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Intervista a Maria Pia Erice e Maurizio Schifano

Intervistare Maria Pia Erice e Maurizio Schifano è stato un vero piacere.

Come ho detto loro nell’intervista, quando penso a Maria Pia Erice e a Maurizio Schifano mi vengono in mente parole come attivismo, partecipazione, militanza. È quello che questi meravigliosi ragazzi fanno in Sicilia. Dietro molti degli eventi dedicati all’architettura dell’informazione e dell’User Experience, infatti, in Sicilia, ci sono loro due.

Nonostante la Sicilia, come la provincia, sia una sfida continua, Maria Pia e Maurizio non hanno mai rinunciato. E di questo la comunità siciliana deve essere grata. Almeno io lo sono.

Ed è proprio per ringraziarli della loro attività che li ho invitati sul mio blog. Spero che chi legga questo articolo poi abbia la curiosità di andarli a conoscere digitalmente e speriamo presto di poter tornare a viaggiare per andare a trovarli a Trapani nel loro Hype Bang.

Domanda di rito, per cominciare. Come è stato il vostro incontro con la UX?

Maurizio Schifano

Il mio interesse nasce nel periodo universitario. Studiando design del prodotto, cominciavo ad acquisire una visione critica verso un mondo saturo di oggetti che non erano molto utili, soprattutto per la visione che ci trasmettevano i nostri docenti, il mio ruolo come progettista non mi quadrava in quell’ambito, già ero molto attento ad aspetti etici del design.
Erano, poi, gli anni in cui arrivavano i primi smartphone e cominciavo a pormi molte domande sul rapporto tra le persone e la tecnologia. Vedevo le persone più grandi di me avere difficoltà nell’usare i computer e per me era una cosa inconcepibile.
Ho iniziato le mie ricerche e letture dal Bauhaus ad oggi, Maldonato, Bonsipe, Ideo, Nielsen, passando dall’ergonomia fino ad arrivare ai primi blog che mi anno data accesso ad un mondo di conoscenza, in particolare gli articoli di Luca Rosati che ancora oggi guidano il mio lavoro.

Maria Pia Erice

Rendere usabile un prodotto/messaggio significa renderlo accessibile a molti e chi si occupa di comunicazione non può che avere questo tra i suoi obbiettivi: permettere a tutti di comprendere una idea o di accedere alla conoscenza.

Fare comunità in Sicilia è difficilissimo. Come ci riesci/riuscite?

Maurizio

Da sempre viviamo una dimensione fisica/digitale delle comunità, il mio riferimento non è solo la Sicilia, grazie ad internet e ai social riusciamo tenerci in contatto con diverse comunità e realtà in giro per l’Italia.
In Sicilia non aiutano le distanze essendo difficile spostarsi ma ogni anno ci prendiamo dei momenti per summit o convention ritrovando vari amici e colleghi, anche fuori dalla Sicilia.

Maria Pia

Fare comunità è difficile un po’ dappertutto perché aprirsi agli altri significa abbattere muri, superare diffidenze. Le distanze sono sicuramente un problema, soprattutto al Sud, ma il digitale ci aiuta moltissimo.

Cosa pensate ci voglia per dare continuità ad un gruppo/comunità? Ci sono degli elementi che hai individuato? C’è qualcosa che proprio si dovrebbe fare ma da solo non riesci? Ad avere tempo e denaro, cosa ci sarebbe da fare?

Maurizio

Esistono diversi tipi di comunità e le descrive bene Ezio Manzini nel suo libro per che fare (da approfondire). Serve uno scopo, che accomuni gli intenti della comunità. Servono delle regole, per la gestione dei rapporti umani. Servono principi e visioni compatibili per andare nella stessa direzione.
E infine serve cuore, che altri chiamerebbero empatia, per capire gli altri e lavorare insieme.
Lavorare insieme è alla base del nostro metodo e le comunità in tal senso sono la massima espressione ma ci piace essere fluidi e le esperienze che si esauriscono e bene che vengano concluse.

Maria Pia

Ci vuole impegno per lavorare insieme. E bisogna lanciarsi, correre il rischio di lasciarsi “contaminare”. Un rischio bellissimo.

Maurizio. Da ambasciatore di Architecta come vedi la Sicilia?

Maurizio

La Sicilia è una terra di sperimentazione.
Molti colleghi sono andati via, altri stanno tornando trovando una dimensione con il lavoro da remoto.
Personalmente ho scelto di rimanere per continuare a lavorare da qui, molte occasioni me le sono perse ma il giusto equilibrio tra la vita e la professione l’ho trovato qui.

Maria Pia, in Sicilia trovi città intelligenti?

In Sicilia ci sono esperienze intelligenti, gruppi formali e non, tentativi di intelligenza diffusa. Intelligente significa sostenibile, connesso, scalabile, adattabile. No, città di questo tipo non ne vedo. Ma abitanti sì.

Maurizio, sei legato al mondo dell’Open source. Intanto come nasce questo legame/interesse e poi quali sono i punti che legano l’open source al tuo essere UX designer.

Non ricordo bene come ci sono arrivato, sicuramente una attitudine a capire le cose, ho sempre smanettato.
Oggi è più una visione politica, anche se molte sperimentazioni di quel mondo si stanno trasformando in altro.
Da UX Designer mi piace molto rendere le persone capaci di svolgere un compito che assolva ai loro bisogni.
Ci sono molte analogie con il mondo open in tal senso, si creano insieme strumenti condivisi che aiutano tutti e spesso il risultato non è lo strumento in se ma la relazione e l’impatto che si è generato.

Maria Pia, da lingue a grafica user designer, come descriveresti il tuo percorso?

Stranamente comprensibile. Ho studiato letterature straniere e cos’è la letteratura con i suoi stili, i suoi registri, le sue diverse forse, se non una organizzazione di informazioni al servizio di un utente/lettore?

Da quando ci siamo conosciuti ho visto che vi siete sempre cimentati nella creazione e conduzione di workshop. Cosa vi piace di questa attività e perché?

Maurizio

Un vocazione nel trasmettere la conoscenza.
E un processo di simbiosi che tra noi e gli studenti ci stimola a mettere in discussione i nostri metodi e sposta la linea delle sperimentazione in avanti.
È iniziato tutto all’università, lavorando con gli studenti.
Ho sempre cercato si trasmettere la curiosità e la passione per il design

Maria Pia

Vivere senza condividere esperienze e conoscenze è da egoisti.

Insieme avete iniziato questa avventura che si chiama HypeBang. Come nasce e come procede?

Maria Pia Erice e Maurizio Schifano

HypeBang è lo spazio dove si concretizzano piccoli e più grandi progetti, dove costruiamo strategie che migliorano l’esperienza di utenti finali e di aziende/organizzazioni. Ci piace costruire processi e raccontare ogni fase a chi decide di sceglierci. Insomma, sempre la condivisione al centro.

Quando penso a voi due mi vengono in mente parole come attivismo, partecipazione, militanza. Vi riconoscete, in queste parole? E dove trovate le energie?

Maria Pia

Sono tutte parole che raccontano un certo dinamismo civile. Don Milani diceva “A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca”. Ecco, meno mani in tasca, più vivacità umana.

Progetti e idee del presente futuro?

Maurizio e Maria Pia

Continuare a lavorare immersi nelle città e nei quartieri riuscendo a mescolare il fisico e il digitale.

E per finire le ultime 3 domande

Le domande che faccio a tutti.

Consiglia un libro

Maurizio

La nazione delle piante” di Stefano Mancuso.

Maria Pia

I Miserabili” di Victor Hugo.

Consiglia un brano musicale o un cd

Maurizio

The devil’s Walk” di Apparat.

Maria Pia

“Creep” dei Radiohead.

Consiglia un film

Maurizio

The Straight Story, di David David Lynch.

Maria Pia

Il labirinto del Fauno, di Guillermo del Toro.

Grazie a Maria Pia Erice e Maurizio Schifano

Ringrazio Maria Pia e Maurizio per questa loro intervista. Grazie anche per la loro attività di ambasciatori della disciplina, per la loro attività di volontariato per Architecta, come per tutte le altre comunità locali.

Grazie, grazie di vero cuore!

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Intervista a Raffaele Boiano

Raffaele Boiano è una di quelle persone che vorrei avere accanto sempre. Ascolterei per ore Raffaele Boiano e so che sarei ascoltato, in modo attivo, vero. Perché Raffaele mette al centro la persona nei suoi progetti come nella vita quotidiana. E questo si sente, anche a pelle.

Chi è Raffaele Boiano

Se si elencassero un po’ di competenze nell’ambito dell’User Experience design come: l’architettura dell’informazione, il Web design, l’User Experience Engineering, l’Usability Engineering, l’Interaction Design, il Content Management, il Creative Writing, Public Speaking, Project Management, si avrebbe il profilo professionale di Raffaele Boiano.

E a vedere tutte le attività che svolge in giro, sembrerebbe che Raffaele Boiano abbia 150 anni. In realtà quando si incontra di persona si vede che è giovane e capisci che è uno di quelli bravi.

Non scriverò anche qui il suo curriculum vitae né la sua biografia che potrete trovare facilmente sul web. Magari, se lo cercate, è bene sapere che, su internet, è conosciuto con il nome di rainwiz Rainwiz,com è il suo sito personale,

Ma voglio sottolineare almeno due delle attività che ritengo più importanti: la docenza di User Experience presso il Politecnico di Milano, per il corso di laurea specialistica PSSD Product, service & System Design. E la sua attività di imprenditore e co- fondatore di Fifth Beat, studio di design, di cui parleremo nell’intervista, qui di seguito.

Cosa si dice di Raffaele Boiano

Prima di lasciarvi alle risposte di Raffaele, però voglio riportare la referenza di Raffaele Gaito, Growth Hacker, blogger e youtuber, abbastanza conosciuto sul web, per trasmettere a pieno il grande valore di Raffaele e la stima di cui gode da parte dei colleghi.

Raffaele è una delle persone più brillanti che ho incontrato negli ultimi anni. Uno di quelli che riesce a unire alla perfezioni competenze tecniche e umanistiche tirando fuori il meglio da entrambe. Ha la capacità (per nulla scontata) di andare a fondo nelle cose e di mettersi in discussione quando necessario!

Intervista a Raffaele Boiano

A Raffaele Boiano ho fatto un po’ di domande personali sul suo rapporto con la provincia e sul suo percorso professionale: da freelance è diventato imprenditore ed ha creato uno studio di design che è una bella realtà fatta di giovani e grandi professionisti. Tra il team si trova anche Raffaella Roviglioni che abbiamo intervistato.

Le risposte di Raffaele mi sono arrivate in un documento drive condiviso, su carta intestata e con grafica Fifth Beat.

Ed è per questo motivo che ho voluto lasciare e riproporre i colori dello studio di design, per restituire ai miei lettori, la cura dei dettagli di Raffaele.

Parto da una domanda personale che racconti “quasi” sempre. Sei cresciuto a Ciampino, ne parli con toni poco entusiasti, “un posto bizzarro”, “una Berlino sfigata” le tue recenti definizioni. Eppure mi sembra di capire che sei rimasto a Ciampino. E che questa periferia, alla fine, ti ha dato una spinta incredibile a fare tutto quello che stai realizzando. Quindi la periferia è stata una condanna o una sfida?

Ciampino non l’ho scelta, l’ho subita e ci ho messo anni a togliere questo rancore misto a senso di non appartenenza. La Ciampino degli anni 80 in cui sono cresciuto era un non luogo fatto di pendolari ammassati nella stazione dei treni nei giorni di pioggia a fare a spallate per un posto sotto alla pensilina; delle siringhe di eroina nel parchetto vicino casa, per cui a noi bimbi erano preclusi gli scivoli; dell’odore di cherosene degli aerei che ogni tanto sospendevano le conversazioni per 10 secondi con il loro fragore.

Nell’adolescenza prendevamo il 551, un bus che portava da Morena alla metropolitana per poi andare in centro. I ciampinesi dicono: “oggi pomeriggio andiamo a Roma? Oppure andiamo a Frascati o Albano?” Roma e i castelli romani hanno un’identità e un senso di appartenenza, a Ciampino ci capiti e magari ci resti, senza un motivo preciso. Non sei in provincia. Non sei in paese. Non sei in città.

Questa identità aperta, questo vivere in una membrana, è stato per me forse uno stimolo a cercare delle identità nuove. Non avendone una, ho provato a formarne alcune nella mia vita e ho scoperto il piacere della polifonia, cioè della pluralità delle appartenenze. Di certo sono lontano da chi rivendica un’identità nazionale, razziale, sessuale e culturale come asimmetrica rispetto alle altre.

Magari Ciampino tra 20 anni sarà Hipster. E io rimpiangerò il signor Tortorella, emigrato siciliano che vendeva i coriandoli alle feste in Piazza della Pace e mi regalava ogni tanto un po’ di pizza.

Raffaele, oltre ad essere un UX designer tu sei un imprenditore, sei il CEO di Fifth Beat. In tempo di Covid qual è il tuo stato d’animo in questo periodo?

È un periodo dove è difficile fare previsioni. Non che solitamente sia così facile, ma una parte del mio lavoro è oggi garantire la sostenibilità dell’organizzazione e non mi ero mai trovato prima a pensare a questo. Fifth Beat è cresciuta ogni anno in maniera naturale, grazie ai clienti che ci hanno scelto e all’impegno di tutte le persone che lavorano e collaborano con noi.

Io vivo questo momento provando ad alzare gli occhi dalla scrivania per immaginare il mondo che sarà. Alcune aziende oggi sono in survival mode perché è a repentaglio il loro modello di business; altre in adaptation mode perché stanno più o meno lentamente provando a cambiare; altre ancora in opportunity mode, perché questa situazione ha esaltato alcune delle loro caratteristiche preesistenti.

Io sono orgoglioso che, grazie al lavoro di tutti e alla nostra capacità di abbracciare il cambiamento, Fifth Beat non abbia fatto nemmeno 1 giorno di cassa integrazione. 

Il 22 e il 23 dicembre faremo il Beat Camp una unconference per parlare proprio di: LIFE IN A PANDEMIC WORLD e THE FUTURE WE’RE TRYING TO BUILD.

Da UX designer a imprenditore, appunto, ci racconti cosa volevi realizzare con Fifth Beat e cosa hai realizzato? 

Fifth Beat è nata come uno studio associato: 3 persone che si stimano e che vanno dal notaio con 1000 € e un panino con la mortadella (true story). Progressivamente è diventata una micro azienda e poi una piccola azienda.

Sono stato per tanti anni un dipendente e so che significa non avere stima del management o non credere nella direzione di un’azienda. Ora che prendere delle decisioni strategiche tocca a me ne sento il peso ma raccolgo la sfida: io mi impegno tutti i giorni a fare di Fifth Beat il contesto ideale dove ognuno possa esprimere il proprio talento. 

Per me è molto difficile fermarmi a pensare a che cosa abbiamo realizzato. Mi sembra sempre che ci sia tantissimo da cambiare e migliorare. 

Ci dai la tua definizione affettiva di etnografia?

Una definizione “affettiva”. Wow. L’etnografia è stata la passione della mia vita da studente universitario. La scelta di laurearmi in antropologia culturale con un professore che per me resta un modello nella relazione con gli studenti e nella voglia di innovare la didattica. L’incontro fortuito con James Clifford a Santa Cruz e alcune lezioni di metodologia della ricerca delle scienze sociali credo abbiano strutturato alcune delle forme del pensiero grazie alle quali provo a leggere il mondo.

Il dentro/fuori richiesto dall’osservazione partecipante, il paradigma epistemologico dell’etnografia da Malinowski agli anni ‘50, è una meravigliosa condizione limbica che avevo vissuto tante volte nella vita senza riuscire a dargli un nome.

Potrei dire che mi piaceva l’etnografia anche prima di conoscere il suo nome e sapere che era una disciplina. Quando con i miei da piccolo andavamo a fare la spesa in un posto a Grottaferrata per non annoiarmi osservavo tutte le persone tra le corsie e al banco e provavo a immaginare che case avessero, che persone frequentassero. Ogni tanto mi avvicinavo sorridente a fare delle domande ingenue (e nessuno dice “vai via” a un bambino) per sapere se le mie fantasie corrispondessero a realtà. Mia mamma mi vedeva dare confidenza ad estranei e si avvicinava scusandosi, ma solo una volta mi rimproverò davvero (mi lasciava fare, aveva capito che ero semplicemente curioso e non fastidio per gli altri).

Cosa significa per te “ricavare valore per il progetto”?

Il valore viene spesso confuso con la sua misura, che può essere economica (valore di stima o di scambio)

Io credo che la definizione di valore sia più profonda e connessa a una visione del mondo: è quello che riteniamo essere l’outcome adeguato di uno sforzo. Se mi alleno tutta la settimana per stare in forma e quando mi peso vedo che ho perso un kg, quel kg in meno per me ha un valore che giustifica tutte le ore di allenamento. Se è tardi, sono sfinito dal lavoro ma esco comunque per andare a trovare un amico e stare con lui, probabilmente quel momento tra noi ha un valore che bilancia o supera l’inerzia di restare a casa a riposarmi.

Per le aziende, che sono organizzazioni economiche votate prevalentemente al profitto, il valore è ogni cosa che le avvicina a incrementare o mantenere il loro profitto: ricavi, clienti più soddisfatti, più clienti, dipendenti più ingaggiati, meno costi, clienti più fedeli, qualità della vità dei dipendenti, qualità e sostenibilità del contesto in cui operano.

Per un team che vuole innovare prodotti e servizi è importante avere un allineamento prima di iniziare il progetto e capire insieme che cosa consideriamo valore: quale sarà l’outcome che vogliamo creare insieme. In base a cosa misureremo il successo del progetto e diremo che è andata bene, benino, maluccio, male male o benissimo?

Senza questo allineamento si parte con un debito profondo di intento. 

Sai che l’ascolto è uno dei temi che amo. E nei tuoi corsi parli proprio di ascolto attivo. A me pare che questa capacità si vada sempre più perdendo. Tutti abbiamo qualcosa da dire, da scrivere, ma, a mio parere, nell’ascolto avviene la vera comunicazione, si instaura una relazione. Quali sono gli aspetti più interessanti, secondo te, dell’ascolto?

L’ascolto attivo è uno skill difficile da sviluppare. Si può sviluppare, ma ci vogliono centinaia di ore di ascolto. Non è una di quelle cose che si apprendono sui libri, è come pilotare un aereo: le ore di simulatore di volo e proprio di volo ti abilitano a prendere i brevetti successivi. C’è stato un momento nella mia vita professionale in cui lavoravo in un team di prodotto facendo prevalentemente l’intervistatore. Nel 2008 ho condotto 416 interviste 1 to 1 in un anno. Riascoltando le registrazioni per annotare le frasi più importanti, mi accorgevo dei miei errori e di quanti spunti non avevo raccolto a causa di un ascolto superficiale.

Il mio punto di riferimento sull’ascolto attivo è Marianella Sclavi (il suo libro e le sue regole). L’idea che il ricercatore sia un esploratore di mondi possibili mi convince molto.

Come studio di designer fai/fate un gran lavoro di divulgazione, su MEDIUM avete scritto tanti articoli, poi avete pubblicato il libro 15X30, che riprende le risposte che avete raccolto sul web, adesso mi pare che il format prosegue con una domanda posta a molte persone. C’è qualche risposta che ti ha colpito più di altre e perché?

Non farmi fare la cattiveria di citare solo una risposta. Come sai 15×30 è un digest annuale: scegliamo 30 designer che vengono da background diversi e facciamo loro 15 domande (le stesse). È un progetto non profit pensato per la nostra comunità di pratica, curato da Fifth Beat.

Le persone che partecipano a 15×30 non sono retribuite, fanno un regalo a noi e a tutta la design community. In queste due edizioni tante cose per me sono state belle e preferisco non prenderne una in particolare.

È una domanda che sto facendo un po’ in giro. E mi capita perché da quando vivo lontano dal “centro” dove accadono le cose e dalle persone, in pratica sto molto sul web, leggo molti articoli però molti concetti ritornano sempre, descritti magari in forma diversa. Tu sei docente e sei anche sul campo. Hai una novità della disciplina che ti ha colpito o qualcosa di innovativo che tu vedi ma magari non è stato ancora sviluppato?

Credo che tutto il mondo della user research sia a una svolta, grazie al paradigma dell’atomic research. Gli ultimi due anni sono stati un fiorire di research repositories e in questo momento tutti i processi di discovery nelle organizzazioni devono trasformarsi in quella direzione.

A me stimola molto anche la community di research about systemic design. Ripensare a livello sistemico l’educazione, la sanità, la cittadinanza saranno le sfide di un mondo meno burocratico e più capace di valorizzare l’emergente.

Oppure la disciplina è ancora giovane e va bene studiare le basi?

La user experience design, in un contesto accademico, non è un campo di studi giovane ma direi neonato.

La linea di congiunzione tra il Bauhaus e il Royal College of Art è stata molto curva e discontinua. Per questo motivo il design stesso è diventato una disciplina accademica da pochi decenni, grazie a Bruce Archer e a tutta la generazione di design researchers che negli anni ‘60 hanno messo le basi affinché nascessero i Design Studies (formalizzati poi come rivista alla fine degli anni ‘70).

A tutte le persone che si avvicinano alla nostra materia faccio sempre 2 domande per capire che dialogo possiamo avere: 

  • Che differenza c’è tra arte e design?
  • Se avessi una bacchetta magica, la useresti per…

Spesso incontro persone che vogliono imparare un mestiere e i mestieri si imparano facendoli, a bottega. Il brutto della gavetta è che più impari un mestiere, più ti specializzi, più sei a rischio che il mondo cambi e che la tua specializzazione non sia più rilevante. Un corso o una facoltà servono a farti ragionare, a creare forme del pensiero per renderti una persona più antifragile.

Una delle citazioni di Picasso che adoro è “A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”

E per finire le ultime 3 domande di sempre.

Consiglia un libro

Faccio sempre fatica a rispondere a domande come questa. American Psycho di Bret Easton Ellis. Patrick Bateman è uno dei personaggi più stranianti di sempre.

Consiglia un brano musicale o un cd

OK Computer. È l’album che ascolto più o meno ogni 6 mesi da 20 anni.

Consiglia un film

Un film che alcuni dei miei studenti non hanno mai visto è Amadeus di Milos Forman sulla vita di Mozart (è un biopic, un genere che io vedo molto poco). Lo vidi per la prima volta da bambino e mi fece un po’ paura. L’ho rivisto un anno fa adorando il punto di vista scelto dal regista. Oggi un cliente mi ha citato questo momento di sceneggiatura, ispirato a una storia vera, di quando Mozart presentò all’imperatore Giuseppe II l’opera “il ratto del serraglio”.

Grazie!

Nel ringraziare Raffaele per essersi gentilmente concesso, vi lascio con una curiosità.

Cercando sul web Raffaele Boiano, si trova un’antologia delle poesie di Raffaele Boiano, poeta molisano nato e vissuto a Prata Sannita nel Novecento dal titolo Maledetto Natale. Non si tratta del nostro Raffaele, ma del nonno, erede Domenico Maria Lorenzo Boiano, di cui vi consiglio la lettura o quanto meno la prefazione del nostro Rainwiz.

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“Intranet Information Architecture” di Giacomo Mason

“Intranet Information Architecture. Progettare l’architettura informativa delle intranet di nuova generazione” è il titolo dell’ultimo libro di Giacomo Mason edito da UXUniversity. La stessa per cui terrò il corso Progettare Chatbot.

Una digressione personale su Giacomo Mason

Prima di parlare del libro vorrei raccontare alcuni aneddoti personali, che in anni non sospetti, mi hanno fatto conoscere Giacomo Mason. Se non interessa, potete saltare a piè pari questo paragrafo e andare alle conclusioni che spiegano il perché reputo il libro uno strumento utile e assolutamente da acquistare.

Ma la digressione la devo fare. Perché devo a Giacomo Mason più di quanto lui stesso possa immaginare.

Giacomo Mason? Ma io lo conosco!?

Non ho mai incontrato Giacomo Mason di persona. Siamo in contatto sui social e la nostra professione ci lega. Forse ci siamo incrociati al WUD Rome 2016, ma non sono sicuro fosse lui. Fatto sta che ne sento parlare da quando mi sono avvicinato all’architettura dell’informazione. Ne ho sempre sentito parlare come un ottimo professionista, come specialista delle intranet ed ogni tanto vado a leggere il suo blog.

L’anno scorso, dopo il mio definitivo trasloco in Sicilia (trasloco composto in buona parte di libri) mi decido ad acquistare una nuova libreria e sistemare quanto raccolto nel decennio precedente.

Mi capita sotto mano uno dei primi libri che ho acquistato a Venezia nel 2008. Lo riprendo in mano con nostalgia. Perché è uno di quei libri che mi ha dato notevoli spunti; che se si fossero realizzati (a quei tempi) sarebbero stati spunti rivoluzionari. E forse la mia storia professionale sarebbe stata diversa.

Leggo il titolo. La nuova comunicazione interna. Reti, metafore, conversazioni, narrazioni”. Autori Paolo Artuso e Giacomo Mason. Aspetta! Chi? Giacomo Mason? Lo stesso Giacomo Mason che ho incontrato professionalmente anni e anni dopo? Si. Proprio lui. Vedi il caso?

Comunicazione interna

Quando iniziai ad occuparmi di Radio, l’allora prorettore alla comunicazione dell’Ateneo veneziano, il professor Umberto Collesei, voleva che mi occupassi delle notizie dell’Ateneo, facendo un lavoro di raccolta. Peccato che il mio direttore del Servizio Comunicazione la pensava in maniera completamente opposta. Ossia il mio direttore pensava che non si poteva andare in giro, bisognava restare seduti, in ufficio, per rispondere in qualsiasi momento al telefono e ricevere da seduti tutte le comunicazioni. L’ufficio non doveva mai restare scoperto.

Da questo incrocio di vedute, nacque la necessità di avere una comunicazione interna adeguata ai tempi che stavano cambiando. Ed il prescelto fui io. Io che venivo da RCS Quotidiani e che avevo visto fare comunicazione interna in modo molto diverso rispetto a quanto non veniva fatto all’università.

Come mio solito, quando mi si affida un compito, iniziai il mio protocollo di formazione continua. Uscii da lavoro ed entrai nella prima libreria che incontrai. Cercai e tra gli scaffali c’era questo libro. Devo ammettere che, allora, non mi interessarono gli autori. Il titolo era talmente eloquente. Sembrava proprio scritto per me. “La nuova comunicazione interna“. Proprio quello che dovevo fare io.

Un modo nuovo di intendere la comunicazione interna

Il libro lasciò una profonda impronta nella mia idea di comunicazione. Ed è per questo che penso di essere stato per moltissimi anni un architetto dell’informazione inconsapevole. Tra l’altro il sottotitolo mi ha accompagnato nella mia formazione professionale, fino ad oggi, tra reti, conversazioni e narrazioni, appunto. Quel libro metteva al centro le persone; i veri protagonisti della comunicazione.

Dentro quel libro trovai tanti spunti. Veniva capovolto, già nel 2008, il punto di vista della comunicazione rispetto a quanto fatto fino ad allora. Se a quei tempi, infatti, la comunicazione interna era una comunicazione dall’alto verso il basso, Artuso e Mason proponevano una comunicazione che provenisse dal basso, che coinvolgesse i dipendenti.

Erano i primi anni dell’avvento di Facebook e già qualcuno intuiva i mutamenti che sarebbero arrivati. La partecipazione delle persone alla creazione di qualcosa era (ed è ancora) idea rivoluzionaria, in epoca dove la comunicazione era verticistica, proveniente tutta dall’alto e dai vertici di governo.

Raccolsi tutti gli elementi interessanti del libro e li sintetizzai in una relazione, che (spero di ritrovare) venne in seguito lasciata in silenzio. Perché la comunicazione interna che poi mi fecero fare, in pratica, era qualcosa che non si poteva chiamare degna di questo nome.

Newsletter come comunicazione interna

Di tutto il lavoro rivoluzionario che io proponevo (o meglio, che avevo estratto dal lavoro di Artuso e Mason) di fare, non se ne fece nulla. Allora non si poteva disturbare il reparto web, figurarsi se poi si poteva chiedere di rifare tutta la intranet.

Per questo motivo il tutto si ridusse nella compilazione di una newsletter che non aveva senso, che duplicava documenti più approfonditi, diceva cose che già tutti sapevano e dunque del tutto inutile.

In teoria, si trattava di una newsletter che raccontava, in sintesi, i punti discussi e approvati dal senato accademico. Sempre in teoria, l’ufficio organi collegiali mi avrebbe dovuto passare i suoi verbali, io li avrei riscritti in forma sintetica e potabile, ripuliti dei termini legali, inserirli sul web e poi li avrei inviati ai colleghi.

In modo semplice e immediato. La newsletter sarebbe dovuta essere inviata pochi giorni dopo l’assemblea del senato accademico.

Tra il dire e il fare ci sono di mezzo le persone

Peccato che non mi furono mai concessi, da nessuno, gli strumenti per fare bene il mio lavoro. Per esempio, non mi fu mai concesso di partecipare in prima persona al Senato accademico. La direttrice dell’ufficio organi collegiali mi passava una piccola parte dei verbali. Con estrema gentilezza, come era di suo carattere, teneva per se tutto ciò che era stato elemento di discussione e di acceso dibattito. Insomma veniva censurata preventivamente una buona parte delle cose interessanti, non secondo logiche comunicative, ma secondo logiche di preoccupazioni personali.

Così io ricevevo, quando andava bene, la metà dei verbali, e quindi la comunicazione veniva già pilotata dalle impressioni della direttrice. Ma non era finita.

Prima della pubblicazione ripassavo dalla censura dell’allora direttore amministrativo, che toglieva e aggiungeva a suo piacimento. Quando andava bene. Quando andava male chiedeva conto e ragione di ciò che mancava. E mi rimbalzava agli organi collegiali.

C’erano una volta i forum

Capitava poi, che i membri di opposizione scrivessero sui loro canali (allora c’erano attivi diversi forum) quelle notizie che avevano suscitato l’aspro dibattito di cui io non riuscivo a sapere nulla.

Il che, è chiaro, mi rendeva tutto tranne che uno che si occupava di comunicazione interna. Non solo per il processo farraginoso, ma anche perché la newsletter era del tutto inutile.

Alla fine del Senato accademico i presenti parlavano di ciò che era accaduto, non con me, né con il mio ufficio. Già la sera stessa le notizie più rilevanti erano bruciate. Se a questo si aggiunge che i verbali del senato accademico venivano resi pubblici, chi era interessato trovava lì tutte le notizie.

Cioè se sei interessato a quello che viene deciso dal Senato Accademico, non ti basta il sommario. A questa mia obiezione mi veniva risposto che quei verbali erano in pochi a leggerli, mentre la newsletter la leggevano tutti. Cosa assolutamente falsa. Perché sia la newsletter sia i verbali erano letti dalle stesse persone che anzi, a maggior ragione, si facevano un’idea negativa di quella che era intesa come comunicazione interna.

Da ufficio comunicazione ad ufficio propaganda

Ovviamente non avevo voce in capitolo, era poco meno di un anno che mi trovavo in quell’ufficio e per giunta precario. Al mio direttore andava bene così, alle catena di comando andava bene così. Peccato che tutti comprendevano che la comunicazione interna non funzionava. E l’esperimento si interruppe al primo cambio di comanda. Poi fu ripreso nuovamente dopo tempo. Qualcosa fu migliorato, ma il principio era sempre lo stesso.

Anzi, proprio per quell’idea di “ufficio propaganda” che ha continuato ad avere l’ufficio, su molti aspetti, proprio l’ufficio che avrebbe dovuto sapere tutto, restava fuori da molte comunicazioni interne.

E così è continuato ad essere per anni. Le cose sono cambiate? Non penso. La catena di creazione non funzionava perché le persone non erano state coinvolte. Ed è certo che ancora oggi non lo sono.

Intranet Information Architecture

Ma adesso veniamo al libro. Giacomo Mason dice che quella comunicazione verticistica e proveniente dall’alto, che non ascolta i dipendenti, è finita. Ed, in teoria, sarebbe dovuta finire già da almeno un decennio. Almeno da quanto Mason scrisse il precedente libro. Ma dal mio vissuto non sono per niente sicuro che sia del tutto finita.

Fosse solo per il fatto che fa troppo comodo una comunicazione verticistica. E che dare la parola ai dipendenti, quando non gli chiedi mai niente, risulta troppo pericoloso. I manager di oggi, grosso modo, sono gli stessi manager di dieci anni fa. Se ancora nel 2018 parliamo di cultura digitale come del futuro, significa che l’Italia ha ancora un bel po’ di strada da fare. E se non avevano la sensibilità di ascoltare dieci anni fa, dubito che abbiano cambiato modo di fare.

Lavorare con i dipendenti

Traggo un breve brano dal libro che conferma quanto appena da me raccontato e che vale l’acquisto del libro.

C’è stata un’epoca, fino a poco tempo fa, nella quale le decisioni sui nuovi servizi dell’azienda venivano prese in stanze lontane. Il design portato avanti da inarrivabili designer, le applicazioni sviluppate in segreti sottoscala senza che nessuno conoscesse lo stato dell’arte e gli avanzamenti. Un’epoca in cui progettare un servizio significava creare un piccolo gruppo di onniscienti specialisti che avrebbero detto la prima e l’ultima parola sul prodotto che poi gli altri, mai incontrati realmente (ma in nome dei quali il gruppo, a rigore, lavorava) avrebbero dovuto usare: E che poi in effetti usavano, e poi smettevano di usare, e poi mettevano da parte con un’alzata di spalle. Quell’epoca è finita.

Oggi, per progettare un servizio, un prodotto, un’applicazione, ma anche un menù di navigazione un insieme di etichette, si lavora c’è anche a fianco con le persone che poi useranno il servizio, l’applicazione, il menù di navigazione. Lavorare con le persone significa e coinvolgerli in modo organizzato (ovvero usando tecniche di design thinking) in vari momenti del processo di design: ascolto, progettazione, verifica di quello che è stato progettato.

Quell’epoca è finita?

Quell’epoca è davvero finita? A me non risulta, anche se sarei felice di essere smentito, che quell’epoca sia finita. Non credo che i reparti di sviluppo, almeno quelli al riparo con uno stipendio fisso, si siano adeguati alle nuove e moderne metodologie. Non credo che i manager illuminati si siano moltiplicati sul suolo italico.

Se un umanista della comunicazione sogna una intranet a disposizione dei propri colleghi, l’informatico pensa a tutto il lavoro aggiuntivo e alle ore di straordinario necessarie e non pagate.

Non penso che sia sempre fatto per partito preso. Almeno lo spero. L’informatico, per definizione, sta al di là del ponte. Lo è spesso fisicamente, sempre più, lo è mentalmente. Parla un linguaggio che solo lui ha imparato e non vuole aiutare altri a comprenderlo. Se a questo comprensibile modo di essere, si aggiunge che è meglio risparmiare tempo ed energie, sapete qual è il risultato.

Comunicazione VS Informatica

Non solo. A me risulta, che lo scontro tra comunicazione e informatica è sempre in continuo divenire. Senza soluzione di sorta. Chi ha pensato di unire i due uffici ha solo provocato tensioni e depressione nei dipendenti che si vedono altrove.

Anche lo sviluppo di un sito web istituzionale risponde spesso a logiche di organigramma. Quando va bene. Quando va male è sottoposto al “Mi piace o non mi piace” di chi comanda o del figlio di chi comanda. Lo spazio sul web corrisponde spesso allo spazio di potere del dirigente di riferimento. Molte parti dei siti vengono affidati ai dipendenti che devono seguire le logiche dello sviluppatore. Anche se quelle logiche sono opposte alle logiche lavorative.

I dipendenti spesso si interfacciano con architetture dell’informazione incomprensibili. Proprio perché sono il risultato di scelte verticistiche o di singoli. Proprio perché non si riesce a fare un lavoro di ricerca, di progettazione adeguato. Non si riesce a fare un lavoro di squadra.

Certo. Nel mondo questo modo di fare è finito. Ma parlando dell’Italia, mi viene da consigliare di usare il condizionale e che sarebbe meglio dire che quell’epoca sarebbe dovuta concludersi da molto tempo. Che oggi si dovrebbe progettare e sviluppare in maniera completamente diversa e opposta rispetto al passato: le intranet, come i siti web.

Perché acquistare Intranet Information Architecture

E dunque diventa fondamentale acquistare il libro di Giacomo Mason. Primo perché penso che l’epoca delle cattive pratiche in Italia non è finita. Anche se si è fatta molta strada in questi anni. Non mi troverei qui a divulgare una cultura della comunicazione e della progettazione ormai ovvia in quasi tutto il mondo. Secondo, lo deve comprare chi vuole comprendere i meccanismi della progettazione. Come si fa, come viene fatta dai professionisti.

La lettura del libro, dunque, è una lettura fondamentale. Per estrarre le buone pratiche. Cercare di creare, nel vostro inferno di azienda, piccoli e intensi spazi di paradiso. Potrete scorgere nel vostro quotidiano le cattive pratiche svolte da enti, agenzie, ancora vecchie dentro, e da colleghi non proprio umili ed educati.

Si tratta di seguire, passo passo, il lavoro di un professionista nella realizzazione di una intranet. E con esempi pratici e reali. Un libro utile. Per tutti. Per coloro che vogliono imparare da principio, così come per coloro che hanno già esperienza in aziende private o pubbliche. E magari, per ragioni varie, non hanno la possibilità di collaborare con un professionista di alto livello come Giacomo Mason. Leggere il libro significa mettersi al suo fianco e imparare.

Allora è e sarà una vera scoperta. Che consiglio a tutti di fare.

Google Home, cos’è e come funziona

Google Home è un diffusore acustico a comando vocale.

Ossia, un altoparlante ad attivazione vocale.

Nell’articolo precedente abbiamo parlato del

nome dato da Google al suo assistente vocale rispetto ai concorrenti

e sulla scelta della neutralità senza dare una umanità all’assistenza vocale. 

Notizie recenti, però, dicono che anche Google voglia dare un volto.

Google Assistant note importanti

Google Assistant per funzionare richiede una connessione Internet.

Se volete controllare qualcosa con Google Home

in casa o con altri dispositivi sono necessari dispositivi intelligenti compatibili.

Ad esempio, se chiedi “Riproduci Stranger Things sulla TV” è necessario avere una TV collegata a Chromecast, mentre per controllare dispositivi come luci e termostati sono necessari luci e termostati intelligenti collegati a Google Home. Per  controllare dispositivi come macchine del caffè, baby monitor e ventilatori di casa sono necessari interruttori e/o prese intelligenti compatibili. E quindi si tratta di costi che non sono compresi con il dispositivo Google Home.

Infatti, per accedere ad alcuni contenuti potrebbero essere necessari altri abbonamenti.

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Google Home funzionalità multiutente

Ed in fine, si possono collegare fino a sei account per ciascun Google Home e ottenere risposte personalizzate.

Anche se utilizzi la funzionalità Multiutente e Google Home è impostato per riconoscere la tua voce, tieni presente che una voce simile alla tua o una registrazione della tua voce potrebbe far sì che Google scambi qualcun altro per te.

Aggiornamento 05 aprile 2018

L’articolo che segue è stato pubblicato il 17 ottobre del 2016. E si parla di Google Assistant al futuro. Oggi Google Home è disponibile anche in Italia. Ed acquistabile con Google Assistant italiano.

Google Home. Cosa è?

Google Home è un diffusore collegato attraverso Wi-fi dal quale è possibile controllare la propria casa (connessa) e un assistente vocale per chi lo vuole utilizzare. Google Home è un accessorio senza interfaccia. O meglio, la sua interfaccia è l’audio e l’ascolto della voce dell’utente. Senza voce non funziona.  Sul dispositivo l’unica cosa che si può premere è un pulsante per il mute che impedisce di ascoltare e di essere ascoltati.

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Google Home: come funziona e cosa fa

Google Home Bianco è principalmente uno speaker wifi, una piccola cassa. Per questo è possibile ascoltare musica, streaming, podcast e tutto l’audio che c’è disponibile sul cloud o sulla rete internet a cui si è collegati. Al momento del lancio, Google Home funzionerà con le applicazioni tipo YouTube Music, Spotify, Pandora, Google Play Music, TuneIn, e iHeart Radio. Grazie a queste applicazioni e al supporto di Google Assistant, l’intelligenza artificiale di Google, si potrà chiedere di avviare una canzone del proprio cantante preferito e se già si fosse ascoltato una canzone più volte, Assistant  capirà di quale canzone si tratta e la riproporrà. Oppure si può essere  più precisi sul titolo e Google Assistant eseguirà il comando.

Ovviamente i grandi assenti sono i servizi musicali e video di Amazon e Apple. Non sto qui a spiegarlo ma Google sta sfidando proprio Amazon e Apple su un mercato occupato già dai due brand.

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Controllo della casa

Ma Google Home è anche di più. Perché può (e vuole) essere il centro di una casa connessa. Il primo centro operativo dell’internet delle cose, l’interfaccia audio con cui si potrà controllare la propria casa. Google Home avrà già installato la compatibilità con Nest, SmartThings, Philips Hue, e IFTTT. Questo significa che sarà in grado di controllare i dispositivi selezionati dello Smarthome, attivare le vostre ricette IFTTT e agire su Chromecast. Grazie a Chromecast, infatti, sarà pure possibile controllare altri diffusori audio. In questo modo con il comando vocale si potrà controllare l’audio multi room di una casa. Ma anche controllare il televisore e tutto ciò che è connesso.

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Motore di ricerca

E infine, Google Home è (e resta), anche, un motore di ricerca. Google, infatti, non tradisce la propria missione principale, che è quella di cercare parole per gli utenti, nel modo migliore. Google Assistant è il suo plus. In pratica, oltre ad una ricerca semplice, del tipo

Consigli su come scegliere un registratore digitale

E’ possibile fare ricerche più complesse. Si potranno fare domande del tipo: “Qual’era la popolazione degli Stati Uniti quando è stata fondata la Nasa?” Oppure si può simulare una vera e propria conversazione. Se, infatti, state chiedendo informazioni a Google Home riguardo un attore o una attrice, alla fine della risposta, potete continuare il dialogo senza ripetere il nome dell’attore e usare i pronomi. Google Assistant assocerà il “lui” o il “lei” alla persona di cui stavate parlando ed eseguirà ricerche in quel senso.

Google Home Assistant. Come funziona.

Google Assistant è una intelligenza artificiale e su Google Home si potrebbe usare in modo utile. Google ha immaginato una serata tipo di una famiglia che vuole andare al cinema, da soli o con i bambini. In questo caso Google Assistant potrebbe indicare i film migliore per i più piccoli, fornire informazioni sulle recensioni, indicarti un luogo dove mangiare prima di entrare in sala e guidarti per tutto il percorso senza incontrare traffico. Ovviamente Google Assistant sarà collegato a tutti i vostri accessori, meglio se facenti parte della gamma Google, ma anche con Google Android Auto.

La nota ufficiale di Google ha spiegato la sua nuova assistenza in questo modo:

“L’assistente è colloquiale – un dialogo a due vie in corso tra l’utente e Google che capisce il tuo mondo e consente di ottenere le cose fatte. Rende facile l’acquisto dei biglietti per il cinema, mentre sei in viaggio, scopre il ristorante migliore per la vostra famiglia, oppure dove mangiare un boccone prima che inizi il film, e poi vi aiuta a guidare fino alla sala. “

Ovviamente usando solo la tua voce. Per approfondire vi potrebbe interessare il mio articolo su Google Assistant.

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Attivazione vocale speaker wireless home page di google

Innanzitutto bisogna impostare e settare i dispositivi. Per fare questo si deve installare l’app Google Home sul proprio smartphone di ultima generezione e configurare le impostazioni iniziali per l’altoparlante. Ciascun modello ha le proprie forme di settaggio. A seconda del proprio abbonamento, per esempio, potrebbe essere necessario dover creare un account in aggiunta all’account Google.

1 Accedere a Google Play o all’App Store dallo smartphone/iPhone.
Installare l’app Google Home sullo smartphone/iPhone.
Per i dettagli visitare il sito web all’indirizzo google.com/cast/setup/.
2 Avviare l’app e seguire le istruzioni su schermo per configurare le impostazioni iniziali dell’altoparlante.
Impostare l’altoparlante in modo che utilizzi la stessa connessione Wi-Fi dello smartphone/iPhone.

Google Home vs Amazon Echo

Google Home nasce come diretto avversario di Amazon Echo. Che come spesso ho detto è tra gli assistenti vocali più interessanti dal punto di vista commerciale. Gli assistenti vocali di Apple e Microsoft aiutano l’utente a fare determinate cose. Ma nella sostanza aiutano ad usare, in un determinato modo, i software di cui fanno parte.

Amazon Echo, oltre ad avere le funzioni di un comune assistente vocale, permette di fare acquisti diretti sullo store Amazon. Puoi acquistare un album mentre è riprodotta una canzone. Oppure acquistare un libro mentre stai ascoltando un programma radio. O ancora acquistare un prodotto che ti viene in mente di comprare, in qualunque momento della giornata. Alexa è la concretizzazione della commessa o del commesso del negozio Amazon. La potenza di Alexa sta nel fatto che non deve richiamare una app terza. Alexa è integrato con l’ecosistema Amazon. E questo funziona, tanto che Echo ha venduto molti dispositivi e  Amazon ha lanciato ulteriori versioni del dispositivo. E così ha iniziato lo sviluppo per altri Paesi oltre gli Stati Uniti.

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Google Home vincerà la lotta? Quale futuro?

Fino a questo momento Amazon Echo era stato l’unico assistente vocale che offrisse determinati servizi di acquisto. Adesso invece c’è un nuovo concorrente diretto sullo stesso mercato. Amazon Echo ha alcuni vantaggi su Google Home. Come dicevo prima, Alexa è integrata con l’ecosistema Amazon, gode della sua stessa fiducia degli utenti. L’assistente vocale Amazon  ha più di 3.000 opzioni che personalizzano la personalità di Alexa. E in più Amazon ha già avviato la compatibilità con altre app esterne, tra le quali Uber.

Google Home, dal canto suo, ha aperto la possibilità a tutti gli sviluppatori per creare opzioni extra. Ma ci vorrà del tempo per equipararsi ad Alexa che certamente non resterà immobile. Almeno teoricamente. La battaglia è appena cominciata, anche se lentamente. Come riportato da Gartner, la gente potrebbe spendere fino a 2.1 miliardi di dollari per l’acquisto di altoparlanti intelligenti, entro il 2020. E’ comprensibile che non si voglia lasciare scoperto questo mercato.

La stampa italiana

Google Home parla inglese e ci vorrà del tempo prima che parli pure italiano. Come ho detto già nell’introduzione, per permettere a Google Home di parlare una lingua diversa è necessario riprogrammare il software e programmare, di conseguenza, tutta la semantica linguistica. Per Google, probabilmente non sarà difficile, ma si richiedono investimenti che prevedano ritorni almeno equivalenti.

Eppure già in Italia si crea allarmismo e preoccupazione.In alcuni articoli della stampa (oggi scomparsi dal web) si chiedeva se usare Google Home sia un bene o se l’ascolto continuo del dispositivo fosse un incubo. Certo, i problemi ci sono. Chi segue il mio blog li conosce. Qualcosa ho già detto riguardo gli assistenti vocali sul mercato. Che ben venga la discussione su tecnologia ed Etica. Ancora nello specifico su Assistenza vocale ed Etica . Parliamo dello svanire dei confini tra virtuale e reale, come ricordavo parlando dell’Onlife Manifesto. Ma analizziamo con distacco la tecnologia che ci viene proposta per poterla comprendere. E creare in questo modo consapevolezza sull’uso dello strumento.

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Cosa fare con Google Home. Un elenco

Il sito webnews fa un utile elenco delle cose che si possono fare con Google Home.

Le cose che si possono fare sono moltissime, trasformando un semplice device da poche decine di euro in un elemento per il controllo completo dell’esperienza tra le mura domestiche:

sveglia: si impartiscono le istruzioni e la sveglia viene automaticamente programmata e avviata;

timer, per avere un promemoria rapido circa qualcosa che si deve fare entro pochi minuti;

calcolatrice: si chiede a Google Home di effettuare un calcolo;

agenda: si possono esplorare gli appuntamenti già in calendario o se ne possono aggiungere di nuovi;

chiacchiere: si può chiedere a Google Home una barzelletta;

dizionario: si possono chiedere informazioni circa specifiche parole ottenendone pronuncia e significato;

traduzioni: si può chiedere una traduzione a Google;

informazioni e ricerche: se si chiede a Google Home di indicare la distanza tra la Terra e la Luna, la ricerca su Google sarà automatica e la risposta direttamente riprodotta sullo speaker attraverso il sintetizzatore vocale;

finanza, per restare aggiornati sugli indici azionari;

voli aerei, per avere aggiornamenti sugli orari e sui ritardi;

giochi: perché con Google Home si può anche giocare, pur nei limiti di una interazione vocale;

IFFTT, ossia impartire ordini sulla base di uno schema IF-THEN: “se esco di casa spegni le luci”;

controllo delle luci;

guide locali, per avere istruzioni circa orari, numeri di telefono, indirizzi e altre informazioni;

notizie, ottenendo aggiornamenti sui temi preferiti;

chiedere il meteo;

nutrizione, per sapere calorie e altre informazioni sul cibo;

podcast, da cercare e riprodurre senza un solo click;

lista degli acquisti, per non dimenticare nulla;

sport, per avere informazioni continue sulle partite in corso;

controllo del termostato, portando avanti un ulteriore controllo domotico sulla casa.

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Google Home Spotify

È possibile usare Spotify su Google Home e così ascoltare la propria musica preferita. Basta usare i comandi vocali. Basta configurare l’app e smart speaker. Il primo passo è quello di impostare Google home con l’apposita app. Dall’app collegare gli account Google e Spotify. E infine impostare Spotify come servizio di riproduzione musicale predefinito. A questo punto è già possibile usare i comandi vocali per usufruire del servizio.

I comandi che possono essere richiesto sono in inglese.

“Ok Google, play Spotify”

“Ok Google, play my Discover Weekly”

“Ok Google, play Pop”

“Ok Google, what song is this?”

5 obiettivi di un progettista da centrare

Quali sono gli obiettivi di un progettista che si dovrebbero sempre tenere a mente? Forse basterebbe averne uno chiaro in testa e lavorare duramente per raggiungerlo? Magari, sarebbe bene far lavorare tutto il team su uno stesso obiettivo, condiviso? Qui di seguito raccolgo 5 obiettivi di un progettista, tratti da un articolo su medium. Forse è bene fissarli prima di tenere e se seguire il mio corso “Progettare Chatbot” che terrò il 9 novembre a Roma e il 3 dicembre a Milano.

Questi 5 obiettivi possono aiutare a trovare la giusta direzione per una progettazione centrata sulle persone.

Obiettivo 1 – Soddisfare i bisogni

Offrire agli utenti ciò di cui hanno bisogno dovrebbe essere il primo obiettivo di un progettista o di una buona progettazione.

Noi, che saremmo le persone, infatti, quando pensiamo di comprare un prodotto ci chiediamo sempre se quel prodotto è utile o no. Per esempio, io passo oltre nel guardare le televendite di gioielli e chincaglierie. Ma mi soffermo ad osservare la pubblicità del Paint Runner. So che è un pacco clamoroso, che è recensito male e che è sconsigliato. Ma siccome ho già imbiancato casa e devo imbiancare altre stanze osservo quanto sarebbe bello poterlo utilizzare. Perché? Perché soddisferebbe un mio bisogno.

Ovviamente questo è un mio bisogno. Ma non lo è per tanti altri che non si sognerebbero di imbiancare casa senza aver mai visto come si fa.

Obiettivo 2: “Non farmi pensare”

Le persone sono pigre, non vogliono pensare e non vogliono leggere. C’è un bellissimo articolo di Paola Avesani che si intitola proprio “Perché le persone non leggono?” Oppure uno dei cavalli di battaglia di Yvonne Bindi, autrice di Language Design, racconta che “Una certezza l’abbiamo: le persone non leggono”.

Paola giunge alla conclusione che come Designer

Non ci resta che rimboccarci le maniche e consapevoli di questi limiti “umani” utilizzare il design per aiutare le persone, attraverso inviti e vincoli verso l’unica azione corretta.

E quindi dobbiamo pensare a questa pigrizia non come un limite ma come “motore dello sviluppo tecnologico”.

Non accettare le persone sarebbe come voler realizzare prodotti per non-umani. D’altronde il libro di Steve Krug “Don’t make me think” ha come sottotitolo. Un approccio di buon senso all’usabilità web e mobile.

Obiettivo 3: “Mi piace davvero usarlo!”

Uno degli articoli di maggiore successo di questo blog è l’articolo “Il miglior sistemi audio per ascoltare musica non esiste”. E perché non esisterebbe? Perché il piacere di un sistema audio dipende dal nostro gusto sonoro, dalla cultura musicale e sonora che ci è stata trasmessa. Ma non solo. Dipende anche dal gusto del design di sistema. C’è a chi piace avere il diffusore in radica di noce, chi nero. C’è chi preferisce avere le casse da pavimento e chi invece su un piedistallo.

Amiamo un cantante, amiamo andare ad un concerto, perché ci trasmette emozioni che amiamo. Andiamo ad un concerto perché ci aspettiamo una certa esperienza.

Il design dell’esperienza ormai è qualcosa che coinvolge tutti i rami della nostra quotidianità. E chi progetta, siti web come eventi, dovrebbe tenerlo sempre a mente.

Quando si progetta un software per video player, quanti “secondi” deve durare lo “schermo nero” per attirare l’attenzione degli utenti, ma non farli mai sentire impazienti? Perché alcune piattaforme sociali consentono agli utenti di accedere a più funzioni solo dopo un certo periodo di tempo? Queste sono tutte domande che i progettisti dell’esperienza utente dovrebbero considerare.

Obiettivo 4: l’abitudine è una seconda natura

Per quanto tempo usiamo un prodotto o uno strumento? In fondo a nessuno piace buttare un qualcosa che abbiamo comprato senza usarlo.

Non dovrebbe sorprendere nessuno, infatti, se qualcuno scrive che

uno dei motivi per cui Facebook è diventata un’enorme piattaforma sociale con oltre 200 milioni di utenti è perché FB conosce i bisogni mentali e psicologici degli utenti.

Aiutare le persone a costruire una forte connessione con il mondo esterno, consentendo loro di seguire ed essere seguiti, questi sono i motivi per cui è nata una piattaforma sociale.

Un prodotto funzionale sarà senza dubbio favorito dalle persone. Ma un prodotto che forma una nuova abitudine ha un potenziale incommensurabile.

Luce elettrica, smartphone, social network, Whatsapp e altri… fanno parte di questi ultimi.

Obiettivo 5: Rendi gli utenti i tuoi promotori

Il prodotto è abbastanza buono da poterlo consigliare? Diventeresti testimonial di questo blog? Consigliereste la lettura di questo articolo ai vostri colleghi? E ai vostri amici?

Perché un obiettivo intrinseco a tutto quello che è stato detto e scritto fin qui, non è altro che quello di coinvolgere le persone. Io ci ho tentato mettendo in chiaro i valori dell’architettura dell’informazione, cercando di fare gruppo, di mettere in pista le idee per una comunità di pratica.

Sappiamo, per certo, che lettori e utenti sono i migliori portavoce dei nostri prodotti. E non importa che siano blogger famosi o attori famosi. Quelli che contano davvero sono le persone vere. Io, per esempio, ho due amici a cui mi rivolgo sempre per i miei acquisti e che mi hanno consigliato il mio attuale smartphone. Ma sono persone a cui si rivolgono tutti i loro amici. Sono insomma, degli influencer più o meno consapevoli. Sono costruttori di reti e condividono le loro conoscenze.

Ho tanto da imparare anche da loro!

In breve, conclude Trista Liu

mobilitare gli utenti e renderli promotori è anche un importante traguardo dell’esperienza utente che i buoni progettisti di UX dovrebbero impostare.

Dite che ci possiamo riuscire insieme? E quali sono, secondo te, gli obiettivi di un progettista? E quali gli obiettivi di progettazione (se di progettazione ti occupi)?

Euro IA 2018 – Cosa andrei a seguire, se andassi veramente.

L’Euro IA 2018 è la conferenza europea dell’architettura dell’informazione. Ed è un momento importante per tutti coloro che si occupano di user experience design. Ogni anno, personalmente, mando la mia proposta di intervento. Ma non è facile, perché la competizione è mondiale. Da un lato si preferiscono i professionisti già riconosciuti e che lavorano per brand di rilevanza internazionale. E poi in tre giorni c’è un massimo di persone da poter ascoltare.

Proponetevi!

Ad ogni modo, la cosa che trovo molto interessante, è che per poter intervenire ti giudicano tre persone a cui viene affidato il compito di leggere la proposta di tutti coloro che hanno l’ardire di proporsi. Al momento ho sempre trovato una persona entusiasta della proposta. Una a cui piace l’idea ma molto di nicchia. E una terza completamente in disaccordo con l’intervento e che giudica il mio inglese troppo semplice. Con un voto di uno e mezzo si viene respinti.

Non vi nascondo che trovo sempre molto belli i consigli di chi sarebbe entusiasta ad ascoltarmi. Interessanti le osservazioni del secondo e un po’ troppo zelante il terzo che mi boccia. Ma va bene così.

Se continuo a scrivere è perché in ogni caso, queste risposte mi forniscono utili suggerimenti; mi permettono di migliorare i miei studi per me stesso e per i miei lettori. Così come per i miei clienti.

E poi, quest’anno, finalmente, ci si occupa di architettura dell’informazione conversazionale. Chissà che un giorno vogliano ascoltare anche il piccolo uomo di provincia che ha da dire la sua.

Cos’è L’Euro IA 2018

Di se stesso l’EURO IA dice nell’ About.

Il Summit EuroIA è la principale conferenza sull’architettura dell’informazione (IA) e User Experience (UX) in Europa. È organizzato da un team di volontari ogni anno a settembre, in una diversa città europea. EuroIA 2018, a Dublino, sarà la 14a edizione.

Avendo una relazione così consolidata con la comunità di Information Architecture e User Experience, EuroIA ha visto e ospitato alcuni dei momenti decisivi nella progressione della nostra industria e del nostro modo di lavorare. In questo modo, abbiamo abbracciato argomenti dalla ricerca degli utenti a test e analisi, modellazione dei contenuti, workshop creativi o gestione delle competenze.

Programma completo EURO IA 2018

Euro IA 2018 si svolgerà a Dublino dal 27 al 29 Settembre. E ci sarà un programma fitto di interventi interessanti.

Programma di Giovedì

I workshop del Venerdì

Programma di Sabato

Cosa andrei a seguire, se andassi veramente

Io ormai mi sono relegato ai confini dell’impero, per cui non andrò. Ci vorrebbe uno sponsor che mi mandasse ad ascoltare. Il costo degli spostamenti e della conferenza stessa non sono sostenibili.

La mia azienda è ancora troppo piccola per poter investire in un evento del genere. Però mi piace sognare; mi piace progettare il viaggio e immaginare quali conferenze andare ad ascoltare.

Humanogy e non Humanology

Il tema di quest’anno è Humanogy. E lo faccio spiegare a Euro18 stesso cosa vogliono dire.

Le persone e la tecnologia condividono entrambi un tratto comune. Entrambi hanno memoria, capacità e capacità di pensare. Mentre la tecnologia espande e connette la razza umana alla rete digitale globale, il nostro mondo fisico si sta rapidamente fondendo con un mondo digitale in cui ogni azione e movimento possono essere monitorati, archiviati e analizzati all’interno di un enorme universo digitale che non dorme mai. Cosa significherà questa convergenza per l’uomo? Quale sarà il nostro futuro in questa inaffidabile era digitale? (Cit. Urban Dictionary)

Come user experience designer  e architetti dell’informazione, trascorriamo gran parte del nostro tempo a pensare alla relazione tra tecnologia e umani da una prospettiva sociale, economica, storica e tecnologica. Inoltre, ci impegniamo costantemente per migliorare l’aspetto umano con tecnologie rivoluzionarie.

Con organizzazioni e imprese sociali che finalmente riconoscono il valore dell’esperienza utente e dell’architettura dell’informazione, abbiamo un’opportunità unica per avere un impatto significativo. Ora è il nostro tempo.

Da non perdere! Secondo me.

Giovedì 27 Settembre 9:30 – 13:30

A re-introduction to information architecture / Donna Spencer

Un ripasso fatto con Donna Spencer non sarebbe affatto male. Anche perché si tratterebbe di una re-introduzione. Rinforzare, ogni qualvolta sia possibile, le basi permette di alzare i propri obiettivi.

Classification schemes: Audience, topic, geography etc
IA structures: Hierarchies, matrices, facets
Scientific and folk classifications
Supplementary IA: Search, indexes, links
Testing IA
Enterprise IA

—-

Venerdì 28 Settembre 9:00 – 13:00

Beyond the Screen / Abi Reynolds / Jessica Cameron

Si tratta di un Tutorial Workshop dal titolo User-centred psychology and new ideas in interaction design.

To create engaging and effective digital experiences, it helps to have a solid understanding of user-centred psychology. By taking advantage of people’s perceptual tendencies, cognitive biases, and very human susceptibilities to emotional experience and social influence, designers have proven able to create compelling, even addictive, screen-based experiences.

But now we are entering a new frontier. Our digital interactions have been primarily visual, but we are now moving towards a more holistic experience – one that encompasses conversational UIs, the Internet of Things and wearable tech. How can an understanding of key psychological principles help us design effectively for these new opportunities?

In this session, we will give attendees an introduction to user-centred psychology, identifying and explaining the ideas and research findings that help designers create effective desktop and mobile experiences. We will then move beyond the screen, and explore the challenges and opportunities presented by new interfaces. Throughout, we will remind ourselves that while technology changes rapidly, human needs do not.

Sabato 29 Settembre sarei davvero combattuto tra due interventi che si svolgono entrambi dalle 9:00 alle 13:00.

Il primo riguardante

The Art of Conversation / BBC Architects

Altro Tutorial Workshop dal titolo What we can learn about IA from Voice UI design.

Voice interaction is a natural playground for UX practitioners and Information Architects in particular. After all, we’re building experiences out of language and staging transactions within invisible structures.

But how should we research, prototype and design these experience, especially when they span contexts and content domains within the same experience. And what can we learn from VUI design as we create IA across any other digital environments?

Learn to develop ideas for voice and other invisible structures.
Practice describing and diagramming information architectures for new types of structure
Prototype and research propositions, from transactions to more exploratory experiences
We’ll also share some thought-provoking examples of what the BBC has learned in designing for voice platforms, asking questions like:

When pausing a live broadcast, where does it resume from?
Does “last” mean “previous” or “final”?
How do you gracefully handle errors without a screen?
How might we design for discovery in a conversational interface?
The tools and lessons in this workshop will give you a new perspective to take back to your professional work, and shine a light on something fundamentally human: the art of conversation.

Il secondo invece riguarda

AI for IA (and UX and Content Strategy) / Marianne Sweeny

Workshop che ritengo molto utile e di immediato uso e consumo per progetti reali e vicini alle persone.

There is an absolute truth about AI and that is artificial is always a pale comparison to the real thing especially when intelligence is involved. If you’ve noticed in increase in attention from the SEO down the hall, it is because Google has determined that UX is the most SEO-proof ranking influence for search results.

If you’re Stephen Hawkings (or Elon Musk and others), you believe that artificial intelligence brings with it doom and destruction. IF you’re Forbes magazine AI will merely redefine the enterprise. Most important, if you’re Google, you see its AI product RankBrain as the culmination of a goal to deliver the right information to the right people from the entire corpus of online information whether on sites, devices or structured depositories for the best experience.

However, this is not the experience that we design for. It is UX that is calculated, not observed. It is predicted based on past behavior rather than informed by human understanding. It is determined by machine intelligence rather than guided by collaborative design thinking. Information Architects have always recognized the essential role of the user. To be successful, IA must work for people. But as artificial intelligence and machine learning increase in power and prevalence, how can we ensure that technology serves human needs, and not the other way around?

Se qualcuno andasse…

Se qualcuno tra i lettori si recherà a Dublino il blog è a disposizione ad ospitare quanti vogliono condividere la loro esperienza.

Cos’è l’User Experience?

Difficile dare una definizione unica e univoca di user experience. L’ espressione come già ho scritto in un post sull’user experience in Italia può essere la definizione perfetta della fuffa o, come io credo, l’applicazione di un cambio di paradigma della progettazione.

Cos’è l’user experience?

Nel precedente post semplificavo al massimo, affermavo che

l’User Experience non è niente di trascendentale. Al di là dell’anglicismo, la UX è qualcosa di molto pratico e profondo che tocca la relazione che tutti abbiamo con un determinato prodotto o servizio.

In altre parole è lo studio dell’esperienza vissuta da una persona rispetto ad un determinato prodotto e/o rispetto tutto il mondo digitale, rispetto (anche) al nostro vissuto sul web e sui social.

Per me è la conoscenza e l’interesse che un progettista manifesta verso l’essere umano e verso il suo essere “essere umano”. È la risposta alla domanda “Ciò che sto progettando sarà utile? Risponderà adeguatamente alla persona che visiterà il sito che sto progettando?”. È il mettere l’essere umano al centro di ciò che si pensa e si crea.

L’user experience come ricerca della felicità

C’è una battuta molto inglese che dice

Per morire ricchi ci vuole l’Usabilità. Per morire felici ci vuole l’user experience.

L’user experience designer o architetto dell’informazione è alla ricerca della felicità come spiegava Stefano Bussolon al Wiad di Palermo nel 2015. L’user experience, infatti, riguarda le persone in quanto utilizzatori di un servizio ma riguarda anche chi propone servizi, contenuti e prodotti. Riguarda chiunque vuole suscitare emozioni, emozioni positive.

L’user experience come seduzione

Immaginate di dover ospitare qualcuno in casa. Magari qualcuno che volete sedurre o impressionare. Immaginate di voler ricevere una ragazza o un ragazzo per una cena. Quali sono i segnali e i messaggi che volete inviare? Quale impressione volete dare? Avete ripulito casa, messo in ordine la stanza? Mettete in evidenza un libro o un oggetto rispetto ad altri? Ecco. quando state pensando al vostro ospite e non a voi stessi, ecco che state svolgendo una delle attività principali dell’user experience designer.

È qualcosa che facciamo tutti. E questo è l’inganno! Che tutti viviamo esperienze. La maggior parte di noi induce a provare esperienze negli altri. E questo viene facile quando, bene o male, conosciamo l’altro.

Ma se dovessimo ricevere in casa migliaia di sconosciuti e dovremmo accontentare tutti ogni giorno a qualunque ora della giornata. Quando non volessimo irritare nessuno e volessimo dare una buona impressione a tutti, ecco che l’organizzazione della serata diventa un lavoro.

E così nel momento in cui diventa un lavoro stiamo parlando, nel nostro caso, di user experience design e architettura dell’informazione.

L’esperienza dell’altro e non di se stessi

Marco Bertoni in un post politicamente scorretto, a tratti ironico, di cui sconsiglia la lettura a chi ha un’opinione eccessiva di sé, scrive.

L’uso improprio del termine UX, al contrario, ha generato una serie di ridicole semplificazioni, eccone alcune:

Per il programmatore medio UX significa grafica.
Per il cliente medio UX significa a volte grafica, a volte “boh?”, a volte marketing. Non è raro che qualche stakeholder senta il bisogno di migliorare la UX di qualcosa. Se la frase fosse migliorare l’usabilità e l’architettura dell’informazione, la specificità dell’affermazione presupporrebbe la conoscenza del dominio e la necessità di rivolgersi a un esperto, usare il termine UX, invece, consente di sembrare cool senza compromettersi le ferie con il lavoro vero.
Per l’agenzia creativa media UX significa “il tizio sfigato che fa i wireframes”.

Adesso con due lezioni fuffa al corso di design o un master cotto e mangiato, sono tutti esperti di UX, e hanno ragione: perché chi più di noi stessi può essere definito esperto delle proprie esperienze?

La parola UX, quindi, è la grande livellatrice. Ha consentito a chiunque di proporsi sul mercato facendo le solite cose ma sembrando più cool. È il perfetto prodotto di una società superficiale in cui la sostanza è morta e sepolta sotto una coltre di parole inutili.

Ad ogni modo, un documento completo mi è sembrato il pdf in inglese proposto dall’Istituto di ricerca per l’informatica e l’automazione e da cui è tratto buona parte di questo articolo.

Da dove viene l’User Experience?

Si hanno a disposizione molti significati di User Experience o UX.

Una prima definizione che conferma quanto dicevo poco fa arriva da Tom Stewart.

Lo studio della relazione tra le persone e la tecnologia è stata denominata con vari nomi nel corso degli anni: ergonomia del computer, interazione uomo-computer e usabilità. Più recentemente, l si è parlato di progettazione e UX Human centered design.
Il termine User expereince è ora ampiamente utilizzato. Personalmente, non mi interessa come questa zona è chiamata … Quindi io uso il termine User experinece (esperienza dell’utente) per descrivere quello che su cui io lavoro.

Io faccio UX mi pare la definzione delle definizioni.

DEFINIZIONI di UX secondo la norma ISO

Per meglio definire la UX, è utile andare a riprendere alcune delle definiziioni più citate e accreditate.
Prendiamo dunque la definizione ufficiale tratta dalla norma ISO: ISO 9241-210.

Le percezioni e le risposte della persona derivanti dall’uso e / o dall’uso anticipato di un prodotto, di un sistema o di un servizio.

L’esperienza dell’utente comprende, insomma, le  emozioni, le credenze, le preferenze, percezioni, le risposte fisiche e psicologiche, i comportamenti e le realizzazioni che si verificano prima, durante e dopo l’uso. Ma anche l’esperienza che l’utente ha del logo del brand, la presentazione, la funzionalità, il sistema delle prestazioni, il comportamento interattivo, lo stato fisico e mentale dell’utente (anche derivante da esperienze precedenti) attitudini, abilità e personalità. E non dimentichiamo il contesto d’uso.

Definzione di UX secondo UPA

Un’altra definizione di UX (o UE) più europea è questa.

L’user experience design come disciplina riguarda tutti gli elementi che insieme compongono l’interfaccia, tra cui il layout, il visual design, il testo, la marca, il suono, e l’interazione. L’UE lavora per coordinare questi elementi, per consentire la migliore interazione possibile degli utenti.

Usabilità vs UX

Sedia per visite brevissime – Bruno Munari 1945

In alcuni ambienti l’User experience si appiattisce all’Usabilità. Ma chi fa ricerca e chi distingue all’interno dell’user experience numerose professionalità, sottolinea le differenze tra usabilità tradizionale e UX.

La sedia per visite brevissime

Interessante ed esplicativo mi sembra l’articolo di Annalisa Riggio che dopo aver ripreso le definizioni di Jakob Nielsen e Donald (Don) Norman, riprende l’esempio della sedia per visite brevissime di Bruno Munari.

Lavorare sulla UXD di un sito web significa fare tantissime valutazioni che riguardano anche l’usabilità (ma allo stesso tempo la grafica, l’architettura dell’informazione, gli obiettivi e altro). Significa mettere al centro della nostra progettazione l’utente al fine di rendere la sua esperienza di utilizzo soddisfacente e basata sulle sue reali necessità.

La differenza tra Usabilità e User Experience

Sul blog di Boraso ci si è occupati del tema anche di recente.

Cercando di contestualizzare queste definizioni nel panorama web, l’obiettivo dell’usabilità è quello di creare sito e piattaforme fruibili e di semplice utilizzo, mentre quello della UX è quello di fornire una memorabile esperienza all’utente prima, durante e dopo l’utilizzo di una specifica piattaforma.

In sintesi, l’Usabilità fa riferimento alla facilità con cui gli utenti, interagendo con un sito, riescono a raggiungere un obiettivo, mentre la User eXperience valuta la soddisfazione dell’interazione utente con il sito.

E si conclude in questo modo.

Confondere l’UX con l’usabilità è un errore frequente ma, come è stato proposto in questo post, l’usabilità non è altro che uno dei mattoni dell’UX ; esistono prodotti che forniscono esperienze fenomenali ma sono tutt’altro che usabili e, d’altro canto, strumenti estremamente usabili tuttavia non offrono più di quello e non garantiscono una completa e positiva UX.

UX in sintesi

L’UX comprende innumerevoli fattori delle persone. Le loro predisposizioni, le aspettative, i bisogni, la motivazione, l’umore. Ma anche le caratteristiche del sistema progettato, la sua complessità, lo scopo, la funzionalità e il contesto (o l’ambiente) entro cui l’interazione si verifica.

Per riassumere, il concetto di UX mette in rilievo punti di vista personali. Spesso comprende anche aspetti che nel tempo hanno riguardato il marketing, l’arte, le comunicazioni e la psicologia.

Perché l’esperienza utente è così importante?

Per diversi anni, aziende importanti come Google, eBay e Amazon hanno riconosciuto che l’esperienza utente ha un impatto diretto sui risultati economici. Queste aziende non hanno raggiunto il successo per caso. Quotidianamente e costantemente studiano ogni aspetto della propria attività con le persone e i clienti per garantire elevati livelli di soddisfazione.

Su internet, il cliente è il re. I visitatori del tuo sito possono scegliere di abbandonare il tuo sito web in qualsiasi momento. E di solito lo fanno per andare da a un concorrente. E questo accade soprattutto quando la navigazione è incomprensibile o molto più semplicemente non riusciamo a fare quello che il sito prometteva.

Il buon senso ci dice che se i tuoi utenti non riescono a trovare facilmente le informazioni o non riescono ad acquistare i tuoi prodotti, lasciano velocemente il tuo sito web e fanno acquisti altrove.

Econsultancy ha identificato alcuni elementi che per portano con se una buona esperienza utente.

  • L’Aumento delle vendite e delle conversioni online
  • Il miglioramento della percezione del marchio
  • La conquista delle posizioni migliori nelle classifiche di ricerca Google
  • La riduzione dell’insoddisfazione e del disagio del cliente
  • Riduzione dei costi di sviluppo e supporto.

Conclusioni

Che ancora oggi si debba discutere sulla definizione di UX è comunque qualcosa di normale. Intanto perché ancora oggi il termine è riconosciuto ancora da troppo poche persone. E poi perché, come accade per molti campi multidisciplinari, la UX è in pieno divenire.

C’è chi se ne appropria in modo vanaglorioso, come dice Bertoni “per sembrare più cool”. E c’è chi, invece, a fatica sta lottando ogni giorno per far comprendere che ci sono altri modi di progettare un sito web.

In questo senso la UX offre tantissime opportunità per la ricerca e offrirebbe tantissime occasioni di ricerca collaborativa. Se non accade è perché la crisi nelle nostre tasche è ancora forte. E piuttosto che collaborare e crescere insieme si preferisce sgomitare in un mercato ancora troppo piccolo per sfamare tutti. Ma questo è un altro discorso.

User Experience del futuro

Il futuro dell’User Experience può davvero essere un cambio di paradigma. Tanto che a mio parere potrebbe essere davvero l’evoluzione di un secondo umanesimo. Un umanesimo 4.0 dove l’uomo è visto sotto gli aspetti politici, sociali, comunicativi, artistici, fisiologici, psicologici, antropologici, etc.

Un altro mondo è possibile. Un altro mondo con al centro l’essere umano è, ogni giorno che passa, sempre più auspicabile.

Le discipline comprese nell’user experience

Per concludere vi mostro nel grafico di seguito le discipline che stanno all’interno dell’User experience. E sottolineo quanto peso ha al suo interno l’architettura dell’informazione.

Wiad Roma 2018 – Intervista a Carlo Frinolli

Il WIAD Roma 2018 è organizzato dalla comunità di pratica romana e con il supporto di nois3, experience design agency specializzata nell’ideazione di strategie digitali, concept visivi e applicazioni web e mobile.

WIAD Roma 2018

Per tutte le informazioni vi invito a visitare il sito uffiiciale del wiad Roma! Provate anche ad iscrivervi, anche se mi sa che a Roma come già a Palermo le sale sono piene. Magari vi mettete in lista di attesa e potreste ancora vere l’opportunità di partecipare al WIAD.

Relatori WIAD Roma

Al WIAD Roma ci saranno pochi ma intensi talk. Si parte alle Yvonne Bindi, Architetta dell’Informazione e il suo talk “IA for good! Ma attenti al lato oscuro del design”. Lorenzo Setale, Developer “Blockchain for Good?” (in inglese). Laura Camillucci
UX Designer “IA for good… causes! Landing page: usabilità al servizio del fundraising” e Carlo Frinolli, Experience Designer & CEO con “Universal Emoji for Good”.

Intervista a Carlo Frinolli

Carlo Frinolli è un imprenditore che ha investito da anni sull’User experience. È lui, infatti, il fondatore di nois3 ed è il motore del WUD Rome. Del WUD ne ho parlato tempo fa raccontando la mia ux week rome. Carlo è tra i più attivi nella comunità romana. E come ci racconta, insieme ad un gruppo di appassionati di UX e di architettura dell’informazione, organizza e smuove la comunità per eventi di collaborazione e divulgazione come il WIAD.

Carlo, come sei venuto a contatto con l’architettura dell’informazione e l’User Experience?

Ormai sono passati un bel po’ di anni, mi ci sono avvicinato grazie alla mia passione per il design e lo sviluppo web. Addirittura penso che risalga a inizio degli anni 2000. Non la chiamavo ancora UX , ma molti dei concetti che sono poi maturati in questi ultimi anni, li avevo cominciati a veder emergere attorno a me, sia formalizzati in libri o siti, sia come concetti nella mia testa.

Poi c’è stata una enorme milestone della mia vita: a luglio del 2011 grazie a Mozilla e Desigan Chinniah ho conosciuto un Designer romano dal nome Cristiano Siri, che mi ha coinvolto nell’organizzazione della mia prima Co-design Jam e poi di seguito nel gruppo di ricerca che si chiama tutt’ora Co-Design Jam Roma. Da lì ho iniziato a sperimentare metodi di Human Centered Design e Design Thinking, che mi hanno portato alla costituzione della Experience Design Agency nois3.

Ho intervistato Bianca Bronzino che lavora nella pubblica amministrazione. Tu sei il fondatore di una agenzia user experience. Bianca ci ha raccontato di una sfida entusiasmante. Lo stesso entusiasmo c’è nel privato? Tra i tuoi clienti?

Beh guarda c’è ancora molta confusione e distanza dagli argomenti, molti che si spacciano come professionisti del settore e invece, tuttalpiù, fanno un paio di wireframe prima di aprire photoshop. Però c’è anche molta curiosità e molto interesse. Ad esempio noi abbiamo sempre registrato feedback entusiastici dopo i nostri discovery workshop di apertura dei nostri progetti. Molto spesso accompagnati da sorpresa rispetto all’ efficacia.

Tanti clienti abbiamo visto “crescere” con noi e diventare membri integranti del team di progettazione. Però c’è anche tanta strada da fare per far capire alcuni concetti. Ad esempio, recentemente ci è capitata l’ennesima proposta di lavoro in cui ci chiedevano di “fare la UX di un’applicazione che è già stata sviluppata”.

Insomma, il mondo al contrario, ancora per un po’.

Quale parte del tuo lavoro preferisci?

Senz’altro quella in cui mi trovo a dover facilitare le sessioni di scoperta e ricerca con i clienti perché riesco a entrare e a immedesimarmi nei loro problemi e nelle loro soluzioni, spesso figlie dell’ingegno basato sulle proprie competenze. Magari a un osservatore esterno possono sembrare bislacche ma poi scavando ne capisci la ratio e riesci a guidarli verso soluzioni più adatte ed efficaci per loro e i loro utenti.

Ma anche la parte in cui bisogna immaginare funzionalità o risposte mirate a soddisfare quello che definisco da sempre “il ménage à trois”, tra il cliente, i suoi utenti e il team di progettazione.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

A parte le ovvietà (laptop e telefono), posso dirti che sono la voce, i post-it, i pennarelli, Gamestorming e tutto il background fatto di esperienze e confronto con le persone che abbiamo incontrato organizzando da sette anni a questa parte le co-design jam a Roma e non solo.

Sei organizzatore del WUD e del WIAD a Roma. Credo che tu sia uno dei motori della comunità di architetti dell’informazione a Roma. Da Roma come la vedi tu questa comunità italiana?

Mi fa piacere che tu mi veda così, lo dico non per understatement ma perché davvero lo penso: non mi ci sento tanto.

So che mi sono circondato di colleghi straordinari e molto più bravi di me, di persone nella community romana che, come diciamo a Roma, danno sempre er fritto (si fanno in quattro) nonostante i propri impegni, cercando di esserci quando riescono e quindi il tributo del motore lo riserverei anche per loro. Se proprio hai voglia di una metafora motoristica a volte siamo scintilla della candela, altre motore, altre carburante.

La comunità italiana la vedo un po’ timida, nonostante i tanti anni di esperienza grazie ad Architecta e il suo summit. E un po’ scoordinata, ahimè. Questo è un peccato soprattutto perché è fatta di persone molto appassionate e incredibilmente capaci ma che faticano a darsi degli strumenti e delle informazioni condivise nell’interesse del famoso Greater Good. D’altra parte lo capisco e ne sono consapevole: le nostre attività lavorative assorbono un sacco del nostro tempo.

Organizzi da solo? Chi sono gli altri che organizzano il WIAD con te?

No assolutamente no. Il “board” tra tante virgolette di quest’anno è composto da Domenico Polimeno, prezioso e attivissimo organizzatore dell’UX Book Club di Roma e Marco Buonvino, Service Designer torinese che è stato prima a Milano (dove ha co-fondato lo UX Book Club) e ora lavora a Roma presso una grossa utility.

Poi ci sono i miei colleghi di nois3 che sono l’immancabile ingrediente affinché succeda qualcosa. Ma non posso dimenticare il supporto di Latte Creative che ci ospita e rifocilla, oltreché interviene e quello di Architecta che supporta tutti i WIAD italiani.

Gli altri anni gli ingredienti principali sono stati: progettazione, dati e comunicazione. Che state preparando? Cosa aspettarsi?

Il tema quest’anno era fin troppo facile da interpretare. IA for Good. Per questo abbiamo voluto spostare l’accento anche sull’espressione idiomatica “for good”, per sempre. Infatti stiamo preparando degli interventi che spaziano tra universalità e la persistenza, Blockchain e Emoji, oltre ché interventi apparentemente più classici e più legati al tema “per il bene” che però saranno tutt’altro che ovvi.

In particolare sono molto fiero di essere riuscito a convincere Yvonne Bindi a essere dei nostri, il suo è stato senz’altro il talk del Summit IA 2017 che ho apprezzato di più.

Di solito, invece di un workshop, a Roma organizzate i BarCamp. Perché questa scelta diversa rispetto agli altri WIAD?

Di solito… quest’anno abbiamo fatto le cose più in piccolo. Ma non escludiamo di riproporli estemporaneamente vista la richiesta impressionante che abbiamo avuto. Considerando i 50 posti disponibili abbiamo prenotazioni per più di 120 persone…

La scelta in ogni caso l’abbiamo fatta perché pensiamo che WIAD debba essere un momento più aperto e più community rispetto ad altri eventi, lasciando quindi a tutti la possibilità di venire a esprimersi e condividere uno spunto, una riflessione o un proprio progetto. Ci sembra utile avere almeno alcuni momenti in cui la frontalità della conferenza sia superata.

A che edizione siete arrivati? Come risponde la città ad eventi di questo genere? Ne percepisce l’importanza? Nel senso che a Roma accadono tante di quelle cose ed è talmente grande… che ruolo ha il WUD e il WIAD in città?

È la terza edizione quest’anno e sulla risposta credo di averti detto poco fa: siamo al 120% delle prenotazioni, quindi direi benino. 🙂

WUD e WIAD si complementano secondo me: il primo è un evento totalmente nostro e che, nel rispetto delle istanze della comunità e del networking, ci ha aiutati a posizionarci nel mercato del Design e contemporaneamente ha creato diffusione e cultura su tematiche a noi professionalmente care e non solo.

WIAD restituisce lo scettro totalmente alla community e al contempo tiene viva l’attenzione insieme alle altre iniziative (quali lo UX Book Club, il DEED Meetup, lo UX Meetup, le Co-Design Jam) con l’obiettivo dichiarato di creare humus fertile sia per i professionisti che cercano confronto sia per le aziende che cercano figure da assumere.

Infatti io fossi in voi terrei sott’occhio anche UXERS.IN nei prossimi mesi… Qualcosa bolle in pentola.

E per finire le ultime 3 domande più leggere. Consiglia un libro

Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams, se va bene una risposta ovvia. Se cerchi una risposta da professionista per chi si avvicina alla IA ti direi “How to make sense of any mess” di Abby Covert. Se invece ti piace cucinare. “Kitchen Confidential” di Anthony Burdain. 🙂

Consiglia un brano musicale o un cd

Guarda consiglierò un brano, perché di CD non ho neanche più un lettore in casa… Rispondo con i due brani più riprodotti secondo Spotify nel 2016 e 2017: GO! Di Public Service Broadcasting e Hand that feeds di Nine Inch Nails. 🙂

Consiglia un film

The Blues Brothers. Manco a chiederlo.
Perché io in fondo li odio gli UX/UI dell’Illinois…

Grazie anche a Carlo

Grazie anche a Carlo Frinolli, per questa intervista e per le sue parole schiette e dirette come sempre. E grazie per aver trovato il tempo di scrivere in mezzo ai tanti impegni in cui ci si trova.

Le altre interviste… aspettando il WIAD 2018

Intervista a Marco Tagliavacche per il WIAD Genova 2018; Bianca Bronzino per il  WIAD BariDaniela Costantini per il WIAD Trento e Luisa Di Marino per il WIAD Palermo 2018.

WIAD Genova – Intervista a Marco Tagliavacche

Il WIAD Genova, come leggiamo dal sito dedicato

è nato dalla volontà di portare nella città un evento dall’alto contenuto formativo. Che mettesse in risalto le tematiche legate all’ Architettura delle Informazioni facendo da volano ad iniziative pubbliche o private. E che potesse attrarre sia le comunità locali ma essere anche punto di riferimento per il Nord Ovest.

World Information Architecture Day

Il World Information Architecture Day, detto anche WIAD, è la giornata mondiale, organizzata dall’Information Architecture Institute, in cui la comunità degli architetti dell’informazione di tutto il mondo, si ritrova per condividere informazioni, idee, ricerche. Lo fa organizzando eventi a livello locale in un modo coinvolgente e non convenzionale.

Il WIAD 2018 si terrà il 24 febbraio contemporaneamente in 56 sedi, 25 paesi e 5 continenti diversi.

In Italia si terrà in 5 città: Bari, Palermo, Roma, Trento e Genova.

IA for Good

Tema di quest’anno è “IA for Good”. Architettura dell’informazione per il bene comune. Come usare l’IA per proteggere la civiltà umana dalla disinformazione. Imparare. Condividere. Crescere.

WIAD Genova

Il Wiad Genova si svolgerà presso la Facoltà di Architettura, che si trova  in  Stradone di Sant’Agostino, 37 di Genova.

La mattina sarà l’occasione per ascoltare gli ospiti e gli speakers esperti. Nel pomeriggio si potrà partecipare ad un workshop. Un momento di formazione e confronto.

Gli speakers di Wiad Genova 2018

Gli speakers del WIAD Genova sono molto interessanti. Si potranno ascoltare gli interventi di Chiara Danese ( Designer, Digital Strategist, Consulente), Andrea Resmini, (Information Architect, Professor, Researcher); Marco Bertoni (Product Envisioning & User Experience) tra i più conosciuti. Ma anche Andrea Violante, Diego La Vecchia e Marco Tagliavacche. Quest’ultimo anche organizzatore del Wiad Genova e che intervisto di seguito.

Tutte le informazioni e i biglietti si trovano sul sito wiadgenova.it

Intervista a Marco Tagliavacche

Marco Tagliavacche, oltre ad essere il promotore del WIAD Genova, è architetto dell’informazione. Ed è anche l’attuale presidente di Architecta, l’associazione nazionale che riunisce i maggiori architetti dell’informazione italiani.

L’associazione promuove la conoscenza, la diffusione e la crescita dell’architettura dell’informazione in Italia. E sarà sponsor di tutti i Wiad italiani.

(Anzi, se qualcuno vuole contribuire a diventare sponsor del WIAD più vicino alla propria zona di riferimento, la disciplina e i suoi cultori ringrazieranno di cuore).

Come sei venuto a contatto con l’architettura dell’informazione e l’User Experience?

In università, quando follemente mi sono re-iscritto nel 2009, per completare qualcosa che fino a quel momento non ero riuscito :-). Due professori illuminati di ingegneria durante le loro lezioni mi parlarono di architettura dell’ informazione e user experience e mi suggerirono di seguire “Architecta” da li in poi fu solo amore.

Qual è la tua “giornata tipo” professionale?

La mia giornata tipo professionale, lavorando con un team dislocato in tutto il mondo, è iniziare con un paio di call conference per fare il punto della situazione e lo stato avanzamento lavori dei vari task UX/UI aperti. Poi verifico le mie attività e inizio la mia giornata che attualmente è molto incentrata sulla definizione delle brand guideline e UX Guideline dei prodotti interni.

Quale parte del tuo lavoro preferisci?

Ce ne sono due. La prima è quando posso fare un po’ di ricerca sullo stato della UX in campo industriale, guardando quello che succede e cosa stiamo facendo noi come azienda, prima di tutto. L’altra è la parte di prototipizzazione delle interfacce.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Carta, penna, matite , pennarelli , post it, lavagne adesive e un paio di tool per prototipizzare (non li cito per non fare pubblicita occulta).

Stai organizzando il WIAD Genova ed è la prima volta per la città (anche se non è il primo evento UX). Che accoglienza stai ricevendo?

Ah ah ah Genova è una matrigna un po’ cattiva con i suoi figli. Potrò risponderti solo dopo l’evento credo. Spero, comunque, che sia una buona occasione per la città per parlare di architettura dell’ informazione e User experience. Ce ne è’ bisogno soprattutto a Genova.

Da questo WIAD Genova cosa ti aspetti? Cosa si deve aspettare chi viene ad ascoltare?

Mi aspetto che chi viene inizi un po’ a capire cosa siano IA e UX. E inizino a capire che sono due competenze al giorno d’oggi fondamentali per realizzare qualcosa di effettivamente utile e soddisfacente per le persone. Ma soprattutto mi aspetto che anche gli addetti ai lavori capiscano il ruolo etico che hanno come designer ovvero come progettisti.

Oltre ad organizzare il Wiad Genova sei anche presidente di Architecta. Cambia qualcosa? Come vivi/vivrai questa giornata mondiale dell’architettura dell’informazione?

Si è vero. Ma sinceramente non cambia molto. Cerco di pormi sempre come un addetto ai lavori. Essere il presidente di Architecta è per me un onore e soprattutto uno sprone a fare sempre meglio. Ma in realtà non cambia molto. Metto lo stesso entusiasmo in entrambe le cose. Anche se Architecta per l’arco temporale e le aspettative è una sfida più a lunga durata.

Parliamo spesso di resistenze al cambiamento. E della difficoltà di comprensione della disciplina. Pensi sia un problema di cultura digitale? Oppure siamo noi architetti a non spiegarci bene? Qual è il tuo punto di vista?

Bella domanda! È un problema di cultura digitale che forse manca, di una cultura e knowledge che arrivi dal basso, magari dalla scuola. Ma è anche un nostro problema come architetti: dobbiamo imparare a comunicare bene e meglio, cercando di far capire cosa facciamo e perché. Abbiamo una grossa responsabilità e non è facile.

Architecta ha gli stessi problemi, ovvero quello di essere conosciuta e riconosciuta. Come Board ci stiamo lavorando, ma è complesso perché il nostro lavoro è fatto su base volontaria. Mentre Architecta richiederebbe un Full time da 24 ore al giorno. Ma ci riusciremo. Comunque sono fiducioso. Vedo che c’è maggiore interesse, più consapevolezza. Il settore sta crescendo dobbiamo crescere con lui

Immaginiamo di fare un salto nel tempo e siamo alla vigilia del WIAD Genova 2023. Di che si parlerà?

Uhaooo, saperlo … si parlerà della blockchain e della sua integrazione nella vita quotidiana e del rapporto fra uomo e robot in ambito giornaliero casalingo.

E per finire, consiglia un libro.

La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo di Luciano Floridi. Ho iniziato a leggerlo e… beliN!

Consiglia un brano musicale o un cd

Per me domanda difficile perché non sono cosi bravo. Pero… Empire State of Mind di Alicia Keys , mi permetto anche un fumetto PK 🙂

Consiglia un film

Matrix 🙂 (per non dire Star Wars) perché, in fondo, Matrix è l’inizio e la fine di tutto 🙂

Ringraziamenti

Grazie a Marco Tagliavacche per questa intervista. E grazie a tutti coloro che hanno accettato le successive interviste che trovate qui di seguito sul blog.

Bianca Bronzino per il  WIAD BariDaniela Costantini per il WIAD Trento; Carlo Frinolli per il WIAD Roma e Luisa Di Marino per il WIAD Palermo 2018.

Fake news e social

Fake news e social secondo alcuni pare che vadano di pari passo. Sul blog, dopo aver parlato di fake news in senso strutturale e dopo aver sottolineato l’importanza degli ambienti semantici concludo il discorso parlando del contesto sui social. Premetto sempre, per chi non mi segue settimanalmente, che temi di questo genere non possono essere esaustivi con un solo articolo. E ovviamente ciò che riporto è il frutto del tempo e degli stessi algoritmi che mi fanno conoscere determinate cose e non altre.

Nella prima stesura di questo articolo sono spesso uscito fuori tema andando a toccare  elementi più giornalistici. Ma ho preferito affidare ad altri contesti le mie opinioni su informazione, fake news e social e qui restare nell’ambito strutturale. Mi piacerebbe, infatti, che alla fine di queste tre settimane, dopo la lettura degli articoli

i miei lettori avessero le idee chiare sul punto di vista di un architetto dell’informazione. O quanto meno avere uno strumento in più per riflettere sul tema. O per codificare il problema di cui sempre più spesso si parla.

AGGIORNAMENTO 13 Aprile 2017 ore 00.25

Comunicazione di Facebook agli utenti su come riconoscere e verificare una fake news.

E’ interessante che proprio oggi ricevo una notifica da parte di Facebook che mi aggiorna sul lavoro che Facebook sta facendo per fermare da disinformazione e le fake news e un decalogo su come scoprire le fake news.

Raccolgo alcuni punti interessanti per il blog

  1. Investigate the source. Ensure that the story is written by a source that you trust with a reputation for accuracy. If the story comes from an unfamiliar organization, check their “About” section to learn more.

  2. Is the story a joke? Sometimes false news stories can be hard to distinguish from humor or satire. Check whether the source is known for parody, and whether the story’s details and tone suggest it may be just for fun.

  3. Some stories are intentionally false. Think critically about the stories you read, and only share news that you know to be credible.

Fake news e social

I social sono un ambiente complesso e lo scenario che presentano non è qualcosa da poter spiegare analizzando un solo pezzo. Qualunque discorso facciamo sui social è sempre di parte e parziale. Parlare di social significa parlare del mondo. Per questo motivo sottolineo il fatto che personalmente cerco di guardare allo scenario dei social e di restringere (con fatica) la discussione all’elemento strutturale.

E seppure in alcuni punti, il mio discorso possa sembrare semplice o semplicistico, la distinzione tra notizia vera e falsa non è cosa banale. Distinguere una notizia falsa da una vera richiede uno sforzo culturale non indifferente e una conoscenza specifica sui vari temi proposti.

Facebook

Parlare di social significa, in buona parte, parlare di Facebook. E i social, così come Facebook, non sono contesti coerenti per gli utenti. I social sono contesti coerenti per i proprietari e per la raccolta dei dati di chi frequenta i social. L’architettura dell’informazione di Facebook è una architettura che io definirei anfibia. Respira e assorbe utenti e poi li trattiene dentro. Un po’ come la balena di Pinocchio.

Attraverso l’uso di algoritmi specifici è volta a tenerci dentro le mura del social. La convenienza specifica di facebook, come la chiama Alberto Puliafito

è farci star dentro Facebook.

In un certo senso, Facebook vuole diventare internet.

Interesse di Facebook è raccogliere dati, tutti i dati possibili e immaginabili, da rivendere.

Architettura dell’informazione di Facebook

Non c’è mai stato nessun interesse a spiegare la realtà. Facebook non si è neppure dato il compito di organizzare le informazioni per creare contesto. Il contesto, invece, diventa molto coerente quando paghiamo Facebook per sponsorizzare un nostro post. Non c’è nessuna possibilità di ambiguità. Vai a colpire con il tuo messaggio, se lavori bene, le persone che potenzialmente sono interessate.

Nel contesto pubblicitario, l’utente pagante riesce, con molta facilità a compiere tutte le azioni che lui vuole fare per raggiungere il suo obiettivo.

L’architettura dell’informazione dei social varia da social a social. Così come l’architettura dell’informazione dei social è diversa dall’architettura dell’informazione di un forum o di un blog. In questi tre contesti le dinamiche di partecipazione sono diverse. E di conseguenza l’utente si comporterà diversamente.

Ridistribuzione della rilevanza

Federico Badaloni ce lo spiega, sempre con la sua chiarezza.

Ci sono degli ambienti che forzano le persone a comportarsi in un certo modo,  gli ambienti in cui abitiamo ci portano ad agire in un certo modo.

Facebook è una macchina della rilevanza? Gli architetti dell’informazione di Facebook hanno progettato quell’ambiente in modo che il concetto di rilevanza si appiattisse sul concetto di interesse individuale.

E’ possibile progettare un social media senza che accada questo? Forse twitter ha delle dinamiche in cui la possibilità democratica di creare un hashtag si avvicinano alla possibilità quello che per una comunità è interesse collettivo e non interesse individuale.

Coerenza e ambiente semantico

I social dunque, è chiaro che non possono essere coerenti se non con se stessi. La nostra stessa rete sociale non è coerente. Tra i nostri “amici sociali” abbiamo persone che la pensano diametralmente all’opposto. E che magari nella realtà non frequentiamo o non abbiamo mai incontrato. All’interno dei nostri gruppi o comunità, ci sono persone che hanno una cultura diversa, istruzioni dissimili. Senza contare che le persone non sono completamente rosse o blu, bianche o nere. C’è chi usa i social per lavoro, chi per svago, chi per ridere. E questo tra persone che sono ben identificate. Per non parlare dei trolls di professione o chi apre un account social per condividere sofferenza o per sfogare le proprie, frustrazioni o rabbie. Moltiplicato per i milioni di account che vivono sui social è facilmente comprensibile che gli ambienti semantici siano complessi e molteplici.

Ritornando a noi e agli ambienti semantici, verificare le notizie, non solo significherebbe verificare le notizie in sé, che ci vengono proposte dai nostri contatti. Che poi sarebbe la cosa, paradossalmente, più facile. Ma significherebbe anche comprendere a quale ambiente semantico e a quale contesto appartiene la notizia.

La bacheca è il nostro pulpito

La facilità di parola offerta dalle nuove tecnologie pone subito tutti noi su un pulpito dove poter arringare la folla con il proprio pensiero. Facebook con le sue imboccate pone quel pulpito al centro delle nostre case. Su Facebook, non sempre leggere l’altrui pensiero è un atto volontario e voluto.

Qualcuno definisce questi comportamenti tic della comunicazione digitale da cui si fa fatica a sfuggire.

Saranno anche tic, ma personalmente penso che si tratti di progettazione. Nella progettazione di un social si garantisce la possibilità di parola a chiunque e su qualunque cosa. Oggi magari non ci pensiamo più perché la struttura dei commenti è cosa ovvia e predicata ma la possibilità di commentare o meno è una decisione che prende chi progetta e costruisce il social, il blog o il sito.

La possibilità di commentare o non commentare un sito istituzionale è una volontà progettuale. Nei fatti poi è una scelta politica e non certo comunicativa.

I commenti sui social

I social sono luoghi di dibattito e di dialogo. Generalmente il dibattito non è mai un dibattito profondo. Non perché non ci sia la volontà di questo profondità. Ma perché mancano molti elementi che impediscono la comprensione del contesto. Quando commentiamo, con chi ci stiamo confrontando? Con chi stiamo parlando? Gli altri ci conoscono?

Anche in gruppi molto coerenti, la discussione spesso degenera. Le incomprensioni sono dietro l’angolo. Basta una incomprensione, una parola di troppo, un aggettivo scorretto. Basta persino un refuso per sviare la discussione e far perdere il significato di pensiero che si voleva sottolineare.

Nei commenti, a mio parere, mancano tanti elementi di conoscenza delle relazioni. I cosìdetti filtri, non sono altro che le normali regole di convivenza che spesso sui social si abbattono.

Ci vorrebbe un moderatore e non abbandonare i lettori al loro destino. Ma questa è un’altra storia.

Auto conferma, contesti reali, censura

Un social potrebbe essere paragonato ad una macchina fotografica? Forse si. Per certi versi si. Esso focalizza la nostra attenzione su determinate immagini. Descrive certamente una porzione del reale ma, nello stesso tempo, impedisce di vedere e di osservare tutto quello che nella realtà è possibile vedere. Senza considerare il fatto che l’algoritmo di un social, tende a confermare tutto quello che noi diciamo. Autoconfermando il nostro pensiero.

In contesti reali abbiamo molte più informazioni. Abitudini, educazione, pudore, introversione o estroversione ci portano a confrontarci con l’altro in modo più o meno civile, secondo determinate regole di contesto. Tutto la parte di linguaggio di non verbale, ci aiuta nel confronto con l’altro.

Rosy Battaglia, sul suo profilo social, ricorda

“La nostra vita è divisa fra due mondi diversi: online e offline, connessi e disconnessi. La vita connessa è in gran parte priva dei normali rischi della vita. Se non ti piace l’attitudine di altri, smetti di comunicare con loro, li disconnetti. Quando sei offline, e incontri per forza le persone reali, devi affrontare il fatto che la gente è diversa, che ci sono molti modi di essere umani. Devi affrontare la necessità del dialogo, devi impegnarti in una conversazione con loro”.

Zygmund Bauman, tratto da “La teoria svedese dell’amore”.

La necessità del dialogo e l’impegno alla conversazione. Insomma, probabilmente, in presenza, non saremmo così pronti e violenti a puntare il dito su un professionista (o collega) che si è trovato in una situazione di emergenza.  Dal vivo avremmo più chiarezza di giudizio. Avremmo magari un tono di voce più pacato, maggiori possibilità di interazione con l’interessato e chiarimento immediato (e non asincrono, come spesso accade).

Il bollino rosso di Facebook

A conferma di quanto scrivo mi viene in aiuto la recente notizia della comparsa di un bollino rosso che aiuterà gli “amici” di facebook a capire se una notizia è vera o falsa o sicuramente dubbia. In pratica, Facebook ha iniziato una collaborazione con due società di fact checking. Si tratta della Snopes.com e PolitiFact. Entrambe le società che si occupano di verificare le notizie, stanno studiando il modo di bonificare l’ambiente. Ogni qualvolta ci sarà una notizia falsa, segnalata dagli utenti o messa in discussione dalle due società, sulla notizia comparirà un bollino rosso. Questo, insieme alla dicitura disputated, dovrebbe segnalare a chi legge che la notizia che stiamo leggendo è probabilmente falsa.

Tutto molto bello e fin troppo facile. Peccato che la prima notizia da bollino rosso sia stata la notizia di un giornale satirico. La notizia afferma che “le fughe di notizie sui servizi segreti che preoccupano la CIA e Donald Trump, siano causate dall’uso di uno smartphone Android da parte del Presidente degli Stati Uniti”.

La notizia è falsa. Una bufala. Per chi non ha una cultura digitale adeguata risulta anche verosimile. Ma resta comunque falsa. La notizia è stata scritta in un contesto satirico. Ed è stata scritta per far sorridere o ridere. Chi legge un giornale chiaramente satirico, sa in quale contesto sta entrando, sa che tipo di notizie troverà, conosce quale trasmissione di senso gli stanno offrendo gli autori di quel giornale o di quel sito.

Conclusioni

Pare dunque che questa quantità abnorme di informazioni che dovrebbe essere la nostra fortuna, ci si stia ritorcendo contro.

L’architettura dell’informazione, come ho già detto, non sarà la panacea di tutti i problemi, ma sicuramente è la disciplina che più di altre ha in se l’obiettivo di costruire argini alla sovrabbondanza informativa.

A mio parere un modo per ristabilire l’equilibrio tra informazione e conoscenza può aversi praticando quotidianamente la ricostruzione di contesti chiari, usabili, accessibili e trovabili a tutti i livelli.

Si può iniziare da uno studio sistematico dell’architettura dell’informazione o molto più banalmente rinunciare alla condivisione di notizie che noi stessi riteniamo dubbie e fuori dal contesto.

Questa è una pratica crudele. Si tratta di mettere in dubbio la fiducia delle persone che frequentiamo sui social. Rinunciare a qualche link significherà rimettere ordine al contesto. Almeno al nostro contesto, per un riequilibrio tra fake news e social, tra verità e social. Tra noi e il mondo.

 

Fake News, cosa sono, attraverso le lenti del mio blog

Avevo titolato l’articolo Fake News e Architettura dell’informazione. Ma sinceramente non so come la pensano i miei colleghi e forse parlare a nome della disciplina mi sembra troppo presuntuoso. Per questo motivo ho specificato che l’opinione, che mi sono fatto attraverso l’architettura dell’informazione, è mia e del blog. Di parte e parziale, come tutte le verità di questa terra. Ai lettori e ai posteri l’ardua sentenza di dare un giudizio se volete. Anche se ad essere sincero, mi auguro che qualcuno voglia arricchire questo pezzo piuttosto che giudicarlo.

Cosa sono le fake news?

Le fake news sono notizie false date per vere. In molte occasioni sono anche verosimili. Le fake news non hanno uno scopo informativo. Hanno il solo scopo commerciale di attrarre le persone a visualizzare la pubblicità contenuta nei vari siti. Spesso il fraintendimento tra news e fake news sta nel modello di business che è identico. Entrambe vengono prodotte al solo scopo di essere diffuse il più possibile e portare guadagni a chi le produce attraverso la pubblicità.

Le persone generalmente non verificano la veridicità delle informazioni che condividono. Molto più spesso non leggono i contenuti che consigliano ai propri amici. E generalmente si soffermano alla visione della foto o del titolo.

Per questo motivo è necessario andare più in profondità e determinare delle strutture che permettano di creare un contesto che si differenzi dalle fake news.

Fake news, lo scenario

Oggi si fa un gran parlare di fake news, bufale, notizie false, notizie alternative, post verità. Negli Stati Uniti è una questione ampia e avanzata che sta restituendo autorità alla carta stampata. Per questo motivo anche in Italia si pensa che sia prossimo il ritorno alla carta, pur non seguendo le buone pratiche d’oltreoceano, pur non facendo uso di architettura dell’informazione. pur non creando redazioni di verifica delle notizie, pur non assumendo figure professionali che vanno incontro ai lettori. Non si capisce, dunque, quale dovrebbe essere la causa per un ritorno alla carta stampata, anche in Italia.

Sebbene a parlare di fake news siano principalmente i giornalisti che giustamente ne sentono il carico, penso che il tema riguardi tutte le categorie di professionisti che producono contenuti. Ed oggi, che piaccia o no, tutti produciamo contenuti. Sono quasi certo, infatti, che i giornalisti che leggeranno questo articolo storceranno il naso. E la cosa mi dispiace. Ai giornalisti toccherebbe la verifica delle notizie. Magari l’adozione di un verification handbook, forse. Ma ci sono altri pezzi coinvolti nella trasmissione di significato. Tra questi c’è l’architettura dell’informazione appunto e l’organizzazione del lavoro, per esempio. A mio parere, il dibattito va allargato ad una ampia platea.

Con questo articolo non dimostrerò, dunque, che l’architettura dell’informazione sia la panacea (la personificazione della guarigione universale e onnipotente) a tutti i mali del mondo della comunicazione. Né che la sola applicazione della disciplina possa risolvere tutti i guai dell’informazione italiana. L’architettura dell’informazione è però uno dei tasselli fondamentali che andrebbero tenuti in conto. Almeno ascoltati.

Fake News e Architettura dell’informazione

Da architetto dell’informazione mi pongo ogni giorno delle domande. Il mio obiettivo è quello di trovare risposte oltre le apparenze. La ricerca di senso della realtà. La ricerca profonda delle ragioni che ci portano a certe scelte.

Dal punto di vista dell’architettura dell’informazione le fake news, le notizie false, sono un problema ben identificato. Ossia, dal punto di vista strutturale le notizie false riguardano il contesto e gli ambienti semantici.

Lo ha spiegato benissimo Jorge Arango al X summit di Architecta del 2016. Alcune settimane fa ho riportato sul blog quanto è stato detto Jorge Arango e l’architettura dell’informazione.

Fake News, cosa sono secondo Jorge Arango

Un mio amico mi chiedeva se ci fosse una architettura della menzogna o della bufala. Certamente c’è un linguaggio e uno storytelling della bufala. Ma non mi occupo oggi di spiegare questo. Mi porterebbe troppo lontano.

Scrive e dice Arango.

Dopo l’elezione 2016 negli Stati Uniti, si è parlato molto del problema delle “notizie false” sui social network. Ciò significa che un particolare ambiente semantico ( i social media che stiamo usando per informare la nostra visione del mondo) sta diventando un ecosistema inquinato con materiale proveniente da un altro ambiente semantico (la propaganda, o in alcuni casi, la satira). Questa non è una novità, naturalmente. La disinformazione è stata intorno a noi da tempo. Ciò che è nuovo è la pervasività del problema. E il fatto che ora passiamo molto più fluidamente tra i diversi ambienti semantici. Questo rende più difficile per noi capire come dovremmo interpretare ciò che stiamo guardando. Ci conviene capire come possono diventare inquinati, e lavorare per garantire che la trasmissione di significato possa avvenire in modo più “limpido” possibile.

Arango sottolinea che le notizie false non sono affatto una novità. La novità semmai è la loro pervasività. Le notizie false arrivano, oggi, anche a persone che non hanno le difese culturali per comprendere il contesto.

Compito di chi vuole migliorare il sistema (costruire un internet migliore) è quello allora di garantire la trasmissione di significato della realtà. Gli architetti dell’informazione si pongono questo obiettivo come fondamento del proprio lavoro. Ma la trasmissione di significato della realtà è un obiettivo che chiunque dovrebbe porsi. Il perché è presto detto.

Risorse non rinnovabili

La costruzione di un internet migliore non è un ideale utopistico. Ma è un dovere reale per chi produce contenuti, una pratica di etica quotidiana.

Arango continua nel suo ragionamento.

Quando discutiamo di sostenibilità dell’ambiente fisico, parliamo spesso di risorse non rinnovabili.
Gli ambienti informatici hanno anche loro una risorsa non rinnovabile, essenziale. Una risorsa senza il quale l’intero sistema crolla. L’attenzione. L’attenzione degli esseri umani, che interagiranno con i prodotti e i servizi che progettiamo.

Che cosa stiamo facendo con il tempo prezioso degli utenti delle nostre applicazioni? Li stiamo aiutando ad essere genitori, collaboratori, cittadini più efficienti? O stiamo dando loro solo una soluzione rapida, della dopamina, in modo da poter mostrare loro più annunci?
Ogni giorno, le persone stanno spendendo più del loro tempo con le applicazioni e i siti web che creiamo.

Dobbiamo onorare questo privilegio per non sprecare la loro attenzione.

La costruzione del contesto

L’architettura dell’informazione costruisce il contesto. Se all’interno dei contesti informativi entrano notizie che confondono il senso della realtà, creiamo un buon ambiente per le fake news, o di notizie che comunque non saranno comprese. E che daranno vita ad altri fraintendimenti. Molte volte questo accade strutturalmente. Gli articolo spesso sono immersi in un contesto che non è il loro. E questo si accentua di più quando una notizia, anche se vera, non trasmette alcun senso della realtà. Alla lunga il contesto, in cui proliferano queste notizie, perde di autorità.

E’ paradossale che mentre le testate riconosciute, per la loro rilevanza, perdano di autorità, i siti di bufale si rifanno a questi contesti. Sembrerebbe, quasi, che i due contesti si imitino a vicenda. E questo accade molto probabilmente anche perché il modello di business, ossia il modo in cui guadagnano, è lo stesso.

Quando un giornale mainstream e generalista, scrive un titolo dal tono satirico, non fa altro che copiare e riprendere ambienti semantici che appartengono ad altri contesti. In questo travaso di contesti e di sistemi semantici ad avere la meglio, sono le bufale. E a perderci, di brutto, è l’autorevolezza dei giornali rilevati. Non è un segreto, infatti, che i quotidiani in edicola perdano lettori con una emorragia continua (almeno questi i dati fino al 2015).

Anche qui le ragioni sono varie. Parlarne richiede uno sforzo notevole, almeno quanto leggerne. Anna Maria Testa ne scrive lungamente su Internazionale e sul suo blog.

Continuiamo a farci del male

Tutto questo discorso interessa poco, purtroppo, a coloro che hanno potere decisionali sul contesto. Sicuramente hanno molto meno interesse di voi che siete arrivati alla conclusione di questo articolo. Ancora oggi, economicamente, il contesto, la progettazione, la ricerca, il buon senso, l’applicazione delle buone pratiche, sono ritenute irrilevanti dai vertici decisionali. Ciò che conta sono i numeri. Quel che conta è la sola fatturazione. Anche se poi si rivela tutto un castello di carta al macero.

Attenzione. Non dico assolutamente che sia cosa facile. Ma solo quando si creerà una massa critica di persone che comprenderanno questo pezzo dell’informazione (e altri pezzetti di significato), si potrà iniziare a ricostruire quanto abbiamo fin qui perso. Quando e se si creerà.

 

 

Jorge Arango e l’architettura dell’informazione

Jorge Arango,

architetto dell’informazione,

è uno dei co-autori della quarta edizione del libro “Information Architecture: per il web e oltre” . Il libro che è il caposaldo dell’architettura dell’informazione.

Jorge Arango, è stato, insieme ad Abby Covert, ospite all’IASummit 2016 di Architecta a Roma, eh ha pubblicato su Medium il suo discorso. Così come ho fatto sul post di Abby Covert e l’architettura dell’informazione sottolineerò, anche qui, i passaggi più importanti che mi hanno colpito. Alla fine, le mie considerazioni.

Jorge Arango: Lasciare il segno

Gli edifici servono per fini utilitaristici. Ci riparano dalla pioggia o servono come luogo sicuro per riposare. Sono anche manifestazioni fisiche degli ambienti politici, sociali, e culturali che li hanno prodotti. Gli edifici raccontano storie su chi siamo e chi eravamo come popolo.

I primi telefoni cellulari come “mattoni”

Il software è malleabile, riproducibile e onnipresente. Il software sta assumendo la funzioni che abbiamo già sperimentato con gli edifici.

Non molto tempo fa, chi voleva acquistare della musica si sarebbe recato in un negozio di dischi. Oggi si paga per il privilegio (temporaneo) di uno streaming. Qualche negozio di dischi sopravvive ancora, ma la maggior parte ha chiuso i battenti. E molti musicisti sono dovuti passare ad altre soluzioni per guadagnarsi da vivere.

Software

Il Software rende possibile cose che prima erano impossibili.

Le applicazioni stanno modificando la nostra realtà e il nostro modo di affrontare la realtà.

Lo scrittore e designer Edwin Schlossberg ha detto che “l’abilità di scrittura è la capacità di creare un contesto in cui altre persone possono pensare.” Penso che l’abilità di progettare – in particolare l’abilità di progettare software – sia l’abilità di creare contesti in cui altre persone possono lavorare, imparare, giocare, organizzare, negoziare, spettegolare.

Guardiamo oltre

Se abbiamo intenzione di costruire la nostra società sul software, non vogliamo aspettarci che esso ci fornisca stabilità contestuale. Cosa che ci si aspetta da parte dei nostri ambienti fisici. Quindi la questione centrale per me in questo momento è. “Come possiamo progettare ambienti informativi che supportano l’integrità a lungo termine?”

Sistema VUCA

Nei primi anni del 1990, l’esercito degli Stati Uniti ha creato un acronimo per descrivere la situazione geopolitica dopo la guerra fredda: VUCA. VUCA è l’acronimo di (volatility, uncertainty, complexity, ambiguity) volatilità, incertezza, complessità, e ambiguità. L’aumento delle tecnologie dell’informazione – e di Internet in particolare – ha radicalmente trasformato la nostra realtà politica, economica e sociale. Stiamo tutti vivendo in uno stato generalizzato di VUCA.

Vediamo segni ovunque. VUCA è quando alcuni cittadini privati dei diritti civili si riuniscono in un social network e iniziano un movimento che fa cadere una dittatura di 30 anni, in una settimana. La Brexit è un effetto del VUCA.

Le cose che progettiamo sono meccanismi che, sempre più persone utilizzano per capire e interagire con il mondo. Gli ambienti informatici possono aiutarci ad aprire le nostre menti o aumentare la nostra capacità di comprensione. Oppure ci possono fuorviare. Possono alimentare “notizie false”, o ci possono intrappolare in “bolle di opinione” facendoci credere che tutti la pensano come noi.

Struttura

Il primo punto di vista è che tutti gli ambienti di informazione hanno strutture semantiche sottostanti che li supportano. Le strutture esistono sia che siano state progettate intenzionalmente, sia che non siano state progettate.

Sto parlando di architettura dell’informazione, che comprende (tra l’altro) le categorie, le gerarchie, e particolarmente il linguaggio che lo rende un particolare ambiente di informazione diverso da un altro.
Per i nostri scopi qui, è importante riconoscere che queste strutture semantiche cambiano più lentamente rispetto alle interfacce utente che supportano.

Una visione utile

Scopo: motivo per cui esiste una organizzazione, una squadra, o un prodotto. Lo scopo non è un obiettivo, poiché non può essere mai raggiunto. Lo scopo è un’aspirazione che il sistema venga sempre adoperato.

Strategia: come l’organizzazione aspira a fare le cose, in modo diverso, al fine di tendere verso il suo scopo. Come compete.

Governance: come l’organizzazione si modella per attuare la sua strategia. Le regole e le modalità di coinvolgimento, tra cui la gerarchia interna dell’organizzazione.

Struttura: l’architettura delle informazioni che comunicherà prodotti e servizi finali.

Forma: le interfacce utente che la gente usa per interagire con i prodotti e i servizi dell’organizzazione. Qui è dove la struttura si articola come gli artefatti che l’uomo può utilizzare.

Modulo e struttura

La struttura che informa questi prodotti e servizi cambia più lentamente rispetto alle interfacce utente che sono costruite su di essa. Sperimentiamo le cose che progettiamo attraverso le applicazioni, i siti web, i social media, e tanti altri touchpoint. Per motivi di coerenza, i vari prodotti usati dall’utente, dovrebbero condividere una struttura semantica comune.

Tuttavia, al fine di avere successo, i progettisti dovrebbero essere pratici su tutti i livelli. Muoversi senza sforzo tra i vari livelli. In ogni caso, come progettisti, dobbiamo riconoscere che le decisioni strutturali degli ambienti di informazione sono la parte maggiormente rilevante rispetto alle interfacce utente. Se ci aspettiamo che questi ambienti perdurino dobbiamo prestare attenzione alle basi strutturali.

Sistemi

I prodotti dei servizi che progettiamo non esistono da soli. Essi creano e partecipano a sistemi. Che cosa è un sistema? Semplicemente, è un insieme di elementi collegati in modo da consentire loro di formare insiemi complessi.

I sistemi sono ovunque. Sono parte della nostra esperienza giorno per giorno. Tuttavia, la comprensione delle relazioni sistemiche richiede di osservare il mondo in modo olistico (guardando il “quadro”). Una capacità questa che sembra si sia atrofizzata dopo tre secoli di pensiero, per lo più, riduzionista.

Ci piace spezzettare le cose in blocchi più piccoli in modo da poterli capire. Vogliamo risposte rapide e semplici. Vogliamo che qualcuno abbia la colpa quando le cose vanno male. Di conseguenza, soffriamo di una cecità culturale per i sistemi e per le loro implicazioni.

iTunes

Per un esempio più vicino alla nostra disciplina prendo in considerazione iTunes. Può non essere ovvio ora, ma iTunes una volta era considerato un esempio di sistema ben progettato.

Il successo dell’ iPod è stato dovuto, in parte, al fatto che è stato progettato per partecipar ad un sistema più ampio. Il dispositivo ha assunto la minima funzionalità possibile. Mentre le altre funzioni sono state delegate su iTunes. iTunes non è una applicazione semplice. Negli ultimi dieci anni, tuttavia, l’ecosistema intorno ad esso è diventato sempre più complesso.

Gli utenti di iTunes di oggi possono anche comprare o ascoltare musica in streaming, acquistare o noleggiare film e spettacoli televisivi, iscriversi e ascoltare podcast, assistere a corsi universitari, gestire le proprie suonerie e audio libri e molto altro ancora. Anche se iTunes è cambiato esteticamente negli ultimi dieci anni, non si è ridimensionato per servire queste nuove funzioni del sistema in modo elegante. Il risultato è spesso frustrante.

Modelli concettuali

I progettisti possono utilizzare modelli concettuali per valutare rapidamente l’alto livello degli scenari. “Cosa accade se…?” Senza impantanarsi in discussioni estetiche. I modelli concettuali sono la chiave per la progettazione di ambienti di informazione efficaci. I modelli concettuali sono un buon strumento per aiutarci a iniziare a pensare di più a livello sistemico per il lavoro che facciamo.

Sostenibilità

Come abbiamo visto con iTunes, i sistemi non sono statici. I sistemi sono sempre in continua evoluzione, essi reagiscono alle mutevoli condizioni esterne ed interne. In altre parole, il sistema deve essere sostenibile.

Si può pensare alla sostenibilità come alla creazione delle condizioni necessarie ad un sistema per soddisfare le esigenze dei propri stakeholder senza compromettere le esigenze dei suoi futuri interlocutori. Nel caso dell’ambiente fisico, il nostro obiettivo primario dovrebbe essere quello di garantire che possa sostenere la vita a lungo termine. Quando si tratta di un ambiente di informazioni, il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di garantire che possa rimanere vitale e utile nel lungo periodo.

Per fare questo, deve essere sostenibile. Dovrebbe essere in grado di generare risorse sufficienti per sostenere la sua esistenza continuata. Il suo scopo dovrebbe generare queste risorse senza compromettere il motivo del perché esiste.

Il suo contesto sociale dovrebbe raggiungere il suo scopo senza compromettere le società che lo ospitano.
Questi obiettivi rispecchiano gli obiettivi di sviluppo sostenibile formulati nel corso del vertice mondiale del 2005 sullo sviluppo sociale. I “pilastri” economici, sociali ed ecologici, o aspetti fondamentali del sistema. Vediamo come sono riferite al nostro lavoro.

Il pilastro economico

La creazione e il mantenimento di un ambiente informativo richiede risorse. Questo include il lavoro per progettare, creare, testare e gestire il software, i server per ospitarlo, le energia per alimentarlo, le infrastrutture che hanno a che fare con la logistica, e altro ancora. Il sistema dovrebbe essere in grado di generare un valore sufficiente per produrre le risorse necessarie per assicurare la sua esistenza continua.

Tuttavia, negli ultimi due decenni abbiamo visto molti ambienti informativi che catturano la nostra attenzione senza generare un valore sufficiente per rimanere vitali nel lungo termine.

Il pilastro sociale

Gli ambienti informatici esistono all’interno di un costrutto sociale più ampio. Per consentire loro di rimanere vitali nel lungo termine, la società nel suo insieme deve rimanere anch’essa vitale.

Tuttavia, molti ambienti informativi sono basati su modelli di business che, pur essendo validi dal punto di vista economico, possono essere insostenibile dal punto di vista sociale. Ad esempio, i modelli di business basati sulla pubblicità possono essere problematici.

Dal momento che la pubblicità ci spinge verso un maggiore consumo e lo fa guardandoci come membri di segmenti demografici sempre più ristretti. Di fronte alle sfide che abbiamo di fronte come società, dovremmo cercare di essere più consapevoli dei nostri consumi e più mirati sulle cose che ci uniscono. La pubblicità potrebbe incentivare il contrario.

Il pilastro ecologico

Il terzo ed ultimo pilastro è il meno evidente, ma non meno importante, il pilastro ecologico. Le cose che progettiamo partecipano a creare ecosistemi di comunicazione. Questi ecosistemi sono in grado sia di sostenere, sia di danneggiare, le prospettive a lungo termine delle nostre società. Dobbiamo considerare l’impatto che i nostri ambienti di informazione hanno su questi ecosistemi.

Neil Postman ha sottolineato che la comunicazione avviene in ambienti semantici che sono paralleli con gli ambienti fisici. Se si considera che l’ “obiettivo” dell’ambiente fisico sia di sostenere la vita, allora l’obiettivo del contesto semantico è trasmettere significato.

Entrambi i tipi di ambienti possono diventare inquinati, il che li rende incapaci di raggiungere questi obiettivi. Nel caso dell’ambiente semantico, l’inquinamento si verifica quando la lingua, le regole e le finalità di un particolare ambiente semantico (ad esempio la scienza) cominciano ad essere offuscate con quelli di un altro ambiente semantico (ad esempio la religione).

Fake News

Ancora. Dopo l’elezione 2016 negli Stati Uniti, si è parlato molto del problema delle “notizie false” sui social network. Ciò significa che un particolare ambiente semantico ( i social media che stiamo usando per informare la nostra visione del mondo) sta diventando un ecosistema inquinato con materiale proveniente da un altro ambiente semantico (la propaganda, o in alcuni casi, la satira).

Questa non è una novità, naturalmente. La disinformazione è stata intorno a noi da tempo. Ciò che è nuovo è la pervasività del problema. E il fatto che ora passiamo molto più fluidamente tra i diversi ambienti semantici. Questo rende più difficile per noi capire come dovremmo interpretare ciò che stiamo guardando. Ci conviene capire come possono diventare inquinati, e lavorare per garantire affinché la trasmissione di significato possa avvenire in modo più “limpido” possibile.

Risorse non rinnovabili

Quando discutiamo di sostenibilità dell’ambiente fisico, parliamo spesso di risorse non rinnovabili.
Gli ambienti informatici hanno anche loro una risorsa non rinnovabile, essenziale. Una risorsa senza il quale l’intero sistema crolla. L’attenzione. L’attenzione degli esseri umani, che interagiranno con i prodotti e i servizi che progettiamo.

Che cosa stiamo facendo con il tempo prezioso degli utenti delle nostre applicazioni? Li stiamo aiutando ad essere genitori, collaboratori, cittadini più efficienti? O stiamo dando loro solo una soluzione rapida, della dopamina, in modo da poter mostrare loro più annunci?

Ogni giorno, le persone stanno spendendo più del loro tempo con le applicazioni e i siti web che creiamo. Dobbiamo onorare questo privilegio per non sprecare la loro attenzione.

Conclusioni

L’Informazione sta cambiando il mondo. Gli ambienti informatici, vissuti attraverso prodotti e servizi digitali come le applicazioni – stanno diventando i contesti in cui le persone portano avanti le loro attività giorno per giorno. In qualche modo, questi sistemi stanno assumendo ruoli che sono stati serviti dall’ architettura.

Come con gli edifici, gli ambienti di informazione influenzano il come comprendiamo noi stessi e le nostre società. Poiché sono fatti di un materiale incredibilmente malleabile, i contesti che creiamo sono in costante stato di cambiamento. Questa è una novità per noi. Come designer (progettisti), dobbiamo accettare la responsabilità per la redditività a lungo termine di questi ambienti e le società che li ospitano.

La progettazione, il design, come è stato tradizionalmente praticato è incompatibile con un mondo che è caratterizzata da rapidi cambiamenti, sfide sistemiche, e dall’ambiguità.

Solo lavorando insieme, per progettare nuove possibilità, possiamo superare le enormi sfide che stiamo affrontando. Questo sentimento è stato espresso più succintamente (e splendidamente) da Christopher Alexander.

Making wholeness heals the maker.

Questo è il mio augurio per noi. Che dobbiamo imparare ad usare il nostro mestiere a guarire noi stessi e il nostro mondo. Siamo tutti soggetti interessati nella progettazione di un futuro più praticabile.

Jeorge Arango lascia il segno

Ho poco da osservare su questo intervento di Jorge Arango. Più che delle risposte mi vengono in mente dubbi e domande. Molte delle quali già poste riguardo l’Onlife Manifesto. Chi mai vorrà rispondere a queste domande? Chi mai ascolterà le mie risposte? Chi mai risponderà delle mancate risposte a questi quesiti? Mi assale un senso di impotenza.

Le domande che contano

Le domande di Jeorge Arango risuonano nelle mie orecchie. “Come possiamo progettare ambienti informativi che supportano l’integrità a lungo termine?” – “Che cosa stiamo facendo con il prezioso tempo dei nostri utenti? Li stiamo aiutando ad essere genitori più efficienti, li stiamo rendendo più collaboravi, o cittadini più attivi e consapevoli?”

Si tratta di domande che richiedono grande responsabilità. Riguardano principalmente aziende come Alphabet (Google), di piattaforme come Facebook e tutti i colossi del web contemporaneo. Ma sono domande che si deve porre anche il sito del piccolo comune di provincia.

Quale funzione ha un sito? Quale valore aggiunge al web e ai suoi utenti? Qual è l’architettura dell’internet che vogliamo costruire?

Ambienti sani producono utenti sani. Siti semanticamente organizzati producono contenuti di valore. Informazioni chiare e accessibili danno risposte adeguate. Un internet migliore non è qualcosa di astratto. Ciascuno di noi ne costruisce, giorno per giorno, un pezzetto. Pensare e creare internet è una prospettiva di progettazione per il futuro. A cui tutti siamo chiamati.

Siamo tutti soggetti interessati nella progettazione di un futuro più praticabile.

Abby Covert e l’architettura dell’informazione

Abby Covert, architetta dell’informazione, autrice del libro “How to Make Sense of Any Mess” è stata ospite al Summit italiano di architettura dell’informazione 2016 ed ha aperto la conferenza che aveva come tema “Lasciare il segno“.

Presto saranno resi pubblici integralmente tutti gli interventi della conferenza. Ve lo farò sapere e ripubblicherò gli interventi qui sul blog.

Abby Covert, intanto, ha pubblicato integralmente il suo discorso, già da qualche giorno sul suo sito. Qui riprendo e sottolineo i passi che mi hanno maggiormente colpito. Alla fine trovi anche le mie osservazioni.

E per chi volesse ascoltare la conferenza dalla viva voce di Abby può farlo sul mio canale SoundCloud

 

Lasciare il segno

Abby Covert
Abby Covert

Il titolo Lasciare il Segno riporta Abby Covert ai suoi studi, al suo periodo di formazione come graphic design.

Nella mia prima esperienza con l’Architettura dell’informazione, mi è stata insegnata l’importanza di stabilire la gerarchia delle idee e la chiarezza dei messaggi. Allo stesso tempo, ho seguito anche molti corsi di belle arti. Uno dei termini di base che è stato introdotto per tutto il percorso dei miei studi era “creare un segno”.

L’architettura dell’informazione è arte

Abby Covert ha messo in evidenza quanto sia importante il fattore umano per un architetto dell’informazione.

Stiamo progettando per gli esseri umani, come esseri umani, insieme ad altri esseri umani. E questo è un casino pazzesco (ndr la traduzione è mia).

La mia ipotesi è che qualcuno incredibilmente abile solo dal lato tecnico può rendersi molto insoddisfatto a causa della mancanza di competenze più soft come la persuasione, la diplomazia e la facilitazione.

Differenze nel modello mentale

Una delle competenze di base che ci viene insegnata per pensare come un Architetto dell’informazione è come scoprire e documentare i modelli mentali dei nostri utenti.

I modelli mentali non sono le preferenze che abbiamo. Sono i paraocchi con cui tutti andiamo in giro.

Un buon architetto dell’informazione è in grado di bilanciare le esigenze degli utenti e le esigenze dell’organizzazione. E’ incredibilmente comune, tuttavia, trascorrere troppo del nostro tempo spingendoci verso un approccio al 100% user centered che sappiamo non funzionerà mai nella realtà di un’organizzazione.

Paura e ansia

Io insegno ai miei studenti che devono essere coloro che sono senza paura. Dobbiamo essere quelli che possono avviarsi nei luoghi più oscuri ed essere la luce in modo che altri possano seguire la loro strada. Ma avere a che fare con la nostra paura e la nostra ansia è sempre il primo passo per imparare.

il_570xn-849244353_765sA volte le persone che incontro e che si trovano in mezzo al caos sperano che un architetto dell’informazione tirerà fuori un pulsante che renda facile tutto. Oppure che sveli qualche segreto che dimezzerà il loro carico di lavoro. Invece io ricordo loro che come dice Robert Frost “la miglior via d’uscita è attraverso.”

Trattare con l’incertezza è il lavoro. Non sapendo come andrà a finire è il lavoro. E un lavoro duro.

Abbiamo una buona architettura dell’informazione quando affrontiamo le nostre paure e l’ansia insita nel trattare con l’ambiguità. Quando creiamo chiarezza per noi stessi e per gli altri.

Tempo e denaro

Tutto ciò che proponiamo, valutare, testare, reiterare il processo e implementare, costa tempo e/o denaro. Quello che gli architetti dell’informazione possono disegnare su carta o su una lavagna in un giorno, può richiedere mesi o anni per essere applicati concretamente da una organizzazione. Questo modello è probabilmente quello che gli architetti dell’informazione hanno più in comune con l’architettura fisica. Si può avere la migliore idea per qualcosa nel mondo, ma se le persone che stanno pagando per questo vedono la cosa come un costo superiore a quello che vorrebbero pagare, il cambiamento non accadrà mai.

Al fine di lasciare il segno, abbiamo bisogno di capire e lavorare con i vincoli di tempo e di budget. In caso contrario, le nostre idee non saranno mai realizzate e il nostro tempo sarà sprecato e vedremo buttare via un lavoro che nessuno mai vedrà.

Le più belle architetture possono essere costruite con i più umili materiali. Il trucco è quello di comprendere i bisogni possibilmente come nelle prime fasi del processo.

Essere il facilitatore, non l’esperto

Una delle domande più frequenti che ricevo dopo un workshop sull’architettura dell’informazione è “Come posso acquistare fiducia dalla mia organizzazione per la mia esperienza?”. Il mio consiglio è quello di non cercare di essere un esperto. Invece prova ad essere un facilitatore.

Sii colui che può accompagnare e aiutare le persone lungo quella strada impervia.

Accettare il disordine

Siamo tutti esseri umani, abbiamo bisogno di tempo per decomprimere e riorganizzare le idee nella nostra testa.

Il consiglio più importante che ho per le persone in questo settore è quello di mantenere il vostro lavoro di perfezione più basso possibile, il più a lungo possibile. Quando la gente vede un mucchio disordinato di post-it è più facile che qualcuno continui a dare le proprie considerazione e riflessione. Quindi non perdere tempo nella perfezione.  Ci può stare che tieni il progetto disordinato per tutto il tempo.

Pensare all’architettura dell’informazione come ad una conversazione

Mi piace parlare di Architettura dell’informazione come ad una conversazione. Anzi, una conversazione che si estende oltre la durata del progetto. Perché le cose possono cambiare e cambieranno col passare del tempo.

La parola migliore che posso offrire per ottenere questo punto è: Governance. Nello stesso momento in cui insegniamo agli altri l’importanza del linguaggio e della struttura dobbiamo anche ricordare loro che il linguaggio e la struttura sono in continua fluttuazione. Dobbiamo creare un processo su come apportare modifiche alle scelte linguistiche e strutturali che facciamo. Il rischio è che altrimenti vedremo rapidamente il progetto crescere e appesantirsi rispetto alla nostra intenzione originale.

Non ci chiede se ci sarà bisogno di apportare modifiche, ma quando.

Vedere le cose da tutti i punti di vista

Spesso nei luoghi di lavoro, ci si esprime sulle decisioni da prendere e quindi pensiamo che condividere le nostre opinioni sia un nostro diritto democratico.

La mia regola, da un po’ di tempo a questa parte, è che io non condivido la mia opinione se non espressamente richiesto. E anche quando espressamente richiesto spesso trovo un modo per girare il mio parere in una domanda. Può sembrare insensibile. Ma ho impiegato una grande passione per dire: “Non mi interessa”. Questa risposta è shockante per le persone. Ma io voglio ricordare loro che non è il mio lavoro aggiungere un altro parere nella stanza. Il mio lavoro è quello di valutare tutte le opzioni in campo e aiutarli a decidere quale sia il modo migliore di procedere.

Questo non è un semplice di svolgere il lavoro. Ma vi esorto a provarlo. Ho trovato che si tratta di qualcosa di difficile ma anche liberatorio.

Condivisione

Come architetti dell’informazione non possiamo avere successo se cerchiamo di mantenere la proprietà esclusiva sull’ontologia, sulla tassonomia e sulla coreografia. Noi dobbiamo condividere con gli altri attraverso le competenze. Dobbiamo incoraggiare la collaborazione su queste parti come sulla disponibilità di nuove informazioni o su come cambieranno le cose.

Architettura dell’informazione è una pratica importante focalizzata a garantire la resilienza della lingua e delle strutture che scegliamo. Quando cerchiamo di possedere queste cose stiamo organizzando il fallimento dell’architettura dell’informazione.

Invece dobbiamo cercare di condividere l’architettura dell’informazione con quelli con cui lavoriamo.

Dobbiamo insegnare agli altri a prendere in considerazione l’impatto che il linguaggio e la struttura ha sul loro lavoro. Dobbiamo incoraggiare tutti a lavorare con la stessa cura che piace a noi. Solo allora potremo lasciare un segno chiaro nel mondo.

Per lasciare un segno chiaro su questo mondo, dobbiamo essere pronti ad affrontare le difficoltà che derivano dal lavorare con altre persone.

Abby Covert in Conclusione

Riassumendo

  • Diventa il facilitatore, non l’esperto
  • Accetta il disordine
  • Imposta l’architettura dell’informazione come una conversazione
  • Osservare tutti i punti di vista ed essere pronti a mettere da parte la tua opinione
  • Condividi la tua creatività quando si tratta di decisioni importanti sul linguaggio e la struttura

Il consiglio che ho condiviso con voi oggi è semplice, ma richiede una lotta di lunga vita da mettere in pratica. La mia speranza è che se si cerca di mettere in pratica queste semplici idee, si lascerà un segno più chiaro a questo mondo.

Grazie.

Le mie osservazioni

Devo ammettere che ascoltare Abby Covert, ma anche Andrew Hilton e Dan Klyn l’anno scorso, è ed è stato un po’ disarmante. Cioè, Abby Covert, come Hilton e Klyn, hanno lavorato e lavorano, negli Stati Uniti, per delle multinazionali. Loro, insieme a Peter Morville, sono i rappresentanti dell’architettura dell’informazione a livello mondiale, o quanto meno, del mondo occidentale. Ecco, loro ci parlano delle loro difficoltà nell’introdurre i concetti dell’architettura del’informazione. Si pongono le mie stesse domande, incontrano le stesse difficoltà che gli architetti dell’informazione incontrano qui in Italia. Insomma, se un architetto dell’informazione come Abby Covert o Hinton o Klyn trova difficoltà nel farsi capire negli Stati uniti, come potrò io, farmi capire in Italia?

Verrebbe voglia di lasciare tutto e mettermi a lavorare seriamente sul mio orto. Eppure, quando mi metto a progettare un sito, quando un nuovo lettore mi scrive ritenendo l’argomento interessante, quando uno sconosciuto vuole sapere meglio di cosa sto parlando, lo scoramento passa e tutto questo diventa una sfida.

Si tratta di una sfida raccolta con questo blog che ha lo scopo di parlare di architettura dell’informazione secondo la mia lente di osservazione. Mi scuseranno i lettori, specialmente coloro che sono più interessati al connubio architettura dell’informazione e audio se dedicherò altri articoli sull’architettura dell’informazione in quanto tale. La sfida è ampia. Certo non coprirò io il fabbisogno. Ma cercherò di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Non perderò la bussola.

Un’arte soggettiva

Abby Covert parla dell’architettura dell’informazione come un’arte. Un’arte soggettiva. E in effetti l’architettura dell’informazione è una disciplina umanistica.

Gli architetti dell’informazione italiana arrivano da percorsi di studi e di formazione davvero vari. Ci sono antropologi, linguisti, psicologi, architetti, biblioeconomisti. Ciascuno di noi è unico in quello che fa. Il nostro ruolo può essere ricoperto da altri ma il nostro modo di fare, come il nostro modo di essere resta unico e inimitabile.

Tempo e denaro

Siamo abituati al vecchio detto che recita che il tempo è denaro. In molti casi è vero. Ma nel mondo digitale la mentalità del fare, del fare a tutti i costi, porta con se anche grandi frustrazioni.

Portarsi avanti con il lavoro. Magari portarsi avanti con la grafica. Lavorare tutti su un lavoro che sarebbe meglio proceda cadenzato, spesso, fa perdere del tempo e quindi anche del denaro.

Progettare è fare! Progettare prima, permette di non commettere errori dopo è risparmio. Progettare significa risparmiare tempo e anche denaro.

Lo abbiamo già detto in altre occasioni sul blog. Il modo in cui impieghi il tempo è ciò che ti identifica.

Il cambiamento ha un prezzo

Mi è capitato di raccontare ad alcuni piccoli imprenditori cosa sia l’architettura dell’informazione e vedere i loro occhi illuminarsi per le potenzialità che potrebbero avere i loro prodotti e le loro aziende.

Ma nonostante comprendano cosa dovrebbero fare per migliorarsi non lo fanno. Perché? Perché il cambiamento ha un prezzo. Soprattutto ha un prezzo emotivo. Fin quando il proprio modello di business li fa sopravvivere non hanno nessuna intenzione di apportare cambiamenti alla propria azienda.

Chi oggi è in difficoltà è teoricamente in vantaggio. In un sistema sano ci sarebbe da festeggiare. Ma il sistema non è sano.

Essere il facilitatore

Leggo spesso di ricerche di lavoratori con competenze stratosferiche. Esperti che dovrebbero saper fare di tutto. Magari esistono pure, ma aver tutto certificato da un piano di studi mi pare più difficile. Fare tutto da solo non penso sia il modo migliore di trovare soluzioni. Le mie soluzioni sono le migliori per me, non è detto che lo siano anche per gli altri. Per questo come architetto dell’informazione coinvolgo più persone su un progetto.

Il ruolo dell’architetto dell’informazione è quello di facilitare l’esplicazione di bisogni, di concetti, di ruoli e di processi. L’architetto dell’informazione deve praticare con l’altro la maieutica.

ossia il metodo dialogico con cui Socrate, secondo quanto riportato da Platone, portava il suo interlocutore a giungere a una verità in maniera autentica – semplicemente aiutandolo a partorirla.

Essere il filtro

Non esistono dunque gli esperti in senso assoluto. Non esistono i tuttologi. Specialmente sul web si trova sempre qualcuno che ne sa qualcosa in più di te.

L’architetto dell’informazione può essere il filtro, l’anello di congiunzione tra ruoli e utenti diversi. Può essere il collante di un progetto a cui partecipano numerosi attori. Magari si useranno gli stessi strumenti usati da tanti altri. Ma sempre con il proprio stile e la propria umanità.

La perfezione non esiste

La perfezione non esiste. Esiste il caos. Bisogna accettarlo e affrontarlo. Chiarire e strutturare non è semplificare. Chiarire significa aprire uno spazio e rendere esplicito qualcosa che è oscuro e nascosto.

In questa azione di apprendimento e divulgazione spero di fare la mia parte con questo blog.

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