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Intervista a Raffaele Boiano

Raffaele Boiano è una di quelle persone che vorrei avere accanto sempre. Ascolterei per ore Raffaele Boiano e so che sarei ascoltato, in modo attivo, vero. Perché Raffaele mette al centro la persona nei suoi progetti come nella vita quotidiana. E questo si sente, anche a pelle.

Chi è Raffaele Boiano

Se si elencassero un po’ di competenze nell’ambito dell’User Experience design come: l’architettura dell’informazione, il Web design, l’User Experience Engineering, l’Usability Engineering, l’Interaction Design, il Content Management, il Creative Writing, Public Speaking, Project Management, si avrebbe il profilo professionale di Raffaele Boiano.

E a vedere tutte le attività che svolge in giro, sembrerebbe che Raffaele Boiano abbia 150 anni. In realtà quando si incontra di persona si vede che è giovane e capisci che è uno di quelli bravi.

Non scriverò anche qui il suo curriculum vitae né la sua biografia che potrete trovare facilmente sul web. Magari, se lo cercate, è bene sapere che, su internet, è conosciuto con il nome di rainwiz Rainwiz,com è il suo sito personale,

Ma voglio sottolineare almeno due delle attività che ritengo più importanti: la docenza di User Experience presso il Politecnico di Milano, per il corso di laurea specialistica PSSD Product, service & System Design. E la sua attività di imprenditore e co- fondatore di Fifth Beat, studio di design, di cui parleremo nell’intervista, qui di seguito.

Cosa si dice di Raffaele Boiano

Prima di lasciarvi alle risposte di Raffaele, però voglio riportare la referenza di Raffaele Gaito, Growth Hacker, blogger e youtuber, abbastanza conosciuto sul web, per trasmettere a pieno il grande valore di Raffaele e la stima di cui gode da parte dei colleghi.

Raffaele è una delle persone più brillanti che ho incontrato negli ultimi anni. Uno di quelli che riesce a unire alla perfezioni competenze tecniche e umanistiche tirando fuori il meglio da entrambe. Ha la capacità (per nulla scontata) di andare a fondo nelle cose e di mettersi in discussione quando necessario!

Intervista a Raffaele Boiano

A Raffaele Boiano ho fatto un po’ di domande personali sul suo rapporto con la provincia e sul suo percorso professionale: da freelance è diventato imprenditore ed ha creato uno studio di design che è una bella realtà fatta di giovani e grandi professionisti. Tra il team si trova anche Raffaella Roviglioni che abbiamo intervistato.

Le risposte di Raffaele mi sono arrivate in un documento drive condiviso, su carta intestata e con grafica Fifth Beat.

Ed è per questo motivo che ho voluto lasciare e riproporre i colori dello studio di design, per restituire ai miei lettori, la cura dei dettagli di Raffaele.

Parto da una domanda personale che racconti “quasi” sempre. Sei cresciuto a Ciampino, ne parli con toni poco entusiasti, “un posto bizzarro”, “una Berlino sfigata” le tue recenti definizioni. Eppure mi sembra di capire che sei rimasto a Ciampino. E che questa periferia, alla fine, ti ha dato una spinta incredibile a fare tutto quello che stai realizzando. Quindi la periferia è stata una condanna o una sfida?

Ciampino non l’ho scelta, l’ho subita e ci ho messo anni a togliere questo rancore misto a senso di non appartenenza. La Ciampino degli anni 80 in cui sono cresciuto era un non luogo fatto di pendolari ammassati nella stazione dei treni nei giorni di pioggia a fare a spallate per un posto sotto alla pensilina; delle siringhe di eroina nel parchetto vicino casa, per cui a noi bimbi erano preclusi gli scivoli; dell’odore di cherosene degli aerei che ogni tanto sospendevano le conversazioni per 10 secondi con il loro fragore.

Nell’adolescenza prendevamo il 551, un bus che portava da Morena alla metropolitana per poi andare in centro. I ciampinesi dicono: “oggi pomeriggio andiamo a Roma? Oppure andiamo a Frascati o Albano?” Roma e i castelli romani hanno un’identità e un senso di appartenenza, a Ciampino ci capiti e magari ci resti, senza un motivo preciso. Non sei in provincia. Non sei in paese. Non sei in città.

Questa identità aperta, questo vivere in una membrana, è stato per me forse uno stimolo a cercare delle identità nuove. Non avendone una, ho provato a formarne alcune nella mia vita e ho scoperto il piacere della polifonia, cioè della pluralità delle appartenenze. Di certo sono lontano da chi rivendica un’identità nazionale, razziale, sessuale e culturale come asimmetrica rispetto alle altre.

Magari Ciampino tra 20 anni sarà Hipster. E io rimpiangerò il signor Tortorella, emigrato siciliano che vendeva i coriandoli alle feste in Piazza della Pace e mi regalava ogni tanto un po’ di pizza.

Raffaele, oltre ad essere un UX designer tu sei un imprenditore, sei il CEO di Fifth Beat. In tempo di Covid qual è il tuo stato d’animo in questo periodo?

È un periodo dove è difficile fare previsioni. Non che solitamente sia così facile, ma una parte del mio lavoro è oggi garantire la sostenibilità dell’organizzazione e non mi ero mai trovato prima a pensare a questo. Fifth Beat è cresciuta ogni anno in maniera naturale, grazie ai clienti che ci hanno scelto e all’impegno di tutte le persone che lavorano e collaborano con noi.

Io vivo questo momento provando ad alzare gli occhi dalla scrivania per immaginare il mondo che sarà. Alcune aziende oggi sono in survival mode perché è a repentaglio il loro modello di business; altre in adaptation mode perché stanno più o meno lentamente provando a cambiare; altre ancora in opportunity mode, perché questa situazione ha esaltato alcune delle loro caratteristiche preesistenti.

Io sono orgoglioso che, grazie al lavoro di tutti e alla nostra capacità di abbracciare il cambiamento, Fifth Beat non abbia fatto nemmeno 1 giorno di cassa integrazione. 

Il 22 e il 23 dicembre faremo il Beat Camp una unconference per parlare proprio di: LIFE IN A PANDEMIC WORLD e THE FUTURE WE’RE TRYING TO BUILD.

Da UX designer a imprenditore, appunto, ci racconti cosa volevi realizzare con Fifth Beat e cosa hai realizzato? 

Fifth Beat è nata come uno studio associato: 3 persone che si stimano e che vanno dal notaio con 1000 € e un panino con la mortadella (true story). Progressivamente è diventata una micro azienda e poi una piccola azienda.

Sono stato per tanti anni un dipendente e so che significa non avere stima del management o non credere nella direzione di un’azienda. Ora che prendere delle decisioni strategiche tocca a me ne sento il peso ma raccolgo la sfida: io mi impegno tutti i giorni a fare di Fifth Beat il contesto ideale dove ognuno possa esprimere il proprio talento. 

Per me è molto difficile fermarmi a pensare a che cosa abbiamo realizzato. Mi sembra sempre che ci sia tantissimo da cambiare e migliorare. 

Ci dai la tua definizione affettiva di etnografia?

Una definizione “affettiva”. Wow. L’etnografia è stata la passione della mia vita da studente universitario. La scelta di laurearmi in antropologia culturale con un professore che per me resta un modello nella relazione con gli studenti e nella voglia di innovare la didattica. L’incontro fortuito con James Clifford a Santa Cruz e alcune lezioni di metodologia della ricerca delle scienze sociali credo abbiano strutturato alcune delle forme del pensiero grazie alle quali provo a leggere il mondo.

Il dentro/fuori richiesto dall’osservazione partecipante, il paradigma epistemologico dell’etnografia da Malinowski agli anni ‘50, è una meravigliosa condizione limbica che avevo vissuto tante volte nella vita senza riuscire a dargli un nome.

Potrei dire che mi piaceva l’etnografia anche prima di conoscere il suo nome e sapere che era una disciplina. Quando con i miei da piccolo andavamo a fare la spesa in un posto a Grottaferrata per non annoiarmi osservavo tutte le persone tra le corsie e al banco e provavo a immaginare che case avessero, che persone frequentassero. Ogni tanto mi avvicinavo sorridente a fare delle domande ingenue (e nessuno dice “vai via” a un bambino) per sapere se le mie fantasie corrispondessero a realtà. Mia mamma mi vedeva dare confidenza ad estranei e si avvicinava scusandosi, ma solo una volta mi rimproverò davvero (mi lasciava fare, aveva capito che ero semplicemente curioso e non fastidio per gli altri).

Cosa significa per te “ricavare valore per il progetto”?

Il valore viene spesso confuso con la sua misura, che può essere economica (valore di stima o di scambio)

Io credo che la definizione di valore sia più profonda e connessa a una visione del mondo: è quello che riteniamo essere l’outcome adeguato di uno sforzo. Se mi alleno tutta la settimana per stare in forma e quando mi peso vedo che ho perso un kg, quel kg in meno per me ha un valore che giustifica tutte le ore di allenamento. Se è tardi, sono sfinito dal lavoro ma esco comunque per andare a trovare un amico e stare con lui, probabilmente quel momento tra noi ha un valore che bilancia o supera l’inerzia di restare a casa a riposarmi.

Per le aziende, che sono organizzazioni economiche votate prevalentemente al profitto, il valore è ogni cosa che le avvicina a incrementare o mantenere il loro profitto: ricavi, clienti più soddisfatti, più clienti, dipendenti più ingaggiati, meno costi, clienti più fedeli, qualità della vità dei dipendenti, qualità e sostenibilità del contesto in cui operano.

Per un team che vuole innovare prodotti e servizi è importante avere un allineamento prima di iniziare il progetto e capire insieme che cosa consideriamo valore: quale sarà l’outcome che vogliamo creare insieme. In base a cosa misureremo il successo del progetto e diremo che è andata bene, benino, maluccio, male male o benissimo?

Senza questo allineamento si parte con un debito profondo di intento. 

Sai che l’ascolto è uno dei temi che amo. E nei tuoi corsi parli proprio di ascolto attivo. A me pare che questa capacità si vada sempre più perdendo. Tutti abbiamo qualcosa da dire, da scrivere, ma, a mio parere, nell’ascolto avviene la vera comunicazione, si instaura una relazione. Quali sono gli aspetti più interessanti, secondo te, dell’ascolto?

L’ascolto attivo è uno skill difficile da sviluppare. Si può sviluppare, ma ci vogliono centinaia di ore di ascolto. Non è una di quelle cose che si apprendono sui libri, è come pilotare un aereo: le ore di simulatore di volo e proprio di volo ti abilitano a prendere i brevetti successivi. C’è stato un momento nella mia vita professionale in cui lavoravo in un team di prodotto facendo prevalentemente l’intervistatore. Nel 2008 ho condotto 416 interviste 1 to 1 in un anno. Riascoltando le registrazioni per annotare le frasi più importanti, mi accorgevo dei miei errori e di quanti spunti non avevo raccolto a causa di un ascolto superficiale.

Il mio punto di riferimento sull’ascolto attivo è Marianella Sclavi (il suo libro e le sue regole). L’idea che il ricercatore sia un esploratore di mondi possibili mi convince molto.

Come studio di designer fai/fate un gran lavoro di divulgazione, su MEDIUM avete scritto tanti articoli, poi avete pubblicato il libro 15X30, che riprende le risposte che avete raccolto sul web, adesso mi pare che il format prosegue con una domanda posta a molte persone. C’è qualche risposta che ti ha colpito più di altre e perché?

Non farmi fare la cattiveria di citare solo una risposta. Come sai 15×30 è un digest annuale: scegliamo 30 designer che vengono da background diversi e facciamo loro 15 domande (le stesse). È un progetto non profit pensato per la nostra comunità di pratica, curato da Fifth Beat.

Le persone che partecipano a 15×30 non sono retribuite, fanno un regalo a noi e a tutta la design community. In queste due edizioni tante cose per me sono state belle e preferisco non prenderne una in particolare.

È una domanda che sto facendo un po’ in giro. E mi capita perché da quando vivo lontano dal “centro” dove accadono le cose e dalle persone, in pratica sto molto sul web, leggo molti articoli però molti concetti ritornano sempre, descritti magari in forma diversa. Tu sei docente e sei anche sul campo. Hai una novità della disciplina che ti ha colpito o qualcosa di innovativo che tu vedi ma magari non è stato ancora sviluppato?

Credo che tutto il mondo della user research sia a una svolta, grazie al paradigma dell’atomic research. Gli ultimi due anni sono stati un fiorire di research repositories e in questo momento tutti i processi di discovery nelle organizzazioni devono trasformarsi in quella direzione.

A me stimola molto anche la community di research about systemic design. Ripensare a livello sistemico l’educazione, la sanità, la cittadinanza saranno le sfide di un mondo meno burocratico e più capace di valorizzare l’emergente.

Oppure la disciplina è ancora giovane e va bene studiare le basi?

La user experience design, in un contesto accademico, non è un campo di studi giovane ma direi neonato.

La linea di congiunzione tra il Bauhaus e il Royal College of Art è stata molto curva e discontinua. Per questo motivo il design stesso è diventato una disciplina accademica da pochi decenni, grazie a Bruce Archer e a tutta la generazione di design researchers che negli anni ‘60 hanno messo le basi affinché nascessero i Design Studies (formalizzati poi come rivista alla fine degli anni ‘70).

A tutte le persone che si avvicinano alla nostra materia faccio sempre 2 domande per capire che dialogo possiamo avere: 

  • Che differenza c’è tra arte e design?
  • Se avessi una bacchetta magica, la useresti per…

Spesso incontro persone che vogliono imparare un mestiere e i mestieri si imparano facendoli, a bottega. Il brutto della gavetta è che più impari un mestiere, più ti specializzi, più sei a rischio che il mondo cambi e che la tua specializzazione non sia più rilevante. Un corso o una facoltà servono a farti ragionare, a creare forme del pensiero per renderti una persona più antifragile.

Una delle citazioni di Picasso che adoro è “A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”

E per finire le ultime 3 domande di sempre.

Consiglia un libro

Faccio sempre fatica a rispondere a domande come questa. American Psycho di Bret Easton Ellis. Patrick Bateman è uno dei personaggi più stranianti di sempre.

Consiglia un brano musicale o un cd

OK Computer. È l’album che ascolto più o meno ogni 6 mesi da 20 anni.

Consiglia un film

Un film che alcuni dei miei studenti non hanno mai visto è Amadeus di Milos Forman sulla vita di Mozart (è un biopic, un genere che io vedo molto poco). Lo vidi per la prima volta da bambino e mi fece un po’ paura. L’ho rivisto un anno fa adorando il punto di vista scelto dal regista. Oggi un cliente mi ha citato questo momento di sceneggiatura, ispirato a una storia vera, di quando Mozart presentò all’imperatore Giuseppe II l’opera “il ratto del serraglio”.

Grazie!

Nel ringraziare Raffaele per essersi gentilmente concesso, vi lascio con una curiosità.

Cercando sul web Raffaele Boiano, si trova un’antologia delle poesie di Raffaele Boiano, poeta molisano nato e vissuto a Prata Sannita nel Novecento dal titolo Maledetto Natale. Non si tratta del nostro Raffaele, ma del nonno, erede Domenico Maria Lorenzo Boiano, di cui vi consiglio la lettura o quanto meno la prefazione del nostro Rainwiz.

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Intervista a Simone Borsci

Questa settimana intervista a Simone Borsci, ricercatore, assistant professor presso l’Università di Twente, regione nell’est dei Paesi Bassi, la parte più orientale e urbanizzata.

Simone Borsci è un professore ma è anche un ricercatore puro. Non è facile trovare notizie su di lui senza andare a leggere le numerose ricerche che ha condotto.

Se si vuole indagare sulla sua carriera accademica e lavorativa è necessario visitare la pagina dell’Università a lui dedicata.

Qui facciamo solo una piccola sintesi, per quanto possibile.

Interessi e campi di ricerca di Simone Borsci

Simone Borsci si occupa di Prototyping, Information Technology, Cognitive Development, Usability, User Experience, User Studies, Interaction Designing, Design Thinking, Rapid Prototyping.

I campi di ricerca sono

i Fattori umani ed ergonomia; HCI / HRI, interazione con tecnologia e artefatti, studi di usabilità e accessibilità, analisi dell’esperienza utente in contesti informatici ubiquitari, modellazione del comportamento umano, servizi per la salute e la disabilità e design del prodotto, abbinamento di persone e tecnologia, ricerca qualitativa e quantitativa della psicologia applicata utilizzando multivariato e tecniche statistiche predittive.

Le sue esperienze lavorati e le sue competenze riguardano il mondo dell’User experience in progetti innovativi e all’avanguardia. Ha lavorato e continua a lavorare in progetti interdisciplinari con particolare attenzione, per la sua parte, all’usabilità, UX e fattori umani, sia in ambito accademico che industriale.

Ricerca e insegnamento

Dal 2008 fa ricerca e insegna presso alcune delle migliori università europee.

Insegnante di psicologia dell’apprendimento e della disabilità, presso l’Università degli Studi di Perugia. Ricercatore presso Human Factors Research Group dell’Università di Nottingham, per il progetto Live Augmented Reality Training Environments (LARTE) con Jaguar Land Rover. Ricercatore presso la Brunel University dove ho svolto ricerche su diversi argomenti come le tecnologie dei dispositivi medici e le prospettive degli utenti. Dal 2015 al 2018 Fellow e co-lead dell’unità Human Factor del NIHR DEC London presso il dipartimento di chirurgia e cancro dell’Imperial College. E come dicevamo all’inizio adesso è professore presso l’unuiversità Belga.

Simone Borsci ha una vasta esperienza nella progettazione di studi etnografici, test a distanza e in-house / di laboratorio e nella progettazione e utilizzo di questionari di indagine, pensiero ad alta voce, focus group e interviste.

Attualmente si occupa di

  • integrazione dei fattori umani e dell’economia sanitaria per la valutazione e lo sviluppo di dispositivi medici;
  • il concetto di fiducia nell’uso;
  • metodi di valutazione dell’usabilità e della UX per VR / AR e strumenti medici;
  • interazione uomo robot ;
  • interazione con interfacce conversazionali e chatbot.

Passione per il proprio lavoro

Ma forse per capire la passione per l’insegnamento e il metodo di lavoro di Simone Borsci è necessario leggere un suo recente post (ottobre 2020) che ho trovato sulla sua bacheca social.

Ogni anno in questo periodo prendo tutti i contenuti delle mie lezioni. Seleziono circa il 20% che non posso o non voglio cambiare, butto via tutto il resto e ricomincio da capo. Ogni anno è più difficile…ed è faticoso non cadere negli schemi già utilizzati. Ma questo mi obbliga sempre a cercare un modo nuovo o diverso, non sempre migliore, per dire le stesse cose.

Intervista a Simone Borsci

Simone non ne parla, ma tra le altre cose ha scritto un libro insieme a Masaaki Kurosu, Stefano Federici e Maria Laura Mele. Un libro introvabile di cui consiglio il formato Kindle. Computer Systems Experiences of Users with and Without Disabilities: An Evaluation Guide for Professionals (Rehabilitation Science in Practice Series) (English Edition).

In questa intervista apre a scenari di ricerca davvero affascinanti. E questa intervista è un po’ come uno dei miei primi summit di Architecta, quando mi sono sentito un po’ sovrastato dall’immensità delle cose da studiare.

Di cosa ti stai occupando in questo periodo?

Da circa un paio di anni mi sto occupando sempre di più di intelligenza artificiale e società ibride per intendersi quelle in cui persone e AI collaborano nelle decisioni.

Tutto il mio lavoro, se vogliamo riassumerlo attorno ad un punto focale, è centrato su un tema: come valutiamo l’interazione (con qualsiasi cosa dell’artefatto al sistema complesso) sia a livello micro (individuale) che a livello di macro (sociale) in modo da avere misure che ,al di là di oggettivo e soggettivo, siano affidabili, comparabili e replicabili in modo da permettere a chi sviluppa per esempio un servizio di avere evidenze empiriche riguardo le ripercussioni e l’impatto di quel servizio su chi lo utilizza, ma anche su chi lo amministra (insomma i famosi stakeholders).

Fra le altre cose ho lavorato e sto lavorando molto sui Chatbot  e come valutarli, anche grazie all’aiuto degli amici di userbot.ai, ma anche sulla realtà virtuale e aumentata. Mi ci è voluto un po’ ma ora abbiamo un moderno sistema di simulazione di guida nel mio laboratorio, che per il resto era già veramente avanzato. Il prossimo passo è avere una CAVE di realtà virtuale, per simulare il virtuale nello spazio fisico.

Inoltre sto cercando di indagare dal punto di vista cognitivo il concetto di distrust (che non è esattamente l’opposto di fiducia) verso le tecnologie.

Quale parte del tuo lavoro ti piace e ti diverte maggiormente?

Confrontarmi con le persone, dagli utenti di qualsiasi età, ai designers, dal fisico teorico al medico di base ed essere continuamente esposto a sistemi e concetti complessi, a problematiche reali e a soluzioni innovative, questo per me equivale a non annoiarsi mai. Non puoi neanche immaginare i lavori a cui ho detto no, anche allettanti, perché sapevo già che mi sarei annoiato.!

Inoltre, ho il piacere di insegnare che è un compito essenziale di chi fa ricerca, formare e far crescere nuovi esperti, questo mi mantiene giovane e mi permette sempre di riscoprire concetti e approcci che magari avevo letto o studiato in passato ma a cui non avevo dato peso, o di cui non avevo colto l’importanza. Dovendo insegnare secondo me riscopri le basi, e se sei fortunato anche nuovi temi da investigare.   

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro quotidiani?

Per fare ricerca nel mio campo, quello dell’ergonomia cognitiva, servono tre strumenti essenziali: Conoscere i metodi, avere immaginazione e tanta resilienza al fallimento. Credo che questo valga per chiunque faccia ricerca. Per il resto dal punto di vista tecnologico, certamente servono conoscenze degli strumenti di statistica e di programmazione. Infatti, oggi nel campo della psicologia applicata serve collaborare con ingegneri ed esperti informatici e saper programmare un codice in diversi linguaggi è una capacità importante, soprattutto se si vuole fare ricerca con tecnologie avanzate e comprenderne il potenziale impatto.   

Ti sei occupato di chatbot rivolti a persone disabili. Da quanto ho letto i risultati non sono stati entusiasmanti.

Si, purtroppo, quando si parla di chatbots ed in generale di AI c’è tanto sapere tecnologico e pochissima metodologia di ricerca e questo è un problema. Infatti, non esistono ancora (ci stiamo lavorando) modi per comparare e valutare l’interazione con AI, dai robots ai chatbots.  

Ci puoi raccontare questa ricerca?

La ricerca che abbiamo condotto è stata una analisi sistematica della letteratura che ha rilevato come, anche in campo medico riabilitativo, il criterio principale di valutazione della qualità di un chatbot sia principalmente centrato sul misurare quanto quello strumento sia efficace a far migliorare un paziente, senza considerare per esempio, se a livello di esperienza utente il chabot sia soddisfacente o comunque lasciando fuori aspetti importanti o peggio misurandoli in termini di opinione invece che tramite misurazioni valide.

Questo  suggerisce che, esistono molti strumenti chatbots o assistenti digitali basati o meno su AI che sono ottimizzati per aiutare un paziente a riabilitarsi o una persona con disabilità a sviluppare una competenza, ma il come questo avvenga da un punto di vista qualitativo non è dato saperlo, ne sappiamo se uno dato tool è migliore di un altro, perché quando i sistemi vengono valutati in modo estremamente soggettivo o con metodologie non validate diventa difficile effettuare analisi comparative.

Pensi che con l’avvento dei chatbot siano tempi duri per l’usabilità. 

No, anzi il contrario. L’intelligenza artificiale ha bisogno di usabilità, forse anche di più che di fiducia. Uno dei temi dell’AI a livello internazionale è appunto come assicurare la trust (fiducia) verso i sistemi e la trustwortiness (la capacità di ispirare fiducia), che sono concetti bellissimi, ma purtroppo vuoti, perché il come misuriamo la fiducia ,quando parliamo di tecnologie e soprattutto tecnologie intelligenti, è un’incognita.

Quello che sappiamo è che l’usabilità è una componete della fiducia verso le tecnologie, ma questo è solo uno degli aspetti (diciamo il lato umano) della relazione con le AI, poi c’è tutto il lato come disegniamo le AI per ispirare fiducia (senza scadere nella persuasione e nei dark patterns) e poi c’è il lato oltre lo specchio: come rendiamo consapevole una AI che non sta ispirando fiducia, in modo che adatti o cambi il suo comportamento in base ai contesti e alle reazioni degli utenti?

Tutto questo è fortemente legato all’usabilità e all’interazione fra uomo ed artefatti, per cui ci sarà bisogno di allargare le definizioni di usabilità, accessibilità ed user experience, e di costruire con il tempo metodi nuovi per valutare l’innovazione. 

Cosa pensi si stia trascurando nello sviluppo dei chatbot.

Qui la risposta è semplice, la valutazione sistematica sia a livello oggettivo che soggettivo, proprio perché mancano gli strumenti per farlo e spesso non ci si pone il problema di utilizzare metodologie trasparenti, valide e comparabili. Questo è un serio problema, perché è solo tramite la standardizzazione dei metodi di valutazione e quindi la possibilità di comparare i prodotti fra di loro, in termini di funzionalità, usabilità, accessibilità ed esperienza utente in maniera affidabile ed accurata che si riesce a far crescere un settore ,offrendo cioè la possibilità di “misurarsi” con gli altri servizi o prodotti e comprendere cosa funziona e cosa no.

Dall’analisi dell’esperienza utente di VR, realtà aumentata e applicazioni mobili in contesti informatici ubiquitari, ai chatbot.

Qual è il filo conduttore per il tuo lavoro?

Il filo conduttore è lo scambio con i sistemi e dentro i sistemi. Quale impatto hanno i sistemi su di noi dal punto di vista psicologico? Quale è l’impatto dei sistemi sulla società? Come ottimizziamo i sistemi per renderli resilienti?

Un esempio che magari chiarisce di cosa sto parlando è il da Vinci Robot per operazioni chirurgiche, in un recente articolo[1] viene sottolineato come questo strumento sia diventato negli anni una tecnologia sempre più affidabile e precisa dal punto di vista tecnico, ma che la vera differenza nel migliorare le prestazioni chirurgiche con questo strumento è dovuta alla capacità acquisita nel tempo dai chirurghi e dallo staff medico di anticipare i limiti dello strumento ed evitare possibili malfunzionamenti. E’ questa intersezione fra uomo e macchina che è al centro del mio interesse.     

[1] Rajih, E., Tholomier, C., Cormier, B., Samouëlian, V., Warkus, T., Liberman, M., … & Valdivieso, R. (2017). Error reporting from the da Vinci surgical system in robotic surgery: A Canadian multispecialty experience at a single academic centre. Canadian Urological Association Journal11(5), E197.

Ti sei sempre occupato dell’avanguardia dell’user experience e di temi diciamo di nicchia. Come ti vedono i colleghi?

Spero bene, certo non è sempre facile comprendersi quando si è in mezzo a differenti comunità da quella psicologica, a quella dell’interazione utente tecnologia ed ergonomica a quella medica, per cui faccio spesso enormi sforzi per farmi comprendere e per comprendere terminologie che sono simili ma con significati e sfumature diverse a seconda dell’interlocutore e del suo campo. Anche pubblicare i risultati diventa spesso un esercizio complesso, quando si è in mezzo a diverse comunità e ci si occupa di temi che sono nuovi, o poco conosciuti in una specifica disciplina ma con un po’ di sforzo ci si riesce.   

Se senti il peso della solitudine oppure prevale la curiosità su temi tutti da esplorare. (ovviamente penso anche alle differenze tra Italia e Inghilterra e al mondo dell’accademia che è completamente diverso)

Non sento il peso della solitudine, certo dopo tanti anni all’estero prima nel Regno Unito ed ora nei Paesi Bassi, l’Italia e le sue bellezze mancano, un po’ meno le sue sicure incertezze a livello di società; ma dal punto di vista lavorativo ho costruito negli anni un solido network di amici e colleghi con cui interagisco costantemente e con cui porto avanti temi sempre interessanti, potendo permettermi di vedere innovazioni e idee sempre molto avanzate.

Quali sono i temi caldi del prossimo futuro a cui pensi bisogna stare attenti?

Sicuramente l’integrazione dell’AI nelle nostre società, che non è solo un tema tecnologico ma anche e soprattutto sociale, quale sarà l’impatto a livello individuale e collettivo non è solo un tema legato alla qualità delle tecnologie ma anche al quadro normativo che si sta già costruendo a livello Europeo.

Inoltre, la diffusione sempre più massiccia di realtà aumentata e strumenti di realtà virtuale al grande pubblico, che può avere effetti molto positivi ma anche negativi sulla psiche e che devono essere anticipati e mitigati. In questo contesto è necessario cominciare a parlare di design responsabile, nel senso che cerca di anticipare e mitigare a priori gli effetti negativi di una tecnologia.

E per finire le ultime 3 domande più leggere.

Consiglia un libro

Donald Hoffman: The Case Against Reality: Why evolution hid the truth from our eyes.

Consiglia un brano musicale o un cd

il testamento di Tito (De André ovviamente nella versione PFM).

Consiglia un film

Memento di Christopher Nolan.

Simone Borsci al WUD Roma 2020

Per chi vuole conoscere meglio Simone Borsci è possibile seguire i suoi interventi al WUD Roma 2020.

Il primo sarà un caso di studio su Dark patterns e dispositivi medicali. Mentre il secondo intervento di Simone Borsci sarà un Keynote con Katy Arnold, Head of User Research, The Home Office Gov UK su Inclusione: oltre i miti e le leggende.

Dark patterns e dispositivi medicali

I professionisti suggeriscono che la fiducia verso i sistemi (TTS) potrebbe essere modellata dalla progettazione. Per esempio: un prodotto che appare (anche prima dell’uso) utilizzabile e utile dovrebbe generare un alto livello di TTS post-utilizzo;
prodotti esteticamente gradevoli possono influenzare le persone prima dell’uso della sintesi vocale, ovvero le persone tendono a fidarsi del prodotto dal design estetico più che del prodotto meno piacevole. I produttori possono progettare la fiducia come parte dell’esperienza con un prodotto anche prima che gli utenti finali inizino a utilizzare la loro tecnologia o servizio comunicando strategicamente e rendendo visibili e riconoscibili alcune caratteristiche o elementi del design rispetto ad altre (meno attraenti) caratteristiche.


Come conseguenza delle tecniche di progettazione e comunicazione, gli utenti possono essere attratti dall’acquisto di un prodotto prima del suo utilizzo perché ritengono che il sistema sia ben progettato, affidabile e dotato di funzionalità in linea con le loro esigenze, anche quando questo sistema non è affidabile .
Questo lato oscuro della fiducia sarà al centro di questo discorso. Basandosi sugli studi attuali sulla fiducia, verrà proposta una definizione di TTS per colmare il concetto di fiducia ed esperienza. Inoltre, saranno presentati i dati preliminari di uno studio internazionale in corso sulla fiducia nei confronti dei dispositivi sanitari per uso domestico per evidenziare l’importanza della fiducia prima dell’uso di strumenti ad alto rischio selezionati e gestiti da utenti laici.

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Intervista a Raffaella Roviglioni

Questa intervista a Raffaella Roviglioni nasce dalla mia curiosità su come è andato l’Euro IA 2020.

Raffaella, oltre ad essere un’amica, è una delle UX reserchear più affezionate all’evento europeo che riunisce tutti gli architetti dell’informazione d’Europa.

Raffaella Roviglioni

Ho conosciuto Raffaella durante il mio primo Summit di Architecta e da allora l’ho seguita con grande stima come professionista.

Per me è stata un modello, perché nonostante ci si veda solo in eventi del settore, per me è una bella persona. Lei è coinvolgente. Ha passione per quello che fa e appassiona chi la circonda. Quando sta con le persone ha sempre un sorriso per tutti. Un po’ per il carattere, un po’ perché è una grande professionista, ti mette subito a tuo agio con la sua empatia. E tutti le vogliono bene (almeno per quello che riesco a percepire).

Le sue interviste, (ne ha concessa una molto bella a UX on Sofà di Maria Cristina Lavazza), ti mettono di buon umore, perché racconta un lavoro che ama, che la entusiasma e che immagino la diverta molto.

Il sito e il blog di Raffaella Roviglioni

Ai tempi, quando io ancora non avevo un blog, lei lo aveva e i suoi articoli erano molto concreti. Poi, come mi ha raccontato nell’intervista che segue, ha smesso di scrivere per il suo blog. E dunque le sono ancor più grato per l’intervista concessa.

Oggi Raffaella Roviglioni è Head of Discovery del team di Fifth Beat. Uno studio di designer con base a Roma davvero eccezionale. MI piacerebbe intervistare davvero tutti i ragazzi del team, uno a uno. Al momento, sono in attesa di una risposta da parte di Raffaele Boiano, il fondatore e attuale Ceo. Spero di poter parlare meglio di questa realtà di alta qualità nel mondo dell’User Experience italiana.

Talk Euro IA 2018

Raffaella è stata relatrice allo European Information Architecture Summit (EuroIA) nel 2018 con un talk sull’intelligenza artificiale applicata alla user research, dal titolo “IA vs. IA: will robots be better researchers than us?”.

Ed ogni anno invita tutta la comunità a partecipare e a farsi avanti. Cosa che consiglio anch’io perché ciascuna proposta inviata viene letta da tre esperti che danno un giudizio sulla proposta. Il bello è che nella risposta si trova sia ciò che gli piace che ciò che non piace. Quindi anche se vieni scartato, più o meno volontariamente indicano una strada di studio interessante da intraprendere. Un momento, secondo me di grande crescita.

Anche quest’anno Raffaella è stata partecipe all’Euro IA, come spettatrice online, ed ho chiesto a lei come siamo messi e quali sono le prospettive dell’architettura dell’informazione.

Ovviamente non potevo perdere l’occasione di chiedergli qualcosa sul suo lavoro e sui suoi progetti.

Il WUD Roma

Altro intervento molto bello che voglio segnalare è poi il suo intervento al WUD Roma 2015. Nel Talk Raffaella spiega che l’innovazione è un effetto collaterale della progettazione fatta bene.

E cosa che dobbiamo ripetere ancora oggi, anche ai professoroni, è che senza ricerca non si può progettare bene o come dice, Stefano Bussolon, senza ricerca non è User EXperience.

Intervista a Raffaella Roviglioni

Tu fai ricerca sulle persone. Ti piace sempre quello che fanno le persone? Faresti a meno di conoscere certi aspetti delle persone?

Mi piace sempre comprendere cosa fanno le persone e perché, anche quando non risuona con il mio modo di pensare e di fare. Anzi, a maggior ragione quando sono distanti dal mio modello mentale, questa immersione nel loro mondo mi permette di capire cose che vanno oltre il mio.

No, non farei mai a meno di conoscere quanto posso, anche quando sia sgradevole, irritante o preoccupante.

Fare ricerca non è esplorare un mondo ideale e trovare solo bellezza: è conoscere la realtà delle persone e avvicinarsi il più possibile alla loro verità.

Quale parte del tuo lavoro ti diverte maggiormente?

Il contatto con le persone durante la ricerca. È anche incredibilmente drenante in termini di energia e concentrazione, ma è quello che mi soddisfa sempre di più, alla fine.

Ma devo dire che grazie alla mia esperienza con Fifth Beat mi sto divertendo tanto anche a fare coaching e mentoring sulla ricerca alle nostre figure più junior.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Carta e penna, post-it, lavagna, registratore. E le loro versioni digitali, soprattutto in questo periodo, ovviamente.

Poi le piattaforme di trascrizione e di coding, come Condens, che ci aiutano a essere rigorosi nella parte di analisi.

Da quando hai cominciato la tua formazione sulla ricerca degli utenti ad oggi, cosa è cambiato? Sei cambiata tu? È cambiata la disciplina? È cambiato il mondo?

La mia sensazione è che sia cresciuta la consapevolezza che lo svolgere attività di ricerca con le persone sia parte del processo di progettazione human-centered. Mi riferisco alle aziende, soprattutto, che sono i nostri clienti.

È cresciuta quindi la richiesta di ricerca, ma -ahimé- non vedo altrettanto velocemente crescere la qualità e la professionalità di chi la eroga.

Io sono decisamente cambiata: ho aggiunto esperienze di ricerca in ambiti particolari e contesti sfidanti (ad esempio grazie al lavoro con organizzazioni delle Nazioni Unite, in Africa); ho ampliato lo spettro di tecniche a cui ricorro, e sto lavorando, dentro Fifth Beat, per stilare processi interni di lavoro e definire gli standard che adottiamo; mi sto occupando anche di ambiti di Research Ops, di supporto al lavoro dei ricercatori.

Sono anche cambiate le esigenze di alcune aziende, che ci chiedono di essere parte attiva della ricerca e non solo recettori dei risultati finali, e questa è la direzione che trovo più interessante al momento.

C’è un momento o ci sono momenti della tua vita professionale che ti hanno fatto fare balzi in avanti?

Me ne vengono in mente solo due: il primo, quando ho lasciato il mio lavoro da agronoma e ho iniziato a lavorare come web editor, nel 2008. Più che un balzo, un salto nel buio!

Il secondo, nel 2018, quando ho deciso di chiudere la mia esperienza da freelance per entrare in Fifth Beat come Head of Discovery. Le sfide e le opportunità che mi si sono aperte da allora mi hanno messa alla prova da tanti punti di vista e mi hanno fatta crescere molto velocemente, credo. Un conto è essere una ricercatrice senior, un altro è avere la responsabilità di un gruppo di persone, di gestire la loro crescita, trasmettere loro metodo, struttura e passione per questo lavoro. Essere un punto di riferimento è una grossa responsabilità, e un onore.

Ma il blog? Ricordo che quando ho cominciato ti avevo preso come modello. I tuoi articoli mi piacevano molto. Perché hai smesso di pubblicare? E riprenderai a breve?

Per una questione di priorità. Il blog ai tempi mi è servito per riflettere su quanto stavo apprendendo, soprattutto, e provare a fare un minima divulgazione alle persone sul nostro lavoro.
Non mi ci sono mai dedicata seriamente, come se fosse un vero progetto, e non penso di riprenderlo, a dire il vero. Ma ho in cantiere un altro progetto molto più interessante 😊

Il primo articolo che scriveresti per ricominciare?

Se mai lo facessi, probabilmente parlerei del nuovo progetto, ma per ora acqua in bocca!

Come è andato EURO IA Edizione 2020 ? Come è messa l’architettura dell’informazione a livello Europeo?

Quest’anno si è svolto interamente online ma la qualità degli interventi e dei relatori è sempre rimasta alta.

Quali sono i punti che maggiormente ti hanno colpito quest’anno dell’Euro IA e quali i punti su cui gli speaker hanno puntato maggiormente?

Il tema, Hope, si è prestato a molte interpretazioni diverse ma imperniate tutte a comprendere come, da designer, possiamo contribuire a superare le crisi che stiamo vivendo nel quotidiano.

Un filo rosso che ha unito molti interventi che ho seguito è stata la visione eco-sistemica della progettazione, sempre più necessaria perché lavoriamo su sistemi complessi e non isolati. Questo significa che ci dobbiamo formare maggiormente su come progettare questi ambienti, tenendo in considerazione un contesto che è molto più ampio di quanto tendiamo a credere, sia noi che i nostri clienti.

Un altro aspetto molto presente negli interventi è stata l’inclusività, tema piuttosto caldo negli ultimi anni. Si è discusso di come riuscire a tenere in considerazione la diversità delle persone sia nella ricerca che nell’ideazione e progettazione di prodotti e servizi, adottando accorgimenti e linee guida.

Infine, c’è stata molta attenzione al tema della sostenibilità, vista come insita nel focus sulla speranza: allargare la consapevolezza del nostro impatto come progettisti, includendo anche riflessioni in termini di sostenibilità ambientale e sociale.

In tempi da coronavirus e distanziamento sociale le interviste di ricerca diventano sempre più difficili da fare. Intanto cosa pensi tu, che sei fortemente empatica, di questa definizione “distanziamento sociale” e poi come stai superando o come ti stai attrezzando per le interviste in questo periodo?

Sul distanziamento sociale non penso di avere un’opinione particolarmente originale: è necessario, in questo momento, per contenere i contagi e quindi va applicato. Sulla sua definizione non ho nulla da dire, lo ammetto 😊
Io ne risento tanto soprattutto perché ci ha tolto gli abbracci tra amici e colleghi, che per me sono fondamentali e rinvigorenti.

Nel mio lavoro ha significato saper modificare la ricerca, fin dal primo momento, da remoto, ma non era una cosa nuova per noi. Da anni svolgiamo ricerca a distanza, anche per progetti internazionali che richiederebbero spostamenti e viaggi onerosi. Chiaramente le interviste da remoto sono diverse da quelle di persona, ma non sono necessariamente peggiori. Ti faccio un esempio: nell’intervista di persona spesso si sceglieva un setting neutro, quindi una sala riunioni o un laboratorio; nelle interviste remote le persone si collegano quasi sempre da casa (soprattutto in periodo di lockdown) e quindi posso intravedere qualcosa della loro vita che di persona mi sarei persa. Una piccola incursione etnografica in un’intervista che magari non lo prevedeva.

E per finire le ultime 3 domande che faccio a tutti

Consiglia un libro

Doing Ethnography di Giampietro Gobo. (su Amazon) Preziosissimo per approfondire la ricerca etnografica in modo esaustivo, scritto con un taglio davvero molto comprensibile.

Pare sia fuori produzione, quindi si trova su Ebay anziché su librerie online. [ndr. Si trova su Amazon, anche in versione Kindle]

Consiglia un brano musicale o un cd

Grazie ai colleghi millennials mi sono svecchiata e consiglio piuttosto Spotify 😉

Il Discover Weekly è la mia funzionalità preferita, che mi aiuta a scoprire brani e artisti. Vi consiglio Lullatone, tra gli ultimi.

Consiglia un film

Se ve lo siete persi, 1917 di Sam Mendes è un meraviglioso film di guerra, molto introspettivo, come piacciono a me.

Grazie!

Nel ringraziare Raffaella per la sua disponibilità e per le sue parole, spero di sapere al più presto sul suo nuovo progetto di cui non ha voluto dire nulla. Sono molto curioso e sarebbe stato bello scoprire lo scoop sul blog. Nello stesso tempo però non mi dispiace restare all’oscuro, perché questo mi darà l’occasione di chiedere una nuova intervista.