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Intervista a Maria Pia Erice e Maurizio Schifano

Intervistare Maria Pia Erice e Maurizio Schifano è stato un vero piacere.

Come ho detto loro nell’intervista, quando penso a Maria Pia Erice e a Maurizio Schifano mi vengono in mente parole come attivismo, partecipazione, militanza. È quello che questi meravigliosi ragazzi fanno in Sicilia. Dietro molti degli eventi dedicati all’architettura dell’informazione e dell’User Experience, infatti, in Sicilia, ci sono loro due.

Nonostante la Sicilia, come la provincia, sia una sfida continua, Maria Pia e Maurizio non hanno mai rinunciato. E di questo la comunità siciliana deve essere grata. Almeno io lo sono.

Ed è proprio per ringraziarli della loro attività che li ho invitati sul mio blog. Spero che chi legga questo articolo poi abbia la curiosità di andarli a conoscere digitalmente e speriamo presto di poter tornare a viaggiare per andare a trovarli a Trapani nel loro Hype Bang.

Domanda di rito, per cominciare. Come è stato il vostro incontro con la UX?

Maurizio Schifano

Il mio interesse nasce nel periodo universitario. Studiando design del prodotto, cominciavo ad acquisire una visione critica verso un mondo saturo di oggetti che non erano molto utili, soprattutto per la visione che ci trasmettevano i nostri docenti, il mio ruolo come progettista non mi quadrava in quell’ambito, già ero molto attento ad aspetti etici del design.
Erano, poi, gli anni in cui arrivavano i primi smartphone e cominciavo a pormi molte domande sul rapporto tra le persone e la tecnologia. Vedevo le persone più grandi di me avere difficoltà nell’usare i computer e per me era una cosa inconcepibile.
Ho iniziato le mie ricerche e letture dal Bauhaus ad oggi, Maldonato, Bonsipe, Ideo, Nielsen, passando dall’ergonomia fino ad arrivare ai primi blog che mi anno data accesso ad un mondo di conoscenza, in particolare gli articoli di Luca Rosati che ancora oggi guidano il mio lavoro.

Maria Pia Erice

Rendere usabile un prodotto/messaggio significa renderlo accessibile a molti e chi si occupa di comunicazione non può che avere questo tra i suoi obbiettivi: permettere a tutti di comprendere una idea o di accedere alla conoscenza.

Fare comunità in Sicilia è difficilissimo. Come ci riesci/riuscite?

Maurizio

Da sempre viviamo una dimensione fisica/digitale delle comunità, il mio riferimento non è solo la Sicilia, grazie ad internet e ai social riusciamo tenerci in contatto con diverse comunità e realtà in giro per l’Italia.
In Sicilia non aiutano le distanze essendo difficile spostarsi ma ogni anno ci prendiamo dei momenti per summit o convention ritrovando vari amici e colleghi, anche fuori dalla Sicilia.

Maria Pia

Fare comunità è difficile un po’ dappertutto perché aprirsi agli altri significa abbattere muri, superare diffidenze. Le distanze sono sicuramente un problema, soprattutto al Sud, ma il digitale ci aiuta moltissimo.

Cosa pensate ci voglia per dare continuità ad un gruppo/comunità? Ci sono degli elementi che hai individuato? C’è qualcosa che proprio si dovrebbe fare ma da solo non riesci? Ad avere tempo e denaro, cosa ci sarebbe da fare?

Maurizio

Esistono diversi tipi di comunità e le descrive bene Ezio Manzini nel suo libro per che fare (da approfondire). Serve uno scopo, che accomuni gli intenti della comunità. Servono delle regole, per la gestione dei rapporti umani. Servono principi e visioni compatibili per andare nella stessa direzione.
E infine serve cuore, che altri chiamerebbero empatia, per capire gli altri e lavorare insieme.
Lavorare insieme è alla base del nostro metodo e le comunità in tal senso sono la massima espressione ma ci piace essere fluidi e le esperienze che si esauriscono e bene che vengano concluse.

Maria Pia

Ci vuole impegno per lavorare insieme. E bisogna lanciarsi, correre il rischio di lasciarsi “contaminare”. Un rischio bellissimo.

Maurizio. Da ambasciatore di Architecta come vedi la Sicilia?

Maurizio

La Sicilia è una terra di sperimentazione.
Molti colleghi sono andati via, altri stanno tornando trovando una dimensione con il lavoro da remoto.
Personalmente ho scelto di rimanere per continuare a lavorare da qui, molte occasioni me le sono perse ma il giusto equilibrio tra la vita e la professione l’ho trovato qui.

Maria Pia, in Sicilia trovi città intelligenti?

In Sicilia ci sono esperienze intelligenti, gruppi formali e non, tentativi di intelligenza diffusa. Intelligente significa sostenibile, connesso, scalabile, adattabile. No, città di questo tipo non ne vedo. Ma abitanti sì.

Maurizio, sei legato al mondo dell’Open source. Intanto come nasce questo legame/interesse e poi quali sono i punti che legano l’open source al tuo essere UX designer.

Non ricordo bene come ci sono arrivato, sicuramente una attitudine a capire le cose, ho sempre smanettato.
Oggi è più una visione politica, anche se molte sperimentazioni di quel mondo si stanno trasformando in altro.
Da UX Designer mi piace molto rendere le persone capaci di svolgere un compito che assolva ai loro bisogni.
Ci sono molte analogie con il mondo open in tal senso, si creano insieme strumenti condivisi che aiutano tutti e spesso il risultato non è lo strumento in se ma la relazione e l’impatto che si è generato.

Maria Pia, da lingue a grafica user designer, come descriveresti il tuo percorso?

Stranamente comprensibile. Ho studiato letterature straniere e cos’è la letteratura con i suoi stili, i suoi registri, le sue diverse forse, se non una organizzazione di informazioni al servizio di un utente/lettore?

Da quando ci siamo conosciuti ho visto che vi siete sempre cimentati nella creazione e conduzione di workshop. Cosa vi piace di questa attività e perché?

Maurizio

Un vocazione nel trasmettere la conoscenza.
E un processo di simbiosi che tra noi e gli studenti ci stimola a mettere in discussione i nostri metodi e sposta la linea delle sperimentazione in avanti.
È iniziato tutto all’università, lavorando con gli studenti.
Ho sempre cercato si trasmettere la curiosità e la passione per il design

Maria Pia

Vivere senza condividere esperienze e conoscenze è da egoisti.

Insieme avete iniziato questa avventura che si chiama HypeBang. Come nasce e come procede?

Maria Pia Erice e Maurizio Schifano

HypeBang è lo spazio dove si concretizzano piccoli e più grandi progetti, dove costruiamo strategie che migliorano l’esperienza di utenti finali e di aziende/organizzazioni. Ci piace costruire processi e raccontare ogni fase a chi decide di sceglierci. Insomma, sempre la condivisione al centro.

Quando penso a voi due mi vengono in mente parole come attivismo, partecipazione, militanza. Vi riconoscete, in queste parole? E dove trovate le energie?

Maria Pia

Sono tutte parole che raccontano un certo dinamismo civile. Don Milani diceva “A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca”. Ecco, meno mani in tasca, più vivacità umana.

Progetti e idee del presente futuro?

Maurizio e Maria Pia

Continuare a lavorare immersi nelle città e nei quartieri riuscendo a mescolare il fisico e il digitale.

E per finire le ultime 3 domande

Le domande che faccio a tutti.

Consiglia un libro

Maurizio

La nazione delle piante” di Stefano Mancuso.

Maria Pia

I Miserabili” di Victor Hugo.

Consiglia un brano musicale o un cd

Maurizio

The devil’s Walk” di Apparat.

Maria Pia

“Creep” dei Radiohead.

Consiglia un film

Maurizio

The Straight Story, di David David Lynch.

Maria Pia

Il labirinto del Fauno, di Guillermo del Toro.

Grazie a Maria Pia Erice e Maurizio Schifano

Ringrazio Maria Pia e Maurizio per questa loro intervista. Grazie anche per la loro attività di ambasciatori della disciplina, per la loro attività di volontariato per Architecta, come per tutte le altre comunità locali.

Grazie, grazie di vero cuore!

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Intervista a Raffaele Boiano

Raffaele Boiano è una di quelle persone che vorrei avere accanto sempre. Ascolterei per ore Raffaele Boiano e so che sarei ascoltato, in modo attivo, vero. Perché Raffaele mette al centro la persona nei suoi progetti come nella vita quotidiana. E questo si sente, anche a pelle.

Chi è Raffaele Boiano

Se si elencassero un po’ di competenze nell’ambito dell’User Experience design come: l’architettura dell’informazione, il Web design, l’User Experience Engineering, l’Usability Engineering, l’Interaction Design, il Content Management, il Creative Writing, Public Speaking, Project Management, si avrebbe il profilo professionale di Raffaele Boiano.

E a vedere tutte le attività che svolge in giro, sembrerebbe che Raffaele Boiano abbia 150 anni. In realtà quando si incontra di persona si vede che è giovane e capisci che è uno di quelli bravi.

Non scriverò anche qui il suo curriculum vitae né la sua biografia che potrete trovare facilmente sul web. Magari, se lo cercate, è bene sapere che, su internet, è conosciuto con il nome di rainwiz Rainwiz,com è il suo sito personale,

Ma voglio sottolineare almeno due delle attività che ritengo più importanti: la docenza di User Experience presso il Politecnico di Milano, per il corso di laurea specialistica PSSD Product, service & System Design. E la sua attività di imprenditore e co- fondatore di Fifth Beat, studio di design, di cui parleremo nell’intervista, qui di seguito.

Cosa si dice di Raffaele Boiano

Prima di lasciarvi alle risposte di Raffaele, però voglio riportare la referenza di Raffaele Gaito, Growth Hacker, blogger e youtuber, abbastanza conosciuto sul web, per trasmettere a pieno il grande valore di Raffaele e la stima di cui gode da parte dei colleghi.

Raffaele è una delle persone più brillanti che ho incontrato negli ultimi anni. Uno di quelli che riesce a unire alla perfezioni competenze tecniche e umanistiche tirando fuori il meglio da entrambe. Ha la capacità (per nulla scontata) di andare a fondo nelle cose e di mettersi in discussione quando necessario!

Intervista a Raffaele Boiano

A Raffaele Boiano ho fatto un po’ di domande personali sul suo rapporto con la provincia e sul suo percorso professionale: da freelance è diventato imprenditore ed ha creato uno studio di design che è una bella realtà fatta di giovani e grandi professionisti. Tra il team si trova anche Raffaella Roviglioni che abbiamo intervistato.

Le risposte di Raffaele mi sono arrivate in un documento drive condiviso, su carta intestata e con grafica Fifth Beat.

Ed è per questo motivo che ho voluto lasciare e riproporre i colori dello studio di design, per restituire ai miei lettori, la cura dei dettagli di Raffaele.

Parto da una domanda personale che racconti “quasi” sempre. Sei cresciuto a Ciampino, ne parli con toni poco entusiasti, “un posto bizzarro”, “una Berlino sfigata” le tue recenti definizioni. Eppure mi sembra di capire che sei rimasto a Ciampino. E che questa periferia, alla fine, ti ha dato una spinta incredibile a fare tutto quello che stai realizzando. Quindi la periferia è stata una condanna o una sfida?

Ciampino non l’ho scelta, l’ho subita e ci ho messo anni a togliere questo rancore misto a senso di non appartenenza. La Ciampino degli anni 80 in cui sono cresciuto era un non luogo fatto di pendolari ammassati nella stazione dei treni nei giorni di pioggia a fare a spallate per un posto sotto alla pensilina; delle siringhe di eroina nel parchetto vicino casa, per cui a noi bimbi erano preclusi gli scivoli; dell’odore di cherosene degli aerei che ogni tanto sospendevano le conversazioni per 10 secondi con il loro fragore.

Nell’adolescenza prendevamo il 551, un bus che portava da Morena alla metropolitana per poi andare in centro. I ciampinesi dicono: “oggi pomeriggio andiamo a Roma? Oppure andiamo a Frascati o Albano?” Roma e i castelli romani hanno un’identità e un senso di appartenenza, a Ciampino ci capiti e magari ci resti, senza un motivo preciso. Non sei in provincia. Non sei in paese. Non sei in città.

Questa identità aperta, questo vivere in una membrana, è stato per me forse uno stimolo a cercare delle identità nuove. Non avendone una, ho provato a formarne alcune nella mia vita e ho scoperto il piacere della polifonia, cioè della pluralità delle appartenenze. Di certo sono lontano da chi rivendica un’identità nazionale, razziale, sessuale e culturale come asimmetrica rispetto alle altre.

Magari Ciampino tra 20 anni sarà Hipster. E io rimpiangerò il signor Tortorella, emigrato siciliano che vendeva i coriandoli alle feste in Piazza della Pace e mi regalava ogni tanto un po’ di pizza.

Raffaele, oltre ad essere un UX designer tu sei un imprenditore, sei il CEO di Fifth Beat. In tempo di Covid qual è il tuo stato d’animo in questo periodo?

È un periodo dove è difficile fare previsioni. Non che solitamente sia così facile, ma una parte del mio lavoro è oggi garantire la sostenibilità dell’organizzazione e non mi ero mai trovato prima a pensare a questo. Fifth Beat è cresciuta ogni anno in maniera naturale, grazie ai clienti che ci hanno scelto e all’impegno di tutte le persone che lavorano e collaborano con noi.

Io vivo questo momento provando ad alzare gli occhi dalla scrivania per immaginare il mondo che sarà. Alcune aziende oggi sono in survival mode perché è a repentaglio il loro modello di business; altre in adaptation mode perché stanno più o meno lentamente provando a cambiare; altre ancora in opportunity mode, perché questa situazione ha esaltato alcune delle loro caratteristiche preesistenti.

Io sono orgoglioso che, grazie al lavoro di tutti e alla nostra capacità di abbracciare il cambiamento, Fifth Beat non abbia fatto nemmeno 1 giorno di cassa integrazione. 

Il 22 e il 23 dicembre faremo il Beat Camp una unconference per parlare proprio di: LIFE IN A PANDEMIC WORLD e THE FUTURE WE’RE TRYING TO BUILD.

Da UX designer a imprenditore, appunto, ci racconti cosa volevi realizzare con Fifth Beat e cosa hai realizzato? 

Fifth Beat è nata come uno studio associato: 3 persone che si stimano e che vanno dal notaio con 1000 € e un panino con la mortadella (true story). Progressivamente è diventata una micro azienda e poi una piccola azienda.

Sono stato per tanti anni un dipendente e so che significa non avere stima del management o non credere nella direzione di un’azienda. Ora che prendere delle decisioni strategiche tocca a me ne sento il peso ma raccolgo la sfida: io mi impegno tutti i giorni a fare di Fifth Beat il contesto ideale dove ognuno possa esprimere il proprio talento. 

Per me è molto difficile fermarmi a pensare a che cosa abbiamo realizzato. Mi sembra sempre che ci sia tantissimo da cambiare e migliorare. 

Ci dai la tua definizione affettiva di etnografia?

Una definizione “affettiva”. Wow. L’etnografia è stata la passione della mia vita da studente universitario. La scelta di laurearmi in antropologia culturale con un professore che per me resta un modello nella relazione con gli studenti e nella voglia di innovare la didattica. L’incontro fortuito con James Clifford a Santa Cruz e alcune lezioni di metodologia della ricerca delle scienze sociali credo abbiano strutturato alcune delle forme del pensiero grazie alle quali provo a leggere il mondo.

Il dentro/fuori richiesto dall’osservazione partecipante, il paradigma epistemologico dell’etnografia da Malinowski agli anni ‘50, è una meravigliosa condizione limbica che avevo vissuto tante volte nella vita senza riuscire a dargli un nome.

Potrei dire che mi piaceva l’etnografia anche prima di conoscere il suo nome e sapere che era una disciplina. Quando con i miei da piccolo andavamo a fare la spesa in un posto a Grottaferrata per non annoiarmi osservavo tutte le persone tra le corsie e al banco e provavo a immaginare che case avessero, che persone frequentassero. Ogni tanto mi avvicinavo sorridente a fare delle domande ingenue (e nessuno dice “vai via” a un bambino) per sapere se le mie fantasie corrispondessero a realtà. Mia mamma mi vedeva dare confidenza ad estranei e si avvicinava scusandosi, ma solo una volta mi rimproverò davvero (mi lasciava fare, aveva capito che ero semplicemente curioso e non fastidio per gli altri).

Cosa significa per te “ricavare valore per il progetto”?

Il valore viene spesso confuso con la sua misura, che può essere economica (valore di stima o di scambio)

Io credo che la definizione di valore sia più profonda e connessa a una visione del mondo: è quello che riteniamo essere l’outcome adeguato di uno sforzo. Se mi alleno tutta la settimana per stare in forma e quando mi peso vedo che ho perso un kg, quel kg in meno per me ha un valore che giustifica tutte le ore di allenamento. Se è tardi, sono sfinito dal lavoro ma esco comunque per andare a trovare un amico e stare con lui, probabilmente quel momento tra noi ha un valore che bilancia o supera l’inerzia di restare a casa a riposarmi.

Per le aziende, che sono organizzazioni economiche votate prevalentemente al profitto, il valore è ogni cosa che le avvicina a incrementare o mantenere il loro profitto: ricavi, clienti più soddisfatti, più clienti, dipendenti più ingaggiati, meno costi, clienti più fedeli, qualità della vità dei dipendenti, qualità e sostenibilità del contesto in cui operano.

Per un team che vuole innovare prodotti e servizi è importante avere un allineamento prima di iniziare il progetto e capire insieme che cosa consideriamo valore: quale sarà l’outcome che vogliamo creare insieme. In base a cosa misureremo il successo del progetto e diremo che è andata bene, benino, maluccio, male male o benissimo?

Senza questo allineamento si parte con un debito profondo di intento. 

Sai che l’ascolto è uno dei temi che amo. E nei tuoi corsi parli proprio di ascolto attivo. A me pare che questa capacità si vada sempre più perdendo. Tutti abbiamo qualcosa da dire, da scrivere, ma, a mio parere, nell’ascolto avviene la vera comunicazione, si instaura una relazione. Quali sono gli aspetti più interessanti, secondo te, dell’ascolto?

L’ascolto attivo è uno skill difficile da sviluppare. Si può sviluppare, ma ci vogliono centinaia di ore di ascolto. Non è una di quelle cose che si apprendono sui libri, è come pilotare un aereo: le ore di simulatore di volo e proprio di volo ti abilitano a prendere i brevetti successivi. C’è stato un momento nella mia vita professionale in cui lavoravo in un team di prodotto facendo prevalentemente l’intervistatore. Nel 2008 ho condotto 416 interviste 1 to 1 in un anno. Riascoltando le registrazioni per annotare le frasi più importanti, mi accorgevo dei miei errori e di quanti spunti non avevo raccolto a causa di un ascolto superficiale.

Il mio punto di riferimento sull’ascolto attivo è Marianella Sclavi (il suo libro e le sue regole). L’idea che il ricercatore sia un esploratore di mondi possibili mi convince molto.

Come studio di designer fai/fate un gran lavoro di divulgazione, su MEDIUM avete scritto tanti articoli, poi avete pubblicato il libro 15X30, che riprende le risposte che avete raccolto sul web, adesso mi pare che il format prosegue con una domanda posta a molte persone. C’è qualche risposta che ti ha colpito più di altre e perché?

Non farmi fare la cattiveria di citare solo una risposta. Come sai 15×30 è un digest annuale: scegliamo 30 designer che vengono da background diversi e facciamo loro 15 domande (le stesse). È un progetto non profit pensato per la nostra comunità di pratica, curato da Fifth Beat.

Le persone che partecipano a 15×30 non sono retribuite, fanno un regalo a noi e a tutta la design community. In queste due edizioni tante cose per me sono state belle e preferisco non prenderne una in particolare.

È una domanda che sto facendo un po’ in giro. E mi capita perché da quando vivo lontano dal “centro” dove accadono le cose e dalle persone, in pratica sto molto sul web, leggo molti articoli però molti concetti ritornano sempre, descritti magari in forma diversa. Tu sei docente e sei anche sul campo. Hai una novità della disciplina che ti ha colpito o qualcosa di innovativo che tu vedi ma magari non è stato ancora sviluppato?

Credo che tutto il mondo della user research sia a una svolta, grazie al paradigma dell’atomic research. Gli ultimi due anni sono stati un fiorire di research repositories e in questo momento tutti i processi di discovery nelle organizzazioni devono trasformarsi in quella direzione.

A me stimola molto anche la community di research about systemic design. Ripensare a livello sistemico l’educazione, la sanità, la cittadinanza saranno le sfide di un mondo meno burocratico e più capace di valorizzare l’emergente.

Oppure la disciplina è ancora giovane e va bene studiare le basi?

La user experience design, in un contesto accademico, non è un campo di studi giovane ma direi neonato.

La linea di congiunzione tra il Bauhaus e il Royal College of Art è stata molto curva e discontinua. Per questo motivo il design stesso è diventato una disciplina accademica da pochi decenni, grazie a Bruce Archer e a tutta la generazione di design researchers che negli anni ‘60 hanno messo le basi affinché nascessero i Design Studies (formalizzati poi come rivista alla fine degli anni ‘70).

A tutte le persone che si avvicinano alla nostra materia faccio sempre 2 domande per capire che dialogo possiamo avere: 

  • Che differenza c’è tra arte e design?
  • Se avessi una bacchetta magica, la useresti per…

Spesso incontro persone che vogliono imparare un mestiere e i mestieri si imparano facendoli, a bottega. Il brutto della gavetta è che più impari un mestiere, più ti specializzi, più sei a rischio che il mondo cambi e che la tua specializzazione non sia più rilevante. Un corso o una facoltà servono a farti ragionare, a creare forme del pensiero per renderti una persona più antifragile.

Una delle citazioni di Picasso che adoro è “A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”

E per finire le ultime 3 domande di sempre.

Consiglia un libro

Faccio sempre fatica a rispondere a domande come questa. American Psycho di Bret Easton Ellis. Patrick Bateman è uno dei personaggi più stranianti di sempre.

Consiglia un brano musicale o un cd

OK Computer. È l’album che ascolto più o meno ogni 6 mesi da 20 anni.

Consiglia un film

Un film che alcuni dei miei studenti non hanno mai visto è Amadeus di Milos Forman sulla vita di Mozart (è un biopic, un genere che io vedo molto poco). Lo vidi per la prima volta da bambino e mi fece un po’ paura. L’ho rivisto un anno fa adorando il punto di vista scelto dal regista. Oggi un cliente mi ha citato questo momento di sceneggiatura, ispirato a una storia vera, di quando Mozart presentò all’imperatore Giuseppe II l’opera “il ratto del serraglio”.

Grazie!

Nel ringraziare Raffaele per essersi gentilmente concesso, vi lascio con una curiosità.

Cercando sul web Raffaele Boiano, si trova un’antologia delle poesie di Raffaele Boiano, poeta molisano nato e vissuto a Prata Sannita nel Novecento dal titolo Maledetto Natale. Non si tratta del nostro Raffaele, ma del nonno, erede Domenico Maria Lorenzo Boiano, di cui vi consiglio la lettura o quanto meno la prefazione del nostro Rainwiz.

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Intervista a Simone Borsci

Questa settimana intervista a Simone Borsci, ricercatore, assistant professor presso l’Università di Twente, regione nell’est dei Paesi Bassi, la parte più orientale e urbanizzata.

Simone Borsci è un professore ma è anche un ricercatore puro. Non è facile trovare notizie su di lui senza andare a leggere le numerose ricerche che ha condotto.

Se si vuole indagare sulla sua carriera accademica e lavorativa è necessario visitare la pagina dell’Università a lui dedicata.

Qui facciamo solo una piccola sintesi, per quanto possibile.

Interessi e campi di ricerca di Simone Borsci

Simone Borsci si occupa di Prototyping, Information Technology, Cognitive Development, Usability, User Experience, User Studies, Interaction Designing, Design Thinking, Rapid Prototyping.

I campi di ricerca sono

i Fattori umani ed ergonomia; HCI / HRI, interazione con tecnologia e artefatti, studi di usabilità e accessibilità, analisi dell’esperienza utente in contesti informatici ubiquitari, modellazione del comportamento umano, servizi per la salute e la disabilità e design del prodotto, abbinamento di persone e tecnologia, ricerca qualitativa e quantitativa della psicologia applicata utilizzando multivariato e tecniche statistiche predittive.

Le sue esperienze lavorati e le sue competenze riguardano il mondo dell’User experience in progetti innovativi e all’avanguardia. Ha lavorato e continua a lavorare in progetti interdisciplinari con particolare attenzione, per la sua parte, all’usabilità, UX e fattori umani, sia in ambito accademico che industriale.

Ricerca e insegnamento

Dal 2008 fa ricerca e insegna presso alcune delle migliori università europee.

Insegnante di psicologia dell’apprendimento e della disabilità, presso l’Università degli Studi di Perugia. Ricercatore presso Human Factors Research Group dell’Università di Nottingham, per il progetto Live Augmented Reality Training Environments (LARTE) con Jaguar Land Rover. Ricercatore presso la Brunel University dove ho svolto ricerche su diversi argomenti come le tecnologie dei dispositivi medici e le prospettive degli utenti. Dal 2015 al 2018 Fellow e co-lead dell’unità Human Factor del NIHR DEC London presso il dipartimento di chirurgia e cancro dell’Imperial College. E come dicevamo all’inizio adesso è professore presso l’unuiversità Belga.

Simone Borsci ha una vasta esperienza nella progettazione di studi etnografici, test a distanza e in-house / di laboratorio e nella progettazione e utilizzo di questionari di indagine, pensiero ad alta voce, focus group e interviste.

Attualmente si occupa di

  • integrazione dei fattori umani e dell’economia sanitaria per la valutazione e lo sviluppo di dispositivi medici;
  • il concetto di fiducia nell’uso;
  • metodi di valutazione dell’usabilità e della UX per VR / AR e strumenti medici;
  • interazione uomo robot ;
  • interazione con interfacce conversazionali e chatbot.

Passione per il proprio lavoro

Ma forse per capire la passione per l’insegnamento e il metodo di lavoro di Simone Borsci è necessario leggere un suo recente post (ottobre 2020) che ho trovato sulla sua bacheca social.

Ogni anno in questo periodo prendo tutti i contenuti delle mie lezioni. Seleziono circa il 20% che non posso o non voglio cambiare, butto via tutto il resto e ricomincio da capo. Ogni anno è più difficile…ed è faticoso non cadere negli schemi già utilizzati. Ma questo mi obbliga sempre a cercare un modo nuovo o diverso, non sempre migliore, per dire le stesse cose.

Intervista a Simone Borsci

Simone non ne parla, ma tra le altre cose ha scritto un libro insieme a Masaaki Kurosu, Stefano Federici e Maria Laura Mele. Un libro introvabile di cui consiglio il formato Kindle. Computer Systems Experiences of Users with and Without Disabilities: An Evaluation Guide for Professionals (Rehabilitation Science in Practice Series) (English Edition).

In questa intervista apre a scenari di ricerca davvero affascinanti. E questa intervista è un po’ come uno dei miei primi summit di Architecta, quando mi sono sentito un po’ sovrastato dall’immensità delle cose da studiare.

Di cosa ti stai occupando in questo periodo?

Da circa un paio di anni mi sto occupando sempre di più di intelligenza artificiale e società ibride per intendersi quelle in cui persone e AI collaborano nelle decisioni.

Tutto il mio lavoro, se vogliamo riassumerlo attorno ad un punto focale, è centrato su un tema: come valutiamo l’interazione (con qualsiasi cosa dell’artefatto al sistema complesso) sia a livello micro (individuale) che a livello di macro (sociale) in modo da avere misure che ,al di là di oggettivo e soggettivo, siano affidabili, comparabili e replicabili in modo da permettere a chi sviluppa per esempio un servizio di avere evidenze empiriche riguardo le ripercussioni e l’impatto di quel servizio su chi lo utilizza, ma anche su chi lo amministra (insomma i famosi stakeholders).

Fra le altre cose ho lavorato e sto lavorando molto sui Chatbot  e come valutarli, anche grazie all’aiuto degli amici di userbot.ai, ma anche sulla realtà virtuale e aumentata. Mi ci è voluto un po’ ma ora abbiamo un moderno sistema di simulazione di guida nel mio laboratorio, che per il resto era già veramente avanzato. Il prossimo passo è avere una CAVE di realtà virtuale, per simulare il virtuale nello spazio fisico.

Inoltre sto cercando di indagare dal punto di vista cognitivo il concetto di distrust (che non è esattamente l’opposto di fiducia) verso le tecnologie.

Quale parte del tuo lavoro ti piace e ti diverte maggiormente?

Confrontarmi con le persone, dagli utenti di qualsiasi età, ai designers, dal fisico teorico al medico di base ed essere continuamente esposto a sistemi e concetti complessi, a problematiche reali e a soluzioni innovative, questo per me equivale a non annoiarsi mai. Non puoi neanche immaginare i lavori a cui ho detto no, anche allettanti, perché sapevo già che mi sarei annoiato.!

Inoltre, ho il piacere di insegnare che è un compito essenziale di chi fa ricerca, formare e far crescere nuovi esperti, questo mi mantiene giovane e mi permette sempre di riscoprire concetti e approcci che magari avevo letto o studiato in passato ma a cui non avevo dato peso, o di cui non avevo colto l’importanza. Dovendo insegnare secondo me riscopri le basi, e se sei fortunato anche nuovi temi da investigare.   

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro quotidiani?

Per fare ricerca nel mio campo, quello dell’ergonomia cognitiva, servono tre strumenti essenziali: Conoscere i metodi, avere immaginazione e tanta resilienza al fallimento. Credo che questo valga per chiunque faccia ricerca. Per il resto dal punto di vista tecnologico, certamente servono conoscenze degli strumenti di statistica e di programmazione. Infatti, oggi nel campo della psicologia applicata serve collaborare con ingegneri ed esperti informatici e saper programmare un codice in diversi linguaggi è una capacità importante, soprattutto se si vuole fare ricerca con tecnologie avanzate e comprenderne il potenziale impatto.   

Ti sei occupato di chatbot rivolti a persone disabili. Da quanto ho letto i risultati non sono stati entusiasmanti.

Si, purtroppo, quando si parla di chatbots ed in generale di AI c’è tanto sapere tecnologico e pochissima metodologia di ricerca e questo è un problema. Infatti, non esistono ancora (ci stiamo lavorando) modi per comparare e valutare l’interazione con AI, dai robots ai chatbots.  

Ci puoi raccontare questa ricerca?

La ricerca che abbiamo condotto è stata una analisi sistematica della letteratura che ha rilevato come, anche in campo medico riabilitativo, il criterio principale di valutazione della qualità di un chatbot sia principalmente centrato sul misurare quanto quello strumento sia efficace a far migliorare un paziente, senza considerare per esempio, se a livello di esperienza utente il chabot sia soddisfacente o comunque lasciando fuori aspetti importanti o peggio misurandoli in termini di opinione invece che tramite misurazioni valide.

Questo  suggerisce che, esistono molti strumenti chatbots o assistenti digitali basati o meno su AI che sono ottimizzati per aiutare un paziente a riabilitarsi o una persona con disabilità a sviluppare una competenza, ma il come questo avvenga da un punto di vista qualitativo non è dato saperlo, ne sappiamo se uno dato tool è migliore di un altro, perché quando i sistemi vengono valutati in modo estremamente soggettivo o con metodologie non validate diventa difficile effettuare analisi comparative.

Pensi che con l’avvento dei chatbot siano tempi duri per l’usabilità. 

No, anzi il contrario. L’intelligenza artificiale ha bisogno di usabilità, forse anche di più che di fiducia. Uno dei temi dell’AI a livello internazionale è appunto come assicurare la trust (fiducia) verso i sistemi e la trustwortiness (la capacità di ispirare fiducia), che sono concetti bellissimi, ma purtroppo vuoti, perché il come misuriamo la fiducia ,quando parliamo di tecnologie e soprattutto tecnologie intelligenti, è un’incognita.

Quello che sappiamo è che l’usabilità è una componete della fiducia verso le tecnologie, ma questo è solo uno degli aspetti (diciamo il lato umano) della relazione con le AI, poi c’è tutto il lato come disegniamo le AI per ispirare fiducia (senza scadere nella persuasione e nei dark patterns) e poi c’è il lato oltre lo specchio: come rendiamo consapevole una AI che non sta ispirando fiducia, in modo che adatti o cambi il suo comportamento in base ai contesti e alle reazioni degli utenti?

Tutto questo è fortemente legato all’usabilità e all’interazione fra uomo ed artefatti, per cui ci sarà bisogno di allargare le definizioni di usabilità, accessibilità ed user experience, e di costruire con il tempo metodi nuovi per valutare l’innovazione. 

Cosa pensi si stia trascurando nello sviluppo dei chatbot.

Qui la risposta è semplice, la valutazione sistematica sia a livello oggettivo che soggettivo, proprio perché mancano gli strumenti per farlo e spesso non ci si pone il problema di utilizzare metodologie trasparenti, valide e comparabili. Questo è un serio problema, perché è solo tramite la standardizzazione dei metodi di valutazione e quindi la possibilità di comparare i prodotti fra di loro, in termini di funzionalità, usabilità, accessibilità ed esperienza utente in maniera affidabile ed accurata che si riesce a far crescere un settore ,offrendo cioè la possibilità di “misurarsi” con gli altri servizi o prodotti e comprendere cosa funziona e cosa no.

Dall’analisi dell’esperienza utente di VR, realtà aumentata e applicazioni mobili in contesti informatici ubiquitari, ai chatbot.

Qual è il filo conduttore per il tuo lavoro?

Il filo conduttore è lo scambio con i sistemi e dentro i sistemi. Quale impatto hanno i sistemi su di noi dal punto di vista psicologico? Quale è l’impatto dei sistemi sulla società? Come ottimizziamo i sistemi per renderli resilienti?

Un esempio che magari chiarisce di cosa sto parlando è il da Vinci Robot per operazioni chirurgiche, in un recente articolo[1] viene sottolineato come questo strumento sia diventato negli anni una tecnologia sempre più affidabile e precisa dal punto di vista tecnico, ma che la vera differenza nel migliorare le prestazioni chirurgiche con questo strumento è dovuta alla capacità acquisita nel tempo dai chirurghi e dallo staff medico di anticipare i limiti dello strumento ed evitare possibili malfunzionamenti. E’ questa intersezione fra uomo e macchina che è al centro del mio interesse.     

[1] Rajih, E., Tholomier, C., Cormier, B., Samouëlian, V., Warkus, T., Liberman, M., … & Valdivieso, R. (2017). Error reporting from the da Vinci surgical system in robotic surgery: A Canadian multispecialty experience at a single academic centre. Canadian Urological Association Journal11(5), E197.

Ti sei sempre occupato dell’avanguardia dell’user experience e di temi diciamo di nicchia. Come ti vedono i colleghi?

Spero bene, certo non è sempre facile comprendersi quando si è in mezzo a differenti comunità da quella psicologica, a quella dell’interazione utente tecnologia ed ergonomica a quella medica, per cui faccio spesso enormi sforzi per farmi comprendere e per comprendere terminologie che sono simili ma con significati e sfumature diverse a seconda dell’interlocutore e del suo campo. Anche pubblicare i risultati diventa spesso un esercizio complesso, quando si è in mezzo a diverse comunità e ci si occupa di temi che sono nuovi, o poco conosciuti in una specifica disciplina ma con un po’ di sforzo ci si riesce.   

Se senti il peso della solitudine oppure prevale la curiosità su temi tutti da esplorare. (ovviamente penso anche alle differenze tra Italia e Inghilterra e al mondo dell’accademia che è completamente diverso)

Non sento il peso della solitudine, certo dopo tanti anni all’estero prima nel Regno Unito ed ora nei Paesi Bassi, l’Italia e le sue bellezze mancano, un po’ meno le sue sicure incertezze a livello di società; ma dal punto di vista lavorativo ho costruito negli anni un solido network di amici e colleghi con cui interagisco costantemente e con cui porto avanti temi sempre interessanti, potendo permettermi di vedere innovazioni e idee sempre molto avanzate.

Quali sono i temi caldi del prossimo futuro a cui pensi bisogna stare attenti?

Sicuramente l’integrazione dell’AI nelle nostre società, che non è solo un tema tecnologico ma anche e soprattutto sociale, quale sarà l’impatto a livello individuale e collettivo non è solo un tema legato alla qualità delle tecnologie ma anche al quadro normativo che si sta già costruendo a livello Europeo.

Inoltre, la diffusione sempre più massiccia di realtà aumentata e strumenti di realtà virtuale al grande pubblico, che può avere effetti molto positivi ma anche negativi sulla psiche e che devono essere anticipati e mitigati. In questo contesto è necessario cominciare a parlare di design responsabile, nel senso che cerca di anticipare e mitigare a priori gli effetti negativi di una tecnologia.

E per finire le ultime 3 domande più leggere.

Consiglia un libro

Donald Hoffman: The Case Against Reality: Why evolution hid the truth from our eyes.

Consiglia un brano musicale o un cd

il testamento di Tito (De André ovviamente nella versione PFM).

Consiglia un film

Memento di Christopher Nolan.

Simone Borsci al WUD Roma 2020

Per chi vuole conoscere meglio Simone Borsci è possibile seguire i suoi interventi al WUD Roma 2020.

Il primo sarà un caso di studio su Dark patterns e dispositivi medicali. Mentre il secondo intervento di Simone Borsci sarà un Keynote con Katy Arnold, Head of User Research, The Home Office Gov UK su Inclusione: oltre i miti e le leggende.

Dark patterns e dispositivi medicali

I professionisti suggeriscono che la fiducia verso i sistemi (TTS) potrebbe essere modellata dalla progettazione. Per esempio: un prodotto che appare (anche prima dell’uso) utilizzabile e utile dovrebbe generare un alto livello di TTS post-utilizzo;
prodotti esteticamente gradevoli possono influenzare le persone prima dell’uso della sintesi vocale, ovvero le persone tendono a fidarsi del prodotto dal design estetico più che del prodotto meno piacevole. I produttori possono progettare la fiducia come parte dell’esperienza con un prodotto anche prima che gli utenti finali inizino a utilizzare la loro tecnologia o servizio comunicando strategicamente e rendendo visibili e riconoscibili alcune caratteristiche o elementi del design rispetto ad altre (meno attraenti) caratteristiche.


Come conseguenza delle tecniche di progettazione e comunicazione, gli utenti possono essere attratti dall’acquisto di un prodotto prima del suo utilizzo perché ritengono che il sistema sia ben progettato, affidabile e dotato di funzionalità in linea con le loro esigenze, anche quando questo sistema non è affidabile .
Questo lato oscuro della fiducia sarà al centro di questo discorso. Basandosi sugli studi attuali sulla fiducia, verrà proposta una definizione di TTS per colmare il concetto di fiducia ed esperienza. Inoltre, saranno presentati i dati preliminari di uno studio internazionale in corso sulla fiducia nei confronti dei dispositivi sanitari per uso domestico per evidenziare l’importanza della fiducia prima dell’uso di strumenti ad alto rischio selezionati e gestiti da utenti laici.

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Tutte le altre interviste condotte dal blog.

Apple CarPlay e Android Auto

Apple CarPlay e Android Auto

sono i nuovi sistemi di CAR ENTERTAINMENT

che si trovano nelle auto di ultima generazione.

Quello che un tempo era l’autoradio, che stava in un DIN,

adesso ha il doppio dello spazio (sistema 2DIN).

Ed è un piccolo hardware che accompagna gli autisti del nuovo mondo.

Sul doppio DIN si installa un sistema operativo.

Aggiornamento 2020

Oltre ai sistemi Apple CarPlay e Android Auto, i due sistemi operativi da cui è partito questo articolo nel 2015, oggi si aggiunge il sistema Amazon di Echo Auto con assistenza vocale Alexa.

Aggiornamento Giugno 2019

iOs 13 il nuovo sistema operativo di Apple

Con questo aggiornamento Carplay subirà una rivoluzione per cui, le osservazioni e conclusioni fatte fino a marzo 2019 sono da prendere con le pinze.

Sarà mia cura aggiornare questa pagina al più presto e offrire il miglior servizio disponibile. Confido nella vostra comprensione per eventuali errori e ritardi. E se volete dare una mano, i commenti sono aperti al vostro contributo.

Siri

Apple ha svelato la nuova versione del proprio sistema operativo mobile iOs 13. Un sistema operativo pensato appositamente per un’esperienza completa con gli iPad più recenti.

Tra le novità principali sul lato audio

Siri aggiorna la propria voce che dovrebbe essere ancor più naturale e più piacevole da ascoltare. Si avvarrà dell’ausilio dell’intelligenza artificiale.

Dal lato musicale supporterà le app di navigazione e musicali di terze parti e proporrà notifiche e consigli.

Il sistema sarà rilasciato a Settembre e l’assistente vocale potrà creare scorciatoie, condividere contenuti come canzoni o film e potrà integrarsi in modo più profondo con gli auricolari AirPods e Safari.

Carplay

Con il nuovo iOs 13 migliora appunto CarPlay.

Nell’home pagesaranno più disponibili più informazioni, l’applicazione dedicata alla musica sarà del tutto nuova e Siri lavorerà con Waze e con Pandora, ed occuperò meno spazio sullo schermo.

Siri e CarPlay saranno infatti integrati in modo che l’assistente vocale apple potrà effettuare suggerimenti durante la navigazione online, leggere i messaggi arrivati mentre si guida e aprire automaticamente il garage quando ci si avvicina a casa.

MotoriOnline si concentra sull’interfaccia spiegando che

  • si potranno aprire più app contemporaneamente.
  • avviare la funzione ‘non disturbare’.
  • Novità estetiche nell’ Homepage con gli angoli arrotondati.
  • Nuove visualizzazioni delle tabelle
  • Barra di stato ridisegnata.
  • Sarà possibile vedere le copertine degli album

Sinora, quando si utilizzava Apple CarPlay, era impossibile anche usare manualmente l’iPhone collegato, in quanto ogni app utilizzata sullo smartphone, veniva aperta automaticamente anche sul display dell’auto. Così venivano, ad esempio, tolte le mappe o la navigazione di chi stava guidando. Con la versione di iOS 13 non sarà più così, in quanto non ci sarà l’apertura automatica delle app dal telefono a CarPlay.

Aggiornamento Marzo 2019

Le aziende dei supporti hardware 2DIN inizialmente erano solo due. Kenwood e Pioneer. Oggi il mercato che si è allargato a dismisura. Anche aziende per lo più sconosciute ma comunque di alta qualità si sono lanciate. E sul mercato si trova di tutto. Basta fare una ricerca su internet e si trova un elenco abbondante.

Per i produttori di hardware, oggi, la vera guerra si combatte sulla possibilità o meno di permettere l’installazione di un sistema iOS o Android.

Apple Carplay

Carplay è la piattaforma di Apple dedicata all’uso dell’iPhone e all’intrattenimento in auto. E dalla presentazione ufficiale si mette subito in competizione con i navigatori satellitari.

Apple CarPlay è Il tuo copilota preferito.

È un modo più intelligente e più sicuro di usare il tuo iPhone al volante: si chiama CarPlay, e lo trovi su molti nuovi modelli di auto. CarPlay porta sul display della tua macchina le funzioni dell’iPhone che ti servono di più. Fatti dare indicazioni (mappe), telefona, invia e ricevi messaggi, ascolta la tua musica: sempre restando concentrato sulla strada. Connetti l’iPhone, e vai.

Apple è stata la prima a portare in produzione questo sistema di intrattenimento sulle auto. Anche se su una Ferrari. Per chi possiede un Apple iPhone 5S 16GB o un modello superiore come l’Apple iPhone 7 Smartphone 4G è la soluzione ideale per poter utilizzare le app di intrattenimento in macchina e aver garantita la sicurezza alla guida.

La Sicurezza, infatti, pare sia l’obiettivo principale a cui Apple non voglia, al momento, rinunciare. Infatti, non appena si collega lo smartphone al sistema, la maggior parte delle app e delle funzionalità dell’iphone vengono disattivate in automatico. In questo modo è impossibile distrarsi mentre si guida.

Per CarPlay sul mercato online si trovano il doppio DIN Pioneer SPH-DA120 Autoradio e il Sony XAV-AX100 SintoMonitor 2DIN, display da 6,4″ Touch Screen.

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Siri, il punto di forza di Carplay

Uno dei punti di forza di Carplay è l’interfaccia vocale degli iPhone. Stiamo parlando di Siri, che attraverso l’uso di un microfono permette l’uso del telefono.

Siri, per chi non lo sapesse, è l’interfaccia sonora del mobile Apple. Siri ha una voce femminile e parla in modo colloquiale con l’utente Apple. Nell’immaginario americano Siri è una donna bionda, con meno di 30 anni. Siri risponde a molte domande, esegue comandi come leggere la posta, messaggi, o ancor meglio, ricercare musica sull’ Apple Music. Tra non molto, quando la tecnologia delle auto le renderà completamente autonome, pare entro 5 anni, sarà possibile chiedere anche di essere riportati a casa. Siri, in pratica, sta generando una user experience rivoluzionaria nel mondo dell’interazione (interfaccia) uomo macchina.

Siri è parte integrante del programma CarPlay. In pieno accordo con le direttive Apple, permette di non distogliere lo sguardo dalla strada e le mani dal volante.

CarPlay Apps

Le app vincenti sono principalmente quelle legate alla musica: Deezer, Spotify e TuneIn Radio, per esempio, per ascoltare musica e radio. E non c’è da sbizzarrirsi troppo. Sono solo 8 le applicazioni disponibili sul cruscotto e tra queste c’è la possibilità di ascoltare audio-libri.

Altro grande pregio, come tutti i prodotti Apple, Carplay non ha bisogno di alcuna configurazione. E quindi è di facile uso per qualunque utente.

CarPlay prevede l’utilizzo di un monitor touchscreen, multitouch e un processore che permette una gestione fluida nella grafica e nel feedback.

Come funziona Carplay

Guarda il video dimostrativo di Apple CarPlay del 2016.

Carplay: margini di miglioramento

Date le restrizioni per la sicurezza e le politiche strutturali di Apple i margini di miglioramento sembrano essere tanti.

Intanto l’ossessione alla sicurezza sta fortemente limitando la produzione di applicazioni dedicate. Come dicevamo molte funzioni dell’iPhone si disattivano. Se da un lato questa politica può essere condivisibile, alcune mancanze dall’altro lato sono abbastanza rilevanti. Ci si augura che alcune apps saranno potenziate e migliorate.

  • Bluetooth: Il CarPlay funziona quando l’iPhone è connesso alla sorgente tramite cavetto (sigh!). Questo è l’unico modo per scambiare dati e ricaricarsi.
  • Le mappe: se da un lato Siri è molto piacevole da ascoltare le mappe Apple pare non offrano le opportunità di Google Maps. Google Maps è meno piacevole da ascoltare ma è più dettagliata; e con più notizie anche sui servizi a disposizione sul territorio.
  • Connessione: va benissimo che le Apps dei social non siano contemplate, eventuali notifiche potrebbero essere pericolose. Ma manca anche Whatsapp e sta volta non per ragioni di sicurezza ma in favore, ovviamente, di iMessage.
  • Meteo: non c’è un app per il meteo. Per chi viaggia o si mette in auto potrebbe essere utile sapere il meteo della località in cui ci si sta dirigendo.
  • Consumo dati: usare CarPlay significa usare la connessione del proprio iPhone e ovviamente la connessione dati del proprio cellulare. Il consumo è ottimizzato ma non del tutto nullo.
  • Sistema dipendente: per chi fa parte del mondo Apple non è certo un problema avere a disposizione il dispositivo di ultima generazione targato Apple. CarPlay, infatti, funziona con iPhone5 o superiori. Un limite è che, affinché CarPlay funzioni davvero, l’iPhone deve essere sempre a portata di mano. Se si dovesse dimenticare il cellulare o se ci si dovesse trovare senza, CarPlay non funziona.

E se hai già una macchina? Pioneer

Pioneer, come già indicato, offre tutta una serie di sistemi doppio DIN dedicata all’adattamento della tua vecchia auto al nuovo sistema Carplay o Android auto. A seconda dello smartphone che hai. Nella serie Avic si trova il Pioneer, Avic-F80Dab, che è anche autoradio. Oppure il modello superiore Pioneer AVIC-F960DAB con antifurto.

Android Auto

Molto diversa è la politica di Google Android Auto che non pone tanti limiti o particolari restrizioni sull’uso di terze parti. Anzi. A mio parere, le estreme possibilità di libertà su questo sistema potrebbero mettere a rischio la sicurezza della guida. E pare strano che non si trovi una via di mezzo. Ad ogni modo. Qualche limite c’è. E i limiti presenti vengono automaticamente sbloccati quando la macchina viene parcheggiata.

Limiti di Android Auto

Con il sistema Google Android Auto, infatti, i limiti sono l’uso di Google Lollipop, che è la versione mobile di Google non ancora tanto diffusa. Per il resto si possono utilizzare tutte le possibilità offerte dalle aziende produttrici dell’hardware, sia del 2DIN, sia dello smartphone.

Anche per Android Auto ci sono poche app a disposizione ma si aspettano gli sviluppatori che potranno sbizzarrirsi.

Possibilità di Android Auto

Con Android Auto, dove l’hardware lo permette, si potrà far uso di cd, chiavette usb o hard disk. Le schede sd o microsd si possono utilizzare per caricare mappe per il navigatore o per la visione di video o immagini. Le plance doppio din Android supportano file audio .mp3, .wav, .ogg, .wma, .flac ma anche video come .avi, .divX, e immagini .jpeg.

Ci si interfaccia tramite Google Now. Si può far uso di WhatsApp, Skype, Google Play Music, Spotify, e lettori podcast, e manco a dirlo, si può gestire l’autoradio FM/AM e, dove ancora l’hardware lo permette, ascoltare radio satellitari.

Il telefonino anche se connesso al sistema resterà comunque libero, e se non ci si connette volontariamente ad internet non si ha consumo di dati.

Più connettori e sensori possiederanno gli hardware e le auto, più possibilità di connessione si potranno avere con la propria auto. Telecamere dedicate, controllo del motore e pneumatici, consumi e tutta la diagnostica di bordo e quant’altro potesse essere di nostro interesse. Insomma chi più ne ha più ne metta.

2DIN con Android: facciamo chiarezza

Daniele Favilla, Fondatore del progetto Web Car Stereo Center e 2DIN Blog, che ringrazio per il tempo che mi ha dedicato, mi ha scritto. Daniele mi segnala di non far confusione tra Google Android Auto e funzionamento 2DIN con Android. E mi scrive.

Google Android Auto ha un funzionamento del tutto simile a CarPlay ma con il vantaggio che i licenziatari che hanno la possibilità di sviluppare Apps sono molti di più. Anche il comparto Music di Android Auto offre un controllo simile alla gestione di un iPod ed ha un collegamento preferenziale con Google Play. Anche su Android Auto il telefono viene bloccato ma le notifiche sono attive, cosa che CarPlay non ha per le app non incluse. Su una cosa hai però ragione. Utilizzare Android Auto dipende dall’hardware esterno, dallo smartphone. Pur essendo diffuso è legato a Lollipop non tutti i dispositivi compatibili sono in grado di avviarlo correttamente. Qui entra in gioco la Ram ed il processore del telefono. In tutte le prove che ho fatto, solo sistemi “realmente” top di gamma sono stati in grado di avviare Android Auto.

Margini di miglioramento Google Android Auto

Insomma, pare di capire, che anche qui ci sono ampi margini di miglioramento.

  • Bluetooth: per tutti i sistemi è necessario connettersi con il cavetto, almeno qui si tratta di un cavetto micro usb.
  • Velocità: al sistema manca  la fluidità del sistema, che rispetto ad Apple CarPlay pare incepparsi e procedere a scatti e con un certo ritardo.
  • Assistenza vocale: la voce metallica di Google Now, alla lunga, potrebbe essere molto fastidiosa.
  • Libreria: connettendo il cellulare per ascoltare la musica presente sul proprio smartphone, sulla plancia non compaiono i titoli delle canzoni ma compaiono solo i tre pulsanti: uno centrale play/pause/stop e gli altri due avanti e indietro. I titoli compaiono quando ci si connette ad internet o alle app musicali.

Per  Android Auto sul mercato online si trova il già noto Sony XAV-AX100 SintoMonitor 2DIN compatibile sia con Android Auto, sia con Carplay.

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Stavo per dimenticare Mirror Link

In questa guerra tra i due giganti non potevano e non possono mancare certo le case di produzione di brand che lavorano intorno al mondo automotive. Per comprendere a pieno cos’è il Mirror Link ho fatto ancora riferimento a Daniele Favilla, che usa e testa, personalmente, questa strumentazione. Daniele mi ha concesso di trarre alcune informazioni dal suo esaustivo e indipendente articolo “Mirror Link. Cos’è e come funziona” tratto sempre dal suo 2DINBlog.it . Se siete interessati vi consiglio la lettura integrale per esaminare tale tecnologia in tutte le sue parti. Daniele scrive:

“Il Mirror Link è costituito da una tecnologia di collegamento tra uno smartphone ed un sistema di Infotaintment compatibile.” […]

E da quanto ci dice, la mancanza di una sua identità deriva dalla

implementazione di Mirror Link da parte delle aziende interessate (che) varia da caso a caso sia a causa delle esigenze di personalizzazione, un po’ come avviene con il sistema operativo degli smartphone con essa compatibili, Android, sia per la presenza di applicazioni specifiche che impattano sul layout modificandone l’aspetto.

Dal punto di vista audio, Mirror Link, di base, appare più forte dei suoi concorrenti. L’ascolto e la gestione dei contenuti web audio e radio, lo spazio ad applicazioni musicali o all’ascolto di audio libri, pare che sia alla base di molte app già approvate.Ed insomma è un sistema da approfondire.

E se volete vedere le capacità potete guardare qui l’ Upgarde versione capacitivo da 7 pollici touch screen con telecamera posteriore.

Conoscere Mirror Link

Su questa tecnologia Favilla ritiene che ci sia una mancanza di conoscenza generale e conclude:

Ritengo però che così come CarPlay, Android Auto, Smart Access, Appradio Mode ed App Link, anche Mirror Link sarà in futuro uno dei fattori principali di scelta di un sistema di Infotaintment anziché un altro, di una vettura invece di un altra o di un telefono al posto di un equivalente non compatibile perché l’utilizzo di uno smartphone da parte del conducente è sempre più pervasiva e in futuro sarà ancora più sinergica!

L’XSD Andriod 5.1 autoradio 2 DIN Adatta per BENZ A-class W169 B-class W245 con supporto lettore di navigazione DVD, GPS, macchina fotografica, Bluetooth, macchina fotografica. In un video trovi le prove dal vivo di tutti e tre i sistemi, con tre smartphone diversi.

Media station

Phonocar VM039

Acquista Phonocar VM039 Media Station Led Digitale 6.2″ Bluetooth Modulo GPS integrato per sistema di navigazione Frontalino estraibile

Phonocar è una plancia che legge quasi di tutto. Ha in dotazione due porte USB e un incresso per SDCard. E si può collegare anche allo smartphone. Il bluetooth invece ha delle limitazioni. Nel senso che non legge le cover dei dischi. Ma poi legge anche i formati video.
Si tratta di una plancia molto intuitiva, e di facile uso. E’ anche disponibile una gestione gestuale per mandare avanti o in dietro i brani. Ma è possibile collegare, se si preferisce i comandi con i comandi al volante.

Tra le media station sicuramente il Phonocar VM 039 è completo e affidabile.

Politiche delle case automobilistiche

Parlando invece delle auto che supportano il nuovo sistema ideato da Apple, oltre alle primissime Ferrari, Mercedes-Benz e Volvo, la piattaforma è compatibile anche con altri brand. BMW Group, Ford, General Motors, Honda, Hyundai Motor Company, Jaguar Land Rover, Kia Motors, Mitsubishi Motors, Nissan Motor Company, PSA Peugeot Citroën, Subaru, Suzuki, Toyota Motor Corp.

Le altre case autobilistiche cercano di integrare tutti i sistemi lasciando all’utente la possibilità di scegliere tra CarPlay, Android Auto o MirrorLink. Solo per dovere di cronaca, in quanto trascende da questo blog, accenno allo scontro in atto tra le case automobilistiche che propongono o meno i due/tre sistemi operativi di serie.

Le questioni sono molto rilevanti e di grande importanza. In primissimo piano ci sono la questione privacy degli automobilisti, lo scambio dati tra sistema operativo e sistema elettromeccanico, la raccolta dati sulle abitudini e consumi degli automobilisti. Se vi interessa vi propongo un articolo del POST a riguardo. Non si deve dimenticare che Google sta lavorando per entrare nel mercato delle auto con una macchina che guida da sola.

Questo solo per sottolineare che il comportamento delle case di produzione automobilistiche è ancora molto cauto. E’ anche per questa ragione che preferiscono proporre i loro sistemi di serie.

CarPlay e Android Auto. Un flop?

Alcune riviste di settore, come AUTOMOTO.it hanno messo in evidenza (Dicembre 2015) la scarsa diffusione dei sistemi e sostengono che si tratti solo di un mezzo flop.

Una ricerca di JD Power intitolata DrIVE (Driver Interactive Vehicle Experience) ha interpellato 4.200 proprietari di vetture di ultima generazione a 90 giorni dall’acquisto ed ha chiesto loro come valutano il loro rapporto con 33 funzionalità tra le più moderne.

ben il 43% ha dichiarato di non avere mai usato i sistemi di assistenza vocale, il 38% di non essersi mai collegato a Internet attraverso il wi-fi di bordo, il 35% di non aver mai usato i sistemi di parcheggio automatici, il 33% di non aver mai attivato l’head-up display e il 32% le app native che i costruttori installano sui sistemi di infotainment.

A me pare un po’ affrettato (siamo nel 2015) tirare le somme su una tecnologie ancora tutta da sviluppare. I limiti che presentano e che abbiamo esaminato sono del tutto superabili.  E l’uso dipenderà anche dalla forza di lancio che si vorrà dare a questa tecnologia. Si tratta di sistemi ancora non del tutto accettati dalle case automobilistiche che hanno in mano la diffusione del prodotto. Senza il loro appoggio sarà difficile che l’uso decolli.

CONCLUSIONI Sonore

La gestione tramite comandi vocali rappresenta uno dei punti di forza di tutti questi sistemi. E comunque vada a finire, lo studio e lo sviluppo di questi sistemi porterà delle migliorie. Non solo in campo automotive ma anche su altri dispositivi.

Apple è avanti a tutti con Siri ma l’interesse verso l’intelligenza artificiale non è più esclusiva di poche aziende futuriste. Anzi!

Una cosa è certa! L’interesse è fortissimo e il panorama del tutto vergine. Il mercato delle App per auto potrebbe essere un mercato miliardario che si aprirà nei prossimi 5 anni. E tutte queste Applicazioni dovranno interfacciarsi con gli assistenti vocali. I produttori di parti terze come Alpine, Kenwood e Pioneer, nonostante tutto, stanno proponendo le loro versioni di plance compatibili e nessuno vuole farsi trovare impreparato.

Aggiornamenti

L’articolo è destinato ad essere aggiornato periodicamente. Spero di restare al passo. Anche voi, nel frattempo potete contribuire con segnalazioni e aggiornamenti tramite commenti.

Aggiornamento Giugno 2017

Automotive Grade Linux

La sfida tra gli odierni sistemi intelligenti per auto si è notevolmente allargata. Oggi la tecnologia permette di avere prestazioni di controllo dell’auto senza margini di errore. Quello che manca oggi sono le infrastrutture.

Ad aver animato il mercato è stata comunque la comunicazione di Toyota in cui si dice che i sistemi 2DIN e di intelligenza artificiale non faranno uso né di Carplay, né di Android Auto. Ma appunto, faranno uso di Linux con il nuovo sistema operativo Automotive Grade Linux (AGL).

Linux OS, consentirà, secondo tradizione, lo sviluppo a chiunque sia in grado di sviluppare applicazioni. Portando all’estremo la personalizzazione del sistema. Toyota mette a disposizione le funzionalità di un software development kit con il quale gli sviluppatori potranno aggiornare in qualunque momento il sistema.

Nota di trasparenza

Questo post non è sponsorizzato! Non ho nessuna attività di vendita, montaggio e smontaggio dei prodotti presentati nell’articolo. I link commerciali rimandano ad Amazon per sostenere il blog.

Una premessa necessaria per i lettori. Personalmente non vendo, né monto questa strumentazione. Questo articolo è una analisi (anche sonora) sulle potenzialità di uno strumento in un mercato in evoluzione.

Già dal 2014, Apple e Google, si sono lanciati su questo mercato, allora, ancora del tutto vergine. Mercato che oggi si rivela molto ricco, sia in termini di business, sia in termini di innovazione. Le prime installazioni su auto sono arrivate agli inizi del 2015. Ma, come vedremo tra poco, i margini di miglioramento sono ancora notevoli.

Apple CarPlay e Android Auto permettono di introdurre in auto le potenzialità dei nostri smartphone. La semplicità dell’interfaccia è studiata per ridurre le distrazioni e rendere la guida sicura.

Per scrivere questo articolo ho letto tutto quello che ho trovato su internet e su riviste specializzate. E posso dire subito che, a mio parere, i limiti dei due sistemi stanno più che altro nelle eccessive restrizioni di un sistema (Apple CarPlay) e nelle eccessive aperture dell’altro (Android Auto).

Infine, questo articolo è stato pubblicato la prima volta l’11 dicembre 2015. L’ho rivisto e aggiornato in molte parti. Ma fondamentalmente, quanto già scritto è stato riconfermato.

Progettare esperienze di valore per utenti e aziende

Il sottotitolo Progettare esperienze di valore per utenti e aziende, racconta in estrema sintesi l’ultimo libro di Debora Bottà User EXperience Design.

Debora Botta User Experience Design

Se frequenti gli eventi dedicati all’architettura dell’informazione e dell’user experience design non puoi non conoscere Debora Bottà.

Ho conosciuto personalmente Debora al Summit di Architecta appunto, qualche anno fa.

Lei stessa, sul suo sito scrive

Mi piace tantissimo partecipare a eventi e organizzare workshop perché sono una grande opportunità per fare ordine e mettere nero su bianco i pensieri, fare ricerca per colmare vuoti e arricchire la conoscenza.

Intervista a Debora Bottà

Qui di seguito un po’ di domande che le ho rivolto in occasione della pubblicazione del suo libro.

Debora, racconti come sei venuta a contatto con l’user experience?

Ho scoperto internet e il digitale durante l’università ed è stato amore al primo click!

Ho iniziato con tanta curiosità passando molte notti insonni a navigare online e creare siti web amatoriali. Mi sono trasformata da autodidatta a professionista del web nel 2001 seguendo il mio cuore e accantonando il cammino tracciato dagli studi accademici. L’amore per la progettazione lo devo al libro “Web usability” di Jackob Nielsen che mi ha aperto la strada a voler sapere sempre di più su quello che mi piace definire il lato umano del digitale. Leggere molto, andare a conferenze e frequentare lo UX Bookclub di Milano mi hanno aiutato e mi aiutano ancora oggi a crescere e alimentare questa passione.

Come racconti agli amici, se te lo chiedono, il tuo lavoro?

Hai presente quando utilizzi lo smartphone, il computer o anche un servizio e ti senti confuso, stupido o peggio ancora molto arrabbiato? Il mio lavoro è evitare che questo accada e, al contrario, far in modo che l’utilizzo sia semplice, intuitivo e persino piacevole.

I clienti da me si aspettano che crei prodotti e servizi utili e significativi, cioè in grado di semplificare e migliorare la vita delle persone che li utilizzeranno, perché con la soddisfazione dei loro utenti le aziende potranno realizzare gli obiettivi aziendali.

Qual è la tua “giornata tipo” professionale?

La mia giornata inizia sui mezzi di trasporto verso Milano: è un momento prezioso per me per iniziare la giornata con calma, controllare la posta elettronica, leggere o scrivere. Arrivata nello studio due chiacchiere e un buon caffè mi aiutano a partire con grinta.

La giornata tipo si svolge in ufficio dove ci si raduna davanti a lavagne o attorno a tavoli con fogli e post-it e si collabora alla creazione di idee e soluzioni. Il lavoro è sempre di gruppo e le fasi di divergenza di pensiero si alternano a quelle di convergenza. Il confronto costante e quotidiano e le revisioni con i colleghi sono la linfa vitale che fa progredire il progetto per arrivare ai test con gli utenti.

Quale parte del tuo lavoro preferisci?

Progettare e dirigere workshop perché riuscire a facilitare la condivisione, la collaborazione e la co-progettazione tra soggetti che magari fino a quel momento non si erano mai parlati o confrontati dà significato al mio ruolo di designer: mettere sempre le persone al centro – clienti, utenti o colleghi – e guidarle verso soluzioni condivise e di valore con modalità e tempi per loro inaspettati riaccende ogni volta l’amore per il mio lavoro.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Carta, matita e pennarelli colorati non mancano mai: trasformare visivamente qualsiasi pensiero mi aiuta a vederlo in modo diverso e anche a condividerlo al meglio con gli altri. Un taccuino per gli appunti, fogli sparsi, post-it colorati o lavagne scrivibili sono i supporti attraverso cui condividere idee e dove le soluzioni prendono forma.

È uscito il tuo nuovo libro “una guida pratica sullo UX design”. Da quale desiderio nasce e cosa ci troviamo dentro?

Nasce dal desiderio di divulgare il più possibile lo UX design nel nostro paese e dal fatto che una guida in italiano non era ancora presente: noi designer siamo abituati a leggere quasi tutti i testi di riferimento in inglese che, essendo per addetti ai lavori, danno per scontati diversi concetti. Volevo un libro per tutti, per chi parte da zero e per gli esperti, per il designer e lo specialista di marketing, l’imprenditore di una grande azienda e il fondatore di startup.

Per questo è stata una bella sfida ed è un libro abbastanza corposo: troverete un linguaggio semplice e pochi termini inglesi, molti esempi e tanta pratica. Inizia dall’aiutare a comprendere il design come risorsa strategica, si focalizza e racconta capitolo dopo capitolo i passaggi di un processo di lavoro che metta sempre le persone al centro e, infine, rivolge uno sguardo più ampio al design approfondendo la sua applicazione in contesti come quello dei servizi, dell’engagement, della digital transformation e dell’intelligenza artificiale.

C’è chi mi ha detto che avrei potuto scrivere tre libri invece di uno solo, ma lo volevo esattamente così: una guida completa di tutte le esperienze e degli studi di oltre 15 anni di carriera per tirare personalmente una riga e prepararmi ad andare oltre.

Ci racconti un capitolo a cui sei particolarmente legata e perché?

Il capitolo 8, “Definizione di una strategia di UX design” che chiude la fase di comprensione e su cui si avvia quella di creazione di un progetto. Durante la fase di comprensione si individuano obiettivi aziendali con i clienti, si analizza la concorrenza e si effettua la ricerca con gli utenti: ma a cosa servono queste attività, quale apporto danno al progetto?

È una delle domande che clienti e colleghi mi hanno rivolto più spesso nel corso della mia carriera e a cui questo capitolo cerca di dare risposta: mixare tutti gli ingredienti raccolti come i benefici da offrire agli utenti, i bisogni da soddisfare e le opportunità del mercato da cogliere, consente di individuare la proposta di valore su cui avviare la creazione di idee e soluzioni in grado di migliorare realmente la vita delle persone.

Lo strumento di costruzione di una UX strategy è disponibile e scaricabile gratuitamente insieme ad altri dal sito di supporto al testo www.uxlab.it.

Scrivi “Tra i miei superpoteri ci sono quelli della condivisione e della collaborazione: li ho allenati per 13 anni sui campi da basket e continuo a farlo dentro e fuori dal mio lavoro.” Qualche consiglio su condivisione e collaborazione?

Essere generosi: donare il proprio sapere e la propria esperienza, cioè “dare ad altri liberamente e senza compenso, cosa utile o gradita” (fonte: Treccani.it). Donare non è solo gratificante ma credo sia l’unico modo per arricchirci e contaminarci di nuovi punti di vista che ci fanno crescere.
E nell’essere generosi continuare a essere umili: abbiamo sempre qualcosa da imparare e nessuno di noi possiede verità assolute, è fondamentale avere mente aperta e spirito empatico con ogni persona e in ogni situazione.

Tu giri molto, partecipi ad eventi, e sei speaker di conferenze; come vedi, dal tuo punto di vista, la comunità italiana degli user experience designer?

Sinceramente vedo un po’ di frammentazione che credo affondi le sue radici in una predisposizione alla socializzazione che è sempre più competitiva che collaborativa. Non succede solo nella nostra comunità di designer ma in qualsiasi ambiente associativo: ci saranno sempre forze disgregative contrapposte a quelle costruttive.

Servono quindi persone integre che valorizzino e sostengano la collaborazione come forza in grado di alimentare la diffusione e l’evoluzione della disciplina. Come gli utenti ci donano parte delle loro vite durante le attività di ricerca compiendo un atto di fiducia nei nostri confronti nella speranza di aiutarci a costruire qualcosa di migliore, lo stesso dovremmo fare noi condividendo il nostro sapere con colleghi e professionisti.

C’è qualcosa che pensi ciascuno di noi dovrebbe fare?

Manca la generosità che ho citato prima: ci sono designer che parlano solo per nutrire il proprio ego, ci sono quelli che lo fanno stando in piedi su una cattedra e quelli che lo fanno solo se sono certi di avere qualcosa in cambio.

La condivisione della propria esperienza in maniera aperta, sincera e incondizionata è un dono prezioso che si può e si deve fare alla comunità se la si vuole coltivare e mantenere viva: nessuno vi ruberà qualcosa ma anzi, ve lo restituirà arricchito dalla sua esperienza personale. Una comunità rimane viva se ci sono delle parti attive che credono in questi valori e siano esempi da seguire.

E per finire le ultime 3 domande più leggere.
Consiglia un libro

Uno solo? Questa per me è la domanda più difficile di tutta l’intervista! 🙂
Quindi scelgo i 6 romanzi del Ciclo di Dune di Frank Herbert fonte di ispirazione per tutto l’immaginario fantascientifico successivo e dimostrazione di come la nostra creatività ha i limiti che noi le imponiamo.

Consiglia un brano musicale o un cd

L’album “Wasting light” dei Foo Fighters che oltre a trasmettermi energia quando ne ho bisogno mi ricorda che non sempre la soluzione più efficace è quella che impiega gli ultimi ritrovati tecnologici perché bisogna partire da quello che si vuole ottenere: così per portare nell’album le atmosfere del passato lo registrarono in un garage con apparecchiature analogiche.

Consiglia un film

Cloud Atlas” per non dimenticare che passato, presente e futuro sono legati indissolubilmente.

Grazie

Ringrazio Debora per la sua disponibilità a rispondere alle mie domande in maniera così spontanea e generosa.

Assistenza vocale nel futuro. Del perché (io penso) sarà sempre più diffusa

L’assistenza vocale nel futuro sarà sicuramente sempre più parte del nostro quotidiano. E gli assistenti vocali saranno sempre più usati. Sono ancora in molti gli scettici a riguardo, sebbene qualcuno si sta ricredendo e altri stanno correndo ai ripari occupandosi dell’argomento.

Io mi sono fatto l’idea che questa tecnologia sarà sempre più presente nell’immediato futuro perché basta osservare i movimenti delle aziende che sviluppano questa tecnologia e come le persone stanno reagendo (o comunque reagiscono) nei confronti della tecnologia.

Assistenza vocale nel futuro, nessun entusiasmo

Io spero sempre che il messaggio passi correttamente. Io non dico (e non ho mai detto) che saranno abbandonati del tutto gli schermi e si navigherà solo tramite assistenza vocale.

Quando pensiamo agli assistenti vocali, gli smart speaker, sono la punta più avanzata della tecnologia. E sebbene negli Stati Uniti la diffusione sia abbastanza vasta, nel mondo, questa diffusione potrebbe essere più limitata. Per ragioni, a mio parere, culturali.

Ma la vera rivoluzione è la capacità che i nostri dispositivi, quali smartphone, portatili e personal computer, i dispositivi del nostro quotidiano, stanno acquistando. Ossia quella di essere controllati dalla voce. Già su questo sta lavorando Microsoft con la sua assistente vocale, Cortana; già Google al suo stato embrionale, con l’ultima versione di Google Chrome, permette di effettuare ricerche vocali evitando la tastiera.

Una interazione con una interfaccia grafica esisterà ancora per molto tempo. E chi ha imparato, magari in ritardo, ad usare uno schermo, non è detto che imparerà a farne a meno.

Un grande fratello fatto da sensori

Quando mi trovo con qualche amico o conoscente che vuole capire di cosa mi occupo spiego che mi occupo di progettazione chatbot e studio gli assistenza vocale. E subito il mio interlocutore inizia a immaginare il mondo possibile. Tendenzialmente distopico e fatto di tanto immaginario cinematografico.

Mi rendo conto che le opinioni di queste persone sono indirizzate molto dalle paure indotte dai giornali. Qualcuno di più attento, volge la sua attenzione al costo dei sensori, altri puntano alla possibilità di essere ascoltato. E questi, per esempio, sostengono che l’essere umano reagirà a questa dose di controllo, respingendo la tecnologia.

Personalmente non ho la palla di vetro per prevedere il futuro. Anche se mi pare difficile il ritorno ad una età pre-tecnologica, visto che ci si può difendere dalla tecnologia con altra tecnologia. Però so per certo che i sensori costano sempre meno. Aziende come Xiaomi stanno sbarcando nel mercato occidentale e hanno tutte le intenzioni per affermarsi anche con questi prodotti.

Smart speaker negli Stati Uniti

Gli utenti di Smart Speaker crescono del 48% ogni anno e negli Stati Uniti, quest’anno, hanno raggiunto il numero di 90 milioni.

Si tratta di una crescita esplosiva rispetto a qualsiasi altro prodotto tecnologico, come lo smartphone o rispetto al trend delle tecnologie indossabili.

In Italia, purtroppo, è sempre difficile avere analisi di questo genere. Ma basta guardarsi intorno, tra i propri amici. Io vedo confermato il trend nella mia bolla informativa. Così come ho iniziato a vedere amici e conoscenti che iniziano ad acquistare i primi sensori, un po’ per gioco e un po’ per vantarsi.

Sensori di sicurezza

Quanto costa un impianto di sicurezza? In quanti possono permetterselo? Non lo so. Fatto sta che su Youtube aumentano i tutorial che invitano a trasformare una semplice webcam o il vecchio smaryphone in una telecamera di sorveglianza per controllare casa quando non si è presenti.

Si tratta e si tratterà di una nicchia, come sempre, ma una nicchia sempre più avanzata e sempre più a basso costo.

Un tempo per essere degli innovatori si dovevano spendere interi stipendi. Oggi, con poche decine di euro compri un interruttore o una lampada a controllo vocale.

Assistenza vocale e User experience

L’user experience frena l’assistenza vocale. L’ho scritto. In parte è vero e in parte no. E molti miei colleghi restano scettici. È pure vero che nessuno di noi mai si occuperà di progettare uno smart speaker, ma presto ci chiederanno di progettare i servizi e dunque di progettare chatbot.

In Italia, ma neanche in Europa, difficilmente avremo un’azienda che sviluppa un prodotto come uno smart speaker con un assistente proprietario. Ma personalmente mi sento in dovere di essere un buon amico dell’assistenza vocale e occuparmi di architettura dell’informazione conversazionale.

Se mai qualcuno avrà un dubbio in più o in meno rispetto alla tecnologia grazie a questo blog, io avrò raggiunto il mio obiettivo. E siccome sono convinto che questa tecnologia prenderà sempre più piede, sono qui ogni lunedì ad osservare cosa accade.

Noi non siamo l’utente medio

Anche in questo caso, o forse, più che in altri casi, dobbiamo tenere in mente che

noi non siamo l’utente medio.

Non posso dire che siccome io non faccio uso di uno strumento questo strumento non avrà successo. Non posso affermare che i miei dubbi sono e saranno i dubbi delle masse.

Prendiamo, per esempio, i problemi della privacy che giornali e giornalisti mettono sempre in primo piano. E che la stessa Unione Europea ha evidenziato con l’adeguamento al GDPR. Quanti, oggi, pongono attenzione alla propria privacy? A me pare che si tratti di una minoranza. Io personalmente non faccio dirette facebook. Ma quando ci troviamo nel bel mezzo di una manifestazione tutto intorno si accendono telefonini che trasmettono in diretta l’evento indicando a tutta la cerchia di amici di Facebook ( o gli sconosciuti di Instagram), dove si trovano e con chi si trovano. Svelando posizione, parole ed emozioni anche di chi sta accanto.

Foto di bambini e minorenni, di mamme incinte, di famiglie intere diffuse e condivise sono state sdoganate anche dalle mamme più attente.

Questo cosa ci dice? Ci dice che il concetto di privacy è stato ampiamente superato dalle persone. Le persone raccontano dove sono, cosa fanno, in tempo reale; indicano esattamente i luoghi dove si trovano, le loro abitudini. Per non parlare poi delle numerose app per chi è in cerca di relazioni.

Le app di geolocalizzazione sono sempre più insistenti. Le nostre case sempre più invisibili. E i nostri smartphone ci spingono a farci geolocalizzare sempre più frequentemente. La paura di telecamere sparse per la città sono solo un vecchio ricordo. Anzi, in nome della sicurezza, sempre più cittadini ne fanno richiesta in ogni dove.

Quante scope hai in casa?

Ad agosto 2018, l’associazione Ritrovarsi, ha organizzato un festival di arte contemporanea per la riqualificazione di un quartiere di Sciacca, in provincia di Agrigento. Il quartiere San Leonardo. Si tratta di un quartiere bellissimo, perché si tratta del centro storico, a struttura araba e con forti elementi della cultura ebraica. Il quartiere, oggi, è abitato da gente che economicamente è messa male. Molti disoccupati, molti piccoli delinquenti, diseredati di ogni tipo, persone con handicap vari. Molte case sono chiuse e abbandonate, alcune quasi diroccate.

Non a caso la scelta di riqualificare quello che è diventato un luogo sospeso. Ebbene, ad un certo punto, volendo spazzare un po’ di cartacce sparse per i vicoli, abbiamo chiesto una scopa e una paletta agli abitanti che ci stavano dando una mano. Ebbene, abbiamo avuto difficoltà a trovare una scopa. Per intenderci, manico di legno e spazzola. La risposta che abbiamo ricevuto è stata che quasi tutti avevano e posseggono una scopa elettrica. Per fortuna, alla fine, abbiamo trovato una famiglia faceva e fa uso di scopa e paletta, che ci ha gentilmente prestato.

Eppure scommetto che chi mi sta leggendo (se sei arrivato fin qui) ha più di una scopa per spazzare casa. E forse la scopa elettrica l’ha sempre desiderata ma non se l’è mai comprata.

Io, per esempio, in casa ne ho 4 di scope! Una per il terrazzo, due per la casa, una per la strada.

Una nicchia o una parte della popolazione

A mio parere ci sono fette di popolazione che saranno investite da questa tecnologia e ne faranno un uso massiccio.

La prima è sicuramente la nicchia dei curiosi degli intellettuali, quelli che compreranno gli smart speaker per provarli, per poterne parlare, e averne consapevolezza. Come hanno fatto Giorgio Robino e la sua compagna Giuditta Del Buono. (leggete il suo commento alla fine dell’articolo). Così come ci sarà la nicchia dei curiosi. Tanto più che, come dicevo poc’anzi, un tempo per essere innovativo dovevi spendere un botto di soldi, oggi basta davvero poco. Il solo limite è la curiosità.

Poi ci sarà una parte della popolazione benestante che lo comprerà per dire che lo ha comprato. Per mostrarsi e mostrare l’assistenza vocale agli amici, ai propri pari, che non saranno più pari. Lo farà perché può permettersi lussuriosamente di riempire di sensori la casa. Così come ha fatto Mark Zuckerberg.

Così come ci sarà chi non può permettersi di avere questa tecnologia in casa, ma avrà voglia di paragonarsi a chi sta davvero in alto. E acquisterà l’assistenza vocale a qualunque costo.

L’assistenza vocale oltre internet

In questo blog ho parlato di Google Duplex. E a parte le paure che si sono volute divulgare non ho trovato articoli che ne abbiano parlato in modo obiettivo.

Il fatto che l’assistente risponda al telefono significa che può fare anche a meno della rete internet. Questo significa che una moltitudine di persone oggi fuori dai giochi della rete, saranno riammessi dagli assistenti vocali. Allora il problema non sarà più se avere paura o meno della tecnologia, il problema, torno a dire, è di natura Etica.

Ossia, in parole sempre più chiare, quali risposte saranno date alle persone? Come saranno accolte da chi non ha nessun filtro a questa tecnologia?

Librerie contro televisori

Ebbene si, perché sarà proprio chi, in teoria, non può permettersi questa tecnologia a divulgarla sempre più. Saranno le persone, disoccupate, senza un mestiere, senza arte né parte.

Sono queste fasce di popolazione che hanno in casa lo Smart TV 70 pollici 4K. Queste famiglie non hanno pareti piene di librerie. Non acquistano libri o kindle, ma acquistano smartphone e tablet come se non ci fosse un domani.

Acquistano scope elettriche, non scope con cui ripulire economicamente la propria casa.

Assistenza vocale nel futuro, conclusioni

Ora quello che dico è questo. Siccome la diffusione di questa tecnologia, al momento, pare inarrestabile, non è bene per tutti parlarne e divulgare consapevolezza? Io ne sono pienamente convinto. E sono qui.

Forse, tra i miei lettori, ma anche tra i miei colleghi, c’è chi pensa che non dovrei essere io a occuparmene in quanto architetto dell’informazione. In quanto tale dovrei parlare di etichette e tag. Tra l’altro penso di farlo pure. O forse fraintendo io, ho capito male qualcosa. Ci sta anche. Se proseguo nel mio percorso è perché è stata l’architettura dell’informazione a darmi gli strumenti per giungere fin qui. E sono anche disposto ad uscire dal seminato ed aprire il dibattito. Se necessario.

Concludo qui dicendo che, certamente, ci sarà chi non userà mai i chatbot, gli assistenti vocali e continuerà ad entrare nei siti web tramite tastiera e grafica. Premerà pulsanti e clicckerà vita natural durante, come se nel mondo non accadesse nulla.

Ma ci sarà una parte che parlerà con gli strumenti. Forse non sarà la parte più istruita, forse sarà la parte più negletta. Molto probabilmente ancora sarà la parte esclusa, fino ad oggi, dall’internet come dimostra il rivoluzionario servizio di telefonia My Line.

Gli altri ne resteranno fuori? Quando i servizi parlanti saranno obbligatori? Sarà ancora così?

Insomma, il dibattito è aperto, così come (secondo me) la strada dell’assistenza vocale nel futuro.

L’immagine in evidenza è un opera d’arte esposta durante il festival di arte contemporanea Ritrovarsi 2018. Si tratta dell’opera “Rebus (7,1,4,1,5,1, 6)” di Zoo che su Instagram si definiscono: “Trois femmes ensemble” ci muoviamo all’interno di uno spazio che ci viene proposto, col dialogo troviamo punti in comune che diventano l’opera stessa.

Echo Amazon istruzioni

Questa pagina

si alimenta

delle risposte e dei dubbi

che ho rispetto al mio

Amazon Echo di seconda generazione.

Dopo

le mie prime impressioni

ho voluto scrivere alcuni passaggi

della guida completa,

almeno su quei problemi che ho riscontrato io.

Echo Amazon istruzioni

Spero che sia utile per tutti coloro

che cercano istruzioni riguardo

il proprio dispositivo Amazon.

Per domande e contributi usate i commenti,

magari arricchiamo maggiormente questa pagina.

Amazon Echo anello luminoso

Lo stato dei dispositivi Echo avviene attraverso segnali visivi e attraverso l’anello luminoso che si trova in alto del dispositivo.

Se c’è una cosa che mi ha colpito, per esempio, è che il dispositivo è attivo e pronto per rispondere alle domande quando tutte le luci sono spente.

Luce Blu / Ciano

Blu fisso con sfumature ciano che ruotano: Il dispositivo è in fase di accensione.

Blu fisso con sfumature ciano che puntano verso la persona che parla: Alexa sta elaborando la richiesta.

Alternanza di blu fisso e ciano: Il dispositivo sta rispondendo alla richiesta.

Luce arancione / rossa / gialla

Luce arancione che ruota in senso orario: Il dispositivo si sta connettendo alla rete Wi-Fi.

Luce rossa fissa: Hai disattivato il microfono sul dispositivo. Premi il pulsante Microfono per riattivarlo.

Luce gialla lampeggiante: Hai un messaggio o una notifica in attesa. Di’ “Riproduci i miei messaggi” o “Che notifiche ho?” Per maggiori informazioni, visita Informazioni su Messaggi Alexa.

Luce verde

Luce verde lampeggiante: Hai ricevuto una chiamata. Oppure, qualcuno sta facendo Drop In sul tuo dispositivo. Per maggiori informazioni, visita Rispondere o ignorare chiamate su Echo o su un altro dispositivo supportato.

Luce verde che ruota in senso orario: Sei in una chiamata attiva. Oppure, sei in una chiamata Drop In attiva sul tuo dispositivo.

Luce bianca / violetta

Luce bianca: Stai regolando il livello del volume sul dispositivo.

Luce violetta lampeggiante: Si è verificato un errore durante la configurazione del Wi-Fi. Per maggiori informazioni, consulta Echo non si connette al Wi-Fi.

Luce viola singola dopo aver interagito con Alexa: La modalità Non Disturbare è attiva. Per maggiori informazioni, consulta Utilizzare la funzionalità Non disturbare per Alexa.

Cambiare la posizione del dispositivo Alexa

I primi dati che Amazon Alexa raccoglie sono quelli che trova sul proprio account Amazon. Non so perché ma è andato a prendere il primo indirizzo che avevo registrato, quando mi sono iscritto, tanti anni fa, ad Amazon. Per cui, quando chiedevo che tempo farà domani, invece di darmi le previsioni della Sicilia, mi indicava il meteo di Venezia.

E allora ho dovuto aggiungere l’indirizzo corretto al mio dispositivo.

Per cambiare la posizione dei tuoi dispositivi Alexa è necessario entrare nell’app Alexa sullo smartphone e seguire la procedura.

  • Seleziona l’icona Dispositivi, in basso a destra.
  • Clicca sul tuo dispositivo che ti interessa o aggiungine uno nuovo.
  • Andare su Posizione (dispositivo)
  • Inserire l’indirizzo completo.
  • Salvare premendo il tasto Salva, in alto a destra.

Per cambiare il Paese, basta selezionare Cambia accanto al nome del paese.

In ogni caso l’applicazione ti offre alla fine anche dei suggerimenti, se avessi sbagliato qualcosa, o aggiunto qualcosa in più. Se si hanno più dispositivi Alexa è necessario aggiornare il percorso per ciascun dispositivo. Così come è necessario verificare le sveglie. Immagino se si cambia, addirittura, fuso orario.

Impostare una sveglia

Per impostare una sveglia è sufficiente dire con la propria voce

  • “Imposta una sveglia per [ora della giornata]”.

Per chiedere di impostare una sveglia ripetuta, puoi dire

  • “Imposta una sveglia ripetuta per [giorno della settimana] alle [ora]”.

Puoi impostare inoltre una sveglia ripetuta alla stessa ora ogni giorno, per un giorno della settimana, settimanale o festivo. Pronuncia il comando

  • “Imposta una sveglia ripetuta per ogni [giorno/giorno della settimana/fine settimana] alle [ora]”.

Al suono della sveglia, puoi dire “Posponi” per rimandarla di altri 9 minuti.

Sui dispositivi Echo compatibili, puoi anche toccare lo schermo per rimandare di altri 9 minuti. In alternativa, puoi dire “Stop” quando la sveglia suona.

Dopo aver creato una nuova sveglia con la tua voce, puoi modificarla dall’App Alexa.

Una cosa interessante è che per le sveglie e i timer non è necessario avere la connessione internet o il wifi.

Per creare o modificare una sveglia nell’App Alexa:

  • Nella scheda menu, seleziona Promemoria e sveglie.
  • Scegli il tuo dispositivo dal menu a discesa.
  • Seleziona la scheda Sveglie.
  • Seleziona Aggiungi sveglia per creare una sveglia.
  • Per modificare una sveglia esistente,
  • torna alla scheda Sveglia
  • Seleziona quella esistente.

Quando suona la sveglia, puoi eseguire anche le seguenti azioni:

  • Per eliminarla, trascina il dito verso sinistra su una sveglia.
  • Per ignorarla, trascina il dito verso l’alto su Ignora.

Non riesco a capire

Può capitare che all’accensione di Alexa, la risposta sia: in questo momento non riesco a capire, mentre si accende l’anello rosso.

Perché non capisce quello che gli diciamo? Cerchiamo di capire assieme quali sono le cause per il quale Alexa non capisce e scopriamo come risolvere il problema, prima di farsi prendere un infarto.

Intanto, partiamo dal presupposto che può capitare. E non è un problema di Alexa o del nostro smart speaker ma è un problema di connessione.

Il cerchio rosso illuminato, infatti, indica che il dispositivo non è collegato a internet.

Le operazioni da fare in ordine sono.

Staccare la corrente elettrica, aspettare almeno dieci secondi e far riavviare Amazon Echo. Se alla fine di questa operazione l’anello passa da blu a rosso, significa che il dispositivo è ancora disconnesso.

Connessione satura

Può capitare che la connessione sia satura. Ossia ci siano connessi troppi dispositivi alla connessione di casa, oppure state scaricando troppi dati, come uno streaming in alta definizione. E non c’è banda sufficiente per Alexa per connettersi.

Quindi staccate o interrompete queste attività di download e riprovate.

Riavviate il modem

Se ancora non succede nulla, provate a riavviare il modem.

Configurate Alexa

Può accadere che Alexa abbia dimenticato la password o perso del tutto la configurazione. La configurazione avviene tramite app. Andate su dispositivi, vi indicherà che il dispositivo è off, cliccate e seguite la procedura.

L’applicazione dice che dopo la luce azzurra, si accende la luce arancione. A me non è comparsa la luce arancione, quindi ho provveduto all’accenzione manuale, ossia premendo il tasto di attivazione (per intenderci il tasto con il punto) per 6 secondi, o almeno fin quando Alexa non dice che sta procedendo alla configurazione. A questo punto, Alexa si connette con la rete wifi o con il vostro cellulare. Decidete la rete di connessione e provvedete a ricaricare la password.

A questo punto, se non è accaduto altro, avrete Alexa nuovamente in rete e funzionante!

Come gli Smartspeaker rivoluzioneranno il mondo con la loro voce

Gli smartspeaker rivoluzioneranno il mondo con la loro voce? E come? Lo rivoluzioneranno per davvero? Oppure, molto più semplicemente, il mondo lo stiamo rivoluzionando noi e gli assistenti vocali ne prenderanno atto? Forse non c’è nulla di rivoluzionario a parlare con una macchina, se poi questo ci fa tornare ad essere umani.

Questo articolo è stato scritto il 23 aprile 2018 e aggiornato il 19 novembre 2018

A tal proposito mi è molto piaciuto, per esempio, l’incipit di un articolo di Antonio Garcia Martinez che dice.

La voce è il medium umano primordiale. I neonati riconoscono la voce della madre nel momento in cui sono nati, avendo sentito una versione soffocata di esso in utero. Nell’ultimo minuto, urliamo o piangiamo per aiuto o gioia.

Anche le nostre comunicazioni più astratte testuali o informatizzate sono inquadrate come “conversazioni”, imitando il tipo di dialogo faccia a faccia – ricco di corpo, sotto testo, calore emotivo e insinuazioni – la cui crescente assenza ha generato un centinaio di sostituti virtuali.

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Conversazioni del passato, conversazioni del presente futuro

Stiamo assistendo ad una rivoluzione unica. Se pensiamo che abbiamo impiegato secoli per imparare a parlare come parliamo adesso, l’italiano di Dante non è il nostro italiano, ogni forma di cambiamento ci appare come un deterioramento. Ma la lingua cambia, si modifica. Lo fa perché quando ci esprimiamo dall’altra parte c’è qualcuno che ci ascolta e reagisce a quello che noi diciamo. Reagisce perché comprende.

Il fatto che a comprendere e a reagire sia un piccolo oggetto meccanico non cambia molto. Perché dietro quell’oggetto ci sono persone che parlano anch’esse. E che anzi, vogliono comprenderci al meglio. Tecnicamente molto complesso, nella pratica continua ad essere una evoluzione naturale.

Lingue eterne

Quando ho studiato linguistica all’università, mi colpì molto il fatto che una lingua muore quando muore il penultimo essere umano che la usa. La lingua non è qualcosa di unidirezionale. Esiste fin quando comunica. Quando l’ultimo uomo parla con se stesso non sta usando la lingua; può pure elencare al vento milioni di parole, inventarne di nuove. Ma dirà solo parole morte di una lingua morta.

Affidare la lingua ad una macchina forse significa affidare una lingua all’eternità. Sebbene un po’ meccanica e non tanto melodica. Anche con questa rivoluzione linguistica dovremo fare i conti.

Ti presentiamo Echo Show 8 Resta sempre in contatto con l’aiuto di Alexa – Tessuto antracite.

Qualche prova interessante

Stiamo tutti facendo le nostre prove con il nuovo Google Assistant. Abbiamo aspettato a lungo questo momento.

Se non le avete ancora letto ci sono due belle prove fatte in casa Robino – Del Buono.

Hanno acquistato un Google Home mini e lo chiamano “il sasso”. E mi piace molto questo termine.

Per quanto in molti sperano che fallisca, per quanto l’user experience non sia ottima, per quanto gli scettici sono numerosi e la diffusione sarà limitata anche nel tempo, l’assistenza vocale entrerà ed entra con prepotenza nelle case. Lo fa e lo farà in modi del tutto nuovi, inaspettati, originali. Fosse solo per curiosità, avremo qualcosa di questo genere in casa.

Per tutti diventerà un oggetto vivo. Più vivo di altri oggetti nonostante più simile ad un sasso. Oggetto che darà vita ad altri oggetti. Una interfaccia di azione unico.

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Smartspeaker rivoluzioneranno il mondo

Antonio Martinez si lancia in una predizione.

Tra touchscreen e voce, il battere a macchina tornerà ad essere l’abilità di un professionista specializzato, limitata a autori molto anziani, programmatori e (forse) antiquari hipsters che faranno il caffè ancora con la moka. Mia figlia di 2 anni non imparerà mai a guidare, invece guiderà la sua auto a guida autonoma.

Si parlerà in una stanza vuota e ti aspetterai che il cloud, insieme alle sue ancelle dell’IA, risponda.

Gli annunci mirati saranno generati dinamicamente, basati su quelle richieste, riempiranno le lacune del  flusso onnipresente di musica, podcast e libri. Forse saranno persino sintetizzati dal momento che le cosiddette pubblicità “host-read” superano le voci umane casuali.

Le tastiere dei computer si uniranno alle macchine da scrivere nei display dei musei storici e quella laringe complicata, unica tra i primati, sarà la prima serie degli assistenti vocali.

Conclusioni

Ora io non so se Martinez abbia ragione. Sapete che le predizioni non mi piacciono. Io non so se questa rivoluzione sia più o meno imminente. Certo è che il corso di questa tecnologia si è avviato e stia aprendo a nuovi mercati in pieno sviluppo. Ma guardando alla Storia, io mi aspetto che, prima o poi, dovremo fare i conti con qualche fermata di arresto. Vedi anche il recente provvedimento del GDPR il regolamento europeo sulla Privacy che obbliga ad un consenso informato e consapevole delle persone.

Sono e saranno inevitabili le resistenze di chi verrà scalzato da questa tecnologia. Ad ogni modo la Legge sarà sempre e comunque in ritardo rispetto alle potenzialità e ai pericoli che sono sottesi ad ogni spinta innovativa.

Dovrà essere chi usa queste tecnologie a farne un uso etico. Per quanto possibile.

Consapevolezza

E, insomma, il problema non è se assistenti vocali e smartspeaker rivoluzioneranno il mondo o meno. Non credo sia possibile fermare il mondo e il suo corso storico. Il problema è aumentare la consapevolezza. Lo ripeterò fino alla nausea. È necessario essere consapevoli del mondo che stiamo vivendo.

C’è da mettersi insieme, fare rete, per questo scopo, per contribuire ad un web migliore. Che significa, poi, nell’era dell’Onlife, un mondo migliore. Dove, con buona pace di tutti, ci saranno schermi e interfacce conversazionali. E semmai il problema sarà quello di restare umani, profondamente umani. Capaci di azioni di valore e condivisione.

Aggiornamento 19 novembre 2018

La rivoluzione è arrivata anche in Italia, nel momento in cui smart speaker come Google Home o l’appena acquistato Amazon Alexa Echo hanno iniziato a parlare italiano.

Ti potrebbe interessare i 50 comandi che puoi dare ad Amazon Alexa oppure i comandi in italiano che Amazon stessa aggiunge periodicamente e che suggerisce ai suoi clienti.

Io ho iniziato a scrivere le mie prime impressioni sul Amazon Echo. Certo, si tratta di un solo dispositivo, la famiglia Echo è molto grande, però sto cercando altre persone che ne possano parlare a tutti.

Stai in ascolto!

Amazon Alexa parla italiano con i suoi smart speakers

Amazon Alexa arriva in Italia! Il 30 ottobre 2018 ha inizio il futuro dell’assistenza vocale in lingua italiana! Credo che sia un momento importante anche per questo blog. Perché ne ho parlato in lungo e in largo, perché dopo 3 anni in cui parlavo in modo teorico degli assistenti vocali, oggi ne posso avere uno smartspeaker reale tra le mani. Insomma, è un momento felice che bisogna festeggiare e ricordare.

Amazon poi arriva con un armamentario di smarspeaker imponente. Non uno ma 4 smarspeaker di ultima generazione, e kit di base per l’internet delle cose.

Amazon alexa italia

Chi segue il blog da più tempo sa che mi occupo di Amazon Alexa da un paio di anni. Me ne sono occupato perché l’impatto che ha già avuto negli Stati Uniti è notevole. Amazon è un ecosistema digitale importante, la sua architettura dell’informazione è presa ad esempio da molti User Experience Designer.

Amazon ci ha cambiato in questi ultimi anni. Per esempio, ha scardinato la paura che abbiamo di affidare i dati della nostra carta di credito o prepagata ad un sito internet. Ha colpito duramente le grosse catene di vendita, sta mettendo a dura prova i piccoli negozianti. E’ vero, ma sta anche lavorando al negozio del futuro e per chi vive in provincia da la possibilità di una finestra sul commercio unica.

E, da oggi, da domani, tutto questo sarà possibile farlo anche attraverso la propria voce, con Amazon Alexa Italia. Un progetto, quello di Alexa, nato per gioco e diventato, invece, il progetto di punta dell’innovazione targata Amazon.

Alexa cos’è

Per spiegare cos’è Alexa uso le parole di Amazon.

Amazon Alexa è un utile applicazione che può fornire aggiornamenti su ciò che accade nel mondo, riprodurre le canzoni preferite, a cui fare domande, creare liste ed altro ancora. Amazon Alexa si adatta e impara nel tempo, offrendo un’esperienza personalizzata.

Tiene anche in considerazione le tue preferenze di vocabolario.

Amazon Alexa Italia semplifica la connessione a diversi dispositivi della tua casa con un solo comando per ogni attività.

Smartphone o Smartspeaker?

Tra le altre cose Amazon invita a scaricare Alexa sul proprio telefonino, in modo da potersi connettere con altri che usano la stessa applicazione.

Lo scopo è quello di far entrare più persone all’interno dello stesso ecosistema.

Alexa comando vocale

Su questo blog ho scritto un paio di articoli su cosa chiedere ad Alexa, che tra l’altro sono anche comandi che puoi dare a qualsiasi assistente vocale.

Dice Amazon.

Le principali caratteristiche degne di nota sono:

  • Creare gruppi di luci intelligenti e controllare tutte le luci in una stanza con un solo comando.
  • Chiamare e inviare messaggi ai possessori di dispositivi Amazon Echo e a chiunque altro con l’app Alexa sul proprio telefono o tablet.
  • Adattarlo alle esigenze e preferenze personali.
  • Collegarsi stabilmente con i dispositivi compatibili Alexa per chiamare casa o per far sapere alla propria famiglia che è ora di cena o controllare un parente anziano.
  • Ascoltare la tua musica preferita.
  • Chiedere all’assistente di leggere le ultime notizie o gli aggiornamenti meteo (e altro).
  • Con la musica multi-room, creare gruppi di dispositivi Echo compatibili sulla stessa rete Wi-Fi per riprodurre la musica su tali dispositivi.
  • Con Smart Home, configurare i dispositivi, controllare o controllare lo stato delle luci intelligenti, serrature e termostati a casa e in viaggio.

Amazon echo

Amazon Echo è un altoparlante che puoi controllare con la tua voce, senza dover usare le mani.

Echo si connette all’Alexa Voice Service per riprodurre musica, effettuare chiamate, inviare e ricevere messaggi, cercare informazioni, notizie e risultati sportivi, darti le previsioni del tempo e molto altro. Basta chiedere.

Inoltre, Amazon Echo è un altoparlante progettato sapientemente per riempire qualsiasi stanza con un suono pieno e ricco. Grazie ai sette microfoni di cui è dotato e alla tecnologia di beamforming, è in grado di sentirti da qualsiasi direzione, anche mentre stai ascoltando della musica.

Quando vuoi usare Echo, devi semplicemente pronunciare la parola di attivazione “Alexa” ed Echo si attiverà e risponderà alla tua richiesta.

Amazon Alexa parla italiano. Ma lavora per la CIA?

Il sospetto che Alexa ci ascolti 24 ore su 24 ore è un sospetto che hanno in molti. Alexa come tutti gli altri assistenti vocali. I giornali generalisti mettono sempre il dubbio su questo aspetto. Personalmente non lavoro per Amazon o per Google, per cui non posso mettere la mano sul fuoco. Ma è una paura davvero indotta che, al momento, non ha nessun fondamento.

Le aziende come Google, Amazon, Microsoft, hanno sempre negato qualsiasi possibilità di ascolto al di là delle richieste effettuate. E se un controllo viene effettuato da queste aziende, lo fa già tracciando tutta la nostra navigazione. E se dovessero davvero ascoltare le nostre conversazioni, significa che già lo fanno sui nostri smartphone.

Tutti coloro che lavorano e raccontano questi dispositivi garantiscono all’infinito che l’ascolto da parte del dispositivo si limita al momento in cui si da il comando di accensione “Alexa” “ok Google” “Ehi Siri”. Io ci credo in buona parte perché tradire questa fiducia o affermare questo sospetto significherebbe la fine di questi dispositivi.

Chi, infatti, sopporterebbe di avere una spia in casa?

Come spegnere Amazon Echo

Amazon Alexa si può sempre spegnere.

Controlla la musica con la tua voce

Amazon ha sempre creato dispositivi massicci e ad alte potenzialità. Si veda per esempio il kindle Fire. Un tablet a tutti gli effetti con una potenza davvero incredibile. Amazon infatti non guadagna dai suoi dispositivi, ma da quello che ci fai con i suoi dispositivi. Per cui offre ad un prezzo relativamente contenuti prodotti di alta qualità.

Amazon Echo è dotato di un woofer con cavità downfiring da 63 mm e un tweeter da 16 mm con processore Dolby, per toni cristallini e una risposta dei bassi dinamica in tutta la stanza. Puoi riprodurre la tua musica preferita da Amazon Music, Spotify, TuneIn e da altri servizi musicali.

Con Amazon Music, potrai cercare musica in base all’artista o al periodo, oppure lasciare che Alexa scelga la musica per te. Gli iscritti a Prime possono ascoltare in streaming oltre 2 milioni di brani degli artisti più famosi grazie a Prime Music, senza pubblicità né costi aggiuntivi.

Con Amazon Music Unlimited, avrai accesso a oltre 50 milioni di brani, inclusi quelli più recenti, a soli 3,99€ al mese su un dispositivo Echo. Dopo aver configurato il tuo dispositivo Echo, Amazon Music Unlimited sarà disponibile in prova gratuita per 14 giorni senza dover sottoscrivere un abbonamento; dopodiché, potrai iscriverti e ottenere un periodo di uso gratuito di 30 giorni. Scopri di più.

Amazon Alexa prezzo

Alexa arriva da noi provvista già di 400 diverse skill e non solo a bordo dei dispositivi Echo, ma anche di prodotti terzi provenienti da aziende come Bose, Sonos, Harman Kardon, Jabra, Hama, NETGEAR, Huawei, Sony, Riva, Motorola, TIM e altre.

Le offerte di lancio dal 24 al 30 ottobre sono davvero impareggiabili.

Si parte dai 35,99 euro necessari per Echo Dot passando per i 59,99 di Echo, i 77,99 di Echo Spot e gli 89,99 di Echo Plus. Le consegne avranno inizio il 30 ottobre.

Amazon Alexa tutti i dispositivi disponibili

Echo Dot (3ª generazione) – Altoparlante intelligente di piccole dimensioni.

Amazon Echo (2ª generazione) – Altoparlante intelligente classico.

Amazon Echo Spot – Un altoparlante intelligente dotato del video.

Echo Dot (3ª generazione) + Amazon Smart Plug, compatibile con Alexa

Amazon Echo Spot + EZVIZ ezCube Pro IP Telecamera.

Echo Plus (2ª generazione) + Philips Hue White Lampadinada

Kit per la casa Amazon Alexa

Echo Stereo System – 2 Echo (2ª generazione).

Amazon Echo (2ª generazione) + Philips.

Sonos One, lo Smart Speaker per Ascoltare la Musica

Cuffie Bose QuietComfort 35 II Wireless con Alexa integrata.

Acquisti on-line per Alexa e la Casa intelligente: Dispositivi con Alexa integrata.

Promozione Echo da un’ampia selezione nel negozio Musica Digitale

Guida alle skill di Alexa

Le skills sono le applicazioni vocali di Alexa. Le skill permettono di attivare nuove funzionalità e contenuti che arricchiscono l’esperienza con i dispositivi Echo e con integrazione Alexa. Amazon offre la guida che trovate qui di seguito.

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“Intranet Information Architecture” di Giacomo Mason

“Intranet Information Architecture. Progettare l’architettura informativa delle intranet di nuova generazione” è il titolo dell’ultimo libro di Giacomo Mason edito da UXUniversity. La stessa per cui terrò il corso Progettare Chatbot.

Una digressione personale su Giacomo Mason

Prima di parlare del libro vorrei raccontare alcuni aneddoti personali, che in anni non sospetti, mi hanno fatto conoscere Giacomo Mason. Se non interessa, potete saltare a piè pari questo paragrafo e andare alle conclusioni che spiegano il perché reputo il libro uno strumento utile e assolutamente da acquistare.

Ma la digressione la devo fare. Perché devo a Giacomo Mason più di quanto lui stesso possa immaginare.

Giacomo Mason? Ma io lo conosco!?

Non ho mai incontrato Giacomo Mason di persona. Siamo in contatto sui social e la nostra professione ci lega. Forse ci siamo incrociati al WUD Rome 2016, ma non sono sicuro fosse lui. Fatto sta che ne sento parlare da quando mi sono avvicinato all’architettura dell’informazione. Ne ho sempre sentito parlare come un ottimo professionista, come specialista delle intranet ed ogni tanto vado a leggere il suo blog.

L’anno scorso, dopo il mio definitivo trasloco in Sicilia (trasloco composto in buona parte di libri) mi decido ad acquistare una nuova libreria e sistemare quanto raccolto nel decennio precedente.

Mi capita sotto mano uno dei primi libri che ho acquistato a Venezia nel 2008. Lo riprendo in mano con nostalgia. Perché è uno di quei libri che mi ha dato notevoli spunti; che se si fossero realizzati (a quei tempi) sarebbero stati spunti rivoluzionari. E forse la mia storia professionale sarebbe stata diversa.

Leggo il titolo. La nuova comunicazione interna. Reti, metafore, conversazioni, narrazioni”. Autori Paolo Artuso e Giacomo Mason. Aspetta! Chi? Giacomo Mason? Lo stesso Giacomo Mason che ho incontrato professionalmente anni e anni dopo? Si. Proprio lui. Vedi il caso?

Comunicazione interna

Quando iniziai ad occuparmi di Radio, l’allora prorettore alla comunicazione dell’Ateneo veneziano, il professor Umberto Collesei, voleva che mi occupassi delle notizie dell’Ateneo, facendo un lavoro di raccolta. Peccato che il mio direttore del Servizio Comunicazione la pensava in maniera completamente opposta. Ossia il mio direttore pensava che non si poteva andare in giro, bisognava restare seduti, in ufficio, per rispondere in qualsiasi momento al telefono e ricevere da seduti tutte le comunicazioni. L’ufficio non doveva mai restare scoperto.

Da questo incrocio di vedute, nacque la necessità di avere una comunicazione interna adeguata ai tempi che stavano cambiando. Ed il prescelto fui io. Io che venivo da RCS Quotidiani e che avevo visto fare comunicazione interna in modo molto diverso rispetto a quanto non veniva fatto all’università.

Come mio solito, quando mi si affida un compito, iniziai il mio protocollo di formazione continua. Uscii da lavoro ed entrai nella prima libreria che incontrai. Cercai e tra gli scaffali c’era questo libro. Devo ammettere che, allora, non mi interessarono gli autori. Il titolo era talmente eloquente. Sembrava proprio scritto per me. “La nuova comunicazione interna“. Proprio quello che dovevo fare io.

Un modo nuovo di intendere la comunicazione interna

Il libro lasciò una profonda impronta nella mia idea di comunicazione. Ed è per questo che penso di essere stato per moltissimi anni un architetto dell’informazione inconsapevole. Tra l’altro il sottotitolo mi ha accompagnato nella mia formazione professionale, fino ad oggi, tra reti, conversazioni e narrazioni, appunto. Quel libro metteva al centro le persone; i veri protagonisti della comunicazione.

Dentro quel libro trovai tanti spunti. Veniva capovolto, già nel 2008, il punto di vista della comunicazione rispetto a quanto fatto fino ad allora. Se a quei tempi, infatti, la comunicazione interna era una comunicazione dall’alto verso il basso, Artuso e Mason proponevano una comunicazione che provenisse dal basso, che coinvolgesse i dipendenti.

Erano i primi anni dell’avvento di Facebook e già qualcuno intuiva i mutamenti che sarebbero arrivati. La partecipazione delle persone alla creazione di qualcosa era (ed è ancora) idea rivoluzionaria, in epoca dove la comunicazione era verticistica, proveniente tutta dall’alto e dai vertici di governo.

Raccolsi tutti gli elementi interessanti del libro e li sintetizzai in una relazione, che (spero di ritrovare) venne in seguito lasciata in silenzio. Perché la comunicazione interna che poi mi fecero fare, in pratica, era qualcosa che non si poteva chiamare degna di questo nome.

Newsletter come comunicazione interna

Di tutto il lavoro rivoluzionario che io proponevo (o meglio, che avevo estratto dal lavoro di Artuso e Mason) di fare, non se ne fece nulla. Allora non si poteva disturbare il reparto web, figurarsi se poi si poteva chiedere di rifare tutta la intranet.

Per questo motivo il tutto si ridusse nella compilazione di una newsletter che non aveva senso, che duplicava documenti più approfonditi, diceva cose che già tutti sapevano e dunque del tutto inutile.

In teoria, si trattava di una newsletter che raccontava, in sintesi, i punti discussi e approvati dal senato accademico. Sempre in teoria, l’ufficio organi collegiali mi avrebbe dovuto passare i suoi verbali, io li avrei riscritti in forma sintetica e potabile, ripuliti dei termini legali, inserirli sul web e poi li avrei inviati ai colleghi.

In modo semplice e immediato. La newsletter sarebbe dovuta essere inviata pochi giorni dopo l’assemblea del senato accademico.

Tra il dire e il fare ci sono di mezzo le persone

Peccato che non mi furono mai concessi, da nessuno, gli strumenti per fare bene il mio lavoro. Per esempio, non mi fu mai concesso di partecipare in prima persona al Senato accademico. La direttrice dell’ufficio organi collegiali mi passava una piccola parte dei verbali. Con estrema gentilezza, come era di suo carattere, teneva per se tutto ciò che era stato elemento di discussione e di acceso dibattito. Insomma veniva censurata preventivamente una buona parte delle cose interessanti, non secondo logiche comunicative, ma secondo logiche di preoccupazioni personali.

Così io ricevevo, quando andava bene, la metà dei verbali, e quindi la comunicazione veniva già pilotata dalle impressioni della direttrice. Ma non era finita.

Prima della pubblicazione ripassavo dalla censura dell’allora direttore amministrativo, che toglieva e aggiungeva a suo piacimento. Quando andava bene. Quando andava male chiedeva conto e ragione di ciò che mancava. E mi rimbalzava agli organi collegiali.

C’erano una volta i forum

Capitava poi, che i membri di opposizione scrivessero sui loro canali (allora c’erano attivi diversi forum) quelle notizie che avevano suscitato l’aspro dibattito di cui io non riuscivo a sapere nulla.

Il che, è chiaro, mi rendeva tutto tranne che uno che si occupava di comunicazione interna. Non solo per il processo farraginoso, ma anche perché la newsletter era del tutto inutile.

Alla fine del Senato accademico i presenti parlavano di ciò che era accaduto, non con me, né con il mio ufficio. Già la sera stessa le notizie più rilevanti erano bruciate. Se a questo si aggiunge che i verbali del senato accademico venivano resi pubblici, chi era interessato trovava lì tutte le notizie.

Cioè se sei interessato a quello che viene deciso dal Senato Accademico, non ti basta il sommario. A questa mia obiezione mi veniva risposto che quei verbali erano in pochi a leggerli, mentre la newsletter la leggevano tutti. Cosa assolutamente falsa. Perché sia la newsletter sia i verbali erano letti dalle stesse persone che anzi, a maggior ragione, si facevano un’idea negativa di quella che era intesa come comunicazione interna.

Da ufficio comunicazione ad ufficio propaganda

Ovviamente non avevo voce in capitolo, era poco meno di un anno che mi trovavo in quell’ufficio e per giunta precario. Al mio direttore andava bene così, alle catena di comando andava bene così. Peccato che tutti comprendevano che la comunicazione interna non funzionava. E l’esperimento si interruppe al primo cambio di comanda. Poi fu ripreso nuovamente dopo tempo. Qualcosa fu migliorato, ma il principio era sempre lo stesso.

Anzi, proprio per quell’idea di “ufficio propaganda” che ha continuato ad avere l’ufficio, su molti aspetti, proprio l’ufficio che avrebbe dovuto sapere tutto, restava fuori da molte comunicazioni interne.

E così è continuato ad essere per anni. Le cose sono cambiate? Non penso. La catena di creazione non funzionava perché le persone non erano state coinvolte. Ed è certo che ancora oggi non lo sono.

Intranet Information Architecture

Ma adesso veniamo al libro. Giacomo Mason dice che quella comunicazione verticistica e proveniente dall’alto, che non ascolta i dipendenti, è finita. Ed, in teoria, sarebbe dovuta finire già da almeno un decennio. Almeno da quanto Mason scrisse il precedente libro. Ma dal mio vissuto non sono per niente sicuro che sia del tutto finita.

Fosse solo per il fatto che fa troppo comodo una comunicazione verticistica. E che dare la parola ai dipendenti, quando non gli chiedi mai niente, risulta troppo pericoloso. I manager di oggi, grosso modo, sono gli stessi manager di dieci anni fa. Se ancora nel 2018 parliamo di cultura digitale come del futuro, significa che l’Italia ha ancora un bel po’ di strada da fare. E se non avevano la sensibilità di ascoltare dieci anni fa, dubito che abbiano cambiato modo di fare.

Lavorare con i dipendenti

Traggo un breve brano dal libro che conferma quanto appena da me raccontato e che vale l’acquisto del libro.

C’è stata un’epoca, fino a poco tempo fa, nella quale le decisioni sui nuovi servizi dell’azienda venivano prese in stanze lontane. Il design portato avanti da inarrivabili designer, le applicazioni sviluppate in segreti sottoscala senza che nessuno conoscesse lo stato dell’arte e gli avanzamenti. Un’epoca in cui progettare un servizio significava creare un piccolo gruppo di onniscienti specialisti che avrebbero detto la prima e l’ultima parola sul prodotto che poi gli altri, mai incontrati realmente (ma in nome dei quali il gruppo, a rigore, lavorava) avrebbero dovuto usare: E che poi in effetti usavano, e poi smettevano di usare, e poi mettevano da parte con un’alzata di spalle. Quell’epoca è finita.

Oggi, per progettare un servizio, un prodotto, un’applicazione, ma anche un menù di navigazione un insieme di etichette, si lavora c’è anche a fianco con le persone che poi useranno il servizio, l’applicazione, il menù di navigazione. Lavorare con le persone significa e coinvolgerli in modo organizzato (ovvero usando tecniche di design thinking) in vari momenti del processo di design: ascolto, progettazione, verifica di quello che è stato progettato.

Quell’epoca è finita?

Quell’epoca è davvero finita? A me non risulta, anche se sarei felice di essere smentito, che quell’epoca sia finita. Non credo che i reparti di sviluppo, almeno quelli al riparo con uno stipendio fisso, si siano adeguati alle nuove e moderne metodologie. Non credo che i manager illuminati si siano moltiplicati sul suolo italico.

Se un umanista della comunicazione sogna una intranet a disposizione dei propri colleghi, l’informatico pensa a tutto il lavoro aggiuntivo e alle ore di straordinario necessarie e non pagate.

Non penso che sia sempre fatto per partito preso. Almeno lo spero. L’informatico, per definizione, sta al di là del ponte. Lo è spesso fisicamente, sempre più, lo è mentalmente. Parla un linguaggio che solo lui ha imparato e non vuole aiutare altri a comprenderlo. Se a questo comprensibile modo di essere, si aggiunge che è meglio risparmiare tempo ed energie, sapete qual è il risultato.

Comunicazione VS Informatica

Non solo. A me risulta, che lo scontro tra comunicazione e informatica è sempre in continuo divenire. Senza soluzione di sorta. Chi ha pensato di unire i due uffici ha solo provocato tensioni e depressione nei dipendenti che si vedono altrove.

Anche lo sviluppo di un sito web istituzionale risponde spesso a logiche di organigramma. Quando va bene. Quando va male è sottoposto al “Mi piace o non mi piace” di chi comanda o del figlio di chi comanda. Lo spazio sul web corrisponde spesso allo spazio di potere del dirigente di riferimento. Molte parti dei siti vengono affidati ai dipendenti che devono seguire le logiche dello sviluppatore. Anche se quelle logiche sono opposte alle logiche lavorative.

I dipendenti spesso si interfacciano con architetture dell’informazione incomprensibili. Proprio perché sono il risultato di scelte verticistiche o di singoli. Proprio perché non si riesce a fare un lavoro di ricerca, di progettazione adeguato. Non si riesce a fare un lavoro di squadra.

Certo. Nel mondo questo modo di fare è finito. Ma parlando dell’Italia, mi viene da consigliare di usare il condizionale e che sarebbe meglio dire che quell’epoca sarebbe dovuta concludersi da molto tempo. Che oggi si dovrebbe progettare e sviluppare in maniera completamente diversa e opposta rispetto al passato: le intranet, come i siti web.

Perché acquistare Intranet Information Architecture

E dunque diventa fondamentale acquistare il libro di Giacomo Mason. Primo perché penso che l’epoca delle cattive pratiche in Italia non è finita. Anche se si è fatta molta strada in questi anni. Non mi troverei qui a divulgare una cultura della comunicazione e della progettazione ormai ovvia in quasi tutto il mondo. Secondo, lo deve comprare chi vuole comprendere i meccanismi della progettazione. Come si fa, come viene fatta dai professionisti.

La lettura del libro, dunque, è una lettura fondamentale. Per estrarre le buone pratiche. Cercare di creare, nel vostro inferno di azienda, piccoli e intensi spazi di paradiso. Potrete scorgere nel vostro quotidiano le cattive pratiche svolte da enti, agenzie, ancora vecchie dentro, e da colleghi non proprio umili ed educati.

Si tratta di seguire, passo passo, il lavoro di un professionista nella realizzazione di una intranet. E con esempi pratici e reali. Un libro utile. Per tutti. Per coloro che vogliono imparare da principio, così come per coloro che hanno già esperienza in aziende private o pubbliche. E magari, per ragioni varie, non hanno la possibilità di collaborare con un professionista di alto livello come Giacomo Mason. Leggere il libro significa mettersi al suo fianco e imparare.

Allora è e sarà una vera scoperta. Che consiglio a tutti di fare.

Progettare chatbot: nuovo corso UXUniversity

Progettare chatbot significa studiare tutte le possibilità di realizzazione di un chatbot. E come? Pensando, insieme, a tutti i modi possibili per simulare una conversazione reale.

Progettare chatbot, il perché di un corso

Molte aziende si stanno interessando alla realizzazione di chatbot. E al solito, c’è chi lo sta facendo molto bene e chi male. A rispondere a questa esigenza di sviluppo, sono stati per primi gli informatici e gli ingegneri. Dico anche giustamente, perché all’inizio di questo trend, i primi strumenti di costruzione necessitavano la conoscenza di linguaggi di codice.

Essendo dei veri e propri tecnici la maggior parte di questi ottimi professionisti si sono concentrati nello studio degli strumenti. Ossia il focus della loro attività sta nello studio di quei programmi che ti permettono di realizzare un chatbot con o senza la conoscenza di un linguaggio di codice. Attenzione. Senza di loro non avremmo avuto la possibilità di questa tecnologia a disposizione di tutti. Per cui gliene saremo sempre grati!

Ma senza una progettazione, senza un percorso, ci si affida principalmente alla sensibilità del singolo professionista. Che può afferrare il senso del nostro business, così come può fraintenderlo.

Certo, lavorando sullo strumento, si è in parte costretti a pensare, per carità. Ma se ci sono percorsi che permettono di avere a disposizione un maggior numero di attrezzi? Perché non utilizzarli?

È certo, infatti, che il momento della progettazione e della ricerca siano più importanti della realizzazione vera e propria. Perché se abbiamo studiato, fatto ricerca sulle persone e se abbiamo progettato bene, il processo di realizzazione è più semplice e veloce.

Lo scenario

Nel sesto appuntamento di UX on the Sofa ho parlato di come il web stia cambiando, e dei nuovi modi per navigare sul web con l’aiuto degli assistenti vocali. Ci sarà una grande diffusione della domotica, come di smart speaker per la casa. Insomma, saremo circondati da sistemi sonori che cambieranno la nostra quotidianità.

Certamente questi mutamenti non riguarderanno l’intera popolazione, anche se questo è l’obbiettivo degli assistenti vocali. Staremo a vedere. Il blog sarà vigile sul tema.

Un nuovo corso UXUniversity

Nel corso si lavorerà insieme per creare un chatbot semplice ma efficace. Ma soprattutto con tutti gli elementi necessari perché funzioni.

I chatbot e i servizi di assistenza vocale sono il nuovo trend delle interfacce conversazionali. Volete sperimentare anche voi questa nuova tecnologia? State pensando di aggiungere un chatbot ai vostri servizi? Molte grandi imprese li stanno già sperimentando da tempo e anche i privati iniziano ad affidarsi a questi servizi di customer care.

Questo corso parte dalla conoscenza della tecnologia, fornisce un percorso da seguire per ideare e realizzare un chatbot semplice ma efficace. Metteremo al centro della nostra progettazione i principi dell’Architettura dell’informazione e dell’UX Design.

Si tratta di un lavoro multidisciplinare, che richiede competenze trasversali per creare un chatbot con una personalità e una funzionalità mirata. Faremo riferimento ad altri corsi dell’UXUniversity.

Argomenti trattati

Architettura dell’informazione sonora
Cosa sono i chatbot e gli assistenti vocali: storia e differenze
I settori di sviluppo – Benefici e monetizzazione
Casi studio in Italia e negli USA
Come si crea un chatbot – Un percorso trasversale
(Chatbot strategy, Naming, Personas, Sceneggiatura, Tone of voice, UX Storytelling.)
Progettazione delle conversazioni
Gli strumenti
Come parlano gli strumenti
Distribuzione e analisi
Argomenti non trattati
Chatbot Engine
Intelligenza artificiale e machine learning
Linguaggi di programmazione e codici
Cosa imparerete
A cosa serve un chatbot, se ti serve davvero un chatbot
Come progettare un chatbot
Scrivere dialoghi per chatbot
Cosa non dimenticare

Cosa c’è dentro?

Dentro al corso ci sono tante cose. Troverete me, i miei studi classici e umanisti, i corsi di formazione e di sceneggiatura che ho seguito, così come quelli di social media marketing; sarà possibile scorgere le mie letture, la mia passione per il cinema, ma anche i miei corsi di lingua straniera. Ci sono le mie esperienze personali, le mie passioni e desideri, così come la mia attività professionale tra architettura dell’informazione e radio. E poi ci sono tre anni e passa mesi di blogging, di discussioni sul campo, di commenti, e contributi di lettori e amici.

Ma soprattutto dentro questo corso c’è il cuore e l’amore di far bene le cose. Spero che vi sia utile!

WIAD Palermo 2018

In questo corso, forse, ci troverete anche un po’ del WIAD Palermo 2018 che, se non mi conoscete ancora, vi ripropongo con il mio intervento Senti chi parla. Che magari vi fa venire voglia di saperne di più!

Iscriviti, iscrivetevi!

Se dunque hai letto il programma intero del corso progettare i chatbot.

E se sai chi sono o hai già letto la presentazione che UX University fa di me.

E se sei interessato a costruire e progettare chatbot per i tuoi canali personali o aziendali non ti resta che iscriverti.

Hai la possibilità di farlo a Roma o a Milano.

  • Venerdì 9 novembre a Roma
  • Lunedì 3 dicembre a Milano.

E a Palermo? E in Sicilia? Possiamo pensarci. Se ci sono persone interessate e raggiungiamo un buon numero di persone possiamo organizzare anche nella mia regione di origine!

La prossima fase dell’User Experience

Quale futuro dell’User Experience ci aspetta? “La prossima fase dell’User Experience” non è un titolo che mi sono inventato io. Ma è il titolo di articolo della rivista online fastcodesign. Chi mi segue da tempo, sa benissimo, che in questo blog non sono mai stato auto celebrativo e che semplicemente e umilmente mi sono messo a studiare un argomento che solo tre anni fa era come fantascienza ed oggi è piena realtà.

Di cose già dette e scritte

Parlare del futuro dell’user experience comporta seguire sentieri non battuti e significa anche essere soggetti a critiche; o prendersi le battute degli scettici. Però chi mi legge sa che io preferisco parlare delle tendenze. Credo che chi guarda in profondità il web, come fanno gli architetti dell’informazione, ogni tanto, debba essere un po’ visionario.

In fondo se non avessi guardato al futuro con fiducia oggi non sarei qui a scrivere di un argomento attualissimo.

Ho sempre pensato all’User experience come cambio di paradigma. In questi anni ho scritto articoli come La nuova interfaccia utente non è l’interfaccia utente. Ma ho scritto anche in termini critici e dubbiosi dando spazio a scettici come Tony Aube che parlava di interfacce del futuro. Ho osservato che le interfacce del futuro saranno interfacce ibride (passatemi il termine, che devo ancora chiarire ai miei lettori).

Niente false promesse

Ancora ci sono dubbi, mille domande. Ma dove di dovere stanno lavorando alle risposte. E se è vero che in Italia non si avrà la tecnologia o la disponibilità di creare lo smart speaker del futuro, da qui, da questo blog, possiamo far partire idee, sollevare dubbi o possiamo semplicemente ragionare.

Che le interfacce conversazionali siano la nuova tendenza nel design dei prodotti digitali è un dato di fatto. E questo nasce dal fatto che gli assistenti vocali od anche i semplici chatbot possono diventare il centro delle nostre case o delle nostre vite, aprendo e chiudendo una serie di applicazioni adatte per la nostra casa o sul nostro smartphone.

Futuro dell’User Experience

Ho già scritto di come l’UX frena lo sviluppo degli assistenti vocali. La prossima fase dell’UX nascerebbe dunque da una domanda. Cosa succede se il bot ci annoia o se ci fa perdere interesse? Nelle interfacce conversazionali, la personalità è la nuova UX.

Autori e interpreti hanno evocato personalità artificiali per millenni. È logico che siano all’avanguardia nella progettazione di nuove interazioni software.

“Vogliamo che le persone si divertano a gestire il nostro software, ma ora abbiamo una tavolozza molto limitata con cui progettare l’esperienza”, afferma Ben Brown, co-fondatore di Howdy, un chatbot “digital coworker” che viene eseguito all’interno dello strumento di comunicazione dell’ufficio Allenta e automatizza le cose come riunioni sullo stato del progetto e prendere ordini di pranzo.

“È quasi l’ultima sfida per il design digitale, perché nella maggior parte dei casi non si ha il controllo di ciò che sembra. Come puoi far bollire l’intera esperienza dell’app in due righe di testo? Non c’è nient’altro sullo schermo ma quello. “

Lo sforzo tecnico, la tecnologia si va via nascondendo. E, lo ripeto ancora una volta, l’interesse delle aziende di sviluppo è quello di inserire servizi all’interno degli assistenti vocali.

In primo luogo, ripensare il “designer”

Quando la parte grafica non sarà più la parte principale, i requisiti di base per la progettazione di un robot diventeranno radicalmente diversi.

Ed oggi nel mondo dei designer sono entrati a far parte artisti performativi, autori teatrali, radiofonici, sceneggiatori. E tutta questo con buona pace di chi pensa che l’User Experience design sia una nicchia. A mio pare non è così. E come chi si occupa oggi del micro copy di moduli e bottoni, così questa nuova generazione di designer sta entrando nel nostro mondo di progettisti.

A chi ci rivolgiamo?

Dispositivi come Google Home sono e saranno oggetti con cui parliamo. E noi designer, così come le persone comuni dobbiamo chiederci, o meglio, avere consapevolezza, “a cosa stiamo parlando?”

L’assistente vocale del futuro sarà più simile ad HAL del film 2001 Odissea nello spazio? Oppure sarà più vicino a Samantha del film HER? O ancora, sarà più simile a R2-D2?

Cosa combina Facebook?

Facebook M, ad esempio, un chatbot per l’assistente personale che vive nell’app Messenger di Facebook, vuole che sia trattato come un genio digitale che può fare qualsiasi cosa, dalla prenotazione di un tavolo al ristorante all’acquisto di un’auto.

Non vogliamo limitare le persone ai tipi di cose che chiedono a questo punto.

Afferma Jeremy Goldberg, product designer del team M.

Può essere incredibilmente personale e vogliamo che costruiscano una relazione con esso.

Come se fosse un “dio in una scatola”:

L’evidente impegno di Facebook nel creare un UX genio è così rigorosa che Goldberg non descrive come M risponde (o meglio, come non risponde) quando non può fare qualcosa. È letteralmente un yes man. Tanto che, per il momento, quando non sa qualcosa fa ricorso all’aiuto dell’uomo.

Oltre a Facebook c’è di più

Ma non c’è solo Facebook. Un altro assistente intelligente è Howdy che ha un approccio opposto.

“Vediamo davvero Howdy come un droide astro-mech [di Star Wars]”, dice Brown. “R2-D2 è il droide di Luke Skywalker, ma puoi avere il tuo, ognuno con le sue stranezze e le cose uniche che ha imparato e che hai insegnato.” A proposito, Brown e il suo team hanno creato una personalità a metà strada tra R2 -D2 e TARS, il robot a forma di monolite di Interstellar. “Un elemento fondamentale per la personalità del nostro robot”

Ma c’è anche il bot di pianificazione delle riunioni di X.ai (di nome Amy o Andrew a seconda delle preferenze) che, per esempio, non è autorizzato a utilizzare pronomi di genere. I progettisti del bot, infatti, non vogliono che un utente si possa offendere. Così come non vogliono che il bot sia troppo invadente. Per questo, bastano poche parole, come “zitto!” O “stai zitto”, per spegnere il bot.

Architettura dell’informazione conversazionale

Se una nuova generazione di designer faranno il loro lavoro, la via è già tracciata. Le persone non abbandoneranno il bot.

Perché se è vero che in alcuni casi la gente sbaglia e litiga con gli assistenti vocali, che non ascoltano o non capiscono, le persone inviano anche segnali di cortesia agli assistenti vocali. E questo fa ben sperare.

Il software deve fare un buon lavoro, perché la gente sa che è un robot, ma sente ancora il bisogno di dire grazie.

E secondo te? Quale futuro dell’User Experience ci aspetta?

5 obiettivi di un progettista da centrare

Quali sono gli obiettivi di un progettista che si dovrebbero sempre tenere a mente? Forse basterebbe averne uno chiaro in testa e lavorare duramente per raggiungerlo? Magari, sarebbe bene far lavorare tutto il team su uno stesso obiettivo, condiviso? Qui di seguito raccolgo 5 obiettivi di un progettista, tratti da un articolo su medium. Forse è bene fissarli prima di tenere e se seguire il mio corso “Progettare Chatbot” che terrò il 9 novembre a Roma e il 3 dicembre a Milano.

Questi 5 obiettivi possono aiutare a trovare la giusta direzione per una progettazione centrata sulle persone.

Obiettivo 1 – Soddisfare i bisogni

Offrire agli utenti ciò di cui hanno bisogno dovrebbe essere il primo obiettivo di un progettista o di una buona progettazione.

Noi, che saremmo le persone, infatti, quando pensiamo di comprare un prodotto ci chiediamo sempre se quel prodotto è utile o no. Per esempio, io passo oltre nel guardare le televendite di gioielli e chincaglierie. Ma mi soffermo ad osservare la pubblicità del Paint Runner. So che è un pacco clamoroso, che è recensito male e che è sconsigliato. Ma siccome ho già imbiancato casa e devo imbiancare altre stanze osservo quanto sarebbe bello poterlo utilizzare. Perché? Perché soddisferebbe un mio bisogno.

Ovviamente questo è un mio bisogno. Ma non lo è per tanti altri che non si sognerebbero di imbiancare casa senza aver mai visto come si fa.

Obiettivo 2: “Non farmi pensare”

Le persone sono pigre, non vogliono pensare e non vogliono leggere. C’è un bellissimo articolo di Paola Avesani che si intitola proprio “Perché le persone non leggono?” Oppure uno dei cavalli di battaglia di Yvonne Bindi, autrice di Language Design, racconta che “Una certezza l’abbiamo: le persone non leggono”.

Paola giunge alla conclusione che come Designer

Non ci resta che rimboccarci le maniche e consapevoli di questi limiti “umani” utilizzare il design per aiutare le persone, attraverso inviti e vincoli verso l’unica azione corretta.

E quindi dobbiamo pensare a questa pigrizia non come un limite ma come “motore dello sviluppo tecnologico”.

Non accettare le persone sarebbe come voler realizzare prodotti per non-umani. D’altronde il libro di Steve Krug “Don’t make me think” ha come sottotitolo. Un approccio di buon senso all’usabilità web e mobile.

Obiettivo 3: “Mi piace davvero usarlo!”

Uno degli articoli di maggiore successo di questo blog è l’articolo “Il miglior sistemi audio per ascoltare musica non esiste”. E perché non esisterebbe? Perché il piacere di un sistema audio dipende dal nostro gusto sonoro, dalla cultura musicale e sonora che ci è stata trasmessa. Ma non solo. Dipende anche dal gusto del design di sistema. C’è a chi piace avere il diffusore in radica di noce, chi nero. C’è chi preferisce avere le casse da pavimento e chi invece su un piedistallo.

Amiamo un cantante, amiamo andare ad un concerto, perché ci trasmette emozioni che amiamo. Andiamo ad un concerto perché ci aspettiamo una certa esperienza.

Il design dell’esperienza ormai è qualcosa che coinvolge tutti i rami della nostra quotidianità. E chi progetta, siti web come eventi, dovrebbe tenerlo sempre a mente.

Quando si progetta un software per video player, quanti “secondi” deve durare lo “schermo nero” per attirare l’attenzione degli utenti, ma non farli mai sentire impazienti? Perché alcune piattaforme sociali consentono agli utenti di accedere a più funzioni solo dopo un certo periodo di tempo? Queste sono tutte domande che i progettisti dell’esperienza utente dovrebbero considerare.

Obiettivo 4: l’abitudine è una seconda natura

Per quanto tempo usiamo un prodotto o uno strumento? In fondo a nessuno piace buttare un qualcosa che abbiamo comprato senza usarlo.

Non dovrebbe sorprendere nessuno, infatti, se qualcuno scrive che

uno dei motivi per cui Facebook è diventata un’enorme piattaforma sociale con oltre 200 milioni di utenti è perché FB conosce i bisogni mentali e psicologici degli utenti.

Aiutare le persone a costruire una forte connessione con il mondo esterno, consentendo loro di seguire ed essere seguiti, questi sono i motivi per cui è nata una piattaforma sociale.

Un prodotto funzionale sarà senza dubbio favorito dalle persone. Ma un prodotto che forma una nuova abitudine ha un potenziale incommensurabile.

Luce elettrica, smartphone, social network, Whatsapp e altri… fanno parte di questi ultimi.

Obiettivo 5: Rendi gli utenti i tuoi promotori

Il prodotto è abbastanza buono da poterlo consigliare? Diventeresti testimonial di questo blog? Consigliereste la lettura di questo articolo ai vostri colleghi? E ai vostri amici?

Perché un obiettivo intrinseco a tutto quello che è stato detto e scritto fin qui, non è altro che quello di coinvolgere le persone. Io ci ho tentato mettendo in chiaro i valori dell’architettura dell’informazione, cercando di fare gruppo, di mettere in pista le idee per una comunità di pratica.

Sappiamo, per certo, che lettori e utenti sono i migliori portavoce dei nostri prodotti. E non importa che siano blogger famosi o attori famosi. Quelli che contano davvero sono le persone vere. Io, per esempio, ho due amici a cui mi rivolgo sempre per i miei acquisti e che mi hanno consigliato il mio attuale smartphone. Ma sono persone a cui si rivolgono tutti i loro amici. Sono insomma, degli influencer più o meno consapevoli. Sono costruttori di reti e condividono le loro conoscenze.

Ho tanto da imparare anche da loro!

In breve, conclude Trista Liu

mobilitare gli utenti e renderli promotori è anche un importante traguardo dell’esperienza utente che i buoni progettisti di UX dovrebbero impostare.

Dite che ci possiamo riuscire insieme? E quali sono, secondo te, gli obiettivi di un progettista? E quali gli obiettivi di progettazione (se di progettazione ti occupi)?