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Tutti connessi – Sempre raggiungibili

Siamo tutti connessi. Non basta.

Dobbiamo essere sempre raggiungibili.

La connessione non è più solo un diritto,

è un dovere, come fosse legge.

Se non si risponde subito al telefono si viene cancellati dalla realtà.

Se guidi, se preferisci la mail per delle relazioni con degli sconosciuti,

se hai i tuoi tempi di detox settimanali,

non fai parte della comunità.

Insieme ma soli

Questa estate ho letto i libri di Sherry Turkle e sul blog riprenderò spunti e riflessioni che sono scaturiti dalla lettura. Chi mi segue sa che sono favorevole alla connessione, tratto gli assistenti vocali dando ampia fiducia a questa tecnologia.

Ma come ho sempre ripetuto, l’uso di uno strumento richiede una sana consapevolezza per non essere usati.

E la consapevolezza nasce anche dall’ascolto di pareri preoccupati. Tra questi penso ci sia Sherry Turkle, con il suo libro, Insieme ma soli. Un titolo molto esplicativo e che mi pare ponga un problema vero della nostra contemporaneità.

Condivido dunque con voi alcune parti del libro, parafrasando quanto scritto dalla psicologa docente di Sociologia della scienza e della tecnologia del MIT di Boston. Ovviamente invitando alla lettura diretta di tutto il libro. “Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri.”

Alla gente piace restare connessi

Alla gente piace la connessione. Essere connessi significa, per molte persone, sentirsi vicini.

La rivoluzione culturale dei dispositivi mobili ha cambiato il mondo, il lavoro, l’istruzione, il sapere nelle sue declinazioni, le relazioni. I dispositivi mobili connessi ad internet hanno cambiato il modo in cui ci corteggiamo e viaggiamo. Il mobile ha quasi del tutto eliminato la noia. Durante gli spostamenti, o nelle sale di attesa, non ci si annoia più come una volta, quando la noia si ammazzava parlando con gli altri.

La connettività trasforma qualunque luogo, foss’anche il più isolato del mondo civilizzato; la connessione trasforma quel luogo in un centro di apprendimento e/o di attività economica.

Sempre connessi

Sherry Turkle afferma

La connettività offre nuove possibilità di sperimentazione della nostra identità, dona la sensazione di avere accesso ad una zona franca in cui gli adolescenti fanno quello che hanno bisogno di fare: innamorarsi e disinnamorarsi di persone e idee. la vita reale non sempre fornisce questo genere di spazio, internet si.

Le persone, sono tutte vicine, ad un tasto di distanza.

Oggi la connessione non dipende dalla distanza che ci separa gli uni dagli altri, ma dal fatto che si disponga o meno di una tecnologia per le comunicazioni.

E questa tecnologia non può mancare all’interno del proprio gruppo sociale.

Stare da soli comincia a sembrare una precondizione allo stare insieme, perché è più facile comunicare se ci si può concentrare, senza interruzioni, sul nostro schermo.

In questo nuovo regime, una stazione ferroviaria, un aeroporto, un bar o un parco non sono più un luogo pubblico, ma un luogo di incontro sociale: la gente si riunisce ma ha smesso di parlare.

Zona macchina e Solitudini

Sempre più spesso, la solitudine è vista ed è vissuta come un momento di disagio. Se non siamo in continua attività nel mondo reale, così, come un cane che si morde la coda, preferiamo rivolgerci ai nostri dispositivi anziché alla nostra interiorità.

I dispositivi mobili connessi alla rete internet ci tengono all’interno della cosiddetta “zona macchina”. L’antropologa Natasha Dow Schull ha descritto la “zona macchina” come uno stato mentale in cui l’individuo non sa più dove comincia la persona e dove finisce la sua condizione. Anche se a dire il vero l’espressione nasce per descrivere la relazione dei giocatori d’azzardo con le slote machine. Relazione che ormai abbiamo un po’ tutti se stiamo tutto il giorno davanti ad uno schermo o teniamo in mano un dispositivo mobile.

Zona Fecebook

Alexis Madrigal allarga questo concetto alle piattaforme sociali e parla di “zona Facebook”, come di una versione morbida della “zona macchina”. Le piattaforme ci invitano ad entrare in un flusso dove ci viene chiesto di usare un po’ del nostro cervello, ma senza un grosso sforzo da parte nostra. Ogni azione è alla nostra portata, non ci stanca, ci mantiene attenti ma senza fatica intellettuale.

In questo stato mentale non esiste alcuna crescita. Ma si può vivere uno stato di coercizione. Uscire dalla piattaforma, infatti, può diventare una sofferenza.

Secondo alcuni studiosi addirittura la permanenza in questo stato mentale serve sempre più ad allontanare attività che richiedono una attività più impegnativa da parte nostra nella vita reale. Meglio continuare a guardare video ripetuti all’infinito piuttosto che leggere un libro, andare a lavare lo scooter, finire i compiti di scuola.

La navigazione come forma di solitudine

Se oggi pensiamo ad un momento di solitudine questo è strettamente legato alla compagnia del nostro dispositivo mobile. Per navigare online abbiamo bisogno di solitudine.

Lo smartphone è un meccanismo di sicurezza. Riflettere su noi stessi, sulle nsotre esperienze richiede uno sforzo emotivo a cui ci stiamo disabituando. Il flusso di pensiero di un millennial o della Generazione Z è completamente diverso dal flusso di pensiero dei nostri nonni, alla loro stessa età.

Non era questo il sogno

Il sogno dei primi scienziati informatici, così come degli sviluppatori di bot, non era esattamente questo. Il sogno era quello di creare delle macchine capaci di svolgere il lavoro veloce e di routine, in modo che le persone avessero avuto il tempo di svolgere il lavoro lento e creativo. Le macchine dovrebbero essere un supporto per lasciarci più tempo. I chatbot dovrebbero rispondere a domande semplici per permettere agli operatori di rispondere alle domande complesse.

Così come la lavatrice ha permesso a milioni di donne di avere il tempo di leggere per se stesse e per i loro figli, così smartphone, bot e intelligenza artificiale dovrebbe permetterci di essere innovativi e creativi. Ma l’innovazione, come la creatività, non arriva da una vita frenetica e stressante, ma da ritmi lenti e a misura d’uomo.

Non dovremmo inseguire la tecnologia. Dovremmo semplicemente usarla.

Conversazioni con gli sconosciuti

Da qualche anno a questa parte quante conversazioni avete avuto con degli sconosciuti, in momenti di attesa?

In treno, per esempio, almeno durante il periodo pre covid, avete avuto conversazioni con altri passeggeri, per ammazzare il tempo? E vi è mai capitato di ascoltare qualche conversazione di altre persone al telefono? Ed è mai successo che la persona parlasse al telefono come se fosse solo?

Immagino che almeno a quest’ultima domanda avrete risposto positivamente. Perché avviene questo? Sherry Turkle risponde.

Quando qualcuno ha una conversazione al telefono in un luogo pubblico, il suo senso di riservatezza si basa sulla presunzione che chi lo circonda lo tratterà non solo come il perfetto sconosciuto quale è, ma come se proprio non ci fosse.

Le persone al telefono trattano gli altri come se non ci fossero. O a vederla dal lato opposto: sono le persone al telefono che si considerano assenti.

Perdere la connessione fisica

Sherry Turkle afferma che questo significa perdere la propria connessione fisica. E che sempre più preferiamo la connessione virtuale; connessione che ci suggerisce di poter creare la nostra pagina, il nostro posticino, dove tutto è familiare.

Oggi il nostro sogno meccanico è di non essere mai soli.

Sherry Turkle parla di un nuovo stato del sé, l’itself, ed ha il timore che la vita connessa ci incoraggi a trattare coloro che incontriamo online un po’ come trattiamo gli oggetti, ovvero in modo sbrigativo. Non lo facciamo per male o per cattiveria, ma in modo spontaneo. Siamo assediati, ogni giorno, da migliaia di mail, sms, messaggi e notifiche, più di quante ne riusciamo a gestire.

Lo stesso accade quando si scrive un post sui social, su Facebook, come su Twitter o su altre piattaforme sociali. Noi trattiamo gli individui, persino i nostri amici più veri, come un insieme. Gli amici, che si conoscano nella realtà o solo virtualmente, diventano dei fan.

Connessione con assistenti vocali e bot

In questa perdita di connessione fisica, conquistiamo un’idea di realtà diversa, una percezione della realtà completamente diversa rispetto al passato.

Se le persone, gli amici e i conoscenti diventano, sostenitori, ammiratori, tifosi, nella sostanza perdono il loro stato di persone. Diventano molto simili ad oggetti parlanti.

Dall’altro lato, in questa smaterializzazione e spersonificazione degli individui, acquistano una parvenza di umanità i bot e gli assistenti vocali. E gli oggetti parlanti, quelli che definiamo smart speaker, si avvicinano molto alla parvenza di persone.

Online inventiamo dei modi di stare con le persone che le trasformano in qualcosa di simile a degli oggetti.

E qui c’è un piccolo problema

Il sé che tratta una persona come una cosa rischia di vedersi nello stesso modo. È importante ricordare che quando consideriamo dei bot vivi abbastanza per noi, diamo loro una promozione. Se in rete ci si sente solo vivi abbastanza da essere macchine massimalizzatrici di email e messaggi allora si è stati retrocessi.

Connessi le relazioni cambiano

Le relazioni umane stanno cambiando. E leggendo Sherry Turkle, come altri autori critici verso le tecnologie, sembrerebbe che si auspichi un ritorno al passato. Come se il tempo analogico fosse stato privo di pericoli.

Ma è solo colpa della tecnologia e delle piattaforme che hanno tradito le promesse iniziali?

Non metto in dubbio che la relazione con il nostro smartphone stia diventando, per molte persone, patologico. La nostra “zona macchina” o “zona Facebook” coinvolge tutti, consapevoli e meno consapevoli. Il trattare gli amici come pubblico e fan è un fatto reale.

Un mondo connesso e complesso

Ma vorrei sottolineare la complessità di questo mondo e non vorrei che queste disfunzioni che possono sfociare nel patologico siano considerate pandemiche.

Perché se vero che questa relazione con i dispositivi mobili connessi è diffusa è anche vero che coinvolge una parte del mondo e non la sua interezza; riguarda persone che fanno parte di un dato ceto sociale, che svolgono un lavoro di un certo livello e che hanno determinate capacità economiche. Se è vero che alcuni dirigenti hanno bisogno di periodi forzati di detox, di disintossicazione dall’essere sempre raggiungibili, è pure vero che il non avere tempo da dedicare alla sostanza della Vita è considerato figo, cool, nella realtà.

Ritornerò, ritorneremo sul tema perché interessante. Ma c’è ancora chi vive in un mondo analogico, disconnesso, privo di internet. Non penso che questo mondo, che non ha accesso ad internet, sia migliore o che la disconnessione sia auspicabile.

Ripeto, viviamo in un mondo complesso. C’è una parte della società ricca che sta perdendo il contatto con la realtà? Ci sono famiglie che non parlano più? Forse bisogna recuperare spazi di intimità veri; forse è necessario ritornare all’ascolto reciproco.

E allora è necessario divulgare cultura digitale, analizzare i pericoli ed osservare i cambiamenti. A mio parere abbiamo la necessità e il bisogno di acquisire consapevolezza per usare gli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione. E restare umani, connessi con noi stessi e con gli altri essere umani.

Dal Suono come quarta dimensione dell’UX Design ad Alexa

Grazie alla mia presenza in Sicilia, i ragazzi che hanno organizzato il WIAD Palermo hanno deciso di invitarmi.

Toni Fontana Foto by Francesco Stagno D'Alcontres

Purtroppo non è stato possibile registrare gli interventi. Oggi ormai siamo abituati alla registrazione di tutto. E se non viene registrato qualcosa, questo qualcosa non è mai esistito.

Per recuperare questo vuoto di realtà, anche se in ritardo, ripropongo l’audio del mio intervento sul blog. Non saranno le stesse parole. Ma accontentatevi. Quando si è sul palco e in un determinato contesto, si risponde al pubblico, alle reazione degli spettatori. Chi parla in pubblico reagisce in maniera diversa rispetto alla registrazione in studio.

Quella che ascolterete è una sintesi. In pratica, si tratta di una delle prove che ho fatto qualche giorno prima per capire i tempi e su quali parti avrei voluto soffermarmi o cosa poter approfondire.

Abstract

Avevo già anticipato ai miei lettori il mio intervento. E lo ripropongo per quanti non hanno avuto modo di leggerlo.

Toni Fontana Foto 02 by Francesco Stagno D'Alcontres

Parto da una domanda. Cosa accade quando i nostri dispositivi sono troppo silenziosi? Farò ascoltare alcuni suoni. I suoni da cui deriviamo. E mostrerò alcuni esempi di dispositivi divenuti silenziosi. Sarà una brevissima storia del suono che arriverà alla progettazione di suoni per i dispositivi diventati, appunto, troppo (o del tutto) silenziosi.

Dalla progettazione dei suoni alla progettazione delle interfacce vocali il passo è breve. O quanto meno, in linea di principio, è breve. Nei fatti poi è molto complesso e le implicazioni sono molte. Però progettare suoni e voci segue la stessa logica. Avere risposte di senso da un dispositivo.

Parlare con le macchine è stato da sempre il sogno di ricercatori e pionieri della scienza. Tante sono le interfacce vocali presenti sul mercato. Quelle più conosciute sono Siri della Apple, Cortana di Microsoft e Alexa di Amazon. Ciascuna interfaccia ha una sua caratteristica. Ma è Alexa l’assistente vocale più interessante. Concluderò spiegando proprio questo, in relazione all’architettura dell’informazione.

In evoluzione

Questo intervento a meno di 4 mesi dalla presentazione è già in buona parte vecchio. Considerato che gli smart speaker di ultima generazione prevedono uno schermo, le considerazioni da fare sono diverse rispetto a qualche giorno fa.

Per cui mi toccherà essere invitato da qualche parte per poter presentare le novità a riguardo. Intanto, continuate a seguire il blog. Penso di essere abbastanza generoso nei miei articoli. E una idea sull’evoluzione di questo mondo sia abbastanza chiara per tutti i miei lettori.

Condivisione

Ho reso l’intervento “Dal suono come quarta dimensione dell’UX Design ad Alexa” disponibile in più canali. In modo da rendere l’intervento più fruibile ai lettori. E se qualcuno volesse condividerlo non avrebbe nessuna barriera.

Potete trovare le mute slide. Oppure potete ascoltare, scaricare e riascoltare il podcast. E se invece vi trovate davanti ad un PC magari preferite vedere il video delle mie slide e ascoltare la mia voce di sottofondo.

Slideshare

Le slide (mute) del mio intervento.

Soundcloud

L’audio delle mie prove editato e reso pubblico. E’ possibile ascoltare il podcast anche offline!

 

Youtube

Come ho avuto modo di dire in altre occasioni, uso il mio canale youtube come canale sonoro. Ultimamente ho aggiunto anche dei video personali. Ma fondamentalmente lo uso per fare la mia sperimentazione sonora. In questo caso ho unito l’audio alle mie slide.

Alcuni riferimenti

Di seguito alcuni link di riferimento che rimandano a precedenti articoli sul blog e sui link a cui rimando nella presentazione.

Il suono come quarta dimensione dell’user experience

Architettura dell’informazione conversazionale secondo Peter Morville

Abbiamo le dita grosse

Il sito sonoro della gatebox La wifu

Jorge Arango e l’architettura dell’informazione al Summit 2017 di Architecta

Architettura dell’Informazione Badaloni

Conclusioni

Toni Fontana Foto 03 by Francesco Stagno D'Alcontres Se non ti va di ascoltare o vedere l’intervento, al di là di quello che è l’architettura dell’informazione, il messaggio principale che voglio trasmettere è quello di avere consapevolezza degli strumenti che usiamo. Questi strumenti saranno sempre più pervasivi, faranno parte della nostra quotidianità. Opporsi a questo futuro è possibile solo se si faranno scelte radicali e negando buona parte dell’evoluzione degli ultimi vent’anni.

Forse qualcuno prima o poi farà queste scelte. Nel frattempo è meglio che impariamo ad usare questi strumenti prima di essere usati. E dunque, non smetterò di ripetere, almeno ai lettori che mi seguono e condividono i miei valori… Consapevolezza!

 

P.s.

Un grazie particolare va a Francesco Stagno D’Alcontres che si trovava tra il pubblico ed ho conosciuto per la prima volta proprio al WIAD Palermo. Lo ringrazio per queste bellissime foto in bianco e nero.

 

 

 

2016: anno del sonoro Parola (anche) di Mark Zuckerberg

Il 2016 è l’anno del sonoro

Così come dicevo nel primo numero di Mixer, analizzando le tendenze di dicembre 2015, è chiaro che gli sviluppi sonori sono indirizzati verso l’intelligenza artificiale, il multiroom, gli assistenti vocali e l’alta fedeltà.

A supportare questa analisi è arrivato l’articolo de Il Sole 24ore che parla di audio aumentato.

E poi il 3 gennaio Mark Zuchenberg ha postato una serie di buoni propositi per il 2016 in cui ha detto che uno degli obiettivi è quella di sviluppare l’intelligenza artificiale e l’assistenza vocale:

Every year, I take on a personal challenge to learn new things and grow outside my work at Facebook. My challenges in recent years have been to read two books every month, learn Mandarin and meet a new person every day.
My personal challenge for 2016 is to build a simple AI to run my home and help me with my work. You can think of it kind of like Jarvis in Iron Man.
I’m going to start by exploring what technology is already out there. Then I’ll start teaching it to understand my voice to control everything in our home — music, lights, temperature and so on. I’ll teach it to let friends in by looking at their faces when they ring the doorbell. I’ll teach it to let me know if anything is going on in Max’s room that I need to check on when I’m not with her. On the work side, it’ll help me visualize data in VR to help me build better services and lead my organizations more effectively.
Every challenge has a theme, and this year’s theme is invention.
At Facebook I spend a lot of time working with engineers to build new things. Some of the most rewarding work involves getting deep into the details of technical projects. I do this with Internet.org when we discuss the physics of building solar-powered planes and satellites to beam down internet access. I do this with Oculus when we get into the details of the controllers or the software we’re designing. I do this with Messenger when we discuss our AI to answer any question you have. But it’s a different kind of rewarding to build things yourself, so this year my personal challenge is to do that.
This should be a fun intellectual challenge to code this for myself. I’m looking forward to sharing what I learn over the course of the year.

Posted by Mark Zuckerberg on Sunday, 3 January 2016

Un post che mi ha fatto subito drizzare le orecchie!

Negli ultimi anni, leggiamo che Mark Zuckerberg, ha avuto propositi come quelli di leggere 2 libri al mese, incontrare una nuova persona ogni giorno o qualcosa di più impegnativo come imparare il Mandarino.

Per quest’anno, invece, i suoi propositi sono un po’ più alti e rivolti alla tecnologia più avanzata: l’intelligenza artificiale prima di tutto (che ha destato maggiori attenzioni tra i media, anche per il suo riferimento a Jarvis l’assistente vocale di Iron Man) per la propria casa e il proprio lavoro; e, per quanto ci riguarda, il secondo proposito è quello di iniziare a insegnare all’intelligenza artificiale a capire la sua voce per controllare ogni cosa nella sua casa – musica, luci e via di seguito.

I think we can build AI so it works for us and helps us. Some people fear-monger about how AI is a huge danger, but that seems far-fetched to me and much less likely than disasters due to widespread disease, violence, etc.

I suoi fan gli hanno già contestato qualcosa. Come ad esempio il fatto che stia pensando alla sua casa e non a quella degli altri. Ma Zuckerberg risponde subito che ogni casa ha le sue caratteristiche e lui prima vuole fare una prova in casa sua in modo da poter testare personalmente eventuali difetti e di permettere la diffusione in tutte le case quando si raggiungerà uno standard comune per tutte le case.

I will definitely keep our community updated on what I learn, and I hope others can learn from it too. The reason I’m building this just for myself is that the technology in every home is different, so it’ll be much easier for me to start just building this for mine that building a general product that works for everyone.

Mark Zuchenberg continua:

Third, our AI research team is making progress helping computers to see and understand. We recently built a prototype that combines language and vision comprehension so it can answer questions about an image. We’re using AI to help blind people in our community experience their friends’ photos by having our systems describe the scenes. I’m also doing my own personal challenge to build a simple AI to help run my home and help with my work. This is an area I’m personally very interested in long term.
This is the year a lot of what we’re working on will start to be available to our community. I have personally spent a lot of time on these projects and I’m excited to share more about what we’re building!

D’altronde il controllo di una casa connessa online è cosa già fatta. L’internet delle cose non è una novità. E per esempio anche le start up italiane come www.alfredsmarthome.com se ne occupano e hanno già buoni risultati.

Lo stesso Google da ottobre 2015 sta rilasciando intelligenza artificiale anche online, per dare risposte alle ricerche più efficienti e più vicine alla semantica. L’intelligenza artificiale ha le sue applicazioni sparse anche nei nostri più miseri telefonini e smartphone. E il controllo di una casa connessa è già presente in progetti già in stato avanzato come questo uovo davvero eccezionale

Ritorniamo all’anno del sonoro.

Devo, ammettere però, che al di là del fatto che a scrivere sia stato Mark Zucherberg in persona, mi stupisce l’attenzione della stampa. L’uso di intelligenza artificiale da parte di Facebook è notizia del 26 agosto 2015 data da David Marcus.  E ad ottobre 2015 sempre Facebook ha rilasciato il suo assistente digitale vocale Facebook M. E’ ancora in fase beta, per un gruppo ristretto di persone di San Francisco, e non si sa quando sarà rilasciato a tutti gli utenti di Facebook Messenger. Le funzionalità sono certamente interessanti, fanno pensare a Her, film del 2013 scritto e diretto da Spike Jonze, con protagonista Joaquin Phoenix. Facebook M riesce a fornire un ottimo servizio per relazionarsi con altri sistemi di automazione (tipo il servizio clienti di Amazon, attesa ai call center, lettura delle mail), ma pare abbia difficoltà a relazionarsi con sistemi non automatizzati. Per supplire a questo deficit di intelligenza artificiale è supervisionata da gruppi di persone fisiche che rispondono, in diretta, alle varie domande. Semmai non è chiaro dove si trovi il confine tra automazione e persona fisica (o gruppi di persone) e soprattutto che tipo di lavoratori siano questi ultimi (ma questa è un’altra storia).

Se Mark metterà un portiere che risponderà da call center per lui mi pare che non ci sia nessuna evoluzione. Meglio DoorBird ed essere sicuro di aprire alle persone giuste e a chi vuoi tu senza sfruttare nessuno.

Personalmente, invece, senza nulla togliere all’intelligenza artificiale che vedrà ancora tanta evoluzione (gli esperti dicono che siamo solo all’inizio), ritengo che il post di Mark sia più importante per l’architettura dell’informazione sonora e dell’audio perché non c’è nulla da inventare ex-novo, ma ci si dovrà limitare a sviluppare e migliorare tecnologie che sono già in uno stato di sviluppo abbastanza avanzato. Semmai la notizia è che a Dicembre 2016 dovremmo vedere rilasciato qualche servizio applicato.

Nonostante lo stesso Mark, parli di voce e riconoscimento vocale, per lui, così come per la maggior parte delle persone, l’Intelligenza Artificiale è qualcosa di legato al visivo e non proprio al sonoro. Zuckerberg, infatti, spiega ad una sua fan che chiede cosa si intende per AI:

Artificial intelligence. In this case it means I’ll be able to interact with it like a person: I’ll talk to it, it can see me and my facial expressions, it’ll be able to predict some of what I need ahead of time, etc.

Mark Zuckerberg insegnerà, infatti, a riconoscere la faccia dei suoi amici per aprire loro la porta quando questi suonano il campanello, oppure gli insegnerà ad aiutarlo a badare alla piccola Max.

E non sarebbe una tirchieria se un’Intelligenza artificiale, al citofono di casa Zuckerberg, non chiedesse nemmeno “chi è?”

Ma Facebook, che  comunque già riconosce i volti delle persone per favorire il tag, non è il solo ad interessarsi al tema. Per esempio, proprio in questi giorni Apple ha acquisito, pochi giorni fa, la startup Emotient con il quale Siri ed iPhone potrebbero riconoscere le emozioni.  Anche se non è chiaro l’uso che ne vorrà fare Apple.

E anche in questo caso, se non risponderà nel tono giusto alle nostre emozioni quale sarebbe la novità?

Per fortuna, per chi si occupa da più anni del controllo degli spazi e dell’internet delle cose, l’interfaccia vocale sta al centro del proprio prodotto. Se non avete grandi pretese, potete controllare poche luci e pochi sensori anche gratis, con Home Automated living e un’intera casa pagando.

E il mondo degli assistenti vocali si sta moltiplicando. Al momento i più avanzati assistenti vocali, sul mercato e già in nostro possesso sui nostri smartphone, sono, appunto, Siri di Apple, Cortana di Microsoft e Google Now; ma ne stanno nascendo altri. Sulla rubrica Mixer e più avanti ve ne farò scoprire un bel po’ anche di sconosciuti.

E in effetti, sempre nei commenti, Mark ammette che già usa un’assistente vocale della concorrenza, che risponde benissimo alle sue necessità. Per far ascoltare la musica alla propria figlia per farla addormentare, Mark usa Alexa, l’assistente vocale di Amazon Amazon Echo

Dice Zuckerberg

For just music, the Amazon Echo is pretty great. It’s been very useful for controlling music with my voice while both hands are occupied taking care of Max. I’ve also been impressed with how much free music comes with Amazon Prime. That said, I only have an Echo in one room and it doesn’t have all my music, so it’s not perfect yet.

I’m very interested in using voice and face recognition to set lights and temperature as well depending on who is in what rooms, etc. For example, I like rooms colder than Cilla, and but it’s possible to just see who is in what room and adjust the temperatures automatically.

Alexa, inoltre, ha una buona fama tra chi sta sviluppando gli assistenti vocali, infatti pare essere tra gli assistenti vocali sia il più promettente.

Capisco dunque che la grafica e il visuale attireranno sempre di più la nostra attenzione ma concorderete con me che lo spazio di sviluppo è in gran parte sonoro. Staremo a sentire!

La musica nel nonluogo

La musica nel nonluogo modifica il nonluogo e lo migliora. Con il post precedente in cui parlo dei flash mob parrebbe che io fossi contrario alla musica nel nonluogo. Così non è. Anzi! Oggi vi voglio parlare, infatti, di un altro progetto che reputo molto interessante che al momento è itinerante e che, invece, mi augurerei diventasse strutturale. Ossia introdurre un pianoforte in stazioni o luoghi di passaggio.

Il Nonluogo: una precisazione

Prima però devo fare una precisazione sul Nonluogo, sia per chi conosce già questo concetto, sia per chi ha letto di questo concetto su questo blog.

La superficialità di quanto scritto nei precedenti post è da imputare al fatto che non mi occupo del nonluogo da antropologo ma da architetto dell’informazione del suono, di come il suono è organizzato nello spazio, di come arrivano le informazioni acustiche agli utenti, di come il suono influisce sull’utente presente nello spazio, quale esperienza vive l’utente, e di conseguenza con quanta sciatteria vengono inseriti suoni, informazioni e musica nello spazio. Ancora più precisamente, a me interessa l’uomo e la sua esperienza sonora in un determinato spazio e/o contesto.

Evoluzione del nonluogo

Il concetto di nonluogo, come spazio dove non si hanno relazioni, è un concetto vecchio, che venne teorizzato da Mar Augè nel 1992 (23 anni orsono). Arriva, in Italia, qualche anno dopo (nel 1996) e si afferma in quegli anni. Già nel 2010, 5 anni fa, lo stesso Marc Augè modifica la sua idea e lo stesso antropologo ammette che molti dei nonluoghi e/o spazi che lui considerava tali, in effetti non lo erano più. Ecco cosa scrive Marc Augè:

Alcuni anni fa, ho utilizzato il termine «nonluoghi» per designare quegli spazi della circolazione, del consumo e della comunicazione che si stanno diffondendo e moltiplicando su tutta la superficie del pianeta. Ai miei occhi, questi nonluoghi erano spazi della provvisorietà e del passaggio, spazi attraverso cui non si potevano decifrare né relazioni sociali, né storie condivise, né segni di appartenenza collettiva. In altre parole, erano tutto il contrario dei tradizionali villaggi africani che avevo studiato in precedenza e nei quali le regole di residenza, la divisione in metà o in quartieri, gli altari religiosi delimitavano lo spazio e permettevano di cogliere nelle loro linee essenziali le relazioni tra gli abitanti. Questa definizione di nonluoghi ha però due limiti. Da una parte, è evidente che una qualche forma di legame sociale può emergere ovunque: i giovani che si incontrano regolarmente in un ipermercato, per esempio, possono fare di esso un punto di incontro e inventarsi così un luogo. Non esistono luoghi o nonluoghi in senso assoluto. Il luogo degli uni può essere il nonluogo degli altri e viceversa. Gli spazi virtuali di comunicazione, poi, permettendo agli individui di scambiarsi messaggi, di mettersi in contatto tra loro, non possono facilmente essere definiti nonluoghi. Si tratta, in questo caso, di interrogarsi sulla natura della relazione che si stabilisce tramite determinate tecnologie della comunicazione per chiedersi anche come sia possibile che in questo mondo definito «relazionale» gli individui si sentano così soli.

Insomma i nonluoghi erano e sono degli spazi non più definiti e definibili in modo costante nel tempo ma che si modificano a seconda dell’uso che gli utenti ne fanno.

Nelle analisi precedenti e nei post sul film “The Terminal”, io mi sono rifatto all’idea originaria di Non luogo (1990), pensando che fosse più chiaro il concetto in riferimento al film. Quello che però vorrei aggiungere io, a quanto già affermato da Marc Augè nei suoi testi, è che il Nonluogo, non solo si è frammentato, a seconda della funzione e dell’uso che ne hanno fatto gli utenti, ma che oggi si sta nuovamente modificando in relazione alle informazioni (per quanto mi riguarda) audio e sonore (e non solo) che vengono date a utenti/clienti e utenti/lavoratori. L’introduzione della telefonia mobile cambia il luogo e modifica anche il nonluogo. Anzi, il nonluogo diventa lo spazio dove si ascolta più musica, più radio, dove si hanno più contatti con il mondo invisibile, più contatti con gli amici social, dove si provano più emozioni. La musica, che non si vede ma che possiamo visualizzare in un paio di cuffie indossate da una ragazza o da un giovane, diventa simbolo di separazione con lo spazio ma, nello stesso tempo, rimanda ad altri universi. Si tratta di immersioni in universi digitali che si allargano “all’infinito singolare digitale” dello smartphone e dell’utente stesso. Quella musica, o quelle informazioni audio, gli arrivano da una radio FM; da un podcast trovato su una radio web di una università americana; si tratta di una compilation consigliata da un amico che gli ha passato il file, che ha ascoltato su youtube, che ha condiviso sui social e così via…

Geografie dell’ascolto

A questo punto ritorno a quanto già detto nel post sulle geografie dell’ascolto. Lo spazio sonoro e il tempo sonoro non sono più intorno a noi ma sono in noi. Il luogo e/o il non luogo non sono più definiti solo dalla fisicità o solo dalle architetture edili, e neppure solo dall’uso che ne fanno gli utenti, ma sono definiti e si definiscono in base a dove ciascun singolo utente dirige il proprio arco di relazione: la sua attenzione visiva, acustica-uditiva, tattile relazionale, gustativa emozionale. In altre parole, l’utente crea il suo luogo tra sé e il suo smartphone; crea luogo mentre parla con l’amico giapponese e nello stesso tempo crea nonluogo nel suo appartamento non parlando per settimane con i suoi genitori; crea luogo nella chat di un gruppo chiuso di un social con cui condivide passioni, pensieri ed emozioni mentre crea nonluogo in palestra durante la lezione di ginnastica.

E questa alternanza è continua e ripetuta a ritmo sostenuto durante l’arco della giornata (in media un utente guarda 150 volte al giorno il proprio smartphone. In media).

La musica nel non luogo

Premesso tutto questo, a mio parere, sono interessanti gli esperimenti sociali che si svolgono all’interno di quegli spazi che, a questo punto, possiamo “genericamente” chiamare nonluoghi. Che poi, per loro natura, vecchia e nuova, sono i più adatti alla sperimentazione, al cambiamento, all’utilizzo originale degli utenti. E in questa sperimentazione la musica è un arco perfetto di relazione per chi cerca di unire la singolarità (sempre più diffusa e sempre più spinta verso l’infinito singolare digitale) e lo spazio condiviso con altri umani/utenti.

Uno di questi esperimenti sonori è il progetto “A Piano for everyone” proposto dall’organizzazione UNITED STREET PIANOS
Qui puoi vedere alcuni video

Il progetto è stato portato, in Italia da Sofia Taliani, cantante e pianista. La Taliani si è inspirata alla sua personale esperienza presso la stazione londinese di St Pancras dove ha suonato i pianoforti da strada per due mesi. In quel periodo ha potuto vedere e ascoltare un gran numero di persone che suonavano, che si ascoltavano e comunicavano tra loro quasi 24 ore al giorno rendendo la stazione un posto più vivo e umano. Di ritorno in Italia, ha voluto creare la sua versione per la città di Venezia.

United Street Pianos, in pratica, regala pianoforti da strada (street pianos) alle stazioni ferroviarie, per cominciare. Venezia S. Lucia ha accettato il primo pianoforte denominato Lucy, in omaggio a Santa Lucia.
In seguito altre stazioni si sono ispirate proprio a Lucy mettendo a disposizione pianoforti pubblici a Milano, Torino, Firenze, Roma, Napoli. E forse legati sempre a questo progetto, mi è capitato di vedere e ascoltare un pianoforte nel terminal di Fiumicino.

“Lo scopo di United Street Pianos è quello di unire le persone. Offrire uno strumento ed un posto dove tutti sono uguali, offrire la possibilità di ricordare al mondo che siamo umani.”

Traducendo nel linguaggio di questo blog: Lo scopo di USP è quello di creare archi di relazione. Offrire uno strumento e un luogo sonoro dove tutti possono creare Contesti, Relazioni e Sonorità. Vi suona familiare?

Il pianoforte è funzionale all’attesa dell’utente/viaggiatore, sia esso un musicista che “produce” la musica, sia esso un semplice ascoltatore. E’ strutturale in quanto il pianoforte è un oggetto fisso che si armonizza nel contesto: l’esperienza musicale di chi ascolta non è flash o occasionale, ma è costantemente ripetuta. La musica, quasi continua, rende l’attesa piacevole a tutti. La musica scelta dal pianista non è mai banale, rimanda sempre a qualcosa di conosciuto da tutti, o al meglio del proprio repertorio. In fondo si tratta sempre di un micro concerto in cui ci si mette la faccia oltre alla propria abilità. In questi luoghi il volume del pianoforte non amplificato diventa un piacevole sottofondo. Intorno si crea un pubblico, si creano micro relazioni tra i passanti che commentano, altre relazioni si arricchiscono con la condivisione e pubblicazione di foto, video e cambiamenti di status. Il pubblico partecipa attivamente, (a volte) applaude e ringrazia (sempre), si da sfogo alla creatività del musicista che improvvisa o al pubblico che volente o nolente interagisce.

Un bel progetto che necessiterebbe di un maggiore ascolto dove l’utente è messo al centro.

The Terminal: il non-luogo e le architetture dell’informazione 3/3

Con questo post concludo il discorso che ha preso spunto dal film “The Terminal” sul “non luogo” e l’architettura dell’informazione. Non sono ovviamente conclusi invece i riferimenti dedicati al non-luogo. Non solo perché il concetto stesso di non luogo ha subito dei cambiamenti e aggiornamenti da chi lo ha teorizzato e da chi lo usa da utente, ma anche perché ritengo che sia un concetto molto affascinante e, a mio parere, tanto legato alle tematiche dell’architettura dell’informazione 3.0.

Anno 2004

The Terminal è un film del 2004 ma è ambientato presumibilmente negli anni ottanta. Possiamo dare questa indicazione, intanto perché, in giro, non vediamo telefonini. Il primo telefonino è datato 6 marzo 1983. E a quell’epoca, molto più di oggi,  il costo era proibitivo e la diffusione appena cominciata. E poi viene usato un oggetto ben preciso: il cerca persone che viene dato a Viktor Navorski per essere rintracciato.

All’epoca di questo film siamo ancora al web 1.0. Si dovrà aspettare la fine del 2004, quando Tim O’Reilly titola appunto la O’really conference Il web 2.0 conference

Il 2004 fu un anno davvero rivoluzionario e non credo che me ne sia accorto in quell’anno. Nel febbraio 2004 viene lanciato Facebook , anche se è ancora un piccolo fenomeno dell’università locale, Myspace festeggia il suo primo anno di vita, anche se, già allora, non ebbe il meritato successo perché nell’immaginario fu subito classificato come social network di nicchia, legato al mondo della musica e dei musicisti. E sempre ne 2004 nasce LinkedIn.

Spilberg racconta, dunque, un mondo appena passato e lo guarda con gli occhi del futuro. In una scena del film, il signor Navorski, viene chiamato al cerca persona e la sceneggiatrice insieme al regista si divertono a sottolineare uno dei grandi limiti di questo oggetto; limite che conosce solo chi usa un telefonino. Quando squilla per la prima volta il cerca persone, Navorsky parla al cerca persona come fosse un microfono o quasi telefono. Grida, “Sto arrivando!” Noi sappiamo che non funziona così e ridiamo. Il paradosso crea la scena comica.

Verso la fine del film, il cerca persone sarà distrutto dai due protagonisti che ne fanno uso (Tom Hanks e Catherine Zeta Jones). All’epoca della prima visione, il gesto poteva significare una liberazione romantica anti stress. I due protagonisti si sentono “troppo” connessi e sempre rintracciabili anche durante una cena romantica e ben riuscita.

Con il senno di poi, possiamo leggere quel gesto come distruzione di un oggetto che aveva fatto il suo tempo. Altri oggetti, altri elementi di connessione, stavano nascendo e si sarebbero affermati con più forza.

Oggi

Oggi “The Terminal” non avrebbe lo stesso senso. Quasi impossibile che un passeggero non abbia un cellulare, una connessione ad internet, una tariffa dati per il suo smartphone, un wifi più o meno disponibile, una presa di corrente, una carta di credito, una carta ricaricabile per il viaggio, una rete di contatti.

L’aeroporto, ma anche il mondo, di oggi è cosa molto diversa da quello che era nel 2004 (sono passati 11 anni), sia come elemento architettonico (spaziale) in se stesso, si vedano i più recenti Aerport Design , sia per l’aggiunta di tecnologia che oggi vi si trova e di informazione che viene trasmessa.

Oggi l’aeroporto è una fonte continua di informazioni digitali e (aggiungo sempre) sonore. C’è un wifi, trovi connessioni internet chiuse e/o aperte, trovi tante persone con connessioni attive. Puoi interagire con l’aeroporto attraverso app di ultima generazione. L’aeroporto si è arricchito di postazioni internet pagabili con carta di credito o anche gratis (come avviene presso l’aeroporto di Roma), di colonnine elettriche (anche USB) per ricaricare telefonini, tablet e pc.

Navorski, oggi, avrebbe potuto avere maggiori informazioni (e nella sua lingua) di quello che stava accadendo a casa sua. Lo avrebbe potuto sapere da un giornale o blog online, o da un tweet o da un video caricato sulla bacheca Facebook di un amico. E anche se gli fosse sfuggito tutto questo, gli uffici della sicurezza lo avrebbero potuto far connettere ad un sito di notizie locali nella sua lingua nativa, che gli avrebbe spiegato la situazione. La polizia avrebbe potuto usare un google translate per una prima e anche approssimativa traduzione. Ma non solo, lo stesso direttore delle sicurezza avrebbe potuto ricevere direttive più veloci e immediate sul comportamento da adottare in una situazione di questo genere.

Il presente/futuro

Insomma l’aeroporto, il “non luogo” per eccellenza, si è molto trasformato, come d’altronde anche il mondo. Ma non è tanto lo spazio in se che si è trasformato. Si è trasformato l’uso che gli utenti ne fanno. Appena 10 anni fa, una sala d’attesa era un posto noioso dove non accadeva nulla. Oggi, le sale d’attesa sono un concentrato di alta tecnologia miniaturizzata. A questo proposito mi piace ricordare che il sottotitolo del film era “Life is waiting”.

Se di tutto questo se ne deve occupare l’architettura dell’informazione, insieme ad altre discipline che si occupano dell’Uomo/Utente, è appunto perché non siamo noi che andiamo sul web, almeno oggi non è più così, ma è il web che entra nel nostro spazio e lo modifica. Una rivoluzione e un cambio di prospettiva non da poco.

The Terminal: il nonluogo e le architetture dell’informazione 2/3

Nel film “The Terminal” succede una cosa che non succede normalmente. Il sé senza luogo, l’apolide Viktor Navorsky, abita il (nonluogo) luogo senza sé e lo modifica.

Per approfondire il tema sulle geografie emozionali e geografie dell’ascolto  rimando ai post precedenti.

Dal nonluogo…

Noi oggi ritorniamo al film (se vogliamo… al post precedente) e al punto in cui Navorski preso atto della sua tragedia, prende anche atto che in questa dimensione, seppur sospesa, dovrà pur vivere. E quando il sé senza luogo vive il nonluogo tutto viene stravolto. Accade, dunque, che un uomo in accappatoio gira per il terminal, inizia ad interagire con lo spazio, alla ricerca di ciò che offre gratuitamente (zucchero, maionese, crackers) o con la fatica, i carrelli portabagagli si scoprono essere una buona risorsa economica. Poi comincia ad interagire con le persone, in cerca di un lavoro, ma al sé senza luogo non è possibile dare un lavoro. Per evolversi ha bisogno di conoscenze, e ce ne è una fondamentale e (sembrerebbe fatto a posta per questo blog) sonora, ossia imparare una lingua. Solo dopo questo passaggio, e certamente anche grazie alle proprie competenze pregresse, trova un lavoro.

Il sé senza luogo vive il nonluogo, che però resta ancora tale, un luogo senza relazioni. C’è un preciso momento del film in cui il nonluogo diventerà un luogo. Avviene quando Navorski diventa un “traduttore”. Traduttore di sentimenti, prima (tra un addetto alla distribuzione di cibo e una poliziotta, un amore impossibile); traduttore di lingua straniera, poi. Ed è qui che siamo nel punto di passaggio.  Navorski viene chiamato per tradurre la lingua di un uomo che vive al confine con la Krakozia. Quest’ultimo ha con se delle medicine per il padre che sta morendo. Le medicine per poter essere esportate hanno bisogno di una ricetta medica, una documentazione di accompagnamento e una richiesta del medico del paese di arrivo. Navorski prima traduce alla lettera, confermando che le medicine servono ad un anziano padre. Poi, mentre l’uomo sta per essere accompagnato, a forza, al Gate, senza le medicine che restano in mano a Navorski e negli Stati Uniti, Navorski (pensa un po’… e…) da traduttore tradisce la traduzione. Dice di essersi sbagliato. Le medicine sono per una capra. Navorski, che ha compilato tutti i documenti possibili e immaginali per essere accettato a NY sa che i medicinali ad uso veterinario non hanno bisogno di ricetta.

E la traduzione, ancor più in questo caso, ha dovuto richiedere un ascolto. Saper tradurre significa saper ascoltare, tradurre alla lettera è un primissimo passo, ma Navorski, se in un primo momento traduce alla lettera, in un secondo momento, ripeto, tradisce la traduzione (rimando ad un articolo di Claudio Magris per un primo approfondimento) e traduce la parola “padre” con la parola “capra”. L’aver sentito male corrisponde con l’aver capito male. Il suono è fortemente legato al senso, l’ascolto è legato alla comprensione. L’incomprensione sonora, in questo caso, ha aiutato la vita di una persona, ha cambiato il destino di un vecchio morente. La traduzione ha tradito ma ha creato un contatto; il connazionale abbraccia e bacia con forza Navorski.

… al Luogo

Il nonluogo si trasforma, cambia, si modifica e diventa un luogo, diventa IL LUOGO. Manca un solo breve passaggio, il racconto dello Shiamano che racconta in modo epico e per via orale (ancora sonorità) le avventure di Viktor “La Capra”. Che se ritornassimo alla corretta traduzione sarebbe Viktor “Il Padre”.

Lo Shiamano, ricordo, è anche lui un traduttore: lo Shiamano è colui che attraversa e che si fa attraversare, che unisce dimensioni fisiche e spirituali diverse, che appunto traduce da una dimensione ad un’altra e tramanda da una generazione all’altra, anche attraverso il racconto.

Da questo punto in poi Viktor è riconosciuto, Viktor è colui che nel terminal ha creato delle relazioni, lui stesso ha delle relazioni di amicizia con gli impiegati ma anche con i passeggeri, tutti lo salutano e mostrano la loro stima nei confronti di questo uomo che ha trovato casa in un luogo che non è casa per nessuno di loro.

Verso la fine del film scopriamo cosa muove tutta la storia. Il racconto ha una sola motivazione, ancora (e concorderete insieme a me, non a caso) sonora: la passione per la musica, per il jazz in particolare. Il padre di Viktor era un appassionato di jazz. Possiede una fotografia con 57 jazzisti che si riunirono tutti una volta nella loro vita. Il padre scrive a tutti loro chiedendo una firma e raccoglie, in tutta la sua vita, tutti gli autografi di quei musicisti, tranne una. Viktor promette al padre di raccogliere quella firma e mantiene la promessa.

(continua…)

The Terminal: il non luogo e le architetture dell’informazione

Per spiegare il non luogo e le architetture dell’informazione,

continuo a parlare di cinema e di un film, di qualche anno fa, “The Terminal“.

Parlare di questo film mi permette di sottolineare, ancora una volta,

l’importanza del contesto sonoro, presentare cos’è il non luogo (o il luogo senza se)

e quali sono i legami con le architetture dell’informazione 3.0. 

Concetti che ho analizzato nell’articolo su geografie emozionali e geografie dell’ascolto.

Conoscerete sicuramente il film diretto da Steven Spielberg, con Tom Hanks e Catherine Zeta Jones come protagonisti. Potreste vedere o rivedere il Trailer. Forse, conoscerete meno, invece, Sasha Gervasi che ne scrisse la sceneggiatura. Sasha Gervasi, laureata in Storia moderna al King’s College di Londra,  ha sicuramente studiato a fondo il non luogo e le sue dinamiche, dato che considero la sceneggiatura di questo film un bel trattato sull’argomento.

Partiamo dalla storia: the Terminal

Viktor Navorski giunge all’aeroporto J.F. Kennedy di New York dalla Krakozhia. Mentre è in viaggio, nella sua nazione di origine avviene un colpo di stato. Il nuovo regime non è riconosciuto dagli Stati Uniti e quindi Navorski è classificato tra i passeggeri “inaccettabili”. In quanto apolide, viene bloccato all’interno dell’Aeroporto (continua su wikipedia).

Senza fare approfondimenti che non competono a questo blog, vorrei solo far notare come tutte le volte che si parla di luogo, ci si trova a relazionarsi con il concetto di spazio-tempo, di confine/limite, di accoglienza, migrazione/movimento, scambio di dati e persone. Lascio a voi tutte le eventuali considerazioni cinematografiche e sociologiche del film e mi concentro a parlarvi di un paio di scene che spiegano la dimensione sonora e l’architettura dell’informazione in contesti sonori.

Il non luogo

Come già spiegato e come teorizzato da Marc Augè, il non luogo è un luogo dove non esistono relazioni. Da un lato abbiamo i deserti, gli spazi blu degli oceani, dall’altro lato abbiamo i luoghi di passaggio: stazioni e aeroporti (principalmente).

Fino a qualche tempo fa anche i centri commerciali erano dei “non luoghi”, ma le abitudini delle persone (soprattutto l’incontrarsi dei giovani il sabato sera in un centro commerciale) ha reso quel posto un punto di incontro e non più solo di acquisto. Questa abitudine dell’incontro ha modificato le funzioni dello spazio. Se ti interessa l’argomento puoi leggere questo articolo dell’archivio corriere.it

E dove fino a qualche anno fa c’era un non luogo, oggi, la tecnologia, i social e il mobile modificano l’identità dello spazio.

L’aeroporto, o meglio ancora, il terminal (per intenderci lo spazio chiuso dopo i controlli e dove siamo trasformati in viaggiatori) resta comunque, in grandissima parte, il non luogo per eccellenza.

I suoni di un aeroporto

Il film comincia con dei suoni, dei rumori, delle voci particolari. Solo ascoltando questi suoni, anche senza immagini capiamo dove ci troviamo: ossia abbiamo le caselle degli orari dell’aeroporto che scivolano, abbiamo gli annunci da aeroporto che indicano le uscite per i voli in partenza. Non ci possiamo sbagliare. Il luogo è identificato al meglio dai suoni che lo compongono!

Viktor Navorski viene fermato al controllo passaporti, respinto poco prima dell’entrata negli Stati Uniti, viene subito portato dentro un confine, un limite piccolissimo. In effetti Lui è il luogo, lui è il rappresentante di uno Stato che non esiste più (anche se lui ancora non lo sa).

Da questo spazio viene portato nell’ufficio del direttore. Vi invito a guardare questa scena su due piani diversi: il primo sul piano sonoro; il secondo sul piano visivo.

La scena: il piano visivo

Azzeriamo il volume, togliamo l’audio e analizziamo prima il piano visivo.

Togliamo l’audio perché questo è il punto di vista (o meglio ancora, il punto di non ascolto) di Viktor Navorski. Il protagonista non parla l’inglese e non capisce, sente la voce degli altri ma è come se fosse sordo.

Un poliziotto e un signore in giacca e cravatta che si presenta, in velocità, lo saluta gentilmente, lo fa accomodare alla sua scrivania e si mette a parlare. Mentre parla, prende un box con del cibo ed inizia ad apparecchiare la scrivania. Pare che inviti Viktor Navorski a pranzo. Il contesto sembra, stranamente, colloquiale. Finito di apparecchiare, il signore in giacca e cravatta, mette al centro del tavolo un pacco di patatine (tra l’altro scorgiamo un simpatico errore di montaggio perché il pacco di patatine arriva dal nulla), prende una mela e sbattendola sul pacchetto lo fa esplodere sulla giacca di Navorski. Parla un altro po’, lo accompagna fuori dall’ufficio e lo saluta sempre nel modo più gentile possibile.

La scena, il piano uditivo

Rivediamo la scena e diamogli l’audio. Adesso possiamo ascoltare il dialogo. Navorski non parla e non comprende l’inglese molto bene, ha solo un frasario, che legge a stento. Ma il nostro audio da ascoltatori è chiarissimo. Il direttore della sicurezza del terminal, ripete più e più volte, almeno per tre volte, la situazione in cui si trova il signor Viktor Navorski. Ossia che il suo Stato non è più riconosciuto dagli Stati Uniti e che lui è “inaccettabile”. Insomma, gli dice cose terribile, che anche noi da ascoltatori (dato il contesto colloquiale che vediamo e da cui siamo ingannati) non percepiamo bene. È una scena tragica: viene detto a Navorski che non ha più una casa dove tornare, non ha più uno Stato in cui riconoscersi e soprattutto che non può andare da nessuna parte, né può concludere il suo viaggio, né può tornare indietro. Il tutto in maniera parecchio sbrigativa e colloquiale.  Poco importa a Navorski che non capisce; saluta e va via seguendo il poliziotto.

In un video su youtube al minuto 2.37 trovate alcuni estratti della scena descritta

Detta in questo modo capiamo che i due contesti, sonoro e visivo, sono molto diversi e in contrasto. In uno abbiamo un invito a pranzo, nell’altro il non riconoscimento come persona. Al signor Navorski viene spiegato più e più volte che è diventato “un se senza luogo”.

Il non luogo abitato

Continuiamo con la visione del film.

Navorski viene accompagnato all’intero del terminal internazionale. Questo “non luogo” è l’unico posto dove lui può essere libero. Navorski non capisce, non ha ancora capito, e vorrebbe capire quello che gli sta accadendo. Il poliziotto gli spiega, in breve, cos’è il non luogo: gli indica il luogo spazialmente (rappresentazione e contesto), gli consegna un badge (identità numerica), alcuni buoni pasto (valuta economica) dato che i soldi della Krakozia non hanno valore, e un cerca persone (oggi diremmo che gli viene data una connessione).

Navorski chiede: “Cosa devo fare?” Il poliziotto risponde: “L’unica cosa che può fare: comprare!” In altre parole: Navorski chiede “chi sono?” Risposta: “un consumatore”.

Il “luogo senza se” e il “se senza luogo”

Anche qui abbiamo una contrapposizione molto forte. Il “luogo senza se” e il “se senza luogo”, (che stanno agli estremi di una linea immaginaria che unisce la relazione e la non relazione, tra lo spazio e il tempo) si incontrano e dovranno convivere.

La “scena” precedente, sta volta, in un altro “ambiente”,  si ripete. Teniamo sempre presenti i due piani: visivo e sonoro.

The Terminal. Contesto visivo e sonoro del non luogo

L’attenzione di Navorski viene richiamata dall’inno nazionale del suo Paese (richiamo dell’attenzione e della memoria sonora) solo un accenno. Nel telegiornale si vedono le immagini della guerra in Krakozhia. Navorski cerca di leggere i sottotitoli dei telegiornali ma sono troppo veloci.

Se nella scena precedente il protagonista era sordo, sta volta è muto. Sono gli altri che non lo ascoltano, sono gli altri che non lo capiscono. Navorski non sente l’audio dei televisori, cerca e chiede aiuto. Ma si rende conto di essere muto, nessuno lo sente, nessuno lo capisce (precisamente come lui non aveva ascoltato, sentito e capito il dialogo precedente).

Nello stesso tempo le informazioni visive sono chiarissime, Navorski sta guardando la guerra in diretta, si vede che la gente viene ammazzata brutalmente per strada. Ma manca il sonoro, anche se probabilmente non capirebbe comunque; ma richiede un audio anche istintivamente. E quando finalmente trova l’audio, il “se senza luogo” viene fatto allontanare. Non ha tessere o cartellini per rimanere nella stanza dell’ascolto. Navorski prende coscienza di essere “un se senza luogo”.

Anche noi spettatori vediamo e assistiamo alla tragedia del signor Navorski, sebbene noi, prima di Navorski, sapevamo già di questa tragedia. Spielberg lo spiega ancora meglio raccontando con le immagini. Navorski diventa una sagoma umana dietro un vetro smerigliato e lo possiamo scorgere solo a tratti. Ha perso la sua identità, la sua forma, il suo essere “essere umano”, in una parola, è diventato “inaccettabile”.

Il sé senza luogo abita il (non luogo) luogo senza sé

Nel film “The Terminal” succede una cosa che non succede normalmente. Il sé senza luogo, l’apolide Viktor Navorsky, abita il (nonluogo) luogo senza sé e lo modifica.

Per approfondire il tema sulle geografie emozionali e geografie dell’ascolto vi rimando all’articolo sulle geografie emozionali.

Dal non luogo…

Arriviamo al punto in cui Navorski preso atto della sua tragedia, prende anche atto che in questa dimensione, seppur sospesa, dovrà vivere. E quando il sé senza luogo vive il nonluogo tutto viene stravolto. Accade, dunque, che un uomo in accappatoio gira per il terminal, inizia ad interagire con lo spazio, alla ricerca di ciò che offre gratuitamente (zucchero, maionese, crackers) o con la fatica, i carrelli portabagagli si scoprono essere una buona risorsa economica. Poi comincia ad interagire con le persone, in cerca di un lavoro, ma al sé senza luogo non è concesso avere un lavoro. Per evolversi ha bisogno di conoscenze, e ce ne è una fondamentale e sonora, ossia imparare una lingua. Solo dopo questo passaggio, e certamente anche grazie alle proprie competenze pregresse, trova un lavoro.

Il sé senza luogo vive il non luogo: le relazioni

Il sé senza luogo vive il non luogo, che resta ancora tale, un luogo senza relazioni. C’è un preciso momento del film in cui il non luogo diventerà un luogo. Avviene quando Navorski diventa un “traduttore”. Traduttore di sentimenti, prima (tra un addetto alla distribuzione di cibo e una poliziotta, un amore impossibile); traduttore di lingua straniera, poi.

Ed è qui che siamo nel punto di passaggio.

Il traduttore…

Guardiamo la scena della capra. Navorski viene chiamato per tradurre la lingua di un uomo che vive al confine con la Krakozia. Quest’ultimo ha con se delle medicine per il padre che sta morendo. Le medicine per poter essere esportate hanno bisogno di una ricetta medica, una documentazione di accompagnamento e una richiesta del medico del paese di arrivo. Navorski prima traduce alla lettera, confermando che le medicine servono ad un anziano padre. Poi, mentre l’uomo sta per essere accompagnato, a forza, al Gate, senza le medicine che restano in mano a Navorski e negli Stati Uniti, Navorski (pensa un po’… e…) da traduttore tradisce la traduzione. Dice di essersi sbagliato. Le medicine sono per una capra. Navorski, che ha compilato tutti i documenti possibili e immaginali per essere accettato a NY, sa che i medicinali ad uso veterinario non hanno bisogno di ricetta.

…La traduzione

La traduzione, ancor più in questo caso, ha dovuto richiedere un ascolto. Saper tradurre significa sapere ascoltare, tradurre alla lettera è un primissimo passo. Ma Navorski, se in un primo momento traduce alla lettera, in un secondo momento, ripeto, tradisce la traduzione (rimando ad un articolo di Claudio Magris per un approfondimento) e traduce la parola “padre” con la parola “capra”. L’aver sentito male corrisponde con l’aver capito male. 

Il suono è fortemente legato al senso, l’ascolto è legato alla comprensione. L’incomprensione sonora, in questo caso, ha aiutato la vita di una persona, ha cambiato il destino di un vecchio morente. La traduzione ha tradito ma ha creato un contatto; il connazionale abbraccia e bacia con forza Navorski.

… al Luogo

Il nonluogo si trasforma, cambia, si modifica e diventa un luogo, diventa IL LUOGO. Manca un solo breve passaggio, il racconto dello Shiamano che racconta in modo epico e per via orale (ancora sonorità) le avventure di Viktor “La Capra”. Che se ritornassimo alla corretta traduzione sarebbe Viktor “Il Padre”.

Lo Shiamano

Lo Shiamano, ricordo, è anche lui un traduttore: lo Shiamano è colui che attraversa e che si fa attraversare, che unisce dimensioni fisiche e spirituali diverse, che appunto traduce da una dimensione ad un’altra e tramanda da una generazione all’altra, anche attraverso il racconto.

Da questo punto in poi Viktor è riconosciuto, Viktor è colui che nel terminal ha creato delle relazioni. Lui stesso ha delle relazioni di amicizia con gli impiegati ma anche con i passeggeri. Tutti lo salutano e mostrano la loro stima nei confronti di questo uomo che ha trovato casa in un luogo che non è casa per nessuno di loro.

Le persone al centro

Quello che il direttore generale aeroportuale dice al responsabile della sicurezza è di mettere al centro le persone. Le persone e la tolleranza sono al centro di questo Paese. Le persone sono al centro di ogni reale democrazia. Demos è proprio il popolo, la democrazia il governo del popolo.

Così come in un aeroporto, in ogni progetto le persone devono stare al centro.

Perché? Durante la traduzione rivista e corretta di capra, il responsabile alla sicurezza chiede a Navorski, “perché lo stai facendo?”. Lo sta facendo non per salvare il mondo, ma perché le persone per Navorski sono al centro della sua vita. Lui comprende che si devono rispettare le regole. E aspetta. Ma sa anche che le persone, le sue relazioni sono, alla lunga, la scelta migliore. Per tutto il film Navorski non fa altro che intessere relazioni con le cose e con le persone.

Cosa muove tutta la storia di The Terminal?

Verso la fine del film scopriamo cosa muove tutta la storia. Il racconto ha una sola motivazione, ancora sonora: la passione per la musica, per il jazz in particolare. Il padre di Viktor era un appassionato di musica jazz. Possiede una fotografia con 57 jazzisti che si riunirono tutti una volta nella loro vita. Il padre scrive a tutti loro chiedendo una firma e raccoglie, in tutta la sua vita, tutti gli autografi di quei musicisti, tranne una. Viktor promette al padre di raccogliere quella firma e mantiene la promessa.

Concludendo

Concludo il discorso che ha preso spunto dal film “The Terminal

Non sono ovviamente conclusi invece i riferimenti dedicati al non luogo. Non solo perché il concetto stesso di non luogo ha subito dei cambiamenti e aggiornamenti da chi lo ha teorizzato e da chi lo usa da utente, ma anche perché ritengo che sia un concetto molto affascinante e, a mio parere, tanto legato alle tematiche dell’architettura dell’informazione 3.0.

Anno 2004

The Terminal è un film del 2004 ma è ambientato presumibilmente negli anni ottanta. Possiamo dare questa indicazione, intanto perché, in giro, non vediamo telefonini. Il primo telefonino è datato 6 marzo 1983. E a quell’epoca, molto più di oggi,  il costo era proibitivo e la diffusione appena cominciata. E poi viene usato un oggetto ben preciso: il cerca persone che viene dato a Viktor Navorski per essere rintracciato.

All’epoca di questo film siamo ancora al web 1.0. Si dovrà aspettare la fine del 2004, quando Tim O’Reilly titola appunto la O’really conference Il web 2.0 conference

I social networks

Il 2004 fu un anno davvero rivoluzionario e non credo che me ne sia accorto in quell’anno. Nel febbraio 2004 viene lanciato Facebook , anche se è ancora un piccolo fenomeno dell’università locale, Myspace festeggia il suo primo anno di vita, anche se, già allora, non ebbe il meritato successo perché nell’immaginario fu subito classificato come social network di nicchia, legato al mondo della musica e dei musicisti. E sempre nel 2004 nasce LinkedIn.

Spilberg racconta, dunque, un mondo appena passato e lo guarda con gli occhi del futuro. In una scena del film, il signor Navorski, viene chiamato al cerca persona e la sceneggiatrice insieme al regista si divertono a sottolineare uno dei grandi limiti di questo oggetto; limite che conosce solo chi usa un telefonino. Quando squilla per la prima volta il cerca persone, Navorsky parla al cerca persona come fosse un microfono o quasi telefono. Grida, “Sto arrivando!” Noi sappiamo che non funziona così e ridiamo. Il paradosso crea la scena comica.

Verso la fine del film, il cerca persone sarà distrutto dai due protagonisti che ne fanno uso (Tom Hanks e Catherine Zeta Jones). All’epoca della prima visione, il gesto poteva significare una liberazione romantica anti stress. I due protagonisti si sentono “troppo” connessi e sempre rintracciabili anche durante una cena romantica e ben riuscita.

Con il senno di poi, possiamo leggere quel gesto come distruzione di un oggetto che aveva fatto il suo tempo. Altri oggetti, altri elementi di connessione, stavano nascendo e si sarebbero affermati con più forza.

Oggi

Oggi “The Terminal” non avrebbe lo stesso senso. Quasi impossibile che un passeggero non abbia un cellulare, una connessione ad internet, una tariffa dati per il suo smartphone, un wifi più o meno disponibile, una presa di corrente, una carta di credito, una carta ricaricabile per il viaggio, una rete di contatti.

L’aeroporto, ma anche il mondo, di oggi è cosa molto diversa da quello che era nel 2004 (sono passati 11 anni), sia come elemento architettonico (spaziale) in se stesso, si vedano i più recenti Aerport Design , sia per l’aggiunta di tecnologia che oggi vi si trova e di informazione che viene trasmessa.

Il non luogo e le architetture dell’informazione

Oggi l’aeroporto è una fonte continua di informazioni digitali e sonore. C’è un wifi, trovi connessioni internet chiuse e/o aperte, trovi tante persone con connessioni attive. Puoi interagire con l’aeroporto attraverso app di ultima generazione. L’aeroporto si è arricchito di postazioni internet pagabili con carta di credito o anche gratis (come avviene presso l’aeroporto di Roma), di colonnine elettriche (anche USB) per ricaricare telefonini, tablet e pc.

Navorski, oggi, avrebbe potuto avere maggiori informazioni (e nella sua lingua) di quello che stava accadendo a casa sua. Lo avrebbe potuto sapere da un giornale o blog online, o da un tweet o da un video caricato sulla bacheca Facebook di un amico. E anche se gli fosse sfuggito tutto questo, gli uffici della sicurezza lo avrebbero potuto far connettere ad un sito di notizie locali nella sua lingua nativa, che gli avrebbe spiegato la situazione. La polizia avrebbe potuto usare un google translate per una prima e anche approssimativa traduzione. Ma non solo, lo stesso direttore delle sicurezza avrebbe potuto ricevere direttive più veloci e immediate sul comportamento da adottare in una situazione di questo genere.

Il non luogo nel presente/futuro

Insomma l’aeroporto, il “non luogo” per eccellenza, si è molto trasformato, come d’altronde anche il mondo. Ma non è tanto lo spazio in se che si è trasformato. Si è trasformato l’uso che gli utenti ne fanno. Appena 10 anni fa, una sala d’attesa era un posto noioso dove non accadeva nulla. Oggi, le sale d’attesa sono un concentrato di alta tecnologia miniaturizzata. A questo proposito mi piace ricordare che il sottotitolo del film era “Life is waiting”.

Se di tutto questo se ne deve occupare l’architettura dell’informazione, insieme ad altre discipline che si occupano dell’Uomo/Utente, è appunto perché non siamo noi che andiamo sul web, almeno oggi non è più così, ma è il web che entra nel nostro spazio e lo modifica. Una rivoluzione e un cambio di prospettiva non da poco.

E a tal proposito vi consiglio la lettura del mio articolo sulle case invisivili, le case che siamo.