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Intervista a Simone Borsci

Questa settimana intervista a Simone Borsci, ricercatore, assistant professor presso l’Università di Twente, regione nell’est dei Paesi Bassi, la parte più orientale e urbanizzata.

Simone Borsci è un professore ma è anche un ricercatore puro. Non è facile trovare notizie su di lui senza andare a leggere le numerose ricerche che ha condotto.

Se si vuole indagare sulla sua carriera accademica e lavorativa è necessario visitare la pagina dell’Università a lui dedicata.

Qui facciamo solo una piccola sintesi, per quanto possibile.

Interessi e campi di ricerca di Simone Borsci

Simone Borsci si occupa di Prototyping, Information Technology, Cognitive Development, Usability, User Experience, User Studies, Interaction Designing, Design Thinking, Rapid Prototyping.

I campi di ricerca sono

i Fattori umani ed ergonomia; HCI / HRI, interazione con tecnologia e artefatti, studi di usabilità e accessibilità, analisi dell’esperienza utente in contesti informatici ubiquitari, modellazione del comportamento umano, servizi per la salute e la disabilità e design del prodotto, abbinamento di persone e tecnologia, ricerca qualitativa e quantitativa della psicologia applicata utilizzando multivariato e tecniche statistiche predittive.

Le sue esperienze lavorati e le sue competenze riguardano il mondo dell’User experience in progetti innovativi e all’avanguardia. Ha lavorato e continua a lavorare in progetti interdisciplinari con particolare attenzione, per la sua parte, all’usabilità, UX e fattori umani, sia in ambito accademico che industriale.

Ricerca e insegnamento

Dal 2008 fa ricerca e insegna presso alcune delle migliori università europee.

Insegnante di psicologia dell’apprendimento e della disabilità, presso l’Università degli Studi di Perugia. Ricercatore presso Human Factors Research Group dell’Università di Nottingham, per il progetto Live Augmented Reality Training Environments (LARTE) con Jaguar Land Rover. Ricercatore presso la Brunel University dove ho svolto ricerche su diversi argomenti come le tecnologie dei dispositivi medici e le prospettive degli utenti. Dal 2015 al 2018 Fellow e co-lead dell’unità Human Factor del NIHR DEC London presso il dipartimento di chirurgia e cancro dell’Imperial College. E come dicevamo all’inizio adesso è professore presso l’unuiversità Belga.

Simone Borsci ha una vasta esperienza nella progettazione di studi etnografici, test a distanza e in-house / di laboratorio e nella progettazione e utilizzo di questionari di indagine, pensiero ad alta voce, focus group e interviste.

Attualmente si occupa di

  • integrazione dei fattori umani e dell’economia sanitaria per la valutazione e lo sviluppo di dispositivi medici;
  • il concetto di fiducia nell’uso;
  • metodi di valutazione dell’usabilità e della UX per VR / AR e strumenti medici;
  • interazione uomo robot ;
  • interazione con interfacce conversazionali e chatbot.

Passione per il proprio lavoro

Ma forse per capire la passione per l’insegnamento e il metodo di lavoro di Simone Borsci è necessario leggere un suo recente post (ottobre 2020) che ho trovato sulla sua bacheca social.

Ogni anno in questo periodo prendo tutti i contenuti delle mie lezioni. Seleziono circa il 20% che non posso o non voglio cambiare, butto via tutto il resto e ricomincio da capo. Ogni anno è più difficile…ed è faticoso non cadere negli schemi già utilizzati. Ma questo mi obbliga sempre a cercare un modo nuovo o diverso, non sempre migliore, per dire le stesse cose.

Intervista a Simone Borsci

Simone non ne parla, ma tra le altre cose ha scritto un libro insieme a Masaaki Kurosu, Stefano Federici e Maria Laura Mele. Un libro introvabile di cui consiglio il formato Kindle. Computer Systems Experiences of Users with and Without Disabilities: An Evaluation Guide for Professionals (Rehabilitation Science in Practice Series) (English Edition).

In questa intervista apre a scenari di ricerca davvero affascinanti. E questa intervista è un po’ come uno dei miei primi summit di Architecta, quando mi sono sentito un po’ sovrastato dall’immensità delle cose da studiare.

Di cosa ti stai occupando in questo periodo?

Da circa un paio di anni mi sto occupando sempre di più di intelligenza artificiale e società ibride per intendersi quelle in cui persone e AI collaborano nelle decisioni.

Tutto il mio lavoro, se vogliamo riassumerlo attorno ad un punto focale, è centrato su un tema: come valutiamo l’interazione (con qualsiasi cosa dell’artefatto al sistema complesso) sia a livello micro (individuale) che a livello di macro (sociale) in modo da avere misure che ,al di là di oggettivo e soggettivo, siano affidabili, comparabili e replicabili in modo da permettere a chi sviluppa per esempio un servizio di avere evidenze empiriche riguardo le ripercussioni e l’impatto di quel servizio su chi lo utilizza, ma anche su chi lo amministra (insomma i famosi stakeholders).

Fra le altre cose ho lavorato e sto lavorando molto sui Chatbot  e come valutarli, anche grazie all’aiuto degli amici di userbot.ai, ma anche sulla realtà virtuale e aumentata. Mi ci è voluto un po’ ma ora abbiamo un moderno sistema di simulazione di guida nel mio laboratorio, che per il resto era già veramente avanzato. Il prossimo passo è avere una CAVE di realtà virtuale, per simulare il virtuale nello spazio fisico.

Inoltre sto cercando di indagare dal punto di vista cognitivo il concetto di distrust (che non è esattamente l’opposto di fiducia) verso le tecnologie.

Quale parte del tuo lavoro ti piace e ti diverte maggiormente?

Confrontarmi con le persone, dagli utenti di qualsiasi età, ai designers, dal fisico teorico al medico di base ed essere continuamente esposto a sistemi e concetti complessi, a problematiche reali e a soluzioni innovative, questo per me equivale a non annoiarsi mai. Non puoi neanche immaginare i lavori a cui ho detto no, anche allettanti, perché sapevo già che mi sarei annoiato.!

Inoltre, ho il piacere di insegnare che è un compito essenziale di chi fa ricerca, formare e far crescere nuovi esperti, questo mi mantiene giovane e mi permette sempre di riscoprire concetti e approcci che magari avevo letto o studiato in passato ma a cui non avevo dato peso, o di cui non avevo colto l’importanza. Dovendo insegnare secondo me riscopri le basi, e se sei fortunato anche nuovi temi da investigare.   

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro quotidiani?

Per fare ricerca nel mio campo, quello dell’ergonomia cognitiva, servono tre strumenti essenziali: Conoscere i metodi, avere immaginazione e tanta resilienza al fallimento. Credo che questo valga per chiunque faccia ricerca. Per il resto dal punto di vista tecnologico, certamente servono conoscenze degli strumenti di statistica e di programmazione. Infatti, oggi nel campo della psicologia applicata serve collaborare con ingegneri ed esperti informatici e saper programmare un codice in diversi linguaggi è una capacità importante, soprattutto se si vuole fare ricerca con tecnologie avanzate e comprenderne il potenziale impatto.   

Ti sei occupato di chatbot rivolti a persone disabili. Da quanto ho letto i risultati non sono stati entusiasmanti.

Si, purtroppo, quando si parla di chatbots ed in generale di AI c’è tanto sapere tecnologico e pochissima metodologia di ricerca e questo è un problema. Infatti, non esistono ancora (ci stiamo lavorando) modi per comparare e valutare l’interazione con AI, dai robots ai chatbots.  

Ci puoi raccontare questa ricerca?

La ricerca che abbiamo condotto è stata una analisi sistematica della letteratura che ha rilevato come, anche in campo medico riabilitativo, il criterio principale di valutazione della qualità di un chatbot sia principalmente centrato sul misurare quanto quello strumento sia efficace a far migliorare un paziente, senza considerare per esempio, se a livello di esperienza utente il chabot sia soddisfacente o comunque lasciando fuori aspetti importanti o peggio misurandoli in termini di opinione invece che tramite misurazioni valide.

Questo  suggerisce che, esistono molti strumenti chatbots o assistenti digitali basati o meno su AI che sono ottimizzati per aiutare un paziente a riabilitarsi o una persona con disabilità a sviluppare una competenza, ma il come questo avvenga da un punto di vista qualitativo non è dato saperlo, ne sappiamo se uno dato tool è migliore di un altro, perché quando i sistemi vengono valutati in modo estremamente soggettivo o con metodologie non validate diventa difficile effettuare analisi comparative.

Pensi che con l’avvento dei chatbot siano tempi duri per l’usabilità. 

No, anzi il contrario. L’intelligenza artificiale ha bisogno di usabilità, forse anche di più che di fiducia. Uno dei temi dell’AI a livello internazionale è appunto come assicurare la trust (fiducia) verso i sistemi e la trustwortiness (la capacità di ispirare fiducia), che sono concetti bellissimi, ma purtroppo vuoti, perché il come misuriamo la fiducia ,quando parliamo di tecnologie e soprattutto tecnologie intelligenti, è un’incognita.

Quello che sappiamo è che l’usabilità è una componete della fiducia verso le tecnologie, ma questo è solo uno degli aspetti (diciamo il lato umano) della relazione con le AI, poi c’è tutto il lato come disegniamo le AI per ispirare fiducia (senza scadere nella persuasione e nei dark patterns) e poi c’è il lato oltre lo specchio: come rendiamo consapevole una AI che non sta ispirando fiducia, in modo che adatti o cambi il suo comportamento in base ai contesti e alle reazioni degli utenti?

Tutto questo è fortemente legato all’usabilità e all’interazione fra uomo ed artefatti, per cui ci sarà bisogno di allargare le definizioni di usabilità, accessibilità ed user experience, e di costruire con il tempo metodi nuovi per valutare l’innovazione. 

Cosa pensi si stia trascurando nello sviluppo dei chatbot.

Qui la risposta è semplice, la valutazione sistematica sia a livello oggettivo che soggettivo, proprio perché mancano gli strumenti per farlo e spesso non ci si pone il problema di utilizzare metodologie trasparenti, valide e comparabili. Questo è un serio problema, perché è solo tramite la standardizzazione dei metodi di valutazione e quindi la possibilità di comparare i prodotti fra di loro, in termini di funzionalità, usabilità, accessibilità ed esperienza utente in maniera affidabile ed accurata che si riesce a far crescere un settore ,offrendo cioè la possibilità di “misurarsi” con gli altri servizi o prodotti e comprendere cosa funziona e cosa no.

Dall’analisi dell’esperienza utente di VR, realtà aumentata e applicazioni mobili in contesti informatici ubiquitari, ai chatbot.

Qual è il filo conduttore per il tuo lavoro?

Il filo conduttore è lo scambio con i sistemi e dentro i sistemi. Quale impatto hanno i sistemi su di noi dal punto di vista psicologico? Quale è l’impatto dei sistemi sulla società? Come ottimizziamo i sistemi per renderli resilienti?

Un esempio che magari chiarisce di cosa sto parlando è il da Vinci Robot per operazioni chirurgiche, in un recente articolo[1] viene sottolineato come questo strumento sia diventato negli anni una tecnologia sempre più affidabile e precisa dal punto di vista tecnico, ma che la vera differenza nel migliorare le prestazioni chirurgiche con questo strumento è dovuta alla capacità acquisita nel tempo dai chirurghi e dallo staff medico di anticipare i limiti dello strumento ed evitare possibili malfunzionamenti. E’ questa intersezione fra uomo e macchina che è al centro del mio interesse.     

[1] Rajih, E., Tholomier, C., Cormier, B., Samouëlian, V., Warkus, T., Liberman, M., … & Valdivieso, R. (2017). Error reporting from the da Vinci surgical system in robotic surgery: A Canadian multispecialty experience at a single academic centre. Canadian Urological Association Journal11(5), E197.

Ti sei sempre occupato dell’avanguardia dell’user experience e di temi diciamo di nicchia. Come ti vedono i colleghi?

Spero bene, certo non è sempre facile comprendersi quando si è in mezzo a differenti comunità da quella psicologica, a quella dell’interazione utente tecnologia ed ergonomica a quella medica, per cui faccio spesso enormi sforzi per farmi comprendere e per comprendere terminologie che sono simili ma con significati e sfumature diverse a seconda dell’interlocutore e del suo campo. Anche pubblicare i risultati diventa spesso un esercizio complesso, quando si è in mezzo a diverse comunità e ci si occupa di temi che sono nuovi, o poco conosciuti in una specifica disciplina ma con un po’ di sforzo ci si riesce.   

Se senti il peso della solitudine oppure prevale la curiosità su temi tutti da esplorare. (ovviamente penso anche alle differenze tra Italia e Inghilterra e al mondo dell’accademia che è completamente diverso)

Non sento il peso della solitudine, certo dopo tanti anni all’estero prima nel Regno Unito ed ora nei Paesi Bassi, l’Italia e le sue bellezze mancano, un po’ meno le sue sicure incertezze a livello di società; ma dal punto di vista lavorativo ho costruito negli anni un solido network di amici e colleghi con cui interagisco costantemente e con cui porto avanti temi sempre interessanti, potendo permettermi di vedere innovazioni e idee sempre molto avanzate.

Quali sono i temi caldi del prossimo futuro a cui pensi bisogna stare attenti?

Sicuramente l’integrazione dell’AI nelle nostre società, che non è solo un tema tecnologico ma anche e soprattutto sociale, quale sarà l’impatto a livello individuale e collettivo non è solo un tema legato alla qualità delle tecnologie ma anche al quadro normativo che si sta già costruendo a livello Europeo.

Inoltre, la diffusione sempre più massiccia di realtà aumentata e strumenti di realtà virtuale al grande pubblico, che può avere effetti molto positivi ma anche negativi sulla psiche e che devono essere anticipati e mitigati. In questo contesto è necessario cominciare a parlare di design responsabile, nel senso che cerca di anticipare e mitigare a priori gli effetti negativi di una tecnologia.

E per finire le ultime 3 domande più leggere.

Consiglia un libro

Donald Hoffman: The Case Against Reality: Why evolution hid the truth from our eyes.

Consiglia un brano musicale o un cd

il testamento di Tito (De André ovviamente nella versione PFM).

Consiglia un film

Memento di Christopher Nolan.

Simone Borsci al WUD Roma 2020

Per chi vuole conoscere meglio Simone Borsci è possibile seguire i suoi interventi al WUD Roma 2020.

Il primo sarà un caso di studio su Dark patterns e dispositivi medicali. Mentre il secondo intervento di Simone Borsci sarà un Keynote con Katy Arnold, Head of User Research, The Home Office Gov UK su Inclusione: oltre i miti e le leggende.

Dark patterns e dispositivi medicali

I professionisti suggeriscono che la fiducia verso i sistemi (TTS) potrebbe essere modellata dalla progettazione. Per esempio: un prodotto che appare (anche prima dell’uso) utilizzabile e utile dovrebbe generare un alto livello di TTS post-utilizzo;
prodotti esteticamente gradevoli possono influenzare le persone prima dell’uso della sintesi vocale, ovvero le persone tendono a fidarsi del prodotto dal design estetico più che del prodotto meno piacevole. I produttori possono progettare la fiducia come parte dell’esperienza con un prodotto anche prima che gli utenti finali inizino a utilizzare la loro tecnologia o servizio comunicando strategicamente e rendendo visibili e riconoscibili alcune caratteristiche o elementi del design rispetto ad altre (meno attraenti) caratteristiche.


Come conseguenza delle tecniche di progettazione e comunicazione, gli utenti possono essere attratti dall’acquisto di un prodotto prima del suo utilizzo perché ritengono che il sistema sia ben progettato, affidabile e dotato di funzionalità in linea con le loro esigenze, anche quando questo sistema non è affidabile .
Questo lato oscuro della fiducia sarà al centro di questo discorso. Basandosi sugli studi attuali sulla fiducia, verrà proposta una definizione di TTS per colmare il concetto di fiducia ed esperienza. Inoltre, saranno presentati i dati preliminari di uno studio internazionale in corso sulla fiducia nei confronti dei dispositivi sanitari per uso domestico per evidenziare l’importanza della fiducia prima dell’uso di strumenti ad alto rischio selezionati e gestiti da utenti laici.

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Tutte le altre interviste condotte dal blog.

Intervista a Raffaella Roviglioni

Questa intervista a Raffaella Roviglioni nasce dalla mia curiosità su come è andato l’Euro IA 2020.

Raffaella, oltre ad essere un’amica, è una delle UX reserchear più affezionate all’evento europeo che riunisce tutti gli architetti dell’informazione d’Europa.

Raffaella Roviglioni

Ho conosciuto Raffaella durante il mio primo Summit di Architecta e da allora l’ho seguita con grande stima come professionista.

Per me è stata un modello, perché nonostante ci si veda solo in eventi del settore, per me è una bella persona. Lei è coinvolgente. Ha passione per quello che fa e appassiona chi la circonda. Quando sta con le persone ha sempre un sorriso per tutti. Un po’ per il carattere, un po’ perché è una grande professionista, ti mette subito a tuo agio con la sua empatia. E tutti le vogliono bene (almeno per quello che riesco a percepire).

Le sue interviste, (ne ha concessa una molto bella a UX on Sofà di Maria Cristina Lavazza), ti mettono di buon umore, perché racconta un lavoro che ama, che la entusiasma e che immagino la diverta molto.

Il sito e il blog di Raffaella Roviglioni

Ai tempi, quando io ancora non avevo un blog, lei lo aveva e i suoi articoli erano molto concreti. Poi, come mi ha raccontato nell’intervista che segue, ha smesso di scrivere per il suo blog. E dunque le sono ancor più grato per l’intervista concessa.

Oggi Raffaella Roviglioni è Head of Discovery del team di Fifth Beat. Uno studio di designer con base a Roma davvero eccezionale. MI piacerebbe intervistare davvero tutti i ragazzi del team, uno a uno. Al momento, sono in attesa di una risposta da parte di Raffaele Boiano, il fondatore e attuale Ceo. Spero di poter parlare meglio di questa realtà di alta qualità nel mondo dell’User Experience italiana.

Talk Euro IA 2018

Raffaella è stata relatrice allo European Information Architecture Summit (EuroIA) nel 2018 con un talk sull’intelligenza artificiale applicata alla user research, dal titolo “IA vs. IA: will robots be better researchers than us?”.

Ed ogni anno invita tutta la comunità a partecipare e a farsi avanti. Cosa che consiglio anch’io perché ciascuna proposta inviata viene letta da tre esperti che danno un giudizio sulla proposta. Il bello è che nella risposta si trova sia ciò che gli piace che ciò che non piace. Quindi anche se vieni scartato, più o meno volontariamente indicano una strada di studio interessante da intraprendere. Un momento, secondo me di grande crescita.

Anche quest’anno Raffaella è stata partecipe all’Euro IA, come spettatrice online, ed ho chiesto a lei come siamo messi e quali sono le prospettive dell’architettura dell’informazione.

Ovviamente non potevo perdere l’occasione di chiedergli qualcosa sul suo lavoro e sui suoi progetti.

Il WUD Roma

Altro intervento molto bello che voglio segnalare è poi il suo intervento al WUD Roma 2015. Nel Talk Raffaella spiega che l’innovazione è un effetto collaterale della progettazione fatta bene.

E cosa che dobbiamo ripetere ancora oggi, anche ai professoroni, è che senza ricerca non si può progettare bene o come dice, Stefano Bussolon, senza ricerca non è User EXperience.

Intervista a Raffaella Roviglioni

Tu fai ricerca sulle persone. Ti piace sempre quello che fanno le persone? Faresti a meno di conoscere certi aspetti delle persone?

Mi piace sempre comprendere cosa fanno le persone e perché, anche quando non risuona con il mio modo di pensare e di fare. Anzi, a maggior ragione quando sono distanti dal mio modello mentale, questa immersione nel loro mondo mi permette di capire cose che vanno oltre il mio.

No, non farei mai a meno di conoscere quanto posso, anche quando sia sgradevole, irritante o preoccupante.

Fare ricerca non è esplorare un mondo ideale e trovare solo bellezza: è conoscere la realtà delle persone e avvicinarsi il più possibile alla loro verità.

Quale parte del tuo lavoro ti diverte maggiormente?

Il contatto con le persone durante la ricerca. È anche incredibilmente drenante in termini di energia e concentrazione, ma è quello che mi soddisfa sempre di più, alla fine.

Ma devo dire che grazie alla mia esperienza con Fifth Beat mi sto divertendo tanto anche a fare coaching e mentoring sulla ricerca alle nostre figure più junior.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Carta e penna, post-it, lavagna, registratore. E le loro versioni digitali, soprattutto in questo periodo, ovviamente.

Poi le piattaforme di trascrizione e di coding, come Condens, che ci aiutano a essere rigorosi nella parte di analisi.

Da quando hai cominciato la tua formazione sulla ricerca degli utenti ad oggi, cosa è cambiato? Sei cambiata tu? È cambiata la disciplina? È cambiato il mondo?

La mia sensazione è che sia cresciuta la consapevolezza che lo svolgere attività di ricerca con le persone sia parte del processo di progettazione human-centered. Mi riferisco alle aziende, soprattutto, che sono i nostri clienti.

È cresciuta quindi la richiesta di ricerca, ma -ahimé- non vedo altrettanto velocemente crescere la qualità e la professionalità di chi la eroga.

Io sono decisamente cambiata: ho aggiunto esperienze di ricerca in ambiti particolari e contesti sfidanti (ad esempio grazie al lavoro con organizzazioni delle Nazioni Unite, in Africa); ho ampliato lo spettro di tecniche a cui ricorro, e sto lavorando, dentro Fifth Beat, per stilare processi interni di lavoro e definire gli standard che adottiamo; mi sto occupando anche di ambiti di Research Ops, di supporto al lavoro dei ricercatori.

Sono anche cambiate le esigenze di alcune aziende, che ci chiedono di essere parte attiva della ricerca e non solo recettori dei risultati finali, e questa è la direzione che trovo più interessante al momento.

C’è un momento o ci sono momenti della tua vita professionale che ti hanno fatto fare balzi in avanti?

Me ne vengono in mente solo due: il primo, quando ho lasciato il mio lavoro da agronoma e ho iniziato a lavorare come web editor, nel 2008. Più che un balzo, un salto nel buio!

Il secondo, nel 2018, quando ho deciso di chiudere la mia esperienza da freelance per entrare in Fifth Beat come Head of Discovery. Le sfide e le opportunità che mi si sono aperte da allora mi hanno messa alla prova da tanti punti di vista e mi hanno fatta crescere molto velocemente, credo. Un conto è essere una ricercatrice senior, un altro è avere la responsabilità di un gruppo di persone, di gestire la loro crescita, trasmettere loro metodo, struttura e passione per questo lavoro. Essere un punto di riferimento è una grossa responsabilità, e un onore.

Ma il blog? Ricordo che quando ho cominciato ti avevo preso come modello. I tuoi articoli mi piacevano molto. Perché hai smesso di pubblicare? E riprenderai a breve?

Per una questione di priorità. Il blog ai tempi mi è servito per riflettere su quanto stavo apprendendo, soprattutto, e provare a fare un minima divulgazione alle persone sul nostro lavoro.
Non mi ci sono mai dedicata seriamente, come se fosse un vero progetto, e non penso di riprenderlo, a dire il vero. Ma ho in cantiere un altro progetto molto più interessante 😊

Il primo articolo che scriveresti per ricominciare?

Se mai lo facessi, probabilmente parlerei del nuovo progetto, ma per ora acqua in bocca!

Come è andato EURO IA Edizione 2020 ? Come è messa l’architettura dell’informazione a livello Europeo?

Quest’anno si è svolto interamente online ma la qualità degli interventi e dei relatori è sempre rimasta alta.

Quali sono i punti che maggiormente ti hanno colpito quest’anno dell’Euro IA e quali i punti su cui gli speaker hanno puntato maggiormente?

Il tema, Hope, si è prestato a molte interpretazioni diverse ma imperniate tutte a comprendere come, da designer, possiamo contribuire a superare le crisi che stiamo vivendo nel quotidiano.

Un filo rosso che ha unito molti interventi che ho seguito è stata la visione eco-sistemica della progettazione, sempre più necessaria perché lavoriamo su sistemi complessi e non isolati. Questo significa che ci dobbiamo formare maggiormente su come progettare questi ambienti, tenendo in considerazione un contesto che è molto più ampio di quanto tendiamo a credere, sia noi che i nostri clienti.

Un altro aspetto molto presente negli interventi è stata l’inclusività, tema piuttosto caldo negli ultimi anni. Si è discusso di come riuscire a tenere in considerazione la diversità delle persone sia nella ricerca che nell’ideazione e progettazione di prodotti e servizi, adottando accorgimenti e linee guida.

Infine, c’è stata molta attenzione al tema della sostenibilità, vista come insita nel focus sulla speranza: allargare la consapevolezza del nostro impatto come progettisti, includendo anche riflessioni in termini di sostenibilità ambientale e sociale.

In tempi da coronavirus e distanziamento sociale le interviste di ricerca diventano sempre più difficili da fare. Intanto cosa pensi tu, che sei fortemente empatica, di questa definizione “distanziamento sociale” e poi come stai superando o come ti stai attrezzando per le interviste in questo periodo?

Sul distanziamento sociale non penso di avere un’opinione particolarmente originale: è necessario, in questo momento, per contenere i contagi e quindi va applicato. Sulla sua definizione non ho nulla da dire, lo ammetto 😊
Io ne risento tanto soprattutto perché ci ha tolto gli abbracci tra amici e colleghi, che per me sono fondamentali e rinvigorenti.

Nel mio lavoro ha significato saper modificare la ricerca, fin dal primo momento, da remoto, ma non era una cosa nuova per noi. Da anni svolgiamo ricerca a distanza, anche per progetti internazionali che richiederebbero spostamenti e viaggi onerosi. Chiaramente le interviste da remoto sono diverse da quelle di persona, ma non sono necessariamente peggiori. Ti faccio un esempio: nell’intervista di persona spesso si sceglieva un setting neutro, quindi una sala riunioni o un laboratorio; nelle interviste remote le persone si collegano quasi sempre da casa (soprattutto in periodo di lockdown) e quindi posso intravedere qualcosa della loro vita che di persona mi sarei persa. Una piccola incursione etnografica in un’intervista che magari non lo prevedeva.

E per finire le ultime 3 domande che faccio a tutti

Consiglia un libro

Doing Ethnography di Giampietro Gobo. (su Amazon) Preziosissimo per approfondire la ricerca etnografica in modo esaustivo, scritto con un taglio davvero molto comprensibile.

Pare sia fuori produzione, quindi si trova su Ebay anziché su librerie online. [ndr. Si trova su Amazon, anche in versione Kindle]

Consiglia un brano musicale o un cd

Grazie ai colleghi millennials mi sono svecchiata e consiglio piuttosto Spotify 😉

Il Discover Weekly è la mia funzionalità preferita, che mi aiuta a scoprire brani e artisti. Vi consiglio Lullatone, tra gli ultimi.

Consiglia un film

Se ve lo siete persi, 1917 di Sam Mendes è un meraviglioso film di guerra, molto introspettivo, come piacciono a me.

Grazie!

Nel ringraziare Raffaella per la sua disponibilità e per le sue parole, spero di sapere al più presto sul suo nuovo progetto di cui non ha voluto dire nulla. Sono molto curioso e sarebbe stato bello scoprire lo scoop sul blog. Nello stesso tempo però non mi dispiace restare all’oscuro, perché questo mi darà l’occasione di chiedere una nuova intervista.

Progettare esperienze di valore per utenti e aziende

Il sottotitolo Progettare esperienze di valore per utenti e aziende, racconta in estrema sintesi l’ultimo libro di Debora Bottà User EXperience Design.

Debora Botta User Experience Design

Se frequenti gli eventi dedicati all’architettura dell’informazione e dell’user experience design non puoi non conoscere Debora Bottà.

Ho conosciuto personalmente Debora al Summit di Architecta appunto, qualche anno fa.

Lei stessa, sul suo sito scrive

Mi piace tantissimo partecipare a eventi e organizzare workshop perché sono una grande opportunità per fare ordine e mettere nero su bianco i pensieri, fare ricerca per colmare vuoti e arricchire la conoscenza.

Intervista a Debora Bottà

Qui di seguito un po’ di domande che le ho rivolto in occasione della pubblicazione del suo libro.

Debora, racconti come sei venuta a contatto con l’user experience?

Ho scoperto internet e il digitale durante l’università ed è stato amore al primo click!

Ho iniziato con tanta curiosità passando molte notti insonni a navigare online e creare siti web amatoriali. Mi sono trasformata da autodidatta a professionista del web nel 2001 seguendo il mio cuore e accantonando il cammino tracciato dagli studi accademici. L’amore per la progettazione lo devo al libro “Web usability” di Jackob Nielsen che mi ha aperto la strada a voler sapere sempre di più su quello che mi piace definire il lato umano del digitale. Leggere molto, andare a conferenze e frequentare lo UX Bookclub di Milano mi hanno aiutato e mi aiutano ancora oggi a crescere e alimentare questa passione.

Come racconti agli amici, se te lo chiedono, il tuo lavoro?

Hai presente quando utilizzi lo smartphone, il computer o anche un servizio e ti senti confuso, stupido o peggio ancora molto arrabbiato? Il mio lavoro è evitare che questo accada e, al contrario, far in modo che l’utilizzo sia semplice, intuitivo e persino piacevole.

I clienti da me si aspettano che crei prodotti e servizi utili e significativi, cioè in grado di semplificare e migliorare la vita delle persone che li utilizzeranno, perché con la soddisfazione dei loro utenti le aziende potranno realizzare gli obiettivi aziendali.

Qual è la tua “giornata tipo” professionale?

La mia giornata inizia sui mezzi di trasporto verso Milano: è un momento prezioso per me per iniziare la giornata con calma, controllare la posta elettronica, leggere o scrivere. Arrivata nello studio due chiacchiere e un buon caffè mi aiutano a partire con grinta.

La giornata tipo si svolge in ufficio dove ci si raduna davanti a lavagne o attorno a tavoli con fogli e post-it e si collabora alla creazione di idee e soluzioni. Il lavoro è sempre di gruppo e le fasi di divergenza di pensiero si alternano a quelle di convergenza. Il confronto costante e quotidiano e le revisioni con i colleghi sono la linfa vitale che fa progredire il progetto per arrivare ai test con gli utenti.

Quale parte del tuo lavoro preferisci?

Progettare e dirigere workshop perché riuscire a facilitare la condivisione, la collaborazione e la co-progettazione tra soggetti che magari fino a quel momento non si erano mai parlati o confrontati dà significato al mio ruolo di designer: mettere sempre le persone al centro – clienti, utenti o colleghi – e guidarle verso soluzioni condivise e di valore con modalità e tempi per loro inaspettati riaccende ogni volta l’amore per il mio lavoro.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Carta, matita e pennarelli colorati non mancano mai: trasformare visivamente qualsiasi pensiero mi aiuta a vederlo in modo diverso e anche a condividerlo al meglio con gli altri. Un taccuino per gli appunti, fogli sparsi, post-it colorati o lavagne scrivibili sono i supporti attraverso cui condividere idee e dove le soluzioni prendono forma.

È uscito il tuo nuovo libro “una guida pratica sullo UX design”. Da quale desiderio nasce e cosa ci troviamo dentro?

Nasce dal desiderio di divulgare il più possibile lo UX design nel nostro paese e dal fatto che una guida in italiano non era ancora presente: noi designer siamo abituati a leggere quasi tutti i testi di riferimento in inglese che, essendo per addetti ai lavori, danno per scontati diversi concetti. Volevo un libro per tutti, per chi parte da zero e per gli esperti, per il designer e lo specialista di marketing, l’imprenditore di una grande azienda e il fondatore di startup.

Per questo è stata una bella sfida ed è un libro abbastanza corposo: troverete un linguaggio semplice e pochi termini inglesi, molti esempi e tanta pratica. Inizia dall’aiutare a comprendere il design come risorsa strategica, si focalizza e racconta capitolo dopo capitolo i passaggi di un processo di lavoro che metta sempre le persone al centro e, infine, rivolge uno sguardo più ampio al design approfondendo la sua applicazione in contesti come quello dei servizi, dell’engagement, della digital transformation e dell’intelligenza artificiale.

C’è chi mi ha detto che avrei potuto scrivere tre libri invece di uno solo, ma lo volevo esattamente così: una guida completa di tutte le esperienze e degli studi di oltre 15 anni di carriera per tirare personalmente una riga e prepararmi ad andare oltre.

Ci racconti un capitolo a cui sei particolarmente legata e perché?

Il capitolo 8, “Definizione di una strategia di UX design” che chiude la fase di comprensione e su cui si avvia quella di creazione di un progetto. Durante la fase di comprensione si individuano obiettivi aziendali con i clienti, si analizza la concorrenza e si effettua la ricerca con gli utenti: ma a cosa servono queste attività, quale apporto danno al progetto?

È una delle domande che clienti e colleghi mi hanno rivolto più spesso nel corso della mia carriera e a cui questo capitolo cerca di dare risposta: mixare tutti gli ingredienti raccolti come i benefici da offrire agli utenti, i bisogni da soddisfare e le opportunità del mercato da cogliere, consente di individuare la proposta di valore su cui avviare la creazione di idee e soluzioni in grado di migliorare realmente la vita delle persone.

Lo strumento di costruzione di una UX strategy è disponibile e scaricabile gratuitamente insieme ad altri dal sito di supporto al testo www.uxlab.it.

Scrivi “Tra i miei superpoteri ci sono quelli della condivisione e della collaborazione: li ho allenati per 13 anni sui campi da basket e continuo a farlo dentro e fuori dal mio lavoro.” Qualche consiglio su condivisione e collaborazione?

Essere generosi: donare il proprio sapere e la propria esperienza, cioè “dare ad altri liberamente e senza compenso, cosa utile o gradita” (fonte: Treccani.it). Donare non è solo gratificante ma credo sia l’unico modo per arricchirci e contaminarci di nuovi punti di vista che ci fanno crescere.
E nell’essere generosi continuare a essere umili: abbiamo sempre qualcosa da imparare e nessuno di noi possiede verità assolute, è fondamentale avere mente aperta e spirito empatico con ogni persona e in ogni situazione.

Tu giri molto, partecipi ad eventi, e sei speaker di conferenze; come vedi, dal tuo punto di vista, la comunità italiana degli user experience designer?

Sinceramente vedo un po’ di frammentazione che credo affondi le sue radici in una predisposizione alla socializzazione che è sempre più competitiva che collaborativa. Non succede solo nella nostra comunità di designer ma in qualsiasi ambiente associativo: ci saranno sempre forze disgregative contrapposte a quelle costruttive.

Servono quindi persone integre che valorizzino e sostengano la collaborazione come forza in grado di alimentare la diffusione e l’evoluzione della disciplina. Come gli utenti ci donano parte delle loro vite durante le attività di ricerca compiendo un atto di fiducia nei nostri confronti nella speranza di aiutarci a costruire qualcosa di migliore, lo stesso dovremmo fare noi condividendo il nostro sapere con colleghi e professionisti.

C’è qualcosa che pensi ciascuno di noi dovrebbe fare?

Manca la generosità che ho citato prima: ci sono designer che parlano solo per nutrire il proprio ego, ci sono quelli che lo fanno stando in piedi su una cattedra e quelli che lo fanno solo se sono certi di avere qualcosa in cambio.

La condivisione della propria esperienza in maniera aperta, sincera e incondizionata è un dono prezioso che si può e si deve fare alla comunità se la si vuole coltivare e mantenere viva: nessuno vi ruberà qualcosa ma anzi, ve lo restituirà arricchito dalla sua esperienza personale. Una comunità rimane viva se ci sono delle parti attive che credono in questi valori e siano esempi da seguire.

E per finire le ultime 3 domande più leggere.
Consiglia un libro

Uno solo? Questa per me è la domanda più difficile di tutta l’intervista! 🙂
Quindi scelgo i 6 romanzi del Ciclo di Dune di Frank Herbert fonte di ispirazione per tutto l’immaginario fantascientifico successivo e dimostrazione di come la nostra creatività ha i limiti che noi le imponiamo.

Consiglia un brano musicale o un cd

L’album “Wasting light” dei Foo Fighters che oltre a trasmettermi energia quando ne ho bisogno mi ricorda che non sempre la soluzione più efficace è quella che impiega gli ultimi ritrovati tecnologici perché bisogna partire da quello che si vuole ottenere: così per portare nell’album le atmosfere del passato lo registrarono in un garage con apparecchiature analogiche.

Consiglia un film

Cloud Atlas” per non dimenticare che passato, presente e futuro sono legati indissolubilmente.

Grazie

Ringrazio Debora per la sua disponibilità a rispondere alle mie domande in maniera così spontanea e generosa.

“Intranet Information Architecture” di Giacomo Mason

“Intranet Information Architecture. Progettare l’architettura informativa delle intranet di nuova generazione” è il titolo dell’ultimo libro di Giacomo Mason edito da UXUniversity. La stessa per cui terrò il corso Progettare Chatbot.

Una digressione personale su Giacomo Mason

Prima di parlare del libro vorrei raccontare alcuni aneddoti personali, che in anni non sospetti, mi hanno fatto conoscere Giacomo Mason. Se non interessa, potete saltare a piè pari questo paragrafo e andare alle conclusioni che spiegano il perché reputo il libro uno strumento utile e assolutamente da acquistare.

Ma la digressione la devo fare. Perché devo a Giacomo Mason più di quanto lui stesso possa immaginare.

Giacomo Mason? Ma io lo conosco!?

Non ho mai incontrato Giacomo Mason di persona. Siamo in contatto sui social e la nostra professione ci lega. Forse ci siamo incrociati al WUD Rome 2016, ma non sono sicuro fosse lui. Fatto sta che ne sento parlare da quando mi sono avvicinato all’architettura dell’informazione. Ne ho sempre sentito parlare come un ottimo professionista, come specialista delle intranet ed ogni tanto vado a leggere il suo blog.

L’anno scorso, dopo il mio definitivo trasloco in Sicilia (trasloco composto in buona parte di libri) mi decido ad acquistare una nuova libreria e sistemare quanto raccolto nel decennio precedente.

Mi capita sotto mano uno dei primi libri che ho acquistato a Venezia nel 2008. Lo riprendo in mano con nostalgia. Perché è uno di quei libri che mi ha dato notevoli spunti; che se si fossero realizzati (a quei tempi) sarebbero stati spunti rivoluzionari. E forse la mia storia professionale sarebbe stata diversa.

Leggo il titolo. La nuova comunicazione interna. Reti, metafore, conversazioni, narrazioni”. Autori Paolo Artuso e Giacomo Mason. Aspetta! Chi? Giacomo Mason? Lo stesso Giacomo Mason che ho incontrato professionalmente anni e anni dopo? Si. Proprio lui. Vedi il caso?

Comunicazione interna

Quando iniziai ad occuparmi di Radio, l’allora prorettore alla comunicazione dell’Ateneo veneziano, il professor Umberto Collesei, voleva che mi occupassi delle notizie dell’Ateneo, facendo un lavoro di raccolta. Peccato che il mio direttore del Servizio Comunicazione la pensava in maniera completamente opposta. Ossia il mio direttore pensava che non si poteva andare in giro, bisognava restare seduti, in ufficio, per rispondere in qualsiasi momento al telefono e ricevere da seduti tutte le comunicazioni. L’ufficio non doveva mai restare scoperto.

Da questo incrocio di vedute, nacque la necessità di avere una comunicazione interna adeguata ai tempi che stavano cambiando. Ed il prescelto fui io. Io che venivo da RCS Quotidiani e che avevo visto fare comunicazione interna in modo molto diverso rispetto a quanto non veniva fatto all’università.

Come mio solito, quando mi si affida un compito, iniziai il mio protocollo di formazione continua. Uscii da lavoro ed entrai nella prima libreria che incontrai. Cercai e tra gli scaffali c’era questo libro. Devo ammettere che, allora, non mi interessarono gli autori. Il titolo era talmente eloquente. Sembrava proprio scritto per me. “La nuova comunicazione interna“. Proprio quello che dovevo fare io.

Un modo nuovo di intendere la comunicazione interna

Il libro lasciò una profonda impronta nella mia idea di comunicazione. Ed è per questo che penso di essere stato per moltissimi anni un architetto dell’informazione inconsapevole. Tra l’altro il sottotitolo mi ha accompagnato nella mia formazione professionale, fino ad oggi, tra reti, conversazioni e narrazioni, appunto. Quel libro metteva al centro le persone; i veri protagonisti della comunicazione.

Dentro quel libro trovai tanti spunti. Veniva capovolto, già nel 2008, il punto di vista della comunicazione rispetto a quanto fatto fino ad allora. Se a quei tempi, infatti, la comunicazione interna era una comunicazione dall’alto verso il basso, Artuso e Mason proponevano una comunicazione che provenisse dal basso, che coinvolgesse i dipendenti.

Erano i primi anni dell’avvento di Facebook e già qualcuno intuiva i mutamenti che sarebbero arrivati. La partecipazione delle persone alla creazione di qualcosa era (ed è ancora) idea rivoluzionaria, in epoca dove la comunicazione era verticistica, proveniente tutta dall’alto e dai vertici di governo.

Raccolsi tutti gli elementi interessanti del libro e li sintetizzai in una relazione, che (spero di ritrovare) venne in seguito lasciata in silenzio. Perché la comunicazione interna che poi mi fecero fare, in pratica, era qualcosa che non si poteva chiamare degna di questo nome.

Newsletter come comunicazione interna

Di tutto il lavoro rivoluzionario che io proponevo (o meglio, che avevo estratto dal lavoro di Artuso e Mason) di fare, non se ne fece nulla. Allora non si poteva disturbare il reparto web, figurarsi se poi si poteva chiedere di rifare tutta la intranet.

Per questo motivo il tutto si ridusse nella compilazione di una newsletter che non aveva senso, che duplicava documenti più approfonditi, diceva cose che già tutti sapevano e dunque del tutto inutile.

In teoria, si trattava di una newsletter che raccontava, in sintesi, i punti discussi e approvati dal senato accademico. Sempre in teoria, l’ufficio organi collegiali mi avrebbe dovuto passare i suoi verbali, io li avrei riscritti in forma sintetica e potabile, ripuliti dei termini legali, inserirli sul web e poi li avrei inviati ai colleghi.

In modo semplice e immediato. La newsletter sarebbe dovuta essere inviata pochi giorni dopo l’assemblea del senato accademico.

Tra il dire e il fare ci sono di mezzo le persone

Peccato che non mi furono mai concessi, da nessuno, gli strumenti per fare bene il mio lavoro. Per esempio, non mi fu mai concesso di partecipare in prima persona al Senato accademico. La direttrice dell’ufficio organi collegiali mi passava una piccola parte dei verbali. Con estrema gentilezza, come era di suo carattere, teneva per se tutto ciò che era stato elemento di discussione e di acceso dibattito. Insomma veniva censurata preventivamente una buona parte delle cose interessanti, non secondo logiche comunicative, ma secondo logiche di preoccupazioni personali.

Così io ricevevo, quando andava bene, la metà dei verbali, e quindi la comunicazione veniva già pilotata dalle impressioni della direttrice. Ma non era finita.

Prima della pubblicazione ripassavo dalla censura dell’allora direttore amministrativo, che toglieva e aggiungeva a suo piacimento. Quando andava bene. Quando andava male chiedeva conto e ragione di ciò che mancava. E mi rimbalzava agli organi collegiali.

C’erano una volta i forum

Capitava poi, che i membri di opposizione scrivessero sui loro canali (allora c’erano attivi diversi forum) quelle notizie che avevano suscitato l’aspro dibattito di cui io non riuscivo a sapere nulla.

Il che, è chiaro, mi rendeva tutto tranne che uno che si occupava di comunicazione interna. Non solo per il processo farraginoso, ma anche perché la newsletter era del tutto inutile.

Alla fine del Senato accademico i presenti parlavano di ciò che era accaduto, non con me, né con il mio ufficio. Già la sera stessa le notizie più rilevanti erano bruciate. Se a questo si aggiunge che i verbali del senato accademico venivano resi pubblici, chi era interessato trovava lì tutte le notizie.

Cioè se sei interessato a quello che viene deciso dal Senato Accademico, non ti basta il sommario. A questa mia obiezione mi veniva risposto che quei verbali erano in pochi a leggerli, mentre la newsletter la leggevano tutti. Cosa assolutamente falsa. Perché sia la newsletter sia i verbali erano letti dalle stesse persone che anzi, a maggior ragione, si facevano un’idea negativa di quella che era intesa come comunicazione interna.

Da ufficio comunicazione ad ufficio propaganda

Ovviamente non avevo voce in capitolo, era poco meno di un anno che mi trovavo in quell’ufficio e per giunta precario. Al mio direttore andava bene così, alle catena di comando andava bene così. Peccato che tutti comprendevano che la comunicazione interna non funzionava. E l’esperimento si interruppe al primo cambio di comanda. Poi fu ripreso nuovamente dopo tempo. Qualcosa fu migliorato, ma il principio era sempre lo stesso.

Anzi, proprio per quell’idea di “ufficio propaganda” che ha continuato ad avere l’ufficio, su molti aspetti, proprio l’ufficio che avrebbe dovuto sapere tutto, restava fuori da molte comunicazioni interne.

E così è continuato ad essere per anni. Le cose sono cambiate? Non penso. La catena di creazione non funzionava perché le persone non erano state coinvolte. Ed è certo che ancora oggi non lo sono.

Intranet Information Architecture

Ma adesso veniamo al libro. Giacomo Mason dice che quella comunicazione verticistica e proveniente dall’alto, che non ascolta i dipendenti, è finita. Ed, in teoria, sarebbe dovuta finire già da almeno un decennio. Almeno da quanto Mason scrisse il precedente libro. Ma dal mio vissuto non sono per niente sicuro che sia del tutto finita.

Fosse solo per il fatto che fa troppo comodo una comunicazione verticistica. E che dare la parola ai dipendenti, quando non gli chiedi mai niente, risulta troppo pericoloso. I manager di oggi, grosso modo, sono gli stessi manager di dieci anni fa. Se ancora nel 2018 parliamo di cultura digitale come del futuro, significa che l’Italia ha ancora un bel po’ di strada da fare. E se non avevano la sensibilità di ascoltare dieci anni fa, dubito che abbiano cambiato modo di fare.

Lavorare con i dipendenti

Traggo un breve brano dal libro che conferma quanto appena da me raccontato e che vale l’acquisto del libro.

C’è stata un’epoca, fino a poco tempo fa, nella quale le decisioni sui nuovi servizi dell’azienda venivano prese in stanze lontane. Il design portato avanti da inarrivabili designer, le applicazioni sviluppate in segreti sottoscala senza che nessuno conoscesse lo stato dell’arte e gli avanzamenti. Un’epoca in cui progettare un servizio significava creare un piccolo gruppo di onniscienti specialisti che avrebbero detto la prima e l’ultima parola sul prodotto che poi gli altri, mai incontrati realmente (ma in nome dei quali il gruppo, a rigore, lavorava) avrebbero dovuto usare: E che poi in effetti usavano, e poi smettevano di usare, e poi mettevano da parte con un’alzata di spalle. Quell’epoca è finita.

Oggi, per progettare un servizio, un prodotto, un’applicazione, ma anche un menù di navigazione un insieme di etichette, si lavora c’è anche a fianco con le persone che poi useranno il servizio, l’applicazione, il menù di navigazione. Lavorare con le persone significa e coinvolgerli in modo organizzato (ovvero usando tecniche di design thinking) in vari momenti del processo di design: ascolto, progettazione, verifica di quello che è stato progettato.

Quell’epoca è finita?

Quell’epoca è davvero finita? A me non risulta, anche se sarei felice di essere smentito, che quell’epoca sia finita. Non credo che i reparti di sviluppo, almeno quelli al riparo con uno stipendio fisso, si siano adeguati alle nuove e moderne metodologie. Non credo che i manager illuminati si siano moltiplicati sul suolo italico.

Se un umanista della comunicazione sogna una intranet a disposizione dei propri colleghi, l’informatico pensa a tutto il lavoro aggiuntivo e alle ore di straordinario necessarie e non pagate.

Non penso che sia sempre fatto per partito preso. Almeno lo spero. L’informatico, per definizione, sta al di là del ponte. Lo è spesso fisicamente, sempre più, lo è mentalmente. Parla un linguaggio che solo lui ha imparato e non vuole aiutare altri a comprenderlo. Se a questo comprensibile modo di essere, si aggiunge che è meglio risparmiare tempo ed energie, sapete qual è il risultato.

Comunicazione VS Informatica

Non solo. A me risulta, che lo scontro tra comunicazione e informatica è sempre in continuo divenire. Senza soluzione di sorta. Chi ha pensato di unire i due uffici ha solo provocato tensioni e depressione nei dipendenti che si vedono altrove.

Anche lo sviluppo di un sito web istituzionale risponde spesso a logiche di organigramma. Quando va bene. Quando va male è sottoposto al “Mi piace o non mi piace” di chi comanda o del figlio di chi comanda. Lo spazio sul web corrisponde spesso allo spazio di potere del dirigente di riferimento. Molte parti dei siti vengono affidati ai dipendenti che devono seguire le logiche dello sviluppatore. Anche se quelle logiche sono opposte alle logiche lavorative.

I dipendenti spesso si interfacciano con architetture dell’informazione incomprensibili. Proprio perché sono il risultato di scelte verticistiche o di singoli. Proprio perché non si riesce a fare un lavoro di ricerca, di progettazione adeguato. Non si riesce a fare un lavoro di squadra.

Certo. Nel mondo questo modo di fare è finito. Ma parlando dell’Italia, mi viene da consigliare di usare il condizionale e che sarebbe meglio dire che quell’epoca sarebbe dovuta concludersi da molto tempo. Che oggi si dovrebbe progettare e sviluppare in maniera completamente diversa e opposta rispetto al passato: le intranet, come i siti web.

Perché acquistare Intranet Information Architecture

E dunque diventa fondamentale acquistare il libro di Giacomo Mason. Primo perché penso che l’epoca delle cattive pratiche in Italia non è finita. Anche se si è fatta molta strada in questi anni. Non mi troverei qui a divulgare una cultura della comunicazione e della progettazione ormai ovvia in quasi tutto il mondo. Secondo, lo deve comprare chi vuole comprendere i meccanismi della progettazione. Come si fa, come viene fatta dai professionisti.

La lettura del libro, dunque, è una lettura fondamentale. Per estrarre le buone pratiche. Cercare di creare, nel vostro inferno di azienda, piccoli e intensi spazi di paradiso. Potrete scorgere nel vostro quotidiano le cattive pratiche svolte da enti, agenzie, ancora vecchie dentro, e da colleghi non proprio umili ed educati.

Si tratta di seguire, passo passo, il lavoro di un professionista nella realizzazione di una intranet. E con esempi pratici e reali. Un libro utile. Per tutti. Per coloro che vogliono imparare da principio, così come per coloro che hanno già esperienza in aziende private o pubbliche. E magari, per ragioni varie, non hanno la possibilità di collaborare con un professionista di alto livello come Giacomo Mason. Leggere il libro significa mettersi al suo fianco e imparare.

Allora è e sarà una vera scoperta. Che consiglio a tutti di fare.

UX on the Sofà Toni Fontana ospite di UXUniversity

UX on the Sofà è una rubrica della UXUniversity condotta da Maria Cristina Lavazza dove si parla di User Experience e nuove declinazioni della disciplina. Devo dire che è stato davvero un onore essere intervistato, per diversi motivi. Prima di tutto perché Maria Cristina Lavazza è stata tra le prime persone che mi hanno fatto amare l’architettura dell’informazione. E poi anche perché la mia intervista segue quella di Luca Rosati a cui tutti gli architetti dell’informazione italiani, compreso me, devono, dobbiamo, qualcosa. Chi per un verso, chi per un altro.

UX on the Sofà di Maria Cristina Lavazza

Se non conoscete Maria Cristina Lavazza questa è una lacuna che dovete assolutamente colmare. Maria Cristina è l’autrice di un importante libro come Comunicare l’User experience e le utilissime UX Domino Card.

Al momento, in cui scrivo (fine giugno 2018) siamo in attesa del suo nuovo libro.

Se. invece. non volete comprare i suoi libri potete visitare il sito ufficiale di Maria Cristina Simple UX in cui è possibile trovare articoli e strumenti preziosissimi per il nostro lavoro di progettisti. Vi consiglio di andarlo a visitare!

UX on the sofà 6 Puntata

Martedì 2 giugno 2018 ho avuto il piacere di essere intervistato da UXUniversity. Per l’occasione ho parlato di architettura dell’informazione sonora, assistenza vocale, chatbot, sistemi sonori e mi sono permesso di lanciare qualche auspicio. Grazie alle domande di Maria Cristina sono venute fuori alcune cose interessanti che vorrei sottolineare.

  • Le nuove sfide dell’architettura dell’informazione non stanno più solo dentro lo schermo ma oltre lo schermo.
  • Le macchine e i programmi si stanno evolvendo. Più che di navigazione su internet in questo futuro presente dobbiamo parlare di relazioni.
  • C’è sempre più necessità di saperi trasversali per stare insieme e per comprendere la complessità.
  • La competenza dell’ascolto è una competenza da esercitare.
  • È necessaria una comunità di pratica che parli di queste sfide.
  • C’è sempre bisogno di consapevolezza.
  • È bene affrontare il futuro con cuore aperto ma con testa sulle spalle.

Due libri che consiglio

Maria Cristina mi ha chiesto di consigliare due libri. Ho scelto di non proporre libri tecnici o specifici sul tema dell’assistenza vocale. Ma proprio due libri da leggere sotto l’ombrellone che possano aprire un po’ i nostri orizzonti.

Il primo è L’inevitabile. Le tendenze tecnologiche che rivoluzioneranno il nostro futuro di Kevin Kelly.

Il secondo Cinque chiavi per il futuro di Howard Gardner.

UX on the Sofà Intervista a Toni Fontana (Audio e trascrizione)

Buon ascolto!

O buona lettura!

UX ON THE SOFA #6 – Toni Fontana e l’architettura dell’informazione sonora by UXUniversity on Scribd

UX on the sofà le puntate precedenti

Donatella Ruggeri – Psicologa e UX Research

Ho conosciuto Donatella Ruggeri, ux research e psicologa, su Linkedin. Da Linkedin sto raccogliendo suggerimenti di contatto. E tra i contatti Donatella mi è sembrata molto interessante per la sua voglia di divulgazione in un ambito molto interessante.

Donatella Ruggeri si occupa di UX Research ed è la fondatrice di due progetti molto interessanti secondo me. Il primo è Hafricah.net e il secondo è la settimanadelcervello.it di cui ho chiesto nell’intervista.

Ma ciò che mi ha maggiormente colpito di Donatella è l’interesse per le novità e la realtà virtuale come strumento per capire meglio il cervello umano e i nostri comportamenti.

Donatella Ruggeri UX Research

Su Linkedin Donatella si presenta come

Psicologa e comunicatrice seriale, nel 2007 ho fondato un sito di divulgazione neuroscientifica. Da clinica mi occupo di prevenzione dei disturbi cognitivi, riabilitazione neuropsicologica, da imprenditrice promuovo l’innovazione in ambito sanitario e sociale. Partner dell’americana Dana Foundation, dal 2016 coordino la Settimana del Cervello in Italia. Appassionata dei social e dalle nuove tecnologie, studio il comportamento e le personalità degli utenti sul web nell’ambito della User Experience.

Intervista a Donatella Ruggeri

Come sei venuta a contatto con l’User Experience, ce lo racconti?

Con la UX sono venuta a contatto – senza saperlo – durante il primo esame dell’università, Psicologia generale. Solo un paio di anni fa però ho incontrato uno UX designer. Ricordo di aver trovato illuminante e vagamente familiare ciò che diceva riguardo l’usabilità. Quando spinta dalla curiosità ho approfondito, ho scoperto di aver già nella mia libreria uno dei fondamenti della UX, La caffettiera del masochista di Don Norman, su cui avevo studiato le regole percettive e cognitive che stanno alla base delle nostre interazioni con gli oggetti della vita quotidiana.

Ho avuto la possibilità di iniziare a mettere in pratica le conoscenze in un continuo processo di affinamento by doing grazie al gruppo con cui lavoro adesso, iDIB, composto da designer (UI e UX), developer e researcher. Con loro ho potuto sperimentarmi in progetti molto grandi e già avviati ma ho potuto mettermi in gioco anche nella progettazione di un’esperienza d’uso from scratch, a partire dal primo contatto col committente.

Dalla psicologia alla UX Research, un passaggio naturale?

Secondo me di più: quasi un sodalizio inconsapevole. Uno psicologo è uno UX designer in potenza, ha tutte le conoscenze e gli strumenti di analisi, conosce la metodologia della ricerca, i principi che stanno alla base dello user testing e delle interviste, il metodo osservativo, la comunicazione efficace e non tecnica; è in grado di provare empatia e mettersi nei panni dell’altro con atteggiamento non giudicante; conosce la psicologia cognitiva e il funzionamento psicologico tipico.

Non a caso, nei corsi per UX designers sono molte le ore di insegnamento della psicologia, di aspetti che per uno psicologo sono fissati e consolidati da anni di studio e di lavoro sul campo, anche con i pazienti.

Contrariamente a quanto si creda, la psicologia e le neuroscienze che sono nello specifico il mio settore sono lo studio della normalità, del funzionamento psicologico e cognitivo sano. Va da sé che quando c’è da mettersi nei panni dell’utente, capire come pensa, quali sono le cose che provocano frustrazione, quali le aspettative, lo psicologo parte con una solida base.

Qual è la tua “giornata tipo” professionale?

La cosa bella è che la giornata tipo non esiste. L’unica routine è il caffè dopo pranzo, per il resto il lavoro è liquido e si adatta ai progetti, ai clienti, alle riunioni. Non manca mai il confronto col gruppo di lavoro o la lettura di un articolo di approfondimento su una nuova scoperta o tecnologia.

Quale parte del tuo lavoro preferisci?

La ricerca, in assoluto. È un ambito che ha sempre destato la mia curiosità e che mi dà modo di orientarmi nell’analisi di un problema e nel prendere decisioni. La prima cosa che mi viene in mente quando ho davanti qualcosa di nuovo: cosa sappiamo già, come lo abbiamo scoperto, dove lo abbiamo studiato, su chi, partendo da quali ipotesi? Come possiamo perfezionare i risultati? Ci sono domande migliori da porre?

Dalle neuroscienze alla UX, la ricerca consente di capire come funzioniamo in relazione a un compito. Quello che nei laboratori si studia a livello molecolare con la risonanza magnetica funzionale, in UX si studia nella sua complessità comportamentale e di pensiero con gli user test, le interviste, l’osservazione.
Una delle cose più interessanti è che la ricerca restituisce anche risultati controintuitivi ai quali non si sarebbe mai arrivati se non si fossero messe in dubbio quelle che all’inizio erano le proprie credenze – o assumption per usare un termine che fa molto UXer :-D.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

La cassetta degli attrezzi di uno ux designer che si rispetti è sempre zeppa di moltissimi tool… ed è sempre in continua evoluzione: alcuni tool vanno via e molti altri si aggiungono o si evolvono.

Se nella progettazione di un’esperienza utente non posso rinunciare alla ricerca, alla cosiddetta ‘UX dedotta’ – ossia quella ricavata da articoli, libri e dallo scambio con altri professionisti – e ancora, alle personas, al card sorting, giusto per citarne alcuni, nella divulgazione i veri strumenti diventano il networking e i social (sempre intesi come fitta rete di relazioni personali e di condivisione delle conoscenze che si creano), che consentono di portare il messaggio “un po’ più in là”.

Nel tuo blog/sito hafricah.net scrivi

L’ostacolo maggiore che le persone incontrano nell’approcciarsi ad un nuovo campo è difatti la non conoscenza del lessico tecnico proprio di quella disciplina.

A che punto siete?

Da ottimista direi a buon punto. Negli ultimi anni si sono moltiplicate, anche per la necessità di arrivare al cliente, le pagine di professionisti convertiti ai social che fino a pochi anni fa credevano che una pagina Facebook avrebbe influito negativamente sulla percezione di serietà e rigore della disciplina.

Nell’epoca del personal selling, però, in cui siamo a tutti gli effetti imprenditori di noi stessi, se non riusciamo a spiegare cosa facciamo è difficile vendere la consulenza, il servizio, la terapia. Da quel che vedo, siamo a buon punto. Chi ha cambiato linguaggio sta osservando buoni risultati, chi non sta cambiando linguaggio ne sta subendo le conseguenze e non credo avrà molta scelta, se vuole restare sul mercato.

Sia che si racconti la ricerca scientifica (come provo a fare proprio su hafricah.net) sia che ci si ritrovi davanti a un cliente a esporre i risultati di uno user test, se non si riesce a comunicare con semplicità, si auto-sabota l’outcome.

Altro tuo progetto è la Settimana del cervello. Come nasce la Settimana del cervello?

La Settimana del cervello nasce da un’esperienza all’estero. Quando vivevo in Inghilterra scoprivo che senza troppi preparativi, con un incontro informale in un pub segnalato su un giornale locale, ci si poteva incontrare, informare e contaminare. Ho seguito lí per la prima volta la Brain Awareness Week.

Tornata in Sicilia ho provato nel mio piccolo a introdurre questa modalità per portare la divulgazione delle neuroscienze nel mio territorio. Con grande sorpresa nei confronti di una regione in cui un movimento tale non si era ancora creato, ho trovato non solo professionisti entusiasti di raccontare il loro lavoro ma anche pubblici curiosi di scoprire di più sul funzionamento del cervello e sulla prevenzione delle malattie neurologiche.

Ricordo di aver pensato che c’era solo bisogno di dare il La: la curiosità e la voglia di imparare o di mettersi in gioco erano ben rappresentate. Da questa esperienza ed esperimento in piccolo, la Settimana del Cervello è diventata una manifestazione nazionale che oggi coinvolge 40 persone impegnate tutto l’anno nella sua organizzazione e circa 700 professionisti che organizzano i loro eventi divulgativi a marzo.

Sei impegnata nello studio di realtà virtuale. Io mi occupo di assistenza vocale e suoni. Che ne pensi? Quanto influisce il suono nella realtà virtuale? Puoi indicare qualche studio interessante a riguardo?

Quando vediamo un film che fa paura, nei momenti di suspence, per alcuni di noi il gesto naturale è quello di tapparsi le orecchie. Quando vogliamo rilassarci, possiamo riprodurre sul nostro telefono dei suoni della natura, del mare, della pioggia, per immergerci nel momento e immaginarci altrove.

Questi sono solo due esempi di come i suoni, anche da soli, siano importanti per il senso di presenza nel mondo, per l’immaginazione, per la risposta emotiva. Nella Realtà Virtuale, se il suono non rispetta le aspettative, se non sentiamo cioè quel che ci aspettiamo di sentire in base a quel che vediamo, alla posizione del corpo, alle informazioni che ci vengono dagli altri sensi e dall’apparato vestibolare, si crea una dissonanza cognitiva che rende l’esperienza irreale e anche fastidiosa.

Perché sia percepito come autentico, il suono deve avere delle proprietà fisiche il più possibile simili a quelle reali: profondità, volume, direzione, propagazione, responsività devono essere di buona qualità e coerenti rispetto al resto dell’esperienza. L’audio è il primo fattore che contribuisce alla credibilità di una esperienza virtuale.

Un articolo piuttosto recente spiega proprio come l’audio 3D realistico sia la frontiera della Realtà Virtuale.

Da quel che ho letto per questa intervista pare che in ambito psicoterapeutico ci sia molto ottimismo sulla realtà virtuale. E così? Come la vedi? Ci sarà anche un coinvolgimento di intelligenza artificiale? Oppure lo psicoterapeuta sarà sempre umano?

L’ottimismo della psicoterapia verso la Realtà Virtuale è vero e ragionevolmente indotto dai risultati degli studi condotti fino ad ora. La vera potenzialità della tecnologia consiste nel fare immergere il paziente in una situazione realistica che resti un setting sicuro. Le applicazioni sono molteplici, vanno dall’esposizione a stimoli fobici alla riabilitazione delle funzioni cognitive dopo una lesione cerebrale.

Il coinvolgimento delle intelligenze artificiali c’è già: Woebot è ad esempio un bot che fa le veci di uno psicologo. Aiuta a tracciare i cambiamenti d’umore, fornisce dei feedback sugli automatismi che per le persone spesso sono difficili da identificare, fa una sorta di “psicoeducazione”, cioè passa delle conoscenze su come funzioniamo.

A guardare poi le applicazioni del machine learning, è stato impiegato per perfezionare le diagnosi di psicosi, Sindrome di Alzheimer, autismo, per identificare il comportamento suicidario in base alle parole usate dalla persona, per analizzare i dati della risonanza magnetica funzionale.

Diciamo che tutto ciò che può freddamente essere osservato e analizzato da un umano, può essere osservato e analizzato anche meglio da una intelligenza artificiale. Il nodo al pettine viene se pensiamo alla componente emotiva della terapia, al rispecchiamento emotivo che avviene in seduta, aspetti che restano – ancora – solo un privilegio degli esseri umani, per quanto si sia già al lavoro sulle “intelligenze artificiali emotive”.

Ho visto che hai in ballo molti progetti di sviluppo. Qualche anticipazione? Novità che puoi già raccontare?

L’ultimissima novità, prossima al lancio il 30 giugno, è l’app di riabilitazione cognitiva in Realtà Virtuale, Cerebrum (ne ha parlato qualche giorno fa anche Repubblica) : che ho creato insieme ai colleghi romani di Idego e Promind, destinata agli operatori della salute mentale.
In cantiere abbiamo già un’estensione della stessa e diverse attività di formazione e supervisione per chi non ha familiarità con la tecnologia.

Siamo poi già al lavoro per la Settimana del Cervello che nel 2019 sarà dall’11 al 18 marzo e che vedrà diverse novità rivolte, ad esempio, alle scuole.

Questa estate lanceremo due servizi confezionati dal team di ricerca, sviluppo e progettazione col quale lavoro, servizi che utilizzeranno la realtà aumentata e l’intelligenza artificiale per risolvere due problemi comuni tra gli utenti, ma adesso non posso dire di più.

E per finire le ultime 3 domande più leggere, che faccio a tutti gli intervistati.

Consiglia un libro

Don’t make me think, Steve Krug. Contiene tutte quelle cose palesi e a volte un po’ ovvie che nessuno ti dice mai, alle quali non riesci ad arrivare da solo.

… un brano musicale o un cd

Al Monte, Mannarino (album)

Consiglia un film

Toys that Made us, più che un film è una serie di Netflix. Per imprenditori, designer e curiosi, è un condensato di materiale utile a crescere e a vedere come grandi marchi dell’industria del giocattolo (Barbie, Lego) sono diventati iconici e sono riusciti a superare gli inevitabili fallimenti lungo il percorso. Interessante soprattutto il modo in cui le aziende si sono adattate nei decenni restando al passo con un mercato e un cliente sempre diverso.

Ringraziamenti

Grazie ancora a Donatella per aver risposto alle mie domande e per aver dato a tutti i lettori spunti di riflessione molto interessanti. Il mondo sta cambiando e insieme ad esso il nostro cervello. Dobbiamo avere cura di persone come Donatella, che ci aiutano a capire.

Grazie e speriamo di vederci alla settimana del cervello 2019!

Informazione, fake news e social

Informazione, fake news e social sono temi di cui mi sono già occupato dal punto di vista del contesto e dell’architettura dell’informazione. Il tema è e resta caldo. Al festival del giornalismo che si è svolto a Perugia nel 2017 se ne è molto parlato. In fondo alla pagina trovi alcuni dei video che riprendono l’argomento.

Nel mio vecchio ma ancora valido articolo, ho parlato principalmente di contesti, strutture e ambienti semantici. Della necessità di rendere coerenti le trasmissioni di significato. Ma non può essere e non è solo questione strutturale o solo giornalistica. Quello che vorrei trasmettere io è che il tema riguarda tutti, ossia tutti coloro che producono e consumano contenuti sul web.

Ed è così che nella prima stesura dell’articolo ho lungamente toccato anche argomenti prettamente giornalistici e comunicativi. Ciò che mi auguro è che si apri un dibattito onesto e costruttivo che fino ad oggi non vedo.

Sarà anche perché sono fuori dal giro ma a me pare che non ci sia nessuna voglia di dialogo sull’argomento. Pare che uestione sia solo una questione accademica, per addetti ai lavori. Così non è.

Informazione, fake news e social

Chi fa informazione, ed ha visto perdere la propria centralità in favore delle comunità, accusa i social media per il degrado dell’informazione. Ai social vengono attribuite colpe e responsabilità sul tema delle false notizie. A mio parere, svelando più un proprio pregiudizio che una analisi oggettiva dei fatti. Senza contare quante volte si punta il dito contro i giovani che non saprebbero distinguere le notizie vere da quelle false. Gli adulti invece…

Spesso, però, i veri fautori della fortuna dei social sono stati proprio gli editori, i giornali, i giornalisti. Lo scrive molto bene un giovane Federico Josè Bottino.

La fortuna di servizi come Facebook sono proprio i giornalisti che non fanno i giornalisti ma fanno gli scrittori.

Cavalcando l’onda emotiva dell’ultimo ventennio, nel giornalismo la verità ha ceduto il passo al fine di favorire una cosa che fa fatturare molto di più, la visibilità. Se fino agli anni ’80 il mantra del giornalismo era costituito dalla narratio dei fatti (duri e crudi, alla Oriana Fallaci), oggigiorno il discriminante è il numero di lettori ingaggiati.

E qui ci sarebbe da scrivere altri trattati di Storia del Giornalismo.

Come le fake news diventano popolari e si divulgano sul web

La discussione più ampia ha inizio con l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti. E lui stesso parla spesso di Fake News. Questa discussione, anche la mia, non ci sarebbe in Italia, se non fosse una discussione aperta in America. In Italia, non mi pare che ci si confronti più di tanto. Negli Stati Uniti il Washington Post, in risposta a quanto accade, ha modificato la dicitura della propria testata. Rivedendo appunto la sua funzione di giornale.

La CBS News ha raccolto alcune interviste in un unico articolo sulle fake news. Il corrispondente Scott Pelley, si occupa del tema parlando con degli esperti, in un contesto ben preciso, l’intervista.

Nell’articolo si raccontano di come alcune notizie si siano diffuse senza controllo. Pelley mette in luce, attraverso i suoi ospiti, due aspetti della questione. Da un lato ci sono personaggi autorevoli sul web che diffondono notizie false e/o verosimili, anche consapevolmente. Dall’altro, ci sono figure più o meno esplicite che spingono la comunicazione facendo un uso massiccio di bot, e che, sui social, danno autorità a qualunque notizia, vera o falsa che sia.

Uno tsumami di informazione

Sottolineo la conclusione dell’articolo di Pelley.

Nella storia dell’umanità non c’è mai stata tante informazioni a disposizione di così tante persone. Ma è anche vero che mai nella storia c’è stata così tanta cattiva informazione a disposizione di così tante persone. Ed una volta che è online, si tratta di “notizie” per sempre.

Aggiungo io che se già l’onda che stiamo vivendo può sembrare davvero esagerata, non abbiamo ancora idea dello tsunami di dati e informazioni che ci sta arrivando addosso. Vedasi distribuzione della fibra in ogni dove e della velocità di trasmissione che arriverà anche nelle periferie più sperdute.

Libertà di parola o anarchia di parola?

Lo scriveva molto bene Hamilton Santià già a maggio del 2015

Negli ultimi mesi c’è stata un’escalation che, avvenimento drammatico dopo avvenimento drammatico, ha finito per far passare il messaggio – sbagliatissimo – che la «libertà di parola» voglia dire, sostanzialmente, «anarchia di parola». E il significato di tutto questo viene completamente travisato.

[…] Come se porre l’accento sulle contraddizioni nelle nostre architetture di pensiero equivalga alla censura. Come se ogni pensiero fosse lecito in nome della «libertà di parola». Laddove ‘ogni pensiero’ inserisce propaganda nazi-fascista, negazionismo, omofobia, oscurantismo, disinformazione scientifica.

[…] Tutti noi, quando scriviamo un Tweet o uno status su Facebook compiamo un atto politico di cui siamo ‘proprietari’ (se non altro morali). La logica della conseguenza, invece, è ancora tutta da verificare in un paese e in un ecosistema in cui la libertà/responsabilità di parola, critica e di espressione effettivamente la accettiamo solo quando non fa altro che accettare il sistema per quello che è.

Facebook la smetta di fare il poliziotto delle notizie

Di contro, alla lotta alle fake news si affianca il dibattito sulla censura. Controllare i social, infatti, significherebbe attuare procedure di censura decise dall’alto.

Andrea Coccia scrive questo pezzo su lInkiesta Facebook la smetta di fare il poliziotto delle notizie

Credere che spetti a Facebook fare in modo che all’interno della propria piattaforma non vengano condivise bufale è come pretendere che il barista che ti ha fatto il caffé stamattina debba verificare che le chiacchiere che i suoi clienti fanno sono basate su fatti veri o falsi, per poi magari tirare uno scappellotto in testa a tutti i clienti che mentono.

La battaglia di Facebook contro le bufale, lungi dal poter risolvere il problema, rischia di peggiorare le cose. Sì, perché dando agli utenti la possibilità di denunciare i contenuti-bufala, mette un miliardo e mezzo di persone di culture diverse, con preparazioni diverse e competenze diversissime sullo stesso piano. Saremo tutti uguali davanti al pulsante anti bufala, ma in realtà non siamo per niente uguali davanti alle notizie.

Come se ne esce?

La questione fake news e social dunque è molto complessa. Come ho già detto andrebbe affrontata da squadre di studio. Con il dialogo e l’applicazione di soluzioni sperimentali per vedere l’effetto che fa. Dal mio osservatorio di provincia al momento le fake new sono casi studio, accademici. Chi si occupa di informazione dovrebbe fornirsi di redazioni che riportino ad un contesto coerente. Sarebbe necessario riportare il social alla funzione di strumento conversazionale e non solo strumento di diffusione.

Marco Borraccino presentando il libro Misinformation. Guida alla società dell’informazione e della credulità intervista l’autore Walter Quattrocchi. Alla fine del lungo articolo si arriva ad una conclusione.

Dunque è Facebook a generare le bufale? No. Le bufale sono sempre esistite. Oggi però hanno opportunità molto più potenti per divenire virali e diffondersi, perché ogni utente è di per sè stesso un media, con la sua visione del mondo da veicolare e i suoi canali di diffusione a disposizione. La tecnologia ha quindi enormemente accresciuto la necessità di competenze individuali, perché ha conferito a ognuno di noi facoltà inimmaginabili fino a qualche anno fa.

Come se ne esce? Secondo Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini, ritrovando il senso più profondo della comunicazione: l’ascolto. Quello che, tornando all’inizio del pezzo, ha portato ad esempio la Fondazione Pertini ad aggiungere alla smentita del meme una postilla affatto banale: “certo è che l’idea di democrazia coltivata da Sandro Pertini era strettamente legata al concetto di governo a servizio del popolo”. Riaffermare la verità per costruire ponti tra le persone, non per dividere tra istruiti e non.

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L’UX frena l’assistenza vocale?

È possibile che UX e assistenza vocale, in questo momento, facciano a pugni? Che l’UX freni l’assistenza vocale? È possibile che il più grande ostacolo all’uso degli assistenti vocali e delle interfacce conversazionali sia proprio l’user experience, l’esperienza d’uso? Proprio l’assistenza vocale che ha come obiettivo quello di allargare il bacino di utenza a tutti per la facilità d’uso, in realtà pone degli ostacoli al suo uso quotidiano? E dunque potrebbe essere questo il motivo per cui alcuni miei colleghi guardano con diffidenza agli assistenti vocali e al mio blog? È questa la ragione di un certo scetticismo?

L’esperienza delle persone non è ancora ottimale. O, come sono personalmente convinto, l’esperienza e l’uso non rispecchiano le aspettative. Ma il lancio dello smartspeaker Google Home e del software Google Assistant hanno tracciato una via che durerà più di quanto si possa prevedere.

Il blog è nato proprio per parlare di queste cose ed essere consapevoli. Ed è per questo che ripercorro con voi l’articolo di Rebecca Sentance, con le mie riflessioni personali.

Le prime parole di Siri

Se si esegue una ricerca vocale in inglese, “Quando è stato lanciato Siri?” Google rimanda all’introduzione che ne da Wikipedia:

Siri è l’assistente digitale sviluppato dalla Apple Inc. presente nei dispositivi iOS, macOS, watchOS e tvOS, quali iPhone, iPad, Mac, Apple Watch e Apple TV.

In italia, invece, Google Assistant rimanda ai vari link e parla solo se si chiede “Cos’è Siri?”.

Siri, l’assistente vocale di Apple, come sappiamo è nata con il lancio dell’iPhone 4S nell’ottobre 2011.

Da allora si è cominciato a parlare di comandi vocali non più come fantascienza ma come vera e propria realtà. Solo da qualche anno a questa parte se ne parla più frequentemente. Si veda la nascita di questo blog. E posso testimoniare che rispetto ai miei esordi, nel 2015, il numero di articoli presenti, sul web, sul tema sono sempre più numerosi.

Nel campo della ricerca, poi, la ricerca vocale è indicata come una delle principali tendenze che daranno forma all’industria, nell’immediato prossimo futuro.

Chi usa l’assistenza vocale?

Ma quanti di voi stanno utilizzando realmente e quotidianamente l’assistenza vocale? Chi risponde positivamente, probabilmente sarà una minoranza. Soprattutto si tratta di “addetti ai lavori.” Tra questi molti scettici che stressano il sistema, lo mettono in difficoltà l’assistenza vocale e tendono giustamente ad evidenziare, anche giustamente, i difetti.

Poi ci saranno anche tanti “makers” che smanettano su ogni novità tecnologica e questi sono coloro che diffonderanno davvero questa tecnologia tra le persone.

La maggior parte ci avrà giocato forse qualche minuto, per vedere l’effetto che fa e poi ha abbandonato la diavoleria che risponde solo ad una certa tonalità e ad un certo modo di dire “Ok Google” in perfetto american slang. E non vi sembri strano che la pronuncia corretta di Google sia tra le competenze di una minoranza di persone.

Senza dover disturbare i sondaggi, il fatto che si vedono, nel 2018, persone alla guida che usano il proprio smartphone usando vista e tatto, significa che neppure siamo arrivati al vivavoce. Altro che assistenza vocale.

Se Google fosse una persona?

Ma cosa accadrebbe se Google fosse una persona reale? È quello che si è immaginato in una memorabile webserie, di qualche anno fa, dal titolo “If Google Was a Guy”.

In uno spezzone una ragazza chiede quanto sia grande il Serengeti. Per la cronaca “La pianura di Serengeti è una regione di circa trentamila chilometri quadrati, costituita da prateria, savana e boschi situata in Africa orientale”.

Al quale l’assistenza vocale, non riconoscendo la pronuncia corretta, in inglese, confonde Serengeti con spaghetti. Il che fa infuriare la ragazza.

Il video vuole far ridere e ci riesce. Ma nella vita reale un errore di questo genere non fa ridere. Anzi. Porta la persona ad arrabbiarsi sul serio e ad abbandonare l’uso degli assistenti vocali.

Nonostante il potenziale rivoluzionario dell’interfaccia vocale, l’esperienza dell’utente, la user experience non è ancora al massimo della forma.

Conversazioni comiche o frustranti?

Bisogna assolutamente dire che gli assistenti vocali hanno fatto passi da gigante in termini di accuratezza del riconoscimento vocale negli ultimi anni. Le intelligenze artificiali di Google e Microsoft si avvicinano al 95% di riconoscimento. Che è poi il livello umano. Anche noi ci perdiamo il 5 percento delle conversazioni e compensiamo con altre capacità.

Le interfacce vocali sono progettate per imitare le conversazioni umane e così, quando conversiamo con un assistente vocale, si entra in un contesto che, fino ad oggi, è stato esclusivamente umano. Un contesto che è completamente diverso rispetto a quando ci mettiamo davanti ad un “disumano” schermo.

Forse un romano della Roma Antica comprenderebbe meglio un assistente vocale rispetto a noi. Per i Romani di allora la parola non era un’esclusiva umana, nel senso ampio che abbiamo oggi. Per gli antichi romani gli schiavi, per esempio, erano strumenti parlanti, per nulla paragonabili ad un essere umano. Definiti appunto Res vivente, (res significa, in latino, cosa) Anche i barbari erano coloro che balbettavano parole insensate e molto più vicini ad animali, appunto, che ad essere umani.

Forse, a ben pensare, noi ascoltiamo e trattiamo questi avanzati assistenti vocali con lo stesso disprezzo.

Aspettative molto alte

Lo dicevo due anni fa al WIAD Palermo 2017. I nostri punti di riferimento per l’assistenza vocale sono film di fantascienza e fumetti. Il nostro immaginario ha aspettative tanto alte quanto irreali rispetto alle capacità di questa tecnologia. Eppure più queste conversazioni migliorano, più ci aspettiamo che gli assistenti vocali digitali si comportino come umani. E quando per una qualche ragione non ci capiscono, subito ce ne allontaniamo.

Come se poi fosse stato naturale iniziare nuovi lavori stando davanti ad uno schermo. Cosa che ancora non tutti sono in grado di fare. Come se l’uso di PC fosse davvero così diffuso da permeare la totalità dell’Umanità. Per chi oggi fa uso quotidiano di questi strumenti, ricordo che sono passati decenni dal primo contatto con un computer dove la maggior parte delle persone ha iniziato a giocare. Nel tempo abbiamo imparato a farci altro, oggi sappiamo, grosso modo, cosa possono fare e come funzionano. E come rispondono.

Portare l’interazione all’interno del nostro mondo conversazionale (che ripeto ancora è un mondo complesso) significa cambiare completamente prospettiva. All’improvviso entrano in gioco una serie di aspettative completamente nuove. Vogliamo e pensiamo che i nostri assistenti vocali pensino, rispondano e ragionino come gli umani e l’esperienza dell’utente è prevedibilmente insufficiente.

Tocca all’architettura dell’informazione conversazionale colmare questo vuoto, come immagino stia accadendo oltreoceano. Insieme ad una moltitudine di professionalità che ruotano intorno all’assistenza vocale, tra figure più tecniche e figure prettamente umanistiche.

Un giorno vivremo come nel film HER e ci ritroveremo a parlare con i nostri assistenti vocali. Ma se dai romani ad oggi sono passati 2000 anni, da Google Assistant ad Her ne passerà del tempo. Non dico altri duemila anni, ma qualche decennio sicuramente.

Scelta e contesto

I problemi sono tanti e diversi. Le interfacce vocali danno l’illusione dell’interazione umana. Illusione, straordinaria, potente, ma pur sempre un’illusione.

Per far funzionare gli assistenti vocali le persone devono pronunciare esattamente le parole e i comandi giusti. E queste parole non sempre sono intuitive. Non solo. Ma gli assistenti vocali non mantengono sempre il contesto di conversazione come facciamo noi, per esempio, con il principio di cooperazione Grice.

Al momento le migliori interazioni sono limitate agli acquisti. Ecco perché il grande successo di Amazon Echo. I passi successivi ad un dialogo, invece, non sono soddisfacenti. Ecco perché tutti gli altri inseguono.

La semplicità non garantisce necessariamente l’usabilità e la mancanza di funzionalità disponibili può essere spesso più frustrante che utile. Nel momento in cui gli utenti non riescono a ottenere facilmente ciò di cui hanno bisogno con un’interfaccia, gli assistenti vocali verranno disattivati, indipendentemente da quanto efficientemente consentano loro di riordinare gli asciugamani di carta.

Fiducia dell’utente vincente

Ma la sfida più importante è quella di ottenere e mantenere la fiducia delle persone che fanno uso di questa tecnologia.

Nelle giuste circostanze, l’interazione vocale uomo-macchina è uno strumento molto utile. Purtroppo bastano un paio di esperienze negative per far mettere da parte, per sempre, le interfacce vocali.

Lo stesso Greg Hart, vicepresidente di Amazon, responsabile di Echo e Alexa, ha dichiarato che

la creazione di un assistente vocale in grado di rispondere a ogni possibile query è un problema davvero difficile.

Forse è qui che, nel 2011, Apple ha sbagliato. Ha sbagliato nell’invitare le persone a chiedere qualsiasi cosa a Siri. Forse già dalla sua nascita Siri era destinata a fallire.

Oggi sappiamo, per certo, che i comandi vocali funzionano meglio con vincoli specifici e ristretti. Le nostre aspettative sono ancora alte ma gli sviluppatori pongono dei freni proprio per riconquistare la fiducia degli utenti.

Per non parlare poi del suono della voce, le nostre pronunce, gli aspetti di fisica acustica, pongono degli ostacoli all’esperienza d’uso.

UX e assistenza vocale – Conclusioni

Sebbene in questi giorni stia usando Google Assistant e già ho amici che hanno acquistato i primi interruttori ad interfaccia vocale, io stesso non ho messo tra le mie priorità l’uso dell’assistenza vocale. Non sempre ho il piacere di ripetere più volte “ok Google” per non arrivare a quello che mi aspetto di trovare.

Ogni volta che una persona rinuncia ad usare l’assistenza vocale è un fallimento. Certo. Ma questi fallimenti frenano non fermano.

Oggi, mentre la discussione è ferma a quanto bene o male funzionino, a quanto pericolosi possano essere, si sta aprendo un mercato enorme di oggetti parlanti.

In un modo o nell’altro presto avremo nelle nostre case questi oggetti della domotica e impareremo ad usarli.

Personalmente, piuttosto che giudicare i fallimenti, sono felice di partecipare a questo tempo. E resto a guardare tra l’incuriosito e il meravigliato. Sono felice di poter vedere i primi passi (diciamo quelli più consistenti) di questa tecnologia che mi affascina. E persino gli errori mi fanno tenerezza. Poter partecipare con il mio blog, a questa trasformazione, per me è una soddisfazione che supera persino la gioia di sapervi miei lettori.

Con i miei articoli spero solo di poter dialogare e conversare con altri essere umani sul tema. E intanto, grazie sempre di essere arrivato fin qui.

Cos’è l’User Experience?

Difficile dare una definizione unica e univoca di user experience. L’ espressione come già ho scritto in un post sull’user experience in Italia può essere la definizione perfetta della fuffa o, come io credo, l’applicazione di un cambio di paradigma della progettazione.

Cos’è l’user experience?

Nel precedente post semplificavo al massimo, affermavo che

l’User Experience non è niente di trascendentale. Al di là dell’anglicismo, la UX è qualcosa di molto pratico e profondo che tocca la relazione che tutti abbiamo con un determinato prodotto o servizio.

In altre parole è lo studio dell’esperienza vissuta da una persona rispetto ad un determinato prodotto e/o rispetto tutto il mondo digitale, rispetto (anche) al nostro vissuto sul web e sui social.

Per me è la conoscenza e l’interesse che un progettista manifesta verso l’essere umano e verso il suo essere “essere umano”. È la risposta alla domanda “Ciò che sto progettando sarà utile? Risponderà adeguatamente alla persona che visiterà il sito che sto progettando?”. È il mettere l’essere umano al centro di ciò che si pensa e si crea.

L’user experience come ricerca della felicità

C’è una battuta molto inglese che dice

Per morire ricchi ci vuole l’Usabilità. Per morire felici ci vuole l’user experience.

L’user experience designer o architetto dell’informazione è alla ricerca della felicità come spiegava Stefano Bussolon al Wiad di Palermo nel 2015. L’user experience, infatti, riguarda le persone in quanto utilizzatori di un servizio ma riguarda anche chi propone servizi, contenuti e prodotti. Riguarda chiunque vuole suscitare emozioni, emozioni positive.

L’user experience come seduzione

Immaginate di dover ospitare qualcuno in casa. Magari qualcuno che volete sedurre o impressionare. Immaginate di voler ricevere una ragazza o un ragazzo per una cena. Quali sono i segnali e i messaggi che volete inviare? Quale impressione volete dare? Avete ripulito casa, messo in ordine la stanza? Mettete in evidenza un libro o un oggetto rispetto ad altri? Ecco. quando state pensando al vostro ospite e non a voi stessi, ecco che state svolgendo una delle attività principali dell’user experience designer.

È qualcosa che facciamo tutti. E questo è l’inganno! Che tutti viviamo esperienze. La maggior parte di noi induce a provare esperienze negli altri. E questo viene facile quando, bene o male, conosciamo l’altro.

Ma se dovessimo ricevere in casa migliaia di sconosciuti e dovremmo accontentare tutti ogni giorno a qualunque ora della giornata. Quando non volessimo irritare nessuno e volessimo dare una buona impressione a tutti, ecco che l’organizzazione della serata diventa un lavoro.

E così nel momento in cui diventa un lavoro stiamo parlando, nel nostro caso, di user experience design e architettura dell’informazione.

L’esperienza dell’altro e non di se stessi

Marco Bertoni in un post politicamente scorretto, a tratti ironico, di cui sconsiglia la lettura a chi ha un’opinione eccessiva di sé, scrive.

L’uso improprio del termine UX, al contrario, ha generato una serie di ridicole semplificazioni, eccone alcune:

Per il programmatore medio UX significa grafica.
Per il cliente medio UX significa a volte grafica, a volte “boh?”, a volte marketing. Non è raro che qualche stakeholder senta il bisogno di migliorare la UX di qualcosa. Se la frase fosse migliorare l’usabilità e l’architettura dell’informazione, la specificità dell’affermazione presupporrebbe la conoscenza del dominio e la necessità di rivolgersi a un esperto, usare il termine UX, invece, consente di sembrare cool senza compromettersi le ferie con il lavoro vero.
Per l’agenzia creativa media UX significa “il tizio sfigato che fa i wireframes”.

Adesso con due lezioni fuffa al corso di design o un master cotto e mangiato, sono tutti esperti di UX, e hanno ragione: perché chi più di noi stessi può essere definito esperto delle proprie esperienze?

La parola UX, quindi, è la grande livellatrice. Ha consentito a chiunque di proporsi sul mercato facendo le solite cose ma sembrando più cool. È il perfetto prodotto di una società superficiale in cui la sostanza è morta e sepolta sotto una coltre di parole inutili.

Ad ogni modo, un documento completo mi è sembrato il pdf in inglese proposto dall’Istituto di ricerca per l’informatica e l’automazione e da cui è tratto buona parte di questo articolo.

Da dove viene l’User Experience?

Si hanno a disposizione molti significati di User Experience o UX.

Una prima definizione che conferma quanto dicevo poco fa arriva da Tom Stewart.

Lo studio della relazione tra le persone e la tecnologia è stata denominata con vari nomi nel corso degli anni: ergonomia del computer, interazione uomo-computer e usabilità. Più recentemente, l si è parlato di progettazione e UX Human centered design.
Il termine User expereince è ora ampiamente utilizzato. Personalmente, non mi interessa come questa zona è chiamata … Quindi io uso il termine User experinece (esperienza dell’utente) per descrivere quello che su cui io lavoro.

Io faccio UX mi pare la definzione delle definizioni.

DEFINIZIONI di UX secondo la norma ISO

Per meglio definire la UX, è utile andare a riprendere alcune delle definiziioni più citate e accreditate.
Prendiamo dunque la definizione ufficiale tratta dalla norma ISO: ISO 9241-210.

Le percezioni e le risposte della persona derivanti dall’uso e / o dall’uso anticipato di un prodotto, di un sistema o di un servizio.

L’esperienza dell’utente comprende, insomma, le  emozioni, le credenze, le preferenze, percezioni, le risposte fisiche e psicologiche, i comportamenti e le realizzazioni che si verificano prima, durante e dopo l’uso. Ma anche l’esperienza che l’utente ha del logo del brand, la presentazione, la funzionalità, il sistema delle prestazioni, il comportamento interattivo, lo stato fisico e mentale dell’utente (anche derivante da esperienze precedenti) attitudini, abilità e personalità. E non dimentichiamo il contesto d’uso.

Definzione di UX secondo UPA

Un’altra definizione di UX (o UE) più europea è questa.

L’user experience design come disciplina riguarda tutti gli elementi che insieme compongono l’interfaccia, tra cui il layout, il visual design, il testo, la marca, il suono, e l’interazione. L’UE lavora per coordinare questi elementi, per consentire la migliore interazione possibile degli utenti.

Usabilità vs UX

Sedia per visite brevissime – Bruno Munari 1945

In alcuni ambienti l’User experience si appiattisce all’Usabilità. Ma chi fa ricerca e chi distingue all’interno dell’user experience numerose professionalità, sottolinea le differenze tra usabilità tradizionale e UX.

La sedia per visite brevissime

Interessante ed esplicativo mi sembra l’articolo di Annalisa Riggio che dopo aver ripreso le definizioni di Jakob Nielsen e Donald (Don) Norman, riprende l’esempio della sedia per visite brevissime di Bruno Munari.

Lavorare sulla UXD di un sito web significa fare tantissime valutazioni che riguardano anche l’usabilità (ma allo stesso tempo la grafica, l’architettura dell’informazione, gli obiettivi e altro). Significa mettere al centro della nostra progettazione l’utente al fine di rendere la sua esperienza di utilizzo soddisfacente e basata sulle sue reali necessità.

La differenza tra Usabilità e User Experience

Sul blog di Boraso ci si è occupati del tema anche di recente.

Cercando di contestualizzare queste definizioni nel panorama web, l’obiettivo dell’usabilità è quello di creare sito e piattaforme fruibili e di semplice utilizzo, mentre quello della UX è quello di fornire una memorabile esperienza all’utente prima, durante e dopo l’utilizzo di una specifica piattaforma.

In sintesi, l’Usabilità fa riferimento alla facilità con cui gli utenti, interagendo con un sito, riescono a raggiungere un obiettivo, mentre la User eXperience valuta la soddisfazione dell’interazione utente con il sito.

E si conclude in questo modo.

Confondere l’UX con l’usabilità è un errore frequente ma, come è stato proposto in questo post, l’usabilità non è altro che uno dei mattoni dell’UX ; esistono prodotti che forniscono esperienze fenomenali ma sono tutt’altro che usabili e, d’altro canto, strumenti estremamente usabili tuttavia non offrono più di quello e non garantiscono una completa e positiva UX.

UX in sintesi

L’UX comprende innumerevoli fattori delle persone. Le loro predisposizioni, le aspettative, i bisogni, la motivazione, l’umore. Ma anche le caratteristiche del sistema progettato, la sua complessità, lo scopo, la funzionalità e il contesto (o l’ambiente) entro cui l’interazione si verifica.

Per riassumere, il concetto di UX mette in rilievo punti di vista personali. Spesso comprende anche aspetti che nel tempo hanno riguardato il marketing, l’arte, le comunicazioni e la psicologia.

Perché l’esperienza utente è così importante?

Per diversi anni, aziende importanti come Google, eBay e Amazon hanno riconosciuto che l’esperienza utente ha un impatto diretto sui risultati economici. Queste aziende non hanno raggiunto il successo per caso. Quotidianamente e costantemente studiano ogni aspetto della propria attività con le persone e i clienti per garantire elevati livelli di soddisfazione.

Su internet, il cliente è il re. I visitatori del tuo sito possono scegliere di abbandonare il tuo sito web in qualsiasi momento. E di solito lo fanno per andare da a un concorrente. E questo accade soprattutto quando la navigazione è incomprensibile o molto più semplicemente non riusciamo a fare quello che il sito prometteva.

Il buon senso ci dice che se i tuoi utenti non riescono a trovare facilmente le informazioni o non riescono ad acquistare i tuoi prodotti, lasciano velocemente il tuo sito web e fanno acquisti altrove.

Econsultancy ha identificato alcuni elementi che per portano con se una buona esperienza utente.

  • L’Aumento delle vendite e delle conversioni online
  • Il miglioramento della percezione del marchio
  • La conquista delle posizioni migliori nelle classifiche di ricerca Google
  • La riduzione dell’insoddisfazione e del disagio del cliente
  • Riduzione dei costi di sviluppo e supporto.

Conclusioni

Che ancora oggi si debba discutere sulla definizione di UX è comunque qualcosa di normale. Intanto perché ancora oggi il termine è riconosciuto ancora da troppo poche persone. E poi perché, come accade per molti campi multidisciplinari, la UX è in pieno divenire.

C’è chi se ne appropria in modo vanaglorioso, come dice Bertoni “per sembrare più cool”. E c’è chi, invece, a fatica sta lottando ogni giorno per far comprendere che ci sono altri modi di progettare un sito web.

In questo senso la UX offre tantissime opportunità per la ricerca e offrirebbe tantissime occasioni di ricerca collaborativa. Se non accade è perché la crisi nelle nostre tasche è ancora forte. E piuttosto che collaborare e crescere insieme si preferisce sgomitare in un mercato ancora troppo piccolo per sfamare tutti. Ma questo è un altro discorso.

User Experience del futuro

Il futuro dell’User Experience può davvero essere un cambio di paradigma. Tanto che a mio parere potrebbe essere davvero l’evoluzione di un secondo umanesimo. Un umanesimo 4.0 dove l’uomo è visto sotto gli aspetti politici, sociali, comunicativi, artistici, fisiologici, psicologici, antropologici, etc.

Un altro mondo è possibile. Un altro mondo con al centro l’essere umano è, ogni giorno che passa, sempre più auspicabile.

Le discipline comprese nell’user experience

Per concludere vi mostro nel grafico di seguito le discipline che stanno all’interno dell’User experience. E sottolineo quanto peso ha al suo interno l’architettura dell’informazione.

WIAD Genova – Intervista a Marco Tagliavacche

Il WIAD Genova, come leggiamo dal sito dedicato

è nato dalla volontà di portare nella città un evento dall’alto contenuto formativo. Che mettesse in risalto le tematiche legate all’ Architettura delle Informazioni facendo da volano ad iniziative pubbliche o private. E che potesse attrarre sia le comunità locali ma essere anche punto di riferimento per il Nord Ovest.

World Information Architecture Day

Il World Information Architecture Day, detto anche WIAD, è la giornata mondiale, organizzata dall’Information Architecture Institute, in cui la comunità degli architetti dell’informazione di tutto il mondo, si ritrova per condividere informazioni, idee, ricerche. Lo fa organizzando eventi a livello locale in un modo coinvolgente e non convenzionale.

Il WIAD 2018 si terrà il 24 febbraio contemporaneamente in 56 sedi, 25 paesi e 5 continenti diversi.

In Italia si terrà in 5 città: Bari, Palermo, Roma, Trento e Genova.

IA for Good

Tema di quest’anno è “IA for Good”. Architettura dell’informazione per il bene comune. Come usare l’IA per proteggere la civiltà umana dalla disinformazione. Imparare. Condividere. Crescere.

WIAD Genova

Il Wiad Genova si svolgerà presso la Facoltà di Architettura, che si trova  in  Stradone di Sant’Agostino, 37 di Genova.

La mattina sarà l’occasione per ascoltare gli ospiti e gli speakers esperti. Nel pomeriggio si potrà partecipare ad un workshop. Un momento di formazione e confronto.

Gli speakers di Wiad Genova 2018

Gli speakers del WIAD Genova sono molto interessanti. Si potranno ascoltare gli interventi di Chiara Danese ( Designer, Digital Strategist, Consulente), Andrea Resmini, (Information Architect, Professor, Researcher); Marco Bertoni (Product Envisioning & User Experience) tra i più conosciuti. Ma anche Andrea Violante, Diego La Vecchia e Marco Tagliavacche. Quest’ultimo anche organizzatore del Wiad Genova e che intervisto di seguito.

Tutte le informazioni e i biglietti si trovano sul sito wiadgenova.it

Intervista a Marco Tagliavacche

Marco Tagliavacche, oltre ad essere il promotore del WIAD Genova, è architetto dell’informazione. Ed è anche l’attuale presidente di Architecta, l’associazione nazionale che riunisce i maggiori architetti dell’informazione italiani.

L’associazione promuove la conoscenza, la diffusione e la crescita dell’architettura dell’informazione in Italia. E sarà sponsor di tutti i Wiad italiani.

(Anzi, se qualcuno vuole contribuire a diventare sponsor del WIAD più vicino alla propria zona di riferimento, la disciplina e i suoi cultori ringrazieranno di cuore).

Come sei venuto a contatto con l’architettura dell’informazione e l’User Experience?

In università, quando follemente mi sono re-iscritto nel 2009, per completare qualcosa che fino a quel momento non ero riuscito :-). Due professori illuminati di ingegneria durante le loro lezioni mi parlarono di architettura dell’ informazione e user experience e mi suggerirono di seguire “Architecta” da li in poi fu solo amore.

Qual è la tua “giornata tipo” professionale?

La mia giornata tipo professionale, lavorando con un team dislocato in tutto il mondo, è iniziare con un paio di call conference per fare il punto della situazione e lo stato avanzamento lavori dei vari task UX/UI aperti. Poi verifico le mie attività e inizio la mia giornata che attualmente è molto incentrata sulla definizione delle brand guideline e UX Guideline dei prodotti interni.

Quale parte del tuo lavoro preferisci?

Ce ne sono due. La prima è quando posso fare un po’ di ricerca sullo stato della UX in campo industriale, guardando quello che succede e cosa stiamo facendo noi come azienda, prima di tutto. L’altra è la parte di prototipizzazione delle interfacce.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Carta, penna, matite , pennarelli , post it, lavagne adesive e un paio di tool per prototipizzare (non li cito per non fare pubblicita occulta).

Stai organizzando il WIAD Genova ed è la prima volta per la città (anche se non è il primo evento UX). Che accoglienza stai ricevendo?

Ah ah ah Genova è una matrigna un po’ cattiva con i suoi figli. Potrò risponderti solo dopo l’evento credo. Spero, comunque, che sia una buona occasione per la città per parlare di architettura dell’ informazione e User experience. Ce ne è’ bisogno soprattutto a Genova.

Da questo WIAD Genova cosa ti aspetti? Cosa si deve aspettare chi viene ad ascoltare?

Mi aspetto che chi viene inizi un po’ a capire cosa siano IA e UX. E inizino a capire che sono due competenze al giorno d’oggi fondamentali per realizzare qualcosa di effettivamente utile e soddisfacente per le persone. Ma soprattutto mi aspetto che anche gli addetti ai lavori capiscano il ruolo etico che hanno come designer ovvero come progettisti.

Oltre ad organizzare il Wiad Genova sei anche presidente di Architecta. Cambia qualcosa? Come vivi/vivrai questa giornata mondiale dell’architettura dell’informazione?

Si è vero. Ma sinceramente non cambia molto. Cerco di pormi sempre come un addetto ai lavori. Essere il presidente di Architecta è per me un onore e soprattutto uno sprone a fare sempre meglio. Ma in realtà non cambia molto. Metto lo stesso entusiasmo in entrambe le cose. Anche se Architecta per l’arco temporale e le aspettative è una sfida più a lunga durata.

Parliamo spesso di resistenze al cambiamento. E della difficoltà di comprensione della disciplina. Pensi sia un problema di cultura digitale? Oppure siamo noi architetti a non spiegarci bene? Qual è il tuo punto di vista?

Bella domanda! È un problema di cultura digitale che forse manca, di una cultura e knowledge che arrivi dal basso, magari dalla scuola. Ma è anche un nostro problema come architetti: dobbiamo imparare a comunicare bene e meglio, cercando di far capire cosa facciamo e perché. Abbiamo una grossa responsabilità e non è facile.

Architecta ha gli stessi problemi, ovvero quello di essere conosciuta e riconosciuta. Come Board ci stiamo lavorando, ma è complesso perché il nostro lavoro è fatto su base volontaria. Mentre Architecta richiederebbe un Full time da 24 ore al giorno. Ma ci riusciremo. Comunque sono fiducioso. Vedo che c’è maggiore interesse, più consapevolezza. Il settore sta crescendo dobbiamo crescere con lui

Immaginiamo di fare un salto nel tempo e siamo alla vigilia del WIAD Genova 2023. Di che si parlerà?

Uhaooo, saperlo … si parlerà della blockchain e della sua integrazione nella vita quotidiana e del rapporto fra uomo e robot in ambito giornaliero casalingo.

E per finire, consiglia un libro.

La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo di Luciano Floridi. Ho iniziato a leggerlo e… beliN!

Consiglia un brano musicale o un cd

Per me domanda difficile perché non sono cosi bravo. Pero… Empire State of Mind di Alicia Keys , mi permetto anche un fumetto PK 🙂

Consiglia un film

Matrix 🙂 (per non dire Star Wars) perché, in fondo, Matrix è l’inizio e la fine di tutto 🙂

Ringraziamenti

Grazie a Marco Tagliavacche per questa intervista. E grazie a tutti coloro che hanno accettato le successive interviste che trovate qui di seguito sul blog.

Bianca Bronzino per il  WIAD BariDaniela Costantini per il WIAD Trento; Carlo Frinolli per il WIAD Roma e Luisa Di Marino per il WIAD Palermo 2018.

Predizioni sulla progettazione UX 2018 Come migliorare la vita delle persone

Cosa accadrà alla progettazione UX 2018? Cosa ci aspetta? Ad avere la volontà e il tempo di leggere i numerosi articoli di predizione del futuro queste sono le domande del popolo del web. Sulla scia degli astrologi, infatti, tra il mese di dicembre e il mese di gennaio, pare che i blogger di tutto il mondo si avviino al mestiere della prestidigitalizzazione (non è un refuso). Che sarebbe l’arte del tirare ad indovinare cosa accadrà nell’anno che sta per avvenire.

Qualcosa accadrà. Siatene consapevoli!

Chi più ne ha più ne metta. Tanto qualcosa accadrà; e se non accadrà articoli di questo genere vengono dimenticati presto. Perché si, anche ad andare a verificare, fra un anno, l’attendibilità di quanto detto, sarebbe qualcosa di molto costoso, almeno in termini di tempo.

Chi mi segue da più tempo sa che ho scritto pochi articoli riguardanti l’immediato. Io mi trovo meglio sui tempi lunghi, sulla raccolta di link e di opinioni. Non ho la fretta di dire la mia prima degli altri. Cerco di offrire ricerche e analisi ampie. Offrendo l’opportunità di consapevolezza ai miei lettori.

Nieman Lab propone 170 predizioni di giornalisti e broadcaster. Tutti profeti? Tutti indovini? Boh! Chi mai avrà la voglia e il tempo di leggere tutto?

Predizioni o tendenze?

Certo. È vero che, se una persona lavora in un certo ambito, può vedere, sentire, scorgere i sintomi di alcune tendenze. E ciascun professionista potrebbe dire la sua. Ma mi pare che questo tipo di predizioni sposti l’attenzione dalle persone ai profeti.

Per questo motivo preferisco le tendenze, come i trend dei business emergenti di Mary Meeker. Che, appunto, sono pubblicati a metà anno. Penso, infatti, che le tendenze mettono, o rimettono, al centro le persone. Le tendenze sottolineano quello che la gente e le persone stanno facendo. Ora, adesso. E dicono anche che non ripetono all’infinito quello stesso comportamento.

Ecco perché le architetture cambiano e si modificano nel tempo. Per dire.

Ciò che accadrà avviene solo per il normale evolversi delle cose.

Progettazione UX 2018

Una serie di previsioni sono state esposti dall’ Adobe Creative Cloud. E le espongo qui sul blog perché più che predizioni paiono essere delle linee guida, a cui poi in molti si sono rifatti, come me. L’Adobe è una azienda fortemente settorializzata. E tra i suoi obbiettivi mi pare ci sia la volontà di coniugare linee guida di produzione con bisogni e ricerche sulle persone.

Ecco di seguito alcuni punti.

Esperienze incentrate sul contenuto

Per garantire l’attenzione delle persone sul contenuto i siti web saranno sempre più minimalisti. Il contenuto sarà il re. Ma ancora più importante sarà la credibilità di quei contenuti.

Dal punto di vista pratico questo significherà una gerarchia visiva molto chiara. E nuove soluzioni per la pulizia, la chiarezza di interazione e il miglioramento della comprensione del contesto.

Avremo prima il contenuto e gli elementi visivi che trasmetteranno la loro funzione con forza. I titoli dei siti web saranno sempre più grandi. Ci sarà sempre più spazio bianco e il font avrà una sua rilevanza semantica. Il tutto con lo scopo di rendere i contenuti sempre più leggibili.

Design a risparmio di tempo

Un’ esperienza intuitiva, facile da fruire, fa risparmiare tempo.

Gli utenti vogliono che i prodotti che li aiutano a raggiungere il loro obiettivo il più velocemente possibile e che i progetti che fanno risparmiare tempo siano fondamentali per aiutarli. Il design a risparmio di tempo consente agli utenti di adottare un numero limitato di passaggi dal momento in cui installano un’applicazione / visitano un sito fino al momento in cui intraprendono un’azione. Questo design ha le seguenti caratteristiche:

Contesto

Navigazione e architettura dell’informazione sempre più forti sosterranno il contesto. Quindi grande attenzione sara riservata per le informazioni e le funzionalità più rilevanti in ogni fase del percorso seguito dalla gente che visita il sito.

È possibile creare una navigazione chiara utilizzando i modelli di navigazione più popolari insieme a una buona architettura delle informazioni.

Interfacce utente voce

In questa semplificazione saranno coinvolte le applicazioni e quindi le interfacce utente. E cosa c’è di più semplice delle interfacce vocali? Le interfacce utente vocali (VUI) diventeranno una buona alternativa alle interfacce grafiche (GUI).

Una percentuale significativa di giovani usa i comandi vocali per interagire con le interfacce.
Nel prossimo anno le interfacce vocali saranno utilizzate non solo nei dispositivi mobili, ma come mezzo di interazione con i sistemi IoT e Smart Home. Presto avremo modelli di riconoscimento vocale ancora più avanzati che miglioreranno le nostre interazioni con i sistemi.

Il design a risparmio di tempo è tutto incentrato sulla progettazione nell’interesse di risparmiare tempo.

Secondo Gartner, entro il 2018, il 30% delle nostre interazioni con la tecnologia avverrà attraverso conversazioni con sistemi basati sulla voce. Allo stesso tempo, i VUI continueranno a vivere insieme alle GUI nel 2018.

Personalizzazione più intelligente

Passeremo da esperienze standardizzate ad esperienze sempre più personalizzate. Esperienze su misura in cui la tecnologia si adatta alle persone. In questo ci aiuteranno ( o meglio aiuteranno le aziende che potranno permetterselo) la fruizione dei dati personali e i progressi dell’Intelligenza artificiale.

Le aziende continueranno a cercare nuovi modi per offrire un’esperienza di brand più personalizzata. Questo trasferirà la personalizzazione a un livello completamente nuovo.

Per capirci, siti ed applicazioni proporranno sempre con più precisione servizi e prodotti che interessano la nostra vita quotidiana. Al momento, esempi di questo tipo sono Amazon, Spotify e Netflix.  Quello che oggi sono le correlazioni saranno sempre più pervasive e risponderanno sempre più ai nostri bisogni.

Progettazione Omnicanale

Il crescente numero di dispositivi connessi porterà il settore a creare esperienze digitali diverse. Sicuramente esperienze più dinamiche, continue, omnicanale.

Un progettista che desidera creare una esperienza omnicanale dovrebbe creare un flusso continuo per il viaggio dell’utente, consentendo agli utenti di passare agevolmente tra i dispositivi quando utilizzano il prodotto.

Nel 2018 non progetteremo necessariamente interi ecosistemi, ma presteremo maggiore attenzione ai modi in cui le persone passano da un touchpoint all’altro.

Umanizzare l’esperienza digitale

Le persone si aspettano di interagire con le macchine alla stessa maniera con cui interagiscono con le persone. I progettisti dovrebbero occuparsi di soddisfare tali aspettative.

La tendenza di umanizzare le esperienze digitali è direttamente correlata alle emozioni degli utenti. Il modo in cui l’utente percepisce un’interazione con un prodotto ha un grande impatto sull’utilizzo o meno del prodotto a lungo termine.
I progettisti possono concentrarsi sull’umanizzazione delle interazioni digitali concentrandosi sulla soddisfazione dei bisogni umani fondamentali (come la fiducia, la trasparenza e la sicurezza).

Questa tendenza porterà ad una maggiore richiesta di umanisti e antropologi. Gente che capisca le persone, gli altri. Specialisti capaci di creare esperienze sempre più umane.

Autenticazione più semplice

Le nostre credenziali (ossia login e password) sono le informazioni standard richieste dalle nostre applicazioni e dai nostri dispositivi per una procedura di accesso. Un meccanismo che appare ormai obsoleto e che lo sviluppo tecnologico risolverà a breve. O meglio ha già risolto ma è ancora abbastanza costoso per le masse.

Modi creativi di autenticazione

Quando la gente dimentica le password nella maggior parte dei casi, prova a ripristinarle. Sebbene l’opzione di reimpostazione sia un requisito obbligatorio, il processo presenta ancora qualche problema. Gli gli utenti devono eseguire molte azioni extra per reimpostare il tutto.

Nel tentativo di semplificare la procedura, molte app hanno introdotto modalità creative di accesso. che sarebbero password temporanee o il collegamento del tuo numero di cellulare all’account.

Ecco, questo tipo di autenticazioni aumenteranno e saranno sempre più diffuse.

Autenticazione biometrica

Il 2018 sarà l’anno in cui vedremo la biometria aiutare a rendere più semplici le attività come l’autenticazione e la gestione delle identità, sia per le aziende che per gli utenti finali. Molte applicazioni e servizi non richiederanno agli utenti di creare e ricordare password, ma utilizzeranno invece metodi di autenticazione biometrica. L’autenticazione diventerà sempre più semplice e gli utenti si aspetteranno la semplicità. Costringendo le aziende a questa ulteriore rivoluzione.

Apple con il suo FaceID è già pronta con il riconoscimento facciale e a rispondere a questa esigenza che sarà ben presto richiesta.

Realtà aumentata

La realtà aumentata sarà sempre più comune come tecnologia. Certo non nel 2018, ma in questo anno vedremo già qualcosa di significativo. Almeno sui nostri smartphone.

Considerando gli sforzi di Google, Apple, Facebook e Microsoft in questo campo, sembra una possibilità realistica nei prossimi anni.

La realtà aumentata avrà applicazioni almeno in tre campi.

Nel campo delle traduzioni, nel campo della salute e nel campo dell’intrattenimento.

Ruolo più ampio degli UX Designer

L’ User experience, l’esperienza d’uso, si allargherà in altre categorie innovative come la realtà aumentata, l’intelligenza artificiale e la realtà virtuale. Il ruolo di un designer di UX sta per espandersi di nuovo.

Si espande sia in termini di campi di azione, sia in termini di professionisti che si aggiorneranno all’interno delle aziende.

I professionisti di oggi, infatti, passeranno il loro lavoro a chi sta già in azienda e svolge già attività con clienti e/o utenti.

Lo stato dell’ UX per il 2018

Vi elenco una serie di articoli che potrete scorrere e che grosso modo girano intorno a questi punti che ho riportato qui sul blog.

The Future is Imminent: 9 Design Trends for 2018

Top UX design trends for 2018: 10 experts

Sette articoli di NiemanLab che mi sono ripromesso di leggere

Design connects storytelling and strategy

Guerrilla user research

Podcasting models mature and diversify

Watch out for Spotify

Seeking Trust in fragmented spaces

With people not just of the people

Lets amplify visual voice.

Cosa accadrà in Italia

Tutto quello che ho scritto fin qui è la raccolta di quello che accadrà nel mondo. O meglio, tutto quello che accadrà anche in Italia, ma di cui saremo semplici fruitori. Attenzione, ho detto in Italia, non ho detto che gli italiani non saranno i protagonisti di quanto predetto.

In Italia, continueremo ad applaudire i professionisti anglofoni per il solo fatto che parlano in inglese. O nella migliore delle ipotesi, continueremo a  mostrare le slide di quanto bravi siano gli altri. In Italia, la nostra industria principale è sempre stata la siderurgia. Produciamo ferro e verso questa industria sono rivolti i maggiori sforzi economici e politici.

Abbiamo rinunciato da tempo,  per volontà sconosciute o per ignoranza digitale diffusa, ad essere i protagonisti di questo cambiamento.

I progetti (insieme ai progettisti) italiani incentrati sull’user experience e con architetture dell’informazione strutturate e studiate sono e saranno ancora, per lungo tempo, ai margini.

Pensare ad aziende di spessore che assumano innovatori, persone che vogliano rivoluzionare l’organizzazione del lavoro, mettendo al centro i clienti e mettendo da parte i dirigenti, è pura utopia. L’unica speranza restano le piccole aziende che per spiccare il volo non potranno fare a meno di una progettazione. A questi piccoli, inconsapevoli illuminati, è attaccato il nostro destino.

Campalinismi

Insomma c’è da fare un grande lavoro per i progettisti. Personalmente mi sto impegnando anima e corpo alla diffusione della disciplina.

Non si può dimenticare che l’Italia ha il 41% della popolazione analfabeta di ritorno ( cioè con titolo di studio in tasca e incapace di leggere e scrivere un testo complesso. O persino di capirlo).

Le rivoluzioni richiederebbero consapevolezza della propria condizione o del contesto in cui viviamo.

Non possiamo dimenticare che l’italia vive di campanilismi. Il che significa che mentre 4 persone su 10 non si capiscono, gli altri 6 litigano tra di loro. Ciascun campanile vuole suonare più forte di altri. Ciascuno vuole dimostrare che la campana migliore suona meglio ad est, piuttosto che ad ovest. Anzi, suona meglio al nord piuttosto che al sud. (ogni riferimento geografico è puramente casuale).

Le comunità italiane sono incentrate sulla competizione e non sulla collaborazione. Non esiste una vera e sentita condivisione dei talenti. E questo accade in tutte le comunità italiane.

Migliorare la vita delle persone

Personalmente mi resta la voglia di divulgare, forse proprio per tutti questi motivi, la disciplina. Il mio blog non sarà utile quanto è utile un idraulico o un muratore, ma vuole essere utile per la crescita di informazione digitale in Italia.

Perché penso. e sono convinto. che una disciplina come l’architettura dell’informazione, dell’user center design, della progettazione incentrata sulle persone, che migliora la vita delle persone come obiettivo supremo, merita il mio impegno e il mio  contributo personale.

Che questo venga compreso o meno dall’alto poco importa. A voi lettori è dedicato questo lavoro.

Il design esiste per migliorare la vita delle persone.

Ordine dei pulsanti

Ordine dei pulsanti è il titolo di un post che si può leggere sul blog di Emanuele Donati. Donati comincia così.

Vi è capitato di interrogarvi sull’ordine opportuno dei pulsanti “OK” e “Cancel” in una finestra di dialogo? Forse non molto spesso, ma vi posso assicurare che quando la questione assurge a decisione da prendere la situazione diventa rapidamente spinosa. Trovo quindi interessante condividere due righe sull’argomento.

La condivisione su facebook da parte di Giacomo Mason, ha fatto nascere una conversazione che ritengo di valore tra la comunità di pratica che qui riporto integralmente per non far perdere il contesto in cui è avvenuta.

Ordine dei pulsanti

Inquadriamo innanzitutto di cosa stiamo parlando. Emanuele Donati si interroga su dove devono essere posti i pulsanti “OK” e “CANCEL”. Ossia si interroga sul come organizzare i due pulsanti che indicano la prosecuzione o l’interruzione di una attività già precedentemente decisa. Come “Paga ora“, “Sottoscrivi“, oppure, “Elimina” da confermare o annullare.

Dove vanno messi i pulsanti? A Destra o a sinistra?

Donati continua.

Ovviamente la regola “perfetta” non esiste, ma ci sono due scuole di pensiero.

Sinistrorsi o destrorsi?

I sinistrorsi seguono il principio dell’ordine. Ossia metterebbero il tasto che induce all’azione positiva (OK) prima di tutti gli altri pulsanti. I destrorsi, invece, seguono il flusso dell’attenzione. E quindi a destra. Il tasto che porta all’azione positiva, infatti, concluderebbe il flusso della finestra di dialogo.

La soluzione?

Come spesso succede a decidere tra i due approcci teorici ci ha pensato la pratica. Secondo la regola di buon senso per cui conviene progettare interfacce conformi a come l’utente è già abituato, per anni ha regnato sovrana la regola impostaci dal buon Bill Gates.

E conclude con il buon senso di andare a guardare quali siano i sistemi più usati del momento e adeguarsi.

In conclusione: tasto “Cancel” a sinistra e tasto “OK” a destra!

I commenti su Facebook

Luca Rosati – In realtà il problema si può risolvere alla radice differenziando i pulsanti: bottone per il comando principale (o a cui si vuol dare maggiore enfasi) e text link per quello secondario.

Nino Lopez – Sì, basta rendere evidente la differenza. Io userei comunque due bottoni.

Salvatore Larosa – In ogni caso, bottone o link, è importante standardizzare la posizione relativa di tali oggetti, in modo da abituare i propri utenti, quindi le considerazioni dell’articolo rimangono valide credo…

Stefano Bussolon – Io sono fortemente destrorso. Ok a destra.

Renata Durighello – Io sono dannatamente sinistraccipicchiacome si dice, insomma mancina, ma anche per me dx è sinonimo di definitivo, perché quella volta non mi hanno permesso di fare come il buon da vinci. Però sono d’accordo con Luca, la gerarchia visiva predomina e ben lo sanno i designer di app con pubblicità a pagamento, sinistra destra alto basso, il tasto ok è sempre il più visibile. Il rovescio della medaglia? A cosa serve fare due pulsanti, uno che mi chiede di aspettare, annullare, se poi devo rendere “schiacciafacile” quello che ti dice di sbrigarti e non pensarci su?

Gerarchia visiva

Luca Rosati – Ciò che conta è la gerarchia visiva, a volte entrambi i comandi possono essere centrali, ma se si distingue l’importanza non si crea imbarazzo della scelta (Vedi il libro Web Form Design)
Ecco come fa ad es. Airbnb: un solo bottone per l’azione principale, text link per tutto il resto.
Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Simona Abita – Questo però mi sembra un caso diverso, se non ho capito male l’articolo parla di confermare o annullare un’azione in una finestra di dialogo.

Luca Rosati – Stessa cosa: l’annulla andrebbe posto a un livello gerarchico differente, a meno che non si tratti dell’azione principale. Fra l’altro in molti casi l’annulla è inutile quando non dannoso (esperienza diretta), così come i tasti Pulisci, Reset ecc. da bandire totalmente. Ti consiglio la lettura del libro di Wroblewski, basato su test con utenti fatti da lui o documentati in ricerche serie.

Ricordo anche un bell’articolo che sintetizzava molte di queste cose, ma devo ricercarlo.

Luca Rosati – (ndr Trovato!) Primary vs. secondary actions
Primary actions are links and buttons in a form that perform essential “final” functionality, such as “Save” and “Submit.” Secondary actions, such as “Back” and “Cancel,” enable users to retract data that they have entered. If clicked by mistake, secondary actions typically have undesired consequences, so use only primary actions where possible. If you must include secondary actions, give them less visual weight than primary actions.

Principio di coerenza

Claudia Busetto – Anche secondo Nielsen vince il principio di coerenza, nel dubbio è sempre meglio seguire lo standard proposto dalla piattaforma. Il problema è nel redesign di certe piattaforme che sono chiaramente mal progettate, in cui però gli utenti si sono ormai abituati a certi standard “scorretti”: Meglio cambiare o mantenere?

A conclusione chiedo se ci sia una risposta a questa domanda e Claudia risponde.

Claudia Busetto – ciao Toni! Non penso ci sia una risposta valida sempre, dipende dal contesto, solitamente mantengo lo standard anche se è formalmente sbagliato. Ci sono contesti in cui un designer non l’hanno mai visto e non hanno mai nemmeno pensato che ci sia del mestiere dietro la progettazione di interfacce, partono d zero e il costo emotivo del cambiamento è enorme. In questi casi per me l’obiettivo è accompagnare il cliente verso un nuovo modo di fare le cose, negoziare un consenso, non tanto risolvere un problema specifico.

Conclusioni

Concordo con quanto scrive Claudia. Il contesto in cui si lavora e si opera determina la propria azione di progettazione. E per chi propone un cambiamento, un cambio di paradigma, il lavoro è doppio. E mi piace sottolineare quanto dice Claudia.

Il nostro compito oggi è quello di essere degli accompagnatori verso un nuovo modo di fare le cose.

Un nuovo modo che renda le informazioni più fruibili alle persone. Accompagnatori, guide, pionieri. Si tratta di un lavoro arduo e spesso solitario. Sicuramente ancora contro corrente.

Conversazioni di questo genere dimostrano però che nessuno si sottrae a questo compito.

 

Creare un prodotto di successo con il suono

Creare un prodotto di successo significa creare un prodotto che ha una riconoscibilità unica. La progettazione connette i prodotti e i suoi fruitori. Dato che oggi, più che mai, i prodotti restituiscono significati (anche) attraverso i suoni è necessario cominciare a pensare alla progettazione sonora secondo i moderni principi dell’user experience.

Il design del suono è fondamentale per i prodotti di successo

Proprio la scorsa settimana O’reilly nella sua newsletter ci ha regalato un capitolo di un nuovo libro che vuole fornire una norma o uno standard per estrarre tutti i vantaggi del sonoro e migliorare la capacità di capire le sottigliezze della comunicazione sonora.

Il libro, Designing Products With Sound scritto da Amber Case, antropologa e user experience designer, e Aaron Day che si occupa da oltre 17 anni di architettura dell’informazione sonora, uscirà a fine ottobre.

Non potevo dunque sottrarmi dal riproporvi il capitolo, riportando le parti più interessanti, e rimandando agli approfondimenti che questo blog ha fatto durante i suoi due anni di esistenza.

Il design del suono non dovrebbe essere un ripensamento alla fine di un processo di progettazione.

La premessa di Architettura dell’informazione sonora

Non ho ancora capito se i miei colleghi architetti, quando parlo di architettura dell’informazione sonora mi considerino un venditore di fumo o un visionario.

Quello che vorrei portare sul tavolo delle discussioni è semplicemente la questione che oggi, sia le app, sia i dispositivi che utilizziamo, producono suoni. Questi suoni sono progettati, e se non lo sono ancora, vanno progettati.

Così come ricordano Amber Case e Aaron Day non tutti i dispositivi, le app o i prodotti, necessitano di un suono o di una progettazione sonora. Ma una parte, seppure minima, ne ha necessità. E se all’interno di una sana progettazione non si prende in considerazione la progettazione sonora, a mio parere, faremmo perdere un po’ di potenza e di efficacia, all’intero progetto.

In tal senso, mi piace che Amber Case e Aaron Day dicano.

La storia della civiltà umana è anche una storia di progettazione sonora sempre più complessa. Sapere come ci siamo arrivati ci offre alcune intuizioni cruciali in ciò che ci aspettiamo dal suono, e come incontrare o confondere quelle aspettative.

Siamo un po’ oltre al logo sonoro o sound brand di cui anche mi ero occupato, o dell’audio identità come la definisce chi crea loghi sonori. Ma andiamo con ordine.

La storia del suono

La storia del suono da qualunque punto di vista la osserviamo o la sentiamo (è il caso di dirlo) è un mondo affascinante, perché ci appartiene. Le sonorità, le risonanze, fanno parte e colpiscono le nostre parti più intime. Un suono porta con se il senso della riconoscibilità. Ripercorre su canali auditivi le emozioni più profonde del nostro essere.

In uno dei miei primissimi articoli sul blog parlavo del suono come quarta dimensione dell’UX, concetto che ho ripreso poi nel mio intervento al WIAD Palermo. In quella occasione ho raccontato di come nel tempo si è proceduto e si procede a silenziare gli strumenti.

Ma silenziare gli strumenti non significa eliminare dal dispositivo i suoni. Il silenzio è una delle opzioni possibili tra le sonorità disponibili. Nello spartito musicale, la pausa, che è silenzio, fa parte della musica. Pause e note costituiscono l’intero brano musicale.

Allarmi

Amber Case e Aaron Daye ci raccontano dal canto loro la storia degli allarmi. Allarmi che ci svegliano e che ci costringono ad alzarci come lo snooze. Oppure allarmi che ci avvertono o ci hanno avvertito, nel tempo, di un pericolo, che ci trasmettono una situazione che non potrebbe avere la stessa efficacia e urgenza rispetto ad altri canali sensoriali.

Un tempo bastava un bastone che colpisse una campana per allarmare la comunità. Ma più le nostre tribù sono diventate complesse, più abbiamo dovuto progettare e inventarci nuove soluzioni. Quindi abbiamo dovuto trovare il modo per avvertire che una casa andasse in fiamme, che un ladro stesse per entrare in casa, che fossero in arrivo degli aerei da combattimento. Abbiamo avuto anche l’inventiva di trasformare quegli allarmi antiaerei in allarmi per l’acqua alta. Come ben sa chi vive, o è stato, a Venezia.

La storia degli allarmi è la storia della civiltà, fino al punto in cui ne sentiamo dozzine in un giorno, quasi senza rendersene conto, dai clacson e sirene di polizia, alle campane di scuola e agli avvisi degli smarphone.

Strumenti musicali

I primi strumenti musicali trovati nella storia dell’umantà sono stati i flauti, più di 40.000 anni fa. Questo significa che la musica ha preceduto la lingua scritta di migliaia di anni.

Modellavamo le nostre emozioni musicalmente molto prima di modellarle con la scrittura e il testo.

La musica e gli strumenti musicali hanno accompagnato i riti tribali e sono stati suonati in ambienti comunitari. E ancora oggi questo accade. In forme e modi a cui non pensiamo più come tali.

Oggi, il vostro rituale quotidiano potrebbe incorporare una specifica canzone in una routine di sveglia o allenamento. Un romanzo e le vostre relazioni possono essere associate a brani specifici. I concerti all’aperto sono spazi per l’avvicinarsi dell’età e allo spettacolo e alla socializzazione. Sono anche luoghi per la creazione e la comunicazione di firme tribali come la moda, l’identità, la bellezza e la prontezza di accoppiamento.

Una canzone estiva popolare e catchy (Daft Punk’s Get Lucky viene in mente per il 2014, o George Michael’s Faith per il 1988) può definire un’intera estate, non solo in una nazione ma in tutto il mondo. Insieme queste canzoni rappresentano rituali di estivi o di alcuni stati d’animo.

I tormentoni dell’estate sono parte di rituali sociali di massa. Dalla maggior parte delle persone non considerate più tali. Ma questo sono. Un rituale.

La registrazione

La registrazione digitale e la riproduzione segnano un avanzamento sugli strumenti analogici in quanto consentono di produrre, riprodurre e condividere la musica ancora più facilmente.

Il digitale è portatile (contro il vinile che è statico) e accessibile. I nostri servizi di streaming ci permettono di ascoltare musica in qualunque momento.

Su questo Amber Case e Aaron Daysono un po’ in polemica

Questa facilità di accesso presenta tuttavia degli inconvenienti, come la perdita dell’ascolto comune e la perdita di qualità del suono dovuta alla compressione. Oggi è raro ascoltare la musica piena e non compressa come potremmo in una sala da camera. Invece, la sentiamo più spesso post-prodotta per renderla ascoltabile a bitrate bassi, rendendola relativamente facile per fluire, ma in qualità diminuita. Ciò mette un peso cognitivo nascosto sul nostro cervello, che deve lavorare per riempire le lacune minuscole nella musica lasciata dal processo di compressione.

Storia di una compressione e incomprensione

Amber Case e Aaron Day continuano.

A breve termine, questo è un piccolo prezzo da pagare per l’accesso immediato a milioni di canzoni, ma a lungo termine trasforma la musica in una sorta di cibo spazzatura virtuale, fornendo una sembianza di soddisfazione mentre faticano le nostre capacità di elaborazione uditiva. Tuttavia, questa stanchezza temporanea è generalmente preferibile ai rumori di tamponamento casuali presenti negli ambienti urbani e suburbani di tutti i giorni.

Se da un canto Amber Case e Aaron Day hanno pienamente ragione, parlare ancora male dell’Mp3, di cui ho raccontato la vera storia, mi pare ormai inutile.

Almeno da come la vedo io. Il suono perfetto non esiste, se non nel momento in cui ascoltiamo uno strumento acustico in un dato momento. Tutta la musica riprodotta ha troppe varianti per risultare identica a quel momento dal vivo.

È per questo motivo che, per secoli, la gente è andata e va al teatro ad ascoltare la lirica. Perché in quel momento, con quel dato maestro, con quella data orchestra, si ascolta la vera musica.

Così le varianti per una buona riproduzione sono tante. Per grandi linee sono almeno 4, il registratore, il contesto di registrazione, il dispositivo di riproduzione e la qualità dei diffusori. La sfida dei sound designer e degli audiofili è quella di arrivare nel punto più vicino di similitudine alla musica dal vivo. Ma nella piena consapevolezza che quella similitudine è sempre un pelo in meno alla realtà.

Senza poi contare gli innumerevoli vantaggi che l’MP3 ha portato alla conoscenza musicale. Vantaggi che fanno a pugni con gli svantaggi e che qui tralasciamo perché il discorso sarebbe troppo lungo e ci porterebbe altrove. Ma sappiamo tutti chi è il vincitore.

Messaggi a distanza

Tra gli strumenti musicali, il tamburo per comunicare, ossia il djembe, è particolarmente interessante per i progettisti del suono. Il tamburo nasce nell’Africa occidentale. Ed è stato appositamente progettato e costruito per creare una varietà di suoni che emulano il discorso umano, attraverso un vocabolario rudimentale.

Questo lo ha reso uno strumento efficace per la comunicazione nella lunga distanza tra i villaggi. Raccogliendo segnali e ripetendoli e rimandandoli con altri tamburi.

Il tamburo

Sebbene non sia il primo dispositivo di trasmissione di messaggi variabili a distanza, il tamburo di conversazione era ben al di là di qualunque altro dispositivo di comunicazione udibile della sua giornata, in combinazione di flessibilità, risoluzione e gamma.

Ha comunicato una serie di messaggi, non solo un singolo allarme o un rapporto di stato, approfittando dell’ampia gamma di tonalità comunemente pronunciate nella zona. La sua risoluzione – la quantità di dettagli che può essere trasmessa in un determinato periodo di tempo – è ancora notevolmente inferiore a quella del discorso umano, ma molto più elevata della risoluzione a un bit di un allarme, sia acceso che spento.

La scoperta delle onde sonore arriverà molto più tardi. Ma la loro ricerca deriva certamente da un problema che si è protratto nel tempo e che era molto sentito dalle comunità.

Si è scoperto che molti compiti di comunicazione a livello di gruppo si adattano accuratamente a questa risoluzione (il tamburo). […] Il tamburo di conversazione è stata una soluzione precoce ed elegante per un problema molto comune.

Dopo il tamburo

Da allora, gli esseri umani hanno sviluppato modi sempre più sofisticati per trasmettere i messaggi a distanza, e una buona parte di loro coinvolge il suono. La nostra prima progressione nella comunicazione a distanza elettrica è stato il codice Morse. Ha utilizzato il suono e ha permesso la comunicazione che risulta estremamente utile per grandi gruppi come militari, aziende e governi.

Dal codice morse in poi, oggi si arriva ad avere molteplici modi di comunicare. In particolar modo è possibile, senza grosse difficoltà, comunicare in video e ad una alta risoluzione. Eppure, ad oggi, l’essere umano non rinuncia del tutto agli SMS, ai messaggi di testo, alla limitazione dei 140 caratteri, ai messaggi vocali.

Questo comportamento è un atto di preservazione. Perché così facendo si limita e si rende varia l’enorme quantità di informazioni che riceviamo durante il giorno.

Suono come stimolo

Spesso, il suono è deliberatamente impiegato per modificare gli stati d’animo o per far compiere azioni specifiche ad individui e gruppi di persone. Questo avviene al di là degli allarmi di cui sopra, che spesso urlano “scappate!”

Se progettati correttamente, i suoni possono profondamente modellare i comportamenti di grandi gruppi di persone, consentendo ad un attore centrale di comunicare rapidamente qualcosa a un grande gruppo di persone e coordinarle.

Il lato positivo

Questo ha un lato positivo. Da un lato tutti gli stimoli emozionali tra cui la categoria musicale che io definisco La musica che si vede. Ma anche tutte le relazioni sonori che instauriamo nel tempo e a cui leghiamo un ricordo specifico.

Nei centri commerciali cinesi la canzone Going Home del sassofonista Kenny G viene diffusa per indicare l’ora di chiusura. A Taiwan, i camion di rifiuti diffondono una registrazione di Per Elise di Beethoven per avvertire i residenti di avvicinare la spazzatura.

Tanti sarebbero ancora gli esempi. Ma tutti sfruttano i vantaggi del suono registrato e progettato.

Specificità, riconoscibilità, inarrestabilità e anche pervasività.

Il lato negativo

Per un lato positivo abbiamo sempre un lato negativo della questione. Il pericolo, semmai così si può definire è che una canzone già amata diventi irritante per la ripetizione costante, creando un’associazione negativa sia alla canzone sia all’evento a cui è legata.

Un esempio potrebbe essere il suono del camion dei gelati. Io sono cresciuto ascoltando ogni giorno un suono simile a questo. Non avendo figli allego al suono ancora un certo ricordo di gioia e di dolcezza. Ma magari lo stesso suono risulta una tortura per i genitori a cui legano il ricordo di una ulteriore spesa giornaliera o il fastidio in un momento di riposo.

Amber Case e Aaron Day danno una loro soluzione.

Una soluzione migliore in queste situazioni sarebbe cambiare regolarmente la melodia, ma utilizzare sempre lo stesso timbro e strumentazione.

Perché il design del suono è fondamentale

Viviamo in un mondo con molti suoni non progettati. Molti sono inevitabili o dati per scontati. Ma molti suoni possono essere progettati e quando possiamo progettarli, dovremmo.

I numerosi dispositivi costruiti ogni anno arricchiscono e affollano i nostri contesti di vita. La nostra attenzione è ormai ridotta a quella di un pesce rosso dentro la bolla di vetro. I suoni progettati potremmo ridurre il carico cognitivo, affermano Amber Case e Aaron Day, e invece preferiamo aggiungere fatica al nostro cervello.

Questo è l’argomento pragmatico per migliorare le nostre capacità di progettazione del suono.

Il suono è anche un potente differenziatore di marche. Realizzato bene, aiuta un prodotto a distinguersi; attuata male – sia con un design inutile, con limitazioni hardware, o con una scarsa integrazione – esso detrae. Proprio come per gli aspetti visivi dell’interfaccia utente, le caratteristiche del suono dovrebbero essere coerenti tra i prodotti e le piattaforme, senza lasciare alcuna impressione ovvia di alcun suono specifico, ma un profondo senso di soddisfazione e di identità di marca.

Progettazione del suono ed effetti della musica

Qualche tempo fa ho elencato un po’ di video TED in cui si parla degli effetti della musica sul cervello.

Il suono è emotivo. Poiché l’udito è passivo e immediato, può produrre una risposta emotiva al di fuori della volontà dell’uomo che lo sperimenta. A meno che tu non blocchi le orecchie o non sia sordo e non puoi sentire.

Molte delle nostre reazioni sonore sono legate alla nostra fisiologia. Un allarme improvviso potrebbe essere una preda che si muove o un orso che ci attacca. In entrambi i casi la reazione è fisica. La voce, la musica, il suono di una macchina e persino un brindisi, può provocare una risposta emozionale positiva.

Oppure anche se non si conoscesse il portoghese ascoltando Manuel Freire – Pedra filosofal è difficile non diventare malinconici.

Il suono influenza la produttività

Parte del nostro cervello è sempre impegnato con il nostro contesto sonoro. Anche se riusciamo ad isolarci dal suono, una parte della nostra attenzione cognitiva va sempre verso l’ascolto. Ci siamo evoluti aspettandoci sempre un certo livello di rumore di fondo e un certo livello di variabilità: la natura è raramente silenziosa, ma è anche raramente fragorosa.

Il suono può influenzare il nostro comportamento e la produttività in modo drammatico. È difficile concentrarsi su un compito quando una parte del cervello percepisce incertezza o un pericolo.

Per queste ragioni, il suono ha una straordinaria capacità di influenzare la nostra esperienza, promuovendo o impedendo la concentrazione, la creatività e la risoluzione di un problema.

C’è bisogno di architetti dell’informazione sonora

Quanti parametri di riferimento abbiamo per i componenti visivi del design dell’esperienza utente? È tempo di avere modelli per il design del suono, che sfruttano i processi di progettazione già esistenti e già sviluppati. Altrimenti il suono sarebbe abbandonato a quello che è, come un ripensamento alla fine di un processo di progettazione, o peggio, il suono sarebbe determinato dalle impostazioni predefinite sull’hardware costruiti in luoghi lontani ed estranei a noi.

L’architettura dell’informazione sonora è tra le nuove frontiere dell’UX. E ne dimostravo anche l’importanza quando raccontavo dell’esperienza sonora in aeroporto e quando mettevo a confronto la progettazione dell’user experience contro la casualità.

Da Dove cominciamo?

Non tutti i prodotti necessitano di un design sound.

Mi piace l’esempio riportato, in cui si parla del fatto che non tutti si preoccupano di come è fatta una valvola di sfiatamento del gas. Ci sono degli addetti che si preoccupano che queste valvole funzionino. Ma un allarme acustico che avverta che una valvola non funzioni o che sta esplodendo può interessare davvero tutti. E potrebbe salvare la vita di molte persone.

In questo caso, su una singola funzione (non uso a caso questo termine) la progettazione del suono è estremamente semplice.

Altri prodotti non devono avere per forza una progettazione sonora. Ma spesso il suono indica cosa stanno facendo e in quale stato o condizione si trovano questi prodotti o dispositivi.

Si consideri una mazza da baseball che colpisce una palla o un’ascia che spacca un pezzo di legno. Entrambi producono suoni che danno molta informazione sull’azione eseguita e sulle qualità degli oggetti. Di questi oggetti non è stato  progettato il suono. Così come altri prodotti beneficiano delle loro caratteristiche acustiche passive. Ad esempio vengono aggiunti dei pesi ad alcune porte dell’automobile per renderle più solide quando vengono aperte e per produrre un robusto “sbang” quando sono chiusi.

Ispirazione nel design del suono

Ecco perché i dispositivi elettronici guardano sempre al mondo naturale o meccanico per ricreare un suono. Ecco perché i nostri smarphone riproducono un click meccanico quando si sbloccano.

Per il momento, è sufficiente capire che il suono è importante, e che il suono (come tutti gli aspetti dell’ User EXperience Design) è sempre progettato, intenzionalmente o no. Nella maggior parte dei casi, il cattivo design del suono è peggiore di una mancata progettazione.

Ma se il tuo prodotto fa un suono e tu non lo progetti, lo progetterà per te.

Conclusioni

Insomma, così come abbiamo standard di progettazione nel visuale possiamo avere standard di progettazione sonora. Si può, si deve se si è dei progettisti. Se si è, invece, solo dei fruitori basterebbe iniziare ad avere consapevolezza del nostro contesto sonoro. E capire che la progettazione del suono riguarda tutti e non solo gli addetti ai lavori.