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I balli popolari

Balli popolari, irlandesi, greci, campani, pugliesi, russi, siciliani, ungheresi, ebraici. Ne conoscete qualcuno?

I balli popolari sono un fenomeno di nicchia che si sta espandendo in Italia e in Europa in modo sempre più diffuso fra i giovani. In tanti luoghi del nord – nordest italiano e via su e giù per tutto lo stivale gruppi di giovani si incontrano periodicamente per ballare, per imparare a ballare i balli delle nostre nonne, ma anche dei nonni e delle nonne d’oltralpe.

Il fenomeno è ancora poco osservato e forse anche poco conosciuto ai più. L’etnologia e l’etnomusicologia accademica guarda con diffidenza a questo fenomeno ritenendolo non popolare ma elitario. La spiegazione di questo giudizio, a mio parere erroneo, è che si tratta di un fenomeno che si sta espandendo molto tra le studentesse e gli studenti universitari. Ma dove è scritto che questo, che anche questo, non sia il popolo, il popolo contemporaneo? C’è una parte dei giovani, che nel tempo diventa sempre più consistente, che non balla nelle campagne o nei paesi di montagna, balla in città, negli spazi pubblici, nelle piazze e si incontra e socializza per questo. Lo fa senza tanto rumore e fuori dai consumi di massa: si svolge spesso nelle notti sussurrando la propria musica e si basa molto spesso sul volontariato di insegnanti e musicisti.

E’ un fenomeno che io seguo da un paio di anni, dal 2014 precisamente: la mia prima intervista a Christian Doni e Margherita Donà  già mi vedeva un curioso ed entusiasta sostenitore dei balli popolari. Poi, facendone parte personalmente, andando ai corsi, ho avuto il piacere di conoscere questa comunità che è strettamente legata anche a musicisti che compongono musica per balli popolari contemporanea.

La musica Neo Trad

Penso che la musica NeoTrad meriterebbe più attenzione, fosse anche solo per la passione che questi musicisti ci mettono nel suonare e divulgare i balli popolari. Senza nessuna presunzione credo di essere stato il primo in Italia ad aver organizzato una tavola rotonda sul Futuro della musica per balli popolare di cui vi propongo di seguito il video. E se ne conoscete altri, vi prego, aggiungeteli ai commenti.

In questa tavola rotonda parlano Alessandro Marchetti e Matteo Marcon, componenti del duo Folk Fiction, che potete ascoltare su soundcloud e  di cui mi sono già occupato per una recensione al loro ultimo album Avan Trad e Maurizio Vianello.

Nella mia introduzione ho spiegato che la musica neotrad rientra e rientrerà nella Storia musicale di questi anni. Così come nella Letteratura, ciò che distingue un autore da uno scrittore di diari personali è che il primo rientra in una tradizione, il secondo no. L’autore assorbe la letterautratradizionale, la fa propria, e poi la traduce e la trasporta ai contemporanei, con parole sue e contemporanee. Allo stesso modo i musicisti di musica neo tradizionale, ascolta musiche antiche, anche del ‘500, del ‘700, le assorbe, le suona e le riscrive, producendo, infine, musiche originali proprie contemporanee, per ballerini contemporanei.

Al contrario di quanto pensano gli accademici, dunque, io ritengo che questo sia un fenomeno popolare, nel senso che nasce dal basso, da giovani con pochi mezzi, lontano dai riflettori, ma con una passione vera per la naturale propensione dell’uomo che ha di muoversi. Ballare significa rendersi conto di avere un corpo e di poterlo muovere. Quante volte, ascoltando musica, ci siamo ritrovati a muovere un piedi, la testa, a picchiettare con le dita il tempo? Il nostro cervello all’ascolto della musica pulsa di energia e questa energia arriva ai nostri arti; e quando le due cose si uniscono esplode l’adrenalina.

In genere si balla nei patronati delle chiese, nelle palestre o negli auditorium dei municipi. Per ballare c’è bisogno di un grande salone e gli spazi pubblici a disposizione non sono tanti. Oltre agli incontri periodici, i gruppi che gestiscono i corsi di danza, organizzano anche le così dette Klandestine.

La più famosa delle klandestine è la Mazurka Klandestina, nata (a quanto dicono) a Milano e adesso diffusa in molte altre città d’Italia. In cosa la Mazurka è Klandestina? Nel fatto che si tratta di un assembramento di persone non autorizzato. Oltre a questo l’incontro è pubblico, pacifico e divertente. Attraverso i gruppi facebook (lascio a voi la ricerca) ci si da appuntamento un certo giorno, in una data piazza intorno alle 22.00 e da lì si comincia a ballare per tutta la notte. Si gira per le piazze della città fino all’alba, quando il sole annuncia l’ultimo ballo.

E’ un modo di conoscere una città in modo diverso, attraverso la danza; di apprezzare il valore e la bellezza della nostra Italia attraverso il contatto fisico degli abitanti e il movimento; di vedere i nostri monumenti e ascoltare la loro colonna sonora.

La regola che tutte le klandestine seguono è quella di non disturbare: le piazze italiane, in genere non sono abitate e sono deserte, e dove non è possibile trovare piazze inabitate, al minimo segnale di lamentela, si va via, seguendo il percorso verso una nuova piazza. Per le poche klandestine a cui ho partecipato, però, la musica popolare affascina, sia se suonata da musicisti dal vivo con strumenti acustici, sia che venga suonata da una cassa. Quando qualcuno si affaccia, più incuriosito che arrabbiato, resta meravigliato a guardare la bellezza di quel che accade.

Più in vista e magari più conosciuti sono, invece i festival, in giro per l’Italia e per l’Europa. I ragazzi (giovani e meno giovani) si fanno tanti kilometri tra viaggi, passaggi, autostop e avventure varie. Ho visto fare un po’ di tutto pur di non perdersi l’appuntamento. E chi non può andare resta con la tristezza di non poter ballare fino allo sfinimento. I luoghi preferiti sono luoghi poco conosciuti, sui monti, in piccoli paesi che per la loro testardaggine di nicchia, sono diventati i punti di riferimento per queste masse di ragazzi.

I festival dei balli popolari

venezia- balli popolari-balla-cerchiTra i più importanti festival in Europa, che si svolgerà tra pochi giorni, dal 9 al 12 giugno, c’è il festival “VENEZIA BALLA – Cerchi nell’acqua” un festival di balli folk attesissimo che si tiene nell’area del parco di San Giuliano Venezia Mestre.

I festival sono aperti a tutti e tutti possono partecipare, anche chi non ha mai ballato, sono balli popolari. Certo, se si è seguito uno dei corsi della stagione ci si diverte molto di più, ma durante i festival il programma prevede tante ore di corsi per principianti e non solo per ballerini più avanzati. Per chi è più sciolto poi ci sono i workshop dove insegnanti esperti, provenienti da altre nazioni introducono alcune tipologie di balli diverse da quelle conosciute.

Insomma si balla in continuazione per 3 giorni, instancabilmente, accompagnati da gruppi musicali folk provenienti sia dall’Italia che dall’estero.

Ma non c’è solo Venezia. Anzi. I festival, che i giovani non si perdono per nessuna ragione, sono tanti:

  1. Sicuramente sentirete parlare spesso del festival di Vialfrè in provincia di Ivrea. Sul sito trovate tutte le informazioni.
  2. Poi, forse, il più internazionale dei festival, quello di Gennetines a cui segue, quasi d’obbligo il festival di Saint-Gervais
  3. Dicono, poi, molto bello il festival di Boombal, un luogo dove non si finisce mai di ballare. Guardate pure voi il programma.
  4. Altro festival molto suggestivo è FestInVal a Tramonti di Sotto, tra i cortili e le piazze della città montana con gran finale tra monti e stelle.
  5. Su altre montagne, sempre a metà strada tra la terra e il cielo si può andare al festival Etetrad, ma non ancora confermato per l’edizione 2016. Il sito indica ancora il programma dell’edizione 2015. Insomma da tenere d’occhio, se siete interessati a visitare la zona di Gressan in provincia di Aosta.

Questi solo alcuni dei tanti e numerosi festival che si organizzano in giro per l’Italia e per l’Europa. Informatevi, cercate questi gruppi anche nella vostra città e se ne trovate uno, andate a provare, vi divertirete sicuramente. E anche se non sarete costanti, sarete sempre i benvenuti.

Conoscersi ballando è un’esperienza indimenticabile.

E la vostra esperienza? Avete altri festival da consigliare?

 

P.s.

Per questo articolo ringrazio Christian Doni, Margherita Donà che me ne hanno parlato con entusiasmo coinvolgente; Paolo, Paolo, Ragù , Andrea, Giulietta, Agnese, Agnese e Elisa, Elisa, Silvia, Silvia, Silvia e Margherita, Sofia, Giulia e Alessia e Martina che danza anche quando cammina e tutte le ragazze del gruppo Corso Giovani Danze Popolari Venezia che hanno avuto la pazienza di insegnarmi a ballare con me e di vivere questa bellissima esperienza che è la danza e i balli popolari. Grazie a Diego Vallongo, tra gli instancabili organizzatori di Venezia Balla che mi ha insegnato la Mazurka e mi ha fatto amare questa danza. E grazie ancora a Christian Doni e Alessandro Marchetti che mi hanno introdotto in questo meraviglioso mondo fatto di musicisti, passione, di giovani dall’animo puro. Entrambi,  gentilmente, mi hanno indicato i festival più conosciuti e riconosciuti, che io vi ho riproposto.

Grazie! Grazie davvero!

 

Un’analisi sonora del Format comunicativo dello Stato Islamico ISIS

Isis, Stato Islamico, comunicazione sonora, marketing, reclutamento, un mix esplosivo che è difficile da comprendere. Sebbene, periodicamente, nei giornali e nei telegiornali si fa un gran parlare di Isis o di Stato Islamico, di terrorismo e di attentati, in pochi sanno cosa sia davvero l’ISIS e quali sono le sue origini. E neppure si è in tanti a volerlo saperlo. In questa pagina voglio sottolineare la potenza comunicativa dell’ISIS. In primo piano l’analisi sonora del format comunicativo. In fondo alla pagina alcuni elementi con cui io stesso mi sono documentato per capire il fenomeno e avere la serenità di parlarne. Questa pagina è il mio contributo, come nello spirito di tutto il blog, a creare consapevolezza su ciò che ci circonda. E l’aspirazione di rendere un servizio completo ai lettori di questo blog.

Dall’immaginario visivo…

L’analisi sonora dell’ISIS è doverosa per questo blog in quanto lo Stato Islamico (ISIS o IS) oltre ad essere uno Stato, una organizzazione, o altro, è anche un Format comunicativo. Nel documentario trasmesso da Piazza Pulita Crack : Nascita del format ISIS vengono analizzati i video prodotti dall’ISIS. Il documentario mette in luce l’immaginario visivo da cui sono tratti quei video. Ossia evidenzia il fatto che l’immaginario visivo è tratto dall’immaginario visivo occidentale.  Nello specifico i video prendono spunto dagli spot di arruolamento dell’esercito americano o dai videogiochi cosiddetti “Sparatutto”. Questo immaginario visivo è ripreso e utilizzato dalle case di produzione video dello Stato Islamico per crearne uno nuovo più terrificante e impressionante.

… all’immaginario sonoro

Nel documentario di Piazza Pulita non viene fatta nessuna analisi sull’immaginario sonoro . Per questo motivo ho preso in considerazione alcuni video ed ho posto la mia attenzione alle colonne sonore utilizzate. A livello sonoro, credo che il discorso sia un po’ più profondo rispetto a quello visivo. L’immaginario sonoro di questi video è tutto orientale ed è proprio nel messaggio che si rinnova. Vi consiglio. innanzitutto, di ascoltare la musica di uno di questi video in un articolo di ADNKronos che vi linko. Ho scelto di non ospitare su queste pagine questo tipo di video. Nelle colonne sonore utilizzate c’è un elemento di base talmente ovvio che passa inosservato a livello conscio: la ripetitività del ritmo. La ripetitività del ritmo e del suono porta con se tre considerazioni:

  • Il canto è simile ad una canzone rap: nonostante la melodia sia riconoscibile come arabeggiamte, è costruita ed eseguita come fosse una canzone rap.
  • E’ una melodia orecchiabile: nel momento in cui le frasi musicali si ripetono due, tre, quattro volte, il cervello comincia a riconoscerne la familiarità e l’ascolto diventa piacevole.
  • E’ una melodia facile da memorizzare: anche se non si comprendono le parole, che inneggiano alla violenza e all’odio, il ritmo è facilmente ripetibile.

Insomma, vuoi o non vuoi, sia che capisci o non capisci le parole, questa cantilena ti entra nella mente.

La colonna sonora dell’ISIS: i Nasheed

Alex Marshall è un giornalista del Guardian e si occupa di musica e politica da diversi anni e dal suo articolo che potete leggere integralmente in inglese, vi ripropongo i punti che mi sono sembrati più interessanti.

  • Le canzoni usate dall’ISIS sono tutte cantate “a cappella”. Esse sono prive di strumenti musicali. Nello Stato Islamico, infatti, gli strumenti musicali sono considerati illegali. Gli strumenti musicali avvicinerebbero il canto ad una concezione occidentale della musica. E per questo sono fuorilegge.
    • AGGIORNAMENTO 22 febbraio 2016 – Persino ascoltare la musica occidentale è reato, tanto che un ragazzo di 15 anni è stato decapitato in pubblico. Fonte il Messaggero.
  • I canti usati dall’ISIS sono chiamati nasheed. Si tratta di componimenti musicali nati negli anni ’70 prodotti e ascoltati dai fondamentalisti islamici durante le battaglie che si svolgevano in quegli anni in Egitto, Siria, Libano, Afghanistan e Cecenia.

Se vi capitasse di vedere e ascoltare un video diffuso dall’ISIS la colonna sonora è sicuramente un nasheed.

Come sono utilizzati i nasheed

I nasheed hanno finalità diverse: sono colonna sonora dei video di propaganda. sono usati come mezzo di incitamento alla battaglia. sono usati per l’arrualamento dei foreign fighter.

Costruzione dei Nasheed

Alex Marshall scrive:

Queste canzoni sono vitali per l’organizzazione. Esse forniscono la colonna sonora a tutti i video dello Stato islamico; vengono diffuse da automobili nelle città che controllano, un po’ come le gang degli Stati Uniti che usano delimitare il loro territorio diffondendo canzoni rap; queste musiche sono anche suonate sul campo di battaglia. Il gruppo, poi, pare che produca canzoni su una serie infinita di argomenti.

L’ISIS usa la tecnologia e ne fa un uso massiccio.

  • Diversi brani sono costruiti come mix di più tracce vocali. Non mancano gli inni in cui la voce è lavorata con software di ritocco musicale come AutoTune. Si tratta di una applicazione che campiona la voce ed è molto usata da cantanti pop e rap internazionali. L’uso di questa tecnologia “occidentale” è giustificato dal fatto che i gruppi che ne fanno uso operano al di fuori delle linee guida religiose sebbene ad esse fanno chiaro riferimento.

Da LA STAMPA

Tra i nasheed più conosciuti c’è Dawlat al-Islam Qamat che sta diventando una sorta di inno non ufficiale dello Stato Islamico. Raccoglie ben 220.000 visualizzazioni su YouTube. Secondo Benham Said autore di Hymns: a contribution to the study of the jihadist culture questo canto va oltre il solito messaggio religioso, facendo riferimento direttamente all’alba che arriva, alla “vittoria imminente” e alla “jihad dei devoti”. Reso più solenne dai colpi dei mitra di sottofondo o dai passi dei soldati che marciano.

Canzone ISIS tra tradizione e futuro

Insomma, pare che le case di produzione musicali dell’ISIS usino i nasheed raccogliendo la struttura musicale più tradizionale ma che li abbiano rivoluzionati nel messaggio. Le prime canzoni nasheed, infatti, nascevano per esprimere messaggi di resistenza e di difesa. I gruppi militari che le cantavano erano molto piccoli e molto spesso clandestini. I messaggi usati dai nuovi nasheed, invece, sono messaggi tutt’altro che difensivi. Unico limite a questa “moda” l’avversione da parte dei capi dello Stato Islamico verso gli inni che sono una tradizione musicale occidentale. L’artista egiziano Mustafa Said, direttore della Fondazione per la Documentazione e Ricerca della Musica Araba in Libano, conferma che

nonostante queste canzoni intendano sottolineare le tradizioni del Medio Oriente “si tratta di una musica più vicina a Lady Gaga che ai classici arabi per la sua semplicità”. Per adesso però non ci sono artisti conosciuti: gli interpreti sono militanti con buona voce e buoni strumenti informatici.

Format IS tra marketing e proselitismo

Da aprile 2014, la Ajnad Media Foundation, che produce queste musiche, ha provveduto a sottotitolare le musiche, non solo in inglese come ha sempre fatto, ma anche in lingua italiana. Il primo in Italia ad occuparsi del tema è stato Bruno Ballardini, che con il suo libro pubblicato a maggio 2015 dal titolo “ISIS. Il marketing dell’apocalisse” dedica un capitolo alle produzioni musicali. Il libro parla di marketing e di strategia. Presenta l’”ISIS” e l’”Occidente” come due prodotti estremi del marketing dell’apocalisse. Per quanto riguarda la musica Ballardini mette in risalto come la musica riesca a fare proselitismo anche tra i non fedeli, musicisti occidentali che creano altri proseliti.

Scrive Ballardini: quello che è più interessante notare è come dalla musica abbiano finito per fornire anche volontari per il jihad.

Conclusione: uno strumento in più

Non serve certo questa pagina e le mie parole ad evidenziare la forte capacità comunicativa dell’ISIS. Ma ancora una volta è necessario sottolinearla. Tanto più che sono in atto nuove strategie di comunicazione. Lo Stato islamico, infatti, ha preparato durante il 2016 un piano della comunicazione descritto in un nuovo rapporto sulla nuova strategia di comunicazione dell’Isis pubblicato dal King’s College di Londra. Questo permetterà all’IS di continuare ad esistere anche dopo aver perso il controllo fisico sul territorio.

è già in atto una strategia di sopravvivenza che mira a preservare una versione virtuale del regno, una volta perso il controllo del Califfato in Iraq e Siria.

Insomma, con il mio blog voglio far notare come l’attenzione comunicativa dei prodotti ISIS sia rivolta a tutti i particolari. Si tratta di uno strumento in più per la comprensione della realtà che ci circonda.

Cos’è l’ISIS

l’ISIS, spiegato bene

di Elena Zacchetti – @elenazacchetti

Una guida per chi vuole capire una volta per tutte chi sono i miliziani che stanno conquistando l’Iraq.

Sciiti e Sunniti

Comunicazione ISIS

Come ogni organizzazione, l’ISIS o Stato Islamico, usa la comunicazione per teorizzare e divulgare il proprio pensiero. Studiarlo significa capire e scoprire quali sono gli strumenti utilizzati.

Dal blog di Giovanna Cosenza, professore ordinario presso il Dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bologna:

La comunicazione dello Stato Islamico (IS): un’analisi semiotica

Per capire ciò che oggi accade nel mondo in nome dell’IS Stato Islamico (come dal 2014 si fa chiamare ciò che molti preferiscono ancora identificare come ISIS), è necessario approfondire non solo la sua storia e la sua ideologia, ma soprattutto la sue strategie mediatiche.

In questa prospettiva di approfondimento, ho cominciato ad assegnare alcune tesi di laurea. Pubblico qui quella di Alessandra Maria Stella Milani, discussa il 7 marzo scorso e molto ben fatta.

A questo link  si può leggere la tesi.

Franco Iacch, su il Giornale.it parla di una strategia linguistica dell’Isis. E di come uno studio della semantica, dele parole che attivano i martiri, la ridondanza di alcuni termini utilizzati dall’Isis, potrebbe essere studiate per creare un modello previsionale affidabile per la sicurezza.

Marcello Mari, su Che Futuro! scrive sulla narrativa della guerra. O meglio La guerra della narrativa e perché è così efficace la comunicazione mediatica dell’ISIS.

Michele Di Salvo parla di comunicazione globale del terrore.

Paolo Carelli, del CeRTA (Centro di Ricerca sulla Televisione e gli Audiovisivi), dell’Università Cattolica di Milano, offre una sintetica mappa dei canali comunicativi utilizzati dallo Stato islamico.

L’Isis utilizza alcune tecniche psicologiche per reclutare. Sul Fatto quotidiano Marco Venturini spiega come avviene il reclutamento dei kamikaze.

Sul The Post International, Alessandro Albanese Ginammi, risponde a dieci domande per analizzare e capire che cos’è lo Stato Islamico: il nome dell’organizzazione, chi è il capo, chi sono i combattenti, dove prende i soldi, qual è la sua strategia, i video delle decapitazioni, cosa rappresenta la bandiera, qual è il suo obiettivo, chi c’è dietro e come combatterlo.

Ma se da un lato l’ISIS ha tanta voglia di comunicare e di reclutare. Nello stesso tempo non ha tanta voglia di farsi scoprire. Il Post racconta come una delle tecniche più ovvie è quella di non comunicare.

Documenti

Twitter e Jihad: la comunicazione dell’isis. A cura di Monica Maggioni e Paolo Magri.

Il dott. Tommaso Venturi, laureatosi alla LUISS, ha presentato una tesi sulle strategie comunicative dell’ISIS.

Geografie emozionali e Geografie dell’ascolto

Geografie emozionali e geografie dell’ascolto sono in relazione e sono in grado di far comprendere meglio il mondo in cui viviamo. Un po’ di tempo fa, Luca Rosati, di cui seguo il blog, ha pubblicato un breve post dal titolo “Geografie emozionali” che mi ha ispirato diverse riflessioni.

Ad attirare la mia attenzione è stato il legame che spesso ho trovato e riscoperto tra architetture e geografie.

Geografie emozionali

Studiando l’architettura dell’informazione sono ritornato spesso ai concetti di Geografia studiati all’università. Se non altro per tutta la parte della rappresentazione dei sistemi umani. Infatti, durante le mie ricerche, con somma sorpresa e gioia, ho scoperto che il prof. Vincenzo Guarrasi, geografo dell’Università degli Studi di Palermo, di cui sono stato allievo (esame superato con 26/30) ha avviato una collana sulla città cosmopolita che ha come sottotitolo “Geografie dell’ascolto”.

Progettare esperienze

Rosati introduce l’argomento sulle geografie emozionali dicendo

“Progettare esperienze correlando spazio e tempo. l’economia e il design contemporanei si configurano sempre più come una rivisitazione di queste dimensioni – uno spazio-tempo dove la rete funge da abilitatore e connettore.”

Scrive Rosati: “Una mappa emozionale della città: ogni luogo un’emozione, un ricordo, un colore. Ho spesso immaginato uno scenario di questo genere. Qualcosa di molto simile ritrovo ora in alcuni progetti.

Mapping emotions in Victorian London è una mappa interattiva di Londra costruita legando ai luoghi della città brani letterari famosi (dell’età Vittoriana), con l’obiettivo di restituire una lettura emozionale della città stessa. Ho scoperto quest’iniziativa grazie all’articolo di Anna Volpicelli, La mappa emotiva (interattiva) di Londra.”

Rimando alla lettura completa sul sito web di Luca Rosati .

Isole

Rosati conclude il suo post con un finale cinematografico. La scena del capitolo Isole del film “Caro Diario” di Nanni Moretti. In questa scena i due protagonisti lasciano l’isola di Stromboli salutati dal Sindaco, un uomo visionario e pieno di progetti.

Geografie emozionali e Geografie dell’ascolto

Penso che, inconsapevolmente, nel ricordare emozioni, Rosati torni alla sua memoria acustica per ricostruire paesaggi. per ricreare legami tra spazio e tempo. Lo fa certamente il Sindaco “morettiano” che, nella speranza di una rinascita dell’isola di Stromboli, rispetto ad altre isole più attrattive, pensa di chiedere ad Ennio Morricone di scrivere una colonna sonora per l’isola.

Il Sindaco pensa alla luce, ad un direttore della fotografia da Oscar, come Vittorio Storaro che curi l’illuminazione di Stromboli e dei suoi tramonti.

Il Sindaco parla di luce e di suoni, di musica. Un tutt’uno per ricostruire qualcosa di diverso, di nuovo. Aggiungo io: per ricostruire un contesto diverso dove l’ascolto sia una delle tante esperienze.

Progettare esperienze

Parafrasando Rosati “Progettare esperienze correlando spazio e suoni: l’economia e il design contemporanei si configurano sempre più come una rivisitazione di queste dimensioni – uno spazio-tempo (sonoro) dove la rete, attraverso il suono, la musica o il contesto sonoro, funge da abilitatore e connettore.”

Il Sindaco continua. “Ricostruire da zero Stromboli. Ricostruire da zero l’Italia. Un nuovo modo di vivere, con una nuova luce, con nuovi abiti, nuovi suoni, un nuovo modo di parlare, nuovi colori, nuovi sapori, tutto nuovo! Scion Scion!”

Geografie emozionali e Geografie dell’ascolto 2/3

Il post sulle geografie emozionali di Luca Rosati mi ha ispirato più di una riflessione ed ha aperto interessanti percorsi di ricerca utili a questo blog.

Luca Rosati, nel suo post, indica tra i progetti che hanno

“l’obiettivo di restituire una lettura emozionale della città stessa”

il progetto Roma vista dai ciechi. Scrivere storie nelle geografie, per una mappa esperienziale della città.

La Geografia umana all’università

Leggendo Rosati mi è venuta in mente una lezione del prof. Guarrasi. Durante una sua lezione, ci diede il compito di disegnare una mappa. Ossia la mappa del percorso che ciascuno di noi percorreva, periodicamente, per arrivare alla Facoltà di Lettere. Ci chiese e ci consigliò di utilizzare tutti i nostri sensi. Cioè non solo quello visivo/decorativo, che era il più ovvio, ma anche il senso olfattivo, se volevamo, e/o uditivo. Per spiegare meglio quello che intendeva, ci raccontò di una telefonata con un suo amico non vedente. L’amico, nel dargli indicazioni riguardo il luogo di un appuntamento, gli specificò che da poco, in quella zona, era stato rifatto il manto stradale. L’asfalto steso nei giorni precedenti, infatti, produceva un diverso suono rispetto all’asfalto più usato. Questo produceva e produce, in un non vedente, sensazioni diverse e dunque rappresentazioni diverse rispetto alla sola visione di un percorso.

Il legame tra l’Architettura dell’informazione e la Geografia.

Le vostre rappresentazioni a quale senso si legano? Se doveste disegnare il percorso che fate da casa vostra al lavoro, cosa disegnereste? Provate a disegnare la vostra mappa. Vi garantisco che vi stupirete di voi stessi per la scarsezza o l’eccessivo dettaglio della mappa.

Chi volesse una mano a capire come si crea una mappa rimando al post “Breve guida alle user experience map: cosa sono, a cosa servono, come farle” di Maria Cristina Lavazza, architetto dell’informazione e user experience design innamorata della progettazione partecipata e dei metodi collaborativi.

Rappresentazioni sonore

La seconda riflessione è che, più di quanto si crede, si fa ricorso alla sfera uditiva/sonora per descrivere e ricostruire gli spazi. Infatti, come indicato sul sito urbanexperience, per ricostruire la città ci si avvale di due strumenti: il radio-walkshow e il geoblog.

“I radio-walkshow, così intesi perché rappresentano una risposta sociale e culturale all’inerzia dei talk show televisivi, sono di fatto delle opportunità di partecipazione per cittadini radicati in territori da sempre conosciuti e che, con le nostre passeggiate-conversazioni nomadi, possono riscoprire con un altro sguardo. La trasmissione radio (con il sistema whisper usato tutti i giorni dai turisti che affollano la nostra città) può creare delle situazioni sorprendenti di coinvolgimento, invitando a parlare persone che non si sognerebbero mai di parlare in pubblico. Si usa una tecnologia ordinaria in modo straordinario, creando situazioni di performance radiofonica (con l’ausilio di smartphone attraverso cui mettere in ascolto repertori audio pertinenti, con particolari spunti poetici e narrativi) alimentata dagli interventi di esperti del territorio e performer.”

Il geoblog

“Il geoblog permette di visualizzare i percorsi che si svolgono in città, tracciando una mappa esperienziale, e al contempo, accogliere commenti e sharing sui social media e sulla piattaforma web www.urbanexperience.it

GEOGRAFIE EMOZIONALI E GEOGRAFIE DELL’ASCOLTO 3/3

Concludo con quest’ultima parte l’ispirazione donatami da Luca Rosati, che voglio ringraziare, sul tema delle Geografie emozionali . Le geografie emozionali, infatti, si legano alle geografie dell’ascolto e dunque al contesto sonoro.

La città cosmopolita

Traggo le seguenti riflessioni dal libro La città Cosmopolita, Geografie dell’ascolto di Vincenzo Guarrasi edito dalla PalumboEditore di Palermo di cui consiglio la lettura integrale.

Prima di prendere in mano il libro bisogna spazzare via alcuni pregiudizi riguardanti la Geografia. Per Geografia intendiamo la disciplina che rappresenta la Terra, il Mondo inteso come Sistema. Geografia è disciplina che si occupa della rappresentazione dell’Uomo, dei luoghi da esso abitati, della Storia, e persino delle Economie.

PREMESSA

– L’autore, il prof. Vincenzo Guarrasi, prende le mosse proprio dalla crisi economica che stiamo attraversando. Crisi che scuote la Cultura e le Società contemporanee. Si parte da qui per parlare della Città cosmopolita e delle Geografie dell’ascolto.

– All’intensificarsi di scambi di dati, di informazioni e di beni immateriali corrisponde l’intensificarsi di movimenti umani. Fenomeno che viene abbozzato, cancellato, dimenticato o accentuato a seconda delle convenienze del momento.

– Il prof. Guarrasi pone l’attenzione su due enti fondamentali della Geografia: l’Uomo che abita un luogo e lo spazio abitato dall’Uomo. All’estremità di questi due elementi studiati dalla Geografia troviamo i sé senza luoghi e i luoghi senza sé.

EFFETTI DELLE MIGRAZIONI SULLO SPAZIO

Il fenomeno delle migrazioni di popoli è un fenomeno antico quanto la preistoria. Fenomeno di cui, oggi, siamo testimoni, non sempre, consapevoli.

Uomini che per ragioni varie, spesso legate alle condizioni di vita estrema dei luoghi di origine, si spostano in altri luoghi. Questi esseri umani hanno, o meglio, avevano un luogo dove sono nati e cresciuti. In questi luoghi hanno vissuto un periodo della loro vita intessendo rapporti di varia natura: il luogo abitato dall’Uomo. Questo luogo viene perso (nel caso di una guerra distrutto) o abbandonato per un luogo “altro”, che non è loro (nel senso di riconoscimento identitario), né per spazio né per cultura. La condizione di “essere migrante” trasforma questo essere umano in un sé senza luogo.

Luoghi senza se

All’altro estremo, esistono luoghi senza sé, come i deserti, certamente, o come certi spazi delle nostre città. Non sono luoghi senza anima o senza un’atmosfera, sono luoghi che spesso attraversiamo o sfioriamo, che conosciamo bene, in cui ci fermiamo anche, ma che non viviamo se non di passaggio. Anzi, spesso, sono nati proprio per favorire questo passaggio. Caratteristica di questi luoghi è che al loro interno non esistono relazioni. Esso può essere un posteggio di periferia o un centro commerciale, una stazione o il terminal di un aeroporto. Guarrasi, riprendendo la definizione del filosofo e saggista tedesco Peter Sloterdijk, li definisce “i luoghi senza sé“.

IL NON LUOGO

I luoghi senza sé io li conoscevo come i non luoghi , secondo la definizione dell’etnoantropologo francese Marc Augè (che, in tempi recenti, ne ha rivisto la definizione. Al momento ci basti la definizione di luogo privo di relazioni umane).

I LUOGHI SONORI

Il luogo nasce nella relazione tra l’Uomo che abita lo spazio e lo spazio abitato dall’Uomo. Alle estremità di questa relazione abbiamo il sé senza luogo e il luogo senza sé. Al centro troviamo il luogo, appunto, o meglio ancora, troviamo i luoghi, luoghi di contatto dove si sviluppano interazioni.

Sostiene Nancy

“Queste ultime (le interazioni) passano attraverso la mediazione della VOCE, secondo la definizione che il filosofo J.L.Nancy propone: “una voce”. Si deve comprendere ciò che suona a partire da una voce umana senza essere linguaggio, ciò che sorge da una gola animale o da uno strumento quale che sia, anche dal vento fra i rami – brusii ai quali tendiamo o prestiamo orecchio. [(Nancy 2004, 34-35) Guarrasi 2011, 50-56]

“Il suono non ha facce nascoste […]. Nel caso del suono, qualcosa dello schema teorico e intenzionale regolato sull’ottica vacilla. Ascoltare significa entrare in quella spazialità dalla quale, nello stesso tempo sono penetrato: perché essa si apre in me tanto quanto attorno a me, e a partire da me tanto quanto verso di me. Ed è per una tale doppia quadrupla o sestupla apertura che un “sé” può aver luogo. (Nancy, 23).

L’essere umano diventa luogo

L’essere umano diventa luogo nell’interazione tra la sua voce ascoltata e la voce che ascolta. Potrebbe accadere alla periferia di un campo Rom, nella voce di una donna indiana che fa da colf ad una nostra parente o la badante etiope della nostra nonna.

L’essere umano, dunque, è il luogo della risonanza. Guarrasi ci illumina con questa frase

” Il paesaggio è legato alla visione, il luogo è legato all’ascolto “.

Il luogo è interazione, è contatto tra persone. Questa interazione non è (solo) fisica. L’interazione avviene (anche) attraverso la voce (spesso non compresa) e dunque solo suono.

Tempo sonoro

Guarrasi ricorda ancora quanto scritto da J. L.Nancy:

“Il tempo sonoro ha luogo immediatamente secondo una dimensione completamente altra […] Il presente sonoro è immediatamente l’accadere d’uno spazio-tempo, si spande nello spazio o piuttosto apre un proprio spazio, la spaziatura della propria risonanza, della propria dilatazione, del proprio riverbero.”

Guarrasi fa riferimento alla relazione tra ” lo spazio – tempo sonoro”.

Spazio – Tempo sonoro

E qui mi ricollego a quanto scritto e riportato da Luca Rosati che scrive:

– Spazio e tempo come dimensioni dell’esperienza: il web funziona da collante fra territorio (spazio) e aspetti emotivi, esperienziali, narrativi (tempo). Il che mi fa tornare alla mente queste parole di Enrico Beltramini. ci stiamo avvicinando a una forma di capitalismo immateriale in cui il prodotto è rappresentato dall’ accesso al tempo e alla mente […]. In generale, il business migra […] dalla vendita di beni e servizi alla commercializzazione di intere aree dell’esperienza umana (Enrico Beltramini).

Rosati “tronca” la frase parlando di relazione spazio-tempo. Ovviamente solo perché al di fuori della sua ricerca. E, invece, si tratterebbe, alla luce di quanto fin qui esposto,  di relazione spazio –tempo sonoro (la narrazione ancor prima che scritta è sonora).

Alla voce

Ancora Guarrasi ricorda le parole di J. L. Nancy:

“Nella relazione tra spazio e tempo sonoro la soggettività può aver luogo e collocarsi sul “bordo del senso”. Consapevoli che nel suono, nella sorgente del suono, c’è anche una ricezione, una risonanza e un’ascolto e quindi una relazione creatrice.

“Il luogo sonoro, lo spazio e il luogo – e l’aver luogo – in quanto sonorità, non è dunque un luogo nel quale un soggetto arriverebbe per farsi sentire, come in una sala da concerto ma è un luogo che al contrario diventa un soggetto nella misura in cui il suono vi risuona.”

Suono come identità

Qui Nancy fa un esempio straordinario ed emozionante. Nancy paragona questo luogo sonoro al primo grido acuto del bambino appena nato. Un grido che è per sé e in sé; un grido, che al di là dello spazio in cui viene emesso, è esso stesso luogo e che dice: Io esisto! Io sono!

“corpo e anima di un qualcUNO nuovo, singolare.”

Guarrasi aggiunge:

“Se figura e idea hanno affinità tra di loro, senso e suono hanno in comune lo spazio di un rinvio”.

All’ascolto

Voce e dialogo, suono e ascolto, sono il luogo.

Per concludere. E’ solo mettendoci all’ascolto, attivando l’ascolto e quindi ponendo attenzione ai contesti sonori, polifonici, che possiamo comprendere a pieno quanto sta accadendo. E dunque possiamo rappresentarlo al meglio. Sia all’interno di una mappa, sia all’interno del web o all’interno di ecosistemi vissuti da esseri umani.

L’architettura dell’informazione e il web 3.0

Sono convinto, senza spocchia, che quanto fin qui raccolto rafforzi ancor di più le affermazioni di Luca Rosati nel suo post L’architettura dell’informazione e il web 3.0 dove si legge

“l’architettura dell’informazione si pone come possibile collante fra i vari contesti di interazione uomo-informazione”.

Fra questi contesti troviamo quello sonoro. Un contesto legato indissolubilmente alla nostra esperienza, alla nostra fisicità, ma incredibilmente legato anche alla nostra intimità, al nostro essere il cui essere è nel suo essere.