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Intervista a Simone Borsci

Questa settimana intervista a Simone Borsci, ricercatore, assistant professor presso l’Università di Twente, regione nell’est dei Paesi Bassi, la parte più orientale e urbanizzata.

Simone Borsci è un professore ma è anche un ricercatore puro. Non è facile trovare notizie su di lui senza andare a leggere le numerose ricerche che ha condotto.

Se si vuole indagare sulla sua carriera accademica e lavorativa è necessario visitare la pagina dell’Università a lui dedicata.

Qui facciamo solo una piccola sintesi, per quanto possibile.

Interessi e campi di ricerca di Simone Borsci

Simone Borsci si occupa di Prototyping, Information Technology, Cognitive Development, Usability, User Experience, User Studies, Interaction Designing, Design Thinking, Rapid Prototyping.

I campi di ricerca sono

i Fattori umani ed ergonomia; HCI / HRI, interazione con tecnologia e artefatti, studi di usabilità e accessibilità, analisi dell’esperienza utente in contesti informatici ubiquitari, modellazione del comportamento umano, servizi per la salute e la disabilità e design del prodotto, abbinamento di persone e tecnologia, ricerca qualitativa e quantitativa della psicologia applicata utilizzando multivariato e tecniche statistiche predittive.

Le sue esperienze lavorati e le sue competenze riguardano il mondo dell’User experience in progetti innovativi e all’avanguardia. Ha lavorato e continua a lavorare in progetti interdisciplinari con particolare attenzione, per la sua parte, all’usabilità, UX e fattori umani, sia in ambito accademico che industriale.

Ricerca e insegnamento

Dal 2008 fa ricerca e insegna presso alcune delle migliori università europee.

Insegnante di psicologia dell’apprendimento e della disabilità, presso l’Università degli Studi di Perugia. Ricercatore presso Human Factors Research Group dell’Università di Nottingham, per il progetto Live Augmented Reality Training Environments (LARTE) con Jaguar Land Rover. Ricercatore presso la Brunel University dove ho svolto ricerche su diversi argomenti come le tecnologie dei dispositivi medici e le prospettive degli utenti. Dal 2015 al 2018 Fellow e co-lead dell’unità Human Factor del NIHR DEC London presso il dipartimento di chirurgia e cancro dell’Imperial College. E come dicevamo all’inizio adesso è professore presso l’unuiversità Belga.

Simone Borsci ha una vasta esperienza nella progettazione di studi etnografici, test a distanza e in-house / di laboratorio e nella progettazione e utilizzo di questionari di indagine, pensiero ad alta voce, focus group e interviste.

Attualmente si occupa di

  • integrazione dei fattori umani e dell’economia sanitaria per la valutazione e lo sviluppo di dispositivi medici;
  • il concetto di fiducia nell’uso;
  • metodi di valutazione dell’usabilità e della UX per VR / AR e strumenti medici;
  • interazione uomo robot ;
  • interazione con interfacce conversazionali e chatbot.

Passione per il proprio lavoro

Ma forse per capire la passione per l’insegnamento e il metodo di lavoro di Simone Borsci è necessario leggere un suo recente post (ottobre 2020) che ho trovato sulla sua bacheca social.

Ogni anno in questo periodo prendo tutti i contenuti delle mie lezioni. Seleziono circa il 20% che non posso o non voglio cambiare, butto via tutto il resto e ricomincio da capo. Ogni anno è più difficile…ed è faticoso non cadere negli schemi già utilizzati. Ma questo mi obbliga sempre a cercare un modo nuovo o diverso, non sempre migliore, per dire le stesse cose.

Intervista a Simone Borsci

Simone non ne parla, ma tra le altre cose ha scritto un libro insieme a Masaaki Kurosu, Stefano Federici e Maria Laura Mele. Un libro introvabile di cui consiglio il formato Kindle. Computer Systems Experiences of Users with and Without Disabilities: An Evaluation Guide for Professionals (Rehabilitation Science in Practice Series) (English Edition).

In questa intervista apre a scenari di ricerca davvero affascinanti. E questa intervista è un po’ come uno dei miei primi summit di Architecta, quando mi sono sentito un po’ sovrastato dall’immensità delle cose da studiare.

Di cosa ti stai occupando in questo periodo?

Da circa un paio di anni mi sto occupando sempre di più di intelligenza artificiale e società ibride per intendersi quelle in cui persone e AI collaborano nelle decisioni.

Tutto il mio lavoro, se vogliamo riassumerlo attorno ad un punto focale, è centrato su un tema: come valutiamo l’interazione (con qualsiasi cosa dell’artefatto al sistema complesso) sia a livello micro (individuale) che a livello di macro (sociale) in modo da avere misure che ,al di là di oggettivo e soggettivo, siano affidabili, comparabili e replicabili in modo da permettere a chi sviluppa per esempio un servizio di avere evidenze empiriche riguardo le ripercussioni e l’impatto di quel servizio su chi lo utilizza, ma anche su chi lo amministra (insomma i famosi stakeholders).

Fra le altre cose ho lavorato e sto lavorando molto sui Chatbot  e come valutarli, anche grazie all’aiuto degli amici di userbot.ai, ma anche sulla realtà virtuale e aumentata. Mi ci è voluto un po’ ma ora abbiamo un moderno sistema di simulazione di guida nel mio laboratorio, che per il resto era già veramente avanzato. Il prossimo passo è avere una CAVE di realtà virtuale, per simulare il virtuale nello spazio fisico.

Inoltre sto cercando di indagare dal punto di vista cognitivo il concetto di distrust (che non è esattamente l’opposto di fiducia) verso le tecnologie.

Quale parte del tuo lavoro ti piace e ti diverte maggiormente?

Confrontarmi con le persone, dagli utenti di qualsiasi età, ai designers, dal fisico teorico al medico di base ed essere continuamente esposto a sistemi e concetti complessi, a problematiche reali e a soluzioni innovative, questo per me equivale a non annoiarsi mai. Non puoi neanche immaginare i lavori a cui ho detto no, anche allettanti, perché sapevo già che mi sarei annoiato.!

Inoltre, ho il piacere di insegnare che è un compito essenziale di chi fa ricerca, formare e far crescere nuovi esperti, questo mi mantiene giovane e mi permette sempre di riscoprire concetti e approcci che magari avevo letto o studiato in passato ma a cui non avevo dato peso, o di cui non avevo colto l’importanza. Dovendo insegnare secondo me riscopri le basi, e se sei fortunato anche nuovi temi da investigare.   

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro quotidiani?

Per fare ricerca nel mio campo, quello dell’ergonomia cognitiva, servono tre strumenti essenziali: Conoscere i metodi, avere immaginazione e tanta resilienza al fallimento. Credo che questo valga per chiunque faccia ricerca. Per il resto dal punto di vista tecnologico, certamente servono conoscenze degli strumenti di statistica e di programmazione. Infatti, oggi nel campo della psicologia applicata serve collaborare con ingegneri ed esperti informatici e saper programmare un codice in diversi linguaggi è una capacità importante, soprattutto se si vuole fare ricerca con tecnologie avanzate e comprenderne il potenziale impatto.   

Ti sei occupato di chatbot rivolti a persone disabili. Da quanto ho letto i risultati non sono stati entusiasmanti.

Si, purtroppo, quando si parla di chatbots ed in generale di AI c’è tanto sapere tecnologico e pochissima metodologia di ricerca e questo è un problema. Infatti, non esistono ancora (ci stiamo lavorando) modi per comparare e valutare l’interazione con AI, dai robots ai chatbots.  

Ci puoi raccontare questa ricerca?

La ricerca che abbiamo condotto è stata una analisi sistematica della letteratura che ha rilevato come, anche in campo medico riabilitativo, il criterio principale di valutazione della qualità di un chatbot sia principalmente centrato sul misurare quanto quello strumento sia efficace a far migliorare un paziente, senza considerare per esempio, se a livello di esperienza utente il chabot sia soddisfacente o comunque lasciando fuori aspetti importanti o peggio misurandoli in termini di opinione invece che tramite misurazioni valide.

Questo  suggerisce che, esistono molti strumenti chatbots o assistenti digitali basati o meno su AI che sono ottimizzati per aiutare un paziente a riabilitarsi o una persona con disabilità a sviluppare una competenza, ma il come questo avvenga da un punto di vista qualitativo non è dato saperlo, ne sappiamo se uno dato tool è migliore di un altro, perché quando i sistemi vengono valutati in modo estremamente soggettivo o con metodologie non validate diventa difficile effettuare analisi comparative.

Pensi che con l’avvento dei chatbot siano tempi duri per l’usabilità. 

No, anzi il contrario. L’intelligenza artificiale ha bisogno di usabilità, forse anche di più che di fiducia. Uno dei temi dell’AI a livello internazionale è appunto come assicurare la trust (fiducia) verso i sistemi e la trustwortiness (la capacità di ispirare fiducia), che sono concetti bellissimi, ma purtroppo vuoti, perché il come misuriamo la fiducia ,quando parliamo di tecnologie e soprattutto tecnologie intelligenti, è un’incognita.

Quello che sappiamo è che l’usabilità è una componete della fiducia verso le tecnologie, ma questo è solo uno degli aspetti (diciamo il lato umano) della relazione con le AI, poi c’è tutto il lato come disegniamo le AI per ispirare fiducia (senza scadere nella persuasione e nei dark patterns) e poi c’è il lato oltre lo specchio: come rendiamo consapevole una AI che non sta ispirando fiducia, in modo che adatti o cambi il suo comportamento in base ai contesti e alle reazioni degli utenti?

Tutto questo è fortemente legato all’usabilità e all’interazione fra uomo ed artefatti, per cui ci sarà bisogno di allargare le definizioni di usabilità, accessibilità ed user experience, e di costruire con il tempo metodi nuovi per valutare l’innovazione. 

Cosa pensi si stia trascurando nello sviluppo dei chatbot.

Qui la risposta è semplice, la valutazione sistematica sia a livello oggettivo che soggettivo, proprio perché mancano gli strumenti per farlo e spesso non ci si pone il problema di utilizzare metodologie trasparenti, valide e comparabili. Questo è un serio problema, perché è solo tramite la standardizzazione dei metodi di valutazione e quindi la possibilità di comparare i prodotti fra di loro, in termini di funzionalità, usabilità, accessibilità ed esperienza utente in maniera affidabile ed accurata che si riesce a far crescere un settore ,offrendo cioè la possibilità di “misurarsi” con gli altri servizi o prodotti e comprendere cosa funziona e cosa no.

Dall’analisi dell’esperienza utente di VR, realtà aumentata e applicazioni mobili in contesti informatici ubiquitari, ai chatbot.

Qual è il filo conduttore per il tuo lavoro?

Il filo conduttore è lo scambio con i sistemi e dentro i sistemi. Quale impatto hanno i sistemi su di noi dal punto di vista psicologico? Quale è l’impatto dei sistemi sulla società? Come ottimizziamo i sistemi per renderli resilienti?

Un esempio che magari chiarisce di cosa sto parlando è il da Vinci Robot per operazioni chirurgiche, in un recente articolo[1] viene sottolineato come questo strumento sia diventato negli anni una tecnologia sempre più affidabile e precisa dal punto di vista tecnico, ma che la vera differenza nel migliorare le prestazioni chirurgiche con questo strumento è dovuta alla capacità acquisita nel tempo dai chirurghi e dallo staff medico di anticipare i limiti dello strumento ed evitare possibili malfunzionamenti. E’ questa intersezione fra uomo e macchina che è al centro del mio interesse.     

[1] Rajih, E., Tholomier, C., Cormier, B., Samouëlian, V., Warkus, T., Liberman, M., … & Valdivieso, R. (2017). Error reporting from the da Vinci surgical system in robotic surgery: A Canadian multispecialty experience at a single academic centre. Canadian Urological Association Journal11(5), E197.

Ti sei sempre occupato dell’avanguardia dell’user experience e di temi diciamo di nicchia. Come ti vedono i colleghi?

Spero bene, certo non è sempre facile comprendersi quando si è in mezzo a differenti comunità da quella psicologica, a quella dell’interazione utente tecnologia ed ergonomica a quella medica, per cui faccio spesso enormi sforzi per farmi comprendere e per comprendere terminologie che sono simili ma con significati e sfumature diverse a seconda dell’interlocutore e del suo campo. Anche pubblicare i risultati diventa spesso un esercizio complesso, quando si è in mezzo a diverse comunità e ci si occupa di temi che sono nuovi, o poco conosciuti in una specifica disciplina ma con un po’ di sforzo ci si riesce.   

Se senti il peso della solitudine oppure prevale la curiosità su temi tutti da esplorare. (ovviamente penso anche alle differenze tra Italia e Inghilterra e al mondo dell’accademia che è completamente diverso)

Non sento il peso della solitudine, certo dopo tanti anni all’estero prima nel Regno Unito ed ora nei Paesi Bassi, l’Italia e le sue bellezze mancano, un po’ meno le sue sicure incertezze a livello di società; ma dal punto di vista lavorativo ho costruito negli anni un solido network di amici e colleghi con cui interagisco costantemente e con cui porto avanti temi sempre interessanti, potendo permettermi di vedere innovazioni e idee sempre molto avanzate.

Quali sono i temi caldi del prossimo futuro a cui pensi bisogna stare attenti?

Sicuramente l’integrazione dell’AI nelle nostre società, che non è solo un tema tecnologico ma anche e soprattutto sociale, quale sarà l’impatto a livello individuale e collettivo non è solo un tema legato alla qualità delle tecnologie ma anche al quadro normativo che si sta già costruendo a livello Europeo.

Inoltre, la diffusione sempre più massiccia di realtà aumentata e strumenti di realtà virtuale al grande pubblico, che può avere effetti molto positivi ma anche negativi sulla psiche e che devono essere anticipati e mitigati. In questo contesto è necessario cominciare a parlare di design responsabile, nel senso che cerca di anticipare e mitigare a priori gli effetti negativi di una tecnologia.

E per finire le ultime 3 domande più leggere.

Consiglia un libro

Donald Hoffman: The Case Against Reality: Why evolution hid the truth from our eyes.

Consiglia un brano musicale o un cd

il testamento di Tito (De André ovviamente nella versione PFM).

Consiglia un film

Memento di Christopher Nolan.

Simone Borsci al WUD Roma 2020

Per chi vuole conoscere meglio Simone Borsci è possibile seguire i suoi interventi al WUD Roma 2020.

Il primo sarà un caso di studio su Dark patterns e dispositivi medicali. Mentre il secondo intervento di Simone Borsci sarà un Keynote con Katy Arnold, Head of User Research, The Home Office Gov UK su Inclusione: oltre i miti e le leggende.

Dark patterns e dispositivi medicali

I professionisti suggeriscono che la fiducia verso i sistemi (TTS) potrebbe essere modellata dalla progettazione. Per esempio: un prodotto che appare (anche prima dell’uso) utilizzabile e utile dovrebbe generare un alto livello di TTS post-utilizzo;
prodotti esteticamente gradevoli possono influenzare le persone prima dell’uso della sintesi vocale, ovvero le persone tendono a fidarsi del prodotto dal design estetico più che del prodotto meno piacevole. I produttori possono progettare la fiducia come parte dell’esperienza con un prodotto anche prima che gli utenti finali inizino a utilizzare la loro tecnologia o servizio comunicando strategicamente e rendendo visibili e riconoscibili alcune caratteristiche o elementi del design rispetto ad altre (meno attraenti) caratteristiche.


Come conseguenza delle tecniche di progettazione e comunicazione, gli utenti possono essere attratti dall’acquisto di un prodotto prima del suo utilizzo perché ritengono che il sistema sia ben progettato, affidabile e dotato di funzionalità in linea con le loro esigenze, anche quando questo sistema non è affidabile .
Questo lato oscuro della fiducia sarà al centro di questo discorso. Basandosi sugli studi attuali sulla fiducia, verrà proposta una definizione di TTS per colmare il concetto di fiducia ed esperienza. Inoltre, saranno presentati i dati preliminari di uno studio internazionale in corso sulla fiducia nei confronti dei dispositivi sanitari per uso domestico per evidenziare l’importanza della fiducia prima dell’uso di strumenti ad alto rischio selezionati e gestiti da utenti laici.

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Tutte le altre interviste condotte dal blog.

“Intranet Information Architecture” di Giacomo Mason

“Intranet Information Architecture. Progettare l’architettura informativa delle intranet di nuova generazione” è il titolo dell’ultimo libro di Giacomo Mason edito da UXUniversity. La stessa per cui terrò il corso Progettare Chatbot.

Una digressione personale su Giacomo Mason

Prima di parlare del libro vorrei raccontare alcuni aneddoti personali, che in anni non sospetti, mi hanno fatto conoscere Giacomo Mason. Se non interessa, potete saltare a piè pari questo paragrafo e andare alle conclusioni che spiegano il perché reputo il libro uno strumento utile e assolutamente da acquistare.

Ma la digressione la devo fare. Perché devo a Giacomo Mason più di quanto lui stesso possa immaginare.

Giacomo Mason? Ma io lo conosco!?

Non ho mai incontrato Giacomo Mason di persona. Siamo in contatto sui social e la nostra professione ci lega. Forse ci siamo incrociati al WUD Rome 2016, ma non sono sicuro fosse lui. Fatto sta che ne sento parlare da quando mi sono avvicinato all’architettura dell’informazione. Ne ho sempre sentito parlare come un ottimo professionista, come specialista delle intranet ed ogni tanto vado a leggere il suo blog.

L’anno scorso, dopo il mio definitivo trasloco in Sicilia (trasloco composto in buona parte di libri) mi decido ad acquistare una nuova libreria e sistemare quanto raccolto nel decennio precedente.

Mi capita sotto mano uno dei primi libri che ho acquistato a Venezia nel 2008. Lo riprendo in mano con nostalgia. Perché è uno di quei libri che mi ha dato notevoli spunti; che se si fossero realizzati (a quei tempi) sarebbero stati spunti rivoluzionari. E forse la mia storia professionale sarebbe stata diversa.

Leggo il titolo. La nuova comunicazione interna. Reti, metafore, conversazioni, narrazioni”. Autori Paolo Artuso e Giacomo Mason. Aspetta! Chi? Giacomo Mason? Lo stesso Giacomo Mason che ho incontrato professionalmente anni e anni dopo? Si. Proprio lui. Vedi il caso?

Comunicazione interna

Quando iniziai ad occuparmi di Radio, l’allora prorettore alla comunicazione dell’Ateneo veneziano, il professor Umberto Collesei, voleva che mi occupassi delle notizie dell’Ateneo, facendo un lavoro di raccolta. Peccato che il mio direttore del Servizio Comunicazione la pensava in maniera completamente opposta. Ossia il mio direttore pensava che non si poteva andare in giro, bisognava restare seduti, in ufficio, per rispondere in qualsiasi momento al telefono e ricevere da seduti tutte le comunicazioni. L’ufficio non doveva mai restare scoperto.

Da questo incrocio di vedute, nacque la necessità di avere una comunicazione interna adeguata ai tempi che stavano cambiando. Ed il prescelto fui io. Io che venivo da RCS Quotidiani e che avevo visto fare comunicazione interna in modo molto diverso rispetto a quanto non veniva fatto all’università.

Come mio solito, quando mi si affida un compito, iniziai il mio protocollo di formazione continua. Uscii da lavoro ed entrai nella prima libreria che incontrai. Cercai e tra gli scaffali c’era questo libro. Devo ammettere che, allora, non mi interessarono gli autori. Il titolo era talmente eloquente. Sembrava proprio scritto per me. “La nuova comunicazione interna“. Proprio quello che dovevo fare io.

Un modo nuovo di intendere la comunicazione interna

Il libro lasciò una profonda impronta nella mia idea di comunicazione. Ed è per questo che penso di essere stato per moltissimi anni un architetto dell’informazione inconsapevole. Tra l’altro il sottotitolo mi ha accompagnato nella mia formazione professionale, fino ad oggi, tra reti, conversazioni e narrazioni, appunto. Quel libro metteva al centro le persone; i veri protagonisti della comunicazione.

Dentro quel libro trovai tanti spunti. Veniva capovolto, già nel 2008, il punto di vista della comunicazione rispetto a quanto fatto fino ad allora. Se a quei tempi, infatti, la comunicazione interna era una comunicazione dall’alto verso il basso, Artuso e Mason proponevano una comunicazione che provenisse dal basso, che coinvolgesse i dipendenti.

Erano i primi anni dell’avvento di Facebook e già qualcuno intuiva i mutamenti che sarebbero arrivati. La partecipazione delle persone alla creazione di qualcosa era (ed è ancora) idea rivoluzionaria, in epoca dove la comunicazione era verticistica, proveniente tutta dall’alto e dai vertici di governo.

Raccolsi tutti gli elementi interessanti del libro e li sintetizzai in una relazione, che (spero di ritrovare) venne in seguito lasciata in silenzio. Perché la comunicazione interna che poi mi fecero fare, in pratica, era qualcosa che non si poteva chiamare degna di questo nome.

Newsletter come comunicazione interna

Di tutto il lavoro rivoluzionario che io proponevo (o meglio, che avevo estratto dal lavoro di Artuso e Mason) di fare, non se ne fece nulla. Allora non si poteva disturbare il reparto web, figurarsi se poi si poteva chiedere di rifare tutta la intranet.

Per questo motivo il tutto si ridusse nella compilazione di una newsletter che non aveva senso, che duplicava documenti più approfonditi, diceva cose che già tutti sapevano e dunque del tutto inutile.

In teoria, si trattava di una newsletter che raccontava, in sintesi, i punti discussi e approvati dal senato accademico. Sempre in teoria, l’ufficio organi collegiali mi avrebbe dovuto passare i suoi verbali, io li avrei riscritti in forma sintetica e potabile, ripuliti dei termini legali, inserirli sul web e poi li avrei inviati ai colleghi.

In modo semplice e immediato. La newsletter sarebbe dovuta essere inviata pochi giorni dopo l’assemblea del senato accademico.

Tra il dire e il fare ci sono di mezzo le persone

Peccato che non mi furono mai concessi, da nessuno, gli strumenti per fare bene il mio lavoro. Per esempio, non mi fu mai concesso di partecipare in prima persona al Senato accademico. La direttrice dell’ufficio organi collegiali mi passava una piccola parte dei verbali. Con estrema gentilezza, come era di suo carattere, teneva per se tutto ciò che era stato elemento di discussione e di acceso dibattito. Insomma veniva censurata preventivamente una buona parte delle cose interessanti, non secondo logiche comunicative, ma secondo logiche di preoccupazioni personali.

Così io ricevevo, quando andava bene, la metà dei verbali, e quindi la comunicazione veniva già pilotata dalle impressioni della direttrice. Ma non era finita.

Prima della pubblicazione ripassavo dalla censura dell’allora direttore amministrativo, che toglieva e aggiungeva a suo piacimento. Quando andava bene. Quando andava male chiedeva conto e ragione di ciò che mancava. E mi rimbalzava agli organi collegiali.

C’erano una volta i forum

Capitava poi, che i membri di opposizione scrivessero sui loro canali (allora c’erano attivi diversi forum) quelle notizie che avevano suscitato l’aspro dibattito di cui io non riuscivo a sapere nulla.

Il che, è chiaro, mi rendeva tutto tranne che uno che si occupava di comunicazione interna. Non solo per il processo farraginoso, ma anche perché la newsletter era del tutto inutile.

Alla fine del Senato accademico i presenti parlavano di ciò che era accaduto, non con me, né con il mio ufficio. Già la sera stessa le notizie più rilevanti erano bruciate. Se a questo si aggiunge che i verbali del senato accademico venivano resi pubblici, chi era interessato trovava lì tutte le notizie.

Cioè se sei interessato a quello che viene deciso dal Senato Accademico, non ti basta il sommario. A questa mia obiezione mi veniva risposto che quei verbali erano in pochi a leggerli, mentre la newsletter la leggevano tutti. Cosa assolutamente falsa. Perché sia la newsletter sia i verbali erano letti dalle stesse persone che anzi, a maggior ragione, si facevano un’idea negativa di quella che era intesa come comunicazione interna.

Da ufficio comunicazione ad ufficio propaganda

Ovviamente non avevo voce in capitolo, era poco meno di un anno che mi trovavo in quell’ufficio e per giunta precario. Al mio direttore andava bene così, alle catena di comando andava bene così. Peccato che tutti comprendevano che la comunicazione interna non funzionava. E l’esperimento si interruppe al primo cambio di comanda. Poi fu ripreso nuovamente dopo tempo. Qualcosa fu migliorato, ma il principio era sempre lo stesso.

Anzi, proprio per quell’idea di “ufficio propaganda” che ha continuato ad avere l’ufficio, su molti aspetti, proprio l’ufficio che avrebbe dovuto sapere tutto, restava fuori da molte comunicazioni interne.

E così è continuato ad essere per anni. Le cose sono cambiate? Non penso. La catena di creazione non funzionava perché le persone non erano state coinvolte. Ed è certo che ancora oggi non lo sono.

Intranet Information Architecture

Ma adesso veniamo al libro. Giacomo Mason dice che quella comunicazione verticistica e proveniente dall’alto, che non ascolta i dipendenti, è finita. Ed, in teoria, sarebbe dovuta finire già da almeno un decennio. Almeno da quanto Mason scrisse il precedente libro. Ma dal mio vissuto non sono per niente sicuro che sia del tutto finita.

Fosse solo per il fatto che fa troppo comodo una comunicazione verticistica. E che dare la parola ai dipendenti, quando non gli chiedi mai niente, risulta troppo pericoloso. I manager di oggi, grosso modo, sono gli stessi manager di dieci anni fa. Se ancora nel 2018 parliamo di cultura digitale come del futuro, significa che l’Italia ha ancora un bel po’ di strada da fare. E se non avevano la sensibilità di ascoltare dieci anni fa, dubito che abbiano cambiato modo di fare.

Lavorare con i dipendenti

Traggo un breve brano dal libro che conferma quanto appena da me raccontato e che vale l’acquisto del libro.

C’è stata un’epoca, fino a poco tempo fa, nella quale le decisioni sui nuovi servizi dell’azienda venivano prese in stanze lontane. Il design portato avanti da inarrivabili designer, le applicazioni sviluppate in segreti sottoscala senza che nessuno conoscesse lo stato dell’arte e gli avanzamenti. Un’epoca in cui progettare un servizio significava creare un piccolo gruppo di onniscienti specialisti che avrebbero detto la prima e l’ultima parola sul prodotto che poi gli altri, mai incontrati realmente (ma in nome dei quali il gruppo, a rigore, lavorava) avrebbero dovuto usare: E che poi in effetti usavano, e poi smettevano di usare, e poi mettevano da parte con un’alzata di spalle. Quell’epoca è finita.

Oggi, per progettare un servizio, un prodotto, un’applicazione, ma anche un menù di navigazione un insieme di etichette, si lavora c’è anche a fianco con le persone che poi useranno il servizio, l’applicazione, il menù di navigazione. Lavorare con le persone significa e coinvolgerli in modo organizzato (ovvero usando tecniche di design thinking) in vari momenti del processo di design: ascolto, progettazione, verifica di quello che è stato progettato.

Quell’epoca è finita?

Quell’epoca è davvero finita? A me non risulta, anche se sarei felice di essere smentito, che quell’epoca sia finita. Non credo che i reparti di sviluppo, almeno quelli al riparo con uno stipendio fisso, si siano adeguati alle nuove e moderne metodologie. Non credo che i manager illuminati si siano moltiplicati sul suolo italico.

Se un umanista della comunicazione sogna una intranet a disposizione dei propri colleghi, l’informatico pensa a tutto il lavoro aggiuntivo e alle ore di straordinario necessarie e non pagate.

Non penso che sia sempre fatto per partito preso. Almeno lo spero. L’informatico, per definizione, sta al di là del ponte. Lo è spesso fisicamente, sempre più, lo è mentalmente. Parla un linguaggio che solo lui ha imparato e non vuole aiutare altri a comprenderlo. Se a questo comprensibile modo di essere, si aggiunge che è meglio risparmiare tempo ed energie, sapete qual è il risultato.

Comunicazione VS Informatica

Non solo. A me risulta, che lo scontro tra comunicazione e informatica è sempre in continuo divenire. Senza soluzione di sorta. Chi ha pensato di unire i due uffici ha solo provocato tensioni e depressione nei dipendenti che si vedono altrove.

Anche lo sviluppo di un sito web istituzionale risponde spesso a logiche di organigramma. Quando va bene. Quando va male è sottoposto al “Mi piace o non mi piace” di chi comanda o del figlio di chi comanda. Lo spazio sul web corrisponde spesso allo spazio di potere del dirigente di riferimento. Molte parti dei siti vengono affidati ai dipendenti che devono seguire le logiche dello sviluppatore. Anche se quelle logiche sono opposte alle logiche lavorative.

I dipendenti spesso si interfacciano con architetture dell’informazione incomprensibili. Proprio perché sono il risultato di scelte verticistiche o di singoli. Proprio perché non si riesce a fare un lavoro di ricerca, di progettazione adeguato. Non si riesce a fare un lavoro di squadra.

Certo. Nel mondo questo modo di fare è finito. Ma parlando dell’Italia, mi viene da consigliare di usare il condizionale e che sarebbe meglio dire che quell’epoca sarebbe dovuta concludersi da molto tempo. Che oggi si dovrebbe progettare e sviluppare in maniera completamente diversa e opposta rispetto al passato: le intranet, come i siti web.

Perché acquistare Intranet Information Architecture

E dunque diventa fondamentale acquistare il libro di Giacomo Mason. Primo perché penso che l’epoca delle cattive pratiche in Italia non è finita. Anche se si è fatta molta strada in questi anni. Non mi troverei qui a divulgare una cultura della comunicazione e della progettazione ormai ovvia in quasi tutto il mondo. Secondo, lo deve comprare chi vuole comprendere i meccanismi della progettazione. Come si fa, come viene fatta dai professionisti.

La lettura del libro, dunque, è una lettura fondamentale. Per estrarre le buone pratiche. Cercare di creare, nel vostro inferno di azienda, piccoli e intensi spazi di paradiso. Potrete scorgere nel vostro quotidiano le cattive pratiche svolte da enti, agenzie, ancora vecchie dentro, e da colleghi non proprio umili ed educati.

Si tratta di seguire, passo passo, il lavoro di un professionista nella realizzazione di una intranet. E con esempi pratici e reali. Un libro utile. Per tutti. Per coloro che vogliono imparare da principio, così come per coloro che hanno già esperienza in aziende private o pubbliche. E magari, per ragioni varie, non hanno la possibilità di collaborare con un professionista di alto livello come Giacomo Mason. Leggere il libro significa mettersi al suo fianco e imparare.

Allora è e sarà una vera scoperta. Che consiglio a tutti di fare.

5 obiettivi di un progettista da centrare

Quali sono gli obiettivi di un progettista che si dovrebbero sempre tenere a mente? Forse basterebbe averne uno chiaro in testa e lavorare duramente per raggiungerlo? Magari, sarebbe bene far lavorare tutto il team su uno stesso obiettivo, condiviso? Qui di seguito raccolgo 5 obiettivi di un progettista, tratti da un articolo su medium. Forse è bene fissarli prima di tenere e se seguire il mio corso “Progettare Chatbot” che terrò il 9 novembre a Roma e il 3 dicembre a Milano.

Questi 5 obiettivi possono aiutare a trovare la giusta direzione per una progettazione centrata sulle persone.

Obiettivo 1 – Soddisfare i bisogni

Offrire agli utenti ciò di cui hanno bisogno dovrebbe essere il primo obiettivo di un progettista o di una buona progettazione.

Noi, che saremmo le persone, infatti, quando pensiamo di comprare un prodotto ci chiediamo sempre se quel prodotto è utile o no. Per esempio, io passo oltre nel guardare le televendite di gioielli e chincaglierie. Ma mi soffermo ad osservare la pubblicità del Paint Runner. So che è un pacco clamoroso, che è recensito male e che è sconsigliato. Ma siccome ho già imbiancato casa e devo imbiancare altre stanze osservo quanto sarebbe bello poterlo utilizzare. Perché? Perché soddisferebbe un mio bisogno.

Ovviamente questo è un mio bisogno. Ma non lo è per tanti altri che non si sognerebbero di imbiancare casa senza aver mai visto come si fa.

Obiettivo 2: “Non farmi pensare”

Le persone sono pigre, non vogliono pensare e non vogliono leggere. C’è un bellissimo articolo di Paola Avesani che si intitola proprio “Perché le persone non leggono?” Oppure uno dei cavalli di battaglia di Yvonne Bindi, autrice di Language Design, racconta che “Una certezza l’abbiamo: le persone non leggono”.

Paola giunge alla conclusione che come Designer

Non ci resta che rimboccarci le maniche e consapevoli di questi limiti “umani” utilizzare il design per aiutare le persone, attraverso inviti e vincoli verso l’unica azione corretta.

E quindi dobbiamo pensare a questa pigrizia non come un limite ma come “motore dello sviluppo tecnologico”.

Non accettare le persone sarebbe come voler realizzare prodotti per non-umani. D’altronde il libro di Steve Krug “Don’t make me think” ha come sottotitolo. Un approccio di buon senso all’usabilità web e mobile.

Obiettivo 3: “Mi piace davvero usarlo!”

Uno degli articoli di maggiore successo di questo blog è l’articolo “Il miglior sistemi audio per ascoltare musica non esiste”. E perché non esisterebbe? Perché il piacere di un sistema audio dipende dal nostro gusto sonoro, dalla cultura musicale e sonora che ci è stata trasmessa. Ma non solo. Dipende anche dal gusto del design di sistema. C’è a chi piace avere il diffusore in radica di noce, chi nero. C’è chi preferisce avere le casse da pavimento e chi invece su un piedistallo.

Amiamo un cantante, amiamo andare ad un concerto, perché ci trasmette emozioni che amiamo. Andiamo ad un concerto perché ci aspettiamo una certa esperienza.

Il design dell’esperienza ormai è qualcosa che coinvolge tutti i rami della nostra quotidianità. E chi progetta, siti web come eventi, dovrebbe tenerlo sempre a mente.

Quando si progetta un software per video player, quanti “secondi” deve durare lo “schermo nero” per attirare l’attenzione degli utenti, ma non farli mai sentire impazienti? Perché alcune piattaforme sociali consentono agli utenti di accedere a più funzioni solo dopo un certo periodo di tempo? Queste sono tutte domande che i progettisti dell’esperienza utente dovrebbero considerare.

Obiettivo 4: l’abitudine è una seconda natura

Per quanto tempo usiamo un prodotto o uno strumento? In fondo a nessuno piace buttare un qualcosa che abbiamo comprato senza usarlo.

Non dovrebbe sorprendere nessuno, infatti, se qualcuno scrive che

uno dei motivi per cui Facebook è diventata un’enorme piattaforma sociale con oltre 200 milioni di utenti è perché FB conosce i bisogni mentali e psicologici degli utenti.

Aiutare le persone a costruire una forte connessione con il mondo esterno, consentendo loro di seguire ed essere seguiti, questi sono i motivi per cui è nata una piattaforma sociale.

Un prodotto funzionale sarà senza dubbio favorito dalle persone. Ma un prodotto che forma una nuova abitudine ha un potenziale incommensurabile.

Luce elettrica, smartphone, social network, Whatsapp e altri… fanno parte di questi ultimi.

Obiettivo 5: Rendi gli utenti i tuoi promotori

Il prodotto è abbastanza buono da poterlo consigliare? Diventeresti testimonial di questo blog? Consigliereste la lettura di questo articolo ai vostri colleghi? E ai vostri amici?

Perché un obiettivo intrinseco a tutto quello che è stato detto e scritto fin qui, non è altro che quello di coinvolgere le persone. Io ci ho tentato mettendo in chiaro i valori dell’architettura dell’informazione, cercando di fare gruppo, di mettere in pista le idee per una comunità di pratica.

Sappiamo, per certo, che lettori e utenti sono i migliori portavoce dei nostri prodotti. E non importa che siano blogger famosi o attori famosi. Quelli che contano davvero sono le persone vere. Io, per esempio, ho due amici a cui mi rivolgo sempre per i miei acquisti e che mi hanno consigliato il mio attuale smartphone. Ma sono persone a cui si rivolgono tutti i loro amici. Sono insomma, degli influencer più o meno consapevoli. Sono costruttori di reti e condividono le loro conoscenze.

Ho tanto da imparare anche da loro!

In breve, conclude Trista Liu

mobilitare gli utenti e renderli promotori è anche un importante traguardo dell’esperienza utente che i buoni progettisti di UX dovrebbero impostare.

Dite che ci possiamo riuscire insieme? E quali sono, secondo te, gli obiettivi di un progettista? E quali gli obiettivi di progettazione (se di progettazione ti occupi)?

Servizio RAI nei confronti delle persone con disabilità

Quali sono i servizi che la RAI è tenuta ad offrire alle persone con disabilità? E quali in particolar modo ai disabili uditivi? Nel codice etico della RAI si fa riferimento alla disabilità solo in un piccolo paragrafo in cui si dice che la RAI è tenuta a

garantire uno spazio adeguato alla cultura dell’inserimento e della integrazione sociale ai disabili, con sensibilizzazione del pubblico ai problemi di disabilità e del disadattamento sociale.

A marzo 2018 però è stato firmato un contratto tra Il ministero dello sviluppo economico e la RAI in cui si obbliga il servizio pubblico ad una particolare cura alle persone con disabilità. In più punti. Il contratto è stato pubblico in Gazzetta Ufficiale n. 55 ed avrà corso per il periodo dal 2018 al 2022.

Qui di seguito ho raccolto gli articoli che riguardano le persone con disabilità, tra le quali anche le disabilità auditive per quanto riguarda la sottotitolazione.

Principi generali

La Rai assicura un’offerta di servizio pubblico improntata ai principi come rendere disponibile e comprensibile una pluralità di contenuti, di diversi formati e generi.

b) avere cura di raggiungere le diverse componenti della società, prestando attenzione alla sua articolata composizione in termini di genere, generazioni, identità etnica, culturale e religiosa, nonché alle minoranze e alle persone con disabilità, al fine di favorire lo sviluppo di una società inclusiva, equa, solidale e rispettosa delle diversità e di promuovere, mediante appositi programmi ed iniziative, la partecipazione alla vita democratica;

La Rai è tenuta a promuovere la crescita della qualità della propria offerta

Molto interessante è che la Rai è tenuta a perseguire obiettivi come raggiungere i diversi pubblici, sperimentare, promuovere l’immagine dell’Italia, promuovere impegno sociale e culturale, diffondere i valori dell’accoglienza e dell’inclusione, del rispetto della legalità e della dignità della persona.

E ancora, diffondere i valori della famiglia e della genitorialità, superare gli stereotipi di genere, garantire la tutela dei minori. E finalmente…

l) potenziare la fruibilità dell’offerta da parte delle persone con disabilità;

A tutto questo si aggiunge in fine quello di sostenere l’alfabetizzazione digitale e contribuire alla ricerca e all’innovazione tecnologica e sperimentare nuove modalità di strasmissione.

Offerta televisiva

La Rai articola l’offerta televisiva in canali generalisti, semigeneralisti e tematici, con l’obiettivo di raggiungere l’intera popolazione e il pubblico in tutte le sue articolazioni, integrando le diverse piattaforme distributive. Si occupa di, informazione generale e approfondimenti. E crea programmi di servizio, programmi culturali e di intrattenimento.

E poi si impegna a creare programmi di informazione e programmi sportivi, quali

eventi nazionali e internazionali, anche delle discipline sportive meno popolari, dello sport femminile e dello sport praticato dalle persone con disabilità, trasmessi in diretta o registrati; notiziari e rubriche di approfondimento, anche volte a divulgare i valori dello sport e i suoi risvolti sociali.

Così come programmi per Minori e opere cinematografice italiane ed europee.

Offerta multimediale

La Rai, così recita il contratto, si impegna a rendere disponibili i propri contenuti sulle piattaforme multimediali secondo le nuove modalità di consumo dei telespettatori.

La Rai è tenuta a:

rendere la propria offerta multimediale sempre più fruibile dagli utenti con disabilità, secondo gli standard prevalenti nel settore.

Offerta dedicata alle persone con disabilità

L’artico 10 è dedicato alle persone con disabilità.

1. La Rai è tenuta ad assicurare l’adozione di idonee misure di tutela delle persone portatrici di disabilità sensoriali in attuazione dell’art. 32, comma 6, del TUSMAR e dell’art. 30, comma 1, lettera b) , della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 13 dicembre 2006, ratificata con legge 3 marzo 2009, n. 18.

2. Ai fini del conseguimento degli obiettivi di cui al comma 1, la Rai è tenuta a dedicare particolare attenzione alla promozione culturale per l’integrazione delle persone disabili e per il superamento dell’handicap.

Industria dell’audiovisivo

Si continua poi con altri obblighi a cui la RAI è tenuta a dare seguito. Si chiede infatti attenzione ai ragazzi e alle ragazze offrendo prodotti televisivi che pongano la loro attenzione all’inclusione e ai portatori di disabilità, per quanto riguarda sia i contenuti sia le modalità di fruizione. E ci si augura che questo li aiuti a crescere come cittadini consapevoli, sviluppando un approccio critico, promuovendo la fiducia in se stessi, nelle proprie capacità e nella famiglia, respingendo stereotipi e rifiutando bullismo e violenza.

Sottotitolazione

La sottotitolazione è rivolta proprio alle persone con disabilità.

La Rai è tenuta a:

i) sottotitolare almeno l’85% della programmazione delle reti generaliste tra le ore 6 e le ore 24, al netto dei messaggi pubblicitari e di servizio (annunci, sigle, ecc.) nonché tutte le edizioni al giorno di Tg1, Tg2 e Tg3 nelle fasce orarie meridiana e serale, garantendo altresì la massima qualità della sottotitolazione;

ii) estendere progressivamente la sottotitolazione e le audiodescrizioni anche alla programmazione dei canali tematici, con particolare riguardo all’offerta specificamente rivolta ai minori;

iii) tradurre in lingua dei segni (LIS) almeno una edizione al giorno di Tg1, Tg2 e Tg3, assicurando la copertura di tutte le fasce orarie;

iv) assicurare, entro ventiquattro mesi dalla pubblicazione del presente Contratto nella Gazzetta Ufficiale , l’accesso attraverso le audiodescrizioni delle persone con disabilità visiva ad almeno i tre quarti dei film, delle fiction e dei prodotti audiovisivi di prima serata e ad avviare forme di sperimentazione per favorire l’accesso dei medesimi all’offerta degli altri generi predeterminati;

v) estendere progressivamente la fruibilità dell’informazione regionale;

vi) assicurare l’accesso delle persone con disabilità e con ridotte capacità sensoriali e cognitive all’offerta multimediale, ai contenuti del sito Rai, del portale Raiplay e dell’applicazione multimediale di Radio Rai, in collaborazione con enti, istituzioni e associazioni che operano a favore delle persone con disabilità;

vii) predisporre un piano di intervento per sviluppare sistemi idonei a favorire la fruizione di programmi radiotelevisivi da parte di persone con deficit sensoriali;

viii) attivare strumenti idonei per la raccolta di segnalazioni relative al cattivo funzionamento dei servizi di sottotitolazione e audiodescrizione, ai fini della tempestiva risoluzione dei problemi segnalati.

Minoranze linguistiche

Infine, altra attenzione è data alle minoranze linguistiche presenti e riconosciute nel territorio italiano.

La Rai è tenuta a garantire la produzione e distribuzione di trasmissioni radiofoniche e televisive, nonché di contenuti audiovisivi, in lingua tedesca e ladina per la provincia autonoma di Bolzano; in lingua ladina per la provincia autonoma di Trento; sarda per la regione autonoma Sardegna; francese per la regione autonoma Valle d’Aosta e in lingua friulana e slovena per la regione autonoma Friuli-Venezia Giulia.

Adeguamento al GDPR

Adeguamento al GDPR.

Comunicazione a tutti i lettori.

Cosa ho fatto.

Il 25 maggio è stato il primo giorno di applicazione della legge così detta GDPR.

La legge obbliga tutte le aziende, siti e blog, che raccolgono e analizzano dati di cittadini europei in territorio europeo, a rivedere il trattamento dei dati dei propri clienti. E a renderli consapevoli. In questo articolo vi spiego cosa ho fatto io per i lettori e qualche consiglio da applicare.

Adeguamento al GDPR

Intanto mi sono letto le 88 pagine della legge. E poi ho scritto un post di condivisione dell’argomento dal titolo GDPR italiano: cosa cambia, testo e regolamento.

Scrivere aiuta a comprendere meglio. Per farlo mi sono documentato e informato sull’argomento. Ho partecipato a dibattiti, ho seguito webinar sull’argomento, ho fatto domande, ricevuto chiarimenti e letto tanti pareri di persone che seguono la vicenda da due anni.

Oggi non dico di essere diventato un avvocato, ma mi reputo abbastanza esperto sulla materia. E pronto a discutere, civilmente, con chiunque voglia parlare sull’argomento o voglia chiedere un parere.

Purtroppo di avvocati che si stiano occupando del tema, con conoscenza del web sono pochi e quindi il carico informativo è ricaduto su chi progetta, sviluppa e costruisce i siti web. Per fortuna la legge è scritta in modo molto chiaro e può essere compresa da chiunque.

In quest’ultimo mese si è passato da “Il GDPR è la fine del web” a “Il GDPR non cambia nulla”.

Ovviamente sono falsi entrambi gli estremismi. Non è la fine dell’internet e qualcosa è cambiato.

Policy Privacy in pratica

Intanto ho dovuto creare una nuova pagina dove si spiega in dettaglio tutta la mia Policy Privacy. Ho aggiunto anche alcune parti in fase di elaborazione, come per esempio, la creazione di una nuova newsletter.

Questa pagina sarà continuamente aggiornata, perché è un punto fondamentale della nuova legge.

L’adeguamento al GDPR non riguarda specificamente i cookie che invece sono regolati da una legge apposita detta cookie law, ma riguarda la privacy. Ma è attraverso i cookie che si raccolgono dati e quindi di conseguenza si parla anche di cookie e tecnicamente su questi si basa l’informativa.

Quindi si informa che il sito raccoglie dati e che ne avrà cura e si spiega come si raccolgono questi dati e come è possibile per il lettore impedire questa acquisizione o tracciamento.

Quali cookies si trovano sul sito

Per l’adeguamento al GDPR ho verificato quali servizi sono presenti sul sito. Innanzi tutto ci sono i cookie di sistema, quelli che fanno funzionare il sito sul browser e permettono una sana navigazione. Poi ci sono i cookies di terze parti. Un po’ di banner come quelli di Amazon e di Google che mi permettono di rendere sostenibile il blog e poter lasciare aperta la condivisione di informazioni, in forma gratuita.

E i tasti di condivisione. Se decidete di condividere attraverso questi tasti ciascun social vi chiederà il consenso a collegare il mio sito con i vostri social di riferimento.

Inoltre utilizzo Google Analytics e Ad Facebook che, invece, mi permettono di capire un po’ meglio i miei lettori. Questi due servizi, infatti, mi permettono di verificare il traffico sul sito. Ossia, contare il numero di lettori, verificare quali pagine sono lette maggiormente, quanto tempo i lettori trascorrono sul blog e, in parte, vengo a conoscenza dei macro argomenti a cui i lettori sono principalmente interessati.

Ovviamente so tutto questo se già voi nella vostra vita online fornite questo tipo di informazioni. Se voi non condividete informazioni, a meno che non mi scriviate una mail o me lo esprimiate personalmente, per me è impossibile venire a conoscenza di cose che non avete il piacere di condividere.

Nella cookie policy trovi tutte le istruzioni per bloccare cookie indesiderati.

Che ne faccio di questi dati?

Il tracciamento non mi indica chi siete, non svela la vostra identità, ma mi permette di avere dati che mi aiutano a creare un contenuto di interesse per i miei lettori, presi come massa di persone indistinte, sparse in Italia e nel mondo. Per cui li analizzo e mi faccio un’idea su come procedere sul blog in maniera professionale.

Ossia, so perfettamente che alcuni temi non interessano i miei lettori. Ma continuo a scriverne perché sono convinto che siano temi di interesse pubblico. E inizio a scrivere articoli che, invece, mi portano molto traffico e mi aiutano a veicolare i temi meno letti.

Insomma, per avere una presenza efficace sul web. Prima di farlo per gli altri, lo faccio per me stesso. Da queste cose imparo sul campo. Ai clienti offro solo i risultati migliori.

Commenti

Alla fine di ogni articolo/post che scrivo, i lettori possono arricchire il contenuto con il proprio pensiero. I lettori possono apportare correzioni, precisazioni, dissentire argomentando costruttivamente. C’è un regolamento di civile convivenza da rispettare proprio sui commenti.

Grazie a questi commenti il sito è diventato un centro di studio molto interessante e sempre più preciso e autorevole.

Riguardo la privacy, se decidi di commentare, devi lasciare il tuo nome e cognome e il tuo indirizzo mail. Attraverso questi dati e l’ID che invia la tua mail io posso risalire, in base alle tracce che lasci sul web, al tuo nome reale. Mentre con l’ID, dopo ricerca su web  e con uso di strumenti terzi, posso risalire esattamente da quale città mi scrivi.

Questo mi serve principalmente per evitare di ricevere e condividere mail di spam ed evitare che male intenzionati approfittino del mio spazio per insultare o commettere reati.

Per sicurezza, che tu sia consapevole di questo, ho inserito un ulteriore checkbox da cliccare per inviare, ancora più consapevolmente, il tuo commento. Che comunque è e resta moderato. Ossia prima lo leggo io. Se ritengo che sia adeguato lo approvo. Altrimenti lo elimino.

5 Accorgimenti per difendere la propria privacy

Vi suggerisco 5 semplici accorgimenti qualora pensiate di essere controllati e che qualcuno stia utilizzando i vostri dati.

  1. Non farsi prendere dal panico

    Gli inserzionisti non sanno chi siete perché le informazioni raccolte non possono essere usate per identificarvi e si basano sull’attività di navigazione tracciata per sottoporvi annunci in linea con i vostri interessi.

  2. Cercare informazioni sulla pubblicità comportamentale su tutti i siti visitati
  3. Scegliere se si desidera ricevere o no annunci pubblicitari personalizzati
  4. Disattivare la pubblicità comportamentale.
  5. Acquisire una maggiore familiarità con le impostazioni sulla privacy del proprio computer

    Queste impostazioni, permesse dall’adeguamento al GDPR di tutti i siti che navigate, le potete trovare nel menù ‘Opzioni’ del vostro browser. Quando selezionate le opzioni relative ai cookie, ricordate che spesso facilitano l’accesso ai siti web (ad esempio, ricordando le preferenze riguardo al sito visitato e le impostazioni relative alla lingua).

Cosa fare per non essere tracciato

Se sei particolarmente attento alla tua Privacy e ne vuoi preservare tutti gli aspetti, dovrai leggermente modificare alcune semplici abitudini della tua vita quotidiana.

Intanto spegnere il tuo smartphone o cellulare. Staccare la batteria ed estrarre la scheda telefonica. Riporre in un cassetto il tutto e dimenticarsi di riconnettersi.

Qualora questa scelta vi sembra eccessiva, tenendo presente che attraverso il segnale alle cellule telefoniche siete facilmente rintracciabili, ma siete disposti a rinunciare ad un po’ di privacy per utilizzare la comodità di chiamare al telefono in mobilità, avete altre alternative.

Disinstallare tutte le applicazioni di connessione presenti nello smartphone. Non usare alcun social, facebook, instagram, twitter, linkedin. Assolutamente non devi fare ricerche su google o usare servizi annessi, come gmail, drive o altro. Non acquistare su Amazon, né su altro e-commerce dell’universo mondo. Non cliccare link, non leggere siti o blog. Stacca tutto. Disdici tutti i contratti dove siano compresi lo scambio di dati. Stacca fili e connessioni internet.  Non usare internet.

Trasparenza

Se questo adeguamento al GDPR vi sembra estremo e anche inutile cogliete l’occasione per rafforzare il rapporto di fiducia che c’è tra voi lettori e questo blog.

Siti come il mio non hanno dovuto fare molto e non sono obbligati a cambiamenti estremi. Però se si sono affidati ad un consulente, oltre ad essere in regole con le leggi europee, hanno una maggiore consapevolezza su come comportarsi.

Inoltre, personalmente, ho adeguato il sito per cogliere una opportunità con i miei lettori e clienti. Cioè l’estrema trasparenza di questo sito, su cosa ci si trova dentro e sul perché ci sono i banner pubblicitari.

Non so se la cosa possa piacere. Ma se navighi e stai leggendo gratuitamente questo blog devi ringraziare anche questi cookies. Se altri non vi dicono nulla significa che non si sono adeguati alla legge, non che non vi stiano tracciando. Quello che non si sa è sempre più pericoloso di quello che si sa.

Qualcuno, infatti, pur di non informare i propri lettori (cosa che ha richiesto studio, tempo e dunque equivalente in denaro) interpreta la legge per comodi personali e non mette al centro la privacy delle persone.

Lettori consapevoli, lettori liberi

Se c’è un dato che mi piacerebbe sapere ma che mai nessuno mi potrà fornire, neppure questo adeguamento al GDPR, è sapere quanto i miei lettori siano lettori consapevoli. Mi piacerebbe sapere che i miei lettori siano lettori e persone che usano gli strumenti, che la tecnologia mette a disposizione, consapevolmente e che non si facciano usare dagli strumenti.

Se in futuro avrete, anche grazie a questo blog, questa consapevolezza, su cosa perdete e su cosa guadagnate, nessuno mai potrà controllare le vostre decisioni. Avere una cultura digitale vi permette di essere liberi online come offline, su internet come sulle strade della vostra quotidianità. Di vivere pienamente onlife senza paura.

Potete leggere la Privacy Policy se volete essere davvero informati, avere fiducia in me, costruire un rapporto di sostegno reciproco, siglare un contratto di reciproco servizio e reciproca fiducia. Inoltre nella Cookie Policy è sempre stato descritto il metodo su come attuare consapevolmente il blocco dei cookies. Se avete paura di questo sito o di altri usate le istruzioni. Altrimenti fidatevi e continuate a seguirmi.

Siate consapevoli. Siate liberi!

Informazione, fake news e social

Informazione, fake news e social sono temi di cui mi sono già occupato dal punto di vista del contesto e dell’architettura dell’informazione. Il tema è e resta caldo. Al festival del giornalismo che si è svolto a Perugia nel 2017 se ne è molto parlato. In fondo alla pagina trovi alcuni dei video che riprendono l’argomento.

Nel mio vecchio ma ancora valido articolo, ho parlato principalmente di contesti, strutture e ambienti semantici. Della necessità di rendere coerenti le trasmissioni di significato. Ma non può essere e non è solo questione strutturale o solo giornalistica. Quello che vorrei trasmettere io è che il tema riguarda tutti, ossia tutti coloro che producono e consumano contenuti sul web.

Ed è così che nella prima stesura dell’articolo ho lungamente toccato anche argomenti prettamente giornalistici e comunicativi. Ciò che mi auguro è che si apri un dibattito onesto e costruttivo che fino ad oggi non vedo.

Sarà anche perché sono fuori dal giro ma a me pare che non ci sia nessuna voglia di dialogo sull’argomento. Pare che uestione sia solo una questione accademica, per addetti ai lavori. Così non è.

Informazione, fake news e social

Chi fa informazione, ed ha visto perdere la propria centralità in favore delle comunità, accusa i social media per il degrado dell’informazione. Ai social vengono attribuite colpe e responsabilità sul tema delle false notizie. A mio parere, svelando più un proprio pregiudizio che una analisi oggettiva dei fatti. Senza contare quante volte si punta il dito contro i giovani che non saprebbero distinguere le notizie vere da quelle false. Gli adulti invece…

Spesso, però, i veri fautori della fortuna dei social sono stati proprio gli editori, i giornali, i giornalisti. Lo scrive molto bene un giovane Federico Josè Bottino.

La fortuna di servizi come Facebook sono proprio i giornalisti che non fanno i giornalisti ma fanno gli scrittori.

Cavalcando l’onda emotiva dell’ultimo ventennio, nel giornalismo la verità ha ceduto il passo al fine di favorire una cosa che fa fatturare molto di più, la visibilità. Se fino agli anni ’80 il mantra del giornalismo era costituito dalla narratio dei fatti (duri e crudi, alla Oriana Fallaci), oggigiorno il discriminante è il numero di lettori ingaggiati.

E qui ci sarebbe da scrivere altri trattati di Storia del Giornalismo.

Come le fake news diventano popolari e si divulgano sul web

La discussione più ampia ha inizio con l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti. E lui stesso parla spesso di Fake News. Questa discussione, anche la mia, non ci sarebbe in Italia, se non fosse una discussione aperta in America. In Italia, non mi pare che ci si confronti più di tanto. Negli Stati Uniti il Washington Post, in risposta a quanto accade, ha modificato la dicitura della propria testata. Rivedendo appunto la sua funzione di giornale.

La CBS News ha raccolto alcune interviste in un unico articolo sulle fake news. Il corrispondente Scott Pelley, si occupa del tema parlando con degli esperti, in un contesto ben preciso, l’intervista.

Nell’articolo si raccontano di come alcune notizie si siano diffuse senza controllo. Pelley mette in luce, attraverso i suoi ospiti, due aspetti della questione. Da un lato ci sono personaggi autorevoli sul web che diffondono notizie false e/o verosimili, anche consapevolmente. Dall’altro, ci sono figure più o meno esplicite che spingono la comunicazione facendo un uso massiccio di bot, e che, sui social, danno autorità a qualunque notizia, vera o falsa che sia.

Uno tsumami di informazione

Sottolineo la conclusione dell’articolo di Pelley.

Nella storia dell’umanità non c’è mai stata tante informazioni a disposizione di così tante persone. Ma è anche vero che mai nella storia c’è stata così tanta cattiva informazione a disposizione di così tante persone. Ed una volta che è online, si tratta di “notizie” per sempre.

Aggiungo io che se già l’onda che stiamo vivendo può sembrare davvero esagerata, non abbiamo ancora idea dello tsunami di dati e informazioni che ci sta arrivando addosso. Vedasi distribuzione della fibra in ogni dove e della velocità di trasmissione che arriverà anche nelle periferie più sperdute.

Libertà di parola o anarchia di parola?

Lo scriveva molto bene Hamilton Santià già a maggio del 2015

Negli ultimi mesi c’è stata un’escalation che, avvenimento drammatico dopo avvenimento drammatico, ha finito per far passare il messaggio – sbagliatissimo – che la «libertà di parola» voglia dire, sostanzialmente, «anarchia di parola». E il significato di tutto questo viene completamente travisato.

[…] Come se porre l’accento sulle contraddizioni nelle nostre architetture di pensiero equivalga alla censura. Come se ogni pensiero fosse lecito in nome della «libertà di parola». Laddove ‘ogni pensiero’ inserisce propaganda nazi-fascista, negazionismo, omofobia, oscurantismo, disinformazione scientifica.

[…] Tutti noi, quando scriviamo un Tweet o uno status su Facebook compiamo un atto politico di cui siamo ‘proprietari’ (se non altro morali). La logica della conseguenza, invece, è ancora tutta da verificare in un paese e in un ecosistema in cui la libertà/responsabilità di parola, critica e di espressione effettivamente la accettiamo solo quando non fa altro che accettare il sistema per quello che è.

Facebook la smetta di fare il poliziotto delle notizie

Di contro, alla lotta alle fake news si affianca il dibattito sulla censura. Controllare i social, infatti, significherebbe attuare procedure di censura decise dall’alto.

Andrea Coccia scrive questo pezzo su lInkiesta Facebook la smetta di fare il poliziotto delle notizie

Credere che spetti a Facebook fare in modo che all’interno della propria piattaforma non vengano condivise bufale è come pretendere che il barista che ti ha fatto il caffé stamattina debba verificare che le chiacchiere che i suoi clienti fanno sono basate su fatti veri o falsi, per poi magari tirare uno scappellotto in testa a tutti i clienti che mentono.

La battaglia di Facebook contro le bufale, lungi dal poter risolvere il problema, rischia di peggiorare le cose. Sì, perché dando agli utenti la possibilità di denunciare i contenuti-bufala, mette un miliardo e mezzo di persone di culture diverse, con preparazioni diverse e competenze diversissime sullo stesso piano. Saremo tutti uguali davanti al pulsante anti bufala, ma in realtà non siamo per niente uguali davanti alle notizie.

Come se ne esce?

La questione fake news e social dunque è molto complessa. Come ho già detto andrebbe affrontata da squadre di studio. Con il dialogo e l’applicazione di soluzioni sperimentali per vedere l’effetto che fa. Dal mio osservatorio di provincia al momento le fake new sono casi studio, accademici. Chi si occupa di informazione dovrebbe fornirsi di redazioni che riportino ad un contesto coerente. Sarebbe necessario riportare il social alla funzione di strumento conversazionale e non solo strumento di diffusione.

Marco Borraccino presentando il libro Misinformation. Guida alla società dell’informazione e della credulità intervista l’autore Walter Quattrocchi. Alla fine del lungo articolo si arriva ad una conclusione.

Dunque è Facebook a generare le bufale? No. Le bufale sono sempre esistite. Oggi però hanno opportunità molto più potenti per divenire virali e diffondersi, perché ogni utente è di per sè stesso un media, con la sua visione del mondo da veicolare e i suoi canali di diffusione a disposizione. La tecnologia ha quindi enormemente accresciuto la necessità di competenze individuali, perché ha conferito a ognuno di noi facoltà inimmaginabili fino a qualche anno fa.

Come se ne esce? Secondo Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini, ritrovando il senso più profondo della comunicazione: l’ascolto. Quello che, tornando all’inizio del pezzo, ha portato ad esempio la Fondazione Pertini ad aggiungere alla smentita del meme una postilla affatto banale: “certo è che l’idea di democrazia coltivata da Sandro Pertini era strettamente legata al concetto di governo a servizio del popolo”. Riaffermare la verità per costruire ponti tra le persone, non per dividere tra istruiti e non.

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Creare una comunità di pratica

Creare una comunità di pratica è un’idea a cui penso già da tempo. E credo che sia un pensiero che in molti hanno per la testa. Almeno coloro che svolgono una attività da pioniere o che svolgono l’attività di architettura dell’informazione in provincia. E se non creare una comunità, quanto meno c’è la voglia di far parte di una comunità vera.

Le comunità esistono

Le comunità esistono. Non si creano dal nulla. I legami tra persone creano comunità. Le comunità esistono nei territori, nel mondo reale. A volte le comunità si formano intorno ad una causa comune, o un interesse, oppure intorno a dei valori. Grazie alle comunità si è più forti. Grazie alle comunità, chi vive lontano dai centri più attivi, può costruire relazioni importanti con altre persone.

Perché, in fondo, almeno penso, lo scopo di tante comunità è quello di abbattere il senso di solitudine dei singoli. Le persone hanno bisogno di raccontarsi e di ascoltare storie. E quando ci si incontra c’è uno scambio di energie davvero importante.

Creare una comunità di pratica

In pochi riescono a colmare il bisogno di sentirsi parte di qualcosa. Da un lato ci sono quelli troppo autorevoli da affiancare. Dall’altro ci sono quelli troppo inesperti per dire la loro. E poi ci sono le ostilità di chi pensa che tutti vogliono diventare UX Designer. Ci sono tanti modi di far parte di una comunità. La maggior parte aspetta la mossa dell’altro, nell’attesa che l’altro, appunto, si faccia carico del lavoro e della fatica che ci vuole a creare una comunità.

Forse non è il tempo delle comunità. Non è il tempo della condivisione. Forse abbiamo così tanto condiviso l’ineffabile che oggi è sempre più difficile condividere la sostanza.

Eppure solo una comunità può condividere, gratuitamente, per il bene del singolo come per il bene della massa. Solo la forza di una comunità può comunicare un pensiero forte. Solo la compattezza di una comunità può esprimere un parere di parte ma libero. E solo una comunità di pratica può divulgare conoscenza.

Un blog per la consapevolezza

Sono circa tre anni che scrivo questo blog con passione, entusiasmo e costanza. Aggiungo anche con una certa ossessione. Credo nell’architettura dell’informazione, credo nella diffusione della cultura digitale. Lo scopo iniziale era quello di farmi conoscere, creare un personal brand di valore e autorevolezza. Il sito porta, infatti, il mio nome. Ed anche per questo, presto, il blog perderà la sua centralità e sarà una parte del mio sito.

Col tempo, in questi ultimi mesi, mi sono reso conto che c’era un valore che stava più in alto della mia persona.

Ho potuto toccare con mano che manca una piena consapevolezza di ciò che sta accadendo nel mondo. Affermare questo non significa che io abbia capito tutto. Anzi. A me pare che manchi la consapevolezza di certi scenari e di certi contesti che si vanno via via formando. C’è un innegabile bisogno di cultura digitale, di alfabetizzazione di massa. E da una comunità si può partire per avere un quadro sempre più completo.

Una comunità può mettere a disposizione di tutti una cassetta degli attrezzi, un armadio pieno di strumenti capaci di trasmettere significati, creare comprensione e consapevolezza. In una parola condividere i talenti.

Comunità di pratica secondo Étienne Wenger

Il termine comunità di pratica, o “Community of practice“, compare agli inizi degli anni ’90, a opera di Étienne Wenger, ma la sua origine è molto più lontana nel tempo, basti pensare alle botteghe artigiane.

Il fine della comunità è il miglioramento collettivo. Chi aderisca a questo tipo di organizzazione mira a un modello di intelligenza condivisa, non esistono spazi privati o individuali, in quanto tutti condividono tutto. Chi ha conoscenza e la tiene per sé è come se non l’avesse. Le comunità di pratica tendono all’eccellenza, a scambiarsi reciprocamente ciò che di meglio produce ognuno dei collaboratori. Questo metodo costruttivista punta a costruire una conoscenza collettiva condivisa, un modo di vivere, lavorare e studiare, una concezione che si differenzia notevolmente dalle società di tipo individualistico, dove prevale la competizione. Le comunità di pratica sono “luoghi” in cui si sviluppa apprendimento, e ciò che cambia rispetto al passato è il modo e i mezzi per svilupparlo. La conoscenza diviene un mezzo per costruire collettivamente, seguendo il metodo del costruttivismo sociale. Da tale prospettiva scaturisce un apprendimento inteso come:

  1. Creazione di significato: in una prospettiva di apprendimento permanente è significativa la nostra esperienza. L’esperienza diviene significativa quando si riflette su di essa, altrimenti è come una goccia d’acqua che scivola su un vetro, non lascia traccia alcuna. Tra i principali teorici dell’apprendimento permanente troviamo Kolb e Quaglino.
  2. Sviluppo d’identità: apprendere è un processo che ci permette di interagire, partecipare, contribuire a definire un nostro spazio/ruolo in una comunità.
  3. Appartenenza a una comunità: l’individuo per cambiare, riconoscersi o allontanarsi deve conoscere la propria comunità, identificarsi o meno in essa, apportando il proprio contributo.
  4. Risultato di una pratica in una comunità: unione tra know-how e competenza.

Idee per una comunità di pratica

Insomma, capite che l’idea di comunità di pratica, oggi, è rivoluzionario. Siamo in un momento storico e in un Paese dove ci si unisce per togliere ad altri i diritti acquisiti. Ci si unisce in manifestazioni non per la conquista di un diritto, per il mantenimento di uno stato di lavoro. No. Ci si unisce per andare contro altro e altri. Vi sembra normale?

Una comunità di pratica è quello di cui si ha bisogno. Di cui tutti abbiamo bisogno.

Si vuole far parte di una comunità che alimenta relazioni, collaborazioni a distanza, scambi di esperienze, incontri frequenti. Ci si vuole sentire membri di una comunità, non seguaci, si vuole essere orgogliosi di questa appartenenza. Ma soprattutto si vuole essere partecipi del cambiamento.

Sentirsi parte del cambiamento

Essere membro di una comunità significa mettere in pratica valori, sperimentare la solidarietà e vivere la condivisione. C’è chi chiede, infatti, una condivisione estrema e trasparente dei temi, degli eventi, dei materiali, delle idee. Chi vuole sapere chi sono gli altri professionisti e con quali competenze stanno crescendo.

Si vogliono workshop, meeting, Jam, webinar. Divulgazione nei confronti dei privati, delle aziende, delle scuole, degli enti pubblici.

Una comunità per crescere. Insieme.

Il blog esiste e vuole creare un luogo dove poter imparare per crescere professionalmente. Insieme. Letture, libri, corsi di aggiornamento, eventi periodici, co-design. Non mancano certo le idee. E non mancano gli strumenti. Viviamo in un mondo con le maggiori opportunità di tutti i tempi.

La comunità deciderà nel tempo gli obiettivi e le missioni che avrebbero il sostegno e il contributo di tutti. Niente professori ma tutti studenti. I professori sono e saranno le nostre guide, li chiameremo anche per chiarirci quello che non è chiaro. Certo. Ma in una comunità di pratica tutti possono parlare senza alcuna soggezione. E tutti devono contribuire!

Ho creato un gruppo su facebook. E chi vuole partecipare basta che si iscriva.

Non è detto che avvenga. Non è detto che sia un bisogno di altri o che si abbia il tempo di partecipare.

Io resisto!

Comunque vada il blog resisterà. Un blog che cresce e che crescerà per la sua naturale evoluzione, legata ovviamente alla storia personale ed emotiva dell’autore.

Nasceranno anche servizi utili per i lettori. Questi possono andare a solo beneficio di pochi o di una comunità. Tutto dipenderà dalla risposta di ciascuno.

Se vuoi creare una comunità di pratica e anche contribuire, questa potrebbe essere una occasione. Ce ne sono altre, ovviamente. Ce ne sono di già esistenti. Di molte comunità già ne faccio parte. E se qualcosa nascerà da questo blog non è certo in contrasto, ma in aggiunta a tutto quello che già c’è.

Grazie!

Se hai letto quasi 1300 parole, di questi tempi, vuol dire che un po’ la cosa ti interessa. Condividi l’articolo, per favore. E grazie fin da adesso, per essere anche in questo modo comunità di pratica.

L’importanza del contesto per Youtube – Linee guida

Le linee guida di Youtube mettono in rilievo l’importanza del contesto. Oggi ne parlo perché si tratta di una ulteriore conferma di ciò in cui credo fermamente. L’importanza del contesto nella progettazione. Chi mi segue credo che ormai lo abbia capito. Se c’è una cosa che più mi interessa e mi piace dell’architettura dell’informazione è proprio l’importanza che da al contesto, alle relazioni che si creano nel contesto.

Mister Youtube lo dice chiaramente! E lo dice con delle chiare linee guida di Youtube.

L’importanza del contesto per Youtube

Youtube è un luogo di condivisione di storie. All’interno della piattaforma esistono delle regole, delle norme della community che rappresentano un indirizzo che tutti, all’interno della piattaforma, dovrebbero seguire. Se si caricano video che violano queste linee guida, qualcuno dovrebbe segnalare l’abuso e il team dovrebbe riuscire a cancellare e rimuovere quel contenuto.

Non sempre ci riesce, non sempre queste segnalazioni vanno a buon fine. E il materiale se non è davvero scabroso, o erroneamente categorizzato, non verrà eliminato.

Anche perché, il team di Youtube, non sempre comprende il contesto per cui è stato caricato un determinato video.

YouTube una piattaforma di informazione?

YouTube è anche un’importante piattaforma globale per notizie e informazioni e ci rendiamo conto che a volte il materiale grafico è vitale per la nostra comprensione del mondo.

Puoi documentare guerre e rivoluzioni, esplorare la sessualità umana attraverso l’espressione artistica, esporre un’ingiustizia o promuovere il dibattito su eventi importanti. Per questo motivo, prestiamo molta attenzione quando esaminiamo i video segnalati e concediamo video controversi con intenti educativi, documentari, scientifici o artistici.

Anche YouTube ha bisogno degli altri

Il contesto è molto importante per tutti i video, ma è particolarmente importante quando vengono pubblicati contenuti grafici. L’aggiunta di dettagli che spiegano il video aiuta gli spettatori a trovare e comprendere quello che è pubblicato .

Ad esempio, è probabile che un video pubblicato da un giornalista cittadino che riprende le riprese dei manifestanti picchiati sia consentito se include un contesto pertinente.

In questo esempio, le informazioni rilevanti potrebbero essere un elenco di suggerimenti all’inizio del video su come stare al sicuro quando si parla di protesta o di una voce fuori campo sulla storia della protesta. Il video dovrebbe anche avere un titolo o una descrizione chiara che indica che sta segnalando o documentando il contenuto.

Linee guida per il caricamento di violenza grafica e contenuti relativi al terrorismo

È importante essere in grado di condividere esperienze con un pubblico globale per educare e informarsi a vicenda. Tuttavia, vogliamo essere sicuri che YouTube non sia una casa per esaltare la violenza o promuovere l’odio. Y

ouTube vieta rigorosamente i contenuti destinati a reclutare organizzazioni terroristiche, incitare alla violenza, celebrare attacchi terroristici o promuovere in altro modo atti di terrorismo. Inoltre, non consentiamo alle organizzazioni terroristiche di utilizzare YouTube.

Il contenuto destinato a documentare eventi collegati a atti terroristici o notizie su attività terroristiche può essere consentito sul sito con un contesto e un intento sufficienti.

Linee guida Youtube – Cosa fare?

Cosa vuoi che faccia il tuo video? Informare? Educare? Scioccare? Incitare? Motivare? Parla, spiegalo, commenta e racconta. È possibile farlo durante la registrazione. Oppure in un secondo momento, durante l’edizione del video.

Assicurati che il contesto possa essere visto, sentito e capito da coloro che guardano il video. È importante aggiungere informazioni alla descrizione e al titolo, oltre che al contenuto del video stesso.

La descrizione del video

Il contesto è dato anche dalle informazione che stanno fuori al video in se. Titoli, sottotitoli, Testi in sovra impressione. Coloro che guardano dovrebbero essere in grado di capire il contesto.

Prima di caricare ci dovrebbe già essere tutto quello che serve per creare il contesto.

È essenziale aggiungere informazioni informative o di chiarimento all’interno del video prima del caricamento per aiutare i nostri team a comprendere il contesto e non affidarsi esclusivamente al titolo o alla descrizione del video per rendere chiaro il proprio intento.

Esistono molte app di terze parti sia per computer che per dispositivo mobile che consentono di modificare il video: aggiunta di sovrapposizioni di testo, schermate dei titoli e tracce audio. Una volta modificato, puoi salvarlo o esportarlo direttamente su YouTube.

Dopo il caricamento

Se non è stato possibile aggiungere un contesto sufficiente al caricamento del video iniziale, è anche possibile aggiungere ulteriore contesto dopo il caricamento. Questo contesto aggiuntivo è importante ma se il tuo video contiene contenuti altamente sensibili, è bene fornire un contesto nel video stesso.

Puoi inserire molte informazioni fuori dal video. Il nome del video, come la descrizione dove puoi scrivere un bel po’ di cose.

Youtube chiede

Evita di utilizzare descrizioni, titoli, tag e miniature che evidenziano gli aspetti più provocatori o scioccanti del tuo video.

E di rispettare le regole di una buona comunicazione rispondendo alle famose cinque domande. Chi? Cosa? Quando? Dove e Perché?

E infine sfrutta al meglio le notizie correlate o le dichiarazioni di artisti vicine al tuo video che possono avere connessioni con il tuo video.

Se il tuo filmato è sensibile e richiede l’anonimato visivo, controlla lo strumento sfocatura di YouTube.

Cos’è l’User Experience?

Difficile dare una definizione unica e univoca di user experience. L’ espressione come già ho scritto in un post sull’user experience in Italia può essere la definizione perfetta della fuffa o, come io credo, l’applicazione di un cambio di paradigma della progettazione.

Cos’è l’user experience?

Nel precedente post semplificavo al massimo, affermavo che

l’User Experience non è niente di trascendentale. Al di là dell’anglicismo, la UX è qualcosa di molto pratico e profondo che tocca la relazione che tutti abbiamo con un determinato prodotto o servizio.

In altre parole è lo studio dell’esperienza vissuta da una persona rispetto ad un determinato prodotto e/o rispetto tutto il mondo digitale, rispetto (anche) al nostro vissuto sul web e sui social.

Per me è la conoscenza e l’interesse che un progettista manifesta verso l’essere umano e verso il suo essere “essere umano”. È la risposta alla domanda “Ciò che sto progettando sarà utile? Risponderà adeguatamente alla persona che visiterà il sito che sto progettando?”. È il mettere l’essere umano al centro di ciò che si pensa e si crea.

L’user experience come ricerca della felicità

C’è una battuta molto inglese che dice

Per morire ricchi ci vuole l’Usabilità. Per morire felici ci vuole l’user experience.

L’user experience designer o architetto dell’informazione è alla ricerca della felicità come spiegava Stefano Bussolon al Wiad di Palermo nel 2015. L’user experience, infatti, riguarda le persone in quanto utilizzatori di un servizio ma riguarda anche chi propone servizi, contenuti e prodotti. Riguarda chiunque vuole suscitare emozioni, emozioni positive.

L’user experience come seduzione

Immaginate di dover ospitare qualcuno in casa. Magari qualcuno che volete sedurre o impressionare. Immaginate di voler ricevere una ragazza o un ragazzo per una cena. Quali sono i segnali e i messaggi che volete inviare? Quale impressione volete dare? Avete ripulito casa, messo in ordine la stanza? Mettete in evidenza un libro o un oggetto rispetto ad altri? Ecco. quando state pensando al vostro ospite e non a voi stessi, ecco che state svolgendo una delle attività principali dell’user experience designer.

È qualcosa che facciamo tutti. E questo è l’inganno! Che tutti viviamo esperienze. La maggior parte di noi induce a provare esperienze negli altri. E questo viene facile quando, bene o male, conosciamo l’altro.

Ma se dovessimo ricevere in casa migliaia di sconosciuti e dovremmo accontentare tutti ogni giorno a qualunque ora della giornata. Quando non volessimo irritare nessuno e volessimo dare una buona impressione a tutti, ecco che l’organizzazione della serata diventa un lavoro.

E così nel momento in cui diventa un lavoro stiamo parlando, nel nostro caso, di user experience design e architettura dell’informazione.

L’esperienza dell’altro e non di se stessi

Marco Bertoni in un post politicamente scorretto, a tratti ironico, di cui sconsiglia la lettura a chi ha un’opinione eccessiva di sé, scrive.

L’uso improprio del termine UX, al contrario, ha generato una serie di ridicole semplificazioni, eccone alcune:

Per il programmatore medio UX significa grafica.
Per il cliente medio UX significa a volte grafica, a volte “boh?”, a volte marketing. Non è raro che qualche stakeholder senta il bisogno di migliorare la UX di qualcosa. Se la frase fosse migliorare l’usabilità e l’architettura dell’informazione, la specificità dell’affermazione presupporrebbe la conoscenza del dominio e la necessità di rivolgersi a un esperto, usare il termine UX, invece, consente di sembrare cool senza compromettersi le ferie con il lavoro vero.
Per l’agenzia creativa media UX significa “il tizio sfigato che fa i wireframes”.

Adesso con due lezioni fuffa al corso di design o un master cotto e mangiato, sono tutti esperti di UX, e hanno ragione: perché chi più di noi stessi può essere definito esperto delle proprie esperienze?

La parola UX, quindi, è la grande livellatrice. Ha consentito a chiunque di proporsi sul mercato facendo le solite cose ma sembrando più cool. È il perfetto prodotto di una società superficiale in cui la sostanza è morta e sepolta sotto una coltre di parole inutili.

Ad ogni modo, un documento completo mi è sembrato il pdf in inglese proposto dall’Istituto di ricerca per l’informatica e l’automazione e da cui è tratto buona parte di questo articolo.

Da dove viene l’User Experience?

Si hanno a disposizione molti significati di User Experience o UX.

Una prima definizione che conferma quanto dicevo poco fa arriva da Tom Stewart.

Lo studio della relazione tra le persone e la tecnologia è stata denominata con vari nomi nel corso degli anni: ergonomia del computer, interazione uomo-computer e usabilità. Più recentemente, l si è parlato di progettazione e UX Human centered design.
Il termine User expereince è ora ampiamente utilizzato. Personalmente, non mi interessa come questa zona è chiamata … Quindi io uso il termine User experinece (esperienza dell’utente) per descrivere quello che su cui io lavoro.

Io faccio UX mi pare la definzione delle definizioni.

DEFINIZIONI di UX secondo la norma ISO

Per meglio definire la UX, è utile andare a riprendere alcune delle definiziioni più citate e accreditate.
Prendiamo dunque la definizione ufficiale tratta dalla norma ISO: ISO 9241-210.

Le percezioni e le risposte della persona derivanti dall’uso e / o dall’uso anticipato di un prodotto, di un sistema o di un servizio.

L’esperienza dell’utente comprende, insomma, le  emozioni, le credenze, le preferenze, percezioni, le risposte fisiche e psicologiche, i comportamenti e le realizzazioni che si verificano prima, durante e dopo l’uso. Ma anche l’esperienza che l’utente ha del logo del brand, la presentazione, la funzionalità, il sistema delle prestazioni, il comportamento interattivo, lo stato fisico e mentale dell’utente (anche derivante da esperienze precedenti) attitudini, abilità e personalità. E non dimentichiamo il contesto d’uso.

Definzione di UX secondo UPA

Un’altra definizione di UX (o UE) più europea è questa.

L’user experience design come disciplina riguarda tutti gli elementi che insieme compongono l’interfaccia, tra cui il layout, il visual design, il testo, la marca, il suono, e l’interazione. L’UE lavora per coordinare questi elementi, per consentire la migliore interazione possibile degli utenti.

Usabilità vs UX

Sedia per visite brevissime – Bruno Munari 1945

In alcuni ambienti l’User experience si appiattisce all’Usabilità. Ma chi fa ricerca e chi distingue all’interno dell’user experience numerose professionalità, sottolinea le differenze tra usabilità tradizionale e UX.

La sedia per visite brevissime

Interessante ed esplicativo mi sembra l’articolo di Annalisa Riggio che dopo aver ripreso le definizioni di Jakob Nielsen e Donald (Don) Norman, riprende l’esempio della sedia per visite brevissime di Bruno Munari.

Lavorare sulla UXD di un sito web significa fare tantissime valutazioni che riguardano anche l’usabilità (ma allo stesso tempo la grafica, l’architettura dell’informazione, gli obiettivi e altro). Significa mettere al centro della nostra progettazione l’utente al fine di rendere la sua esperienza di utilizzo soddisfacente e basata sulle sue reali necessità.

La differenza tra Usabilità e User Experience

Sul blog di Boraso ci si è occupati del tema anche di recente.

Cercando di contestualizzare queste definizioni nel panorama web, l’obiettivo dell’usabilità è quello di creare sito e piattaforme fruibili e di semplice utilizzo, mentre quello della UX è quello di fornire una memorabile esperienza all’utente prima, durante e dopo l’utilizzo di una specifica piattaforma.

In sintesi, l’Usabilità fa riferimento alla facilità con cui gli utenti, interagendo con un sito, riescono a raggiungere un obiettivo, mentre la User eXperience valuta la soddisfazione dell’interazione utente con il sito.

E si conclude in questo modo.

Confondere l’UX con l’usabilità è un errore frequente ma, come è stato proposto in questo post, l’usabilità non è altro che uno dei mattoni dell’UX ; esistono prodotti che forniscono esperienze fenomenali ma sono tutt’altro che usabili e, d’altro canto, strumenti estremamente usabili tuttavia non offrono più di quello e non garantiscono una completa e positiva UX.

UX in sintesi

L’UX comprende innumerevoli fattori delle persone. Le loro predisposizioni, le aspettative, i bisogni, la motivazione, l’umore. Ma anche le caratteristiche del sistema progettato, la sua complessità, lo scopo, la funzionalità e il contesto (o l’ambiente) entro cui l’interazione si verifica.

Per riassumere, il concetto di UX mette in rilievo punti di vista personali. Spesso comprende anche aspetti che nel tempo hanno riguardato il marketing, l’arte, le comunicazioni e la psicologia.

Perché l’esperienza utente è così importante?

Per diversi anni, aziende importanti come Google, eBay e Amazon hanno riconosciuto che l’esperienza utente ha un impatto diretto sui risultati economici. Queste aziende non hanno raggiunto il successo per caso. Quotidianamente e costantemente studiano ogni aspetto della propria attività con le persone e i clienti per garantire elevati livelli di soddisfazione.

Su internet, il cliente è il re. I visitatori del tuo sito possono scegliere di abbandonare il tuo sito web in qualsiasi momento. E di solito lo fanno per andare da a un concorrente. E questo accade soprattutto quando la navigazione è incomprensibile o molto più semplicemente non riusciamo a fare quello che il sito prometteva.

Il buon senso ci dice che se i tuoi utenti non riescono a trovare facilmente le informazioni o non riescono ad acquistare i tuoi prodotti, lasciano velocemente il tuo sito web e fanno acquisti altrove.

Econsultancy ha identificato alcuni elementi che per portano con se una buona esperienza utente.

  • L’Aumento delle vendite e delle conversioni online
  • Il miglioramento della percezione del marchio
  • La conquista delle posizioni migliori nelle classifiche di ricerca Google
  • La riduzione dell’insoddisfazione e del disagio del cliente
  • Riduzione dei costi di sviluppo e supporto.

Conclusioni

Che ancora oggi si debba discutere sulla definizione di UX è comunque qualcosa di normale. Intanto perché ancora oggi il termine è riconosciuto ancora da troppo poche persone. E poi perché, come accade per molti campi multidisciplinari, la UX è in pieno divenire.

C’è chi se ne appropria in modo vanaglorioso, come dice Bertoni “per sembrare più cool”. E c’è chi, invece, a fatica sta lottando ogni giorno per far comprendere che ci sono altri modi di progettare un sito web.

In questo senso la UX offre tantissime opportunità per la ricerca e offrirebbe tantissime occasioni di ricerca collaborativa. Se non accade è perché la crisi nelle nostre tasche è ancora forte. E piuttosto che collaborare e crescere insieme si preferisce sgomitare in un mercato ancora troppo piccolo per sfamare tutti. Ma questo è un altro discorso.

User Experience del futuro

Il futuro dell’User Experience può davvero essere un cambio di paradigma. Tanto che a mio parere potrebbe essere davvero l’evoluzione di un secondo umanesimo. Un umanesimo 4.0 dove l’uomo è visto sotto gli aspetti politici, sociali, comunicativi, artistici, fisiologici, psicologici, antropologici, etc.

Un altro mondo è possibile. Un altro mondo con al centro l’essere umano è, ogni giorno che passa, sempre più auspicabile.

Le discipline comprese nell’user experience

Per concludere vi mostro nel grafico di seguito le discipline che stanno all’interno dell’User experience. E sottolineo quanto peso ha al suo interno l’architettura dell’informazione.

Smartphone vs Smartspeaker? Amazon sceglie Alexa

Smarphone vs Smartspeaker? A quanto pare è iniziata una battaglia di cui vedremo gli sviluppi tra la fine di quest’anno e l’inizio del 2019. Al momento (inizio 2018) abbiamo le prime schermaglie. E noi appassionati e appassionate di nuove tecnologie decreteremo vincitori e vinti. I primi a sferrare i primi attacchi, sono, come spesso accade, quelli che sono apparentemente più deboli. Al momento Amazon.

Fa un po’ strano dire che Amazon sia tra i più deboli, ma al momento così è. A meno che non riesca a raggiungere gli obbiettivi di cui parliamo in questo articolo.

Smartphone vs Smartspeaker

Amazon è protagonista solitaria nel far cambiare le abitudini delle persone e spingerle ad un uso maggiore degli smartspeaker e di conseguenza degli assistenti vocali.

Al momento l’uso e la diffusione degli smartphone è qualcosa di capillare. Mentre la giornata è rimasta sempre di 24 ore, il mobile ha rapito molti spazi di tempo vuoti ed ha tolto attenzione a tanti altri media.  Ad Amazon piacerebbe che le persone si staccassero per un po’ dal cellulare e dedicassero più tempo ad uno smartspeaker. E magari ad uno smartspeaker che abbia installato al suo interno Alexa.

In Italia ancora gli smartspeaker devono arrivare. Il 2018 dovrebbe essere l’anno giusto per lo sviluppo anche in lingua italiana. E il 2019 sarà l’anno che inizieremo a farne uso.

Facciamo tutto con il cellulare

A conclusione di uno degli articoli più importanti che ritengo di aver scritto su questo blog sull’architettura dell’informazione conversazionale, concludevo concordando sul pensiero di Peter Morville. La maggior parte delle persone, in questo momento, pensa che con il proprio smartphone può fare tutto quello di cui ha bisogno. E probabilmente ha pure ragione.

Si può fare di più? Si possono fare altre cose? Pare di si. Ne sono convinti Amazon e tutti Big che stanno sviluppando assistenza vocale. Questi stanno rendendo la tecnologia sempre più a portata di mano.

Ma Amazon, forse tra le più attive, ha obbiettivi ambiziosi. Infatti, Amazon ambisce a ridurre l’importanza che diamo al nostro dispositivo mobile in favore del suo assistente vocale Alexa.

Amazon e Alexa

Amazon, è sotto gli occhi di tutti, sta attuando una politica molto aggressiva per spingere il proprio Amazon Echo. Si veda la lunga serie di video che ho pubblicato sui 50 comandi da dare ad un assistente vocale. Oppure lo sviluppo costante di dispositivi con Alexa come assistente nativa. Insomma, Amazon ci crede. E in questo vuole coinvolgere anche i propri clienti.

Qual è la fotografia del momento? Amazon non ha mai costruito telefonini. Né è mai riuscito ad entrare nel mercato della telefonia. Cosa che, invece, sono riusciti a fare, proprio Google ed Apple, i diretti avversari, su questo campo, di Amazon.

La maggior parte delle persone che sta iniziando ad usare o usa già l’assistenza vocale, la usa attraverso il proprio dispositivo. Dunque usa l’assistenza vocale nativa del proprio smartphone. Ossia Google Assistant dell’app di Google o Siri dell’IPhone. Difficilmente qualcuno scarica Alexa, l’assistente vocale di Amazon, sul proprio smartphone per avere un’esperienza diversa.

La strategia di Amazon

L’obiettivo di Amazon è duplice. Da un lato Amazon vuole far crescere la piattaforma vocale. Dall’altro ritiene necessario tenere alta l’attenzione su Alexa e rimanere competitivi rispetto agli avversari. Fatica questa che tutti gli altri si evitano.

Cosa fare? Innanzitutto rubare tempo e attenzione agli smartphone. Non è un caso, infatti, che Amazon stia producendo dispositivi smart screen da tavolo con Alexa già pre-installata. E poi è alla ricerca di nuovi dispositivi che possano ospitare il proprio assistente vocale.

Dispositivi smart-screen

Dispositivi, come Echo Show o Echo Spot, sono un passo in avanti o un passo indietro? Come già detto nelle previsioni per i chatbot, le interfacce ibride avranno la meglio.

Ci ritornerò per continuare il bellissimo dialogo iniziato con Giorgio Robino per chiarire il mio punto di vista.

Questi dispositivi enfatizzano interazioni rapide e mirate che facilitano la comunicazione diretta con gli altri tramite chiamate vocali o giochi, ad esempio.

Dunque Echo show, oltre a visualizzare l’ora e il meteo sullo schermo, potrà monitorare e mostrare i video delle telecamere di sicurezza, per esempio. Oppure si trasformerà in schermo dove effettuare le proprie video chat, o vedere contenuti video.

Installare Alexa su auto connesse

Altro obbiettivo è installare Alexa sulle auto. E così farla conoscere ad un nuovo pubblico. Sul tema avevo parlato tempo fa riguardo a Carplay auto e Android Auto.

Waymo, taxi a guida autonoma

In quell’articolo evidenziavo la diffidenza delle case automobilistiche verso Google a cui consegnare le proprie conoscenze e i dati dei propri clienti. Per questo, almeno fino ad un paio di anni fa le case automobilistiche tentavano di sviluppare sistemi propri di controllo. Evidentemente non ci sono riusciti.

Tanto che la scorsa settimana i canali di informazione hanno presentato il progetto Waymo su minivan Pacifica per un servizio di taxi a guida autonoma. Senza autista, per intenderci.

A fine 2018 la consegna dei primi veicoli Pacifica equipaggiati con la suite hardware e software Waymo. Il servizio partirà da Phoenix, in Arizona

Il cruscotto come nuovo luogo dell’assistenza vocale

Il cruscotto dell’auto dunque assumerà una nuova funzione. I passeggeri interagiranno con gli assistenti vocali o con i loro navigatori di fiducia. E con sistemi sempre più integrati.

Le collaborazioni sono già avviate. Amazon ha già collaborato con Nissan e BMS per fornire ai proprietari delle auto il controllo vocale supportato da Alexa. E sia Ford che Volkswagen hanno discusso del potenziale di connettività di Alexa.

Insomma, se questi accordi andranno a buon fine Amazon potrebbe davvero scalzare (in parte) gli smartphone usati anche in macchina come navigatori appunto, o più semplicemente per riprodurre un brano musicale.

Aggiunta di abilità visive ad Alexa

L’assistente vocale di Amazon ha la possibilità di imparare competenze extra. Se le cose andassero per come pensa Jeff Bezos, infatti, saranno sviluppate competenze visive per Alexa. Integrazioni che permetterebbero all’assistente vocale di mostrare le proprie risposte su uno schermo, come appunto quello di Amazon Echo.

E anche questo sarebbe tempo sottratto agli smartphone.

Nuove abitudini nuove potenzialità

Pare insomma, che Amazon voglia cambiare le abitudini delle persone. L’integrazione di elementi visivi consentirebbe agli utenti di realizzare azioni che oggi abitualmente svolgono con uno smartphone. Oppure attrarre altri consumatori che oggi fanno uso solo del desktop (tra l’altro sempre più in riduzione).

Amazon vuole spostare l’attenzione delle persone sui propri dispositivi. E così supplire alla mancanza di un proprio smartphone con un proprio marchio.

Alexa impara ad usare uno smartphone

Rohit Prasad, Amazon VP e Head Scientist presso Alexa Machine Learning ha affermato che

la voce o il video che invitano i dispositivi di Amazon contribuiranno a ridurre la necessità di uno smartphone. E un altro è rendere Alexa più utile e più onnipresente quando aumenta l’uso della voce. Entro il 2020, la voce rappresenterà il 50% di tutte le ricerche sul Web mobile.

Insomma, Amazon consente ai propri prodotti di fare ciò che tradizionalmente è sempre stato fatto dagli smartphone.

Conclusioni

Questi sono gli obiettivi, le intenzioni. Ci riuscirà? Difficile dirlo. L’assistenza vocale è già tra noi, anche se non tutti lo sanno, anche se non tutti la usano. E non c’è dubbio che, in un modo o nell’altro, l’assistenza vocale sarà una tecnologia sempre più presente nella nostra vita quotidiana.

I miei dubbi sono inerenti le reali capacità di Amazon di allontanare le persone dal proprio smartphone. Anche se nulla accadrà dall’oggi al domani. E attraverso una serie di micro cambiamenti ci in meno di dieci anni ci siamo abituati a tutto.

Quello che mi sento di dire qui e adesso e che ripeterò al WIAD Palermo del 24 febbraio, nel mio intervento sarà proprio questo. Se Amazon e gli altri big riusciranno a far cambiare le nostre abitudini a noi, come progettisti, ma ancor prima come cittadini, spetta il compito di avere consapevolezza di questi cambiamenti.

Essere un architetto dell’informazione. Essere un pioniere

Essere un architetto dell’informazione, oggi, (in Italia, ma non solo) significa, secondo me, essere un pioniere. Significa essere una persona che ha un desiderio spropositato per la scoperta di un nuovo mondo. Significa rinunciare alle certezze del passato per lanciarsi in un futuro mai comodo.

Un pioniere, quando comincia il suo cammino, deve mettere in conto la sofferenza della solitudine. Capita, durante il viaggio, di incontrare propri simili. A volte si incontrano persone interessanti con cui percorrere parte del cammino, per sostenersi a vicenda. Altre volte, si incontrano approfittatori che ti abbandonano quando il viaggio sarà più difficile.

Comunque vada il pioniere sa di essere solo.

È anche la vostra sensazione o no?

Pioniere per la Treccani

La Treccani spiega bene. La parola pioniere, che è un francesismo, deriva dall’etimo italiano di pedone.

Nell’accezione assunta da questa parola nel sec. 19° («chi comincia a sfruttare territorî vergini», «chi apre la via al progresso»); prima significò «fante» e successivamente «soldato del genio»].

Ma è anche colui che

apre una via agli altri, esplorando regioni sconosciute e insediandosi in esse, in modo da consentire nuovi sbocchi all’attività umana.

I pionieri degli Stati Uniti d’America

Oggi le storie del Far West che hanno affascinato i nostri nonni e genitori, quando erano bambini, non vanno più di moda. Oggi il far West è oltre le stelle. Sebbene oggi il tema predominante dei film di fantascienza è il ritorno alla terra che diventa sempre più difficile. Vedi Gravity.

La grande migrazione verso il Far West

Chi mi ha spinto a creare questo blog mi ha fin da subito presentato la vita del blogger come un pioniere. E su questo termine ho spesso riflettuto.

Surfando per il web, come si faceva una volta, sono arrivato ad un articolo che mi è molto piaciuto. Si tratta di un articolo di Sergio Mura che racconta la storia del carro dei pionieri. L’articolo racconta di come, nel 1835, si ebbe l’avvio di questo processo di migrazione verso il far West.

Erano tempi in cui solo i più coraggiosi e avventurosi tra i pionieri potevano trovare le forze ed il coraggio per affrontare un viaggio terribile e rischioso come quello verso la frontiera, seduti a cassetta di un carro di legno dotato di una copertura leggera. Era il carro dei pionieri, la “goletta delle praterie”, un derivato semplificato del famosissimo (e pesantissimo) carro “Conestoga” prodotto in Pennsylvania. Proprio sui Conestoga si era svolta la prima migrazione, quella che aveva trasportato oltre le Montagne Rocciose.

Viaggiare con la goletta delle praterie mi fa pensare ad una barchetta che attraversa il mare tra le intemperie. E seppure bisogna anche ammettere come questa migrazione fu l’inizio della fine per gli indiani d’America, in fondo, i pionieri erano solo in cerca di un luogo dove costruire un mondo migliore per se stessi.

Il lento incedere dei pionieri

Continua Sergio Mura.

Tutti a piedi tranne il conduttore. Il viaggio era lentissimo e ogni giorno si riuscivano a coprire al massimo 20 miglia, se la stagione era buona e se il tempo era clemente. Altrimenti la strada percorsa diventava proprio poca.
I pericoli erano sempre in agguato ed i pionieri lo sapevano bene. Per questo cercavano di organizzare gruppi di carri, in maniera da sostenersi l’uno con l’altro nei momenti del bisogno. Inoltre, stare in gruppo serviva a tenere lontani gli indiani quando si attraversavano le loro terre. Gli attacchi alle carovane erano, infatti, molto rari. Mentre erano frequenti quelli ai carri isolati.

Architetto dell’informazione nella prateria italiana

Se ti trovi a leggere questo articolo non c’è bisogno che ti spieghi io quale sia la tua condizione lavorativa. Sappiamo tutti sulla nostra pelle cosa significa il mondo del lavoro, in questo tempo. E sappiamo tutti che il mondo del lavoro non è più un mondo di riscatto, come lo fu negli anni del boom economico italiano.

Se da un lato c’è l’illusione del talento che dovrebbe permetterti tutto dall’altro lato si trova sfruttamento e precariato. Il gioco è truccato. Quell’illusione sarà realtà solo per l’elitè che sa già che ricoprirà quei ruoli.

Per cui è necessario che ci si voglia un po’ di bene tra chi elite non è. O quanto meno, sarebbe augurabile non farsi del male, tra di noi. Stiamo tutti lottando in una prateria sconfinata. Una prateria al confine con il deserto. Deserto culturale, giungla di analfabetismo digitale e di ritorno.

Si tratta certamente di una sfida. Così come scrivevo meno di un anno fa in Architettura dell’informazione in provincia. Una sfida.

Ciascuno di noi è e deve diventare un laboratorio politico e culturale. Ciascuno di noi è luogo di sperimentazione. E ciascun paletto, ciascuna difficoltà, deve diventare sfida per innovare.

Il WIAD e gli eventi UX

È per superare la solitudine che esistono e si organizzano eventi come il WIAD, la giornata mondiale dell’architettura dell’informazione.

A tal proposito sto intervistando gli organizzatori dei 5 WIAD (Palermo, Bari, Roma, Genova e Trento) che si svolgeranno in Italia. Una comunità attiva ma che vive separata per forza di cose.

Puoi leggere le interviste dedicate al WIAD 2018. Si tratta di eventi che ridanno energia, in cui si incontrano persone con interessi comuni, con visioni del futuro interessanti. Per vivere o per sognare ancora un altro anno.

Sognare è vivere

Di recente ho avuto modo di vedere il film Sognare è Vivere di Natalie Portman, tratto dal libro autobiografico di Amos OzUna storia di amore e di tenebra.

Sono stato colpito da due brevi scene del film (tra l’altro poco piaciuto alla stampa).

Kadima

In una scena il padre del protagonista spiega una parola che è Kadima (in ebraico: קדימה, Qādīmāh, “avanti”, ma che etimologicamente deriverebbe (come spiegato nel film) da Kedim che significherebbe tempi passati. Per cui l’oratore, presumo si dica kadima, sarebbe colui che “guarda in avanti al passato”.

Per come è stato pronunciato, sarebbe il nostro equivalente “Daje!” Che tradurrei poeticamente in “raccogli tutte le forze del passato e vai sempre avanti!”

Pioniere per Amos Oz – Sognare è vivere

In un altra scena, Amos Oz, o almeno gli sceneggiatori del film, si parla della terra promessa degli ebrei. E dunque di coloro che per primi fanno la loro comparsa.

Così recita la voce narrante.

Sognare la terra promessa come la terra del latte e del miele, dove i pionieri facevano fiorire il deserto. Immagina come un poeta, un contadino, un rivoluzionario. Nato sia per i campi, come per i campi di battaglia, ma anche come un essere sensibile e intellettuale. Far fiorire il deserto, il pioniere.

Essere un pioniere

Attenzione. Tra i pionieri c’erano e ci sono anche i cattivi. C’erano i pistoleri, gli arrivisti, gli schiavisti, i fuorilegge che scappavano dalla giustizia. Così come adesso c’è chi vende fumo, truffa la gente comune, chi sfrutta i lavoratori, chi brucia il mercato vendendo professionalità che non possiede. In ogni migrazione c’è il bene e c’è il male.

Non è a questi che mi riferisco. Ecco, mi avete capito.

La figura del pioniere che mi immagino è quella dell’esploratore. Forse anche romantica, se volete. Però è quella figura che ha permesso a centinaia di migliaia di persone di avere una speranza per un mondo migliore. Cosa che per secoli, l’America, è stata. Il sogno americano, nonostante tutto, è sempre vivo.

Immagino, dunque, l’architetto dell’informazione così come un pioniere che fa fiorire il deserto. Un poeta che scrive e che declama, un contadino che si sporca le mani della terra e dei codici. Forse anche in balia di forze che non riesce a controllare del tutto. Rivoluzionario nell’andare contro corrente, nel chiedere un cambio di paradigma. Nato per pensare, riflettere, offrire un’ etica del web. Un essere sensibile, che pone le persone al centro di tutto. Un intellettuale che dal canto della sua solitudine offre un’altra via.

Buona avventura a tutti!

WIAD Genova – Intervista a Marco Tagliavacche

Il WIAD Genova, come leggiamo dal sito dedicato

è nato dalla volontà di portare nella città un evento dall’alto contenuto formativo. Che mettesse in risalto le tematiche legate all’ Architettura delle Informazioni facendo da volano ad iniziative pubbliche o private. E che potesse attrarre sia le comunità locali ma essere anche punto di riferimento per il Nord Ovest.

World Information Architecture Day

Il World Information Architecture Day, detto anche WIAD, è la giornata mondiale, organizzata dall’Information Architecture Institute, in cui la comunità degli architetti dell’informazione di tutto il mondo, si ritrova per condividere informazioni, idee, ricerche. Lo fa organizzando eventi a livello locale in un modo coinvolgente e non convenzionale.

Il WIAD 2018 si terrà il 24 febbraio contemporaneamente in 56 sedi, 25 paesi e 5 continenti diversi.

In Italia si terrà in 5 città: Bari, Palermo, Roma, Trento e Genova.

IA for Good

Tema di quest’anno è “IA for Good”. Architettura dell’informazione per il bene comune. Come usare l’IA per proteggere la civiltà umana dalla disinformazione. Imparare. Condividere. Crescere.

WIAD Genova

Il Wiad Genova si svolgerà presso la Facoltà di Architettura, che si trova  in  Stradone di Sant’Agostino, 37 di Genova.

La mattina sarà l’occasione per ascoltare gli ospiti e gli speakers esperti. Nel pomeriggio si potrà partecipare ad un workshop. Un momento di formazione e confronto.

Gli speakers di Wiad Genova 2018

Gli speakers del WIAD Genova sono molto interessanti. Si potranno ascoltare gli interventi di Chiara Danese ( Designer, Digital Strategist, Consulente), Andrea Resmini, (Information Architect, Professor, Researcher); Marco Bertoni (Product Envisioning & User Experience) tra i più conosciuti. Ma anche Andrea Violante, Diego La Vecchia e Marco Tagliavacche. Quest’ultimo anche organizzatore del Wiad Genova e che intervisto di seguito.

Tutte le informazioni e i biglietti si trovano sul sito wiadgenova.it

Intervista a Marco Tagliavacche

Marco Tagliavacche, oltre ad essere il promotore del WIAD Genova, è architetto dell’informazione. Ed è anche l’attuale presidente di Architecta, l’associazione nazionale che riunisce i maggiori architetti dell’informazione italiani.

L’associazione promuove la conoscenza, la diffusione e la crescita dell’architettura dell’informazione in Italia. E sarà sponsor di tutti i Wiad italiani.

(Anzi, se qualcuno vuole contribuire a diventare sponsor del WIAD più vicino alla propria zona di riferimento, la disciplina e i suoi cultori ringrazieranno di cuore).

Come sei venuto a contatto con l’architettura dell’informazione e l’User Experience?

In università, quando follemente mi sono re-iscritto nel 2009, per completare qualcosa che fino a quel momento non ero riuscito :-). Due professori illuminati di ingegneria durante le loro lezioni mi parlarono di architettura dell’ informazione e user experience e mi suggerirono di seguire “Architecta” da li in poi fu solo amore.

Qual è la tua “giornata tipo” professionale?

La mia giornata tipo professionale, lavorando con un team dislocato in tutto il mondo, è iniziare con un paio di call conference per fare il punto della situazione e lo stato avanzamento lavori dei vari task UX/UI aperti. Poi verifico le mie attività e inizio la mia giornata che attualmente è molto incentrata sulla definizione delle brand guideline e UX Guideline dei prodotti interni.

Quale parte del tuo lavoro preferisci?

Ce ne sono due. La prima è quando posso fare un po’ di ricerca sullo stato della UX in campo industriale, guardando quello che succede e cosa stiamo facendo noi come azienda, prima di tutto. L’altra è la parte di prototipizzazione delle interfacce.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Carta, penna, matite , pennarelli , post it, lavagne adesive e un paio di tool per prototipizzare (non li cito per non fare pubblicita occulta).

Stai organizzando il WIAD Genova ed è la prima volta per la città (anche se non è il primo evento UX). Che accoglienza stai ricevendo?

Ah ah ah Genova è una matrigna un po’ cattiva con i suoi figli. Potrò risponderti solo dopo l’evento credo. Spero, comunque, che sia una buona occasione per la città per parlare di architettura dell’ informazione e User experience. Ce ne è’ bisogno soprattutto a Genova.

Da questo WIAD Genova cosa ti aspetti? Cosa si deve aspettare chi viene ad ascoltare?

Mi aspetto che chi viene inizi un po’ a capire cosa siano IA e UX. E inizino a capire che sono due competenze al giorno d’oggi fondamentali per realizzare qualcosa di effettivamente utile e soddisfacente per le persone. Ma soprattutto mi aspetto che anche gli addetti ai lavori capiscano il ruolo etico che hanno come designer ovvero come progettisti.

Oltre ad organizzare il Wiad Genova sei anche presidente di Architecta. Cambia qualcosa? Come vivi/vivrai questa giornata mondiale dell’architettura dell’informazione?

Si è vero. Ma sinceramente non cambia molto. Cerco di pormi sempre come un addetto ai lavori. Essere il presidente di Architecta è per me un onore e soprattutto uno sprone a fare sempre meglio. Ma in realtà non cambia molto. Metto lo stesso entusiasmo in entrambe le cose. Anche se Architecta per l’arco temporale e le aspettative è una sfida più a lunga durata.

Parliamo spesso di resistenze al cambiamento. E della difficoltà di comprensione della disciplina. Pensi sia un problema di cultura digitale? Oppure siamo noi architetti a non spiegarci bene? Qual è il tuo punto di vista?

Bella domanda! È un problema di cultura digitale che forse manca, di una cultura e knowledge che arrivi dal basso, magari dalla scuola. Ma è anche un nostro problema come architetti: dobbiamo imparare a comunicare bene e meglio, cercando di far capire cosa facciamo e perché. Abbiamo una grossa responsabilità e non è facile.

Architecta ha gli stessi problemi, ovvero quello di essere conosciuta e riconosciuta. Come Board ci stiamo lavorando, ma è complesso perché il nostro lavoro è fatto su base volontaria. Mentre Architecta richiederebbe un Full time da 24 ore al giorno. Ma ci riusciremo. Comunque sono fiducioso. Vedo che c’è maggiore interesse, più consapevolezza. Il settore sta crescendo dobbiamo crescere con lui

Immaginiamo di fare un salto nel tempo e siamo alla vigilia del WIAD Genova 2023. Di che si parlerà?

Uhaooo, saperlo … si parlerà della blockchain e della sua integrazione nella vita quotidiana e del rapporto fra uomo e robot in ambito giornaliero casalingo.

E per finire, consiglia un libro.

La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo di Luciano Floridi. Ho iniziato a leggerlo e… beliN!

Consiglia un brano musicale o un cd

Per me domanda difficile perché non sono cosi bravo. Pero… Empire State of Mind di Alicia Keys , mi permetto anche un fumetto PK 🙂

Consiglia un film

Matrix 🙂 (per non dire Star Wars) perché, in fondo, Matrix è l’inizio e la fine di tutto 🙂

Ringraziamenti

Grazie a Marco Tagliavacche per questa intervista. E grazie a tutti coloro che hanno accettato le successive interviste che trovate qui di seguito sul blog.

Bianca Bronzino per il  WIAD BariDaniela Costantini per il WIAD Trento; Carlo Frinolli per il WIAD Roma e Luisa Di Marino per il WIAD Palermo 2018.

Predizioni sulla progettazione UX 2018 Come migliorare la vita delle persone

Cosa accadrà alla progettazione UX 2018? Cosa ci aspetta? Ad avere la volontà e il tempo di leggere i numerosi articoli di predizione del futuro queste sono le domande del popolo del web. Sulla scia degli astrologi, infatti, tra il mese di dicembre e il mese di gennaio, pare che i blogger di tutto il mondo si avviino al mestiere della prestidigitalizzazione (non è un refuso). Che sarebbe l’arte del tirare ad indovinare cosa accadrà nell’anno che sta per avvenire.

Qualcosa accadrà. Siatene consapevoli!

Chi più ne ha più ne metta. Tanto qualcosa accadrà; e se non accadrà articoli di questo genere vengono dimenticati presto. Perché si, anche ad andare a verificare, fra un anno, l’attendibilità di quanto detto, sarebbe qualcosa di molto costoso, almeno in termini di tempo.

Chi mi segue da più tempo sa che ho scritto pochi articoli riguardanti l’immediato. Io mi trovo meglio sui tempi lunghi, sulla raccolta di link e di opinioni. Non ho la fretta di dire la mia prima degli altri. Cerco di offrire ricerche e analisi ampie. Offrendo l’opportunità di consapevolezza ai miei lettori.

Nieman Lab propone 170 predizioni di giornalisti e broadcaster. Tutti profeti? Tutti indovini? Boh! Chi mai avrà la voglia e il tempo di leggere tutto?

Predizioni o tendenze?

Certo. È vero che, se una persona lavora in un certo ambito, può vedere, sentire, scorgere i sintomi di alcune tendenze. E ciascun professionista potrebbe dire la sua. Ma mi pare che questo tipo di predizioni sposti l’attenzione dalle persone ai profeti.

Per questo motivo preferisco le tendenze, come i trend dei business emergenti di Mary Meeker. Che, appunto, sono pubblicati a metà anno. Penso, infatti, che le tendenze mettono, o rimettono, al centro le persone. Le tendenze sottolineano quello che la gente e le persone stanno facendo. Ora, adesso. E dicono anche che non ripetono all’infinito quello stesso comportamento.

Ecco perché le architetture cambiano e si modificano nel tempo. Per dire.

Ciò che accadrà avviene solo per il normale evolversi delle cose.

Progettazione UX 2018

Una serie di previsioni sono state esposti dall’ Adobe Creative Cloud. E le espongo qui sul blog perché più che predizioni paiono essere delle linee guida, a cui poi in molti si sono rifatti, come me. L’Adobe è una azienda fortemente settorializzata. E tra i suoi obbiettivi mi pare ci sia la volontà di coniugare linee guida di produzione con bisogni e ricerche sulle persone.

Ecco di seguito alcuni punti.

Esperienze incentrate sul contenuto

Per garantire l’attenzione delle persone sul contenuto i siti web saranno sempre più minimalisti. Il contenuto sarà il re. Ma ancora più importante sarà la credibilità di quei contenuti.

Dal punto di vista pratico questo significherà una gerarchia visiva molto chiara. E nuove soluzioni per la pulizia, la chiarezza di interazione e il miglioramento della comprensione del contesto.

Avremo prima il contenuto e gli elementi visivi che trasmetteranno la loro funzione con forza. I titoli dei siti web saranno sempre più grandi. Ci sarà sempre più spazio bianco e il font avrà una sua rilevanza semantica. Il tutto con lo scopo di rendere i contenuti sempre più leggibili.

Design a risparmio di tempo

Un’ esperienza intuitiva, facile da fruire, fa risparmiare tempo.

Gli utenti vogliono che i prodotti che li aiutano a raggiungere il loro obiettivo il più velocemente possibile e che i progetti che fanno risparmiare tempo siano fondamentali per aiutarli. Il design a risparmio di tempo consente agli utenti di adottare un numero limitato di passaggi dal momento in cui installano un’applicazione / visitano un sito fino al momento in cui intraprendono un’azione. Questo design ha le seguenti caratteristiche:

Contesto

Navigazione e architettura dell’informazione sempre più forti sosterranno il contesto. Quindi grande attenzione sara riservata per le informazioni e le funzionalità più rilevanti in ogni fase del percorso seguito dalla gente che visita il sito.

È possibile creare una navigazione chiara utilizzando i modelli di navigazione più popolari insieme a una buona architettura delle informazioni.

Interfacce utente voce

In questa semplificazione saranno coinvolte le applicazioni e quindi le interfacce utente. E cosa c’è di più semplice delle interfacce vocali? Le interfacce utente vocali (VUI) diventeranno una buona alternativa alle interfacce grafiche (GUI).

Una percentuale significativa di giovani usa i comandi vocali per interagire con le interfacce.
Nel prossimo anno le interfacce vocali saranno utilizzate non solo nei dispositivi mobili, ma come mezzo di interazione con i sistemi IoT e Smart Home. Presto avremo modelli di riconoscimento vocale ancora più avanzati che miglioreranno le nostre interazioni con i sistemi.

Il design a risparmio di tempo è tutto incentrato sulla progettazione nell’interesse di risparmiare tempo.

Secondo Gartner, entro il 2018, il 30% delle nostre interazioni con la tecnologia avverrà attraverso conversazioni con sistemi basati sulla voce. Allo stesso tempo, i VUI continueranno a vivere insieme alle GUI nel 2018.

Personalizzazione più intelligente

Passeremo da esperienze standardizzate ad esperienze sempre più personalizzate. Esperienze su misura in cui la tecnologia si adatta alle persone. In questo ci aiuteranno ( o meglio aiuteranno le aziende che potranno permetterselo) la fruizione dei dati personali e i progressi dell’Intelligenza artificiale.

Le aziende continueranno a cercare nuovi modi per offrire un’esperienza di brand più personalizzata. Questo trasferirà la personalizzazione a un livello completamente nuovo.

Per capirci, siti ed applicazioni proporranno sempre con più precisione servizi e prodotti che interessano la nostra vita quotidiana. Al momento, esempi di questo tipo sono Amazon, Spotify e Netflix.  Quello che oggi sono le correlazioni saranno sempre più pervasive e risponderanno sempre più ai nostri bisogni.

Progettazione Omnicanale

Il crescente numero di dispositivi connessi porterà il settore a creare esperienze digitali diverse. Sicuramente esperienze più dinamiche, continue, omnicanale.

Un progettista che desidera creare una esperienza omnicanale dovrebbe creare un flusso continuo per il viaggio dell’utente, consentendo agli utenti di passare agevolmente tra i dispositivi quando utilizzano il prodotto.

Nel 2018 non progetteremo necessariamente interi ecosistemi, ma presteremo maggiore attenzione ai modi in cui le persone passano da un touchpoint all’altro.

Umanizzare l’esperienza digitale

Le persone si aspettano di interagire con le macchine alla stessa maniera con cui interagiscono con le persone. I progettisti dovrebbero occuparsi di soddisfare tali aspettative.

La tendenza di umanizzare le esperienze digitali è direttamente correlata alle emozioni degli utenti. Il modo in cui l’utente percepisce un’interazione con un prodotto ha un grande impatto sull’utilizzo o meno del prodotto a lungo termine.
I progettisti possono concentrarsi sull’umanizzazione delle interazioni digitali concentrandosi sulla soddisfazione dei bisogni umani fondamentali (come la fiducia, la trasparenza e la sicurezza).

Questa tendenza porterà ad una maggiore richiesta di umanisti e antropologi. Gente che capisca le persone, gli altri. Specialisti capaci di creare esperienze sempre più umane.

Autenticazione più semplice

Le nostre credenziali (ossia login e password) sono le informazioni standard richieste dalle nostre applicazioni e dai nostri dispositivi per una procedura di accesso. Un meccanismo che appare ormai obsoleto e che lo sviluppo tecnologico risolverà a breve. O meglio ha già risolto ma è ancora abbastanza costoso per le masse.

Modi creativi di autenticazione

Quando la gente dimentica le password nella maggior parte dei casi, prova a ripristinarle. Sebbene l’opzione di reimpostazione sia un requisito obbligatorio, il processo presenta ancora qualche problema. Gli gli utenti devono eseguire molte azioni extra per reimpostare il tutto.

Nel tentativo di semplificare la procedura, molte app hanno introdotto modalità creative di accesso. che sarebbero password temporanee o il collegamento del tuo numero di cellulare all’account.

Ecco, questo tipo di autenticazioni aumenteranno e saranno sempre più diffuse.

Autenticazione biometrica

Il 2018 sarà l’anno in cui vedremo la biometria aiutare a rendere più semplici le attività come l’autenticazione e la gestione delle identità, sia per le aziende che per gli utenti finali. Molte applicazioni e servizi non richiederanno agli utenti di creare e ricordare password, ma utilizzeranno invece metodi di autenticazione biometrica. L’autenticazione diventerà sempre più semplice e gli utenti si aspetteranno la semplicità. Costringendo le aziende a questa ulteriore rivoluzione.

Apple con il suo FaceID è già pronta con il riconoscimento facciale e a rispondere a questa esigenza che sarà ben presto richiesta.

Realtà aumentata

La realtà aumentata sarà sempre più comune come tecnologia. Certo non nel 2018, ma in questo anno vedremo già qualcosa di significativo. Almeno sui nostri smartphone.

Considerando gli sforzi di Google, Apple, Facebook e Microsoft in questo campo, sembra una possibilità realistica nei prossimi anni.

La realtà aumentata avrà applicazioni almeno in tre campi.

Nel campo delle traduzioni, nel campo della salute e nel campo dell’intrattenimento.

Ruolo più ampio degli UX Designer

L’ User experience, l’esperienza d’uso, si allargherà in altre categorie innovative come la realtà aumentata, l’intelligenza artificiale e la realtà virtuale. Il ruolo di un designer di UX sta per espandersi di nuovo.

Si espande sia in termini di campi di azione, sia in termini di professionisti che si aggiorneranno all’interno delle aziende.

I professionisti di oggi, infatti, passeranno il loro lavoro a chi sta già in azienda e svolge già attività con clienti e/o utenti.

Lo stato dell’ UX per il 2018

Vi elenco una serie di articoli che potrete scorrere e che grosso modo girano intorno a questi punti che ho riportato qui sul blog.

The Future is Imminent: 9 Design Trends for 2018

Top UX design trends for 2018: 10 experts

Sette articoli di NiemanLab che mi sono ripromesso di leggere

Design connects storytelling and strategy

Guerrilla user research

Podcasting models mature and diversify

Watch out for Spotify

Seeking Trust in fragmented spaces

With people not just of the people

Lets amplify visual voice.

Cosa accadrà in Italia

Tutto quello che ho scritto fin qui è la raccolta di quello che accadrà nel mondo. O meglio, tutto quello che accadrà anche in Italia, ma di cui saremo semplici fruitori. Attenzione, ho detto in Italia, non ho detto che gli italiani non saranno i protagonisti di quanto predetto.

In Italia, continueremo ad applaudire i professionisti anglofoni per il solo fatto che parlano in inglese. O nella migliore delle ipotesi, continueremo a  mostrare le slide di quanto bravi siano gli altri. In Italia, la nostra industria principale è sempre stata la siderurgia. Produciamo ferro e verso questa industria sono rivolti i maggiori sforzi economici e politici.

Abbiamo rinunciato da tempo,  per volontà sconosciute o per ignoranza digitale diffusa, ad essere i protagonisti di questo cambiamento.

I progetti (insieme ai progettisti) italiani incentrati sull’user experience e con architetture dell’informazione strutturate e studiate sono e saranno ancora, per lungo tempo, ai margini.

Pensare ad aziende di spessore che assumano innovatori, persone che vogliano rivoluzionare l’organizzazione del lavoro, mettendo al centro i clienti e mettendo da parte i dirigenti, è pura utopia. L’unica speranza restano le piccole aziende che per spiccare il volo non potranno fare a meno di una progettazione. A questi piccoli, inconsapevoli illuminati, è attaccato il nostro destino.

Campalinismi

Insomma c’è da fare un grande lavoro per i progettisti. Personalmente mi sto impegnando anima e corpo alla diffusione della disciplina.

Non si può dimenticare che l’Italia ha il 41% della popolazione analfabeta di ritorno ( cioè con titolo di studio in tasca e incapace di leggere e scrivere un testo complesso. O persino di capirlo).

Le rivoluzioni richiederebbero consapevolezza della propria condizione o del contesto in cui viviamo.

Non possiamo dimenticare che l’italia vive di campanilismi. Il che significa che mentre 4 persone su 10 non si capiscono, gli altri 6 litigano tra di loro. Ciascun campanile vuole suonare più forte di altri. Ciascuno vuole dimostrare che la campana migliore suona meglio ad est, piuttosto che ad ovest. Anzi, suona meglio al nord piuttosto che al sud. (ogni riferimento geografico è puramente casuale).

Le comunità italiane sono incentrate sulla competizione e non sulla collaborazione. Non esiste una vera e sentita condivisione dei talenti. E questo accade in tutte le comunità italiane.

Migliorare la vita delle persone

Personalmente mi resta la voglia di divulgare, forse proprio per tutti questi motivi, la disciplina. Il mio blog non sarà utile quanto è utile un idraulico o un muratore, ma vuole essere utile per la crescita di informazione digitale in Italia.

Perché penso. e sono convinto. che una disciplina come l’architettura dell’informazione, dell’user center design, della progettazione incentrata sulle persone, che migliora la vita delle persone come obiettivo supremo, merita il mio impegno e il mio  contributo personale.

Che questo venga compreso o meno dall’alto poco importa. A voi lettori è dedicato questo lavoro.

Il design esiste per migliorare la vita delle persone.