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Tutti connessi – Sempre raggiungibili

Siamo tutti connessi. Non basta.

Dobbiamo essere sempre raggiungibili.

La connessione non è più solo un diritto,

è un dovere, come fosse legge.

Se non si risponde subito al telefono si viene cancellati dalla realtà.

Se guidi, se preferisci la mail per delle relazioni con degli sconosciuti,

se hai i tuoi tempi di detox settimanali,

non fai parte della comunità.

Insieme ma soli

Questa estate ho letto i libri di Sherry Turkle e sul blog riprenderò spunti e riflessioni che sono scaturiti dalla lettura. Chi mi segue sa che sono favorevole alla connessione, tratto gli assistenti vocali dando ampia fiducia a questa tecnologia.

Ma come ho sempre ripetuto, l’uso di uno strumento richiede una sana consapevolezza per non essere usati.

E la consapevolezza nasce anche dall’ascolto di pareri preoccupati. Tra questi penso ci sia Sherry Turkle, con il suo libro, Insieme ma soli. Un titolo molto esplicativo e che mi pare ponga un problema vero della nostra contemporaneità.

Condivido dunque con voi alcune parti del libro, parafrasando quanto scritto dalla psicologa docente di Sociologia della scienza e della tecnologia del MIT di Boston. Ovviamente invitando alla lettura diretta di tutto il libro. “Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri.”

Alla gente piace restare connessi

Alla gente piace la connessione. Essere connessi significa, per molte persone, sentirsi vicini.

La rivoluzione culturale dei dispositivi mobili ha cambiato il mondo, il lavoro, l’istruzione, il sapere nelle sue declinazioni, le relazioni. I dispositivi mobili connessi ad internet hanno cambiato il modo in cui ci corteggiamo e viaggiamo. Il mobile ha quasi del tutto eliminato la noia. Durante gli spostamenti, o nelle sale di attesa, non ci si annoia più come una volta, quando la noia si ammazzava parlando con gli altri.

La connettività trasforma qualunque luogo, foss’anche il più isolato del mondo civilizzato; la connessione trasforma quel luogo in un centro di apprendimento e/o di attività economica.

Sempre connessi

Sherry Turkle afferma

La connettività offre nuove possibilità di sperimentazione della nostra identità, dona la sensazione di avere accesso ad una zona franca in cui gli adolescenti fanno quello che hanno bisogno di fare: innamorarsi e disinnamorarsi di persone e idee. la vita reale non sempre fornisce questo genere di spazio, internet si.

Le persone, sono tutte vicine, ad un tasto di distanza.

Oggi la connessione non dipende dalla distanza che ci separa gli uni dagli altri, ma dal fatto che si disponga o meno di una tecnologia per le comunicazioni.

E questa tecnologia non può mancare all’interno del proprio gruppo sociale.

Stare da soli comincia a sembrare una precondizione allo stare insieme, perché è più facile comunicare se ci si può concentrare, senza interruzioni, sul nostro schermo.

In questo nuovo regime, una stazione ferroviaria, un aeroporto, un bar o un parco non sono più un luogo pubblico, ma un luogo di incontro sociale: la gente si riunisce ma ha smesso di parlare.

Zona macchina e Solitudini

Sempre più spesso, la solitudine è vista ed è vissuta come un momento di disagio. Se non siamo in continua attività nel mondo reale, così, come un cane che si morde la coda, preferiamo rivolgerci ai nostri dispositivi anziché alla nostra interiorità.

I dispositivi mobili connessi alla rete internet ci tengono all’interno della cosiddetta “zona macchina”. L’antropologa Natasha Dow Schull ha descritto la “zona macchina” come uno stato mentale in cui l’individuo non sa più dove comincia la persona e dove finisce la sua condizione. Anche se a dire il vero l’espressione nasce per descrivere la relazione dei giocatori d’azzardo con le slote machine. Relazione che ormai abbiamo un po’ tutti se stiamo tutto il giorno davanti ad uno schermo o teniamo in mano un dispositivo mobile.

Zona Fecebook

Alexis Madrigal allarga questo concetto alle piattaforme sociali e parla di “zona Facebook”, come di una versione morbida della “zona macchina”. Le piattaforme ci invitano ad entrare in un flusso dove ci viene chiesto di usare un po’ del nostro cervello, ma senza un grosso sforzo da parte nostra. Ogni azione è alla nostra portata, non ci stanca, ci mantiene attenti ma senza fatica intellettuale.

In questo stato mentale non esiste alcuna crescita. Ma si può vivere uno stato di coercizione. Uscire dalla piattaforma, infatti, può diventare una sofferenza.

Secondo alcuni studiosi addirittura la permanenza in questo stato mentale serve sempre più ad allontanare attività che richiedono una attività più impegnativa da parte nostra nella vita reale. Meglio continuare a guardare video ripetuti all’infinito piuttosto che leggere un libro, andare a lavare lo scooter, finire i compiti di scuola.

La navigazione come forma di solitudine

Se oggi pensiamo ad un momento di solitudine questo è strettamente legato alla compagnia del nostro dispositivo mobile. Per navigare online abbiamo bisogno di solitudine.

Lo smartphone è un meccanismo di sicurezza. Riflettere su noi stessi, sulle nsotre esperienze richiede uno sforzo emotivo a cui ci stiamo disabituando. Il flusso di pensiero di un millennial o della Generazione Z è completamente diverso dal flusso di pensiero dei nostri nonni, alla loro stessa età.

Non era questo il sogno

Il sogno dei primi scienziati informatici, così come degli sviluppatori di bot, non era esattamente questo. Il sogno era quello di creare delle macchine capaci di svolgere il lavoro veloce e di routine, in modo che le persone avessero avuto il tempo di svolgere il lavoro lento e creativo. Le macchine dovrebbero essere un supporto per lasciarci più tempo. I chatbot dovrebbero rispondere a domande semplici per permettere agli operatori di rispondere alle domande complesse.

Così come la lavatrice ha permesso a milioni di donne di avere il tempo di leggere per se stesse e per i loro figli, così smartphone, bot e intelligenza artificiale dovrebbe permetterci di essere innovativi e creativi. Ma l’innovazione, come la creatività, non arriva da una vita frenetica e stressante, ma da ritmi lenti e a misura d’uomo.

Non dovremmo inseguire la tecnologia. Dovremmo semplicemente usarla.

Conversazioni con gli sconosciuti

Da qualche anno a questa parte quante conversazioni avete avuto con degli sconosciuti, in momenti di attesa?

In treno, per esempio, almeno durante il periodo pre covid, avete avuto conversazioni con altri passeggeri, per ammazzare il tempo? E vi è mai capitato di ascoltare qualche conversazione di altre persone al telefono? Ed è mai successo che la persona parlasse al telefono come se fosse solo?

Immagino che almeno a quest’ultima domanda avrete risposto positivamente. Perché avviene questo? Sherry Turkle risponde.

Quando qualcuno ha una conversazione al telefono in un luogo pubblico, il suo senso di riservatezza si basa sulla presunzione che chi lo circonda lo tratterà non solo come il perfetto sconosciuto quale è, ma come se proprio non ci fosse.

Le persone al telefono trattano gli altri come se non ci fossero. O a vederla dal lato opposto: sono le persone al telefono che si considerano assenti.

Perdere la connessione fisica

Sherry Turkle afferma che questo significa perdere la propria connessione fisica. E che sempre più preferiamo la connessione virtuale; connessione che ci suggerisce di poter creare la nostra pagina, il nostro posticino, dove tutto è familiare.

Oggi il nostro sogno meccanico è di non essere mai soli.

Sherry Turkle parla di un nuovo stato del sé, l’itself, ed ha il timore che la vita connessa ci incoraggi a trattare coloro che incontriamo online un po’ come trattiamo gli oggetti, ovvero in modo sbrigativo. Non lo facciamo per male o per cattiveria, ma in modo spontaneo. Siamo assediati, ogni giorno, da migliaia di mail, sms, messaggi e notifiche, più di quante ne riusciamo a gestire.

Lo stesso accade quando si scrive un post sui social, su Facebook, come su Twitter o su altre piattaforme sociali. Noi trattiamo gli individui, persino i nostri amici più veri, come un insieme. Gli amici, che si conoscano nella realtà o solo virtualmente, diventano dei fan.

Connessione con assistenti vocali e bot

In questa perdita di connessione fisica, conquistiamo un’idea di realtà diversa, una percezione della realtà completamente diversa rispetto al passato.

Se le persone, gli amici e i conoscenti diventano, sostenitori, ammiratori, tifosi, nella sostanza perdono il loro stato di persone. Diventano molto simili ad oggetti parlanti.

Dall’altro lato, in questa smaterializzazione e spersonificazione degli individui, acquistano una parvenza di umanità i bot e gli assistenti vocali. E gli oggetti parlanti, quelli che definiamo smart speaker, si avvicinano molto alla parvenza di persone.

Online inventiamo dei modi di stare con le persone che le trasformano in qualcosa di simile a degli oggetti.

E qui c’è un piccolo problema

Il sé che tratta una persona come una cosa rischia di vedersi nello stesso modo. È importante ricordare che quando consideriamo dei bot vivi abbastanza per noi, diamo loro una promozione. Se in rete ci si sente solo vivi abbastanza da essere macchine massimalizzatrici di email e messaggi allora si è stati retrocessi.

Connessi le relazioni cambiano

Le relazioni umane stanno cambiando. E leggendo Sherry Turkle, come altri autori critici verso le tecnologie, sembrerebbe che si auspichi un ritorno al passato. Come se il tempo analogico fosse stato privo di pericoli.

Ma è solo colpa della tecnologia e delle piattaforme che hanno tradito le promesse iniziali?

Non metto in dubbio che la relazione con il nostro smartphone stia diventando, per molte persone, patologico. La nostra “zona macchina” o “zona Facebook” coinvolge tutti, consapevoli e meno consapevoli. Il trattare gli amici come pubblico e fan è un fatto reale.

Un mondo connesso e complesso

Ma vorrei sottolineare la complessità di questo mondo e non vorrei che queste disfunzioni che possono sfociare nel patologico siano considerate pandemiche.

Perché se vero che questa relazione con i dispositivi mobili connessi è diffusa è anche vero che coinvolge una parte del mondo e non la sua interezza; riguarda persone che fanno parte di un dato ceto sociale, che svolgono un lavoro di un certo livello e che hanno determinate capacità economiche. Se è vero che alcuni dirigenti hanno bisogno di periodi forzati di detox, di disintossicazione dall’essere sempre raggiungibili, è pure vero che il non avere tempo da dedicare alla sostanza della Vita è considerato figo, cool, nella realtà.

Ritornerò, ritorneremo sul tema perché interessante. Ma c’è ancora chi vive in un mondo analogico, disconnesso, privo di internet. Non penso che questo mondo, che non ha accesso ad internet, sia migliore o che la disconnessione sia auspicabile.

Ripeto, viviamo in un mondo complesso. C’è una parte della società ricca che sta perdendo il contatto con la realtà? Ci sono famiglie che non parlano più? Forse bisogna recuperare spazi di intimità veri; forse è necessario ritornare all’ascolto reciproco.

E allora è necessario divulgare cultura digitale, analizzare i pericoli ed osservare i cambiamenti. A mio parere abbiamo la necessità e il bisogno di acquisire consapevolezza per usare gli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione. E restare umani, connessi con noi stessi e con gli altri essere umani.

L’UX frena l’assistenza vocale?

È possibile che UX e assistenza vocale, in questo momento, facciano a pugni? Che l’UX freni l’assistenza vocale? È possibile che il più grande ostacolo all’uso degli assistenti vocali e delle interfacce conversazionali sia proprio l’user experience, l’esperienza d’uso? Proprio l’assistenza vocale che ha come obiettivo quello di allargare il bacino di utenza a tutti per la facilità d’uso, in realtà pone degli ostacoli al suo uso quotidiano? E dunque potrebbe essere questo il motivo per cui alcuni miei colleghi guardano con diffidenza agli assistenti vocali e al mio blog? È questa la ragione di un certo scetticismo?

L’esperienza delle persone non è ancora ottimale. O, come sono personalmente convinto, l’esperienza e l’uso non rispecchiano le aspettative. Ma il lancio dello smartspeaker Google Home e del software Google Assistant hanno tracciato una via che durerà più di quanto si possa prevedere.

Il blog è nato proprio per parlare di queste cose ed essere consapevoli. Ed è per questo che ripercorro con voi l’articolo di Rebecca Sentance, con le mie riflessioni personali.

Le prime parole di Siri

Se si esegue una ricerca vocale in inglese, “Quando è stato lanciato Siri?” Google rimanda all’introduzione che ne da Wikipedia:

Siri è l’assistente digitale sviluppato dalla Apple Inc. presente nei dispositivi iOS, macOS, watchOS e tvOS, quali iPhone, iPad, Mac, Apple Watch e Apple TV.

In italia, invece, Google Assistant rimanda ai vari link e parla solo se si chiede “Cos’è Siri?”.

Siri, l’assistente vocale di Apple, come sappiamo è nata con il lancio dell’iPhone 4S nell’ottobre 2011.

Da allora si è cominciato a parlare di comandi vocali non più come fantascienza ma come vera e propria realtà. Solo da qualche anno a questa parte se ne parla più frequentemente. Si veda la nascita di questo blog. E posso testimoniare che rispetto ai miei esordi, nel 2015, il numero di articoli presenti, sul web, sul tema sono sempre più numerosi.

Nel campo della ricerca, poi, la ricerca vocale è indicata come una delle principali tendenze che daranno forma all’industria, nell’immediato prossimo futuro.

Chi usa l’assistenza vocale?

Ma quanti di voi stanno utilizzando realmente e quotidianamente l’assistenza vocale? Chi risponde positivamente, probabilmente sarà una minoranza. Soprattutto si tratta di “addetti ai lavori.” Tra questi molti scettici che stressano il sistema, lo mettono in difficoltà l’assistenza vocale e tendono giustamente ad evidenziare, anche giustamente, i difetti.

Poi ci saranno anche tanti “makers” che smanettano su ogni novità tecnologica e questi sono coloro che diffonderanno davvero questa tecnologia tra le persone.

La maggior parte ci avrà giocato forse qualche minuto, per vedere l’effetto che fa e poi ha abbandonato la diavoleria che risponde solo ad una certa tonalità e ad un certo modo di dire “Ok Google” in perfetto american slang. E non vi sembri strano che la pronuncia corretta di Google sia tra le competenze di una minoranza di persone.

Senza dover disturbare i sondaggi, il fatto che si vedono, nel 2018, persone alla guida che usano il proprio smartphone usando vista e tatto, significa che neppure siamo arrivati al vivavoce. Altro che assistenza vocale.

Se Google fosse una persona?

Ma cosa accadrebbe se Google fosse una persona reale? È quello che si è immaginato in una memorabile webserie, di qualche anno fa, dal titolo “If Google Was a Guy”.

In uno spezzone una ragazza chiede quanto sia grande il Serengeti. Per la cronaca “La pianura di Serengeti è una regione di circa trentamila chilometri quadrati, costituita da prateria, savana e boschi situata in Africa orientale”.

Al quale l’assistenza vocale, non riconoscendo la pronuncia corretta, in inglese, confonde Serengeti con spaghetti. Il che fa infuriare la ragazza.

Il video vuole far ridere e ci riesce. Ma nella vita reale un errore di questo genere non fa ridere. Anzi. Porta la persona ad arrabbiarsi sul serio e ad abbandonare l’uso degli assistenti vocali.

Nonostante il potenziale rivoluzionario dell’interfaccia vocale, l’esperienza dell’utente, la user experience non è ancora al massimo della forma.

Conversazioni comiche o frustranti?

Bisogna assolutamente dire che gli assistenti vocali hanno fatto passi da gigante in termini di accuratezza del riconoscimento vocale negli ultimi anni. Le intelligenze artificiali di Google e Microsoft si avvicinano al 95% di riconoscimento. Che è poi il livello umano. Anche noi ci perdiamo il 5 percento delle conversazioni e compensiamo con altre capacità.

Le interfacce vocali sono progettate per imitare le conversazioni umane e così, quando conversiamo con un assistente vocale, si entra in un contesto che, fino ad oggi, è stato esclusivamente umano. Un contesto che è completamente diverso rispetto a quando ci mettiamo davanti ad un “disumano” schermo.

Forse un romano della Roma Antica comprenderebbe meglio un assistente vocale rispetto a noi. Per i Romani di allora la parola non era un’esclusiva umana, nel senso ampio che abbiamo oggi. Per gli antichi romani gli schiavi, per esempio, erano strumenti parlanti, per nulla paragonabili ad un essere umano. Definiti appunto Res vivente, (res significa, in latino, cosa) Anche i barbari erano coloro che balbettavano parole insensate e molto più vicini ad animali, appunto, che ad essere umani.

Forse, a ben pensare, noi ascoltiamo e trattiamo questi avanzati assistenti vocali con lo stesso disprezzo.

Aspettative molto alte

Lo dicevo due anni fa al WIAD Palermo 2017. I nostri punti di riferimento per l’assistenza vocale sono film di fantascienza e fumetti. Il nostro immaginario ha aspettative tanto alte quanto irreali rispetto alle capacità di questa tecnologia. Eppure più queste conversazioni migliorano, più ci aspettiamo che gli assistenti vocali digitali si comportino come umani. E quando per una qualche ragione non ci capiscono, subito ce ne allontaniamo.

Come se poi fosse stato naturale iniziare nuovi lavori stando davanti ad uno schermo. Cosa che ancora non tutti sono in grado di fare. Come se l’uso di PC fosse davvero così diffuso da permeare la totalità dell’Umanità. Per chi oggi fa uso quotidiano di questi strumenti, ricordo che sono passati decenni dal primo contatto con un computer dove la maggior parte delle persone ha iniziato a giocare. Nel tempo abbiamo imparato a farci altro, oggi sappiamo, grosso modo, cosa possono fare e come funzionano. E come rispondono.

Portare l’interazione all’interno del nostro mondo conversazionale (che ripeto ancora è un mondo complesso) significa cambiare completamente prospettiva. All’improvviso entrano in gioco una serie di aspettative completamente nuove. Vogliamo e pensiamo che i nostri assistenti vocali pensino, rispondano e ragionino come gli umani e l’esperienza dell’utente è prevedibilmente insufficiente.

Tocca all’architettura dell’informazione conversazionale colmare questo vuoto, come immagino stia accadendo oltreoceano. Insieme ad una moltitudine di professionalità che ruotano intorno all’assistenza vocale, tra figure più tecniche e figure prettamente umanistiche.

Un giorno vivremo come nel film HER e ci ritroveremo a parlare con i nostri assistenti vocali. Ma se dai romani ad oggi sono passati 2000 anni, da Google Assistant ad Her ne passerà del tempo. Non dico altri duemila anni, ma qualche decennio sicuramente.

Scelta e contesto

I problemi sono tanti e diversi. Le interfacce vocali danno l’illusione dell’interazione umana. Illusione, straordinaria, potente, ma pur sempre un’illusione.

Per far funzionare gli assistenti vocali le persone devono pronunciare esattamente le parole e i comandi giusti. E queste parole non sempre sono intuitive. Non solo. Ma gli assistenti vocali non mantengono sempre il contesto di conversazione come facciamo noi, per esempio, con il principio di cooperazione Grice.

Al momento le migliori interazioni sono limitate agli acquisti. Ecco perché il grande successo di Amazon Echo. I passi successivi ad un dialogo, invece, non sono soddisfacenti. Ecco perché tutti gli altri inseguono.

La semplicità non garantisce necessariamente l’usabilità e la mancanza di funzionalità disponibili può essere spesso più frustrante che utile. Nel momento in cui gli utenti non riescono a ottenere facilmente ciò di cui hanno bisogno con un’interfaccia, gli assistenti vocali verranno disattivati, indipendentemente da quanto efficientemente consentano loro di riordinare gli asciugamani di carta.

Fiducia dell’utente vincente

Ma la sfida più importante è quella di ottenere e mantenere la fiducia delle persone che fanno uso di questa tecnologia.

Nelle giuste circostanze, l’interazione vocale uomo-macchina è uno strumento molto utile. Purtroppo bastano un paio di esperienze negative per far mettere da parte, per sempre, le interfacce vocali.

Lo stesso Greg Hart, vicepresidente di Amazon, responsabile di Echo e Alexa, ha dichiarato che

la creazione di un assistente vocale in grado di rispondere a ogni possibile query è un problema davvero difficile.

Forse è qui che, nel 2011, Apple ha sbagliato. Ha sbagliato nell’invitare le persone a chiedere qualsiasi cosa a Siri. Forse già dalla sua nascita Siri era destinata a fallire.

Oggi sappiamo, per certo, che i comandi vocali funzionano meglio con vincoli specifici e ristretti. Le nostre aspettative sono ancora alte ma gli sviluppatori pongono dei freni proprio per riconquistare la fiducia degli utenti.

Per non parlare poi del suono della voce, le nostre pronunce, gli aspetti di fisica acustica, pongono degli ostacoli all’esperienza d’uso.

UX e assistenza vocale – Conclusioni

Sebbene in questi giorni stia usando Google Assistant e già ho amici che hanno acquistato i primi interruttori ad interfaccia vocale, io stesso non ho messo tra le mie priorità l’uso dell’assistenza vocale. Non sempre ho il piacere di ripetere più volte “ok Google” per non arrivare a quello che mi aspetto di trovare.

Ogni volta che una persona rinuncia ad usare l’assistenza vocale è un fallimento. Certo. Ma questi fallimenti frenano non fermano.

Oggi, mentre la discussione è ferma a quanto bene o male funzionino, a quanto pericolosi possano essere, si sta aprendo un mercato enorme di oggetti parlanti.

In un modo o nell’altro presto avremo nelle nostre case questi oggetti della domotica e impareremo ad usarli.

Personalmente, piuttosto che giudicare i fallimenti, sono felice di partecipare a questo tempo. E resto a guardare tra l’incuriosito e il meravigliato. Sono felice di poter vedere i primi passi (diciamo quelli più consistenti) di questa tecnologia che mi affascina. E persino gli errori mi fanno tenerezza. Poter partecipare con il mio blog, a questa trasformazione, per me è una soddisfazione che supera persino la gioia di sapervi miei lettori.

Con i miei articoli spero solo di poter dialogare e conversare con altri essere umani sul tema. E intanto, grazie sempre di essere arrivato fin qui.

I valori dell’architettura dell’informazione e non solo.

I valori dell’architettura dell’informazione sono elencati in un vecchio post di Federico Badaloni che ha condiviso sul suo blog una sua lezione svolta al Master. Vi devo dire che, per un motivo o per un altro, rileggo spesso questo post. Ed oggi che si avvicina il Natale mi sembra opportuno riproporre questi valori ai miei lettori.

Se c’è qualcosa di cui abbiamo sempre bisogno sono i valori. Senza valori non possiamo costruire nessuna comunità. E se non ci incontriamo su qualcosa in cui crediamo non abbiamo nulla da condividere.

I valori dell’architettura dell’informazione secondo Federico Badaloni

FIDUCIA

Fiducia è muovere da un presupposto positivo.

L’architettura dell’informazione si nutre del piccolo e del semplice perché è il piccolo che produce il grande e il semplice che produce il complesso.

ATTENZIONE

I contenuti sono tenuti assieme da una rete.

L’umanità è tenuta assieme da una rete.

RESPONSABILITA’

I valori incarnati, cioè i gesti e le emozioni, sono contagiosi. Sceglieteli con cura.

Ogni parola detta, ogni sguardo, ogni suono, ogni colore conta.

Siate all’altezza di ogni gesto. Siate all’altezza di ogni parola.

ELEGANZA

È eleganza l’arte di scegliere (eligo).

L’armonia è ciò che fa percepire il tutto come un “organismo significante” e significativo per noi.

L’armonia è l’affordance della bellezza.

INCERTEZZA

Coltivare il dubbio è coltivare il rispetto per le idee dell’altro.

Chi è certo non può andare oltre. Perché non si può andare oltre la propria certezza.

STUPORE

Chi non sa stupirsi si annoia. E annoia coloro che gli sono incontro.

Il tempo dello stupore è carico di doni.

Chi sa stupirsi, si innamora.

COSCIENZA DEL TEMPO

Riconoscete il valore del tempo.

Domandatevi se ciò che state per inscrivere nella rete è essenziale. Domandatevi se è buono.

Anche quando la rete vi sembrerà capace di accogliere l’effimero, ricordate che in rete nulla lo è mai.
Nutrite la rete con ciò che è degno di parlare per sempre per voi.

I valori dell’architettura dell’informazione secondo Toni Fontana

Prima di scrivere questo post ho riflettuto per un bel po’ di tempo. I miei valori non sono prescrittivi come quelli di Federico. Quel che scrivo lo scrivo prima di tutto a me stesso. Non ho mai pensato di avere qualcosa da insegnare, non ho mai voluto avere studenti al seguito. Se c’è stato un desiderio è sempre stato quello di condividere. Condividere con altri quel che sapevo e che so. E soprattutto con i ragazzi e le ragazze, i giovani che sanno entusiasmarsi e ridere con leggerezza.

Allegria, gioia, divertimento, amore, entusiasmo

Dedicarsi all’architettura dell’informazione con entusiasmo. Ma dedicarsi con entusiasmo a qualunque cosa che piace fare. L’architettura dell’informazione è una disciplina ampia; abbraccia e sintetizza metodi trasversali. Ricordo ancora oggi la gioia e la sorpresa, quando ho conosciuto la disciplina.

Da un lato avevo trovato un metodo di ricerca che mi dava cognizione delle scelte da fare, al di là del parere di pochi. Dall’altro avevo trovato una disciplina che confermava il mio metodo di lavoro incentrato sulle persone.

Ascolto

Ascoltare gli altri è mettere al centro gli altri. Questo blog ha sempre messo al centro del suo lavoro l’ascolto. Senza ascolto non c’è conversazione. A volte non ascoltiamo gli altri proprio perché abbiamo fretta di dare una risposta. Non è necessario.

Sapere ascoltare, o almeno, iniziare ad imparare ad ascoltare è un buon inizio. Lo è per te (che hai la bontà di leggere), lo è per tutti coloro che ti stanno intorno. Non è che salvi il mondo ascoltando gli altri. Ma sicuro non peggiorerà le cose. Sicuramente migliorerai la progettazione di quel che fai. Se ascolti bene, le soluzioni arrivano.

Avventura

L’architettura dell’informazione è avventura perché capire i bisogni delle persone è sempre un’ avventura. Ogni persona che ascolti ha una sua storia, un suo percorso di vita. E quante idee e pregiudizi ha in testa!? Quanta incertezza? Quante cose da chiedere? Ogni persona ha i suoi tempi, un suo carattere, un suo modo di fare.

Non ci sono regole. Quando incontri l’altro, comincia l’avventura.

Condivisione, contribuire, generosità

Quello che so è il risultato di quello che altri hanno avuto voglia e desiderio di condividere con me. Fosse un libro, un pensiero o un parere, persino un cattivo insegnante. Ognuno mi ha segnato e plasmato quel che sono oggi. Nessuno nasce imparato. Siamo il risultato di esperienze precedenti, di errori commessi e di successi conseguiti. Noi pensiamo quello che altri hanno detto e scritto. Siamo quello che altri hanno già provato per noi e con noi.

Non siamo affatto originali. Siamo il risultato di una evoluzione a cui hanno contribuito anche persone sconosciute. Ricambiare questa generosità è contribuire a questa crescita. Possiamo aggiungere il sale che da sapore a ciò che hanno fatto altri. Possiamo elargire il calore che altri non riescono a donare. Ma, resta il fatto che, solo nello scambio ci si arricchisce.

La prossima settimana troverete proprio un articolo sul condividere i talenti.

Intelligenza

Per me intelligenza è la capacità di mettere insieme le cose, di collegarle, di rendere un senso. Più i collegamenti che si fanno sono forti e solidi, più intelligenti si è. L’architettura dell’informazione aiuta a mettere insieme le cose, a dare un senso alle informazione che riceviamo.

Oggi è difficile riuscire a concentrarsi su poche cose. Figurarsi a collegarle. Ecco. L’architettura dell’informazione restituisce almeno il senso.

Dignità, Libertà, Fedeltà, Rispetto

Questi sono valori più personali. Sono quelli inerenti alla capacità di fare, di lavorare, di essere autonomo. Di restare retto mentre tutto intorno è tempesta. Penso che se segui un metodo, alla fine, meriti il traguardo che raggiungi. Per questo al momento partecipo a lavori di cui condivido visione, valori, emozioni. Anche se non direttamente miei, li considero sempre progetti personali. Sono progetti piccoli, ma fatti bene. Non è più tempo della gloria, non è più tempo della competizione. Anche se ammetto che mi manca l’adrenalina.

Penso che lavorare lentamente renda il viaggio più interessante. Sicuramente alla lunga è più sostenibile.

Tenacia

L’architettura dell’informazione richiede tenacia. In pochi conoscono la disciplina. Pochi ne comprendo il senso. In pochi ne  parlano. Chi si occupa di architettura dell’informazione lo fa (quasi) sempre in solitaria. Non basta vedersi un paio di volte l’anno per colmare la solitudine. Chi persegue la disciplina deve accettare la solitudine umana e intellettuale. Ci vuole tenacia, ci vuole spirito di avventura. Ci vuole essere la goccia che buca la montagna.

Gratitudine

Ma nello stesso tempo ci vuole gratitudine. Gratitudine verso coloro che ci seguono, che ci sostengono, che ci abbracciano, che sono disposti all’incertezza, allo stupore, al cambiamento, all’attenzione, alla responsabilità. Grazie a chi ancora da fiducia e pone attenzione. Grazie anche a te, che sei giunto fin qui. Perché sono in pochi quelli che arrivano alla fine. Grazie. Grazie di vero cuore.

Le music experience di Airbnb

Le music esperience di Airbnb sono già state lanciate, annunciate e riprese dalla stampa. Io arrivo per ultimo. Ma spero sempre di riuscire a raccogliere i pensieri e le riflessioni più utili per chi ha già letto e sa di cosa parlo e per chi invece ha tutto da scoprire.

Le music esperience sono un nuovo programma di Airbnb, che permette ai clienti di accedere a concerti dal vivo in modo esclusivo. Lo segnalava Andrea Borraccino su DataMediaHub.it di Pier Luca Santoro.

Lo scopo, a quanto pare, è quello di allargare il bacino di utenza e di variare il business di Airbnb.

Al momento le esperienze proposte da Airbnb sono tutte americane. E le esperienze musicali sono in fase di sperimentazione. Però non ho dubbi che il fattore esclusività, farà esplodere il fenomeno.

Architettura dell’informazione di Airbnb

Airbnb, per quanto riguarda l’architettura dell’informazione e non solo, è una delle aziende tecnologiche da tenere d’occhio per la sua attività sul web. Già mesi fa scrivevo e parlavo di AirBnB. Grazie alla versatilità e robustezza della sua struttura gli è (stato) possibile attuare una architettura dell’informazione in stati di emergenza. Qualcosa di utile che mette in contatto gli utenti, in modo versatile e utile, crea una comunità e mette in rete azioni reali. E ancor di più, anche in modo veloce.

Airbnb ultimamente poi, sembra aver messo l’acceleratore sull’esperienza. Confermando quanto gli architetti dell’informazione predicano da tempo. La progettazione dell’esperienza e la felicità dell’utente, vanno messi al primo posto in tutte le attività di business e no.

Airbnb Design

Airbnb non è impegnata nella costruzione di nuove case o alla ricerca di luoghi eccezionali dove trascorrere una vacanza. No. Queste attività sono eseguite dalle persone reali. Il sistema reale alimenta la rete online messa su da Airbnb. E la società, infatti, si occupa di connessioni, di creare relazioni, di creare ponti.

Airbnb scrive di se stessa

Airbnb trasuda design. Due dei suoi cofondatori sono designer e l’apprezzamento per la potenza del design è in tutto ciò che facciamo. Persino le nostre dashboard interne hanno una splendida grafica. Secondo noi il design ha a che vedere più con il comportamento e l’emotività che con l’efficacia e la funzionalità. Insieme formiamo un grande team che lavora per indicare una direzione e ottenere risultati di grande maestria, perfetti nei minimi dettagli. A fianco del team di progettazione, ci muoviamo rapidamente, ma, allo stesso tempo, abbiamo abbastanza tempo e spazio per creare idee innovative e di ampio respiro. Amiamo la semplicità, ma anche quel certo gusto per il capriccio. Ti sembra di riconoscerti? Unisciti a noi.

Vogliamo attrarre i migliori designer del mondo e stiamo attivamente ricercando i migliori candidati. Visita il nostro blog del design all’indirizzo Airbnb.Design, troverai maggiori informazioni sul nostro lavoro e la nostra cultura.

AirBnB ti fa sentire a casa tua

Sul sito AIGA si parla di come l’utilizzo della User Experience punti a far sentire gli utenti come se si trovassero a casa loro.

Rivoluzionando l’UX, come Airbnb sta facendo, gli utenti si sentono a casa. Si tratta di un cambio di mentalità, un cambio di paradigma che porta diverse squadre provenienti da prospettive globali ad unirsi per uscire dai confini trascendentale.

La prima attività di Airbnb è, forse vi stupirà, il design e l’applicazione di professionalità fortemente rivolte all’utente. Insomma Airbnb si occupa di progettazione user center design.

“Il design è preso molto seriamente qui,” dice Alex Schleifer, VP del design. “E’ allo stesso livello di gestione del prodotto o di marketing.”

Come si lavora in Airbnb

Nella sede di San Francisco di Airbnb, lavorano oltre 120 progettisti suddivisi in cinque squadre. Ricerca, progettazione del prodotto (designer UX), contenuto (scrittori), traduzione globale, e il gruppo per le operazioni di progettazione (project manager e architetti).

Schleifer racconta che alla base del successo c’è il fatto che la squadra di ricerca è una squadra interna all’azienda.

Da un lato dunque lavorano come se lavorassero per una ditta. Dall’altro lato però il cliente è all’interno della squadra e l’adesione al progetto è totale da parte di tutti. Questo permette di studiare meglio l’impatto di ciascuna scelta, affrontare nell’immediato le sfide da affrontare e risolvere i problemi man mano che si presentano.

Se lavorate in una agenzia, per sapere come si evolve e si sviluppa il vostro progetto, forse dovrete aspettare un anno.

Airbnb si evolve e si aggiorna continuamente. Sia per migliorare l’esperienza dell’utente, sia per costruire strumenti utili ai dipendenti e alla intranet. In questo modo

i progettisti, sia attraverso l’ufficio o in tutto il mondo, sono in grado di cambiare qualcosa e di ricevere feedback dal sistema.

Ovunque ci si trovi, chi lavora su Airbnb può correggere, aggiornare e far funzionale le cose. Lo strumento principale è l’app Airshots. Una app capace di apparire su qualsiasi schermo, su qualsiasi dispositivo in qualsiasi lingua.

Airshots

I progettisti di Airbnb sono dunque sempre a lavoro. L’attenzione per l’usabilità e l’esperienza utente porta ad una costante compromesso tra forma e funzione. Schleifer intervistato dice.

E’ la sfida eterna, assicurare che si integri la visione creativa con quella di una grande esperienza utente. Gran parte del nostro lavoro di progettazione è tipografica. Pensiamo molto ai colori, al linguaggio e allo spazio bianco. Ci chiediamo continuamente se possiamo mostrare questo lavoro a chiunque e se è compreso e ben usato. Si tratta di un po’ di arte e un po’ di scienza.

Vogliamo creare piccoli momenti di gioia ogni tanto, proprio per ricordare che si sta utilizzando qualcosa di diverso. Il modo in cui si passa da una pagina all’altra, o come si anima un’icona, o i messaggi che di leggono quando si effettua un pagamento.

La nostra missione è quella di creare un sistema in cui chiunque può andare ovunque.

Ma anche dare la possibilità a chiunque di mettere in mostra la propria casa e se stessi in sicurezza.

Music experience di Airbnb

E’ in questo contesto lavorativo che nascono le music experience. Mi viene da dire che non poteva essere altrimenti. Airbnb è indirizzata alla costruzione continua di relazioni, di relazioni sicure, di ricerca di felicità, di ricerca di intimità. E tutte queste caratteristiche sono pienamente soddisfatte dalla musica.

La musica crea comunità, fa emergere o mete in luce comunità già esistenti. La musica mette insieme le persone e crea legami, ponti, connessioni.

Borraccino spiega

Nel concreto, il sistema permetterà di mettersi in lista per un evento nella città desiderata. Se tra i prescelti, si potrà acquistare il biglietto per una manciata di dollari senza sapere fino alla sera prima la location o, addirittura, l’artista sul palco. Il tutto accompagnato dalla richiesta di portare con sé una bottiglia da condividere con gli altri spettatori. Sharing economy fino al midollo.

Brian Chesky, Ceo di Airbnb ha commentato

La musica è uno strumento incredibile per unire le persone. Attraverso la piattaforma saremo capaci di sostenere gli artisti locali portando i fan ai loro eventi e portando la loro musica in tutto il mondo.

Conclusioni

Dovrebbe dunque essere chiaro che Airbnb è quello che è perché usa la progettazione come strumento principale di sviluppo. E’ il design, la sua applicazione e la sua continua ricerca a far crescere ogni giorno Airbnb. Le music experience sono la naturale conseguenza di un percorso, di una ricerca e del continuo contatto con i propri utenti.

Porto con me quattro parole: progettazione, connessione, esperienza ed esclusività.

Quattro parole semplici ma non banali. Anzi, sono parole che portano con se la complessità che stiamo vivendo. E questo da architetto dell’informazione non può che affascinarmi.

 

Analisi sonora del trailer Her, il film di Spike Jonze

Oggi vi propongo una analisi sonora del film Her per sottolineare alcune delle difficoltà che progettisti e ingegneri devono affrontare nella realizzazione degli assistenti vocali. Il discorso è sempre ampio. Come al solito, cerco di sintetizzare, per quanto posso. E per forza di cose sarò parziale.

Come già sa chi mi segue, sono stato intervistato da Fabio Bruno per il mio intervento al Wiad Palermo. Su cosa sia l’architettura dell’informazione e sugli assistenti vocali. Fabio, tra le altre cose, mi ha chiesto se arriveremo presto ad avere un assistente vocale come nel film di Spike Jonze.

Per chi non lo conoscesse o non avesse visto il film racconto in breve di che si tratta. Ho riletto e mi pare che non ci sia nessuno spoiler. Ma meglio avvertire che dopo questa lettura, probabilmente, vedrete il film con occhi e orecchie molto diverse. Quindi, se non lo avete ancora visto, consiglio una prima visione del film senza lettura del presente articolo.

Her recensione film

Purtroppo, come capirete presto, non mi sono goduto a pieno il film. Perché, già dal trailer, avevo fatto caso ad una serie di cose che stonavano.

Her è la storia di un impiegato di nome Theodore. Il suo lavoro è quello di scrivere lettere personali per conto di altri. Separato dalla moglie, non riesce a rifarsi una vita, e si rifiuta di divorziare. In questa fase di non accettazione della vita, Theodore acquista un sistema operativo animato da intelligenza artificiale, con interfaccia conversazionale. Il sistema è talmente avanzato che pare essere davvero umano. Talmente umano e talmente femminile che il protagonista inizia una relazione con l’assistente vocale.

La voce originale del sistema operativo è quella di Scarlett Johansson. Mentre nel doppiaggio italiano la voce è quella di Micaela Ramazzotti, che però non è una doppiatrice e non è neppure la doppiatrice ufficiale di Scarlett Johansson. Infatti la Johansson è generalmente doppiata o da Perla Liberatori o da Domitilla D’Amico. Tanto che il film in alcune sale è stato proiettato in lingua originale.

Al di là dei miei commenti sull’assistenza vocale il film mi è piaciuto. E alla fine dell’articolo vi dirò il perché.

Assistenza vocale. Ci siamo davvero?

Fabio Bruno mi ha chiesto se siamo vicini a questo modello di riferimento. La mia risposta a Fabio è stata abbastanza secca. No. Non siamo vicini a questo modello. No perché il film racconta di sentimenti umani che difficilmente un assistente vocale riuscirà a comprendere. Si sta migliorando la biometria e quindi la capacità di comprensione dei sentimenti primari. Ma la lingua è un fenomeno complesso. E al momento si stanno migliorando degli aspetti di base. Che per noi magari sono ovvi. Non per una macchina.

Non dovremmo dimenticare che l’istruzione umana è la più lunga tra gli esseri viventi. Un essere umano, per essere auto sufficiente in natura richiede una istruzione di anni. Senza contare che possiede uno strumento di calcolo potentissimo che si chiama cervello.

Cerco, dunque, di argomentare meglio la mia risposta.per i lettori del blog. E lo faccio invitando a guardare, per il momento, il solo trailer. Analizzo solo questo. E se vi siete persi al cinema il film, è disponibile il DVD Lei (Her).

Configurazione di benvenuto del sistema OS1

Il film racconta che il sistema operativo ha bisogno di essere configurato. Per cui ci indica che si tratta di un sistema personalizzabile. Purtroppo la configurazione (per ragioni cinematografiche) è breve e generica. Si tratta di due sole domande. E queste due analizziamo.

Prima però farei notare che viene confermata una questione di genere che resta sempre aperta. Sappiamo dal trailer e comunque a breve nel film, che l’assistenza vocale avrà una voce femminile e ha desideri da donna. Eppure la configurazione non viene fatta da una rispettiva voce femminile. Ma da una voce maschile. Rimando alle conclusioni dell’articolo già scritto. Però mi pare un piccolo elemento su cui riflettere.

Nella configurazione di benvenuto, il sistema chiede a Theodore: lei è socievole o asociale.

Si tratta di una domanda molto semplice. Tipica di una intelligenza artificiale. Si tratta di un automatismo da seguire. Questa domanda rimanda alla personalizzazione e all’attenzione verso l’utente. Ci fa pensare che l’intelligenza artificiale si comporterà diversamente a seconda della risposta.

Eppure, se da un lato, l’intelligenza artificiale tende a semplificare, per capire meglio, noi umani non siamo semplici. Il protagonista, infatti, ad una domanda semplice risponde con una risposta molto complessa. Ossia risponde: ultimamente non sono stato molto socievole.

Il sistema

Che significa? Forse per qualcuno di noi può essere chiaro. Forse le immagini ci aiutano a capire cosa significa la risposta data. Ma un sistema operativo non possiede queste informazioni. A meno che non vengono introdotte nel sistema da qualcuno. Ultimamente non sono stato molto socievole può significare di tutto. Ciascuno di noi per comprendere il significato di questa frase deve lanciare delle connessioni sul proprio vissuto o sul vissuto dell’altro. Cosa potrebbe significare? Significa che prima era socievole e (solo) ultimamente è diventato asociale? Oppure significa che prima era asociale e ultimamente è più asociale di prima? E queste due varianti, questi due gradi di socievolezza, cosa comporterebbero nella relazione uomo-macchina?

La risposta, a me dice, che gli esseri umani siamo complessi. Mi spiega che nessuno è mai qualcosa o il suo contrario. Non sempre riusciamo a spiegarlo agli altri dopo anni di convivenza. E non sempre gli altri riescono a capirci pienamente.

Perché un’intelligenza artificiale dovrebbe capirci al volo?

Seconda domanda

La seconda domanda del sistema operativo invece è molto più complessa di quanto sia la prima risposta. Si chiede: come definirebbe il rapporto con sua madre? Domanda da un milione di dollari a cui molte persone dedicano anni e anni di psicanalisi per dare una risposta. Eppure in questo caso il sistema operativo ascolta per un po’ e poi, in effetti, non ascolta l’intero ragionamento.

Potrei fermarmi qui. Perché già in due domande c’è tutta la complessità umana e tutta la difficoltà di un assistente vocale che deve far ricorso a risorse che spesso non ha e forse mai potrà avere. La comprensione reciproca è qualcosa di molto difficile. La creazione di archi di relazione è complessa non solo tra umani, ma anche nella relazione uomo-macchina. Se fosse semplice comprendere le relazioni tra le cose e le persone molti mestieri non avrebbero motivo di esistere.

Il trailer continua

Continuo perché il trailer, seppure breve, è molto intenso. E fa un elenco di elementi molto interessanti che raccontano il film ma anche l’assistente vocale.

L’assistenza vocale è divertente, ha desideri, ha desiderio di imparare. Ha un punto di vista. Theodore dice: mi piace come vedi il mondo. L’assistenza vocale ha un carattere; è curiosa, impicciona, una vera ficcanaso. Inizia a fare domande esistenziali. Come si condivide la vita con qualcuno? Prende consapevolezza della sua spiritualità. Cosa si prova ad essere vivi? Con il tempo inizia ad avere il desiderio di fisicità e quindi fa domande su abbracci, carezze e toccamenti.

Pur volendo tralasciare tutte le questioni etiche che queste domande evocano, qui ci sono tanti problemi di progettazione. Desideri e voglie dovranno essere sempre progettati e poi messi a disposizione delle scelte possibili dall’intelligenza artificiale. Al momento una macchina fa scelte in base alle soluzioni possibili.

Ridere è cosa umana

Ma c’è stato un elemento che più di tutti mi è saltato alle orecchie. L’assistenza vocale ride.

Dicevamo che il protagonista afferma che l’assistente vocale è divertente. E fin qui ci possiamo credere. Fino ad un certo punto ma possiamo crederci.

Dico fino ad un certo punto non perché sia impossibile. Tutte le assistenze vocali sul mercato già raccontano storielle divertenti. Si tratta anzi di uno dei test più ricorrenti. In fondo niente di trascendentale. L’assistenza vocale cerca e trova una delle barzellette più lette sul web e ce la racconta.

Che poi questa storiella o barzelletta ci faccia ridere diventa un po’ più complicato. Non solo perché non tutte le barzellette ci fanno ridere. L’assistenza vocale non ha i tempi comici. Ma potrebbe darsi che già conosciamo il finale. Ad ogni modo… ci sono ottime possibilità che la barzelletta riesca.

Altra cosa, come vediamo sul trailer, è il caso contrario. Ossia Theodore, ad un certo punto, racconta lui una barzelletta all’assistenza vocale. E sorprendentemente la fa ridere. Ridono insieme.

Ora, ridere è una cosa seria. Ma è soprattutto cosa umana. Mi viene in mente quanto François Rabelais, (1494-1553) scriveva ai suoi lettori nel libro Gargantua e Pantagruel.

Meglio è di risa che di pianti scrivere,
Ché rider soprattutto è cosa umana.

Si, ridere è soprattutto cosa umana e non da assistenti vocali. La risata, il gioire insieme, implica una enorme quantità di elementi che neanche noi sappiamo del tutto spiegare. Il gioire insieme comporta uno scambio di informazioni non solo sonore o verbali, ma anche di alchimie che compongono la vita.

Siamo ancora lontani

In questo senso dico che siamo ancora lontani da assistenti vocali di questo genere. Film di questo genere ci fanno dimenticare la realtà. Fanno alzare le nostre aspettative. E di conseguenza aumentano la nostra delusione quando facciamo uso di un assistente vocale nel nostro quotidiano.

In questo momento i progettisti sono a lavoro su una relazione unidirezionale. Ossia gli assistenti vocali devono rispondere alle domande e alle richieste di azione che noi chiediamo.

È vero che le intelligenze artificiali oggi fanno scelte, giocano a poker e vincono. Pure bluffando. Ma, nel frattempo, non si relazionano all’altro giocatore come farebbe un umano.

In altri contesti, sappiamo che dando un comando la macchina esegue, salvo malfunzionamenti. Non sappiamo se la cosa può accadere al contrario. L’umano obbedirebbe pedissequamente ad eventuali ordini della macchina?

La direzione di sviluppo dei bot, delle intelligenze artificiali e degli assistenti vocali è quella giusta. I bot, gli assistenti vocali, trovano applicazioni sempre più valide. Finora si è giocato. Molti ancora ci giocano. A molti questo gioco non piace. Ma l’evoluzione esiste. E piano piano anche lo scetticismo indiscriminato vacillerà.

Non sarà cosa da pochi giorni o da cavalcare come soluzione immediata. Insomma, non ci siamo ancora. Sappiamo anche che la realtà supera sempre la fantasia. Per cui siamo qui ad aspettare.

Nel frattempo una bella relazioni tra umani e umane ci potrà consolare ancora per un bel po’!

Perché il film mi è piaciuto

Nonostante tutto, il film mi è piaciuto perché ha dei meriti. Che qui elenco.

  1. Ha il grande merito di parlare del rapporto uomo macchina senza evocare mondi distopici. Non dobbiamo scappare dalla tecnologia. La dobbiamo usare e usare al meglio.
  2. Mi ha fatto riflettere il lavoro di Theodore, che scrive lettere intime per altri. Magari la sua azienda, più che una azienda di editoria, fa parte di altre intelligenze artificiali ibride che fanno ricorso all’intelligenza umana per migliorarsi e per rendere un servizio migliore. Mi pare una buona notizia per gli umanisti. Magari un lavoro del futuro.
  3. Spike Jonze non evoca, almeno non direttamente, paure nei confronti delle nuove tecnologie. Anzi, ci racconta un mondo possibile. Forse perdiamo qualcosa, ma acquisiamo altro. Ogni giorno è così. Ogni giorno c’è uno scettico che non è convinto. Quel che conta è essere felici.
  4. La felicità può essere un percorso per conoscere meglio noi stessi. Ogni qualvolta ci relazioniamo con qualcosa o con qualcuno, conosciamo meglio noi stessi. Il viaggio di Theodore è proprio questo, nella conoscenza dell’assistente vocale egli fa un viaggio in se stesso.

Dal punto di vista del blog, poi, altro merito del film è che questo viaggio il protagonista lo intraprende e lo percorre attraverso un contesto sonoro. È attraverso l’ascolto della parola, attraverso le geografie dell’ascolto che Theodore fa esperienza di se stesso. Le relazioni sonore, infatti, sono molto intime e ci mettono a parte di un mondo solo nostro.

Mi verrebbe da dire, conosci te stesso! Per quanto difficile e doloroso,per quanto profondo o superficiale possa essere il percorso, ci sarà sempre e comunque utile. Con o senza assistente vocale.

Progettare relazioni umane

Progettare relazioni umane potrebbe essere un buon esercizio per questo periodo natalizio che ci avviciniamo a vivere.

Chi, nei prossimi anni, vorrà progettare il futuro, avrà il compito di progettare legami, creare archi, archi di relazione. Progettare buone relazioni umane che migliorino l’esperienza. D’altronde i migliori progetti digitali sono quelli che nascono intorno ad una comunità di persone, in modo del tutto analogico.

Ho pensato a questo articolo proprio partendo da uno dei miei post di quest’anno  sull’ Onlife, sul nuovo contesto di Vita in cui ci troviamo. Mi è venuta in mente un breve video di Luciano De Crescenzo che ha definito l’ascensorite una malattia della comunicazione.

La soffrite anche voi? Avete presente quando vi trovate in un ascensore e sentite un certo disagio?

Ciò che provoca il disagio, se non lo sapete già, è che la persona che ci troviamo accanto, sebbene sia una sconosciuta, si trova all’interno dello spazio, ristretto, della nostra intimità. Ognuno ha il suo limite, ma genericamente la distanza degli sconosciuti si trova oltre la lunghezza del nostro braccio. All’interno ci stanno tutte le persone che riteniamo intime. All’esterno tutto il resto del mondo.

In un ascensore questo spazio viene invaso reciprocamente e le reazioni sono le più diverse. C’è chi si sente quasi in dovere di parlare e di comunicare. Di parlare del tempo, per esempio. Altri più sulle proprie, rivolgono lo sguardo al neon o alle scarpe, cercando di dissimulare l’imbarazzo. Sempre più diffusa però è la pratica di rivolgersi al proprio telefonino e alla propria connessione.

Fin quando questa connessione non è esistita si conviveva con questo disagio. Magari cercando di superarlo. Oggi, che siamo connessi, preferiamo astrarci dal nostro corpo ed entrare in una nuova dimensione.

Dall’etica alle relazioni all’architettura delle relazioni, all’architettura dell’informazione

Perdonerete se ritorno spesso sull’argomento. Ma fin quando non percepirò la consapevolezza di questo concetto, continuerò a riproporlo.

Viviamo in un contesto complesso. Piero Dominici, definisce la nostra società una società ipercomplessa.

Per comprendere il contesto è necessario indagare, studiare, comprendere e approfondire attraverso i mezzi culturali e non attraverso la tecnologia. I pubblici, i lettori, i seguaci, sono da studiare e analizzare ma non numericamente o quantitativamente. Li dobbiamo analizzare umanisticamente, antropologicamente, culturalmente. Non possiamo capirli in altro modo.

Mettere l’utente al centro può significare tutto e niente. Certo che ogni sito, ogni servizio, è rivolto all’utente. Ma come questo sito o servizio risponde all’utente è tutta un’altra cosa.

Partire da noi stessi

Quali sono le nostre relazioni? Come si sono modificate nel tempo? Che relazioni avete con il vostro vicino di casa? Quali relazioni sono esistenti nel vostro condominio? Quali sono le relazioni nella scuola dei vostri figli? Che ambiente c’è sul posto di lavoro? Che rapporti si sono creati?

Nel tempo le relazioni si modificano. Almeno le mie si sono modificate profondamente. In molti casi ho alimentato relazioni sbagliate. In altri casi, sono stati gli altri a sbagliare nell’alimentare relazioni con me. Colpe e meriti non stanno mai dalla stessa parte. Alla fine restano le relazioni più significative. Significative soggettivamente.

E sul posto di lavoro? Chi ha organizzato o progettato le vostre relazioni? Riuscite a determinare le relazioni tra un ufficio e l’altro? Chi è stato a determinare queste relazioni? Sono stati i direttori a determinare amicizie e inimicizie? Quali scelte politiche hanno portato ad unire o a dividere i lavoratori?

E se al centro del vostro lavoro fosse messa la vostra persona? I vostri bisogni? La disposizione dell’ufficio resterebbe la stessa? Le relazioni con i colleghi sarebbero le stesse? Le relazioni con l’esterno sarebbero sempre uguali?

L’illusione di decidere

Viviamo nell’illusione di decidere come vivere, come spostarci, come lavorare e come relazionarci agli altri e allo spazio. E’ così solo in parte.

Le case che siamo, viviamo e abitiamo, gli uffici che frequentiamo, le vie che percorriamo, non sempre sono state progettate e pensate per noi. In Italia più che in altri posti. In Italia, spesso, palazzi destinati ad abitazioni sono diventate scuole; palazzi storici si sono trasformati in sedi governative.

Noi non decidiamo la piazza da frequentare, non entriamo in una strada senza alcuna regola, non decidiamo quanto grande debba essere il nostro ufficio o la camera d’attesa. Noi non scegliamo di lavorare in un open-space piuttosto che in un camerino.

Insomma, molte strutture ci vengono imposte, dal tempo, dalla storia, dalla politica. Vedrò, in qualche altro post, di parlarvi della piazza come spazio sociale.

La giusta distanza

Ho ripensato al film di Mazzacurati che ha un titolo emblematico, La giusta distanza.

Nel giornalismo, così come nelle relazioni umane, è necessaria la giusta distanza.

Proseguendo sul tema ho trovato Raffaele Morelli che scrive a tal proposito

il tema della “distanza” tra noi e gli altri è così importante per valutare il nostro benessere mentale. Saper vivere con gli altri alla “giusta distanza”, senza farsi invadere ma anche senza isolarsi, permette di impostare in modo più gratificante la nostra vita, non solo quella che si svolge in loro presenza, ma anche quella che viviamo con noi stessi.

Occorre una giusta alternanza 

Fiducia come irragionevolezza

Ma progettare relazioni per costruire cosa? Ovviamente Fiducia. Nelle relazioni, nelle relazioni vere, si costruisce la Fiducia.

La fiducia è uno dei valori dell’architettura dell’informazione. Scrive Federico Badaloni, autore del libro architettura della comunicazione

Fiducia è muovere da un presupposto positivo. Nei vostri stessi confronti, nei riguardi dei vostri collaboratori, degli utenti.

Se c’è qualcosa che non vi torna, considerate la possibilità che il problema non sia necessariamente fuori di voi e riflettete sul fatto che questa sensazione è un’occasione. Anche la sensazione più piccola.

L’architettura dell’informazione si nutre del piccolo e del semplice perché è il piccolo che produce il grande e il semplice che produce il complesso.

Sempre sulla fiducia mi sono sembrate interessanti le parole di don Luigi Verde, intervenuto ad un convegno sulla fiducia. Don Luigi Verde è un parroco e parla di Fede. Dunque parla di fiducia irragionevole. Ma fino a prova contraria, la fiducia o c’è o non c’è.

Io pongo fiducia in ciò che è possibilità ma non sono sicuro che ci sarà, che forse ci sarà, che sarebbe bello che ci fosse, ma non lo so. E allora la fiducia è la parte dell’irragionevole che tu hai il coraggio di assumerti; quanto coraggio di irragionevole hai?

Ascolto per progettare relazioni umane

Progettare relazioni umane non è facile perché coinvolge la parte più intima di noi stessi. E’ nella cura di quella malattia di cui parlavamo alcune righe fa. Curare la comunicazione, in tutti i sensi. Fidarsi, lasciarsi andare. Quante volte ci è stato detto? Quante volte ce lo siamo ripetuti?

Da parte mia (ri)propongo, come strumento di partenza, la pratica dell’ascolto. Ascolto di se stessi e ascolto degli altri. Ascoltare farà certamente del bene alle nostre relazioni.

Per chi vuole cominciare o riprendere il percorso può cominciare da queste sei lezioni: 6 TED Talks su ascolto e progettazione.

Buon ascolto! Buon Natale! Buone relazioni!

Parole che lasciano il segno

Lasciare il segno è stato il titolo del X Summit italiano dell’architettura dell’informazione. Questo è un post programmato, che scrivo, in buona parte, pochi giorni prima dal Summit. Datemi il tempo di interiorizzare l’intensa settimana appena trascorsa e scriverò le mie impressioni.

Pensando al tema, “Lasciare il segno” mi sono venute in mente tante strade da percorrere. Mi sono venute in mente tutte le persone che hanno lasciato un segno senza scrivere, ma semplicemente parlando, creando comunità. Sarebbe bello ospitare sul blog esperti di Socrate, per esempio, ma andrei troppo lontano dal tema e dalle mie competenze e soprattutto andremmo su argomenti che altri tratterebbero meglio di me.

Voglio restare, invece, sul più concreto (terra terra) e parlare delle cose che conosco. In particolar modo, oggi, vi parlo di un qualcosa che riguarda la mia terra. La Sicilia. Il dialetto siciliano.

Detti popolari siciliani sulla parola

In Sicilia si è sempre dato un valore alla parola come al silenzio. Perché il silenzio è d’oro. Come si dice in tutta italia. E la parola è d’argento, o peggio ancora, di piombo. Le parole vanno soppesate. Una parola è poca e due sono troppe, una parola è picca e dui su assai. E in effetti, la miglior parola è quella che non si dice “A megghiù parola è chidda chi un si dici“.

Però senza parlare non si può stare. In fondo, la testa che non parla si chiama Zucca, testa c’un parra si chiama cucuzza. E allora, ci viene in soccorso un consiglio. Prima di parlare mastica le parole. Prima di parlari mastica li paroli.  Rifletti bene sulle parole che stai dicendo. Che le parole non escano così come sono pensate, istintivamente. La parola come il cibo va mastica bene. Le parole vanno pensate, ma pensate anche con il cuore Quannu la lingua voli parrari, divi prima a lu cori dimannari. Chiedere al cuore cosa dire.

Perché poi la parola è utile. Lo sappiamo. Il saper parlare ti porta lontano.  E chi sa parlare, chi ha lingua, chi ha una buona favella) ha tutti i mezzi per attraversare anche il mare. Cu avi lingua passa ‘u mari.

Che la parola deve aiutarci e deve aiutare. Soprattutto quando si tratta di relazioni. All’amico, all’amico sincero parla con chiarezza. A lu tò amicu veru parraci chiaru. Perché la chiarezza e la sincerità portano con se la Fiducia.

Parole che lasciano il segno

Perché la parola, se detta in un certo modo, lascia il segno. Mia nonna, sosteneva di certi uomini che “parranu moddu e ‘mpiccicanu ruru” “parlano molle e colpiscono duro”. Lo diceva di persone suadenti, che parlano anche con garbo e con suono soave ma che dietro al modo c’era e c’è tanta cattiveria, tanto che le parole fanno male. E non certo per chiarezza, ma proprio per cattiveria. E si fa presto a dire che le parole non fanno buchi e non feriscono. I paroli nun fannu pirtusa. Perché le parole possono far male e, infatti, anche se la lingua non ha ossa … rompe le ossa, A lingua nunn’avi ossa … ma rumpi l’ossa. Ricordiamolo.

A queste persone non si risponde a tono, come spesso si dice. Anzi. Una risposta buona data a cattive parole vale molto e non costa niente. Assai vali e pocu costa a malu parlari bona risposta.

Che lo stile non è acqua e a buon intenditore poche parole.

Che però non si cada nel luogo comune…

Che non si cada nel luogo comune di una Sicilia mafiosa e omertosa, come rappresentata televisivamente ancora oggi. Che la Mafia c’è, esiste ed è tra di noi.

Ma a ben guardare, pur di parlare e di esprimere la propria Libertà, in Sicilia, per la parola, si muore. Che ben vedere, l’elenco degli uomini liberi è assai lungo.

Un discorso che ha certamente lasciato il segno è quello di Paolo Borsellino. Vi lascio al suo ascolto o al suo riascolto.

I balli popolari

Balli popolari, irlandesi, greci, campani, pugliesi, russi, siciliani, ungheresi, ebraici. Ne conoscete qualcuno?

I balli popolari sono un fenomeno di nicchia che si sta espandendo in Italia e in Europa in modo sempre più diffuso fra i giovani. In tanti luoghi del nord – nordest italiano e via su e giù per tutto lo stivale gruppi di giovani si incontrano periodicamente per ballare, per imparare a ballare i balli delle nostre nonne, ma anche dei nonni e delle nonne d’oltralpe.

Il fenomeno è ancora poco osservato e forse anche poco conosciuto ai più. L’etnologia e l’etnomusicologia accademica guarda con diffidenza a questo fenomeno ritenendolo non popolare ma elitario. La spiegazione di questo giudizio, a mio parere erroneo, è che si tratta di un fenomeno che si sta espandendo molto tra le studentesse e gli studenti universitari. Ma dove è scritto che questo, che anche questo, non sia il popolo, il popolo contemporaneo? C’è una parte dei giovani, che nel tempo diventa sempre più consistente, che non balla nelle campagne o nei paesi di montagna, balla in città, negli spazi pubblici, nelle piazze e si incontra e socializza per questo. Lo fa senza tanto rumore e fuori dai consumi di massa: si svolge spesso nelle notti sussurrando la propria musica e si basa molto spesso sul volontariato di insegnanti e musicisti.

E’ un fenomeno che io seguo da un paio di anni, dal 2014 precisamente: la mia prima intervista a Christian Doni e Margherita Donà  già mi vedeva un curioso ed entusiasta sostenitore dei balli popolari. Poi, facendone parte personalmente, andando ai corsi, ho avuto il piacere di conoscere questa comunità che è strettamente legata anche a musicisti che compongono musica per balli popolari contemporanea.

La musica Neo Trad

Penso che la musica NeoTrad meriterebbe più attenzione, fosse anche solo per la passione che questi musicisti ci mettono nel suonare e divulgare i balli popolari. Senza nessuna presunzione credo di essere stato il primo in Italia ad aver organizzato una tavola rotonda sul Futuro della musica per balli popolare di cui vi propongo di seguito il video. E se ne conoscete altri, vi prego, aggiungeteli ai commenti.

In questa tavola rotonda parlano Alessandro Marchetti e Matteo Marcon, componenti del duo Folk Fiction, che potete ascoltare su soundcloud e  di cui mi sono già occupato per una recensione al loro ultimo album Avan Trad e Maurizio Vianello.

Nella mia introduzione ho spiegato che la musica neotrad rientra e rientrerà nella Storia musicale di questi anni. Così come nella Letteratura, ciò che distingue un autore da uno scrittore di diari personali è che il primo rientra in una tradizione, il secondo no. L’autore assorbe la letterautratradizionale, la fa propria, e poi la traduce e la trasporta ai contemporanei, con parole sue e contemporanee. Allo stesso modo i musicisti di musica neo tradizionale, ascolta musiche antiche, anche del ‘500, del ‘700, le assorbe, le suona e le riscrive, producendo, infine, musiche originali proprie contemporanee, per ballerini contemporanei.

Al contrario di quanto pensano gli accademici, dunque, io ritengo che questo sia un fenomeno popolare, nel senso che nasce dal basso, da giovani con pochi mezzi, lontano dai riflettori, ma con una passione vera per la naturale propensione dell’uomo che ha di muoversi. Ballare significa rendersi conto di avere un corpo e di poterlo muovere. Quante volte, ascoltando musica, ci siamo ritrovati a muovere un piedi, la testa, a picchiettare con le dita il tempo? Il nostro cervello all’ascolto della musica pulsa di energia e questa energia arriva ai nostri arti; e quando le due cose si uniscono esplode l’adrenalina.

In genere si balla nei patronati delle chiese, nelle palestre o negli auditorium dei municipi. Per ballare c’è bisogno di un grande salone e gli spazi pubblici a disposizione non sono tanti. Oltre agli incontri periodici, i gruppi che gestiscono i corsi di danza, organizzano anche le così dette Klandestine.

La più famosa delle klandestine è la Mazurka Klandestina, nata (a quanto dicono) a Milano e adesso diffusa in molte altre città d’Italia. In cosa la Mazurka è Klandestina? Nel fatto che si tratta di un assembramento di persone non autorizzato. Oltre a questo l’incontro è pubblico, pacifico e divertente. Attraverso i gruppi facebook (lascio a voi la ricerca) ci si da appuntamento un certo giorno, in una data piazza intorno alle 22.00 e da lì si comincia a ballare per tutta la notte. Si gira per le piazze della città fino all’alba, quando il sole annuncia l’ultimo ballo.

E’ un modo di conoscere una città in modo diverso, attraverso la danza; di apprezzare il valore e la bellezza della nostra Italia attraverso il contatto fisico degli abitanti e il movimento; di vedere i nostri monumenti e ascoltare la loro colonna sonora.

La regola che tutte le klandestine seguono è quella di non disturbare: le piazze italiane, in genere non sono abitate e sono deserte, e dove non è possibile trovare piazze inabitate, al minimo segnale di lamentela, si va via, seguendo il percorso verso una nuova piazza. Per le poche klandestine a cui ho partecipato, però, la musica popolare affascina, sia se suonata da musicisti dal vivo con strumenti acustici, sia che venga suonata da una cassa. Quando qualcuno si affaccia, più incuriosito che arrabbiato, resta meravigliato a guardare la bellezza di quel che accade.

Più in vista e magari più conosciuti sono, invece i festival, in giro per l’Italia e per l’Europa. I ragazzi (giovani e meno giovani) si fanno tanti kilometri tra viaggi, passaggi, autostop e avventure varie. Ho visto fare un po’ di tutto pur di non perdersi l’appuntamento. E chi non può andare resta con la tristezza di non poter ballare fino allo sfinimento. I luoghi preferiti sono luoghi poco conosciuti, sui monti, in piccoli paesi che per la loro testardaggine di nicchia, sono diventati i punti di riferimento per queste masse di ragazzi.

I festival dei balli popolari

venezia- balli popolari-balla-cerchiTra i più importanti festival in Europa, che si svolgerà tra pochi giorni, dal 9 al 12 giugno, c’è il festival “VENEZIA BALLA – Cerchi nell’acqua” un festival di balli folk attesissimo che si tiene nell’area del parco di San Giuliano Venezia Mestre.

I festival sono aperti a tutti e tutti possono partecipare, anche chi non ha mai ballato, sono balli popolari. Certo, se si è seguito uno dei corsi della stagione ci si diverte molto di più, ma durante i festival il programma prevede tante ore di corsi per principianti e non solo per ballerini più avanzati. Per chi è più sciolto poi ci sono i workshop dove insegnanti esperti, provenienti da altre nazioni introducono alcune tipologie di balli diverse da quelle conosciute.

Insomma si balla in continuazione per 3 giorni, instancabilmente, accompagnati da gruppi musicali folk provenienti sia dall’Italia che dall’estero.

Ma non c’è solo Venezia. Anzi. I festival, che i giovani non si perdono per nessuna ragione, sono tanti:

  1. Sicuramente sentirete parlare spesso del festival di Vialfrè in provincia di Ivrea. Sul sito trovate tutte le informazioni.
  2. Poi, forse, il più internazionale dei festival, quello di Gennetines a cui segue, quasi d’obbligo il festival di Saint-Gervais
  3. Dicono, poi, molto bello il festival di Boombal, un luogo dove non si finisce mai di ballare. Guardate pure voi il programma.
  4. Altro festival molto suggestivo è FestInVal a Tramonti di Sotto, tra i cortili e le piazze della città montana con gran finale tra monti e stelle.
  5. Su altre montagne, sempre a metà strada tra la terra e il cielo si può andare al festival Etetrad, ma non ancora confermato per l’edizione 2016. Il sito indica ancora il programma dell’edizione 2015. Insomma da tenere d’occhio, se siete interessati a visitare la zona di Gressan in provincia di Aosta.

Questi solo alcuni dei tanti e numerosi festival che si organizzano in giro per l’Italia e per l’Europa. Informatevi, cercate questi gruppi anche nella vostra città e se ne trovate uno, andate a provare, vi divertirete sicuramente. E anche se non sarete costanti, sarete sempre i benvenuti.

Conoscersi ballando è un’esperienza indimenticabile.

E la vostra esperienza? Avete altri festival da consigliare?

 

P.s.

Per questo articolo ringrazio Christian Doni, Margherita Donà che me ne hanno parlato con entusiasmo coinvolgente; Paolo, Paolo, Ragù , Andrea, Giulietta, Agnese, Agnese e Elisa, Elisa, Silvia, Silvia, Silvia e Margherita, Sofia, Giulia e Alessia e Martina che danza anche quando cammina e tutte le ragazze del gruppo Corso Giovani Danze Popolari Venezia che hanno avuto la pazienza di insegnarmi a ballare con me e di vivere questa bellissima esperienza che è la danza e i balli popolari. Grazie a Diego Vallongo, tra gli instancabili organizzatori di Venezia Balla che mi ha insegnato la Mazurka e mi ha fatto amare questa danza. E grazie ancora a Christian Doni e Alessandro Marchetti che mi hanno introdotto in questo meraviglioso mondo fatto di musicisti, passione, di giovani dall’animo puro. Entrambi,  gentilmente, mi hanno indicato i festival più conosciuti e riconosciuti, che io vi ho riproposto.

Grazie! Grazie davvero!

 

Il Design è una conversazione

Design, progettazione, conversazione, linguistica, gamefication sono gli argomenti di cui si parla nell’articolo di Inside Intercome che ripropongo in sintesi e per punti.

È da quando mi occupo di architettura dell’informazione che trovo sempre un parallelo tra l’architettura e la musica e ammetto che per molti post iniziali del blog volevo rendere esplicito questo. Ma quanto può interessare il parallelo a chi progetta già siti web o ecosistemi digitali? Quanto interessa a chi si sta avvicinando alla disciplina?

In effetti è un dato di fatto e non c’è nulla da spiegare. Chi pratica l’user experience e l’architettura dell’informazione è attento al sonoro e all’ascolto per natura. Senza predisposizione all’ascolto non può esserci user experience e dunque neanche user experience design.

Ascolto e conversazione

Il IX summit italiano di Architettura dell’Informazione di Architecta, che si è tenuto nel 2015 a Bologna, ha avuto come tema principale l’ascolto. “Dall’ascolto alla progettazione. Il percorso del senso: persone, contesti, significati”. Senza ascolto non può esserci progettazione.

Anzi, come ha affermato Raffaella Roviglioni, Design researcher e UX practicioner, durante il suo intervento al WUDRome2015

“Non c’è buona progettazione senza un buon ascolto”.

Il Design è una conversazione

Il buon design è una buona conversazione e in una conversazione c’è chi parla e c’è chi ascolta; c’è un dialogo tra user experience designer e persone. L’ascolto e la conversazione stanno diventando sempre più rilevanti per la progettazione di prodotti digitali in senso letterale.

Conversazione come progettazione, come mezzo attivo, costruttivo e finalizzato alla realizzazione di concretezza. Il lavoro del designer di nuova generazione, il progettista che mette in primo piano la ricerca e l’organizzazione delle informazioni con al centro la persona, si basa sulla conversazione, sullo scambio di idee. Non sorprende, dunque , che i progettisti usino in maniera massiccia i servizi di messaggistica. Al centro dei loro progetti c’è il dialogo.

Perché accade? La natura umana

Nel dialogo condividiamo conoscenze, ci organizziamo, e condividiamo emozioni. Il nostro sistema operativo, in una conversazione, è la lingua e lo è da centinaia di migliaia di anni.

Yvonne Bindi, architetto dell’informazione che si occupa di usabilità delle parole, nel suo intervento al @WIADPescara ha affermato che

La lingua, non è uno strumento, è la più potente architettura dell’informazione che usiamo vivendo

Scambiarci messaggi con whatsapp o slack o telegram è nella nostra natura. Parlare con un computer non è naturale ma è sempre stato il sogno di molti. Forse il momento è arrivato, lo stiamo facendo, forse in modo diverso da come ce lo aspettavamo; o molto diverso da come il cinema ce lo ha sempre fatto immaginare, ma la conversazione è diventata un’interfaccia utente.

Ancora Yvonne Bindi, scende più nello specifico,

le parole sono interfacce che ci permettono di fare cose e compiere azioni.


Interagiamo con i computer e questi sono diventati sempre più sofisticati e comunicano in modo sempre più umano.

La storia del personal computing è meglio descritta come la rimozione continua dei livelli di astrazione tra le macchine e le persone; siamo passati dalle schede perforate alle righe di comando, dal mouse al multitouch. In ogni modifica, l’interfaccia si è evoluta dalla primordiale e arcana lingua nativa della macchina a un linguaggio sempre più accessibile ed umano. Il prossimo passo è, sarà l’adattamento delle macchine al nostro linguaggio naturale.

Le interfacce di conversazione hanno creato una nuova serie di opportunità e sfide per i progettisti.

La diffusione dell’intelligenza artificiale e la semplicità di scrittura dei bot ne permettono un’ampia diffusione nel nostro quotidiano e questo significa che presto le esperienze dell’utente saranno diverse,

forse anche più ricche. Per alcuni questo mutamento sta accadendo troppo velocemente, altri affermano che siamo ancora lontani. L’unica certezza è che siamo in cammino.

Cambia tutto

Chi ha vissuto i mutamenti del web dal 2000 ad oggi avrebbe potuto prevede tutto quello che stiamo vivendo oggi? È l’inizio di un nuovo modo significativo di interagire con i computer. Questo ci lascia con tutta una serie di domande aperte. E i dubbi sono più che legittimi. Che ruolo ha e avrà il design (e di conseguenza anche il designer) in questa nuova partita? Che cosa significa progettazione di esperienze attraverso bot o chatbot? La prossima frontiera dell’UX è davvero l’esperienza di conversazione degli utenti?

Progettare una conversazione

A molti piace pensare al design come ad un dialogo continuo con il passato. Il design è disegnare connessioni tra i soggetti più disparati. I migliori designer sono capaci di  filtrare e sintetizzare ciò che hanno imparato in passato per ottenere una comprensione per il futuro.

Cosa possiamo imparare dal passato che potrebbe aiutarci a pensare a progettare interfacce utente conversazionali?

I linguisti hanno pensato molto alle conversazioni. Pensate alle rappresentazioni linguistiche attraverso un albero sintattico. Si tratta di un diagramma per mappare frasi e riconoscere  i componenti strutturali della frase, verbo, soggetto, oggetto, e così via. Ed è un sistema che è stato utilizzato anche nelle scuole statunitensi per insegnare a leggere e scrivere ai bambini. Potrebbe essere un modo per insegnare ai computer a conversare?

A me questa immagine ha fatto pensare, in parte, ad un grafo. E chi studia architettura dell’informazione in Italia conosce il mantra di Federico Badaloni:

La rete è un grafo.

Ogni frase ha una sua architettura (come diceva Yvonne Bindi), ha un suo significato e ha una struttura definita. E se considerassimo una conversazione la costruzione di più frasi, l’insieme di più architetture?

Giochiamo?

Qualcuno ricorda i librogiochi? I racconti a bivio? Possiamo pensare ad una conversazione come se fosse una conversazione a bivio? Questi libri che si stavano evolvendo negli anni novanta furono eliminati dai videogiochi e dai videogame avventura. Sono stati abbandonati, perché non riprenderli e usarli a nostro vantaggio?

La conversazione è solo all’inizio

Questa è la soluzione o la chiave di volta di tutto? No. Ma è certamente un punto di partenza. Quello che si vuole sottolineare è che non si deve partire da zero. Come progettisti, designer, possiamo partire da quello che è già stato fatto. Un architetto dell’informazione così come è figura trasversale nei progetti è anello di congiunzione tra passato e futuro, deve avere una visione e guardare al futuro.

I commenti di contro

Tutto bello ma… O tutto o niente! Quello che ho potuto notare personalmente e raccogliere attraverso l’esperienza di altri è la ritrosia di molti davanti all’user experience e in particolar modo rispetto all’user experience sonora degli assistenti vocali. Si vorrebbe un sistema perfetto fin da subito.

Se cerchiamo su un motore di ricerca qualcosa e il risultato è lontano da quello che cerchiamo, ci adattiamo e iniziamo a modificare la nostra ricerca; procediamo per approssimazione fin quando non troviamo quel che cerchiamo. Questo è vissuto come una normalità e nessuno da la colpa al motore di ricerca se non trova quello che noi cerchiamo. O non esiste o ci assumiamo la colpa della mancata ricercabilità. Con l’assistenza vocale questa prospettiva si capovolge. I tempi prolungati e le mancate risposte di un assistente vocale o la sua approssimazione non sono ancora accettate dall’utente.

E dunque sintetizzando alcuni di questi commenti contrari abbiamo:

  • Risolvere i problemi che ancora le persone sperimentano con gli assistenti vocali richiede grandi quantità di conoscenze, informazioni e di competenze da parte dei progettisti come degli sviluppatori.
  • Se tutto fosse risolvibile con una conversazione non avremmo bisogno della grafica, del visuale, di bandiere, marchi, loghi e immagini.
  • Non è possibile far tutto con l’assistenza vocale. Siamo troppo indietro. Il mondo è troppo rumoroso.

Conclusioni

Il nuovo interesse verso l’intelligenza artificiale e le interfacce sonore sono un dato di fatto. L’assistenza vocale è una realtà. La strada è avviata e non siamo all’anno zero. Se si trattasse solo di una moda, lo sapremo presto. Non si tratta di fare tutto, ma di fare meglio. Per rispondere ad alcuni bisogni si potrà fare meglio con un chatbot. Alcuni comandi vocali, in determinati contesti, potrebbero migliorare la vita di tante persone. Perché no? Si perderà tempo, usabilità e produttività? Ancora, ripeto, si tratta di aggiungere non di eliminare.

Come designer di nuova generazione e appassionati di user experience design, sono certo che sapremo tenere al centro l’essere umano. Tante volte (avendo tenuto in conto anche la parte acustica e dunque deciso consapevolmente di escludere questo senso) sarà necessaria una soluzione visuale e altre volte sarà necessaria una soluzione acustica. La soluzione vocale/acustica semplicemente amplia e amplierà le possibilità di risoluzione di alcuni bisogni.

E sicuramente non toglierà niente a nessuno.

La musica nel nonluogo

La musica nel nonluogo modifica il nonluogo e lo migliora. Con il post precedente in cui parlo dei flash mob parrebbe che io fossi contrario alla musica nel nonluogo. Così non è. Anzi! Oggi vi voglio parlare, infatti, di un altro progetto che reputo molto interessante che al momento è itinerante e che, invece, mi augurerei diventasse strutturale. Ossia introdurre un pianoforte in stazioni o luoghi di passaggio.

Il Nonluogo: una precisazione

Prima però devo fare una precisazione sul Nonluogo, sia per chi conosce già questo concetto, sia per chi ha letto di questo concetto su questo blog.

La superficialità di quanto scritto nei precedenti post è da imputare al fatto che non mi occupo del nonluogo da antropologo ma da architetto dell’informazione del suono, di come il suono è organizzato nello spazio, di come arrivano le informazioni acustiche agli utenti, di come il suono influisce sull’utente presente nello spazio, quale esperienza vive l’utente, e di conseguenza con quanta sciatteria vengono inseriti suoni, informazioni e musica nello spazio. Ancora più precisamente, a me interessa l’uomo e la sua esperienza sonora in un determinato spazio e/o contesto.

Evoluzione del nonluogo

Il concetto di nonluogo, come spazio dove non si hanno relazioni, è un concetto vecchio, che venne teorizzato da Mar Augè nel 1992 (23 anni orsono). Arriva, in Italia, qualche anno dopo (nel 1996) e si afferma in quegli anni. Già nel 2010, 5 anni fa, lo stesso Marc Augè modifica la sua idea e lo stesso antropologo ammette che molti dei nonluoghi e/o spazi che lui considerava tali, in effetti non lo erano più. Ecco cosa scrive Marc Augè:

Alcuni anni fa, ho utilizzato il termine «nonluoghi» per designare quegli spazi della circolazione, del consumo e della comunicazione che si stanno diffondendo e moltiplicando su tutta la superficie del pianeta. Ai miei occhi, questi nonluoghi erano spazi della provvisorietà e del passaggio, spazi attraverso cui non si potevano decifrare né relazioni sociali, né storie condivise, né segni di appartenenza collettiva. In altre parole, erano tutto il contrario dei tradizionali villaggi africani che avevo studiato in precedenza e nei quali le regole di residenza, la divisione in metà o in quartieri, gli altari religiosi delimitavano lo spazio e permettevano di cogliere nelle loro linee essenziali le relazioni tra gli abitanti. Questa definizione di nonluoghi ha però due limiti. Da una parte, è evidente che una qualche forma di legame sociale può emergere ovunque: i giovani che si incontrano regolarmente in un ipermercato, per esempio, possono fare di esso un punto di incontro e inventarsi così un luogo. Non esistono luoghi o nonluoghi in senso assoluto. Il luogo degli uni può essere il nonluogo degli altri e viceversa. Gli spazi virtuali di comunicazione, poi, permettendo agli individui di scambiarsi messaggi, di mettersi in contatto tra loro, non possono facilmente essere definiti nonluoghi. Si tratta, in questo caso, di interrogarsi sulla natura della relazione che si stabilisce tramite determinate tecnologie della comunicazione per chiedersi anche come sia possibile che in questo mondo definito «relazionale» gli individui si sentano così soli.

Insomma i nonluoghi erano e sono degli spazi non più definiti e definibili in modo costante nel tempo ma che si modificano a seconda dell’uso che gli utenti ne fanno.

Nelle analisi precedenti e nei post sul film “The Terminal”, io mi sono rifatto all’idea originaria di Non luogo (1990), pensando che fosse più chiaro il concetto in riferimento al film. Quello che però vorrei aggiungere io, a quanto già affermato da Marc Augè nei suoi testi, è che il Nonluogo, non solo si è frammentato, a seconda della funzione e dell’uso che ne hanno fatto gli utenti, ma che oggi si sta nuovamente modificando in relazione alle informazioni (per quanto mi riguarda) audio e sonore (e non solo) che vengono date a utenti/clienti e utenti/lavoratori. L’introduzione della telefonia mobile cambia il luogo e modifica anche il nonluogo. Anzi, il nonluogo diventa lo spazio dove si ascolta più musica, più radio, dove si hanno più contatti con il mondo invisibile, più contatti con gli amici social, dove si provano più emozioni. La musica, che non si vede ma che possiamo visualizzare in un paio di cuffie indossate da una ragazza o da un giovane, diventa simbolo di separazione con lo spazio ma, nello stesso tempo, rimanda ad altri universi. Si tratta di immersioni in universi digitali che si allargano “all’infinito singolare digitale” dello smartphone e dell’utente stesso. Quella musica, o quelle informazioni audio, gli arrivano da una radio FM; da un podcast trovato su una radio web di una università americana; si tratta di una compilation consigliata da un amico che gli ha passato il file, che ha ascoltato su youtube, che ha condiviso sui social e così via…

Geografie dell’ascolto

A questo punto ritorno a quanto già detto nel post sulle geografie dell’ascolto. Lo spazio sonoro e il tempo sonoro non sono più intorno a noi ma sono in noi. Il luogo e/o il non luogo non sono più definiti solo dalla fisicità o solo dalle architetture edili, e neppure solo dall’uso che ne fanno gli utenti, ma sono definiti e si definiscono in base a dove ciascun singolo utente dirige il proprio arco di relazione: la sua attenzione visiva, acustica-uditiva, tattile relazionale, gustativa emozionale. In altre parole, l’utente crea il suo luogo tra sé e il suo smartphone; crea luogo mentre parla con l’amico giapponese e nello stesso tempo crea nonluogo nel suo appartamento non parlando per settimane con i suoi genitori; crea luogo nella chat di un gruppo chiuso di un social con cui condivide passioni, pensieri ed emozioni mentre crea nonluogo in palestra durante la lezione di ginnastica.

E questa alternanza è continua e ripetuta a ritmo sostenuto durante l’arco della giornata (in media un utente guarda 150 volte al giorno il proprio smartphone. In media).

La musica nel non luogo

Premesso tutto questo, a mio parere, sono interessanti gli esperimenti sociali che si svolgono all’interno di quegli spazi che, a questo punto, possiamo “genericamente” chiamare nonluoghi. Che poi, per loro natura, vecchia e nuova, sono i più adatti alla sperimentazione, al cambiamento, all’utilizzo originale degli utenti. E in questa sperimentazione la musica è un arco perfetto di relazione per chi cerca di unire la singolarità (sempre più diffusa e sempre più spinta verso l’infinito singolare digitale) e lo spazio condiviso con altri umani/utenti.

Uno di questi esperimenti sonori è il progetto “A Piano for everyone” proposto dall’organizzazione UNITED STREET PIANOS
Qui puoi vedere alcuni video

Il progetto è stato portato, in Italia da Sofia Taliani, cantante e pianista. La Taliani si è inspirata alla sua personale esperienza presso la stazione londinese di St Pancras dove ha suonato i pianoforti da strada per due mesi. In quel periodo ha potuto vedere e ascoltare un gran numero di persone che suonavano, che si ascoltavano e comunicavano tra loro quasi 24 ore al giorno rendendo la stazione un posto più vivo e umano. Di ritorno in Italia, ha voluto creare la sua versione per la città di Venezia.

United Street Pianos, in pratica, regala pianoforti da strada (street pianos) alle stazioni ferroviarie, per cominciare. Venezia S. Lucia ha accettato il primo pianoforte denominato Lucy, in omaggio a Santa Lucia.
In seguito altre stazioni si sono ispirate proprio a Lucy mettendo a disposizione pianoforti pubblici a Milano, Torino, Firenze, Roma, Napoli. E forse legati sempre a questo progetto, mi è capitato di vedere e ascoltare un pianoforte nel terminal di Fiumicino.

“Lo scopo di United Street Pianos è quello di unire le persone. Offrire uno strumento ed un posto dove tutti sono uguali, offrire la possibilità di ricordare al mondo che siamo umani.”

Traducendo nel linguaggio di questo blog: Lo scopo di USP è quello di creare archi di relazione. Offrire uno strumento e un luogo sonoro dove tutti possono creare Contesti, Relazioni e Sonorità. Vi suona familiare?

Il pianoforte è funzionale all’attesa dell’utente/viaggiatore, sia esso un musicista che “produce” la musica, sia esso un semplice ascoltatore. E’ strutturale in quanto il pianoforte è un oggetto fisso che si armonizza nel contesto: l’esperienza musicale di chi ascolta non è flash o occasionale, ma è costantemente ripetuta. La musica, quasi continua, rende l’attesa piacevole a tutti. La musica scelta dal pianista non è mai banale, rimanda sempre a qualcosa di conosciuto da tutti, o al meglio del proprio repertorio. In fondo si tratta sempre di un micro concerto in cui ci si mette la faccia oltre alla propria abilità. In questi luoghi il volume del pianoforte non amplificato diventa un piacevole sottofondo. Intorno si crea un pubblico, si creano micro relazioni tra i passanti che commentano, altre relazioni si arricchiscono con la condivisione e pubblicazione di foto, video e cambiamenti di status. Il pubblico partecipa attivamente, (a volte) applaude e ringrazia (sempre), si da sfogo alla creatività del musicista che improvvisa o al pubblico che volente o nolente interagisce.

Un bel progetto che necessiterebbe di un maggiore ascolto dove l’utente è messo al centro.

I “flash mob” nel “non luogo”

Ritorno su un argomento che avevo accennato in uno dei miei post sulla sonorità a Malpensa del martedì, il post di alleggerimento della settimana, che mi era stato suggerito dalla amica e lettrice, Irene Cafarelli: ossia la musica nel non luogo, tra terminal e sonorità.

Grazie sempre ad Irene e ai suoi followers di Twitter ho avuto modo di rivedere altri flash mob organizzati in giro per il mondo di questo genere.

Una premessa

Questi eventi colpiscono molto il mio interesse perché si svolgono nello spazio di cui sto parlando a lungo in questo blog, ossia, il Non luogo.
Ho deciso di concentrare il mio studio su questo spazio così definito perché penso che in questo spazio si stiano svolgendo e verificando i cambiamenti più radicali della nostra epoca ed è in questi spazi che si giocano il futuro dell’informazione e molto probabilmente dell’architettura dell’informazione.

Certo, “il mondo sta cambiando” nel suo complesso. Federico Badaloni ci ricorda sempre che: “La rivoluzione che stiamo vivendo è culturale e non tecnologica”.

Piero Dominici affronta il presente / futuro sottolineando “la complessità di questo mondo che cambia e la necessità di una cultura digitale a disposizione di tutti”. Le città si trasformano in hub di informazioni e modificano la propria funzione.

Ma è nello spazio dell’attesa e della solitudine che il mondo è cambiato e la nostra psicologia si sta evolvendo.

Flash mob nel non luogo

Ma torniamo al titolo del post. I flash mob che abbiamo visto sono stati eventi organizzati dal teatro. È il teatro che per divulgare la propria cultura e i propri contenuti esce dalle proprie mura e dai luoghi deputati per presentarsi al grande pubblico, incuriosire chi magari può essere interessato e certamente dare una immagine moderna e contemporanea della lirica. 

Tutto ovviamente lodevole e nobile nelle intenzioni e certamente accattivante dal punto di vista del Teatro.

Da architetto dell’informazione, con l’orecchio rivolto all’user experience, invece, ho il dovere di chiedermi: qual è stata l’esperienza dell’utente? È stata una esperienza positiva, negativa o neutra? Come appare tutto questo ai viaggiatori della metrò?

Sebbene ci si trovi all’interno di un metrò, di un treno o di un terminal, quando inizia la musica è come se ci si trovasse a teatro. L’esperienza è positiva? Certamente è simpatica e accattivante, nella maggior parte dei casi sarà stata positiva, avrà incuriosito certamente.

Ma è stata funzionale? Forse no. Certamente non è stata strutturale e quindi, in ogni caso, occasionale.
Infatti, il primo approccio di una comune passeggera, che non era lì per ascoltare musica ma per essere trasportata da un punto all’altro della città, è stato quello di dare qualche spicciolo al ragazzo che canta. Forse a quanto si vede appassionata della lirica e riconoscendo la qualità della voce si è mossa ad un atto che non è stato di carità ma di vero apprezzamento. Soltanto un’intervista diretta alla signora potrebbe verificare cosa ha provato, qui devo per forza basarmi sulle mie personali impressioni (sarebbe interessante se qualcuno la conoscesse e intervistarla).

La stessa domanda, sulla funzionalità dell’operazione, me la sono posta per il flash mob al terminal di Malpensa. Quell’evento è stato funzionale ai passeggieri di Malpensa? Forse no.

Dai back stage si vede che ci sono tante persone, un palco, tante telecamere per riprendere l’evento unico nel suo genere e forse irripetibile, appunto, flash.

Come dicevo, flash mob di questo genere non sono strutturali. Questi sono interventi che certamente possono migliorare un determinato momento, ma anche un numero limitato di utenti. Ossia le persone che si trovavano in quel momento, nei pressi di quello spazio. E tutti gli altri?

L’evento, seppure interessante, è stato funzionale a chi stava transitando per un viaggio? Utile a chi era in ritardo? A chi aspettava l’annuncio del proprio volo? E’ stato un elemento fondamentale per condurre un viaggio migliore? Più confortevole? Più rilassato? Ha riscosso l’interesse, se non di tutti, almeno della maggioranza dei viaggiatori?
Come scrivevo nel precendete post e in quelli relativi all’analisi del film “The Terminal”, si dovrebbe pensare ad una esperienza sonora strutturale che superi gli incomprensibili annunci simil robotico delle hostess.

Conclusione

Il problema sta tutto nella prospettiva. Chi pensa e accoglie queste iniziative è rivolto interamente al prodotto: nel migliore dei casi pensa alla Musica, alla Lirica, al Teatro, o nel peggiore dei casi, al singolo spettacolo. Ciò che sostiene l’architettura dell’informazione, invece, è proprio un cambio di prospettiva: dal prodotto all’utente e dall’utente alla sua esperienza e chiaramente all’analisi del contesto in cui l’utente userà il prodotto.

Fin quando non si vorrà fare questo cambio di prospettiva e non ci si vorrà affidare agli esperti del settore, gli aeroporti (ma anche altri spazi, altri luoghi, altri siti fisici e virtuali) resteranno fermi al citofono, agli annunci simil robotico delle hostess di cui nessuno capisce parole e senso.

Sarebbe l’inizio di un percorso di chiarezza che renderebbe più facile accettare e vivere la rivoluzione culturale che stiamo vivendo.

Pensateci!

Se vuoi approfondire l’argomento del nuovo su fotografia e cinema ti propongo di leggere questo interessante articolo di Rosy Occhipinti

“The terminal” un film da rivedere

Questa settimana e per un paio di settimane vi parlerò del film “The Terminal” per parlare di contesti sonori e luoghi. Oggi trovate il trailer ma, se potete, vi consiglio di rivederlo. E’ un buon film e può essere d’ispirazione. Non vi siete mai trovati come a vivere sospesi? In attesa di qualcosa? Il sottotitolo è appunto “Life is waiting”. Scommetto che aspetta tutti!

Da Wikipedia

New York, Stati Uniti. Viktor Navorski è un cittadino di una (immaginaria) nazione dell’Europa dell’est, la Krakozhia. Quando atterra a New York, scopre che nella sua nazione è avvenuto un feroce colpo di Stato, proprio mentre si trovava in aereo, diretto verso l’ambita America. Costretto a sostare nell’Aeroporto Internazionale John F. Kennedy, con un passaporto ormai privo di validità, Viktor si vede negato il visto d’entrata per gli Stati Uniti e impedita, da parte del capo della sicurezza Frank Dixon, la possibilità di far ritorno a casa, dovendo quindi restare all’interno del terminal dedicato ai voli internazionali, senza possibilità di varcare la frontiera. Con il passare dei mesi, Viktor scoprirà a poco a poco il mondo del terminal, pieno di personaggi originali ed inaspettate manifestazioni di generosità, divertimento e, perfino, romanticismo. Si sviluppa, quindi, la storia di una persona che si adatta a vivere in un nonluogo, che per la maggior parte delle persone è solo un punto di passaggio, imparando l’inglese, facendosi accettare e stringendo delle relazioni con le persone che lavorano nell’aeroporto, fino a trovare anche l’amore per una dolce hostess, Amelia Warren.

In questo film si mettono in evidenza tutte le caratteristiche del non-luogo e si mettono in contrapposizione le forme di comunicazione verbale e non verbale. La comunicazione non verbale prevale sulla comunicazione verbale. Se le nostre parole non sono coerenti con le nostre azioni le azioni prevarranno su quello che noi diciamo.

The Terminal è sicuramente un film da rivedere e da riascoltare.

Di seguito i link che ho dedicato a questo film e a questo argomento

The Terminal: il non luogo e le architetture dell’informazione 1/3

The Terminal: il non luogo e le architetture dell’informazione 2/3

The Terminal: il non luogo e le architetture dell’informazione 3/3

Geografie emozionali e Geografie dell’ascolto

Geografie emozionali e geografie dell’ascolto sono in relazione e sono in grado di far comprendere meglio il mondo in cui viviamo. Un po’ di tempo fa, Luca Rosati, di cui seguo il blog, ha pubblicato un breve post dal titolo “Geografie emozionali” che mi ha ispirato diverse riflessioni.

Ad attirare la mia attenzione è stato il legame che spesso ho trovato e riscoperto tra architetture e geografie.

Geografie emozionali

Studiando l’architettura dell’informazione sono ritornato spesso ai concetti di Geografia studiati all’università. Se non altro per tutta la parte della rappresentazione dei sistemi umani. Infatti, durante le mie ricerche, con somma sorpresa e gioia, ho scoperto che il prof. Vincenzo Guarrasi, geografo dell’Università degli Studi di Palermo, di cui sono stato allievo (esame superato con 26/30) ha avviato una collana sulla città cosmopolita che ha come sottotitolo “Geografie dell’ascolto”.

Progettare esperienze

Rosati introduce l’argomento sulle geografie emozionali dicendo

“Progettare esperienze correlando spazio e tempo. l’economia e il design contemporanei si configurano sempre più come una rivisitazione di queste dimensioni – uno spazio-tempo dove la rete funge da abilitatore e connettore.”

Scrive Rosati: “Una mappa emozionale della città: ogni luogo un’emozione, un ricordo, un colore. Ho spesso immaginato uno scenario di questo genere. Qualcosa di molto simile ritrovo ora in alcuni progetti.

Mapping emotions in Victorian London è una mappa interattiva di Londra costruita legando ai luoghi della città brani letterari famosi (dell’età Vittoriana), con l’obiettivo di restituire una lettura emozionale della città stessa. Ho scoperto quest’iniziativa grazie all’articolo di Anna Volpicelli, La mappa emotiva (interattiva) di Londra.”

Rimando alla lettura completa sul sito web di Luca Rosati .

Isole

Rosati conclude il suo post con un finale cinematografico. La scena del capitolo Isole del film “Caro Diario” di Nanni Moretti. In questa scena i due protagonisti lasciano l’isola di Stromboli salutati dal Sindaco, un uomo visionario e pieno di progetti.

Geografie emozionali e Geografie dell’ascolto

Penso che, inconsapevolmente, nel ricordare emozioni, Rosati torni alla sua memoria acustica per ricostruire paesaggi. per ricreare legami tra spazio e tempo. Lo fa certamente il Sindaco “morettiano” che, nella speranza di una rinascita dell’isola di Stromboli, rispetto ad altre isole più attrattive, pensa di chiedere ad Ennio Morricone di scrivere una colonna sonora per l’isola.

Il Sindaco pensa alla luce, ad un direttore della fotografia da Oscar, come Vittorio Storaro che curi l’illuminazione di Stromboli e dei suoi tramonti.

Il Sindaco parla di luce e di suoni, di musica. Un tutt’uno per ricostruire qualcosa di diverso, di nuovo. Aggiungo io: per ricostruire un contesto diverso dove l’ascolto sia una delle tante esperienze.

Progettare esperienze

Parafrasando Rosati “Progettare esperienze correlando spazio e suoni: l’economia e il design contemporanei si configurano sempre più come una rivisitazione di queste dimensioni – uno spazio-tempo (sonoro) dove la rete, attraverso il suono, la musica o il contesto sonoro, funge da abilitatore e connettore.”

Il Sindaco continua. “Ricostruire da zero Stromboli. Ricostruire da zero l’Italia. Un nuovo modo di vivere, con una nuova luce, con nuovi abiti, nuovi suoni, un nuovo modo di parlare, nuovi colori, nuovi sapori, tutto nuovo! Scion Scion!”

Geografie emozionali e Geografie dell’ascolto 2/3

Il post sulle geografie emozionali di Luca Rosati mi ha ispirato più di una riflessione ed ha aperto interessanti percorsi di ricerca utili a questo blog.

Luca Rosati, nel suo post, indica tra i progetti che hanno

“l’obiettivo di restituire una lettura emozionale della città stessa”

il progetto Roma vista dai ciechi. Scrivere storie nelle geografie, per una mappa esperienziale della città.

La Geografia umana all’università

Leggendo Rosati mi è venuta in mente una lezione del prof. Guarrasi. Durante una sua lezione, ci diede il compito di disegnare una mappa. Ossia la mappa del percorso che ciascuno di noi percorreva, periodicamente, per arrivare alla Facoltà di Lettere. Ci chiese e ci consigliò di utilizzare tutti i nostri sensi. Cioè non solo quello visivo/decorativo, che era il più ovvio, ma anche il senso olfattivo, se volevamo, e/o uditivo. Per spiegare meglio quello che intendeva, ci raccontò di una telefonata con un suo amico non vedente. L’amico, nel dargli indicazioni riguardo il luogo di un appuntamento, gli specificò che da poco, in quella zona, era stato rifatto il manto stradale. L’asfalto steso nei giorni precedenti, infatti, produceva un diverso suono rispetto all’asfalto più usato. Questo produceva e produce, in un non vedente, sensazioni diverse e dunque rappresentazioni diverse rispetto alla sola visione di un percorso.

Il legame tra l’Architettura dell’informazione e la Geografia.

Le vostre rappresentazioni a quale senso si legano? Se doveste disegnare il percorso che fate da casa vostra al lavoro, cosa disegnereste? Provate a disegnare la vostra mappa. Vi garantisco che vi stupirete di voi stessi per la scarsezza o l’eccessivo dettaglio della mappa.

Chi volesse una mano a capire come si crea una mappa rimando al post “Breve guida alle user experience map: cosa sono, a cosa servono, come farle” di Maria Cristina Lavazza, architetto dell’informazione e user experience design innamorata della progettazione partecipata e dei metodi collaborativi.

Rappresentazioni sonore

La seconda riflessione è che, più di quanto si crede, si fa ricorso alla sfera uditiva/sonora per descrivere e ricostruire gli spazi. Infatti, come indicato sul sito urbanexperience, per ricostruire la città ci si avvale di due strumenti: il radio-walkshow e il geoblog.

“I radio-walkshow, così intesi perché rappresentano una risposta sociale e culturale all’inerzia dei talk show televisivi, sono di fatto delle opportunità di partecipazione per cittadini radicati in territori da sempre conosciuti e che, con le nostre passeggiate-conversazioni nomadi, possono riscoprire con un altro sguardo. La trasmissione radio (con il sistema whisper usato tutti i giorni dai turisti che affollano la nostra città) può creare delle situazioni sorprendenti di coinvolgimento, invitando a parlare persone che non si sognerebbero mai di parlare in pubblico. Si usa una tecnologia ordinaria in modo straordinario, creando situazioni di performance radiofonica (con l’ausilio di smartphone attraverso cui mettere in ascolto repertori audio pertinenti, con particolari spunti poetici e narrativi) alimentata dagli interventi di esperti del territorio e performer.”

Il geoblog

“Il geoblog permette di visualizzare i percorsi che si svolgono in città, tracciando una mappa esperienziale, e al contempo, accogliere commenti e sharing sui social media e sulla piattaforma web www.urbanexperience.it

GEOGRAFIE EMOZIONALI E GEOGRAFIE DELL’ASCOLTO 3/3

Concludo con quest’ultima parte l’ispirazione donatami da Luca Rosati, che voglio ringraziare, sul tema delle Geografie emozionali . Le geografie emozionali, infatti, si legano alle geografie dell’ascolto e dunque al contesto sonoro.

La città cosmopolita

Traggo le seguenti riflessioni dal libro La città Cosmopolita, Geografie dell’ascolto di Vincenzo Guarrasi edito dalla PalumboEditore di Palermo di cui consiglio la lettura integrale.

Prima di prendere in mano il libro bisogna spazzare via alcuni pregiudizi riguardanti la Geografia. Per Geografia intendiamo la disciplina che rappresenta la Terra, il Mondo inteso come Sistema. Geografia è disciplina che si occupa della rappresentazione dell’Uomo, dei luoghi da esso abitati, della Storia, e persino delle Economie.

PREMESSA

– L’autore, il prof. Vincenzo Guarrasi, prende le mosse proprio dalla crisi economica che stiamo attraversando. Crisi che scuote la Cultura e le Società contemporanee. Si parte da qui per parlare della Città cosmopolita e delle Geografie dell’ascolto.

– All’intensificarsi di scambi di dati, di informazioni e di beni immateriali corrisponde l’intensificarsi di movimenti umani. Fenomeno che viene abbozzato, cancellato, dimenticato o accentuato a seconda delle convenienze del momento.

– Il prof. Guarrasi pone l’attenzione su due enti fondamentali della Geografia: l’Uomo che abita un luogo e lo spazio abitato dall’Uomo. All’estremità di questi due elementi studiati dalla Geografia troviamo i sé senza luoghi e i luoghi senza sé.

EFFETTI DELLE MIGRAZIONI SULLO SPAZIO

Il fenomeno delle migrazioni di popoli è un fenomeno antico quanto la preistoria. Fenomeno di cui, oggi, siamo testimoni, non sempre, consapevoli.

Uomini che per ragioni varie, spesso legate alle condizioni di vita estrema dei luoghi di origine, si spostano in altri luoghi. Questi esseri umani hanno, o meglio, avevano un luogo dove sono nati e cresciuti. In questi luoghi hanno vissuto un periodo della loro vita intessendo rapporti di varia natura: il luogo abitato dall’Uomo. Questo luogo viene perso (nel caso di una guerra distrutto) o abbandonato per un luogo “altro”, che non è loro (nel senso di riconoscimento identitario), né per spazio né per cultura. La condizione di “essere migrante” trasforma questo essere umano in un sé senza luogo.

Luoghi senza se

All’altro estremo, esistono luoghi senza sé, come i deserti, certamente, o come certi spazi delle nostre città. Non sono luoghi senza anima o senza un’atmosfera, sono luoghi che spesso attraversiamo o sfioriamo, che conosciamo bene, in cui ci fermiamo anche, ma che non viviamo se non di passaggio. Anzi, spesso, sono nati proprio per favorire questo passaggio. Caratteristica di questi luoghi è che al loro interno non esistono relazioni. Esso può essere un posteggio di periferia o un centro commerciale, una stazione o il terminal di un aeroporto. Guarrasi, riprendendo la definizione del filosofo e saggista tedesco Peter Sloterdijk, li definisce “i luoghi senza sé“.

IL NON LUOGO

I luoghi senza sé io li conoscevo come i non luoghi , secondo la definizione dell’etnoantropologo francese Marc Augè (che, in tempi recenti, ne ha rivisto la definizione. Al momento ci basti la definizione di luogo privo di relazioni umane).

I LUOGHI SONORI

Il luogo nasce nella relazione tra l’Uomo che abita lo spazio e lo spazio abitato dall’Uomo. Alle estremità di questa relazione abbiamo il sé senza luogo e il luogo senza sé. Al centro troviamo il luogo, appunto, o meglio ancora, troviamo i luoghi, luoghi di contatto dove si sviluppano interazioni.

Sostiene Nancy

“Queste ultime (le interazioni) passano attraverso la mediazione della VOCE, secondo la definizione che il filosofo J.L.Nancy propone: “una voce”. Si deve comprendere ciò che suona a partire da una voce umana senza essere linguaggio, ciò che sorge da una gola animale o da uno strumento quale che sia, anche dal vento fra i rami – brusii ai quali tendiamo o prestiamo orecchio. [(Nancy 2004, 34-35) Guarrasi 2011, 50-56]

“Il suono non ha facce nascoste […]. Nel caso del suono, qualcosa dello schema teorico e intenzionale regolato sull’ottica vacilla. Ascoltare significa entrare in quella spazialità dalla quale, nello stesso tempo sono penetrato: perché essa si apre in me tanto quanto attorno a me, e a partire da me tanto quanto verso di me. Ed è per una tale doppia quadrupla o sestupla apertura che un “sé” può aver luogo. (Nancy, 23).

L’essere umano diventa luogo

L’essere umano diventa luogo nell’interazione tra la sua voce ascoltata e la voce che ascolta. Potrebbe accadere alla periferia di un campo Rom, nella voce di una donna indiana che fa da colf ad una nostra parente o la badante etiope della nostra nonna.

L’essere umano, dunque, è il luogo della risonanza. Guarrasi ci illumina con questa frase

” Il paesaggio è legato alla visione, il luogo è legato all’ascolto “.

Il luogo è interazione, è contatto tra persone. Questa interazione non è (solo) fisica. L’interazione avviene (anche) attraverso la voce (spesso non compresa) e dunque solo suono.

Tempo sonoro

Guarrasi ricorda ancora quanto scritto da J. L.Nancy:

“Il tempo sonoro ha luogo immediatamente secondo una dimensione completamente altra […] Il presente sonoro è immediatamente l’accadere d’uno spazio-tempo, si spande nello spazio o piuttosto apre un proprio spazio, la spaziatura della propria risonanza, della propria dilatazione, del proprio riverbero.”

Guarrasi fa riferimento alla relazione tra ” lo spazio – tempo sonoro”.

Spazio – Tempo sonoro

E qui mi ricollego a quanto scritto e riportato da Luca Rosati che scrive:

– Spazio e tempo come dimensioni dell’esperienza: il web funziona da collante fra territorio (spazio) e aspetti emotivi, esperienziali, narrativi (tempo). Il che mi fa tornare alla mente queste parole di Enrico Beltramini. ci stiamo avvicinando a una forma di capitalismo immateriale in cui il prodotto è rappresentato dall’ accesso al tempo e alla mente […]. In generale, il business migra […] dalla vendita di beni e servizi alla commercializzazione di intere aree dell’esperienza umana (Enrico Beltramini).

Rosati “tronca” la frase parlando di relazione spazio-tempo. Ovviamente solo perché al di fuori della sua ricerca. E, invece, si tratterebbe, alla luce di quanto fin qui esposto,  di relazione spazio –tempo sonoro (la narrazione ancor prima che scritta è sonora).

Alla voce

Ancora Guarrasi ricorda le parole di J. L. Nancy:

“Nella relazione tra spazio e tempo sonoro la soggettività può aver luogo e collocarsi sul “bordo del senso”. Consapevoli che nel suono, nella sorgente del suono, c’è anche una ricezione, una risonanza e un’ascolto e quindi una relazione creatrice.

“Il luogo sonoro, lo spazio e il luogo – e l’aver luogo – in quanto sonorità, non è dunque un luogo nel quale un soggetto arriverebbe per farsi sentire, come in una sala da concerto ma è un luogo che al contrario diventa un soggetto nella misura in cui il suono vi risuona.”

Suono come identità

Qui Nancy fa un esempio straordinario ed emozionante. Nancy paragona questo luogo sonoro al primo grido acuto del bambino appena nato. Un grido che è per sé e in sé; un grido, che al di là dello spazio in cui viene emesso, è esso stesso luogo e che dice: Io esisto! Io sono!

“corpo e anima di un qualcUNO nuovo, singolare.”

Guarrasi aggiunge:

“Se figura e idea hanno affinità tra di loro, senso e suono hanno in comune lo spazio di un rinvio”.

All’ascolto

Voce e dialogo, suono e ascolto, sono il luogo.

Per concludere. E’ solo mettendoci all’ascolto, attivando l’ascolto e quindi ponendo attenzione ai contesti sonori, polifonici, che possiamo comprendere a pieno quanto sta accadendo. E dunque possiamo rappresentarlo al meglio. Sia all’interno di una mappa, sia all’interno del web o all’interno di ecosistemi vissuti da esseri umani.

L’architettura dell’informazione e il web 3.0

Sono convinto, senza spocchia, che quanto fin qui raccolto rafforzi ancor di più le affermazioni di Luca Rosati nel suo post L’architettura dell’informazione e il web 3.0 dove si legge

“l’architettura dell’informazione si pone come possibile collante fra i vari contesti di interazione uomo-informazione”.

Fra questi contesti troviamo quello sonoro. Un contesto legato indissolubilmente alla nostra esperienza, alla nostra fisicità, ma incredibilmente legato anche alla nostra intimità, al nostro essere il cui essere è nel suo essere.