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Tutti connessi – Sempre raggiungibili

Siamo tutti connessi. Non basta.

Dobbiamo essere sempre raggiungibili.

La connessione non è più solo un diritto,

è un dovere, come fosse legge.

Se non si risponde subito al telefono si viene cancellati dalla realtà.

Se guidi, se preferisci la mail per delle relazioni con degli sconosciuti,

se hai i tuoi tempi di detox settimanali,

non fai parte della comunità.

Insieme ma soli

Questa estate ho letto i libri di Sherry Turkle e sul blog riprenderò spunti e riflessioni che sono scaturiti dalla lettura. Chi mi segue sa che sono favorevole alla connessione, tratto gli assistenti vocali dando ampia fiducia a questa tecnologia.

Ma come ho sempre ripetuto, l’uso di uno strumento richiede una sana consapevolezza per non essere usati.

E la consapevolezza nasce anche dall’ascolto di pareri preoccupati. Tra questi penso ci sia Sherry Turkle, con il suo libro, Insieme ma soli. Un titolo molto esplicativo e che mi pare ponga un problema vero della nostra contemporaneità.

Condivido dunque con voi alcune parti del libro, parafrasando quanto scritto dalla psicologa docente di Sociologia della scienza e della tecnologia del MIT di Boston. Ovviamente invitando alla lettura diretta di tutto il libro. “Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri.”

Alla gente piace restare connessi

Alla gente piace la connessione. Essere connessi significa, per molte persone, sentirsi vicini.

La rivoluzione culturale dei dispositivi mobili ha cambiato il mondo, il lavoro, l’istruzione, il sapere nelle sue declinazioni, le relazioni. I dispositivi mobili connessi ad internet hanno cambiato il modo in cui ci corteggiamo e viaggiamo. Il mobile ha quasi del tutto eliminato la noia. Durante gli spostamenti, o nelle sale di attesa, non ci si annoia più come una volta, quando la noia si ammazzava parlando con gli altri.

La connettività trasforma qualunque luogo, foss’anche il più isolato del mondo civilizzato; la connessione trasforma quel luogo in un centro di apprendimento e/o di attività economica.

Sempre connessi

Sherry Turkle afferma

La connettività offre nuove possibilità di sperimentazione della nostra identità, dona la sensazione di avere accesso ad una zona franca in cui gli adolescenti fanno quello che hanno bisogno di fare: innamorarsi e disinnamorarsi di persone e idee. la vita reale non sempre fornisce questo genere di spazio, internet si.

Le persone, sono tutte vicine, ad un tasto di distanza.

Oggi la connessione non dipende dalla distanza che ci separa gli uni dagli altri, ma dal fatto che si disponga o meno di una tecnologia per le comunicazioni.

E questa tecnologia non può mancare all’interno del proprio gruppo sociale.

Stare da soli comincia a sembrare una precondizione allo stare insieme, perché è più facile comunicare se ci si può concentrare, senza interruzioni, sul nostro schermo.

In questo nuovo regime, una stazione ferroviaria, un aeroporto, un bar o un parco non sono più un luogo pubblico, ma un luogo di incontro sociale: la gente si riunisce ma ha smesso di parlare.

Zona macchina e Solitudini

Sempre più spesso, la solitudine è vista ed è vissuta come un momento di disagio. Se non siamo in continua attività nel mondo reale, così, come un cane che si morde la coda, preferiamo rivolgerci ai nostri dispositivi anziché alla nostra interiorità.

I dispositivi mobili connessi alla rete internet ci tengono all’interno della cosiddetta “zona macchina”. L’antropologa Natasha Dow Schull ha descritto la “zona macchina” come uno stato mentale in cui l’individuo non sa più dove comincia la persona e dove finisce la sua condizione. Anche se a dire il vero l’espressione nasce per descrivere la relazione dei giocatori d’azzardo con le slote machine. Relazione che ormai abbiamo un po’ tutti se stiamo tutto il giorno davanti ad uno schermo o teniamo in mano un dispositivo mobile.

Zona Fecebook

Alexis Madrigal allarga questo concetto alle piattaforme sociali e parla di “zona Facebook”, come di una versione morbida della “zona macchina”. Le piattaforme ci invitano ad entrare in un flusso dove ci viene chiesto di usare un po’ del nostro cervello, ma senza un grosso sforzo da parte nostra. Ogni azione è alla nostra portata, non ci stanca, ci mantiene attenti ma senza fatica intellettuale.

In questo stato mentale non esiste alcuna crescita. Ma si può vivere uno stato di coercizione. Uscire dalla piattaforma, infatti, può diventare una sofferenza.

Secondo alcuni studiosi addirittura la permanenza in questo stato mentale serve sempre più ad allontanare attività che richiedono una attività più impegnativa da parte nostra nella vita reale. Meglio continuare a guardare video ripetuti all’infinito piuttosto che leggere un libro, andare a lavare lo scooter, finire i compiti di scuola.

La navigazione come forma di solitudine

Se oggi pensiamo ad un momento di solitudine questo è strettamente legato alla compagnia del nostro dispositivo mobile. Per navigare online abbiamo bisogno di solitudine.

Lo smartphone è un meccanismo di sicurezza. Riflettere su noi stessi, sulle nsotre esperienze richiede uno sforzo emotivo a cui ci stiamo disabituando. Il flusso di pensiero di un millennial o della Generazione Z è completamente diverso dal flusso di pensiero dei nostri nonni, alla loro stessa età.

Non era questo il sogno

Il sogno dei primi scienziati informatici, così come degli sviluppatori di bot, non era esattamente questo. Il sogno era quello di creare delle macchine capaci di svolgere il lavoro veloce e di routine, in modo che le persone avessero avuto il tempo di svolgere il lavoro lento e creativo. Le macchine dovrebbero essere un supporto per lasciarci più tempo. I chatbot dovrebbero rispondere a domande semplici per permettere agli operatori di rispondere alle domande complesse.

Così come la lavatrice ha permesso a milioni di donne di avere il tempo di leggere per se stesse e per i loro figli, così smartphone, bot e intelligenza artificiale dovrebbe permetterci di essere innovativi e creativi. Ma l’innovazione, come la creatività, non arriva da una vita frenetica e stressante, ma da ritmi lenti e a misura d’uomo.

Non dovremmo inseguire la tecnologia. Dovremmo semplicemente usarla.

Conversazioni con gli sconosciuti

Da qualche anno a questa parte quante conversazioni avete avuto con degli sconosciuti, in momenti di attesa?

In treno, per esempio, almeno durante il periodo pre covid, avete avuto conversazioni con altri passeggeri, per ammazzare il tempo? E vi è mai capitato di ascoltare qualche conversazione di altre persone al telefono? Ed è mai successo che la persona parlasse al telefono come se fosse solo?

Immagino che almeno a quest’ultima domanda avrete risposto positivamente. Perché avviene questo? Sherry Turkle risponde.

Quando qualcuno ha una conversazione al telefono in un luogo pubblico, il suo senso di riservatezza si basa sulla presunzione che chi lo circonda lo tratterà non solo come il perfetto sconosciuto quale è, ma come se proprio non ci fosse.

Le persone al telefono trattano gli altri come se non ci fossero. O a vederla dal lato opposto: sono le persone al telefono che si considerano assenti.

Perdere la connessione fisica

Sherry Turkle afferma che questo significa perdere la propria connessione fisica. E che sempre più preferiamo la connessione virtuale; connessione che ci suggerisce di poter creare la nostra pagina, il nostro posticino, dove tutto è familiare.

Oggi il nostro sogno meccanico è di non essere mai soli.

Sherry Turkle parla di un nuovo stato del sé, l’itself, ed ha il timore che la vita connessa ci incoraggi a trattare coloro che incontriamo online un po’ come trattiamo gli oggetti, ovvero in modo sbrigativo. Non lo facciamo per male o per cattiveria, ma in modo spontaneo. Siamo assediati, ogni giorno, da migliaia di mail, sms, messaggi e notifiche, più di quante ne riusciamo a gestire.

Lo stesso accade quando si scrive un post sui social, su Facebook, come su Twitter o su altre piattaforme sociali. Noi trattiamo gli individui, persino i nostri amici più veri, come un insieme. Gli amici, che si conoscano nella realtà o solo virtualmente, diventano dei fan.

Connessione con assistenti vocali e bot

In questa perdita di connessione fisica, conquistiamo un’idea di realtà diversa, una percezione della realtà completamente diversa rispetto al passato.

Se le persone, gli amici e i conoscenti diventano, sostenitori, ammiratori, tifosi, nella sostanza perdono il loro stato di persone. Diventano molto simili ad oggetti parlanti.

Dall’altro lato, in questa smaterializzazione e spersonificazione degli individui, acquistano una parvenza di umanità i bot e gli assistenti vocali. E gli oggetti parlanti, quelli che definiamo smart speaker, si avvicinano molto alla parvenza di persone.

Online inventiamo dei modi di stare con le persone che le trasformano in qualcosa di simile a degli oggetti.

E qui c’è un piccolo problema

Il sé che tratta una persona come una cosa rischia di vedersi nello stesso modo. È importante ricordare che quando consideriamo dei bot vivi abbastanza per noi, diamo loro una promozione. Se in rete ci si sente solo vivi abbastanza da essere macchine massimalizzatrici di email e messaggi allora si è stati retrocessi.

Connessi le relazioni cambiano

Le relazioni umane stanno cambiando. E leggendo Sherry Turkle, come altri autori critici verso le tecnologie, sembrerebbe che si auspichi un ritorno al passato. Come se il tempo analogico fosse stato privo di pericoli.

Ma è solo colpa della tecnologia e delle piattaforme che hanno tradito le promesse iniziali?

Non metto in dubbio che la relazione con il nostro smartphone stia diventando, per molte persone, patologico. La nostra “zona macchina” o “zona Facebook” coinvolge tutti, consapevoli e meno consapevoli. Il trattare gli amici come pubblico e fan è un fatto reale.

Un mondo connesso e complesso

Ma vorrei sottolineare la complessità di questo mondo e non vorrei che queste disfunzioni che possono sfociare nel patologico siano considerate pandemiche.

Perché se vero che questa relazione con i dispositivi mobili connessi è diffusa è anche vero che coinvolge una parte del mondo e non la sua interezza; riguarda persone che fanno parte di un dato ceto sociale, che svolgono un lavoro di un certo livello e che hanno determinate capacità economiche. Se è vero che alcuni dirigenti hanno bisogno di periodi forzati di detox, di disintossicazione dall’essere sempre raggiungibili, è pure vero che il non avere tempo da dedicare alla sostanza della Vita è considerato figo, cool, nella realtà.

Ritornerò, ritorneremo sul tema perché interessante. Ma c’è ancora chi vive in un mondo analogico, disconnesso, privo di internet. Non penso che questo mondo, che non ha accesso ad internet, sia migliore o che la disconnessione sia auspicabile.

Ripeto, viviamo in un mondo complesso. C’è una parte della società ricca che sta perdendo il contatto con la realtà? Ci sono famiglie che non parlano più? Forse bisogna recuperare spazi di intimità veri; forse è necessario ritornare all’ascolto reciproco.

E allora è necessario divulgare cultura digitale, analizzare i pericoli ed osservare i cambiamenti. A mio parere abbiamo la necessità e il bisogno di acquisire consapevolezza per usare gli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione. E restare umani, connessi con noi stessi e con gli altri essere umani.

Ristorante rumoroso? No, grazie!

Un ristorante rumoroso è un bel posto dove poter trascorrere una bella serata? Saranno anche punti di vista o sensibilità di orecchio diverso ma, certamente, se vogliamo vivere una bella esperienza dobbiamo assolutamente avere un contesto piacevole. Lo sanno o lo dovrebbero sapere bene i ristoratori. Una musica di sottofondo aiuta, una musica troppo alta o del rumore, probabilmente, no. Personalmente non frequento e non ritorno in un locale dove non riesco a parlare o dove non capisco quello che dicono gli altri.

I gestori dei ristoranti e dei pub tendono a tenere alta la musica e mantenere il ronzio della voce dei clienti alto, oppure riempiono le sale con il maggior numero di persone possibili. I locali piccoli pare che abbiamo, per questo motivo, maggiore successo.

Le ragioni sono anche scientifiche. In un lungo articolo Charles Spence, ricercatore del dipartimento di psicologia sperimentale presso l’Università di Oxford ne spiega tutte le ragioni:

Nel mio articolo ho evidenziato il crescente problema del rumore nei ristoranti e nei bar e osservo le possibili cause. […] Nel loro insieme, le prove oggi dimostrano chiaramente che sia il rumore di fondo e la musica ad alto volume possono compromettere la nostra capacità di gustare cibi e bevande. Sembrerebbe che il rumore danneggia selettivamente la capacità di rilevare i gusti, come l’agrodolce lasciando alcune altre esperienze del gusto e del sapore relativamente inalterate.

Lo studio è stato fatto negli Stati Uniti in ristoranti e bar statunitensi, ma lo stesso studio dichiara che il problema riguarda tutti i paesi occidentali.

In generale, dunque, la musica ad alto volume altera la nostra cognizione di fame e sete.

Navigando su internet ho poi trovato questo articolo di 4 anni fa in cui si parla di alcune ricerche ed esperimenti fatti in giro nel mondo che valutano anche quanto le persone spendono in base al tipo di musica trasmessa in filodiffusione.

La musica può sicuramente contribuire ad aumentare la quantità di soldi che un cliente spende.

Certo c’è da fare qualche esperimento, perché ogni cliente avrà i suoi gusti. Se però non si ha tempo la ricetta sembra essere già pronta.

Con la musica giusta, ciascun cliente con molta probabilità spenderà circa 2 dollari in più rispetto al suo ordine che farebbe normalmente senza musica. Se servi circa 100 persone al giorno, significa allora questo è un extra di 200 dollari. Il che equivale ad un extra di 6000 dollari al mese. 72.000 all’anno. Non male, se si tratta di fare la scelta musicale giusta.

Si capisce bene dunque il perché Starbucks prenda molto sul serio la scelta musicale nei propri locali.

Da un articolo del Guardian viene confermato che ci sono proprio dei collegamenti tra odore e suono.

Dunque, cosa fare? La bella stagione si avvicina e mangiare fuori magari diventa una attività che si fa più volentieri. Bisogna lamentarsi sempre? O scappare dai ristornati?

No, non necessariamente. Elisa Ung, critica di ristoranti invita a prendere consiglio da chi ha problemi di udito e che per forza di cose deve stare attento ai luoghi da frequentare.

Ed ecco alcuni dei suoi suggerimenti, al momento di decidere dove poter mangiare:

  1. leggere il più possibile sul ristorante e non solo le recensioni. Guardate anche le foto on-line e cercate di capire l’ambiente.
  2. andate la sera presto; durante la settimana. Il fine settimana i locali sono ovviamente più affollati e il gestore sarà meno flessibile sul volume.
  3. richiedete sempre un tavolo tranquillo al momento della prenotazione. Meglio ad un angolo. E se avete delle resistenze a chiedere sappiate che altri clienti fanno richieste molto meno importanti.
  4. sedersi all’aperto se possibile. All’aperto il rumore e la musica si disperdono.
  5. In fine, se tutto quanto abbiamo detto non è servito a nulla… chiedete al cameriere o al gestore se la musica può essere abbassata.

Avvertenze.

Le richieste devono essere fatte con gentilezza e cordialità. State facendo una richiesta per essere aiutati. Generalmente sarete accontentati, se si tratta di una stanza poco affollata. Arrabbiarsi o essere maleducati non serve a nulla.

In ultima istanza, potreste pure dire che state avendo problemi con il vostro udito. Ma si spera di non dover mentire su questo.

E la vostra esperienza? Vi è mai capitato di trovarvi in un posto troppo rumoroso? Avete chiesto di abbassare la musica? Siete stati accontentati?

Se vuoi, racconta la tua storia nei commenti.

La musica nel nonluogo

La musica nel nonluogo modifica il nonluogo e lo migliora. Con il post precedente in cui parlo dei flash mob parrebbe che io fossi contrario alla musica nel nonluogo. Così non è. Anzi! Oggi vi voglio parlare, infatti, di un altro progetto che reputo molto interessante che al momento è itinerante e che, invece, mi augurerei diventasse strutturale. Ossia introdurre un pianoforte in stazioni o luoghi di passaggio.

Il Nonluogo: una precisazione

Prima però devo fare una precisazione sul Nonluogo, sia per chi conosce già questo concetto, sia per chi ha letto di questo concetto su questo blog.

La superficialità di quanto scritto nei precedenti post è da imputare al fatto che non mi occupo del nonluogo da antropologo ma da architetto dell’informazione del suono, di come il suono è organizzato nello spazio, di come arrivano le informazioni acustiche agli utenti, di come il suono influisce sull’utente presente nello spazio, quale esperienza vive l’utente, e di conseguenza con quanta sciatteria vengono inseriti suoni, informazioni e musica nello spazio. Ancora più precisamente, a me interessa l’uomo e la sua esperienza sonora in un determinato spazio e/o contesto.

Evoluzione del nonluogo

Il concetto di nonluogo, come spazio dove non si hanno relazioni, è un concetto vecchio, che venne teorizzato da Mar Augè nel 1992 (23 anni orsono). Arriva, in Italia, qualche anno dopo (nel 1996) e si afferma in quegli anni. Già nel 2010, 5 anni fa, lo stesso Marc Augè modifica la sua idea e lo stesso antropologo ammette che molti dei nonluoghi e/o spazi che lui considerava tali, in effetti non lo erano più. Ecco cosa scrive Marc Augè:

Alcuni anni fa, ho utilizzato il termine «nonluoghi» per designare quegli spazi della circolazione, del consumo e della comunicazione che si stanno diffondendo e moltiplicando su tutta la superficie del pianeta. Ai miei occhi, questi nonluoghi erano spazi della provvisorietà e del passaggio, spazi attraverso cui non si potevano decifrare né relazioni sociali, né storie condivise, né segni di appartenenza collettiva. In altre parole, erano tutto il contrario dei tradizionali villaggi africani che avevo studiato in precedenza e nei quali le regole di residenza, la divisione in metà o in quartieri, gli altari religiosi delimitavano lo spazio e permettevano di cogliere nelle loro linee essenziali le relazioni tra gli abitanti. Questa definizione di nonluoghi ha però due limiti. Da una parte, è evidente che una qualche forma di legame sociale può emergere ovunque: i giovani che si incontrano regolarmente in un ipermercato, per esempio, possono fare di esso un punto di incontro e inventarsi così un luogo. Non esistono luoghi o nonluoghi in senso assoluto. Il luogo degli uni può essere il nonluogo degli altri e viceversa. Gli spazi virtuali di comunicazione, poi, permettendo agli individui di scambiarsi messaggi, di mettersi in contatto tra loro, non possono facilmente essere definiti nonluoghi. Si tratta, in questo caso, di interrogarsi sulla natura della relazione che si stabilisce tramite determinate tecnologie della comunicazione per chiedersi anche come sia possibile che in questo mondo definito «relazionale» gli individui si sentano così soli.

Insomma i nonluoghi erano e sono degli spazi non più definiti e definibili in modo costante nel tempo ma che si modificano a seconda dell’uso che gli utenti ne fanno.

Nelle analisi precedenti e nei post sul film “The Terminal”, io mi sono rifatto all’idea originaria di Non luogo (1990), pensando che fosse più chiaro il concetto in riferimento al film. Quello che però vorrei aggiungere io, a quanto già affermato da Marc Augè nei suoi testi, è che il Nonluogo, non solo si è frammentato, a seconda della funzione e dell’uso che ne hanno fatto gli utenti, ma che oggi si sta nuovamente modificando in relazione alle informazioni (per quanto mi riguarda) audio e sonore (e non solo) che vengono date a utenti/clienti e utenti/lavoratori. L’introduzione della telefonia mobile cambia il luogo e modifica anche il nonluogo. Anzi, il nonluogo diventa lo spazio dove si ascolta più musica, più radio, dove si hanno più contatti con il mondo invisibile, più contatti con gli amici social, dove si provano più emozioni. La musica, che non si vede ma che possiamo visualizzare in un paio di cuffie indossate da una ragazza o da un giovane, diventa simbolo di separazione con lo spazio ma, nello stesso tempo, rimanda ad altri universi. Si tratta di immersioni in universi digitali che si allargano “all’infinito singolare digitale” dello smartphone e dell’utente stesso. Quella musica, o quelle informazioni audio, gli arrivano da una radio FM; da un podcast trovato su una radio web di una università americana; si tratta di una compilation consigliata da un amico che gli ha passato il file, che ha ascoltato su youtube, che ha condiviso sui social e così via…

Geografie dell’ascolto

A questo punto ritorno a quanto già detto nel post sulle geografie dell’ascolto. Lo spazio sonoro e il tempo sonoro non sono più intorno a noi ma sono in noi. Il luogo e/o il non luogo non sono più definiti solo dalla fisicità o solo dalle architetture edili, e neppure solo dall’uso che ne fanno gli utenti, ma sono definiti e si definiscono in base a dove ciascun singolo utente dirige il proprio arco di relazione: la sua attenzione visiva, acustica-uditiva, tattile relazionale, gustativa emozionale. In altre parole, l’utente crea il suo luogo tra sé e il suo smartphone; crea luogo mentre parla con l’amico giapponese e nello stesso tempo crea nonluogo nel suo appartamento non parlando per settimane con i suoi genitori; crea luogo nella chat di un gruppo chiuso di un social con cui condivide passioni, pensieri ed emozioni mentre crea nonluogo in palestra durante la lezione di ginnastica.

E questa alternanza è continua e ripetuta a ritmo sostenuto durante l’arco della giornata (in media un utente guarda 150 volte al giorno il proprio smartphone. In media).

La musica nel non luogo

Premesso tutto questo, a mio parere, sono interessanti gli esperimenti sociali che si svolgono all’interno di quegli spazi che, a questo punto, possiamo “genericamente” chiamare nonluoghi. Che poi, per loro natura, vecchia e nuova, sono i più adatti alla sperimentazione, al cambiamento, all’utilizzo originale degli utenti. E in questa sperimentazione la musica è un arco perfetto di relazione per chi cerca di unire la singolarità (sempre più diffusa e sempre più spinta verso l’infinito singolare digitale) e lo spazio condiviso con altri umani/utenti.

Uno di questi esperimenti sonori è il progetto “A Piano for everyone” proposto dall’organizzazione UNITED STREET PIANOS
Qui puoi vedere alcuni video

Il progetto è stato portato, in Italia da Sofia Taliani, cantante e pianista. La Taliani si è inspirata alla sua personale esperienza presso la stazione londinese di St Pancras dove ha suonato i pianoforti da strada per due mesi. In quel periodo ha potuto vedere e ascoltare un gran numero di persone che suonavano, che si ascoltavano e comunicavano tra loro quasi 24 ore al giorno rendendo la stazione un posto più vivo e umano. Di ritorno in Italia, ha voluto creare la sua versione per la città di Venezia.

United Street Pianos, in pratica, regala pianoforti da strada (street pianos) alle stazioni ferroviarie, per cominciare. Venezia S. Lucia ha accettato il primo pianoforte denominato Lucy, in omaggio a Santa Lucia.
In seguito altre stazioni si sono ispirate proprio a Lucy mettendo a disposizione pianoforti pubblici a Milano, Torino, Firenze, Roma, Napoli. E forse legati sempre a questo progetto, mi è capitato di vedere e ascoltare un pianoforte nel terminal di Fiumicino.

“Lo scopo di United Street Pianos è quello di unire le persone. Offrire uno strumento ed un posto dove tutti sono uguali, offrire la possibilità di ricordare al mondo che siamo umani.”

Traducendo nel linguaggio di questo blog: Lo scopo di USP è quello di creare archi di relazione. Offrire uno strumento e un luogo sonoro dove tutti possono creare Contesti, Relazioni e Sonorità. Vi suona familiare?

Il pianoforte è funzionale all’attesa dell’utente/viaggiatore, sia esso un musicista che “produce” la musica, sia esso un semplice ascoltatore. E’ strutturale in quanto il pianoforte è un oggetto fisso che si armonizza nel contesto: l’esperienza musicale di chi ascolta non è flash o occasionale, ma è costantemente ripetuta. La musica, quasi continua, rende l’attesa piacevole a tutti. La musica scelta dal pianista non è mai banale, rimanda sempre a qualcosa di conosciuto da tutti, o al meglio del proprio repertorio. In fondo si tratta sempre di un micro concerto in cui ci si mette la faccia oltre alla propria abilità. In questi luoghi il volume del pianoforte non amplificato diventa un piacevole sottofondo. Intorno si crea un pubblico, si creano micro relazioni tra i passanti che commentano, altre relazioni si arricchiscono con la condivisione e pubblicazione di foto, video e cambiamenti di status. Il pubblico partecipa attivamente, (a volte) applaude e ringrazia (sempre), si da sfogo alla creatività del musicista che improvvisa o al pubblico che volente o nolente interagisce.

Un bel progetto che necessiterebbe di un maggiore ascolto dove l’utente è messo al centro.

I “flash mob” nel “non luogo”

Ritorno su un argomento che avevo accennato in uno dei miei post sulla sonorità a Malpensa del martedì, il post di alleggerimento della settimana, che mi era stato suggerito dalla amica e lettrice, Irene Cafarelli: ossia la musica nel non luogo, tra terminal e sonorità.

Grazie sempre ad Irene e ai suoi followers di Twitter ho avuto modo di rivedere altri flash mob organizzati in giro per il mondo di questo genere.

Una premessa

Questi eventi colpiscono molto il mio interesse perché si svolgono nello spazio di cui sto parlando a lungo in questo blog, ossia, il Non luogo.
Ho deciso di concentrare il mio studio su questo spazio così definito perché penso che in questo spazio si stiano svolgendo e verificando i cambiamenti più radicali della nostra epoca ed è in questi spazi che si giocano il futuro dell’informazione e molto probabilmente dell’architettura dell’informazione.

Certo, “il mondo sta cambiando” nel suo complesso. Federico Badaloni ci ricorda sempre che: “La rivoluzione che stiamo vivendo è culturale e non tecnologica”.

Piero Dominici affronta il presente / futuro sottolineando “la complessità di questo mondo che cambia e la necessità di una cultura digitale a disposizione di tutti”. Le città si trasformano in hub di informazioni e modificano la propria funzione.

Ma è nello spazio dell’attesa e della solitudine che il mondo è cambiato e la nostra psicologia si sta evolvendo.

Flash mob nel non luogo

Ma torniamo al titolo del post. I flash mob che abbiamo visto sono stati eventi organizzati dal teatro. È il teatro che per divulgare la propria cultura e i propri contenuti esce dalle proprie mura e dai luoghi deputati per presentarsi al grande pubblico, incuriosire chi magari può essere interessato e certamente dare una immagine moderna e contemporanea della lirica. 

Tutto ovviamente lodevole e nobile nelle intenzioni e certamente accattivante dal punto di vista del Teatro.

Da architetto dell’informazione, con l’orecchio rivolto all’user experience, invece, ho il dovere di chiedermi: qual è stata l’esperienza dell’utente? È stata una esperienza positiva, negativa o neutra? Come appare tutto questo ai viaggiatori della metrò?

Sebbene ci si trovi all’interno di un metrò, di un treno o di un terminal, quando inizia la musica è come se ci si trovasse a teatro. L’esperienza è positiva? Certamente è simpatica e accattivante, nella maggior parte dei casi sarà stata positiva, avrà incuriosito certamente.

Ma è stata funzionale? Forse no. Certamente non è stata strutturale e quindi, in ogni caso, occasionale.
Infatti, il primo approccio di una comune passeggera, che non era lì per ascoltare musica ma per essere trasportata da un punto all’altro della città, è stato quello di dare qualche spicciolo al ragazzo che canta. Forse a quanto si vede appassionata della lirica e riconoscendo la qualità della voce si è mossa ad un atto che non è stato di carità ma di vero apprezzamento. Soltanto un’intervista diretta alla signora potrebbe verificare cosa ha provato, qui devo per forza basarmi sulle mie personali impressioni (sarebbe interessante se qualcuno la conoscesse e intervistarla).

La stessa domanda, sulla funzionalità dell’operazione, me la sono posta per il flash mob al terminal di Malpensa. Quell’evento è stato funzionale ai passeggieri di Malpensa? Forse no.

Dai back stage si vede che ci sono tante persone, un palco, tante telecamere per riprendere l’evento unico nel suo genere e forse irripetibile, appunto, flash.

Come dicevo, flash mob di questo genere non sono strutturali. Questi sono interventi che certamente possono migliorare un determinato momento, ma anche un numero limitato di utenti. Ossia le persone che si trovavano in quel momento, nei pressi di quello spazio. E tutti gli altri?

L’evento, seppure interessante, è stato funzionale a chi stava transitando per un viaggio? Utile a chi era in ritardo? A chi aspettava l’annuncio del proprio volo? E’ stato un elemento fondamentale per condurre un viaggio migliore? Più confortevole? Più rilassato? Ha riscosso l’interesse, se non di tutti, almeno della maggioranza dei viaggiatori?
Come scrivevo nel precendete post e in quelli relativi all’analisi del film “The Terminal”, si dovrebbe pensare ad una esperienza sonora strutturale che superi gli incomprensibili annunci simil robotico delle hostess.

Conclusione

Il problema sta tutto nella prospettiva. Chi pensa e accoglie queste iniziative è rivolto interamente al prodotto: nel migliore dei casi pensa alla Musica, alla Lirica, al Teatro, o nel peggiore dei casi, al singolo spettacolo. Ciò che sostiene l’architettura dell’informazione, invece, è proprio un cambio di prospettiva: dal prodotto all’utente e dall’utente alla sua esperienza e chiaramente all’analisi del contesto in cui l’utente userà il prodotto.

Fin quando non si vorrà fare questo cambio di prospettiva e non ci si vorrà affidare agli esperti del settore, gli aeroporti (ma anche altri spazi, altri luoghi, altri siti fisici e virtuali) resteranno fermi al citofono, agli annunci simil robotico delle hostess di cui nessuno capisce parole e senso.

Sarebbe l’inizio di un percorso di chiarezza che renderebbe più facile accettare e vivere la rivoluzione culturale che stiamo vivendo.

Pensateci!

Se vuoi approfondire l’argomento del nuovo su fotografia e cinema ti propongo di leggere questo interessante articolo di Rosy Occhipinti

L’esperienza sonora in aeroporto

Qual’è la tua esperienza sonora in aeroporto? Ho a lungo parlato del film The Terminal e forse a qualcuno sarà sembrato che io mi fossi allontanato dall’argomento principale di questo blog che è l’architettura dell’informazione nei contesti sonori. Spero che questa sia stata solo una breve impressione perché nelle intenzioni non era così e ve lo spiego.
Ho approfittato del film “The terminal” con ben tre post perché il mio campo di studio e ricerca si vuole concentrare sul Non luogo, appunto, come spazio di trasformazione e di ricerca.

La percezione sonora

La nostra percezione sonora, nello spazio fisico (e forse soprattutto quando navighiamo sul web), sarà sempre elemento imprescindibile dal nostro essere. Il luogo dell’attesa e del transito, che sia il terminal di un aeroporto o il centro commerciale o, come tanti altri luoghi del passaggio, dell’alienazione, oggi, hanno cambiato la loro funzione e l’uso funzionale che ne fanno gli utenti. Aggiungo e azzarderei a dire, per l’uso originale e imprevedibile, che ne fanno gli utenti.
Condivido, infatti, pienamente quanto proposto e riproposto da Luca Rosati.

“l’architettura dell’informazione si pone come possibile collante fra i vari contesti di interazione uomo-informazione”

Quello che mi auguro e che auguro a quanti seguono questo blog è quello di avere strumenti e punti di vista e di ascolto diversi per interpretare al meglio quanto stiamo vivendo.
Sono certo, per esempio, che la prossima volta che passerete da un Terminal, guarderete e ascolterete lo spazio in modo diverse, avrete più consapevolezza di voi stessi, della vostra trasformazione da turista, lavoratore, migrante a viaggiatore/utente. Prima del controllo sicurezza avrete uno scopo che raggiungerete, solo, al superamento dell’uscita del prossimo terminal. Nel frattempo i viaggiatori sono tutti uguali, tutti devono seguire le stesse regole, e a nessuno importa delle ragioni del vostro volo.

Il tempo del mutamento

Almeno questo è quello che accade, e noi viviamo almeno il tempo del mutamento. “Presto”, previsioni per il 2024,  l’aeroporto e il terminal saranno altro. Già si parla di “Aeroville”: l’aeroporto sarà il luogo da dove comincia la propria vacanza. Per far questo si inizia a parlare dell’introduzione di iBeacon che identificano l’utente, ne riconoscono i bisogni richiesti dall’utente e gli segnaleranno dove poter soddisfare i propri interessi.

Capite, dunque, che il tema è centrale per l’architettura dell’informazione.

Esperienza sonora in aeroporto

Ma andiamo nello specifico e approfitto per raccontarvi la mia personale esperienza sonora in aeroporto. Mentre scrivevo i precedenti post, infatti, ho avuto la necessità di transitare da un Terminal italiano e ri-vivere per qualche ora l’esperienza del non luogo e del passeggero. Ovviamente non era la prima volta e non era la prima volta neppure in quel terminal.
Vi posso garantire che, nei Terminal, in generale, c’è una scarsissima attenzione verso l’informazione sonora. Mediocrità che ritengo abbastanza grave dato che le informazioni che vengono diffuse per i canali sonori sono informazioni molto importanti e principalmente per casi di emergenza e non per l’ordinario.

Cosa accade quotidianamente

Nell’ordinario, infatti, esiste un sistema che indirizza abbastanza agevolmente il passeggero verso la sua destinazione: al banco chek-in si viene ben istruiti su quali direzioni avviarsi, la giusta misura di un bagaglio a mano e cosa sia possibile portare dentro il terminal.

Le informazioni sono bene in vista in tutto il percorso con cartelli o dei video appositamente costruiti. Se si sono seguite tutte le istruzioni correttamente, biglietto alla mano, ci si dirige al Gate designato e ci si potrà imbarcare.
Questo l’ordinario.

Cosa accade durante l’emergenza?

Ma l’emergenza? Un cambio di gate, in un periodo particolarmente affollato dell’anno? Un ritardo dovuto a intense piogge o a nevicate eccezionali? L’ultima chiamata del volo per una famiglia che ha effettuato il check-in e non si presenta al gate? Tutte queste informazioni sono date per via sonora, attraverso altoparlanti.

Peccato che nei terminal la tecnologia usata non sia davvero aggiornata, o almeno, il risultato udibile è alla stregua di un citofono, che quando è nuovo ci permette di ricostruire quanto detto, ma quando è vecchio, è davvero incomprensibile. Eppure la tecnologia sonora, come casse e microfoni, ha fatto passi da gigante a costi sempre più contenuti.

Ho avuto modo di registrare un avviso, che vi propongo di seguito, del quale non ho capito nulla pur trovandomi davanti al gate. Annunci o avvisi di questo tipo andrebbero evitati e/o sicuramente migliorati.

Quale struttura acustica dell’aeroporto?

Chi ha “non pensato” alla struttura acustica dell’aeroporto, non ha neanche pensato al contesto sonoro in cui si sarebbe svolto l’annuncio e nessuno si preoccupa se l’informazione arriva o no.
Ecco perché oggi gli architetti dell’informazione pensano al contesto e il contesto non può essere più messo da parte.
Altra cosa, forse meno importante, forse anche secondaria. Al personale di terra, come a quello di aria, immagino sia fatto un corso anche superficiale di microfonia, dal momento che, per convenzione internazionale, usano tutti un tono robotico. Basterebbero 2 minuti in più per spiegare che bisogna tenere il microfono ad una “giusta” distanza dalla bocca.

L’acustica in aereo

Nel mio ultimo volo, sfogliando poi i giornali presenti in cabina, leggevo che l’attenzione per una acustica migliore per il passeggero è al centro delle attenzioni della compagnia aerea. Sforzo che è da apprezzare, ma l’uso del citofono per dare informazioni importanti sui sistemi di salvataggio è presente in molti aerei. Forse non nei più recenti, dove una animazione spiega chiaramente cosa fare in caso di emergenza, ma in molti aerei il citofono ancora la fa da padrone.

E’ davvero così difficile? Non mi pare. Dato che in contesti molto più ampi e caotici, vedi le stazioni ferroviarie, o in luoghi molto più rumorosi, vedi le metropolitane cittadine, le informazioni sonore arrivano in modo chiaro e diretto.

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English Version

I have long talked about the movie The Terminal and maybe someone will seem that I had moved away from the main topic of this blog that is the information architecture in audio contexts. I hope that this was only a brief impression because the intention was not so, and I’ll explain.
I took advantage of the movie “The Terminal” with three post because my field of study and research I want to focus on “not place” as a space of transformation.

Sound perception

Our perception of sound, physical space (and perhaps especially when we surf into Web), will always be an essential element of our being. The place of waiting and transit, which is the terminal of an airport or the mall or, like so many other places of transition, of alienation, today, have changed their function and functional use which make users . Add to say, to the use original and unpredictable, which make users.
I agree, in fact, fully what is proposed by Luca Rosati.

“Information architecture stands as possible glue between the various contexts of human-information”

What I hope and I wish for my follower is to have tools and points of view and different listening to better interpret what we are experiencing.
I am sure, for example, that the next time you pass by a terminal, you watch and listen space so different, you will have more awareness of yourself, of your transformation from tourist, worker, migrant to traveler/user. Before the security check you will have a purpose that you will reach, only and alone, exceeded the output of the next terminal. Meanwhile, travelers are all equal, everyone must follow the same rules, and no matter the reasons of your flight.

At least that’s what happens, and we live the time of the change. “Soon”, forecasts for 2024, the airport and the terminal will be more. There is already talk of “Aeroville”: the airport will be the place where your holiday begins. To do this you start talking about the introduction of iBeacon that identifies you, they recognize the needs requested by the user and will signal where to meet their own interests.

You understand, therefore, that the theme is central to the information architecture.

Time of change

But let’s take this opportunity to specifically and tell you my personal sound experience at the airport. While writing the previous post, in fact, I had the need to transit from an Italian Terminal and re-live the experience for a few hours the place and the passenger. Obviously it was not the first time and it was not even the first time in the terminal.
I can guarantee that, in the Terminal, in general, there is very little attention to the sound information. Mediocrity that I feel bad enough as the information that is disseminated to the sound channels are very important information and mainly for emergencies and not for the ordinary.

Sound experience at the airport

Ordinary, in fact, a system that addresses quite easily the passenger to his destination: the counter check-in will be well educated on what directions start, the right size of a carry-on and what you can bring in the terminal . The information is clearly visible across the path with signs or videos constructed. If you have followed all the instructions correctly, ticket in your hand, you head to the designated gate and you will board ship.

What happens during an emergency?

This ordinary. What happens during an emergency? A change of the gate, in a busy period of the year? A delay due to heavy rains or snowfalls exceptional? The last call of the flight for a family who has checked-in and do not show up at the gate? All this information is given by sound through speakers.
Too bad that in the terminal the technology used is not really up to date, or at least, the audible result is like a buzzer, which if it is new we can reconstruct what it said, but when it is old, it is really incomprehensible. Yet the sound technology, like speakers and microphones, has made great strides to cost more and more content.

I was able to register a notice, I propose you, which I did not understand anything but finding myself in front of the gate. Announcements or warnings of this kind should be avoided and / or definitely improved.

Who has “no thought” to the acoustic structure of the airport, he has not even thought about the sound environment in which the announcement would take place and nobody cares if the information arrives or not.
That is why today the architects think about the context and the context can not be put aside.
Else, perhaps less important, perhaps even secondary. Ground staff, as that of air, I guess it took a course even surface of microphones, since, by international convention, all use a robotic tone. It would have two minutes more to explain that you have to hold the microphone to a “right” distance from the mouth.

Which airport acoustical structure?

In my last flight, then flipping through the papers in the cab, I read that the focus for a better acoustics for the passenger is the center of attention of the airline. Effort that is to be appreciated, but the use of the telephone to give important information on rescue systems is found in many aircraft. Perhaps not the most recent, where an animation clearly explains what to do in an emergency, but in many aircraft the intercom still is king.

It ‘really so difficult? I do not think so. As in much broader contexts and chaotic, as railway stations, or in places much noisier, as the metropolitan city, the sound information arriving in a straightforward manner.

The Terminal: il non-luogo e le architetture dell’informazione 3/3

Con questo post concludo il discorso che ha preso spunto dal film “The Terminal” sul “non luogo” e l’architettura dell’informazione. Non sono ovviamente conclusi invece i riferimenti dedicati al non-luogo. Non solo perché il concetto stesso di non luogo ha subito dei cambiamenti e aggiornamenti da chi lo ha teorizzato e da chi lo usa da utente, ma anche perché ritengo che sia un concetto molto affascinante e, a mio parere, tanto legato alle tematiche dell’architettura dell’informazione 3.0.

Anno 2004

The Terminal è un film del 2004 ma è ambientato presumibilmente negli anni ottanta. Possiamo dare questa indicazione, intanto perché, in giro, non vediamo telefonini. Il primo telefonino è datato 6 marzo 1983. E a quell’epoca, molto più di oggi,  il costo era proibitivo e la diffusione appena cominciata. E poi viene usato un oggetto ben preciso: il cerca persone che viene dato a Viktor Navorski per essere rintracciato.

All’epoca di questo film siamo ancora al web 1.0. Si dovrà aspettare la fine del 2004, quando Tim O’Reilly titola appunto la O’really conference Il web 2.0 conference

Il 2004 fu un anno davvero rivoluzionario e non credo che me ne sia accorto in quell’anno. Nel febbraio 2004 viene lanciato Facebook , anche se è ancora un piccolo fenomeno dell’università locale, Myspace festeggia il suo primo anno di vita, anche se, già allora, non ebbe il meritato successo perché nell’immaginario fu subito classificato come social network di nicchia, legato al mondo della musica e dei musicisti. E sempre ne 2004 nasce LinkedIn.

Spilberg racconta, dunque, un mondo appena passato e lo guarda con gli occhi del futuro. In una scena del film, il signor Navorski, viene chiamato al cerca persona e la sceneggiatrice insieme al regista si divertono a sottolineare uno dei grandi limiti di questo oggetto; limite che conosce solo chi usa un telefonino. Quando squilla per la prima volta il cerca persone, Navorsky parla al cerca persona come fosse un microfono o quasi telefono. Grida, “Sto arrivando!” Noi sappiamo che non funziona così e ridiamo. Il paradosso crea la scena comica.

Verso la fine del film, il cerca persone sarà distrutto dai due protagonisti che ne fanno uso (Tom Hanks e Catherine Zeta Jones). All’epoca della prima visione, il gesto poteva significare una liberazione romantica anti stress. I due protagonisti si sentono “troppo” connessi e sempre rintracciabili anche durante una cena romantica e ben riuscita.

Con il senno di poi, possiamo leggere quel gesto come distruzione di un oggetto che aveva fatto il suo tempo. Altri oggetti, altri elementi di connessione, stavano nascendo e si sarebbero affermati con più forza.

Oggi

Oggi “The Terminal” non avrebbe lo stesso senso. Quasi impossibile che un passeggero non abbia un cellulare, una connessione ad internet, una tariffa dati per il suo smartphone, un wifi più o meno disponibile, una presa di corrente, una carta di credito, una carta ricaricabile per il viaggio, una rete di contatti.

L’aeroporto, ma anche il mondo, di oggi è cosa molto diversa da quello che era nel 2004 (sono passati 11 anni), sia come elemento architettonico (spaziale) in se stesso, si vedano i più recenti Aerport Design , sia per l’aggiunta di tecnologia che oggi vi si trova e di informazione che viene trasmessa.

Oggi l’aeroporto è una fonte continua di informazioni digitali e (aggiungo sempre) sonore. C’è un wifi, trovi connessioni internet chiuse e/o aperte, trovi tante persone con connessioni attive. Puoi interagire con l’aeroporto attraverso app di ultima generazione. L’aeroporto si è arricchito di postazioni internet pagabili con carta di credito o anche gratis (come avviene presso l’aeroporto di Roma), di colonnine elettriche (anche USB) per ricaricare telefonini, tablet e pc.

Navorski, oggi, avrebbe potuto avere maggiori informazioni (e nella sua lingua) di quello che stava accadendo a casa sua. Lo avrebbe potuto sapere da un giornale o blog online, o da un tweet o da un video caricato sulla bacheca Facebook di un amico. E anche se gli fosse sfuggito tutto questo, gli uffici della sicurezza lo avrebbero potuto far connettere ad un sito di notizie locali nella sua lingua nativa, che gli avrebbe spiegato la situazione. La polizia avrebbe potuto usare un google translate per una prima e anche approssimativa traduzione. Ma non solo, lo stesso direttore delle sicurezza avrebbe potuto ricevere direttive più veloci e immediate sul comportamento da adottare in una situazione di questo genere.

Il presente/futuro

Insomma l’aeroporto, il “non luogo” per eccellenza, si è molto trasformato, come d’altronde anche il mondo. Ma non è tanto lo spazio in se che si è trasformato. Si è trasformato l’uso che gli utenti ne fanno. Appena 10 anni fa, una sala d’attesa era un posto noioso dove non accadeva nulla. Oggi, le sale d’attesa sono un concentrato di alta tecnologia miniaturizzata. A questo proposito mi piace ricordare che il sottotitolo del film era “Life is waiting”.

Se di tutto questo se ne deve occupare l’architettura dell’informazione, insieme ad altre discipline che si occupano dell’Uomo/Utente, è appunto perché non siamo noi che andiamo sul web, almeno oggi non è più così, ma è il web che entra nel nostro spazio e lo modifica. Una rivoluzione e un cambio di prospettiva non da poco.

The Terminal: il nonluogo e le architetture dell’informazione 2/3

Nel film “The Terminal” succede una cosa che non succede normalmente. Il sé senza luogo, l’apolide Viktor Navorsky, abita il (nonluogo) luogo senza sé e lo modifica.

Per approfondire il tema sulle geografie emozionali e geografie dell’ascolto  rimando ai post precedenti.

Dal nonluogo…

Noi oggi ritorniamo al film (se vogliamo… al post precedente) e al punto in cui Navorski preso atto della sua tragedia, prende anche atto che in questa dimensione, seppur sospesa, dovrà pur vivere. E quando il sé senza luogo vive il nonluogo tutto viene stravolto. Accade, dunque, che un uomo in accappatoio gira per il terminal, inizia ad interagire con lo spazio, alla ricerca di ciò che offre gratuitamente (zucchero, maionese, crackers) o con la fatica, i carrelli portabagagli si scoprono essere una buona risorsa economica. Poi comincia ad interagire con le persone, in cerca di un lavoro, ma al sé senza luogo non è possibile dare un lavoro. Per evolversi ha bisogno di conoscenze, e ce ne è una fondamentale e (sembrerebbe fatto a posta per questo blog) sonora, ossia imparare una lingua. Solo dopo questo passaggio, e certamente anche grazie alle proprie competenze pregresse, trova un lavoro.

Il sé senza luogo vive il nonluogo, che però resta ancora tale, un luogo senza relazioni. C’è un preciso momento del film in cui il nonluogo diventerà un luogo. Avviene quando Navorski diventa un “traduttore”. Traduttore di sentimenti, prima (tra un addetto alla distribuzione di cibo e una poliziotta, un amore impossibile); traduttore di lingua straniera, poi. Ed è qui che siamo nel punto di passaggio.  Navorski viene chiamato per tradurre la lingua di un uomo che vive al confine con la Krakozia. Quest’ultimo ha con se delle medicine per il padre che sta morendo. Le medicine per poter essere esportate hanno bisogno di una ricetta medica, una documentazione di accompagnamento e una richiesta del medico del paese di arrivo. Navorski prima traduce alla lettera, confermando che le medicine servono ad un anziano padre. Poi, mentre l’uomo sta per essere accompagnato, a forza, al Gate, senza le medicine che restano in mano a Navorski e negli Stati Uniti, Navorski (pensa un po’… e…) da traduttore tradisce la traduzione. Dice di essersi sbagliato. Le medicine sono per una capra. Navorski, che ha compilato tutti i documenti possibili e immaginali per essere accettato a NY sa che i medicinali ad uso veterinario non hanno bisogno di ricetta.

E la traduzione, ancor più in questo caso, ha dovuto richiedere un ascolto. Saper tradurre significa saper ascoltare, tradurre alla lettera è un primissimo passo, ma Navorski, se in un primo momento traduce alla lettera, in un secondo momento, ripeto, tradisce la traduzione (rimando ad un articolo di Claudio Magris per un primo approfondimento) e traduce la parola “padre” con la parola “capra”. L’aver sentito male corrisponde con l’aver capito male. Il suono è fortemente legato al senso, l’ascolto è legato alla comprensione. L’incomprensione sonora, in questo caso, ha aiutato la vita di una persona, ha cambiato il destino di un vecchio morente. La traduzione ha tradito ma ha creato un contatto; il connazionale abbraccia e bacia con forza Navorski.

… al Luogo

Il nonluogo si trasforma, cambia, si modifica e diventa un luogo, diventa IL LUOGO. Manca un solo breve passaggio, il racconto dello Shiamano che racconta in modo epico e per via orale (ancora sonorità) le avventure di Viktor “La Capra”. Che se ritornassimo alla corretta traduzione sarebbe Viktor “Il Padre”.

Lo Shiamano, ricordo, è anche lui un traduttore: lo Shiamano è colui che attraversa e che si fa attraversare, che unisce dimensioni fisiche e spirituali diverse, che appunto traduce da una dimensione ad un’altra e tramanda da una generazione all’altra, anche attraverso il racconto.

Da questo punto in poi Viktor è riconosciuto, Viktor è colui che nel terminal ha creato delle relazioni, lui stesso ha delle relazioni di amicizia con gli impiegati ma anche con i passeggeri, tutti lo salutano e mostrano la loro stima nei confronti di questo uomo che ha trovato casa in un luogo che non è casa per nessuno di loro.

Verso la fine del film scopriamo cosa muove tutta la storia. Il racconto ha una sola motivazione, ancora (e concorderete insieme a me, non a caso) sonora: la passione per la musica, per il jazz in particolare. Il padre di Viktor era un appassionato di jazz. Possiede una fotografia con 57 jazzisti che si riunirono tutti una volta nella loro vita. Il padre scrive a tutti loro chiedendo una firma e raccoglie, in tutta la sua vita, tutti gli autografi di quei musicisti, tranne una. Viktor promette al padre di raccogliere quella firma e mantiene la promessa.

(continua…)

The Terminal: il non luogo e le architetture dell’informazione

Per spiegare il non luogo e le architetture dell’informazione,

continuo a parlare di cinema e di un film, di qualche anno fa, “The Terminal“.

Parlare di questo film mi permette di sottolineare, ancora una volta,

l’importanza del contesto sonoro, presentare cos’è il non luogo (o il luogo senza se)

e quali sono i legami con le architetture dell’informazione 3.0. 

Concetti che ho analizzato nell’articolo su geografie emozionali e geografie dell’ascolto.

Conoscerete sicuramente il film diretto da Steven Spielberg, con Tom Hanks e Catherine Zeta Jones come protagonisti. Potreste vedere o rivedere il Trailer. Forse, conoscerete meno, invece, Sasha Gervasi che ne scrisse la sceneggiatura. Sasha Gervasi, laureata in Storia moderna al King’s College di Londra,  ha sicuramente studiato a fondo il non luogo e le sue dinamiche, dato che considero la sceneggiatura di questo film un bel trattato sull’argomento.

Partiamo dalla storia: the Terminal

Viktor Navorski giunge all’aeroporto J.F. Kennedy di New York dalla Krakozhia. Mentre è in viaggio, nella sua nazione di origine avviene un colpo di stato. Il nuovo regime non è riconosciuto dagli Stati Uniti e quindi Navorski è classificato tra i passeggeri “inaccettabili”. In quanto apolide, viene bloccato all’interno dell’Aeroporto (continua su wikipedia).

Senza fare approfondimenti che non competono a questo blog, vorrei solo far notare come tutte le volte che si parla di luogo, ci si trova a relazionarsi con il concetto di spazio-tempo, di confine/limite, di accoglienza, migrazione/movimento, scambio di dati e persone. Lascio a voi tutte le eventuali considerazioni cinematografiche e sociologiche del film e mi concentro a parlarvi di un paio di scene che spiegano la dimensione sonora e l’architettura dell’informazione in contesti sonori.

Il non luogo

Come già spiegato e come teorizzato da Marc Augè, il non luogo è un luogo dove non esistono relazioni. Da un lato abbiamo i deserti, gli spazi blu degli oceani, dall’altro lato abbiamo i luoghi di passaggio: stazioni e aeroporti (principalmente).

Fino a qualche tempo fa anche i centri commerciali erano dei “non luoghi”, ma le abitudini delle persone (soprattutto l’incontrarsi dei giovani il sabato sera in un centro commerciale) ha reso quel posto un punto di incontro e non più solo di acquisto. Questa abitudine dell’incontro ha modificato le funzioni dello spazio. Se ti interessa l’argomento puoi leggere questo articolo dell’archivio corriere.it

E dove fino a qualche anno fa c’era un non luogo, oggi, la tecnologia, i social e il mobile modificano l’identità dello spazio.

L’aeroporto, o meglio ancora, il terminal (per intenderci lo spazio chiuso dopo i controlli e dove siamo trasformati in viaggiatori) resta comunque, in grandissima parte, il non luogo per eccellenza.

I suoni di un aeroporto

Il film comincia con dei suoni, dei rumori, delle voci particolari. Solo ascoltando questi suoni, anche senza immagini capiamo dove ci troviamo: ossia abbiamo le caselle degli orari dell’aeroporto che scivolano, abbiamo gli annunci da aeroporto che indicano le uscite per i voli in partenza. Non ci possiamo sbagliare. Il luogo è identificato al meglio dai suoni che lo compongono!

Viktor Navorski viene fermato al controllo passaporti, respinto poco prima dell’entrata negli Stati Uniti, viene subito portato dentro un confine, un limite piccolissimo. In effetti Lui è il luogo, lui è il rappresentante di uno Stato che non esiste più (anche se lui ancora non lo sa).

Da questo spazio viene portato nell’ufficio del direttore. Vi invito a guardare questa scena su due piani diversi: il primo sul piano sonoro; il secondo sul piano visivo.

La scena: il piano visivo

Azzeriamo il volume, togliamo l’audio e analizziamo prima il piano visivo.

Togliamo l’audio perché questo è il punto di vista (o meglio ancora, il punto di non ascolto) di Viktor Navorski. Il protagonista non parla l’inglese e non capisce, sente la voce degli altri ma è come se fosse sordo.

Un poliziotto e un signore in giacca e cravatta che si presenta, in velocità, lo saluta gentilmente, lo fa accomodare alla sua scrivania e si mette a parlare. Mentre parla, prende un box con del cibo ed inizia ad apparecchiare la scrivania. Pare che inviti Viktor Navorski a pranzo. Il contesto sembra, stranamente, colloquiale. Finito di apparecchiare, il signore in giacca e cravatta, mette al centro del tavolo un pacco di patatine (tra l’altro scorgiamo un simpatico errore di montaggio perché il pacco di patatine arriva dal nulla), prende una mela e sbattendola sul pacchetto lo fa esplodere sulla giacca di Navorski. Parla un altro po’, lo accompagna fuori dall’ufficio e lo saluta sempre nel modo più gentile possibile.

La scena, il piano uditivo

Rivediamo la scena e diamogli l’audio. Adesso possiamo ascoltare il dialogo. Navorski non parla e non comprende l’inglese molto bene, ha solo un frasario, che legge a stento. Ma il nostro audio da ascoltatori è chiarissimo. Il direttore della sicurezza del terminal, ripete più e più volte, almeno per tre volte, la situazione in cui si trova il signor Viktor Navorski. Ossia che il suo Stato non è più riconosciuto dagli Stati Uniti e che lui è “inaccettabile”. Insomma, gli dice cose terribile, che anche noi da ascoltatori (dato il contesto colloquiale che vediamo e da cui siamo ingannati) non percepiamo bene. È una scena tragica: viene detto a Navorski che non ha più una casa dove tornare, non ha più uno Stato in cui riconoscersi e soprattutto che non può andare da nessuna parte, né può concludere il suo viaggio, né può tornare indietro. Il tutto in maniera parecchio sbrigativa e colloquiale.  Poco importa a Navorski che non capisce; saluta e va via seguendo il poliziotto.

In un video su youtube al minuto 2.37 trovate alcuni estratti della scena descritta

Detta in questo modo capiamo che i due contesti, sonoro e visivo, sono molto diversi e in contrasto. In uno abbiamo un invito a pranzo, nell’altro il non riconoscimento come persona. Al signor Navorski viene spiegato più e più volte che è diventato “un se senza luogo”.

Il non luogo abitato

Continuiamo con la visione del film.

Navorski viene accompagnato all’intero del terminal internazionale. Questo “non luogo” è l’unico posto dove lui può essere libero. Navorski non capisce, non ha ancora capito, e vorrebbe capire quello che gli sta accadendo. Il poliziotto gli spiega, in breve, cos’è il non luogo: gli indica il luogo spazialmente (rappresentazione e contesto), gli consegna un badge (identità numerica), alcuni buoni pasto (valuta economica) dato che i soldi della Krakozia non hanno valore, e un cerca persone (oggi diremmo che gli viene data una connessione).

Navorski chiede: “Cosa devo fare?” Il poliziotto risponde: “L’unica cosa che può fare: comprare!” In altre parole: Navorski chiede “chi sono?” Risposta: “un consumatore”.

Il “luogo senza se” e il “se senza luogo”

Anche qui abbiamo una contrapposizione molto forte. Il “luogo senza se” e il “se senza luogo”, (che stanno agli estremi di una linea immaginaria che unisce la relazione e la non relazione, tra lo spazio e il tempo) si incontrano e dovranno convivere.

La “scena” precedente, sta volta, in un altro “ambiente”,  si ripete. Teniamo sempre presenti i due piani: visivo e sonoro.

The Terminal. Contesto visivo e sonoro del non luogo

L’attenzione di Navorski viene richiamata dall’inno nazionale del suo Paese (richiamo dell’attenzione e della memoria sonora) solo un accenno. Nel telegiornale si vedono le immagini della guerra in Krakozhia. Navorski cerca di leggere i sottotitoli dei telegiornali ma sono troppo veloci.

Se nella scena precedente il protagonista era sordo, sta volta è muto. Sono gli altri che non lo ascoltano, sono gli altri che non lo capiscono. Navorski non sente l’audio dei televisori, cerca e chiede aiuto. Ma si rende conto di essere muto, nessuno lo sente, nessuno lo capisce (precisamente come lui non aveva ascoltato, sentito e capito il dialogo precedente).

Nello stesso tempo le informazioni visive sono chiarissime, Navorski sta guardando la guerra in diretta, si vede che la gente viene ammazzata brutalmente per strada. Ma manca il sonoro, anche se probabilmente non capirebbe comunque; ma richiede un audio anche istintivamente. E quando finalmente trova l’audio, il “se senza luogo” viene fatto allontanare. Non ha tessere o cartellini per rimanere nella stanza dell’ascolto. Navorski prende coscienza di essere “un se senza luogo”.

Anche noi spettatori vediamo e assistiamo alla tragedia del signor Navorski, sebbene noi, prima di Navorski, sapevamo già di questa tragedia. Spielberg lo spiega ancora meglio raccontando con le immagini. Navorski diventa una sagoma umana dietro un vetro smerigliato e lo possiamo scorgere solo a tratti. Ha perso la sua identità, la sua forma, il suo essere “essere umano”, in una parola, è diventato “inaccettabile”.

Il sé senza luogo abita il (non luogo) luogo senza sé

Nel film “The Terminal” succede una cosa che non succede normalmente. Il sé senza luogo, l’apolide Viktor Navorsky, abita il (nonluogo) luogo senza sé e lo modifica.

Per approfondire il tema sulle geografie emozionali e geografie dell’ascolto vi rimando all’articolo sulle geografie emozionali.

Dal non luogo…

Arriviamo al punto in cui Navorski preso atto della sua tragedia, prende anche atto che in questa dimensione, seppur sospesa, dovrà vivere. E quando il sé senza luogo vive il nonluogo tutto viene stravolto. Accade, dunque, che un uomo in accappatoio gira per il terminal, inizia ad interagire con lo spazio, alla ricerca di ciò che offre gratuitamente (zucchero, maionese, crackers) o con la fatica, i carrelli portabagagli si scoprono essere una buona risorsa economica. Poi comincia ad interagire con le persone, in cerca di un lavoro, ma al sé senza luogo non è concesso avere un lavoro. Per evolversi ha bisogno di conoscenze, e ce ne è una fondamentale e sonora, ossia imparare una lingua. Solo dopo questo passaggio, e certamente anche grazie alle proprie competenze pregresse, trova un lavoro.

Il sé senza luogo vive il non luogo: le relazioni

Il sé senza luogo vive il non luogo, che resta ancora tale, un luogo senza relazioni. C’è un preciso momento del film in cui il non luogo diventerà un luogo. Avviene quando Navorski diventa un “traduttore”. Traduttore di sentimenti, prima (tra un addetto alla distribuzione di cibo e una poliziotta, un amore impossibile); traduttore di lingua straniera, poi.

Ed è qui che siamo nel punto di passaggio.

Il traduttore…

Guardiamo la scena della capra. Navorski viene chiamato per tradurre la lingua di un uomo che vive al confine con la Krakozia. Quest’ultimo ha con se delle medicine per il padre che sta morendo. Le medicine per poter essere esportate hanno bisogno di una ricetta medica, una documentazione di accompagnamento e una richiesta del medico del paese di arrivo. Navorski prima traduce alla lettera, confermando che le medicine servono ad un anziano padre. Poi, mentre l’uomo sta per essere accompagnato, a forza, al Gate, senza le medicine che restano in mano a Navorski e negli Stati Uniti, Navorski (pensa un po’… e…) da traduttore tradisce la traduzione. Dice di essersi sbagliato. Le medicine sono per una capra. Navorski, che ha compilato tutti i documenti possibili e immaginali per essere accettato a NY, sa che i medicinali ad uso veterinario non hanno bisogno di ricetta.

…La traduzione

La traduzione, ancor più in questo caso, ha dovuto richiedere un ascolto. Saper tradurre significa sapere ascoltare, tradurre alla lettera è un primissimo passo. Ma Navorski, se in un primo momento traduce alla lettera, in un secondo momento, ripeto, tradisce la traduzione (rimando ad un articolo di Claudio Magris per un approfondimento) e traduce la parola “padre” con la parola “capra”. L’aver sentito male corrisponde con l’aver capito male. 

Il suono è fortemente legato al senso, l’ascolto è legato alla comprensione. L’incomprensione sonora, in questo caso, ha aiutato la vita di una persona, ha cambiato il destino di un vecchio morente. La traduzione ha tradito ma ha creato un contatto; il connazionale abbraccia e bacia con forza Navorski.

… al Luogo

Il nonluogo si trasforma, cambia, si modifica e diventa un luogo, diventa IL LUOGO. Manca un solo breve passaggio, il racconto dello Shiamano che racconta in modo epico e per via orale (ancora sonorità) le avventure di Viktor “La Capra”. Che se ritornassimo alla corretta traduzione sarebbe Viktor “Il Padre”.

Lo Shiamano

Lo Shiamano, ricordo, è anche lui un traduttore: lo Shiamano è colui che attraversa e che si fa attraversare, che unisce dimensioni fisiche e spirituali diverse, che appunto traduce da una dimensione ad un’altra e tramanda da una generazione all’altra, anche attraverso il racconto.

Da questo punto in poi Viktor è riconosciuto, Viktor è colui che nel terminal ha creato delle relazioni. Lui stesso ha delle relazioni di amicizia con gli impiegati ma anche con i passeggeri. Tutti lo salutano e mostrano la loro stima nei confronti di questo uomo che ha trovato casa in un luogo che non è casa per nessuno di loro.

Le persone al centro

Quello che il direttore generale aeroportuale dice al responsabile della sicurezza è di mettere al centro le persone. Le persone e la tolleranza sono al centro di questo Paese. Le persone sono al centro di ogni reale democrazia. Demos è proprio il popolo, la democrazia il governo del popolo.

Così come in un aeroporto, in ogni progetto le persone devono stare al centro.

Perché? Durante la traduzione rivista e corretta di capra, il responsabile alla sicurezza chiede a Navorski, “perché lo stai facendo?”. Lo sta facendo non per salvare il mondo, ma perché le persone per Navorski sono al centro della sua vita. Lui comprende che si devono rispettare le regole. E aspetta. Ma sa anche che le persone, le sue relazioni sono, alla lunga, la scelta migliore. Per tutto il film Navorski non fa altro che intessere relazioni con le cose e con le persone.

Cosa muove tutta la storia di The Terminal?

Verso la fine del film scopriamo cosa muove tutta la storia. Il racconto ha una sola motivazione, ancora sonora: la passione per la musica, per il jazz in particolare. Il padre di Viktor era un appassionato di musica jazz. Possiede una fotografia con 57 jazzisti che si riunirono tutti una volta nella loro vita. Il padre scrive a tutti loro chiedendo una firma e raccoglie, in tutta la sua vita, tutti gli autografi di quei musicisti, tranne una. Viktor promette al padre di raccogliere quella firma e mantiene la promessa.

Concludendo

Concludo il discorso che ha preso spunto dal film “The Terminal

Non sono ovviamente conclusi invece i riferimenti dedicati al non luogo. Non solo perché il concetto stesso di non luogo ha subito dei cambiamenti e aggiornamenti da chi lo ha teorizzato e da chi lo usa da utente, ma anche perché ritengo che sia un concetto molto affascinante e, a mio parere, tanto legato alle tematiche dell’architettura dell’informazione 3.0.

Anno 2004

The Terminal è un film del 2004 ma è ambientato presumibilmente negli anni ottanta. Possiamo dare questa indicazione, intanto perché, in giro, non vediamo telefonini. Il primo telefonino è datato 6 marzo 1983. E a quell’epoca, molto più di oggi,  il costo era proibitivo e la diffusione appena cominciata. E poi viene usato un oggetto ben preciso: il cerca persone che viene dato a Viktor Navorski per essere rintracciato.

All’epoca di questo film siamo ancora al web 1.0. Si dovrà aspettare la fine del 2004, quando Tim O’Reilly titola appunto la O’really conference Il web 2.0 conference

I social networks

Il 2004 fu un anno davvero rivoluzionario e non credo che me ne sia accorto in quell’anno. Nel febbraio 2004 viene lanciato Facebook , anche se è ancora un piccolo fenomeno dell’università locale, Myspace festeggia il suo primo anno di vita, anche se, già allora, non ebbe il meritato successo perché nell’immaginario fu subito classificato come social network di nicchia, legato al mondo della musica e dei musicisti. E sempre nel 2004 nasce LinkedIn.

Spilberg racconta, dunque, un mondo appena passato e lo guarda con gli occhi del futuro. In una scena del film, il signor Navorski, viene chiamato al cerca persona e la sceneggiatrice insieme al regista si divertono a sottolineare uno dei grandi limiti di questo oggetto; limite che conosce solo chi usa un telefonino. Quando squilla per la prima volta il cerca persone, Navorsky parla al cerca persona come fosse un microfono o quasi telefono. Grida, “Sto arrivando!” Noi sappiamo che non funziona così e ridiamo. Il paradosso crea la scena comica.

Verso la fine del film, il cerca persone sarà distrutto dai due protagonisti che ne fanno uso (Tom Hanks e Catherine Zeta Jones). All’epoca della prima visione, il gesto poteva significare una liberazione romantica anti stress. I due protagonisti si sentono “troppo” connessi e sempre rintracciabili anche durante una cena romantica e ben riuscita.

Con il senno di poi, possiamo leggere quel gesto come distruzione di un oggetto che aveva fatto il suo tempo. Altri oggetti, altri elementi di connessione, stavano nascendo e si sarebbero affermati con più forza.

Oggi

Oggi “The Terminal” non avrebbe lo stesso senso. Quasi impossibile che un passeggero non abbia un cellulare, una connessione ad internet, una tariffa dati per il suo smartphone, un wifi più o meno disponibile, una presa di corrente, una carta di credito, una carta ricaricabile per il viaggio, una rete di contatti.

L’aeroporto, ma anche il mondo, di oggi è cosa molto diversa da quello che era nel 2004 (sono passati 11 anni), sia come elemento architettonico (spaziale) in se stesso, si vedano i più recenti Aerport Design , sia per l’aggiunta di tecnologia che oggi vi si trova e di informazione che viene trasmessa.

Il non luogo e le architetture dell’informazione

Oggi l’aeroporto è una fonte continua di informazioni digitali e sonore. C’è un wifi, trovi connessioni internet chiuse e/o aperte, trovi tante persone con connessioni attive. Puoi interagire con l’aeroporto attraverso app di ultima generazione. L’aeroporto si è arricchito di postazioni internet pagabili con carta di credito o anche gratis (come avviene presso l’aeroporto di Roma), di colonnine elettriche (anche USB) per ricaricare telefonini, tablet e pc.

Navorski, oggi, avrebbe potuto avere maggiori informazioni (e nella sua lingua) di quello che stava accadendo a casa sua. Lo avrebbe potuto sapere da un giornale o blog online, o da un tweet o da un video caricato sulla bacheca Facebook di un amico. E anche se gli fosse sfuggito tutto questo, gli uffici della sicurezza lo avrebbero potuto far connettere ad un sito di notizie locali nella sua lingua nativa, che gli avrebbe spiegato la situazione. La polizia avrebbe potuto usare un google translate per una prima e anche approssimativa traduzione. Ma non solo, lo stesso direttore delle sicurezza avrebbe potuto ricevere direttive più veloci e immediate sul comportamento da adottare in una situazione di questo genere.

Il non luogo nel presente/futuro

Insomma l’aeroporto, il “non luogo” per eccellenza, si è molto trasformato, come d’altronde anche il mondo. Ma non è tanto lo spazio in se che si è trasformato. Si è trasformato l’uso che gli utenti ne fanno. Appena 10 anni fa, una sala d’attesa era un posto noioso dove non accadeva nulla. Oggi, le sale d’attesa sono un concentrato di alta tecnologia miniaturizzata. A questo proposito mi piace ricordare che il sottotitolo del film era “Life is waiting”.

Se di tutto questo se ne deve occupare l’architettura dell’informazione, insieme ad altre discipline che si occupano dell’Uomo/Utente, è appunto perché non siamo noi che andiamo sul web, almeno oggi non è più così, ma è il web che entra nel nostro spazio e lo modifica. Una rivoluzione e un cambio di prospettiva non da poco.

E a tal proposito vi consiglio la lettura del mio articolo sulle case invisivili, le case che siamo.

“The terminal” un film da rivedere

Questa settimana e per un paio di settimane vi parlerò del film “The Terminal” per parlare di contesti sonori e luoghi. Oggi trovate il trailer ma, se potete, vi consiglio di rivederlo. E’ un buon film e può essere d’ispirazione. Non vi siete mai trovati come a vivere sospesi? In attesa di qualcosa? Il sottotitolo è appunto “Life is waiting”. Scommetto che aspetta tutti!

Da Wikipedia

New York, Stati Uniti. Viktor Navorski è un cittadino di una (immaginaria) nazione dell’Europa dell’est, la Krakozhia. Quando atterra a New York, scopre che nella sua nazione è avvenuto un feroce colpo di Stato, proprio mentre si trovava in aereo, diretto verso l’ambita America. Costretto a sostare nell’Aeroporto Internazionale John F. Kennedy, con un passaporto ormai privo di validità, Viktor si vede negato il visto d’entrata per gli Stati Uniti e impedita, da parte del capo della sicurezza Frank Dixon, la possibilità di far ritorno a casa, dovendo quindi restare all’interno del terminal dedicato ai voli internazionali, senza possibilità di varcare la frontiera. Con il passare dei mesi, Viktor scoprirà a poco a poco il mondo del terminal, pieno di personaggi originali ed inaspettate manifestazioni di generosità, divertimento e, perfino, romanticismo. Si sviluppa, quindi, la storia di una persona che si adatta a vivere in un nonluogo, che per la maggior parte delle persone è solo un punto di passaggio, imparando l’inglese, facendosi accettare e stringendo delle relazioni con le persone che lavorano nell’aeroporto, fino a trovare anche l’amore per una dolce hostess, Amelia Warren.

In questo film si mettono in evidenza tutte le caratteristiche del non-luogo e si mettono in contrapposizione le forme di comunicazione verbale e non verbale. La comunicazione non verbale prevale sulla comunicazione verbale. Se le nostre parole non sono coerenti con le nostre azioni le azioni prevarranno su quello che noi diciamo.

The Terminal è sicuramente un film da rivedere e da riascoltare.

Di seguito i link che ho dedicato a questo film e a questo argomento

The Terminal: il non luogo e le architetture dell’informazione 1/3

The Terminal: il non luogo e le architetture dell’informazione 2/3

The Terminal: il non luogo e le architetture dell’informazione 3/3