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Intervista a Raffaella Roviglioni

Questa intervista a Raffaella Roviglioni nasce dalla mia curiosità su come è andato l’Euro IA 2020.

Raffaella, oltre ad essere un’amica, è una delle UX reserchear più affezionate all’evento europeo che riunisce tutti gli architetti dell’informazione d’Europa.

Raffaella Roviglioni

Ho conosciuto Raffaella durante il mio primo Summit di Architecta e da allora l’ho seguita con grande stima come professionista.

Per me è stata un modello, perché nonostante ci si veda solo in eventi del settore, per me è una bella persona. Lei è coinvolgente. Ha passione per quello che fa e appassiona chi la circonda. Quando sta con le persone ha sempre un sorriso per tutti. Un po’ per il carattere, un po’ perché è una grande professionista, ti mette subito a tuo agio con la sua empatia. E tutti le vogliono bene (almeno per quello che riesco a percepire).

Le sue interviste, (ne ha concessa una molto bella a UX on Sofà di Maria Cristina Lavazza), ti mettono di buon umore, perché racconta un lavoro che ama, che la entusiasma e che immagino la diverta molto.

Il sito e il blog di Raffaella Roviglioni

Ai tempi, quando io ancora non avevo un blog, lei lo aveva e i suoi articoli erano molto concreti. Poi, come mi ha raccontato nell’intervista che segue, ha smesso di scrivere per il suo blog. E dunque le sono ancor più grato per l’intervista concessa.

Oggi Raffaella Roviglioni è Head of Discovery del team di Fifth Beat. Uno studio di designer con base a Roma davvero eccezionale. MI piacerebbe intervistare davvero tutti i ragazzi del team, uno a uno. Al momento, sono in attesa di una risposta da parte di Raffaele Boiano, il fondatore e attuale Ceo. Spero di poter parlare meglio di questa realtà di alta qualità nel mondo dell’User Experience italiana.

Talk Euro IA 2018

Raffaella è stata relatrice allo European Information Architecture Summit (EuroIA) nel 2018 con un talk sull’intelligenza artificiale applicata alla user research, dal titolo “IA vs. IA: will robots be better researchers than us?”.

Ed ogni anno invita tutta la comunità a partecipare e a farsi avanti. Cosa che consiglio anch’io perché ciascuna proposta inviata viene letta da tre esperti che danno un giudizio sulla proposta. Il bello è che nella risposta si trova sia ciò che gli piace che ciò che non piace. Quindi anche se vieni scartato, più o meno volontariamente indicano una strada di studio interessante da intraprendere. Un momento, secondo me di grande crescita.

Anche quest’anno Raffaella è stata partecipe all’Euro IA, come spettatrice online, ed ho chiesto a lei come siamo messi e quali sono le prospettive dell’architettura dell’informazione.

Ovviamente non potevo perdere l’occasione di chiedergli qualcosa sul suo lavoro e sui suoi progetti.

Il WUD Roma

Altro intervento molto bello che voglio segnalare è poi il suo intervento al WUD Roma 2015. Nel Talk Raffaella spiega che l’innovazione è un effetto collaterale della progettazione fatta bene.

E cosa che dobbiamo ripetere ancora oggi, anche ai professoroni, è che senza ricerca non si può progettare bene o come dice, Stefano Bussolon, senza ricerca non è User EXperience.

Intervista a Raffaella Roviglioni

Tu fai ricerca sulle persone. Ti piace sempre quello che fanno le persone? Faresti a meno di conoscere certi aspetti delle persone?

Mi piace sempre comprendere cosa fanno le persone e perché, anche quando non risuona con il mio modo di pensare e di fare. Anzi, a maggior ragione quando sono distanti dal mio modello mentale, questa immersione nel loro mondo mi permette di capire cose che vanno oltre il mio.

No, non farei mai a meno di conoscere quanto posso, anche quando sia sgradevole, irritante o preoccupante.

Fare ricerca non è esplorare un mondo ideale e trovare solo bellezza: è conoscere la realtà delle persone e avvicinarsi il più possibile alla loro verità.

Quale parte del tuo lavoro ti diverte maggiormente?

Il contatto con le persone durante la ricerca. È anche incredibilmente drenante in termini di energia e concentrazione, ma è quello che mi soddisfa sempre di più, alla fine.

Ma devo dire che grazie alla mia esperienza con Fifth Beat mi sto divertendo tanto anche a fare coaching e mentoring sulla ricerca alle nostre figure più junior.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Carta e penna, post-it, lavagna, registratore. E le loro versioni digitali, soprattutto in questo periodo, ovviamente.

Poi le piattaforme di trascrizione e di coding, come Condens, che ci aiutano a essere rigorosi nella parte di analisi.

Da quando hai cominciato la tua formazione sulla ricerca degli utenti ad oggi, cosa è cambiato? Sei cambiata tu? È cambiata la disciplina? È cambiato il mondo?

La mia sensazione è che sia cresciuta la consapevolezza che lo svolgere attività di ricerca con le persone sia parte del processo di progettazione human-centered. Mi riferisco alle aziende, soprattutto, che sono i nostri clienti.

È cresciuta quindi la richiesta di ricerca, ma -ahimé- non vedo altrettanto velocemente crescere la qualità e la professionalità di chi la eroga.

Io sono decisamente cambiata: ho aggiunto esperienze di ricerca in ambiti particolari e contesti sfidanti (ad esempio grazie al lavoro con organizzazioni delle Nazioni Unite, in Africa); ho ampliato lo spettro di tecniche a cui ricorro, e sto lavorando, dentro Fifth Beat, per stilare processi interni di lavoro e definire gli standard che adottiamo; mi sto occupando anche di ambiti di Research Ops, di supporto al lavoro dei ricercatori.

Sono anche cambiate le esigenze di alcune aziende, che ci chiedono di essere parte attiva della ricerca e non solo recettori dei risultati finali, e questa è la direzione che trovo più interessante al momento.

C’è un momento o ci sono momenti della tua vita professionale che ti hanno fatto fare balzi in avanti?

Me ne vengono in mente solo due: il primo, quando ho lasciato il mio lavoro da agronoma e ho iniziato a lavorare come web editor, nel 2008. Più che un balzo, un salto nel buio!

Il secondo, nel 2018, quando ho deciso di chiudere la mia esperienza da freelance per entrare in Fifth Beat come Head of Discovery. Le sfide e le opportunità che mi si sono aperte da allora mi hanno messa alla prova da tanti punti di vista e mi hanno fatta crescere molto velocemente, credo. Un conto è essere una ricercatrice senior, un altro è avere la responsabilità di un gruppo di persone, di gestire la loro crescita, trasmettere loro metodo, struttura e passione per questo lavoro. Essere un punto di riferimento è una grossa responsabilità, e un onore.

Ma il blog? Ricordo che quando ho cominciato ti avevo preso come modello. I tuoi articoli mi piacevano molto. Perché hai smesso di pubblicare? E riprenderai a breve?

Per una questione di priorità. Il blog ai tempi mi è servito per riflettere su quanto stavo apprendendo, soprattutto, e provare a fare un minima divulgazione alle persone sul nostro lavoro.
Non mi ci sono mai dedicata seriamente, come se fosse un vero progetto, e non penso di riprenderlo, a dire il vero. Ma ho in cantiere un altro progetto molto più interessante 😊

Il primo articolo che scriveresti per ricominciare?

Se mai lo facessi, probabilmente parlerei del nuovo progetto, ma per ora acqua in bocca!

Come è andato EURO IA Edizione 2020 ? Come è messa l’architettura dell’informazione a livello Europeo?

Quest’anno si è svolto interamente online ma la qualità degli interventi e dei relatori è sempre rimasta alta.

Quali sono i punti che maggiormente ti hanno colpito quest’anno dell’Euro IA e quali i punti su cui gli speaker hanno puntato maggiormente?

Il tema, Hope, si è prestato a molte interpretazioni diverse ma imperniate tutte a comprendere come, da designer, possiamo contribuire a superare le crisi che stiamo vivendo nel quotidiano.

Un filo rosso che ha unito molti interventi che ho seguito è stata la visione eco-sistemica della progettazione, sempre più necessaria perché lavoriamo su sistemi complessi e non isolati. Questo significa che ci dobbiamo formare maggiormente su come progettare questi ambienti, tenendo in considerazione un contesto che è molto più ampio di quanto tendiamo a credere, sia noi che i nostri clienti.

Un altro aspetto molto presente negli interventi è stata l’inclusività, tema piuttosto caldo negli ultimi anni. Si è discusso di come riuscire a tenere in considerazione la diversità delle persone sia nella ricerca che nell’ideazione e progettazione di prodotti e servizi, adottando accorgimenti e linee guida.

Infine, c’è stata molta attenzione al tema della sostenibilità, vista come insita nel focus sulla speranza: allargare la consapevolezza del nostro impatto come progettisti, includendo anche riflessioni in termini di sostenibilità ambientale e sociale.

In tempi da coronavirus e distanziamento sociale le interviste di ricerca diventano sempre più difficili da fare. Intanto cosa pensi tu, che sei fortemente empatica, di questa definizione “distanziamento sociale” e poi come stai superando o come ti stai attrezzando per le interviste in questo periodo?

Sul distanziamento sociale non penso di avere un’opinione particolarmente originale: è necessario, in questo momento, per contenere i contagi e quindi va applicato. Sulla sua definizione non ho nulla da dire, lo ammetto 😊
Io ne risento tanto soprattutto perché ci ha tolto gli abbracci tra amici e colleghi, che per me sono fondamentali e rinvigorenti.

Nel mio lavoro ha significato saper modificare la ricerca, fin dal primo momento, da remoto, ma non era una cosa nuova per noi. Da anni svolgiamo ricerca a distanza, anche per progetti internazionali che richiederebbero spostamenti e viaggi onerosi. Chiaramente le interviste da remoto sono diverse da quelle di persona, ma non sono necessariamente peggiori. Ti faccio un esempio: nell’intervista di persona spesso si sceglieva un setting neutro, quindi una sala riunioni o un laboratorio; nelle interviste remote le persone si collegano quasi sempre da casa (soprattutto in periodo di lockdown) e quindi posso intravedere qualcosa della loro vita che di persona mi sarei persa. Una piccola incursione etnografica in un’intervista che magari non lo prevedeva.

E per finire le ultime 3 domande che faccio a tutti

Consiglia un libro

Doing Ethnography di Giampietro Gobo. (su Amazon) Preziosissimo per approfondire la ricerca etnografica in modo esaustivo, scritto con un taglio davvero molto comprensibile.

Pare sia fuori produzione, quindi si trova su Ebay anziché su librerie online. [ndr. Si trova su Amazon, anche in versione Kindle]

Consiglia un brano musicale o un cd

Grazie ai colleghi millennials mi sono svecchiata e consiglio piuttosto Spotify 😉

Il Discover Weekly è la mia funzionalità preferita, che mi aiuta a scoprire brani e artisti. Vi consiglio Lullatone, tra gli ultimi.

Consiglia un film

Se ve lo siete persi, 1917 di Sam Mendes è un meraviglioso film di guerra, molto introspettivo, come piacciono a me.

Grazie!

Nel ringraziare Raffaella per la sua disponibilità e per le sue parole, spero di sapere al più presto sul suo nuovo progetto di cui non ha voluto dire nulla. Sono molto curioso e sarebbe stato bello scoprire lo scoop sul blog. Nello stesso tempo però non mi dispiace restare all’oscuro, perché questo mi darà l’occasione di chiedere una nuova intervista.