queste nuove tecnologie, di collaborare con studiosi internazionali e continuare a stupirmi di come le persone possano appropriarsene
nella loro vita reale.

Dai tuoi profili leggo che sei molto centrata sulla ricerca, qual è la tua “giornata tipo” professionale?

Ti giuro che non avevo letto questa domanda quando rispondevo sopra :). La mia giornata tipo è molto variabile. Dipende se ho in ballo una consulenza per una compagnia oppure se posso dedicarmi ai miei progetti di ricerca. Se ho un progetto di ricerca in mano, allora mi occupo di disegnare il piano del progetto e di mandare avanti le varie fasi, dalla ricerca sul campo alla costruzione di prototipi. Significa quindi che mi occupo sia di reclutare partecipanti che di progettare gli strumenti che utilizzerò durante la ricerca o le attività da fare con loro. Qualche volta, quando ho dei risultati da comunicare o una conferenza interessante a cui partecipare, mi prendo del tempo per scrivere un articolo scientifico. Sono molto lenta se lavoro a progetti di ricerca personali.

Cerco di imparare quanto più posso. Se invece si tratta di consulenze, il tempo è pattuito dall’inizio e di solito svolgo un  progetto di innovazione oppure dei workshop in cui insegno la metodologia del People centred Design alle persone che lavorano per quella compagnia.
Di sicuro quotidianamente vado, fisicamente, in studio, dove ho tutti i miei materiali da prototipazione, i miei libri, il mio spazio.

Quale parte del tuo lavoro preferisci?

Quando metto insieme i pezzi della ricerca sul campo fatta con le persone ed iniziano ad emergere idee ed associazioni a cui non avrei mai pensate, oppure quando porto un prototipo non finito dalle persone e loro iniziano a vederci altri mille possibili significati ed utilizzi, e portano avanti il progetto in territori inesplorati.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Carta, pennarelli, colla, macchina fotografica (che fa anche video) e un pò di computer. Questo è il corredo necessario per iniziare una ricerca nel contesto con dei partecipanti perché li intervisto, li filmo e faccio fare loro delle attività che mi aiutano ad avere insights sul loro punto di vista rispetto a ciò su cui sto focalizzando il progetto.
Poi utilizzo materiali analogici (da legno a stoffe) per costruire prototipi e, se serve, Arduino e qualche sensore, ma non sono per niente brava a programmare, quindi alla fine cerco di prototipare nel modo più indolore possibile per me. Fortunatamente per far provare l’esperienza del prodotto o del servizio ai miei partecipanti posso progettare vari modi di experience prototyping!

Al momento stai lavorando al progetto storytellers. Come nasce questo progetto?

Nasce dallo stratificarsi di vari insights che avevo raggiunto attraverso il lavoro a progetti europei sugli anziani e l’invecchiamento attivo e sul mio diventare mamma. Da un lato, la mia ricerca con persone anziane, pensionate, mi ha portato a scoprire quanto è eterogeneo oggigiorno questo gruppo di persone e a riconoscere che spesso i progetti finanziati per sviluppare oggetti, servizi ed ambienti per il loro benessere sono stereotipati sulla figura dell’anziano da assistere.

Spesso si tratta di progetti technology driven, non guidati da una iniziale ricerca sul campo ma dalle tecnologie che si sanno sviluppare. Questo determina che si scopra, solamente in un secondo tempo, la domanda di ricerca che ha veramente significato, quando si è stabilito già a priori cosa progettare. La mia partecipazione a questi progetti e l’interazione con vari anziani europei ha fatto sì che io incamerassi intuizioni sull’importanza del coinvolgimento sociale delle persone in via di pensionamento o pensionate, nonché dell’importanza di restituire loro ruolo attivo e responsabilità sociali.

Nel frattempo sono diventata mamma e ciò ha contribuito a convogliare “naturalmente” i miei interessi di ricerca sulle relazioni intergenerazionali, anche come risposta all’ approccio assistito nei confronti dei “più grandi”.

Il progetto

Il progetto Storytellers vuole incentivare le relazioni intergenerazionali affinchè le generazioni coinvolte ne traggano beneficio: adulti, bambini e giovani genitori.

Il progetto ha come scopo quello di promuovere un ecosistema di comunità che si basi su:
• l’ aspirazione degli adulti di essere utili alla società dopo il pensionamento e di creare “qualcosa di buono”per le giovani generazioni
• il bisogno dei bambini di ascoltare storie e di legarsi a persone di età differenti per il loro sviluppo psicologico
• il bisogno di aiuto nell’ educare i figli da parte dei giovani genitori.

Storytellers è un servizio delle biblioteche che unisce una comunità di lettori adulti con i bambini e le loro famiglie per momenti di lettura a distanza. I bambini usano il robot Storybell (ovvero “Campana delle storie”) per comunicare con gli adulti-lettori, la Storybell trasmette la lettura degli adulti e proietta sulle pareti le immagini della storia che si sta leggendo.Bambini e lettori si parlano come se fossero al telefono attraverso il robot Storybell.

The storytellers project: partecipa

Gli adulti che vogliono leggere ai bambini possono diventare Storytellers facendo il corso di Lettura a Distanza presso la biblioteca locale. Gli Storytellers possono stabilire i giorni e le ore in cui sono disponibili per leggere ai bambini.

Il bambino può prendere in prestito in biblioteca una Storybell da portare a casa e iscriversi al servizio con l’aiuto di mamma e papà. Quando il bambino ha voglia di ascoltare una storia, può prendere la Storybell dalla maniglia ad anello e suonarla come una campana. Allo scuotere della campana una richiesta di lettura giunge a tutti i lettori. Il primo che risponde alla richiesta sarà lo storyteller del bambino per quella volta.

Cercasi lettori

Per lo sviluppo del progetto Storytellers stai ricercando lettori adulti, pensionati e non, che si entusiasmino all’idea di poter ricevere una telefonata e leggere una storia al bambino dall’altro capo del telefono”. Quali saranno i passaggi di selezione.
Ora sto effettuando una primissima sperimentazione dell’idea del progetto in Italia e coinvolgerò 5-10 lettori senza però sviluppare nessuna nuova tecnologia. Farò provare loro l’esperienza del progetto Storytellers come se esistesse utilizzando il telefono. Il mio scopo è quello di raccogliere feedback sull’esperienza di tutte le persone coinvolte: il bambino che ascolta la storia, il lettore e il genitore (mamma/papà) che sarà chiamato a dare fiducia ad un lettore sconosciuto.

Per reclutare i lettori in questa prima fase sto utilizzando innanzitutto il mio network personale e persone che hanno partecipato ad altri progetti con me. Sto anche raggiungendo gruppi di lettura. L’entusiasmo ed un po’ di tempo disponibile sono i requisiti. Insieme ad una attrice che collabora al progetto sto pensando di fornire loro alcuni consigli utili per cimentarsi nella lettura al telefono. Pensiamo di creare un piccolo video da diffondere ai lettori. In seguito, e penso alla prossima fase di sperimentazione, il reclutamento verrebbe fatto dalle biblioteche, dove i lettori riceverebbero il piccolo training di lettura a distanza che nel frattempo avrò sviluppato con la mia collaboratrice.

Due biblioteche italiane ed una olandese mi hanno dato la loro massima disponibilità. Per questo sono sempre alla ricerca di fondi, per potermi permettere di avviare una sperimentazione più ampia e reclutare partner di progetto.

Scrivi che la tua ricerca riguarda anche scrittori e illustratori che possono essere ispirati ad inventare nuovi modi di produzione di storie. Hai già avuto qualche riscontro?

Un mio amico scrittore è molto intrigato dall’idea dello Storybell e di leggere storie a distanza. Insieme a lui e ad una illustratrice danese abbiamo fatto un piccolo esperimento iniziale per cominciare a pensare a come dovrebbe essere strutturata ed illustrata una storia affinché potesse essere letta a distanza al meglio. La sfida è quella di mantenere viva l’attenzione del bambino e rendere la lettura dialogica tra bambino e lettore.

Magari la storia può prendere varie direzioni, guidata dell’interazione bambino-lettore…ma è ancora prematuro dire qualcosa. È solo una delle possibili strade che testeremo.

La ricerca sarà rivolta anche all’ascolto?

Certo, il bambino è il principale fruitore. Lui ascolterà la storia ed interagirà con il lettore, come se si parlassero al telefono in modalità viva-voce. Per capire le reazioni del bambino alla lettura, durante questa prima fase sperimentale le sessioni di lettura a casa del bambino verranno video-registrate poiché io non potrò essere presente. Riguarderò le registrazioni ed intervisterò le mamme per capire l’esperienza che hanno vissuto i bambini ed il loro coinvolgimento.

E per finire le ultime 3 domande più leggere. Consiglia un libro

Niccolò Ammanniti, Che la festa cominci.

Consiglia un brano musicale o un cd

The Pixies, Where is my mind?

Consiglia un film

Ponyo

Hai tempo? Partecipa anche tu!

Se hai tempo, ti piace leggere e ti piace leggere libri ai bambini è possibile offrirsi come volontario e partecipare al progetto iscrivendosi. L’iscrizione è una fase molto importante perché in questa fase ci si presenta e ci si conosce. A la selezione avviene per salvaguardare i bambini.

È importante sapere, quanto dice la stessa Laura.

  • Amo i bambini e mi interessa che siano al sicuro, protetti e rispettati.
  • I bambini che partecipano al processo Storyteller saranno sempre circondati e supportati dai loro genitori durante le sessioni di co-creazione e prototipazione.
  • Nessuno è in pericolo di elettroshock;).
  • I prototipi saranno realizzati con materiali non nocivi (carta, legno, ecc.) E basati sulla tecnologia a bassa tensione.
  • Non c’è bisogno di avere alcuna conoscenza particolare sulla letteratura per bambini o sulla tecnologia.
  • Ogni sessione di co-creazione e prototipazione durerà circa un paio d’ore. Concorderemo insieme sul momento migliore per te e rispetteremo i tempi.
  • Mi piacerebbe incontrarti di persona e tenere sessioni pratiche con te, ma organizzerò anche con sessioni remote su Skype con persone fisicamente lontane da me che vorrebbero contribuire.
  • Le assunzioni si svolgono a rotazione tutto l’anno e, in base alla fase in cui si svolge il progetto, parteciperai a diverse attività di ricerca.

Grazie

Ringrazio Laura Boffi per la gentile concessione del suo tempo e delle sue parole. Io cercherò di seguire le evoluzioni di questo progetto, che spero abbia i migliori risultati e la più ampia partecipazione possibile.

Se Laura vorrà aggiornare il blog e i suoi lettori, sarò davvero felice di pubblicare i nuovi sviluppi. Ancora grazie e tutto il meglio a The storytellers project.

Vita da blogger – Buon ferragosto a tutti!

Dura la vita da blogger. Specialmente se ci sono 40 gradi e il tuo ufficio si affaccia alla vista del mare. Certo alla base di tutto c’è sempre un certo piacere. Il piacere di studiare, condividere conoscenza, leggere. Si tratterebbe (forse) di svolgere anche un ruolo sociale importantissimo: arricchire il web di qualcosa che si pensa abbia un valore. Si riesce? Ci riesco? Chissà. E poi vedere aziende che vanno in ferie, e non dovrebbero andare, mi ha fatto venire una gran voglia di lavorare.

Magari si tratta di pensieri deliranti. Se pensate così, mi perdonerete, è il caldo.

Caro (lettore) amico ti scrivo,

Tutte le volte che scrivo un articolo immagino che tu, lettore, sia seduto davanti a me e mi chieda le tue curiosità su cosa sto scrivendo. È un modo che mi permette di essere il più concreto possibile, di semplificare, per quanto posso, concetti che per me, nella mia testa, sono sottintesi. Ma soprattutto mi permette di essere sereno con me stesso.

Il blog è nato il 3 luglio del 2015. È nato per uno scopo. Cioè porre l’attenzione verso una piccola parte dell’architettura dell’informazione. Cioè della parte sonora, dell’architettura dell’informazione in contesti sonori. Nel tempo, però, a questo blog si sono aggiunti altri lettori ed io ne ho cercati di nuovi.

Le cose cambiano

Nel tempo ho raccolto i consigli degli amici, ascoltato i detrattori, riflettuto sui miei obiettivi.

Molte cose, in questi tre anni, sono cambiate. Però penso di aver cercato di mantenere la barra dritta sul tema degli assistenti vocali, sulle nuove tendenze che il mondo sonoro è intento a perseguire, e, per quel che vale, sulle nuove sfide dell’architettura dell’informazione, sulle sfide che io, personalmente, penso siano nuove frontiere.

Per me, questo, fa parte della progettazione di ecosistemi digitali sonori. Come architetto dell’informazione non me la sento di scrivere riguardo categorizzazioni e tassonomie, di cui si trova un po’ di tutto. Il mio contributo, penso, sia quello di leggere in profondità il web e la società che vive il web. E lo faccio con una lente che è quella dell’architettura dell’informazione, dal punto di vista uditivo.

Vita da blogger

Dicevo. In questi 3 anni, sono profondamente cambiato personalmente. Ho avuto certe sberle, che non te le sto qui neanche a raccontare. Il cambiamento sembra bello a parole, ma se vediamo che certe cose non cambiano mai è perché il cambiamento è doloroso. E l’essere umano non vuole soffrire.

Per come la vedo io, per come lo sento e lo vivo, il mio messaggio è sempre rimasto uguale. E per quello che è cambiato, il sito non è più (solo) un blog ma è un sito personale che mi racconta. Per questo ho creato apposite sezioni che leggo come distinte. Ho creato una sezione di Tecnologia Sonora, per tutta la parte hardware, una pagina dedicata alla mia agenzia di comunicazione e, infine, ma sempre in primo piano, per chi mi legge, è rimasto il blog di architettura dell’informazione sonora.

Forse sono risultati vincenti (e convincenti) articoli che mi hanno dato grande soddisfazione come l’articolo sui registratori digitali. Oppure come la collaborazione con la Zoom per il suo Zoom Q4n. Ma questa è la legge dei numeri. E nella vita da blogger, anche per motivarsi un po’, i numeri contano.

Divulgazione dell’architettura dell’informazione e dei chatbot

Da parte mia, di qualunque cosa scriva su questo blog, penso sempre di offrire il punto di vista di un architetto dell’informazione e un punto di vista sonoro. Lo ripeto.

Per me era ed è necessario divulgare e far conoscere l’architettura dell’informazione a un numero più vasto di persone possibile. Più persone conosceranno l’architettura dell’informazione, più persone ne faranno uso, più il web italiano potrà essere migliore.

Così come sono convinto che sia compito degli architetti dell’informazione raccontare e spiegare i chatbot, gli assistenti vocali, e quella parte di dispositivi che si identifica con una interfaccia conversazionale.

La mia comunità di riferimento pensa che sbaglio? Voi lettori mi dite di no. Ad ogni modo io sono aperto al confronto. E data la mia lontananza fisica non trovo modo migliore che questo blog come punto di incontro e centro di studio.

Alla ricerca di una tribu

C’è sempre la voglia di creare una comunità, di incontrare simili, discutere su argomenti che si ritengono importanti e che difficilmente si riesce a trattare con le persone che ci circondano. Se un obiettivo è stato raggiunto dal blog è che, se oggi si parla di assistenza vocale, voce, suono e progettazione, molte persone pensano a questo blog.

Si tratta di piccole o grandi conquiste, a seconda di come si vogliono vedere. In ogni caso momenti importanti.

E questo blog o sito, sta diventando, per quello che si può, un centro di studi, una comunità con cui parlare, con cui, dal profondo della provincia italiana, ci si possa confrontare.

Non penso di essere il solo, in questa ricerca. Se ci sei anche tu. Batti un colpo.

Buon ferragosto!

Forse neanche questa volta sto parlando di architettura dell’informazione. E me ne scuso. O forse si. Perché riordino le idee, perché magari riordinate le vostre. E un architetto dell’informazione riordina sempre.

Spero possiate apprezzare questo post, anche per il solo fatto di essere stato scritto con un ventilatore sparato sul PC (che altrimenti si bloccherebbe, tanto fa caldo). Chi conduce una vita da blogger non si ferma mai. Per uno strano spirito di servizio.

Chi legge e vuole contribuire alla sostenibilità di questo blog, può pure farmi un regalo, se lo vuole. Oppure può iniziare a farsi un regalo. Non è mai il momento sbagliato.

Mentre tra una tastiera e qualche ora di mare, stanno nascendo numerosi progetti che vi racconterò più avanti e che sono impegnato a realizzare.

Vi auguro un buon ferragosto, buone vacanze, se le state facendo in questi giorni; o buon relax se state lavorando mentre tutto intorno a voi tace. Vi sono vicino, almeno quanto voi siete vicini a me! Buon tutto! E alla prossima settimana, come sempre!

Buon compleanno 2018

Buon compleanno! Caro blog Architettura dell’informazione sonora, buon compleanno! E auguri anche a voi, cari lettori! Che senza di voi non avrebbe alcun senso scrivere per tre anni ogni lunedì su un tema di nicchia come l’architettura dell’informazione e l’assistenza vocale.

Oggi il blog compie tre anni pieni, densi, veramente compiuti. 3 luglio 2015 – 3 luglio 2018.

Tre anni di blogging

Questi tre anni non so se sono passati troppo velocemente o troppo lentamente. Ma ci sono voluti tutti. Tre anni per superare tutte le difficoltà che il web pone, per guarire dalle ferite che il tempo e la vita infliggono. Tre anni per avere intorno, sul web, un gruppo di persone che ti segue, ti legge e ti vuole pure bene. E questo riscalda davvero il cuore.

Ve lo dico con sincerità. Alcune vicende private mi hanno bastonato a dovere. Questo blog mi ha salvato da tante situazioni. E soprattutto mi ha fatto vedere il mondo con occhi diversi. Ve l’ho sempre detto e lo ripeto. Questo blog mi ha insegnato tante cose e spero di restituire quanto mi è stato dato.

Architettura dell’informazione come rivelazione

Non so se sono riuscito in questi anni a trasmettere tutte le potenzialità dell’architettura dell’informazione. Cioè non so se si capisce quanto dell’architettura dell’informazione c’è in questo blog. Non so se sono riuscito a convincere qualcuno a studiare, o quanto meno, ad avvicinarsi alla disciplina.

Dalla profonda provincia in cui vivo è sempre una sfida. Chi mi segue sa che per me l’architettura dell’informazione è stata fin dal primo giorno una rivelazione. Divulgare ad altri questo messaggio per me era e resta qualcosa di importante. Un cambio di paradigma.

A volte dispiace non essere riusciti a spiegarlo al meglio. Qualcuno ha frainteso, qualcuno mi ha odiato. Io ho fatto solo il mio lavoro. Ho seguito il consiglio di persone più esperte di me; ascoltato tutti i maestri della disciplina. Ho detto e dico la mia con umiltà e dedizione.

Assistenza vocale e architettura dell’informazione

Il mondo sta cambiando e in questo cambiamento ci sono e ci saranno gli assistenti vocali.

Penso che questa tecnologia oltre lo schermo sia la nuova sfida dell’architettura dell’informazione. L’ho detto più volte. L’organizzazione dello spazio dentro uno schermo ormai è talmente standardizzato che il lavoro di un architetto dell’informazione non può più essere, solo ed esclusivamente, quello di organizzare le informazioni dentro il web.

Abbiamo il compito di organizzare le relazioni e le connessioni in un nuovo universo spazio temporale che è onlife. Abbiamo il profondo compito di far emergere sensi, significati, comprensioni. In un mondo sempre più complesso, qualcuno direbbe ipercomplesso, c’è estremo bisogno di architettura dell’informazione.

In questi tre anni ho cercato di parlarne il più possibile. A volte (ma anche adesso) mi sembra di ripetermi, di dire cose banali. Mi auguro di no.

Cambiamento e nuove sfide

Ultimamente penso che il cambiamento sia sopravvalutato. Cambiare significa provocare un terremoto nelle nostre vite. Cambiare vita, città, cambiare abitudini. A parole sembra una cosa facile. Ma nei fatti è dura.

Ed, infatti, nei fatti nessuno vuole cambiare. Nessuno cambia veramente. Cambiare significa mettere in discussione le nostre certezze. Quando arriva il cambiamento, il terremoto, a ricostruire tutto quello che crolla ci vuole tempo.

Per me ricostruire è stato un lungo percorso verso l’apertura di una partita IVA. Non una scelta facile. Se non altro per la massa di persone che sconsiglia questo passo.

Se non ci fosse stato un terremoto prima non avrei mai fatto questo passo.

Toni Fontana freelance a partita IVA

Di conseguenza il blog ha subito un cambiamento profondo. Non solo grafico che è la superficie ma di obbiettivi. E quando cambiano gli obbiettivi cambiano le architetture. Come cambiano le fondamenta delle nostre idee così cambiano le strutture su cui poggiano le nostre grafiche.

L’home page è diventato il mio biglietto da visita. E il blog è stato leggermente messo da parte.

Se cambiano i bisogni cambiano le architetture. Se cambiamo le funzioni cambiano le architetture. Cambia il contesto? Cambiano le architetture. Gli obiettivi del progetto sono cambiati? E allora cambia l’architettura. Si tratta di un processo naturale.

Ho aperto una partita IVA personale e le cose sono cambiate. È cambiato il punto di vista. Si è acceso un nuovo interruttore. Già dal primo giorno i lettori sono diventati potenziali clienti. Persone che possono chiedere una consulenza.

Nuovi progetti

Il blog ha ed ha sempre avuto gli obiettivi di divulgazione della disciplina. E così ho continuato a fare. Ho riversato sul web una mole notevole di articoli ed opinioni di cui mi stupisco io stesso.

Che questa mole di contenuti fosse essenziale alla vostra vita non è detto. Ma se qualcuno ha letto e compreso meglio un determinato argomento, se si è acquisito un briciolo di consapevolezza in più rispetto al passato, allora questo blog ha assolto al suo compito e scopo.

Intanto la mia micro web agency è un traguardo davvero notevole. Anche perché i fiduciosi clienti sono sparsi tra la Sicilia, Roma e Milano. Si tratta di piccole e grandi sfide.

In autunno ci potrebbe essere una gran bella sorpresa e con qualcuno di voi lettori, ci si potrebbe vedere più spesso. Non vi posso dire di più. Ma vi terrò aggiornati!

Voi continuate a seguirmi! E ancora auguri!

Ascolta UX on the sofa #6 Toni Fontana e l’architettura dell’informazione sonora.

UX on the Sofà Toni Fontana ospite di UXUniversity

UX on the Sofà è una rubrica della UXUniversity condotta da Maria Cristina Lavazza dove si parla di User Experience e nuove declinazioni della disciplina. Devo dire che è stato davvero un onore essere intervistato, per diversi motivi. Prima di tutto perché Maria Cristina Lavazza è stata tra le prime persone che mi hanno fatto amare l’architettura dell’informazione. E poi anche perché la mia intervista segue quella di Luca Rosati a cui tutti gli architetti dell’informazione italiani, compreso me, devono, dobbiamo, qualcosa. Chi per un verso, chi per un altro.

UX on the Sofà di Maria Cristina Lavazza

Se non conoscete Maria Cristina Lavazza questa è una lacuna che dovete assolutamente colmare. Maria Cristina è l’autrice di un importante libro come Comunicare l’User experience e le utilissime UX Domino Card.

Al momento, in cui scrivo (fine giugno 2018) siamo in attesa del suo nuovo libro.

Se. invece. non volete comprare i suoi libri potete visitare il sito ufficiale di Maria Cristina Simple UX in cui è possibile trovare articoli e strumenti preziosissimi per il nostro lavoro di progettisti. Vi consiglio di andarlo a visitare!

UX on the sofà 6 Puntata

Martedì 2 giugno 2018 ho avuto il piacere di essere intervistato da UXUniversity. Per l’occasione ho parlato di architettura dell’informazione sonora, assistenza vocale, chatbot, sistemi sonori e mi sono permesso di lanciare qualche auspicio. Grazie alle domande di Maria Cristina sono venute fuori alcune cose interessanti che vorrei sottolineare.

  • Le nuove sfide dell’architettura dell’informazione non stanno più solo dentro lo schermo ma oltre lo schermo.
  • Le macchine e i programmi si stanno evolvendo. Più che di navigazione su internet in questo futuro presente dobbiamo parlare di relazioni.
  • C’è sempre più necessità di saperi trasversali per stare insieme e per comprendere la complessità.
  • La competenza dell’ascolto è una competenza da esercitare.
  • È necessaria una comunità di pratica che parli di queste sfide.
  • C’è sempre bisogno di consapevolezza.
  • È bene affrontare il futuro con cuore aperto ma con testa sulle spalle.

Due libri che consiglio

Maria Cristina mi ha chiesto di consigliare due libri. Ho scelto di non proporre libri tecnici o specifici sul tema dell’assistenza vocale. Ma proprio due libri da leggere sotto l’ombrellone che possano aprire un po’ i nostri orizzonti.

Il primo è L’inevitabile. Le tendenze tecnologiche che rivoluzioneranno il nostro futuro di Kevin Kelly.

Il secondo Cinque chiavi per il futuro di Howard Gardner.

UX on the Sofà Intervista a Toni Fontana (Audio e trascrizione)

Buon ascolto!

O buona lettura!

UX ON THE SOFA #6 – Toni Fontana e l’architettura dell’informazione sonora by UXUniversity on Scribd

UX on the sofà le puntate precedenti

Festival balli popolari

I festival dei balli popolari sono dei grandi meeting di ragazzi che si riuniscono per ballare e divertirsi in modo sano, tra danze e buona musica.

Il mio unico evento di balli popolari a cui ho partecipato  è VeneziaBalla. Un’esperienza davvero bella, appassionante e divertente.

Venezia Balla 2018

Purtroppo l’edizione 2018 non ci sarà. Lo spiega chiaramente il comunicato che si trova sull’home del sito ufficiale.

Si trattava e si tratta di un festival che ha attirato l’attenzione di musicisti e ballerini proveniente da tutta Europa. Considerato che la maggior parte delle persone sono sempre stati volontari, molte strutture non sono certo gratis.  E giustamente si avrebbe (avuto) bisogno di un sostegno sia pubblico che privato. Ma a quanto pare questo non avviene.

Un vero peccato. Confidiamo nell’ultima frase che ci da speranza.

Venezia Balla va dunque in vacanza per il 2018 ma non temete, si tratta di un arrivederci e non certo di un addio!

In assenza del Festival, vi consiglio di seguire i vari gruppi che sono presenti sul territorio veneto.

Nel sito potete trovare informazioni riguardo a:
> CORSI di danze popolari promossi dai membri dell’associazione nel territorio di Venezia, Mestre
> EVENTI & NEWS folk nei dintorni di Venezia\Mestre
> FESTIVAL VENEZIA BALLA
> Eventi nel Veneto (INFORMADANZE)
> Cos’è la DANZA POPOLARE

Folkalooonga

Non sarà certo VeneziaBalla ma lo spirito e l’organizzazione sono quelli dei gruppi di balli popolari veneziani. E quindi mi fa molto piacere che si organizzi questa Folga longa, che farà danzare per ore e ore chi ha voglia di danzare. Appuntamento il 29 settembre 2018. Tenetevi in formati seguendo la pagina facebook di cerchi nell’acqua.

Vialfrè

Vialfrè è invece il festival dei festival. Quello a cui tutti vanno o vogliono andare. Chissà, un giorno, andrò anch’io sebbene ho perso il mio allenamento e non ho più le occasioni di ballo che avevo a Venezia.

Anche in questo caso lascio parlare il sito del granbaltrad.

Il Gran Bal Trad è un festival dedicato alla danza e alla musica tradizionale, nato dal desiderio di mettere in contatto differenti modi di esprimere la danza e la musica. Si propone di offrire ai partecipanti un quadro variegato di alcuni esempi delle varie culture presenti in Europa, non dimenticando di proporre uno spaccato di tradizionale tipico della nostra Italia.

Le giornate del Gran Bal Trad si articolano in atelier di danza e di strumento al mattino e al pomeriggio, e proseguono fino all’alba con le serate di ballo su 5 grandi palchi.

Sono presenti più di 250 tra insegnanti ed artisti, provenienti da tutta Europa, impegnati ad ogni ora del giorno e della notte in atelier di danza e di strumento, concerti serali, conferenze.

Sono cinque giorni durante i quali migliaia di persone sono spettatori e protagonisti di una full immersion nella danza e nella musica tradizionali. Quest’anno il Festival si terrà dal 27 Giugno al 1 Luglio.

Calendario aggiornato Balfolk, workshop e Festival

Di festival ce ne sono abbastanza in giro. Potete essere aggiornati dal calendario del sito io ballo folk. Rudimentale come sito, ma aggiornatissimo e funzionale.

Balli popolari e balfok in Italia e all’estero

Di seguito un po’ di link utili da seguire per la vostra zona di riferimento.

LOMBARDIA

TOSCANA

PIEMONTE e VALLE D’AOSTA

FRIULI VENEZIA GIULIA

VENETO

MARCHE

PUGLIA

Eventi tutto l’anno gruppo facebook.

E le altre regioni?

Difficile tenere nota o andare a rintracciare tutti gli appuntamenti che si svolgono in Italia. Si tratta di un mondo interessantissimo ma altrettanto sommerso.

Se vorrete aggiungere la vostra regione o aggiungere qualche evento basta commentare questo articolo. Aggiornerò volentieri l’articolo.

FRANCIA

http://www.musictrad.org/concerts/index.php

http://www.tradzone.net/forum/

solo bretagna: http://www.tamm-kreiz.com/agenda.html

zona di Parigi: http://trad75.free.fr/

SVIZZERA

 http://www.danseinfo.ch/

Creare una comunità di pratica

Creare una comunità di pratica è un’idea a cui penso già da tempo. E credo che sia un pensiero che in molti hanno per la testa. Almeno coloro che svolgono una attività da pioniere o che svolgono l’attività di architettura dell’informazione in provincia. E se non creare una comunità, quanto meno c’è la voglia di far parte di una comunità vera.

Le comunità esistono

Le comunità esistono. Non si creano dal nulla. I legami tra persone creano comunità. Le comunità esistono nei territori, nel mondo reale. A volte le comunità si formano intorno ad una causa comune, o un interesse, oppure intorno a dei valori. Grazie alle comunità si è più forti. Grazie alle comunità, chi vive lontano dai centri più attivi, può costruire relazioni importanti con altre persone.

Perché, in fondo, almeno penso, lo scopo di tante comunità è quello di abbattere il senso di solitudine dei singoli. Le persone hanno bisogno di raccontarsi e di ascoltare storie. E quando ci si incontra c’è uno scambio di energie davvero importante.

Creare una comunità di pratica

In pochi riescono a colmare il bisogno di sentirsi parte di qualcosa. Da un lato ci sono quelli troppo autorevoli da affiancare. Dall’altro ci sono quelli troppo inesperti per dire la loro. E poi ci sono le ostilità di chi pensa che tutti vogliono diventare UX Designer. Ci sono tanti modi di far parte di una comunità. La maggior parte aspetta la mossa dell’altro, nell’attesa che l’altro, appunto, si faccia carico del lavoro e della fatica che ci vuole a creare una comunità.

Forse non è il tempo delle comunità. Non è il tempo della condivisione. Forse abbiamo così tanto condiviso l’ineffabile che oggi è sempre più difficile condividere la sostanza.

Eppure solo una comunità può condividere, gratuitamente, per il bene del singolo come per il bene della massa. Solo la forza di una comunità può comunicare un pensiero forte. Solo la compattezza di una comunità può esprimere un parere di parte ma libero. E solo una comunità di pratica può divulgare conoscenza.

Un blog per la consapevolezza

Sono circa tre anni che scrivo questo blog con passione, entusiasmo e costanza. Aggiungo anche con una certa ossessione. Credo nell’architettura dell’informazione, credo nella diffusione della cultura digitale. Lo scopo iniziale era quello di farmi conoscere, creare un personal brand di valore e autorevolezza. Il sito porta, infatti, il mio nome. Ed anche per questo, presto, il blog perderà la sua centralità e sarà una parte del mio sito.

Col tempo, in questi ultimi mesi, mi sono reso conto che c’era un valore che stava più in alto della mia persona.

Ho potuto toccare con mano che manca una piena consapevolezza di ciò che sta accadendo nel mondo. Affermare questo non significa che io abbia capito tutto. Anzi. A me pare che manchi la consapevolezza di certi scenari e di certi contesti che si vanno via via formando. C’è un innegabile bisogno di cultura digitale, di alfabetizzazione di massa. E da una comunità si può partire per avere un quadro sempre più completo.

Una comunità può mettere a disposizione di tutti una cassetta degli attrezzi, un armadio pieno di strumenti capaci di trasmettere significati, creare comprensione e consapevolezza. In una parola condividere i talenti.

Comunità di pratica secondo Étienne Wenger

Il termine comunità di pratica, o “Community of practice“, compare agli inizi degli anni ’90, a opera di Étienne Wenger, ma la sua origine è molto più lontana nel tempo, basti pensare alle botteghe artigiane.

Il fine della comunità è il miglioramento collettivo. Chi aderisca a questo tipo di organizzazione mira a un modello di intelligenza condivisa, non esistono spazi privati o individuali, in quanto tutti condividono tutto. Chi ha conoscenza e la tiene per sé è come se non l’avesse. Le comunità di pratica tendono all’eccellenza, a scambiarsi reciprocamente ciò che di meglio produce ognuno dei collaboratori. Questo metodo costruttivista punta a costruire una conoscenza collettiva condivisa, un modo di vivere, lavorare e studiare, una concezione che si differenzia notevolmente dalle società di tipo individualistico, dove prevale la competizione. Le comunità di pratica sono “luoghi” in cui si sviluppa apprendimento, e ciò che cambia rispetto al passato è il modo e i mezzi per svilupparlo. La conoscenza diviene un mezzo per costruire collettivamente, seguendo il metodo del costruttivismo sociale. Da tale prospettiva scaturisce un apprendimento inteso come:

  1. Creazione di significato: in una prospettiva di apprendimento permanente è significativa la nostra esperienza. L’esperienza diviene significativa quando si riflette su di essa, altrimenti è come una goccia d’acqua che scivola su un vetro, non lascia traccia alcuna. Tra i principali teorici dell’apprendimento permanente troviamo Kolb e Quaglino.
  2. Sviluppo d’identità: apprendere è un processo che ci permette di interagire, partecipare, contribuire a definire un nostro spazio/ruolo in una comunità.
  3. Appartenenza a una comunità: l’individuo per cambiare, riconoscersi o allontanarsi deve conoscere la propria comunità, identificarsi o meno in essa, apportando il proprio contributo.
  4. Risultato di una pratica in una comunità: unione tra know-how e competenza.

Idee per una comunità di pratica

Insomma, capite che l’idea di comunità di pratica, oggi, è rivoluzionario. Siamo in un momento storico e in un Paese dove ci si unisce per togliere ad altri i diritti acquisiti. Ci si unisce in manifestazioni non per la conquista di un diritto, per il mantenimento di uno stato di lavoro. No. Ci si unisce per andare contro altro e altri. Vi sembra normale?

Una comunità di pratica è quello di cui si ha bisogno. Di cui tutti abbiamo bisogno.

Si vuole far parte di una comunità che alimenta relazioni, collaborazioni a distanza, scambi di esperienze, incontri frequenti. Ci si vuole sentire membri di una comunità, non seguaci, si vuole essere orgogliosi di questa appartenenza. Ma soprattutto si vuole essere partecipi del cambiamento.

Sentirsi parte del cambiamento

Essere membro di una comunità significa mettere in pratica valori, sperimentare la solidarietà e vivere la condivisione. C’è chi chiede, infatti, una condivisione estrema e trasparente dei temi, degli eventi, dei materiali, delle idee. Chi vuole sapere chi sono gli altri professionisti e con quali competenze stanno crescendo.

Si vogliono workshop, meeting, Jam, webinar. Divulgazione nei confronti dei privati, delle aziende, delle scuole, degli enti pubblici.

Una comunità per crescere. Insieme.

Il blog esiste e vuole creare un luogo dove poter imparare per crescere professionalmente. Insieme. Letture, libri, corsi di aggiornamento, eventi periodici, co-design. Non mancano certo le idee. E non mancano gli strumenti. Viviamo in un mondo con le maggiori opportunità di tutti i tempi.

La comunità deciderà nel tempo gli obiettivi e le missioni che avrebbero il sostegno e il contributo di tutti. Niente professori ma tutti studenti. I professori sono e saranno le nostre guide, li chiameremo anche per chiarirci quello che non è chiaro. Certo. Ma in una comunità di pratica tutti possono parlare senza alcuna soggezione. E tutti devono contribuire!

Ho creato un gruppo su facebook. E chi vuole partecipare basta che si iscriva.

Non è detto che avvenga. Non è detto che sia un bisogno di altri o che si abbia il tempo di partecipare.

Io resisto!

Comunque vada il blog resisterà. Un blog che cresce e che crescerà per la sua naturale evoluzione, legata ovviamente alla storia personale ed emotiva dell’autore.

Nasceranno anche servizi utili per i lettori. Questi possono andare a solo beneficio di pochi o di una comunità. Tutto dipenderà dalla risposta di ciascuno.

Se vuoi creare una comunità di pratica e anche contribuire, questa potrebbe essere una occasione. Ce ne sono altre, ovviamente. Ce ne sono di già esistenti. Di molte comunità già ne faccio parte. E se qualcosa nascerà da questo blog non è certo in contrasto, ma in aggiunta a tutto quello che già c’è.

Grazie!

Se hai letto quasi 1300 parole, di questi tempi, vuol dire che un po’ la cosa ti interessa. Condividi l’articolo, per favore. E grazie fin da adesso, per essere anche in questo modo comunità di pratica.

IA for Good – Senti chi parla – il mio intervento al WIAD Palermo 2018

IA for Good è stato il tema che quest’anno ha lanciato l’istituto di architettura dell’informazione. Variamente interpretato e che io ho declinato come architettura dell’informazione per il bene comune.

Quest’anno Luisa Di Martino, organizzatrice del WIAD Palermo 2018 mi ha voluto nuovamente tra gli speaker. Ed io con molto piacere ho accettato. Perché una presentazione diventa anche il motivo per unire i puntini, mettere a sistema le proprie idee in modo divulgativo e lanciare un messaggio.

Architettura dell’informazione conversazionale

L’anno scorso, al WIAD17, ho parlato di architettura dell’informazione conversazionale. Ci eravamo lasciati con l’invito ad essere consapevoli. Senza consapevolezza non possiamo utilizzare, bene e al meglio, gli strumenti che la tecnologia ci offre.

Era un quadro generale. E avevo anche voglia di raccontare un lavoro che avevo fatto nel tempo sul blog.

IA for Good

In questo ultimo anno molte cose sono cambiate. E il mio studio sull’assistenza vocale ha riguardato anche l’osservazione delle varie guerre dell’attenzione e dei dati che si stanno svolgendo tra smartphones e smarspeakers. Il blog è sempre più un centro di studio e di condivisione, grazie all’aumento dei lettori degli ultimi tempi.

Quest’anno ho scelto un’altro messaggio che vi invito ad ascoltare vedendo il video della diretta raccolto da WIAD Palermo. E che trovate in fondo. E dedicato proprio a chi è davvero interessato a guardarlo.

Purtroppo l’audio della diretta non era dei migliori, credo che molti di coloro che hanno tentato il collegamento su Facebook siano rimasti delusi. Per questo motivo, complice anche il freddo e la pioggia, ho subito lavorato l’audio e reso migliore, per quanto possibile.

Senti chi parla

Sono partito dalla metafora di questa corsa all’assistenza vocale. Dalla diffusione degli assistenti vocali e dall’uso che ne facciamo.

Un mondo in trasformazione

Gli assistenti vocali stanno cambiando il mondo e cambieranno lo spazio che viviamo. Le nostre case si stanno modificando, diventeranno altro. Ed ho ripreso il capitolo le case invisibili, di cui ho scritto un po’ di tempo fa, tratto dal libro “le case che siamo“.

Le case del futuro

Una delle case futuribili sarà la casa di Mark Zuckerberg arricchita dell’assistente vocale Jarvis.

WIAD Palermo 2018

Ed ecco a voi il mio intervento editato e corretto.

Cosa resta fuori

Sono rimasti fuori tanti argomenti e tante notizie.

Prima fra tutte è rimasta fuori la questione etica. Ma non meno importanti la questione dell’ascolto e della privacy.

Un partecipante mi ha ricordato che anche mozilla ha il suo bel progetto di assistenza vocale open source.

Tutto vero. E mi dispiace. In una prima stesura delle slide c’era tutto. Ma poi quando si va a creare un ragionamento ci si rende conto che parlare di tutto significa parlare di nulla. E comunque i temi lasciati fuori non si risolvono in un paio di slide.

Spero però che quello che è rimasto sia stato piacevole da ascoltare e abbia convinto qualcuno ad appassionarsi all’architettura dell’informazione e alle sue declinazioni.

Fonti

Nell’arco della mia presentazione ho fatto riferimento al libro The Inevitable by Kevin Kelly, da cui ho tratto il concetto di cognify.

Le case che siamo di Luca Molinari

La foto in evidenza è di  che ringrazio per la sua partecipazione e il dialogo avuto.

Ringraziamenti

Senza le persone eventi come questi sono impossibili da fare. Per cui il mio più grande ringraziamento va a Luisa Di Martino che vi consiglio vivamente di leggere e ascoltare. Stando a Palermo e organizzando a Palermo lei è stato il pilastro di tutto. Ma anche tante grazie a Maria Pia Erice e Maurizio Schifano che hanno supportato in tutto Luisa. E che saranno protagonisti a Trapani il 4 maggio per l’Architecta day.

Grazie poi agli sponsor e ad Architecta che hanno fornito i contributi necessari per realizzare una giornata straordinaria piena di informazioni, di informazioni organizzate e di tanta energia positiva.

Grazie e che sia per tutti IA for Good!

WIAD Palermo 2018 – Intervista a Luisa Di Martino

Il WIAD Palermo 2018

è uno degli appuntamenti più importanti

per Palermo e per la Sicilia.

Come ci racconta di seguito Luisa Di Martino,

un momento che non capita tutti i giorni.

WIAD Palermo 2018

Il 24 febbraio ci troveremo negli spazi di Cre.Zi. Plus – Cantieri culturali alla Zisa in Via P. Gili 4 per parlare di architettura dell’informazione. Anche Palermo, tra l’altro capitale della cultura italiana 2018, si svolgerà uno dei 56 incontri sparsi nel mondo.

I relatori del WIAD Palermo 2018

I relatori di questa giornata saremo quattro. Dico saremo, perché ci sarò anch’io a parlare e a raccontare il mio punto di vista dell’architettura dell’informazione, come al solito, infarcita di sonorità. Il tema sarà come in tutto il mondo IA for good. A Palermo declinato in “Come usare l’architettura dell’informazione per proteggere l’umanità dalla dis-informazione”.

Quindi ci sarà un grande Mauro Curcuruto che parlerà di “Realtà, finzione, discrezione. Dove finisce il ruolo del Design e comincia quello delle Persone?”. Il sottoscritto Toni Fontana parlerò di assistenza vocale con un intervento dal titolo “Senti chi parla”. La mitica Maria Cristina Lavazza esprorrà il suo “Manifesto per un design sostenibile”. E Daniele Mondello ci parlerà di come “Creare, gestire e trovare informazioni all’interno di un ambiente sanitario. Dato strutturato VS dato destrutturato”

Tra l’altro anch’io tempo fa mi ero affacciato al mondo sanitario che avrebbe bisogno di grandi opere di architettura dell’informazione sanitaria.

Luisa Di Martino

Ad organizzare il WIAD Palermo,

insieme a Maurizio Schifano e Maria Pia Erice (che sentiremo più avanti tra le interviste),

è Luisa Di Martino.

Ho conosciuto Luisa al WIAD Palermo 2017, l’anno scorso; quando non conoscevo nessuno degli organizzatori e non sapevo cosa aspettarmi. Anche se già si capiva che il calore umano della Sicilia non ha eguali.

Luisa Di Martino è donna siciliana, ragazza palermitana. Il suo entusiasmo, la sua professionalità, il suo sorriso e la sua assertività la contraddistinguono. Ma soprattutto Luisa è una donna che sta in mezzo alla gente, che si sporca le mani organizzando, direttamente o indirettamente. È una di quelle persone che crea occasioni di incontro, per il bene comune. E lo fa in Sicilia.

E se è vero che svolgere attività di progettazione è un’azione politica, allora l’attività di Luisa Di Martino è la più alta espressione della Politica, nel senso di polis, nel territorio siciliano.

Di se stessa Lusia dice

Sono un geek umanista, un designer freelance e un tecnico. La mia educazione combina teorie e know-how.

Intervista a Luisa Di Martino

Luisa Di Martino è una designer, progettista di software, disegna architetture dell’informazione, percorsi utente, interfacce basate su usabilità ed ergonomia. Mentore di  molte edizioni di Startup Weekend Palermo, è anche tra le promotrice del gruppo organizzativo dei CreativeMornings di Palermo, UX Book Club e WIAD.

Se volete saperne di più visitate il suo portfolio.

Luisa, come sei venuta a contatto con l’architettura dell’informazione e l’User Experience?

Ho scoperto e amato queste discipline nel 2011, mentre scrivevo la tesi di laurea, quando finalmente sono riuscita ad inquadrare con criteri oggettivi quella sensazione di frustrazione e costante fastidio provato nella mia quotidiana esperienza da utente di pessime interfacce web.
Le ricerche bibliografiche (grazie, Luca Rosati!) mi hanno guidato nel progettare il concept di un’app che riproponesse allo studente, in chiave user-friendly, i contenuti del farraginoso portale di Unipa. Il mio interesse per l’usabilità e l’ergonomia cognitiva si è così tradotto in attenzione progettuale e demolizione costruttiva. Si tratta di discipline che riguardano chiunque, anche soltanto nel ruolo di utente finale, ma per un progettista è impossibile non sentirsi reclutato e militante.

Il tuo lavoro si svolge prevalentemente a Palermo e in Sicilia. Io ho scritto tempo fa che la Sicilia ha grande bisogno di architettura dell’informazione. Dal punto di vista professionale come vedi questa città e questa Regione?

Sono estremamente d’accordo con la tua affermazione, una cultura dell’architettura dell’informazione potrebbe avere un impatto determinante sul territorio: credo che il disinteresse per l’utente finale sia una peculiarità tutta italiana, ma se possibile la situazione in Sicilia è esasperata da una scarsa alfabetizzazione informatica e dalla gattopardesca volontà di simulare un’innovazione “di facciata”, intesa come semplice cosmesi di dinamiche poco limpide e tristemente consolidate.

Specialmente in tutte quelle situazioni e procedure che prevedono l’abbandono di un cittadino inerme davanti ai portali delle pubbliche amministrazioni malfunzionanti, incomprensibili, progettati da burocrati per rispondere a requisiti prefissati da altri burocrati, sarebbe fondamentale l’intervento di UX designer e architetti dell’informazione.
Ciò che manca a monte è una presa di coscienza, soprattutto da parte delle istituzioni, della necessità di una progettazione dal basso, collettiva, limpida e su misura.

Quale parte del tuo lavoro preferisci?

Amo (e a volte odio, non è un mistero) la relazione con la committenza, che rende ogni progetto diverso dall’altro e che mi consente di prendere a cuore e per mano ogni volta una realtà differente, accompagnandola e guidandola nel suo percorso di maturazione. Cambiare interlocutori è sempre e comunque una forma di arricchimento, come persona e come professionista.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Carta e penna, G-suite, post-it, intuito, empatia.
In un secondo momento subentrano i software.

La tua attività partecipativa è straordinaria. Fai parte dei gruppi organizzativi dei CreativeMornings di Palermo, UX Book Club e WIAD. Come si vive in gruppo?

Together we stand, divided we fall (cit.)
Innescare e propagare dinamiche nuove e positive in una comunità ha per me una valenza quasi politica (sebbene fermamente apartitica: nel senso greco del termine, la intendo più come restituzione ai cittadini dell’amore e del senso di appartenenza verso la polis).

Per questo ritengo fondamentale che coloro che hanno scelto di restare al Sud non si arrendano passivamente all’incuria e allo status quo, ma provino ad opporre resistenza insieme, diventando artefici, dal basso, di dinamiche rivoluzionarie positive. E lo è oggi più che mai, vista la vera e propria diaspora di brillanti professionisti e studenti siciliani che non saranno, per scelta o per necessità, artefici del risollevamento delle sorti della nostra terra.

Mi piace utilizzare spesso una metafora: nella materia è l’energia di ogni singola particella che si trasmette alle altre e vince l’inerzia. Creare occasioni per scambiarsi entusiasmo e voglia di cambiamento rimette in movimento ogni particella della materia – anche quella che, avendo ceduto energia in abbondanza senza apparenti risultati, si sta “spegnendo”. Un diffuso pessimismo sta paralizzando il rinnovamento del tessuto economico e sociale di Palermo come di molte altre realtà italiane: sorridere, rimboccarsi le maniche, diffondere fiducia, aiutare gli altri a trovare la propria vocazione e mettere in comunione il capitale umano presente in ognuno di noi è già di per sé un atto sovversivo.

In Sicilia ci sono tante piccole realtà di grande interesse. A Palermo c’è una forte rigenerazione di spazi e di luoghi. Pare che qualcosa stia cambiando. E’ un cambiamento di facciata o c’è pure della sostanza? C’è una rete sul territorio o ciascuno coltiva il proprio orticello?

Ho la sensazione che la città stia cambiando negli ultimi anni, sviluppando una sensibilità nuova in tal senso. Mi piacerebbe poter parlare di un cambiamento genuino, diffuso e condiviso dalla maggioranza dei palermitani; si tratta in realtà di un’epidemia virtuosa allo stadio iniziale, con alcuni focolai di entusiasmo e rinnovamento che stanno realmente creando un impatto sul tessuto sociale, seppure circoscritto ad un target specifico.

Siamo rimasti in pochi e l’idealismo non aiuta a pagare le bollette, ma forse è proprio per questo che chi decide di lanciarsi in progetti di rigenerazione urbana lo fa con passione ed entusiasmo. Per questo ritengo fondamentale che il contagio fra luoghi, associazioni, individui, accademie, aziende sia incoraggiato da iniziative aperte, multidisciplinari e inclusive.

La rete esiste, forse anche grazie all’uso dei Social, ma rischia di disgregarsi con la partenza di ogni siciliano che fa le valigie: ha bisogno di estendersi, includendo nuovi individui, e di fortificarsi, nell’ottica di creare i presupposti relazionali e di aggregare competenze che possano generare valore e opportunità lavorative appetibili, per chi ha voglia di restare o di tornare al Sud.

Si vede e si sente che dai tutta te stessa nel tuo lavoro così come nell’organizzare eventi e divulgare l’architettura dell’informazione. C’è qualcosa che proprio si dovrebbe fare ma da sola non riesci? Ad avere tempo e denaro, cosa ci sarebbe da fare?

Formazione di qualità per tutti, a qualsiasi livello, sulle discipline inerenti alla progettazione (inclusa l’etica). Soprattutto per i formatori e i professionisti siciliani, per evitare che si adagino sulla mediocrità del contesto in cui operano, ma anche per l’imprenditore, il legislatore, l’assessore, il cittadino comune. Ridisegnando i processi con strumenti adeguati, le ricadute sui maggiori problemi della città sarebbero inimmaginabili.

Il WIAD Palermo è un momento importante per la città. Cosa ti porti dentro ogni volta che finisce?

Come per qualsiasi format internazionale che viene replicato a Palermo, per me anche WIAD è un’occasione fondamentale per dimostrare che Palermo può mettersi in gioco su una scacchiera intercontinentale, con le dovute specificità e talvolta le limitazioni che la caratterizzano.

Candidare la città ad essere presente sul mappamondo di iniziative internazionali del calibro di WIAD significa scoprire che spesso possiamo a pieno titolo confrontarci con il resto del mondo.

Perché venire al WIAD Palermo?

Quando vi ricapita l’opportunità di sentir parlare di architettura dell’informazione a Palermo, ad un evento gratuito e di partecipare persino ad un workshop di settore?

E di incontrare dei partecipanti propositivi, curiosi, frizzanti, idealisti, nerd, quelli con cui senti che sia ancora possibile far partire una pacifica rivoluzione che parte dalle idee e arriva a progetti concreti?

Consiglia un libro

Le leggi della semplicità” di John Maeda: il mantra “Semplicità significa sottrarre l’ovvio e aggiungere il significativo” è uno spunto per il designer come per chiunque di noi.

Consiglia un brano musicale o un cd

Underclass Hero” dei Sum 41. Lettura e traduzione delle lyrics obbligatoria!

Consiglia un film

Inside out. Straordinaria metafora (geniale il sistema di classificazione dei ricordi) e meritatissime lacrime!

Ringraziamenti

Con questa intervista si conclude la serie di interviste dedicate al WIAD 2018. E se sono felice di aver deciso di contattare tutti gli organizzatori dei vari WIAD, e dare voce e spazio qui sul blog, sono proprio felice di questa intervista a Luisa Di Martino. Intervista che mi rende orgoglioso si essere siciliano e in attività in questa terra difficile ma anche piena di energie inestinguibili. Per cui a lei va un grazie speciale che porterò anche in presenza, proprio il 24 febbraio.

Sono felice di aver avuto l’onore di ospitare sul blog chi sul territorio, in Italia, sviluppa e organizza eventi di divulgazione. E per questo i miei ringraziamenti vanno a tutti.

Ci dividono tanti chilometri ma ci unisce un’unica passione per il bene comune. E su questo è necessario lavorare.

Le interviste, dunque, continueranno. E se vi siete persi le puntate precedenti lee potete sempre recuperare.

Marco Tagliavacche per il WIAD Genova 2018

Bianca Bronzino per il  WIAD Bari;

Daniela Costantini per il WIAD Trento, 

e Carlo Frinolli per il WIAD Roma.

Wiad Roma 2018 – Intervista a Carlo Frinolli

Il WIAD Roma 2018 è organizzato dalla comunità di pratica romana e con il supporto di nois3, experience design agency specializzata nell’ideazione di strategie digitali, concept visivi e applicazioni web e mobile.

WIAD Roma 2018

Per tutte le informazioni vi invito a visitare il sito uffiiciale del wiad Roma! Provate anche ad iscrivervi, anche se mi sa che a Roma come già a Palermo le sale sono piene. Magari vi mettete in lista di attesa e potreste ancora vere l’opportunità di partecipare al WIAD.

Relatori WIAD Roma

Al WIAD Roma ci saranno pochi ma intensi talk. Si parte alle Yvonne Bindi, Architetta dell’Informazione e il suo talk “IA for good! Ma attenti al lato oscuro del design”. Lorenzo Setale, Developer “Blockchain for Good?” (in inglese). Laura Camillucci
UX Designer “IA for good… causes! Landing page: usabilità al servizio del fundraising” e Carlo Frinolli, Experience Designer & CEO con “Universal Emoji for Good”.

Intervista a Carlo Frinolli

Carlo Frinolli è un imprenditore che ha investito da anni sull’User experience. È lui, infatti, il fondatore di nois3 ed è il motore del WUD Rome. Del WUD ne ho parlato tempo fa raccontando la mia ux week rome. Carlo è tra i più attivi nella comunità romana. E come ci racconta, insieme ad un gruppo di appassionati di UX e di architettura dell’informazione, organizza e smuove la comunità per eventi di collaborazione e divulgazione come il WIAD.

Carlo, come sei venuto a contatto con l’architettura dell’informazione e l’User Experience?

Ormai sono passati un bel po’ di anni, mi ci sono avvicinato grazie alla mia passione per il design e lo sviluppo web. Addirittura penso che risalga a inizio degli anni 2000. Non la chiamavo ancora UX , ma molti dei concetti che sono poi maturati in questi ultimi anni, li avevo cominciati a veder emergere attorno a me, sia formalizzati in libri o siti, sia come concetti nella mia testa.

Poi c’è stata una enorme milestone della mia vita: a luglio del 2011 grazie a Mozilla e Desigan Chinniah ho conosciuto un Designer romano dal nome Cristiano Siri, che mi ha coinvolto nell’organizzazione della mia prima Co-design Jam e poi di seguito nel gruppo di ricerca che si chiama tutt’ora Co-Design Jam Roma. Da lì ho iniziato a sperimentare metodi di Human Centered Design e Design Thinking, che mi hanno portato alla costituzione della Experience Design Agency nois3.

Ho intervistato Bianca Bronzino che lavora nella pubblica amministrazione. Tu sei il fondatore di una agenzia user experience. Bianca ci ha raccontato di una sfida entusiasmante. Lo stesso entusiasmo c’è nel privato? Tra i tuoi clienti?

Beh guarda c’è ancora molta confusione e distanza dagli argomenti, molti che si spacciano come professionisti del settore e invece, tuttalpiù, fanno un paio di wireframe prima di aprire photoshop. Però c’è anche molta curiosità e molto interesse. Ad esempio noi abbiamo sempre registrato feedback entusiastici dopo i nostri discovery workshop di apertura dei nostri progetti. Molto spesso accompagnati da sorpresa rispetto all’ efficacia.

Tanti clienti abbiamo visto “crescere” con noi e diventare membri integranti del team di progettazione. Però c’è anche tanta strada da fare per far capire alcuni concetti. Ad esempio, recentemente ci è capitata l’ennesima proposta di lavoro in cui ci chiedevano di “fare la UX di un’applicazione che è già stata sviluppata”.

Insomma, il mondo al contrario, ancora per un po’.

Quale parte del tuo lavoro preferisci?

Senz’altro quella in cui mi trovo a dover facilitare le sessioni di scoperta e ricerca con i clienti perché riesco a entrare e a immedesimarmi nei loro problemi e nelle loro soluzioni, spesso figlie dell’ingegno basato sulle proprie competenze. Magari a un osservatore esterno possono sembrare bislacche ma poi scavando ne capisci la ratio e riesci a guidarli verso soluzioni più adatte ed efficaci per loro e i loro utenti.

Ma anche la parte in cui bisogna immaginare funzionalità o risposte mirate a soddisfare quello che definisco da sempre “il ménage à trois”, tra il cliente, i suoi utenti e il team di progettazione.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

A parte le ovvietà (laptop e telefono), posso dirti che sono la voce, i post-it, i pennarelli, Gamestorming e tutto il background fatto di esperienze e confronto con le persone che abbiamo incontrato organizzando da sette anni a questa parte le co-design jam a Roma e non solo.

Sei organizzatore del WUD e del WIAD a Roma. Credo che tu sia uno dei motori della comunità di architetti dell’informazione a Roma. Da Roma come la vedi tu questa comunità italiana?

Mi fa piacere che tu mi veda così, lo dico non per understatement ma perché davvero lo penso: non mi ci sento tanto.

So che mi sono circondato di colleghi straordinari e molto più bravi di me, di persone nella community romana che, come diciamo a Roma, danno sempre er fritto (si fanno in quattro) nonostante i propri impegni, cercando di esserci quando riescono e quindi il tributo del motore lo riserverei anche per loro. Se proprio hai voglia di una metafora motoristica a volte siamo scintilla della candela, altre motore, altre carburante.

La comunità italiana la vedo un po’ timida, nonostante i tanti anni di esperienza grazie ad Architecta e il suo summit. E un po’ scoordinata, ahimè. Questo è un peccato soprattutto perché è fatta di persone molto appassionate e incredibilmente capaci ma che faticano a darsi degli strumenti e delle informazioni condivise nell’interesse del famoso Greater Good. D’altra parte lo capisco e ne sono consapevole: le nostre attività lavorative assorbono un sacco del nostro tempo.

Organizzi da solo? Chi sono gli altri che organizzano il WIAD con te?

No assolutamente no. Il “board” tra tante virgolette di quest’anno è composto da Domenico Polimeno, prezioso e attivissimo organizzatore dell’UX Book Club di Roma e Marco Buonvino, Service Designer torinese che è stato prima a Milano (dove ha co-fondato lo UX Book Club) e ora lavora a Roma presso una grossa utility.

Poi ci sono i miei colleghi di nois3 che sono l’immancabile ingrediente affinché succeda qualcosa. Ma non posso dimenticare il supporto di Latte Creative che ci ospita e rifocilla, oltreché interviene e quello di Architecta che supporta tutti i WIAD italiani.

Gli altri anni gli ingredienti principali sono stati: progettazione, dati e comunicazione. Che state preparando? Cosa aspettarsi?

Il tema quest’anno era fin troppo facile da interpretare. IA for Good. Per questo abbiamo voluto spostare l’accento anche sull’espressione idiomatica “for good”, per sempre. Infatti stiamo preparando degli interventi che spaziano tra universalità e la persistenza, Blockchain e Emoji, oltre ché interventi apparentemente più classici e più legati al tema “per il bene” che però saranno tutt’altro che ovvi.

In particolare sono molto fiero di essere riuscito a convincere Yvonne Bindi a essere dei nostri, il suo è stato senz’altro il talk del Summit IA 2017 che ho apprezzato di più.

Di solito, invece di un workshop, a Roma organizzate i BarCamp. Perché questa scelta diversa rispetto agli altri WIAD?

Di solito… quest’anno abbiamo fatto le cose più in piccolo. Ma non escludiamo di riproporli estemporaneamente vista la richiesta impressionante che abbiamo avuto. Considerando i 50 posti disponibili abbiamo prenotazioni per più di 120 persone…

La scelta in ogni caso l’abbiamo fatta perché pensiamo che WIAD debba essere un momento più aperto e più community rispetto ad altri eventi, lasciando quindi a tutti la possibilità di venire a esprimersi e condividere uno spunto, una riflessione o un proprio progetto. Ci sembra utile avere almeno alcuni momenti in cui la frontalità della conferenza sia superata.

A che edizione siete arrivati? Come risponde la città ad eventi di questo genere? Ne percepisce l’importanza? Nel senso che a Roma accadono tante di quelle cose ed è talmente grande… che ruolo ha il WUD e il WIAD in città?

È la terza edizione quest’anno e sulla risposta credo di averti detto poco fa: siamo al 120% delle prenotazioni, quindi direi benino. 🙂

WUD e WIAD si complementano secondo me: il primo è un evento totalmente nostro e che, nel rispetto delle istanze della comunità e del networking, ci ha aiutati a posizionarci nel mercato del Design e contemporaneamente ha creato diffusione e cultura su tematiche a noi professionalmente care e non solo.

WIAD restituisce lo scettro totalmente alla community e al contempo tiene viva l’attenzione insieme alle altre iniziative (quali lo UX Book Club, il DEED Meetup, lo UX Meetup, le Co-Design Jam) con l’obiettivo dichiarato di creare humus fertile sia per i professionisti che cercano confronto sia per le aziende che cercano figure da assumere.

Infatti io fossi in voi terrei sott’occhio anche UXERS.IN nei prossimi mesi… Qualcosa bolle in pentola.

E per finire le ultime 3 domande più leggere. Consiglia un libro

Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams, se va bene una risposta ovvia. Se cerchi una risposta da professionista per chi si avvicina alla IA ti direi “How to make sense of any mess” di Abby Covert. Se invece ti piace cucinare. “Kitchen Confidential” di Anthony Burdain. 🙂

Consiglia un brano musicale o un cd

Guarda consiglierò un brano, perché di CD non ho neanche più un lettore in casa… Rispondo con i due brani più riprodotti secondo Spotify nel 2016 e 2017: GO! Di Public Service Broadcasting e Hand that feeds di Nine Inch Nails. 🙂

Consiglia un film

The Blues Brothers. Manco a chiederlo.
Perché io in fondo li odio gli UX/UI dell’Illinois…

Grazie anche a Carlo

Grazie anche a Carlo Frinolli, per questa intervista e per le sue parole schiette e dirette come sempre. E grazie per aver trovato il tempo di scrivere in mezzo ai tanti impegni in cui ci si trova.

Le altre interviste… aspettando il WIAD 2018

Intervista a Marco Tagliavacche per il WIAD Genova 2018; Bianca Bronzino per il  WIAD BariDaniela Costantini per il WIAD Trento e Luisa Di Marino per il WIAD Palermo 2018.

WIAD Trento – Intervista a Daniela Costantini

Il WIAD Trento sarà l’evento che riunirà tutta la comunità del Nord Est, tra trentini, veneti, friulani e (immagino) anche parte della Lombardia (che si dividerà tra Trento e Genova). Una grande opportunità per un territorio molto attivo, che risponde positivamente a molte novità di business.

Wiad Trento 2018

Per tutte le informazioni vi invito a visitare il sito uffiiciale del wiad!

Qui vi anticipo, come indicato sul sito, che la giornata sarà strutturata in due momenti.

mezza giornata di talk e presentazione di casi studio, che parleranno di Architettura dell’Informazione, #UX design, accessibilità e usabilità. E mezza giornata, dopo pranzo, con sessioni di workshop parallele.

Relatori

Al WIAD Trento sono tanti i relatori di valore che si divideranno tra talk e presentazioni. Ci saranno:

Massimo Zancanaro: “La User eXperience per la co-narrazione di conflitti”. Raffaella Roviglioni o meglio conosciuta come @raffiro: “Da organizzazioni umanitarie a human-centered”. Antonio Matera “Design inclusivo: l’accessibilità come opportunità di progettazione”. Silvia Remotti : “Design for public services: riprogettiamo una comunicazione più semplice e chiara”.

E per concludere il nostro grande Luca Rosati .”Ciascuno a suo modo. Progettare per le diverse strategie di ricerca dell’informazione”. Letizia Bollini : “Senza le basi dimenticatevi le altezze. L’architettura visiva dell’interfaccia”. E Gabriele Francescotto : “Strutturare i contenuti dei siti web secondo standard: opportunità per cittadini e PA”.

Intervista a Daniela Costantini

Daniela Costantini è una persona molto rispettata all’interno della comunità degli architetti dell’informazione. La sua “fissazione” è la formazione. E forse la sua immagine di copertina su Linkedin è la migliore metafora del suo essere una persona immersa nei libri.

Daniela, come sei venuta a contatto con l’architettura dell’informazione e l’User Experience?

Grazie a questa domanda, a causa della quale ho costretto i “dolomitici” – che sono Dario Betti, Stefano Bussolon*, Nicola De Franceschi, Francesca Marangoni, Marco Calzolari – ad una forzata sessione sul nostro gruppo WhatsApp per ricostruire la storia, ho potuto vedere la chiusura di un cerchio, iniziato (guarda un po’) a Trento nel 2007, in occasione del secondo summit italiano di Architettura dell’informazione.

La scintilla però si è accesa prima, con la scoperta in rete degli studi di Luca Rosati sulle faccette, ispirati dal biblioteconomista Ranganathan e, successivamente, del suo libro sull’architettura dell’informazione. Immagina quanto possa essere particolarmente felice e onorata della sua presenza al WIAD di quest’anno…

Subito dopo, nel 2008, c’è stata la collaborazione con Bux* (Stefano Bussolon) alla progettazione dell’allora sito PoliMi (all’epoca vivevo e lavoravo a Milano), l’appuntamento annuale con quasi tutti i summit di Architecta, la mia seconda famiglia, la fondazione del MilanUXBookClub nel 2012, quella del DolomitiUX nel 2014 (insieme ai compagni di merende di cui sopra), l’organizzazione del WIAD a Verona dell’anno scorso insieme agli amici veneti e, pare, nessuna voglia ancora di fermarmi. Il mio sogno inconfessato? Riportare il WIAD a Milano, prossimamente 😉

Qual è la tua “giornata tipo” professionale?

Vivo in Trentino ormai da quasi sei anni e lavoro all’Università di Trento da poco più di tre. Da qualche mese sono tornata, con infinita gioia, ad occuparmi di web e comunicazione digitale a 360 gradi, in un contesto in cui non sono ancora sviluppati i modelli, le tecniche e i processi dell’architettura dell’informazione e dello User eXperience design. Quale sfida migliore, dunque, sarebbe potuta capitarmi?

Non esiste per ora una “giornata tipo”, perché sono sempre tutte diverse: esiste la filosofia del fare un passo alla volta, nell’inserire nel lavoro quotidiano i principi del buon design. Ho la fortuna di lavorare con un ottimo team, composto da persone in gamba, che hanno voglia di mettersi in gioco e – con il giusto tempo – di provare ad innovare.

Quale parte del tuo lavoro preferisci?

Amo molto lavorare in squadra, meglio se composta da più competenze e sensibilità differenti. Tuttavia, per indole, la parte del lavoro che preferisco è quella che mi vede “in solitaria”, quando cerco di dare corpo ad un’idea, spesso alle prese con carta e matita.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Appunto, carta e matita in primis, nasce tutto da lì, con molti testi (io nasco come content strategist), mappe mentali e wireframes casalinghi. Poi affino con i tools digitali: uso parecchio Slack, tutto il pacchetto Google – in particolare, mi piace moltissimo Meet per la comunicazione video sincrona, tanto da aver sostituito Skype, Hootsuite per la gestione dei social, Balsamiq per i mockup, Drupal e GRAV come CMS. Odio Trello.

La comunità del Nord Est è tra le comunità più attive. Qual è il segreto?

Dovresti chiederlo ai veneti, loro sì che sono in fermento costante. A Trento non mi risulta che siamo tra le comunità più attive. O almeno, non ancora! Per questo abbiamo organizzato il WIAD, volutamente tarato sul territorio, sia in termini numerici che in termini di sponsor, dando il massimo respiro possibile ai contenuti e ai relatori (hai visto che nomi e che bello il nostro programma?).

Cosa consiglieresti alle altre comunità?

A quelle esistenti nulla. A quelle che non esistono, e so per certo che basterebbe poco per farle emergere, non ho consigli da dispensare, solo incoraggiamenti. Per esperienza, so che non dobbiamo aspettare che le cose succedano, ma dobbiamo fare noi stessi da collante, affinché i nodi si uniscano a formare una rete (questa ti ricorda qualcosa?).

Da questo WIAD Trento cosa ti aspetti? Cosa si deve aspettare chi viene ad ascoltare?

Sinceramente non so bene cosa ne uscirà, abbiamo lavorato molto alla costruzione di un ottimo programma, lasciando volutamente parecchio margine ai tempi di networking e ai momenti di scambio tra i partecipanti. Io sono molto curiosa di ascoltare tutti gli interventi e – soprattutto – felice di poter rivedere gli amici e fare nuove conoscenze.

Il risultato che spero, anche se non sarà immediato, è quello di infondere nella maggior parte delle persone che verranno la conoscenza dell’architettura dell’informazione, nelle sue diverse sfaccettature, sperando in una disseminazione più ampia possibile.

Immaginiamo di fare un salto nel tempo e siamo alla vigilia del WIAD Trento 2028. Di che si parlerà?

Caro Toni, a questo tipo di domande sembra abbia risposto, nemmeno tanto bene, l’ultimo World Economic Forum di Davos: si spazia dai big data e Intelligenza Artificiale, ai bitcoin e voice-shopping, fino alle auto volanti, anche a noleggio (“Uberair”).

Io però mi chiedo cosa avrebbero risposto le persone nel 1438, cioè dieci anni prima della rivoluzione Gutemberg, oppure nel 1981, cioè dieci anni prima che Berners-Lee pubblicasse il primo sito web? Probabilmente, banalità predittive.

Ed è proprio questo il bello del nostro lavoro, non possiamo prevedere granché, non comunque a lungo termine. Quello che a mio avviso possiamo fare è allenarci per diventare elastici, resilienti, e a restare curiosi. Quindi un AI o UX designer dovrebbe mirare ad essere non unicorno, ma araba fenice. Eternità dello spirito: fallire, sapendo rinascere. Evolversi, sempre, così nel 2028 saremo pronti, qualunque cosa succeda.

E per finire le ultime 3 domande più leggere. Consiglia un libro

Tutta la serie di (della) Fred Vargas.

Consiglia un brano musicale o un cd

La musica dipende così tanto dal momento… in questo periodo sto rispolverando tutti i CD dei Police e di Sting (avendo un preadolescente alle prese con basso e contrabbasso…).

Consiglia un film

Ultimamente mi è piaciuto molto “La pazza gioia“, di Virzì

Grazie!

Non mi resta che ringraziare anche Daniela per il suo impegno nella diffusione dell’architettura dell’informazione e per aver concesso al blog il suo contributo alla mia serie di interviste.

E come ci ricorda Letizia Bollini dal suo blog, che spiega cosa farà al WIAD Trento, Sono aperte le iscrizioni!

WIAD Italia

Se sei arrivato fin qui, forse ti interessano anche le interviste a