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L’esperienza sonora in aeroporto

Qual’è la tua esperienza sonora in aeroporto? Ho a lungo parlato del film The Terminal e forse a qualcuno sarà sembrato che io mi fossi allontanato dall’argomento principale di questo blog che è l’architettura dell’informazione nei contesti sonori. Spero che questa sia stata solo una breve impressione perché nelle intenzioni non era così e ve lo spiego.
Ho approfittato del film “The terminal” con ben tre post perché il mio campo di studio e ricerca si vuole concentrare sul Non luogo, appunto, come spazio di trasformazione e di ricerca.

La percezione sonora

La nostra percezione sonora, nello spazio fisico (e forse soprattutto quando navighiamo sul web), sarà sempre elemento imprescindibile dal nostro essere. Il luogo dell’attesa e del transito, che sia il terminal di un aeroporto o il centro commerciale o, come tanti altri luoghi del passaggio, dell’alienazione, oggi, hanno cambiato la loro funzione e l’uso funzionale che ne fanno gli utenti. Aggiungo e azzarderei a dire, per l’uso originale e imprevedibile, che ne fanno gli utenti.
Condivido, infatti, pienamente quanto proposto e riproposto da Luca Rosati.

“l’architettura dell’informazione si pone come possibile collante fra i vari contesti di interazione uomo-informazione”

Quello che mi auguro e che auguro a quanti seguono questo blog è quello di avere strumenti e punti di vista e di ascolto diversi per interpretare al meglio quanto stiamo vivendo.
Sono certo, per esempio, che la prossima volta che passerete da un Terminal, guarderete e ascolterete lo spazio in modo diverse, avrete più consapevolezza di voi stessi, della vostra trasformazione da turista, lavoratore, migrante a viaggiatore/utente. Prima del controllo sicurezza avrete uno scopo che raggiungerete, solo, al superamento dell’uscita del prossimo terminal. Nel frattempo i viaggiatori sono tutti uguali, tutti devono seguire le stesse regole, e a nessuno importa delle ragioni del vostro volo.

Il tempo del mutamento

Almeno questo è quello che accade, e noi viviamo almeno il tempo del mutamento. “Presto”, previsioni per il 2024,  l’aeroporto e il terminal saranno altro. Già si parla di “Aeroville”: l’aeroporto sarà il luogo da dove comincia la propria vacanza. Per far questo si inizia a parlare dell’introduzione di iBeacon che identificano l’utente, ne riconoscono i bisogni richiesti dall’utente e gli segnaleranno dove poter soddisfare i propri interessi.

Capite, dunque, che il tema è centrale per l’architettura dell’informazione.

Esperienza sonora in aeroporto

Ma andiamo nello specifico e approfitto per raccontarvi la mia personale esperienza sonora in aeroporto. Mentre scrivevo i precedenti post, infatti, ho avuto la necessità di transitare da un Terminal italiano e ri-vivere per qualche ora l’esperienza del non luogo e del passeggero. Ovviamente non era la prima volta e non era la prima volta neppure in quel terminal.
Vi posso garantire che, nei Terminal, in generale, c’è una scarsissima attenzione verso l’informazione sonora. Mediocrità che ritengo abbastanza grave dato che le informazioni che vengono diffuse per i canali sonori sono informazioni molto importanti e principalmente per casi di emergenza e non per l’ordinario.

Cosa accade quotidianamente

Nell’ordinario, infatti, esiste un sistema che indirizza abbastanza agevolmente il passeggero verso la sua destinazione: al banco chek-in si viene ben istruiti su quali direzioni avviarsi, la giusta misura di un bagaglio a mano e cosa sia possibile portare dentro il terminal.

Le informazioni sono bene in vista in tutto il percorso con cartelli o dei video appositamente costruiti. Se si sono seguite tutte le istruzioni correttamente, biglietto alla mano, ci si dirige al Gate designato e ci si potrà imbarcare.
Questo l’ordinario.

Cosa accade durante l’emergenza?

Ma l’emergenza? Un cambio di gate, in un periodo particolarmente affollato dell’anno? Un ritardo dovuto a intense piogge o a nevicate eccezionali? L’ultima chiamata del volo per una famiglia che ha effettuato il check-in e non si presenta al gate? Tutte queste informazioni sono date per via sonora, attraverso altoparlanti.

Peccato che nei terminal la tecnologia usata non sia davvero aggiornata, o almeno, il risultato udibile è alla stregua di un citofono, che quando è nuovo ci permette di ricostruire quanto detto, ma quando è vecchio, è davvero incomprensibile. Eppure la tecnologia sonora, come casse e microfoni, ha fatto passi da gigante a costi sempre più contenuti.

Ho avuto modo di registrare un avviso, che vi propongo di seguito, del quale non ho capito nulla pur trovandomi davanti al gate. Annunci o avvisi di questo tipo andrebbero evitati e/o sicuramente migliorati.

Quale struttura acustica dell’aeroporto?

Chi ha “non pensato” alla struttura acustica dell’aeroporto, non ha neanche pensato al contesto sonoro in cui si sarebbe svolto l’annuncio e nessuno si preoccupa se l’informazione arriva o no.
Ecco perché oggi gli architetti dell’informazione pensano al contesto e il contesto non può essere più messo da parte.
Altra cosa, forse meno importante, forse anche secondaria. Al personale di terra, come a quello di aria, immagino sia fatto un corso anche superficiale di microfonia, dal momento che, per convenzione internazionale, usano tutti un tono robotico. Basterebbero 2 minuti in più per spiegare che bisogna tenere il microfono ad una “giusta” distanza dalla bocca.

L’acustica in aereo

Nel mio ultimo volo, sfogliando poi i giornali presenti in cabina, leggevo che l’attenzione per una acustica migliore per il passeggero è al centro delle attenzioni della compagnia aerea. Sforzo che è da apprezzare, ma l’uso del citofono per dare informazioni importanti sui sistemi di salvataggio è presente in molti aerei. Forse non nei più recenti, dove una animazione spiega chiaramente cosa fare in caso di emergenza, ma in molti aerei il citofono ancora la fa da padrone.

E’ davvero così difficile? Non mi pare. Dato che in contesti molto più ampi e caotici, vedi le stazioni ferroviarie, o in luoghi molto più rumorosi, vedi le metropolitane cittadine, le informazioni sonore arrivano in modo chiaro e diretto.

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English Version

I have long talked about the movie The Terminal and maybe someone will seem that I had moved away from the main topic of this blog that is the information architecture in audio contexts. I hope that this was only a brief impression because the intention was not so, and I’ll explain.
I took advantage of the movie “The Terminal” with three post because my field of study and research I want to focus on “not place” as a space of transformation.

Sound perception

Our perception of sound, physical space (and perhaps especially when we surf into Web), will always be an essential element of our being. The place of waiting and transit, which is the terminal of an airport or the mall or, like so many other places of transition, of alienation, today, have changed their function and functional use which make users . Add to say, to the use original and unpredictable, which make users.
I agree, in fact, fully what is proposed by Luca Rosati.

“Information architecture stands as possible glue between the various contexts of human-information”

What I hope and I wish for my follower is to have tools and points of view and different listening to better interpret what we are experiencing.
I am sure, for example, that the next time you pass by a terminal, you watch and listen space so different, you will have more awareness of yourself, of your transformation from tourist, worker, migrant to traveler/user. Before the security check you will have a purpose that you will reach, only and alone, exceeded the output of the next terminal. Meanwhile, travelers are all equal, everyone must follow the same rules, and no matter the reasons of your flight.

At least that’s what happens, and we live the time of the change. “Soon”, forecasts for 2024, the airport and the terminal will be more. There is already talk of “Aeroville”: the airport will be the place where your holiday begins. To do this you start talking about the introduction of iBeacon that identifies you, they recognize the needs requested by the user and will signal where to meet their own interests.

You understand, therefore, that the theme is central to the information architecture.

Time of change

But let’s take this opportunity to specifically and tell you my personal sound experience at the airport. While writing the previous post, in fact, I had the need to transit from an Italian Terminal and re-live the experience for a few hours the place and the passenger. Obviously it was not the first time and it was not even the first time in the terminal.
I can guarantee that, in the Terminal, in general, there is very little attention to the sound information. Mediocrity that I feel bad enough as the information that is disseminated to the sound channels are very important information and mainly for emergencies and not for the ordinary.

Sound experience at the airport

Ordinary, in fact, a system that addresses quite easily the passenger to his destination: the counter check-in will be well educated on what directions start, the right size of a carry-on and what you can bring in the terminal . The information is clearly visible across the path with signs or videos constructed. If you have followed all the instructions correctly, ticket in your hand, you head to the designated gate and you will board ship.

What happens during an emergency?

This ordinary. What happens during an emergency? A change of the gate, in a busy period of the year? A delay due to heavy rains or snowfalls exceptional? The last call of the flight for a family who has checked-in and do not show up at the gate? All this information is given by sound through speakers.
Too bad that in the terminal the technology used is not really up to date, or at least, the audible result is like a buzzer, which if it is new we can reconstruct what it said, but when it is old, it is really incomprehensible. Yet the sound technology, like speakers and microphones, has made great strides to cost more and more content.

I was able to register a notice, I propose you, which I did not understand anything but finding myself in front of the gate. Announcements or warnings of this kind should be avoided and / or definitely improved.

Who has “no thought” to the acoustic structure of the airport, he has not even thought about the sound environment in which the announcement would take place and nobody cares if the information arrives or not.
That is why today the architects think about the context and the context can not be put aside.
Else, perhaps less important, perhaps even secondary. Ground staff, as that of air, I guess it took a course even surface of microphones, since, by international convention, all use a robotic tone. It would have two minutes more to explain that you have to hold the microphone to a “right” distance from the mouth.

Which airport acoustical structure?

In my last flight, then flipping through the papers in the cab, I read that the focus for a better acoustics for the passenger is the center of attention of the airline. Effort that is to be appreciated, but the use of the telephone to give important information on rescue systems is found in many aircraft. Perhaps not the most recent, where an animation clearly explains what to do in an emergency, but in many aircraft the intercom still is king.

It ‘really so difficult? I do not think so. As in much broader contexts and chaotic, as railway stations, or in places much noisier, as the metropolitan city, the sound information arriving in a straightforward manner.

The Terminal: il non-luogo e le architetture dell’informazione 3/3

Con questo post concludo il discorso che ha preso spunto dal film “The Terminal” sul “non luogo” e l’architettura dell’informazione. Non sono ovviamente conclusi invece i riferimenti dedicati al non-luogo. Non solo perché il concetto stesso di non luogo ha subito dei cambiamenti e aggiornamenti da chi lo ha teorizzato e da chi lo usa da utente, ma anche perché ritengo che sia un concetto molto affascinante e, a mio parere, tanto legato alle tematiche dell’architettura dell’informazione 3.0.

Anno 2004

The Terminal è un film del 2004 ma è ambientato presumibilmente negli anni ottanta. Possiamo dare questa indicazione, intanto perché, in giro, non vediamo telefonini. Il primo telefonino è datato 6 marzo 1983. E a quell’epoca, molto più di oggi,  il costo era proibitivo e la diffusione appena cominciata. E poi viene usato un oggetto ben preciso: il cerca persone che viene dato a Viktor Navorski per essere rintracciato.

All’epoca di questo film siamo ancora al web 1.0. Si dovrà aspettare la fine del 2004, quando Tim O’Reilly titola appunto la O’really conference Il web 2.0 conference

Il 2004 fu un anno davvero rivoluzionario e non credo che me ne sia accorto in quell’anno. Nel febbraio 2004 viene lanciato Facebook , anche se è ancora un piccolo fenomeno dell’università locale, Myspace festeggia il suo primo anno di vita, anche se, già allora, non ebbe il meritato successo perché nell’immaginario fu subito classificato come social network di nicchia, legato al mondo della musica e dei musicisti. E sempre ne 2004 nasce LinkedIn.

Spilberg racconta, dunque, un mondo appena passato e lo guarda con gli occhi del futuro. In una scena del film, il signor Navorski, viene chiamato al cerca persona e la sceneggiatrice insieme al regista si divertono a sottolineare uno dei grandi limiti di questo oggetto; limite che conosce solo chi usa un telefonino. Quando squilla per la prima volta il cerca persone, Navorsky parla al cerca persona come fosse un microfono o quasi telefono. Grida, “Sto arrivando!” Noi sappiamo che non funziona così e ridiamo. Il paradosso crea la scena comica.

Verso la fine del film, il cerca persone sarà distrutto dai due protagonisti che ne fanno uso (Tom Hanks e Catherine Zeta Jones). All’epoca della prima visione, il gesto poteva significare una liberazione romantica anti stress. I due protagonisti si sentono “troppo” connessi e sempre rintracciabili anche durante una cena romantica e ben riuscita.

Con il senno di poi, possiamo leggere quel gesto come distruzione di un oggetto che aveva fatto il suo tempo. Altri oggetti, altri elementi di connessione, stavano nascendo e si sarebbero affermati con più forza.

Oggi

Oggi “The Terminal” non avrebbe lo stesso senso. Quasi impossibile che un passeggero non abbia un cellulare, una connessione ad internet, una tariffa dati per il suo smartphone, un wifi più o meno disponibile, una presa di corrente, una carta di credito, una carta ricaricabile per il viaggio, una rete di contatti.

L’aeroporto, ma anche il mondo, di oggi è cosa molto diversa da quello che era nel 2004 (sono passati 11 anni), sia come elemento architettonico (spaziale) in se stesso, si vedano i più recenti Aerport Design , sia per l’aggiunta di tecnologia che oggi vi si trova e di informazione che viene trasmessa.

Oggi l’aeroporto è una fonte continua di informazioni digitali e (aggiungo sempre) sonore. C’è un wifi, trovi connessioni internet chiuse e/o aperte, trovi tante persone con connessioni attive. Puoi interagire con l’aeroporto attraverso app di ultima generazione. L’aeroporto si è arricchito di postazioni internet pagabili con carta di credito o anche gratis (come avviene presso l’aeroporto di Roma), di colonnine elettriche (anche USB) per ricaricare telefonini, tablet e pc.

Navorski, oggi, avrebbe potuto avere maggiori informazioni (e nella sua lingua) di quello che stava accadendo a casa sua. Lo avrebbe potuto sapere da un giornale o blog online, o da un tweet o da un video caricato sulla bacheca Facebook di un amico. E anche se gli fosse sfuggito tutto questo, gli uffici della sicurezza lo avrebbero potuto far connettere ad un sito di notizie locali nella sua lingua nativa, che gli avrebbe spiegato la situazione. La polizia avrebbe potuto usare un google translate per una prima e anche approssimativa traduzione. Ma non solo, lo stesso direttore delle sicurezza avrebbe potuto ricevere direttive più veloci e immediate sul comportamento da adottare in una situazione di questo genere.

Il presente/futuro

Insomma l’aeroporto, il “non luogo” per eccellenza, si è molto trasformato, come d’altronde anche il mondo. Ma non è tanto lo spazio in se che si è trasformato. Si è trasformato l’uso che gli utenti ne fanno. Appena 10 anni fa, una sala d’attesa era un posto noioso dove non accadeva nulla. Oggi, le sale d’attesa sono un concentrato di alta tecnologia miniaturizzata. A questo proposito mi piace ricordare che il sottotitolo del film era “Life is waiting”.

Se di tutto questo se ne deve occupare l’architettura dell’informazione, insieme ad altre discipline che si occupano dell’Uomo/Utente, è appunto perché non siamo noi che andiamo sul web, almeno oggi non è più così, ma è il web che entra nel nostro spazio e lo modifica. Una rivoluzione e un cambio di prospettiva non da poco.

The Terminal: il nonluogo e le architetture dell’informazione 2/3

Nel film “The Terminal” succede una cosa che non succede normalmente. Il sé senza luogo, l’apolide Viktor Navorsky, abita il (nonluogo) luogo senza sé e lo modifica.

Per approfondire il tema sulle geografie emozionali e geografie dell’ascolto  rimando ai post precedenti.

Dal nonluogo…

Noi oggi ritorniamo al film (se vogliamo… al post precedente) e al punto in cui Navorski preso atto della sua tragedia, prende anche atto che in questa dimensione, seppur sospesa, dovrà pur vivere. E quando il sé senza luogo vive il nonluogo tutto viene stravolto. Accade, dunque, che un uomo in accappatoio gira per il terminal, inizia ad interagire con lo spazio, alla ricerca di ciò che offre gratuitamente (zucchero, maionese, crackers) o con la fatica, i carrelli portabagagli si scoprono essere una buona risorsa economica. Poi comincia ad interagire con le persone, in cerca di un lavoro, ma al sé senza luogo non è possibile dare un lavoro. Per evolversi ha bisogno di conoscenze, e ce ne è una fondamentale e (sembrerebbe fatto a posta per questo blog) sonora, ossia imparare una lingua. Solo dopo questo passaggio, e certamente anche grazie alle proprie competenze pregresse, trova un lavoro.

Il sé senza luogo vive il nonluogo, che però resta ancora tale, un luogo senza relazioni. C’è un preciso momento del film in cui il nonluogo diventerà un luogo. Avviene quando Navorski diventa un “traduttore”. Traduttore di sentimenti, prima (tra un addetto alla distribuzione di cibo e una poliziotta, un amore impossibile); traduttore di lingua straniera, poi. Ed è qui che siamo nel punto di passaggio.  Navorski viene chiamato per tradurre la lingua di un uomo che vive al confine con la Krakozia. Quest’ultimo ha con se delle medicine per il padre che sta morendo. Le medicine per poter essere esportate hanno bisogno di una ricetta medica, una documentazione di accompagnamento e una richiesta del medico del paese di arrivo. Navorski prima traduce alla lettera, confermando che le medicine servono ad un anziano padre. Poi, mentre l’uomo sta per essere accompagnato, a forza, al Gate, senza le medicine che restano in mano a Navorski e negli Stati Uniti, Navorski (pensa un po’… e…) da traduttore tradisce la traduzione. Dice di essersi sbagliato. Le medicine sono per una capra. Navorski, che ha compilato tutti i documenti possibili e immaginali per essere accettato a NY sa che i medicinali ad uso veterinario non hanno bisogno di ricetta.

E la traduzione, ancor più in questo caso, ha dovuto richiedere un ascolto. Saper tradurre significa saper ascoltare, tradurre alla lettera è un primissimo passo, ma Navorski, se in un primo momento traduce alla lettera, in un secondo momento, ripeto, tradisce la traduzione (rimando ad un articolo di Claudio Magris per un primo approfondimento) e traduce la parola “padre” con la parola “capra”. L’aver sentito male corrisponde con l’aver capito male. Il suono è fortemente legato al senso, l’ascolto è legato alla comprensione. L’incomprensione sonora, in questo caso, ha aiutato la vita di una persona, ha cambiato il destino di un vecchio morente. La traduzione ha tradito ma ha creato un contatto; il connazionale abbraccia e bacia con forza Navorski.

… al Luogo

Il nonluogo si trasforma, cambia, si modifica e diventa un luogo, diventa IL LUOGO. Manca un solo breve passaggio, il racconto dello Shiamano che racconta in modo epico e per via orale (ancora sonorità) le avventure di Viktor “La Capra”. Che se ritornassimo alla corretta traduzione sarebbe Viktor “Il Padre”.

Lo Shiamano, ricordo, è anche lui un traduttore: lo Shiamano è colui che attraversa e che si fa attraversare, che unisce dimensioni fisiche e spirituali diverse, che appunto traduce da una dimensione ad un’altra e tramanda da una generazione all’altra, anche attraverso il racconto.

Da questo punto in poi Viktor è riconosciuto, Viktor è colui che nel terminal ha creato delle relazioni, lui stesso ha delle relazioni di amicizia con gli impiegati ma anche con i passeggeri, tutti lo salutano e mostrano la loro stima nei confronti di questo uomo che ha trovato casa in un luogo che non è casa per nessuno di loro.

Verso la fine del film scopriamo cosa muove tutta la storia. Il racconto ha una sola motivazione, ancora (e concorderete insieme a me, non a caso) sonora: la passione per la musica, per il jazz in particolare. Il padre di Viktor era un appassionato di jazz. Possiede una fotografia con 57 jazzisti che si riunirono tutti una volta nella loro vita. Il padre scrive a tutti loro chiedendo una firma e raccoglie, in tutta la sua vita, tutti gli autografi di quei musicisti, tranne una. Viktor promette al padre di raccogliere quella firma e mantiene la promessa.

(continua…)

Sonorità a Malpensa

A proposito di Sonorità e Terminal, di cui mi sto occupando in queste settimane, ringrazio @IreneCafarelli , lettrice del blog, che mi segnala il flash mob svoltosi all’aeroporto di Malpensa il 17 settembre ed organizzato da Sea, gestore dell’aeroporto, e Teatro la Scala di Milano.

In pratica nella Food Court del Terminal 1 è andata in scena la prima di “Elisir d’amore”, l’opera di Gaetano Donizetti con la regia di Grischa Asagaroff e Fabio Luisi sul podio dell’orchestra. A guidare la compagnia di canto Vittorio Grigolo (Nemorino) e Eleonora Buratto (Adina), con Mattia Olivieri nei panni di Belcore.

Il flash mob però oltre ad avere un carattere momentaneo è stato rivolto soprattutto a migliorare l’immagine dell’aeroporto e non a migliorare strutturalmente l’esperienza degli utenti.

Mi sono appassionato all’architettura dell’informazione e ai suoi studi perché questa disciplina non si fonda su ciò che piace a me o ad altri, ma si basa fondamentalmente su ciò che funziona per tutti. Su un sito web il tasto “cerca” si trova nella fascia in alto (fascia di navigazione globale), non perché a me o ad altri architetti dell’informazione piace che sia in alto, ma perché è utile che si trovi in quel punto della pagina e funziona per tutti gli utenti che lo cercano in alto.

The Terminal: il non luogo e le architetture dell’informazione

Per spiegare il non luogo e le architetture dell’informazione,

continuo a parlare di cinema e di un film, di qualche anno fa, “The Terminal“.

Parlare di questo film mi permette di sottolineare, ancora una volta,

l’importanza del contesto sonoro, presentare cos’è il non luogo (o il luogo senza se)

e quali sono i legami con le architetture dell’informazione 3.0. 

Concetti che ho analizzato nell’articolo su geografie emozionali e geografie dell’ascolto.

Conoscerete sicuramente il film diretto da Steven Spielberg, con Tom Hanks e Catherine Zeta Jones come protagonisti. Potreste vedere o rivedere il Trailer. Forse, conoscerete meno, invece, Sasha Gervasi che ne scrisse la sceneggiatura. Sasha Gervasi, laureata in Storia moderna al King’s College di Londra,  ha sicuramente studiato a fondo il non luogo e le sue dinamiche, dato che considero la sceneggiatura di questo film un bel trattato sull’argomento.

Partiamo dalla storia: the Terminal

Viktor Navorski giunge all’aeroporto J.F. Kennedy di New York dalla Krakozhia. Mentre è in viaggio, nella sua nazione di origine avviene un colpo di stato. Il nuovo regime non è riconosciuto dagli Stati Uniti e quindi Navorski è classificato tra i passeggeri “inaccettabili”. In quanto apolide, viene bloccato all’interno dell’Aeroporto (continua su wikipedia).

Senza fare approfondimenti che non competono a questo blog, vorrei solo far notare come tutte le volte che si parla di luogo, ci si trova a relazionarsi con il concetto di spazio-tempo, di confine/limite, di accoglienza, migrazione/movimento, scambio di dati e persone. Lascio a voi tutte le eventuali considerazioni cinematografiche e sociologiche del film e mi concentro a parlarvi di un paio di scene che spiegano la dimensione sonora e l’architettura dell’informazione in contesti sonori.

Il non luogo

Come già spiegato e come teorizzato da Marc Augè, il non luogo è un luogo dove non esistono relazioni. Da un lato abbiamo i deserti, gli spazi blu degli oceani, dall’altro lato abbiamo i luoghi di passaggio: stazioni e aeroporti (principalmente).

Fino a qualche tempo fa anche i centri commerciali erano dei “non luoghi”, ma le abitudini delle persone (soprattutto l’incontrarsi dei giovani il sabato sera in un centro commerciale) ha reso quel posto un punto di incontro e non più solo di acquisto. Questa abitudine dell’incontro ha modificato le funzioni dello spazio. Se ti interessa l’argomento puoi leggere questo articolo dell’archivio corriere.it

E dove fino a qualche anno fa c’era un non luogo, oggi, la tecnologia, i social e il mobile modificano l’identità dello spazio.

L’aeroporto, o meglio ancora, il terminal (per intenderci lo spazio chiuso dopo i controlli e dove siamo trasformati in viaggiatori) resta comunque, in grandissima parte, il non luogo per eccellenza.

I suoni di un aeroporto

Il film comincia con dei suoni, dei rumori, delle voci particolari. Solo ascoltando questi suoni, anche senza immagini capiamo dove ci troviamo: ossia abbiamo le caselle degli orari dell’aeroporto che scivolano, abbiamo gli annunci da aeroporto che indicano le uscite per i voli in partenza. Non ci possiamo sbagliare. Il luogo è identificato al meglio dai suoni che lo compongono!

Viktor Navorski viene fermato al controllo passaporti, respinto poco prima dell’entrata negli Stati Uniti, viene subito portato dentro un confine, un limite piccolissimo. In effetti Lui è il luogo, lui è il rappresentante di uno Stato che non esiste più (anche se lui ancora non lo sa).

Da questo spazio viene portato nell’ufficio del direttore. Vi invito a guardare questa scena su due piani diversi: il primo sul piano sonoro; il secondo sul piano visivo.

La scena: il piano visivo

Azzeriamo il volume, togliamo l’audio e analizziamo prima il piano visivo.

Togliamo l’audio perché questo è il punto di vista (o meglio ancora, il punto di non ascolto) di Viktor Navorski. Il protagonista non parla l’inglese e non capisce, sente la voce degli altri ma è come se fosse sordo.

Un poliziotto e un signore in giacca e cravatta che si presenta, in velocità, lo saluta gentilmente, lo fa accomodare alla sua scrivania e si mette a parlare. Mentre parla, prende un box con del cibo ed inizia ad apparecchiare la scrivania. Pare che inviti Viktor Navorski a pranzo. Il contesto sembra, stranamente, colloquiale. Finito di apparecchiare, il signore in giacca e cravatta, mette al centro del tavolo un pacco di patatine (tra l’altro scorgiamo un simpatico errore di montaggio perché il pacco di patatine arriva dal nulla), prende una mela e sbattendola sul pacchetto lo fa esplodere sulla giacca di Navorski. Parla un altro po’, lo accompagna fuori dall’ufficio e lo saluta sempre nel modo più gentile possibile.

La scena, il piano uditivo

Rivediamo la scena e diamogli l’audio. Adesso possiamo ascoltare il dialogo. Navorski non parla e non comprende l’inglese molto bene, ha solo un frasario, che legge a stento. Ma il nostro audio da ascoltatori è chiarissimo. Il direttore della sicurezza del terminal, ripete più e più volte, almeno per tre volte, la situazione in cui si trova il signor Viktor Navorski. Ossia che il suo Stato non è più riconosciuto dagli Stati Uniti e che lui è “inaccettabile”. Insomma, gli dice cose terribile, che anche noi da ascoltatori (dato il contesto colloquiale che vediamo e da cui siamo ingannati) non percepiamo bene. È una scena tragica: viene detto a Navorski che non ha più una casa dove tornare, non ha più uno Stato in cui riconoscersi e soprattutto che non può andare da nessuna parte, né può concludere il suo viaggio, né può tornare indietro. Il tutto in maniera parecchio sbrigativa e colloquiale.  Poco importa a Navorski che non capisce; saluta e va via seguendo il poliziotto.

In un video su youtube al minuto 2.37 trovate alcuni estratti della scena descritta

Detta in questo modo capiamo che i due contesti, sonoro e visivo, sono molto diversi e in contrasto. In uno abbiamo un invito a pranzo, nell’altro il non riconoscimento come persona. Al signor Navorski viene spiegato più e più volte che è diventato “un se senza luogo”.

Il non luogo abitato

Continuiamo con la visione del film.

Navorski viene accompagnato all’intero del terminal internazionale. Questo “non luogo” è l’unico posto dove lui può essere libero. Navorski non capisce, non ha ancora capito, e vorrebbe capire quello che gli sta accadendo. Il poliziotto gli spiega, in breve, cos’è il non luogo: gli indica il luogo spazialmente (rappresentazione e contesto), gli consegna un badge (identità numerica), alcuni buoni pasto (valuta economica) dato che i soldi della Krakozia non hanno valore, e un cerca persone (oggi diremmo che gli viene data una connessione).

Navorski chiede: “Cosa devo fare?” Il poliziotto risponde: “L’unica cosa che può fare: comprare!” In altre parole: Navorski chiede “chi sono?” Risposta: “un consumatore”.

Il “luogo senza se” e il “se senza luogo”

Anche qui abbiamo una contrapposizione molto forte. Il “luogo senza se” e il “se senza luogo”, (che stanno agli estremi di una linea immaginaria che unisce la relazione e la non relazione, tra lo spazio e il tempo) si incontrano e dovranno convivere.

La “scena” precedente, sta volta, in un altro “ambiente”,  si ripete. Teniamo sempre presenti i due piani: visivo e sonoro.

The Terminal. Contesto visivo e sonoro del non luogo

L’attenzione di Navorski viene richiamata dall’inno nazionale del suo Paese (richiamo dell’attenzione e della memoria sonora) solo un accenno. Nel telegiornale si vedono le immagini della guerra in Krakozhia. Navorski cerca di leggere i sottotitoli dei telegiornali ma sono troppo veloci.

Se nella scena precedente il protagonista era sordo, sta volta è muto. Sono gli altri che non lo ascoltano, sono gli altri che non lo capiscono. Navorski non sente l’audio dei televisori, cerca e chiede aiuto. Ma si rende conto di essere muto, nessuno lo sente, nessuno lo capisce (precisamente come lui non aveva ascoltato, sentito e capito il dialogo precedente).

Nello stesso tempo le informazioni visive sono chiarissime, Navorski sta guardando la guerra in diretta, si vede che la gente viene ammazzata brutalmente per strada. Ma manca il sonoro, anche se probabilmente non capirebbe comunque; ma richiede un audio anche istintivamente. E quando finalmente trova l’audio, il “se senza luogo” viene fatto allontanare. Non ha tessere o cartellini per rimanere nella stanza dell’ascolto. Navorski prende coscienza di essere “un se senza luogo”.

Anche noi spettatori vediamo e assistiamo alla tragedia del signor Navorski, sebbene noi, prima di Navorski, sapevamo già di questa tragedia. Spielberg lo spiega ancora meglio raccontando con le immagini. Navorski diventa una sagoma umana dietro un vetro smerigliato e lo possiamo scorgere solo a tratti. Ha perso la sua identità, la sua forma, il suo essere “essere umano”, in una parola, è diventato “inaccettabile”.

Il sé senza luogo abita il (non luogo) luogo senza sé

Nel film “The Terminal” succede una cosa che non succede normalmente. Il sé senza luogo, l’apolide Viktor Navorsky, abita il (nonluogo) luogo senza sé e lo modifica.

Per approfondire il tema sulle geografie emozionali e geografie dell’ascolto vi rimando all’articolo sulle geografie emozionali.

Dal non luogo…

Arriviamo al punto in cui Navorski preso atto della sua tragedia, prende anche atto che in questa dimensione, seppur sospesa, dovrà vivere. E quando il sé senza luogo vive il nonluogo tutto viene stravolto. Accade, dunque, che un uomo in accappatoio gira per il terminal, inizia ad interagire con lo spazio, alla ricerca di ciò che offre gratuitamente (zucchero, maionese, crackers) o con la fatica, i carrelli portabagagli si scoprono essere una buona risorsa economica. Poi comincia ad interagire con le persone, in cerca di un lavoro, ma al sé senza luogo non è concesso avere un lavoro. Per evolversi ha bisogno di conoscenze, e ce ne è una fondamentale e sonora, ossia imparare una lingua. Solo dopo questo passaggio, e certamente anche grazie alle proprie competenze pregresse, trova un lavoro.

Il sé senza luogo vive il non luogo: le relazioni

Il sé senza luogo vive il non luogo, che resta ancora tale, un luogo senza relazioni. C’è un preciso momento del film in cui il non luogo diventerà un luogo. Avviene quando Navorski diventa un “traduttore”. Traduttore di sentimenti, prima (tra un addetto alla distribuzione di cibo e una poliziotta, un amore impossibile); traduttore di lingua straniera, poi.

Ed è qui che siamo nel punto di passaggio.

Il traduttore…

Guardiamo la scena della capra. Navorski viene chiamato per tradurre la lingua di un uomo che vive al confine con la Krakozia. Quest’ultimo ha con se delle medicine per il padre che sta morendo. Le medicine per poter essere esportate hanno bisogno di una ricetta medica, una documentazione di accompagnamento e una richiesta del medico del paese di arrivo. Navorski prima traduce alla lettera, confermando che le medicine servono ad un anziano padre. Poi, mentre l’uomo sta per essere accompagnato, a forza, al Gate, senza le medicine che restano in mano a Navorski e negli Stati Uniti, Navorski (pensa un po’… e…) da traduttore tradisce la traduzione. Dice di essersi sbagliato. Le medicine sono per una capra. Navorski, che ha compilato tutti i documenti possibili e immaginali per essere accettato a NY, sa che i medicinali ad uso veterinario non hanno bisogno di ricetta.

…La traduzione

La traduzione, ancor più in questo caso, ha dovuto richiedere un ascolto. Saper tradurre significa sapere ascoltare, tradurre alla lettera è un primissimo passo. Ma Navorski, se in un primo momento traduce alla lettera, in un secondo momento, ripeto, tradisce la traduzione (rimando ad un articolo di Claudio Magris per un approfondimento) e traduce la parola “padre” con la parola “capra”. L’aver sentito male corrisponde con l’aver capito male. 

Il suono è fortemente legato al senso, l’ascolto è legato alla comprensione. L’incomprensione sonora, in questo caso, ha aiutato la vita di una persona, ha cambiato il destino di un vecchio morente. La traduzione ha tradito ma ha creato un contatto; il connazionale abbraccia e bacia con forza Navorski.

… al Luogo

Il nonluogo si trasforma, cambia, si modifica e diventa un luogo, diventa IL LUOGO. Manca un solo breve passaggio, il racconto dello Shiamano che racconta in modo epico e per via orale (ancora sonorità) le avventure di Viktor “La Capra”. Che se ritornassimo alla corretta traduzione sarebbe Viktor “Il Padre”.

Lo Shiamano

Lo Shiamano, ricordo, è anche lui un traduttore: lo Shiamano è colui che attraversa e che si fa attraversare, che unisce dimensioni fisiche e spirituali diverse, che appunto traduce da una dimensione ad un’altra e tramanda da una generazione all’altra, anche attraverso il racconto.

Da questo punto in poi Viktor è riconosciuto, Viktor è colui che nel terminal ha creato delle relazioni. Lui stesso ha delle relazioni di amicizia con gli impiegati ma anche con i passeggeri. Tutti lo salutano e mostrano la loro stima nei confronti di questo uomo che ha trovato casa in un luogo che non è casa per nessuno di loro.

Le persone al centro

Quello che il direttore generale aeroportuale dice al responsabile della sicurezza è di mettere al centro le persone. Le persone e la tolleranza sono al centro di questo Paese. Le persone sono al centro di ogni reale democrazia. Demos è proprio il popolo, la democrazia il governo del popolo.

Così come in un aeroporto, in ogni progetto le persone devono stare al centro.

Perché? Durante la traduzione rivista e corretta di capra, il responsabile alla sicurezza chiede a Navorski, “perché lo stai facendo?”. Lo sta facendo non per salvare il mondo, ma perché le persone per Navorski sono al centro della sua vita. Lui comprende che si devono rispettare le regole. E aspetta. Ma sa anche che le persone, le sue relazioni sono, alla lunga, la scelta migliore. Per tutto il film Navorski non fa altro che intessere relazioni con le cose e con le persone.

Cosa muove tutta la storia di The Terminal?

Verso la fine del film scopriamo cosa muove tutta la storia. Il racconto ha una sola motivazione, ancora sonora: la passione per la musica, per il jazz in particolare. Il padre di Viktor era un appassionato di musica jazz. Possiede una fotografia con 57 jazzisti che si riunirono tutti una volta nella loro vita. Il padre scrive a tutti loro chiedendo una firma e raccoglie, in tutta la sua vita, tutti gli autografi di quei musicisti, tranne una. Viktor promette al padre di raccogliere quella firma e mantiene la promessa.

Concludendo

Concludo il discorso che ha preso spunto dal film “The Terminal

Non sono ovviamente conclusi invece i riferimenti dedicati al non luogo. Non solo perché il concetto stesso di non luogo ha subito dei cambiamenti e aggiornamenti da chi lo ha teorizzato e da chi lo usa da utente, ma anche perché ritengo che sia un concetto molto affascinante e, a mio parere, tanto legato alle tematiche dell’architettura dell’informazione 3.0.

Anno 2004

The Terminal è un film del 2004 ma è ambientato presumibilmente negli anni ottanta. Possiamo dare questa indicazione, intanto perché, in giro, non vediamo telefonini. Il primo telefonino è datato 6 marzo 1983. E a quell’epoca, molto più di oggi,  il costo era proibitivo e la diffusione appena cominciata. E poi viene usato un oggetto ben preciso: il cerca persone che viene dato a Viktor Navorski per essere rintracciato.

All’epoca di questo film siamo ancora al web 1.0. Si dovrà aspettare la fine del 2004, quando Tim O’Reilly titola appunto la O’really conference Il web 2.0 conference

I social networks

Il 2004 fu un anno davvero rivoluzionario e non credo che me ne sia accorto in quell’anno. Nel febbraio 2004 viene lanciato Facebook , anche se è ancora un piccolo fenomeno dell’università locale, Myspace festeggia il suo primo anno di vita, anche se, già allora, non ebbe il meritato successo perché nell’immaginario fu subito classificato come social network di nicchia, legato al mondo della musica e dei musicisti. E sempre nel 2004 nasce LinkedIn.

Spilberg racconta, dunque, un mondo appena passato e lo guarda con gli occhi del futuro. In una scena del film, il signor Navorski, viene chiamato al cerca persona e la sceneggiatrice insieme al regista si divertono a sottolineare uno dei grandi limiti di questo oggetto; limite che conosce solo chi usa un telefonino. Quando squilla per la prima volta il cerca persone, Navorsky parla al cerca persona come fosse un microfono o quasi telefono. Grida, “Sto arrivando!” Noi sappiamo che non funziona così e ridiamo. Il paradosso crea la scena comica.

Verso la fine del film, il cerca persone sarà distrutto dai due protagonisti che ne fanno uso (Tom Hanks e Catherine Zeta Jones). All’epoca della prima visione, il gesto poteva significare una liberazione romantica anti stress. I due protagonisti si sentono “troppo” connessi e sempre rintracciabili anche durante una cena romantica e ben riuscita.

Con il senno di poi, possiamo leggere quel gesto come distruzione di un oggetto che aveva fatto il suo tempo. Altri oggetti, altri elementi di connessione, stavano nascendo e si sarebbero affermati con più forza.

Oggi

Oggi “The Terminal” non avrebbe lo stesso senso. Quasi impossibile che un passeggero non abbia un cellulare, una connessione ad internet, una tariffa dati per il suo smartphone, un wifi più o meno disponibile, una presa di corrente, una carta di credito, una carta ricaricabile per il viaggio, una rete di contatti.

L’aeroporto, ma anche il mondo, di oggi è cosa molto diversa da quello che era nel 2004 (sono passati 11 anni), sia come elemento architettonico (spaziale) in se stesso, si vedano i più recenti Aerport Design , sia per l’aggiunta di tecnologia che oggi vi si trova e di informazione che viene trasmessa.

Il non luogo e le architetture dell’informazione

Oggi l’aeroporto è una fonte continua di informazioni digitali e sonore. C’è un wifi, trovi connessioni internet chiuse e/o aperte, trovi tante persone con connessioni attive. Puoi interagire con l’aeroporto attraverso app di ultima generazione. L’aeroporto si è arricchito di postazioni internet pagabili con carta di credito o anche gratis (come avviene presso l’aeroporto di Roma), di colonnine elettriche (anche USB) per ricaricare telefonini, tablet e pc.

Navorski, oggi, avrebbe potuto avere maggiori informazioni (e nella sua lingua) di quello che stava accadendo a casa sua. Lo avrebbe potuto sapere da un giornale o blog online, o da un tweet o da un video caricato sulla bacheca Facebook di un amico. E anche se gli fosse sfuggito tutto questo, gli uffici della sicurezza lo avrebbero potuto far connettere ad un sito di notizie locali nella sua lingua nativa, che gli avrebbe spiegato la situazione. La polizia avrebbe potuto usare un google translate per una prima e anche approssimativa traduzione. Ma non solo, lo stesso direttore delle sicurezza avrebbe potuto ricevere direttive più veloci e immediate sul comportamento da adottare in una situazione di questo genere.

Il non luogo nel presente/futuro

Insomma l’aeroporto, il “non luogo” per eccellenza, si è molto trasformato, come d’altronde anche il mondo. Ma non è tanto lo spazio in se che si è trasformato. Si è trasformato l’uso che gli utenti ne fanno. Appena 10 anni fa, una sala d’attesa era un posto noioso dove non accadeva nulla. Oggi, le sale d’attesa sono un concentrato di alta tecnologia miniaturizzata. A questo proposito mi piace ricordare che il sottotitolo del film era “Life is waiting”.

Se di tutto questo se ne deve occupare l’architettura dell’informazione, insieme ad altre discipline che si occupano dell’Uomo/Utente, è appunto perché non siamo noi che andiamo sul web, almeno oggi non è più così, ma è il web che entra nel nostro spazio e lo modifica. Una rivoluzione e un cambio di prospettiva non da poco.

E a tal proposito vi consiglio la lettura del mio articolo sulle case invisivili, le case che siamo.