Usabilità delle parole – “Asino chi legge”

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“Asino chi legge” o “Scemo chi legge”. Ci siete cascati anche voi? Ve lo ripeto. Asino chi legge. Non c’è molto da fare, se qualcosa viene scritto qualcuno è costretto a leggere. E’ per questo motivo che le parole sono importanti.

Prima dell’avvento della street art era frequente leggere frasi del genere nell’epigrafia muraria delle nostre città o nei bagni pubblici degli autogrill.

Oggi vi voglio parlare di come le parole possono costruire e possono “costringere” all’azione. La parola come azione o forza costruttrice. Tra gli architetti dell’informazione la chiamiamo usabilità delle parole. E lo faccio riprendendo la storia di un mito classico.

Usabilità delle parole

Sull’argomento mi ritrovo a leggere e rileggere spesso Yvonne Bindi che è una esperta di usabilità delle parole e ne ha scritto lungamente sul blog di Luca Rosati: Quando dire è fare.

Parole come Entra, Continua, Rivedi, Consiglia, Modifica, diventano come gli interruttori della luce sui muri, come le manopole dei fornelli del gas, come le maniglie delle porte che ci permettono di agire e di muoverci.

Nella progettazione di un sito, nella progettazione di una journey map, la ricerca delle parole e la loro coerenza lungo tutto il percorso sono fondamentali.

Il mito di Aconzio e Cidippe

Lo sapevano bene i greci e i latini che nelle loro mitologie avevano già tutto.

Sull’importanza della scrittura, come mezzo per fare, per far fare, per costruire, spiegare, nell’eliminare le pieghe dell’incomprensione.

La mitologia di Aconzio e Cidippe racconta proprio di questo:

Aconzio, che proviene da Ceo (un’isola delle cicladi), durante un viaggio a Delo (sempre nell’arcipelago delle cicladi), in occasione delle celebrazioni dedicate ad Artemide (per i latini è Diana, dea della caccia e della natura selvaggia), si innamora di una ragazza incontrata per caso. La giovane donna si chiama Cidippe, una bella quanto sconosciuta ragazza, sacerdotessa della Dea, che ha la fortuna o sfortuna di far innamorare uno scrittore. Aconzio, appunto. Uno che, come dice Maurizio Bettini, professore di Filologia classica all’Università di Siena, è uno scrittore che sa farsi leggere.

Aconzio, inizialmente, non sa come abbordare la ragazza. Il poeta Callimaco all’interno della sua raccolta di elegie, gli Aitia, racconta che, Aconzio, straordinariamente colpito dalla bellezza della ragazza, escogita un sistema particolare per farla sua sposa.

Mentre la ragazza è nel tempio di Artemide le lancia una mela dove ha inciso:

Giuro per Artemide che non sposerò altri se non Aconzio.

Cidippe, ingenua, legge quanto trova scritto sulla mela e si rende conto, solo dopo aver letto, di aver fatto un giuramento, nel tempio di Artemide, proprio davanti alla Dea. Un giuramento da cui non può più tirarsi indietro.

La lettura è un obbligo

Mi piace la declinazione che ne fa Maurizio Bettini, nel suo libro “Con i Libri”, edito da Einaudi.

La lettura è un obbligo, un’attività compulsiva.

Quando si viaggia con la macchina, per esempio, è impossibile non leggere la frase “Dio c’è” sui segnali stradali, mentre a piedi per la via, gli occhi restano infallibilmente catturati dalle insegne dei negozi. E per questo non si può neppure evitare di leggere i graffiti.

La lettura è un obbligo. Ma farsi leggere non significa farsi leggere proprio da una persona. Il prof. Bettini, infatti, sottolinea che sì, Aconzio voleva conquistare Cidippe, ma dopo aver scritto con maestria, non consegna la mela alla ragazza. Aconzio si affida al caso. La mela viene lanciata nella speranza che fosse proprio Cidippe a raccoglierla. Il caso però avrebbe potuto farla raccogliere ad altra o altro. Così come Aconzio, dunque, anche i graffitari non hanno un vero bisogno di comunicare.

Chi scrive graffiti, messaggi, disegna simboli, o quant’altro, non intende rivolgersi ad un interlocutore, né desidera realmente rivolgersi ad un interlocutore specifico.

Il graffito materializza la pulsione a un linguaggio segreto, incomunicabile, che nessuno dei suoi autori oserebbe trasformare in un messaggio autentico o in un in discorso pubblico. Quello che si consuma nella toilette del treno non è un atto di comunicazione ma al contrario un atto di ostilità, la creazione di un vortice comunicativo in cui qualcuno, prima o poi, possa essere risucchiato. Eppure, pur sapendo tutto questo si continua a leggere.

E perché? Perché si continua a leggere? Perché impariamo a leggere a scuola, sotto la guida e l’occhio attento di un maestro? Sarà perché riceviamo i primi elogi o premiazioni pubbliche in base alla lettura?

Lettura e ascolto

Tutte le volte in cui si vede una frase scritta da qualche parte è come se, improvvisamente, uno sconosciuto si mettesse a parlare di fronte a noi. In questi casi, la prima reazione è quella di chiedere gentilmente: scusi sta parlando con me?

Quando ci si accorge che l’altro stava semplicemente parlando al telefono, da solo o con altri, è troppo tardi. Il contatto è già stabilito.

Le frasi scritte sui muri, le insegne, i manifesti, le pubblicità, (mi viene da pensare anche ai vari post su facebook, oggi, o commenti più o meno aggressivi) hanno il potere di attirarci in un dialogo a cui non avevamo nessuna intenzione di partecipare e che in realtà non riguardava specificatamente noi. Ma quando la scrittura è riuscita ad acchiappare un interlocutore lo lega a sé, come ha fatto Aconzio con Cidippe. Certo, bisogna saper farsi leggere, anche. Ma si può imparare, se si vuole. Ma anche quanta robaccia leggiamo, senza volerlo.

Maurizio Bettini  conclude:

Chiunque si accinge a leggere un libro deve sapere che alla fine avrà contratto un legame indissolubile con ciò che ha letto, diventandone addirittura prigioniero.

Diventandone addirittura prigioniero.

Le parole sono importanti, così come l’usabilità delle parole!

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iPhone 7

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L’iPhone 7 arriva sul mercato (in questi giorni in preordine) e sebbene si sappia già tutto di lui, fa comunque discutere. I giornali offrono pubblicità gratis a manetta e la comunicazione di Apple deve solo imboccare quello che vuol far sapere. Anche se c’è sempre qualcuno che si chiede cosa ci sia davvero di nuovo.

La mia amica Virginia Fiume mi chiede su Twitter cosa penso io della scelta di Apple di togliere il jack audio dal proprio iPhone7 e iPhone 7 S.

Entro i 140 caratteri (con annesso refuso, si intende Walled Garden) ho potuto subito rispondere

Ovviamente Virginia mi ha chiesto chiarimenti e dopo aver promesso una risposta immediata ho iniziato a scrivere. Purtroppo la questione è abbastanza complicata ed ho ritardato un po’ nella risposta sul blog per creare un articolo utile a più persone possibile.

Attraverso l’audio passano diversi concetti.

Chi segue il blog sa che già da inizio anno i rumors parlavano di questa assenza. Ne avevo rilanciato la notizia su diversi numeri di mixer, prima dell’estate.

I giornali hanno presentato e continuano a presentare l’assenza come una innovazione o addirittura come una rivoluzione. In realtà non c’è tanto di innovativo perché Apple ha semplicemente cambiato protocollo di comunicazione, passando dal mini-jack al protocollo USB-C. Il jack viene eliminato e la stessa funzione avverrà attraverso il cavo USB Lightning con cui i precedenti iPhone si ricaricavano o con cui il telefonino scambia dati.

Dal mini-jack al protocollo USB-C

157609754-centrale-telefonica-telefonista-telefonare-serieIl connettore elettrico per il trasporto di segnali analogici fu inventato nel XIX secolo (1878) per l’uso nei centralini telefonici pubblici: si tratta di uno degli standard più vecchi tra i connettori elettrici ancora in uso.

Tale connessione però permette principalmente il trasporto di segnali audio. In minima parte viene anche utilizzato per caricare batterie di piccoli elettrodomestici. Infatti si tratta di fili che trasmettono un segnale elettrico. Ma si tratta di un mercato marginale.

download

Il nuovo sistema, nato già da un paio di anni, invece, l’USB-C consentirebbe di semplificare i collegamenti multi-canale di vari gadget permettendo il passaggio di elettricità e altro. Già nel 2015 nel corso dell’annuale Developer Forum, Intel aveva annunciato la propria collaborazione con l’USB Implementers Forum. Se ne parlava qualche mese fa sulle riviste.

Tra i vantaggi del connettore USB-C, la possibilità di creare dispositivi più sottili, il supporto integrato a funzionalità di gestione avanzata dell’audio per la soppressione di rumore, la gestione di profili, il supporto a funzionalità di discovering di dispositivi collegati e altro ancora. Tecnologie digitali integrate in auricolari con questo connettore, immagina AnandTech, potrebbero essere sfruttate per misurare la temperatura corporea durante gli esercizi fisici. Il connettore USB-C potrebbe essere sfruttato non solo per il collegamento ma anche per ricaricare dispositivi wireless.

A che prezzo?

Tutto questo ha un prezzo che (probabilmente) sarà ben volentieri pagato dalla maggior parte dei clienti Apple.

  1. Innanzitutto la mancanza di alta qualità. D’altronde il nostro standard di ascolto è il file .mp3 a 128 kb e per la stragrande maggioranza degli ascoltatori è il massimo che si possa desiderare. Così non è. Ma poco importa. Con buona pace degli audiofili e di coloro che ancora acquistano sistemi audio ad alta fedeltà.
  2. Ci sarà poi un prezzo da pagare in moneta sonante. Se non si vogliono buttare le proprie cuffie si dovrà comprare un adattatore. Oppure, se si vuole aumentare la qualità audio sarà fondamentale acquistare un DAC (un convertitore digitale/analogico) di elevata qualità. Oppure ci sono i nuovi AirPods Lightning direttamente nella confezione dell’iPhone 7. O da acquistare a soli 159 dollari.
  3. E infine c’è il prezzo più caro. Cioè accettare di essere controllati in tutto e per tutto da Apple. Ma ci arriviamo. E’ per questo che il post mi ha richiesto più tempo.

Coraggio

Apple, attraverso le parole di Philip W. Schiller, più noto come Phil Schiller, vicepresidente per il product marketing a livello mondiale di Apple, presenta la scelta di togliere il jack come una scelta coraggiosa. Non si può dire, infatti, che sia innovativa. Lo fa dire agli altri. E sui social, almeno su Linkedin si riflette che la stessa osservazione del “come faremo, senza?” è stata ripetuta più volte negli anni. Si pensi al floppy disk, ai dvd, adesso anche, in parte, all’hard disk e ora per quanto riguarda le cuffie.

Come faremo senza il mitico jack? Lo abbiamo sempre usato!” Tim Cook ha risposto: “semplicemente, non ci basiamo su quello che è stato, ma sulla nostra visione di come sarà il futuro dell’audio”. Ecco, così è la vita. Molti basano le proprie scelte su ciò che è sempre stato, su ciò che si è sempre fatto. Altri, se ne fregano di quel che è stato e agiscono sulla base di ciò che sognano, perché sanno che l’unico modo per realizzare i sogni è guardare avanti

L’obiezione è che Apple ha il brevetto del connettore digitale lightning. Si tratta di speculazione, di business plan, di una ulteriore chiusura del walled garden ammantata di innovazione.

Coraggio?

Da quando non c’è più il compianto Steve Jobs, la Apple non ha più svolto a pieno il suo ruolo innovativo. Ma punta alla massima potenza in spazi sempre più ridotti. Apple lo ripete di continuo nel video di presentazione dell’iPhone 7. (video)

Devin Coldewey, per techcrunch.com non la ritiene affatto una scelta coraggiosa. In breve, spiega che:

  • Lo spazio recuperato è davvero poco.
  • La porta Lightning è totalmente inadatta per l’invio e la ricezione di audio.
  • I dati non hanno bisogno di andare alle cuffie, né le cuffie devono inviare i dati indietro.
  • Il jack da 3,5 mm è più utile di quanto si pensi. E’ robusto, familiare, sicuro, e così via. Funziona in modo affidabile, in tutto il mondo, e con milioni di dispositivi. Senza il permesso di Apple.

Ecco, il punto: avere il permesso di Apple.

Ecosistema Apple: il suo Walled Garden

L’architettura dell’informazione progetta ecosistemi digitali. I grandi brand, quelli che stanno indirizzando il mondo, questi ecosistemi li stanno sempre più allargando e chiudendo. Apple, ma tutti i grandi brand sperano che tutti ne facciano parte e al loro interno si faccia di tutto. La guerra tecnologica sta tutta qui.

Il walled garden di Apple è la sua forza. Il walled garden è il vanto di una mega nicchia che compra Apple perché Apple (ai tempi) era innovativo, è figo, perché ha un design avveniristico, perché il sistema iOS non prende virus e così via…

Ma è anche la sua debolezza. Se vuoi condividere file o usare una pennetta usb che ha toccato un pc dovrai trovare altre strade che non sia il semplice contatto fisico. Come vedremo tra poco ci sono ancora, o è meglio dire c’erano ancora, degli escamotage per scavalcare il muro. Ma ad Apple questa cosa non piace. Apple sta contrastando in tutti i modi questa possibilità e il nuovo protocollo è un tassello fondamentale a tenerti buono nell’ecosistema di Apple.

Apple ne ha tutta la forza e il potere, per farlo. E lo fa.

Stiamo parlando di una religione e, come tale, forza e debolezza del sistema coincidono. Sostenitori e detrattori non troveranno mai un punto di incontro. E qui il punto non è da che parte stare. A mio parere il punto è capire.

AirPods Lightning

Tra le poche cose che forse si potevano ancora comprare di concorrenza, c’erano le cuffie con il jack. Di colore bianco, anche se non fossero state Apple si potevano usare, senza alcun pregiudizio degli altri.

Adesso anche questa possibilità, viene eliminata. Il primo paio di cuffie pare che sia offerto nel pacchetto. Ma se le prime si rompono o le perdi, il secondo paio di cuffie costa 159 dollari. Una bella cifra che si sarà costretti a pagare.

Se nasceranno altri prodotti di concorrenza, i produttori che vogliano creare degli adattatori o cuffie di concorrenza, dovranno pagare una licenza. Con un nuovo accessorio, Apple apre un nuovo mercato, interno al proprio mercato, e da un colpo a chi costruisce cuffie.

Virginia risponde che lei usa le cuffie wireless e si trova benissimo. Infatti, non c’è nulla di innovativo nell’eliminazione dei fili. Cuffie e casse senza fili già esistono e sono sempre più usati. Ma il wirelles o il bluethooth non fanno parte del business di Apple e non farebbe guadagnare direttamente la Apple. E non risolverebbe il problema del controllo.

AirPods e iOS: non più smart ma intelligenti?

Siccome le parole sono importanti mi sembra interessante segnalare il post di Licia Corbolante sul suo blog.

Il nome AirPods è un bel gioco di parole su earpods, il termine specifico di Apple per gli auricolari (nel lessico generico inglese sono invece earbuds o earpieces). I due elementi aire pod richiamano prodotti già esistenti e così il nuovo nome risulta familiare e facile da ricordare ma allo stesso tempo distintivo e innovativo.

Da smart a intelligent

C’è un altro dettaglio del video che ha attirato la mia attenzione: viene usato due volte l’aggettivo intelligentintelligent high-efficiency playback e intelligent connection to all your Apple devices.

Nel sito Apple si trovano ripetuti riferimenti “intelligenti” anche nelle descrizioni del sistema operativo iOS: Intelligent suggestionsiOS intelligently picks up on scheduling details; more intelligent and expressive ways ecc.

Aggiungo io: che non sia un primo passo verso l’introduzione all’intelligenza artificiale? Apple presto vorrà far usare il suo assistente vocale. Siri, su cui sta investendo.

I bisogni

I bisogni delle persone però restano quel che conta. Oltre alla speculazione Apple avrà sicuramente considerato i bisogni dei propri clienti. Così come Virginia, usa le cuffie wireless, anche tanti altri utenti ne iniziano a fare uso.

Via i cavi, via la polvere dietro le scrivanie, via la confusione sui tavoli da studio, via il problema da dove far passare il cavo quando piove, fa freddo o quando si va a correre.

Basta attaccare le cuffie alle orecchie e il gioco è fatto. Ma è questo quello che accadrà con gli AirPods?

La rete non è tanto d’accordo. Il nuovo iPhone 7 è ritenuto troppo sottile e leggero. Gli Airpod sono un po’ ridicoli e facili da perdere. O persino da ingoiare se si hanno bambini in casa.

Insomma, al momento sembrano più gli svantaggi che i vantaggi. Però la religione Apple giustificherà l’uso, per cui non mi pronuncio.

Consapevolezza. Sempre!

Paolo Attivissimo ha scritto un post molto interessante che consiglio di leggere e che vi ripropongo in parte se non avete voglia di cliccare.

Premessa. Io non sono contro gli ecosistemi chiusi o contro i walled garden. Anzi, li progetto. E mi piacerebbe che chi costruisce un sito fisico o digitale lo progettasse come un ecosistema. Difficile pensare ad una esperienza utente positiva se non è almeno in parte controllata e/o guidata.

Quello che però vado predicando da un po’ di tempo a questa parte è la consapevolezza. Essere consapevoli del contesto dove ci troviamo. Essere consapevoli che i nostri dati sono in mano ad aziende private con forti interessi su quei dati, essere consapevoli che con i nostri dati l’azienda ci fa soldi a palate, ci rende, non dico liberi, ma un po’ più autonomi.

Questa consapevolezza, sono convinto, ci farà comportare sul web con più accortezza e renderebbe  il web un posto migliore.

Le cose veramente da sapere

Il nuovo iPhone rende sempre più difficile estrarre audio dal dispositivo senza passare dai controversi filtri anticopia: l’eliminazione della presa per cuffie chiude sempre più strettamente il cosiddetto analog hole, la “falla analogica”, ossia la possibilità finora presente di poter aggirare sempre e comunque eventuali restrizioni arbitrarie all’uso esportando l’audio attraverso l’uscita analogica.

Paolo Attivisimo riporta poi quanto scritto dalla Electronic Frontier Foundation dove si spiegano le implicazioni a lungo termine della scelta di Apple.

…Quando infili un cavo audio in uno smartphone, funziona e basta. Non importa se le cuffie sono state fabbricate dalla stessa marca che ha fabbricato il telefono. Non importa neanche cosa intendi fare con il segnale audio: funziona comunque, sia che il cavo vada ad un altoparlante, sia che vada a un mixer o a un registratore.

Il connettore Lightning funziona diversamente. I fabbricanti devono applicare e pagare un compenso di licenza per creare un dispositivo compatibile con Lightning… se è impossibile connettere a un iPhone un altoparlante o un altro dispositivo audio senza che lo governi il software di Apple, allora le grandi aziende dei media possono fare pressioni su Apple perché limiti i modi in cui i clienti di Apple possono usare i loro contenuti. Dato che la legge statunitense protegge le tecnologie di gestione dei diritti digitali (DRM), può essere illegale eludere le eventuali restrizioni anche se lo si fa per ragioni perfettamente legali. Non manca di certo il precedente: queste aziende spinsero Apple a includere il DRM in iTunes.

Da chi dipendiamo?

…Va riconosciuto ad Apple che è stata chiara nel dire che non userà la nuova concezione per imporre restrizioni. Ma sta proprio qui il problema: non dovremmo essere costretti a dipendere dal permesso di un fabbricante per usare i suoi apparecchi nel modo che desideriamo (o per fabbricare periferiche o accessori per quegli apparecchi). Quello che possiamo fare con i nostri dispositivi dovrebbe dipendere dai limiti della tecnologia stessa, non dalle decisioni di politica dei loro fabbricanti.

Insomma chi acquista un iPhone 7 e i prossimi potenziamenti sarà sempre più controllato da Apple. O meglio sarà sempre più libero di acquistare altri prodotti Apple e beccarsi i loro prezzi, tra l’altro, in Italia, sempre più cari rispetto al resto del mondo.

Niente di male. Ripeto. Basta esserne consapevoli!

A tutti, buon iPhone 7 !

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Parola, immagine e ascolto

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Parola, immagine e ascolto. Storia di un cortocircuito la definisce Luca Rosati che la scorsa domenica ha dedicato a me, Luisa Carrada e Yvonne Bindi questa frase:

Parola, immagine e ascolto.
Storia di un cortocircuito che dedico a Luisa Carrada, Yvonne Toilette e Toni Fontana.
“Spesso la pittura ha mosso la mia penna. Se in un lontano pomeriggio del 1970 non fossi entrato al Prado e non fossi rimasto “prigioniero” davanti a Las Meninas di Velázquez, incapace di uscire dalla sala fino alla chiusura del museo, non avrei mai scritto Il gioco del rovescio.

Dall’immagine alla voce la via può essere breve … la rètina comunica col timpano e ‘parla’ all’orecchio di chi guarda; e per chi scrive la parola scritta è sonora: prima si sente nella testa.”

Antonio Tabucchi, Racconti con figure

L’officina della Poesia

Se si parla di parola, immagine e ascolto non posso non pensare che questi tre concetti sono alla base della Poesia. E così mi è tornato in mente il libro “L’officina della Poesia” di  Angelo Marchese. Un libro del 1985 e ripubblicato nel 1997.

Nell’introduzione si legge:

Non v’è dubbio che oggi, nella società pancomunicativa dei mass media, nel grande villaggio elettronico dove i segni sono usati e gettati come fazzoletti di carta, dove la più atroce notizia è fruita come semplice informazione se non addirittura come spettacolo (“la morte in diretta”), la letteratura autentica è più che mai un viatico di libertà per le nuove generazioni, un appello alla vita responsabile e alla maturazione intellettuale, un dono insostituibile della civiltà che non conosce barriere di spazio e di tempo: un’esperienza, detto altrimenti, di quei valori estetici che, forse meglio di altri, ci introducono nelle dimensioni profonde di una realtà qualitativamente diversa rispetto a quella, certamente limitata, in cui viviamo.

Certo, Marchese, nel 1997 non pensava a Facebook e ai suoi Live. La morte in diretta oggi non è più spettacolo ma diretta senza intermediazione, dove paradossalmente, a volte, l’autore del video è il morto stesso, trasformandosi addirittura in video virale.

Ad ogni modo… Mi colpisce, oggi, più di ieri, quando Marchese parla della Poesia come “Un’esperienza di quei valori estetici che ci introducono nelle dimensioni profonde di una realtà qualitativamente diversa rispetto a quella in cui viviamo.” Il Poeta, come l’Architetto dell’informazione, che progetta e costruisce un’esperienza.

Mi fa pensare alla possibilità e anche al dovere (perché no?) di progettare con responsabilità, per dare vita a siti di valore che esprimono valori.

L’istituto metrico

Angelo Marchese scrive:

Le matrici convenzionali metrico-prosodiche, modellizzando il significante (l’accento, intonazione, le manifestazioni fonologiche soprattutto) costituiscono il fattore costruttivo fondamentale del discorso poetico.

La poesia non è solo una sequenza di sillabe secondo un dato ritmo. La poesia è un crogiolo linguistico tra forma, parola e contenuto. E’ lo scontro/incontro tra significante e significato. La poesia è ordine e sregolatezza. Figure metriche precise ma anche figure metriche, come lasinalefe, dialefe, dieresi e sineresi, che modificano il computo delle sillabe.

Alcuni studiosi parlano, infatti, non di sillabe, ma di posizioni. Il verso sarebbe caratterizzato da una struttura metrica composta da un numero preciso di posizioni; da una pausa principale alla fine della sequenza o frase ritmica e da una o più pause interne, dette cesure; da una gerarchia  di ictus primari e secondari, grazie ai quali si modula il ritmo poetico.

Il ritmo

Il tema del ritmo non è tema da poco. Jakobson cita alcuni spunti di Hopkins del 1866:

Quanto vi è di artificio nella poesia, e sarebbe giusto dire ogni forma di artificio, si riduce al principio del parallelismo. La struttura della poesia è caratterizzata da un parallelismo continuo nel ritmo (ricorrenza di una certa successione di sillabe), nel metro (ricorrenza di una certa successione ritmica), nell’allitterazione, nell’assonanza, nella rima. Ora, la forza di queste ricorrenze consiste nel suscitare un’altra ricorrenza o un parallelismo corrispondente nella parola o nel pensiero.

L’equivalenza del suono implica inevitabilmente l’equivalenza semantica: ed è questa, una conclusione importantissima perché il principio di equivalenza o il fattore costruttivo del ritmo si dilata oltre il significante a organizzare la totalità del segno poetico.

Parola, immagine e ascolto

Yvonne Bindi, che di parole se ne intende, prontamente ha commentato con le proprie correlazioni, scrivendo… Sinestesie, sinsemie e relazioni.

La sinestesia è una figura retorica che prevede l’accostamento di due parole appartenenti a due piani sensoriali diversi.

Ed è proprio nella poesia che se ne fa l’argo uso.

L’odorino amaro
(Giovanni Pascoli, Novembre)
A poco a poco mi ripigneva là dove ‘l sol tace.
(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto I)
Venivano soffi di lampi
(Giovanni Pascoli, L’assiuolo)

E già Luca Rosati aveva parlato di sinsemie : scritture nello spazio.

La difficoltà a superare la dicotomia parola vs immagine è legata a un retaggio culturale che per molto tempo, e soprattutto in occidente, ha visto nella scrittura una tecnica per riprodurre il parlato, legata quindi al testo alfabetico sequenziale. La nascita della stampa ha poi ulteriormente irrigidito la contrapposizione.

La musicalità della poesia

Il ritmo, nel suo significato più ampio, è il fattore costruttivo della Poesia. Una poesia prende vita anche nella sua espressione orale. La voce, la lettura e il lettore, costruiscono nello spazio proprio dell’ascolto la descrizione di come il segno, tra accenti, pause e tracciati melodici, è distribuito sul foglio. Intorno a questa musicalità, o se preferite meglio, intorno a questi elementi musicali, si organizza tutta la complessa orchestrazione eufonica del significante.

Marcello Pagnini, docente dell’Università di Firenze, oggi scomparso, ha studiato a più riprese questo problema ed ha sostenuto che ad ogni piede, piede poetico, ad ogni gruppo di sillabe, corrisponde una battuta.

Esempi di ritmo poetico

Nell’Orlando furioso, nel primo verso, già c’è tutto. Il tema, il segno, il significante, il significato, il ritmo.

Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori…

Ma potremmo prendere anche i versi di Umberto Saba nel La capra:

Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata
dalla pioggia, belava.

Ancor più forte, nel Canto Quinto della Divina commedia possiamo sentire le battute del celebre passo in cui si racconta di Paolo e Francesca.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Tradotto in battute diventerebbe:

A- mòr che a nullo a- mato a màr per- dona
music-note-1275650_960_720 xxqep xxqep xxqep xxqep xxqep

La musicalità della poesia nasce dalla “complessità della costruzione strutturale” del discorso in versi.

Interconnessione e interazione del segno con il ritmo, del significante con il suono, della struttura con la musicalità.

Solo in questo senso, Angelo Marchese, conclude con le parole di Pagnini

tout court il linguaggio della poesia si distingue dal linguaggio naturale perché “canta”.

Cosa canta? Parole, immagini e ascolto.

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Architettura dell’informazione in situazioni di emergenza?

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L’architettura dell’informazione, in situazioni di emergenza così come nella vita quotidiana, lo ripeto ancora una volta, ha lo scopo di migliorare la vita di tutti i cittadini. Durante un’emergenza come quella di un terremoto, nella valanga di notizie che si accavallano, tra verità e bufale, può aiutare a trovare meglio le informazioni utili e più rilevanti.

Il contesto

Italy_relief_location_mapIn un momento di emergenza, chi è al centro del ciclone, non pensa proprio ad un sito web o al proprio collegamento con twitter. Tra l’altro, in questi momenti, le infrastrutture della comunicazione sono tra le più fragili.

Eppure la comunicazione, l’informazione corretta, un giornalismo capace di affrontare le emergenze potrebbero essere utili. Ricostruire cosa è accaduto, ricostruire il contesto, potrebbe essere la base per mettere in moto le buone pratiche senza dover ricominciare sempre da capo. Istigare le istituzioni ad una campagna di prevenzione sul territorio, far maturare la consapevolezza di dove si è costruito. Potrebbe essere un buon inizio.

Basterebbe guardare una mappa geografica fisica e ricordare come si sono create le Alpi per capire quali sono le zone sismiche in Italia. Lo insegnavano, qualche tempo fa, nelle scuole elementari. Si chiamava Geografia. Rosa Maria Di Natale segnala la mappa del pericolo sismico italiano dell’inchiesta di datajournalism “Pericolo Italia” a firma di Rosa Maria Di Natale e di Lucia Schirru, dove è possibile verificare tutti i comuni italiani. L’inchiesta è stata pubblicata dai quotidiani locali del Gruppo Espresso e da Valigia Blu lo scorso ottobre, ma si tratta, a mio parere, di un’inchiesta che meriterebbe di essere  portata avanti nel tempo.

Terremoto centro Italia

In questi giorni è stato segnalato da più parti un progetto relativo al terremoto del centro Italia del 24 agosto 2016. Si tratta di un progetto, reperibile alla URL http://www.terremotocentroitalia.info, che è nato per condividere info utili e possibilmente verificate sul Terremoto del 24 Agosto 2016.

Ciò che mi pare interessante è la possibilità di poter costruire mappe partecipate per offrire informazioni dirette e notizie utili sui servizi a disposizione.

Il progetto non vuole in alcun modo sostituirsi a fonti istituzionali di informazione a cui rimandiamo caldamente per l’attendibilità. Il progetto si pone come scopo quello di aggregare e non disperdere contenuti utili a tutti provenienti da fonti di varia natura (ufficiali e non) al fine creare valore in un momento di crisi per il paese.

Un progetto spontaneo, nato dal basso, che da la parola a chi ha informazioni dirette e con il quale si possono mantenere le relazioni sociali del territorio.

Architettura dell’informazione in situazioni di emergenza

Le parole

La scelta delle parole è importante. Ogni giorno giornali e giornalisti ci abituano al sensazionalismo. Tutto è eclatante, eccezionale. Ogni notizia di cronaca, quotidianamente, è una emergenza, un allarme. E poi, quando arriva la vera emergenza? Non si trovano le parole.
Giovanna Cosenza, studiosa di semiotica nei nuovi media, a tal proposito si chiede “è proprio necessario indugiare sulle storie che coinvolgono i bambini?”

È sempre molto difficile, per tutti, trovare, scrivere, pronunciare parole giuste, delicate, opportune quando si verifica una tragedia come quella che si è abbattuta sull’Italia tre notti fa. Detto questo, anche in questi giorni, come spesso purtroppo è già accaduto in occasioni analoghe, i media italiani, i politici, le figure pubbliche, i commentatori e le commentatrici non danno sempre il meglio di sé. E non mi riferisco solo a gaffe eclatanti – che pure ci sono state – ma a sfumature, allusioni, impliciti, telecamere che indugiano dove sarebbe stato meglio lasciar perdere, domande vacue e/o retoriche, battutine che si potevano evitare.

L’architettura dell’informazione

Superata la fase di emergenza, la ricostruzione passa anche dal web, dalla comunicazione. Quali le connessioni e le correlazioni messe in moto? Com’è andata la ricostruzione negli altri luoghi dei disastri precedenti? Cosa si è fatto? Cosa ancora deve essere fatto? Quali connessioni i giornali hanno fatto e stanno facendo sui loro siti? Quali pagine sui terremoti sono state aggiornate e migliorate rispetto alle nuove informazioni? Cosa abbiamo imparato in più, oggi?

Una buona architettura dell’informazione di concerto con chi produce informazione risponderebbe facilmente a queste domande.

Alberto Puliafito, in un articolo in cui parla di come il giornalismo potrebbe affrontare l’informazione di emergenza, scrive anche sul rilievo dell’Architettura dell’informazione per la costruzione di siti web utili.

Anche l’architettura dell’informazione deve essere progettata accuratamente: ci vuole una mappa, una struttura non ridondante, poche pagine di un sito, chiare. Quel che vogliono sapere le vittime di un terremoto è, generalmente e chiaramente, superato l’immediato:

– quanto tempo rimarranno in tende e alberghi
– che tipo di risarcimento avranno
– quando inizierà la ricostruzione

Ma l’architettura dell’informazione potrebbe anche andare oltre. Fin da subito si potrebbero raccogliere le testimonianze di chi ha già vissuto un terremoto in passato. Sarebbe utile scoprire tutti i bisogni che hanno i terremotati dopo la prima emergenza. Quali contributi potrebbero essere dati dalle tecnologie che abbiamo a nostra disposizione? Cosa accade quando si spengono i fari dei mass media? Cosa la popolazione si aspetterebbe?

Airbnb: un esempio concreto

Airbnb ha messo a disposizione una pagina per l’emergenza dove si uniscono le persone che hanno bisogno di una casa e chi ha la possibilità di offrire un alloggio gratis.

Per un sito come quello di Airbnb, dove si punta ogni giorno ad un esperienza dell’utente sempre positiva, non è stato difficile declinare il proprio sito commerciale in una iniziativa senza scopo di lucro.

Ci sono e ci possono essere altri esempi come questo?

E Domani?

Per questa tragedia, pare che la macchina dello Stato e della Protezione Civile, stiano funzionando al meglio. Tutte le polemiche sono state messe a tacere. Il momento del dolore lo ha richiesto. Ma questo non può bloccare il flusso di pensiero e di riflessione sul tema. Il dubbio è legittimo. La mancanza di fiducia diffusa nell’informazione come nella politica è evidente.

Non possiamo dimenticare le risate e  l’organizzazione di chi festeggiava i precedenti terremoti. Sapere che l’antimafia è in campo è la conferma che viviamo in un contesto malato, non una garanzia. L’Italia è un Paese profondamente corrotto. Tacere questo significa esserne, semplicemente, complici.

Le nuove tecnologie, le relazioni e le condivisioni, possono avere un ruolo fondamentale: permettere a tutti di aiutare chi ha bisogno e di vigilare su quello che si farà, da qui ai prossimi mesi. Le nuove tecnologie permettono di ripartire dal basso senza aspettarsi nulla dall’alto.

Da qui ripartire per la costruzione di fiducia, nei giornalismi locali, nelle istituzioni che spesso non hanno i mezzi per affrontare problemi così capillari. Ricostruzione a 360 gradi: un tessuto sociale solidale del fare senza assistenzialismo. Ricostruire le relazioni sociali dei territori, far emergere i valori e il valore delle popolazioni coinvolte. Ripercorrere le buone pratiche di ricostruzione di altri territori.

E’ necessario progettare esperienze che facilitino il raggiungimento di questi obiettivi.

Le risposte non possono essere date sull’onda dell’emozione. Però fin da adesso si può cominciare a studiare, a progettare e ad agire. Ci vorrà tempo. E speriamo che le risposte e i fatti arrivino prima della prossima tragedia e della prossima emergenza.

Per il bene di tutti.

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User Experience Sonora

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L’uomo è immerso nel suono e si trova sempre in un contesto sonoro. Non solo siamo immersi nel suono ma ne abbiamo bisogno per la nostra salute mentale. Il silenzio assoluto ci porterebbe alla follia.

Progettazione del suono

Molti dei suoni che oggi ascoltiamo sono stati progettati: lo snooze della sveglia, gli squilli dei nostri smartphone, il campanello del forno che ha smesso la cottura o i segnali acustici degli allarmi anti incendio. Anche i suoni prodotti dalle auto, dal rombo dei motori, all’esperienza acustica dell’abitacolo, sono suoni progettati.
Altri segnali audio non vengono deliberatamente progettati, ma ci aiutano comunque a percepire quello che sta accadendo agli oggetti. Il ronzio del climatizzatore o della ventola del PC, o il rumore del frigorifero. Così che, se qualcosa non va, notiamo subito che, non suona bene e qualcosa non funziona. Già dalla nascita di questo blog abbiamo parlato del Suono come quarta dimensione dell’UX.

In passato

Purtroppo l’audio e l’uso dell’audio sui siti web gode di cattiva fama, senza contare che le linee di usabilità privilegiano comunque la parte visuale e testuale.
L’audio è stato abusato negli anni e tutt’ora viene mal gestito. Durante l’era Flash, intorno al 1999, gli sviluppatori di siti web hanno utilizzato in modo massiccio e invasivo l’audio, per cui si avevano loop musicali di sottofondo, segnali acustici che partivano senza motivo, suoni che accompagnavano le animazioni. Insomma un uso senza coscienza dell’audio.

Oggi

Così come oggi lo spam e l’audio pubblicitario sui siti Web non migliorano l’esperienza sul sito. Anzi. L’esperienza il più delle volte è negativa. E gli utenti sono costretti, dopo un balzo, a spegnere definitivamente casse e altoparlanti del proprio computer.

Una progettazione sana dell’ADV dovrebbe prevedere la facilità di spegnimento dell’audio.

Visuale vs Uditivo

Chi oggi studia e progetta l’User Experience è focalizzato nel settore della progettazione visiva: architettura dell’informazione per l’editoria o per il prodotto.

Ci si concentra sulla visual interaction design. L’interazione dell’utente, in generale, non prevede l’interattività dell’utente; non prevede l’uso di tutti i sensi disponibili all’uomo.

Anche se l’invito alla progettazione dell’esperienza, ultimamente, si fa sempre più forte. In Italia si stenta ad avviare questo genere di progettazione e di realizzazione dei siti digitali.

Il mio studio per l’architettura dell’informazione sonora è volto verso quella parte di architetti che vogliono studiare e progettare l’esperienza dell’utente in ogni sua dimensione. E spero di riuscirci.

Il suono nel Game Design e nel Design industriale

In altri settori come nel game design o nel design industriale l’audio ha un ruolo primario ed ha una funzione di facilitatore dell’uso della strumentazione. Nei video giochi a determinati personaggi sono associate determinate musiche. E tra gli strumenti di emergenza, come in un defibrillatore, per esempio, il suono aiuta a capire quando rilasciare la scarica.

User Experience Sonora

L’audio sul web è invadente e le norme di usabilità pare abbiano messo una pietra tombale sull’uso del sonoro sui siti web. Eppure questo non ha impedito ancora a nessuno di eliminare qualunque suono dai siti. Se ci fosse un po’ di attenzione all’argomento, forse, alcuni video non partirebbero senza alcuna ragione e magari avrebbero un volume ragionevole.

Le ragioni del marketing, in questo caso, non dovrebbero prevalere sulle ragioni di una buona esperienza dell’utente.
Parafrasando la nota frase di Peter Morville: “L’architettura dell’informazione c’è anche quando non c’è un architetto dell’informazione” così l’user experience sonora c’è anche dove non c’è un architetto dell’informazione sonora che prenda in considerazione l’audio.
Per questo motivo sono convinto che chi progetta un sito web, come uno spazio digitale, deve conoscere e prendere in considerazione l’esperienza sonora: gestirla, organizzarla e nel caso prendere tutte le precauzioni necessarie.
L’audio, se usato con giudizio, migliora l’esperienza utente e fornisce un ambiente più ricco per l’interazione.

Un esempio concreto da godersi è stato il New York Magazine che considero un esempio di architettura dell’informazione sonora in pratica.
L’interesse che dovremmo coltivare per l’user experience sonora e per il senso dell’udito determinerebbe il confine entro il quale non dovrebbero esserci abusi, principalmente. L’attenzione per come vengono proposti musica e video, nei siti web, dovrebbe solo migliorare l’esperienza dell’utente.

Quando non teniamo in considerazione la parte uditiva, io penso, che l’esperienza sia sicuramente più povera. Se poi, come spesso accade, l’uso è arbitrario l’esperienza è sicuramente spiacevole.

In conclusione

L’user experience design, la progettazione dell’esperienza, è aperta a molteplici vie che devono migliorare l’esperienza dell’utente.

L’avvento di chat bot, di assistenti vocali, di intelligenza artificiale, a prescindere dalle loro reali realizzazioni, indicano che il bisogno di audio, di interazioni vocali, di contesti sonori sia alto.

In questa esperienza, che ci si propone essere sempre positiva, è necessario prendere in considerazione anche l’audio e l’user experience sonora.

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10 motivi per far parte di una Web Radio Universitaria

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Una web radio universitaria è una vera e propria radio che negli anni le università hanno sviluppato sul web per abbattere i costi delle trasmessioni attraverso il web.

Una web radio universitaria è uno spazio, un luogo, un ritrovo, una passione, una dimensione.

Ho preso spunto dall’articolo di Emma Westlund ” 7 buone ragioni per far parte di una radio” che mi è stato suggerito da Alessandra Stefanini. Emma Westlund elenca i punti di vista degli studenti, giustamente. Io che ho diretto per quasi 9 anni una web radio universitaria, pur condividendo con gli studenti lo spirito e il punto di vista, aggiungo qualche sfumatura diversa.

Far parte di una radio è un sogno, un sogno per chi ama la radio, per chi la ascolta. Il sogno è alla base di ciascun speaker. Chiunque oggi fa radio a livello nazionale o internazionale è partito da una piccola radio. Da una radio personale, locale, del proprio paese o quartiere. Far parte di una radio, diventare un dj o un autore di una radio è un sogno che cresce, che cresce nel tempo. Si tratta di un sogno che non tutti realizzano. Ma è un percorso che vale la pena percorrere.

Provare, all’università, non costa nulla.

Far parte della web radio è una opportunità 

Iniziare a collaborare all’interno di una struttura abitua a capire com’è il mondo del lavoro. Si inizia ad imparare quelle che sono dette le soft skills, le competenze trasversali che mettono in luce le qualità personali e le capacità di entrare in relazione con gli altri.

Fa Curriculum

In una web radio universitaria si impara una professione. Non si impara solo a parlare al microfono. Si possono imparare tutte le professioni che stanno dietro ai microfoni. Collaborare alla propria web radio universitaria fa curriculum. Anche se oggi l’università offre molti stage curriculari e non, poter scrivere di aver fatto parte di una radio, aver ricoperto un ruolo organico o di responsabilità è qualcosa che non tutti i laureati possono vantare. Tra i primi colloqui, la radio sarà certamente al centro delle vostre prime selezioni.

E’ divertente

Entrare in una web radio universitaria è un modo per staccare dagli studi, allentare la tensione e lo stress degli esami. La radio è un luogo divertente, dove si incontrano altri ragazzi e ragazze, studenti e studentesse di altri corsi di laurea e dove si conoscono persone nuove e interessanti. Si allargano i propri orizzonti. Si impara divertendosi.

Si ha un programma

Creare un programma è impegnativo. Si impara prima di tutto a studiare davvero. Non si studia per l’esame ma per far capire agli altri, comunicare e informare chi ci ascolta. Più cose si conoscono, più si padroneggiano gli argomenti, più piacevole sarà l’ascolto. Il giudizio verso noi stessi è spesso molto più severo dei professori. Avere un programma significa prendersi la responsabilità di quello che si dice.

Un laboratorio per imparare

La web radio universitaria è un laboratorio. Nessuno chiederà di essere già un professionista. Da una web radio tutto comincia. Un format, una voce, un programma, un dj. Da qui nascono i professionisti del futuro. In una radio universitaria si impara. Più si ha voglia e passione, più si scoprono cose nuove. Anche se non si diventerà una/un professionista, parlare in radio arricchisce, volenti o nolenti. Si diventa più bravi a parlare e ad avere un eloquio più sciolto. E una volta imparate le basi, se non si è troppo istituzionalizzati, si può iniziare a sperimentare.

Bando alla timidezza

In una web radio non si può essere timidi. In una web radio si parla alla radio. Eppure ci sono tante professioni che stanno in silenzio e non stanno davanti al microfono. Si può cominciare da questi ruoli, forse più nascosti ma sicuramente più essenziali. La web radio universitaria può spezzare la timidezza e far scoprire nuovi talenti. Ho visto ragazzi e ragazze molto timidi, con un filo di voce, sbocciare e diventare adulti davanti ad un microfono. Quale migliore occasione?

Gestione del tempo

In una web radio si impara a gestire il tempo. Il tempo degli studi fondamentalmente. Se non vuoi ingrassare il numero dei fuoricorso (esistono ancora?), la radio è una scelta che deve essere fatta consapevolmente e non si deve aggiungere ad altre mille cose. Ad ogni modo, la radio richiede tempo, non solo per la creazione del format. La sala di trasmissione o di registrazione non sarà sempre disponibile. La condivisione di uno spazio richiede il rispetto per il luogo e per il lavoro degli altri. Poi ci sarà il tempo del programma in se: il tempo di dire l’essenziale in dato periodo e che sia tutto quello che si vuol dire.

Puntualità e Spirito di Servizio

Puntualità e spirito di servizio sono al centro di una buona web radio. Dal momento che si avrà il proprio programma radiofonico, si richiederà puntualità nella messa in onda. Il rispetto dei tempi, della puntata, lo richiede la radio e il programma, come dicevamo. Ma prima della radio lo richiedono gli ascoltatori. A questi si offre un servizio. Se il servizio sarà puntuale e di qualità gli ascoltatori ritorneranno. Altrimenti, ogni sforzo sarà fine a se stesso e non si vedranno i risultati.

Ricerca musicale

In Italia non si fa una grande ricerca musicale. In radio si ascoltano le musiche e i cantanti più ascoltati. Il che significa che più le radio trasmettono la stessa canzone, più quella canzone diventa la più ascoltata. In una web radio e nel proprio programma, si possono evitare questi meccanismi. Anche se si usa un format di radio parlata, ci dovrà essere comunque una scelta musicale minima, di sottofondo o di contorno. Si condivide la musica e gli autori che più si amano. Nelle web radio si fa ricerca musicale, non perché ci siano competenze professionali, ma perché c’è la curiosità dei ventenni che su questo campo supera le competenze più comuni. E poi ci sono anche ragazzi che musicalmente sono più avanti dei professionisti.

Creare archi di relazione

Durante la prima puntata il numero di ascoltatori oscilla tra lo zero e il maggior numero di persone, di solito amici e parenti, che hai convinto/costretto ad ascoltarti. Raggiungere gli altri significa imparare a crescere, a curare un programma, rendersi conto di tutte le difficoltà che si devono affrontare per far crescere qualcosa. Il successo di un programma è qualcosa che arriva dopo del tempo, dopo aver offerto qualcosa di interessante. Una radio ben affermata aiuta, ma a ciascun programma è affidata la propria responsabilità.

Undicesimo motivo

Una lista di buoni motivi deve sempre avere un bonus, qualcosa che accomuna un po’ tutti e che è il filo rosso che lega tutti i punti precedenti. Ed eccomi qui con il mio bonus. Spesso in radio ci si avvicina da soli. La passione della radio per la radio è qualcosa che accomuna la stragrande maggioranza dei giovani. Ma la passione del voler fare radio non è così diffusa come si può pensare. Nelle proprie compagnie o tra colleghi universitari magari si è i soli a voler condividere qualcosa con il maggior numero di persone possibile. Anche il pensiero che quello che pensiamo non interessi a nessuno può tenere lontano un ragazzo o una ragazza dalla radio. Lanciatevi, andate, sarete sempre e comunque ben accolti. E poi l’undicesimo motivo per far parte di una radio è che si cucca. Si può entrare da soli in radio e uscirne in coppia. Non è una certezza ma una buona possibilità. A vent’anni non è male! Viva la Radio, viva la Web Radio Universitaria!

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L’ascolto nella letteratura: i Feaci

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L’ascolto nella letteratura classica è alla base di ogni narrazione. E’ così anche nella progettazione contemporanea, nella creazione di un piano editoriale, nella nascita di una start-up. La progettazione che è centrata sull’utente non può fare a meno dell’ascolto.

Un buon sito, la struttura di un buon sito è il risultato di un buon ascolto. Come blog di architettura dell’informazione sonora, qualcuno mi intende come fossi un architetto delle orecchie. E in effetti l’ascolto è al centro dei miei studi, delle mie letture e di questo blog. Il suono come significato viene com-preso dalle orecchie e dal nostro senso dell’udito.

Ascolto Attivo

L’ascolto, come ho spesso detto, è pratica attiva, che coinvolge l’ascoltatore in maniera profonda. Ne sanno qualcosa confessori e psicologi che fanno dell’ascolto la loro vera e propria professione. Nell’ascoltare e nell’ascoltarsi accade una magia, una guarigione, un passaggio ad un livello mentale superiore.

L’ascolto vero è un sentire, un sentire dentro. E quando sentiamo… qualcosa cambia.

Nell’ascolto ci deve essere anche la volontà di volere e potere cambiare. Dopo l’ascolto, vero, partecipato, c’è un cambiamento. Può essere più o meno grande, più o meno piccolo, ma il cambiamento è inevitabile. Se restiamo immutati non abbiamo ascoltato abbastanza, non abbiamo capito. Foss’anche per rafforzare le nostre opinioni, nell’ascolto aperto troveremo la forza delle nostre idee.

Dove non c’è cambiamento non c’è ascolto.

I Feaci

Nella mitologia classica c’è addirittura un popolo che era ben consapevole di questa opportunità o pericolo: I Feaci. Maria Giulia Marini, Responsabile dell’Area Sanità e Salute della Fondazione ISTUD, lo definisce, il popolo dell’ascolto. (qui trovi e scarichi il pdf della relazione)

I Feaci sono un popolo mitico raccontati da Omero nell’Odissea.

Per chi non fosse avvezzo a questa lettura, ci troviamo sulla rotta di ritorno di Ulisse. Dopo le disavventure, più o meno desiderate, che lo hanno visto testimone delle trasformazioni della maga Circe e protagonista dell’accecamento del Ciclope, ascoltatore del canto, irresistibile, delle sirene e custode dell’otre di vento, Ulisse resta sette anni prigioniero della Ninfa Calipso. Un’odissea, insomma, un ritorno che è durato dieci anni. Quando viene, finalmente, lasciato libero, per ordine di Zeus, da Calipso, pare sia finita. Ulisse dovrebbe ritornare, finalmente, a casa. E invece Ulisse viene ancora una volta colpito da rabbia degli dei, sta volta da Poseidone, con una tempesta. Lasciato in mare per due giorni approda, naufrago, sull’isola dei Feaci. L’isola dovrebbe essere Corfù, detta Scherìa da Omero e identificata in Kerkyria da Tucidite.

Qui conosce Nausicaa, figlia del re Alcinoo e della regina Arete, che lo porterà a corte, dove Ulisse racconterà la sua storia.

L’Odissea raccontata ai Feaci

Il poema è tessuto ad arte e fa diventare grandi anche noi soprattutto attraverso la sua architettura, anche se i primi mattoni a prima vista, sono quelli che ci appaiono meno seduttivi.

Sebbene le metamorfosi della maga Circe, o le storie di Nessuno che accecò il Ciclope e dell’irresistibile canto delle sirene siano più famose, il vero racconto di Ulisse comincia sull’isola dei Feaci.

Qui, mentre Demodoco, l’aedo, racconta delle vicende di Troia, Ulisse inizia a piangere. Ulisse nell’ascolto rivive la sua storia. Quando Alcinoo vede questa sofferenza, nell’inevitabile spiegazione di quelle lacrime, Ulisse svela la sua identità. E’ in questo racconto che Ulisse ritroverà (prende coscienza di) se stesso.

L’ascolto dei Feaci

I Feaci sapevano che dopo l’ascolto sarebbero cambiati. Ma hanno voluto ascoltare ugualmente. Si sono avvicinati fisicamente, hanno ascoltato senza giudizio, ma con partecipazione.

I Feaci sono lì cinti ad ascoltarlo, senza esprimere un giudizio morale, condanne o lodi di approvazione: lo accolgono punto, con il cuore e con la mente, quella mente che sa traghettare le navi senza la fatica dei remi, un sistema di pensiero superiore, nell’unità e non più della dualità del Bene e del Male.

Quando Ulisse si interrompe, un po’ per le lacrime, un po’ perché è notte fonda, il re Alcinoo, lo incita a continuare

«La notte è lunga, infinita: e non è adesso l’ora
di dormire in palazzo: narrami ancora le tue prodigiose avventure.
Fino all’aurora io resterei, quando tu
acconsentissi a narrarmi le pene tue nella sala».

Odissea, XI, 373-376

Al centro degli eventi

Qui ci troviamo al centro degli eventi dell’Odissea. Qui sta tutta la narrazione. E’ in questo tempo che avvengono tutte le trasformazioni del Poema. Ulisse ritrova se stesso e porta a compimento il suo desiderio di ritorno a casa. Il figlio Telemaco diventa Uomo, staccandosi dalla madre, Penelope, che a sua volta torna Donna senza possesso. Maria Giulia Marini continua.

Attraverso il tempo della riflessione, la capacità di essere introspettivo, in questo luogo sospeso, con questi ascoltatori attenti, così concentrati che non si perdono una delle sole parole del racconto di Odisseo, egli si risana, guarisce, e da essere sopravvissuto sbattuto dalla risacca su una spiaggia, cresce ritrovando sé stesso, pronto per il vero nostos, quello
che lo attende in patria. Mentre Telemaco cresce nel suo fare, Ulisse cresce nel suo essere ritrovato e recupera il suo nome, pieno di significato.

Non più signor Nessuno ma l’Uomo Ulisse.

Permettersi di ritrovarsi

L’augurio che mi sono posta – conclude la Marini-  scrivendo queste poche righe sui Feaci è contribuire perché tra le persone comuni si possa recuperare la capacità di stare assieme per ascoltare le proprie Odissee a vicenda, senza giudicare, in un vicendevole aiuto per ritrovare se stessi: vi sono periodi in cui la mente è sgombra e nitida come quella dei Feaci e periodi in cui si è e ci si sente oudos (nessuno). L’incontro tra umani va ben oltre l’ospitalità superficiale e sta proprio nella conoscenza reciproca, quella che si svela, in un ambiente di fiducia da costruire lentamente e tale da permettere di dire la verità dietro la maschera, per esprimere dolori e tempi felici. Per permettersi di ritrovare, attraverso il racconto ad altri, chiarezza di navigazione e guidare da soli la propria nave verso il luogo desiderato.
Ecco a che serve l’isola dei Feaci, la cassa di risonanza della narrazione delle vicende umane.

Dall’ascolto alla progettazione

E’ in questa prospettiva che l’utente raccontando se stesso, esplicando i propri bisogni, le proprie necessità, trasmetterà all’architetto dell’informazione il cambiamento necessario per una buona progettazione. Non si tratterà di una guarigione nel senso medico e profondo del termine, ma si tratterà di un contributo per migliorare un servizio. Se questi bisogni resteranno inespressi non ci sarà soluzione.

L’architettura dell’informazione è volta a migliorare la quotidianità dei cittadini che navigano sul web o di cittadini che usufruiscono di servizi. Sappiamo tutti quanto ne abbiamo bisogno. La condivisione di soluzioni, di proposte costruttive, il ritrovamento di un minimo comune denominatore che renda l’esperienza di tutti migliore passa attraverso l’ascolto.

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Architettura dell’informazione sonora – Mixer #29

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Notizie sonore su Architettura dell’informazione, Innovazione, User Experience, Streaming, Audio, Musica e Sonorità

Ne ho ampiamente parlato. Guidare l’auto mentre si è distratti dall’ utilizzo di un dispositivo elettronico come smartphone o tablet è uno dei più grandi pericoli che può derivare alla nostra vita per quanto concerne il nostro rapporto con la tecnologia. Tuttavia gli esperti ritengono che proprio la tecnologia che è causa di questo problema potrebbe essere anche la sua soluzione definitiva. Un certo numero di tecnologie sono state sviluppate per cercare di eliminare potenziali distrazioni dai nostri smartphone.

Accessibilità

Apple Watch e la sua evoluzione sono al centro del dibattito in questo scorcio del 2016: Cupertino sta sicuramente investendo parecchio in marketing per promuovere questo orologio che, se per i più potrà sembrare qualcosa di superfluo o destinato ai fanatici della tecnologia, in potenza può diventare molto di più per coloro che “se la devono vedere” tutti i giorni con la disabilità visiva. Apple Watch, infatti, risulta perfettamente fruibile da chi non vede (grazie allo screen reader Voiceover) e mette già a disposizione dei suoi utenti ciechi o ipovedenti tutta una serie di funzioni che lo trasformano in un oggetto utile anche nella vita di tutti i giorni.

Intelligenza artificiale

Microsoft ha annunciato nelle scorse ore una serie di nuovi bot per Skype. L’arrivo dell’intelligenza artificiale sulla piattaforma di comunicazione era stato annunciato lo scorso marzo durante la conferenza Build 2016 per gli sviluppatori, e la feature è stata rilasciata sotto forma di anteprima. Secondo la società sono circa 30 mila gli sviluppatori al lavoro oggi sulla funzionalità e “migliaia” di loro utilizzano i bot come collegamento fra l’applicazione di messaggistica e un sito web correlato.

Come può l’Intelligenza Artificiale aiutare un settore come quello agricolo? Tantissime sono le soluzione proposte da Prospera, tra le quali è possibile menzionare le avanzate fotocamere sul campo e i precisi sensori per il clima, utilissimi per migliorare la gestione della specifica attività, senza sgradevoli sorprese.

Musica e sound

In molte realtà lavorative oggi ancora è vietata la diffusione musicale perché si pensa potrebbe distrarre i dipendenti ma i dati prodotti dalle ultime ricerche dimostrano il contrario, cioè che la musica al giusto volume non solo diminuisce lo stress ma aumenta la produttività e la creatività dei lavoratori in qualsiasi tipo attività. A provarlo è uno studio condotto da Mindlab International, una società inglese specializzata in neuromarketing che ha dimostrato come ascoltare musica sul lavoro ha effetti positivi nello svolgimento delle proprie attività lavorative.

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This work is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

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Una guida sull’assistenza vocale in italiano

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Una guida completa sull’assistenza vocale in italiano è qualcosa che manca. Ed è per questo motivo che ho deciso di iniziare a scrivere un’intera pagina sull’assistenza vocale.

Sul web

Sul web si trovano tante informazioni. Occupandomene però mi sono reso conto che ci si confonde tra informazioni vere e proprie e informazioni commerciali. Ossia si spiega cosa sia l’assistenza vocale e nello stesso tempo o si vende qualcosa o si pubblicizza un prodotto. Nulla di male. Anzi. Buon per chi ha qualcosa da vendere e da far comprare. Al momento, per questo blog, mi pare utile offrire ai lettori una guida che raccolga in un solo posto tutte le informazioni sparse e difficili da reperire.

Sul blog

In questo blog mi sono occupato tante volte di assistenza vocale. Me ne sono occupato, penso e spero, in maniera avanzata, ossia, dando per scontato che tutti conoscessero cosa fosse un assistente vocale.

Mi sono occupato per esempio di problemi etici, di questione di genere. In realtà mi sono reso conto che in tanti non ne fanno uso o non ne conoscono l’esistenza. Mi piacerebbe, dunque, che se qualcuno fosse incuriosito da questo argomento trovasse appunto questa pagina e magari la condividesse sul web.

Intelligenza artificiale

Pur non occupandomi di intelligenza artificiale chi segue il blog ne ha spesso sentito parlare. In effetti, più l’intelligenza artificiale è avanzata, più il chatbot risponderà pertinentemente a quello che chiediamo.

In questo senso mi sono permesso di parlarne, o meglio , di segnalarne l’evoluzione su Mixer, la rubrica di notizie sonore.

Considerate che tutti facciamo uso di intelligenza artificiale da molti anni. Il cosiddetto T9 o correttore automatico è una forma di intelligenza artificiale. Non la più evoluta. Il T9 ci segnala sottolineando in rosso quelli che lui ritiene errori ortografici e/o grammaticali. Sui telefonini spetto sostituisce in automatica le parole che noi sbagliamo o che l’intelligenza artificiale ritiene che abbiamo sbagliato.

Spesso sbaglia anche lui. Per cui siamo tutti consapevoli della difficoltà che questa tecnologia ha nel diffondersi. Tutti comunque usiamo il correttore.

Una guida sull’ assistenza vocale in italiano

Quello che mi prefiggo di fare con questa guida è quello di mettere insieme tutto quello che si trova sul web ed esprimere le mie opinioni a riguardo.

Il blog, purtroppo, non ha ancora la sostenibilità per disporre di tutti gli assistenti vocali e testarli. Per forza di cose userò risorse esterne, puntando sull’autorevolezza degli autori e sulla veridicità delle informazioni .

Mi farebbe, però, davvero piacere, ospitare anche le vostre prove, le vostre esperienze e condividere una pagina che possa essere utile al web e ad altri utenti.

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Architettura dell’informazione sonora – Mixer #28

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Notizie sonore su Architettura dell’informazione, Innovazione, User Experience, Streaming, Audio, Musica e Sonorità

Ritengo questa nuova formula di Mixer con notizie mirate più sostenibile per me e anche per voi! Approfitto anche del fatto che notizie davvero eclatanti non ce ne sono. Forse qualche segnale interessante ma è ancora presto e tutti vogliono andare in vacanza. Il mio intento, intanto, è quello di rendere questa rubrica sempre più utile e gradita ai lettori. E soprattutto non voglio perdere, io stesso, l’entusiasmo nel crearla.

Immagino che siate sotto l’ombrellone o alla ricerca di frescura. Ovunque siate, Vi auguro buona lettura!

Audio e assistenza vocale

Continua la ricerca di Google in campo audio. Sul suo blog Open Source, Google spiega di essere al lavoro su Omnitone una piattaforma per il render di audio spaziale capace di funzionare su tutti i browser. Considerato il successo di Pokemon GO e l’interesse del pubblico alla realtà aumentata le future evoluzioni potrebbero essere interessanti.  Nel frattempo anche Google search: la Beta si arricchisce di novità per arricchire l’esperienza di Google Home e Google Assistant e renderlo un assistente personale a tutti gli effetti.

Ancora rumors sui progetti di Apple che pare stia progettando un’auto elettrica. Il progetto si chiamerebbe Titan. Ma nessuna conferma ufficiale. Personalmente mi vengono un paio di sospetti. Il primo che si tratti semplicemente di studi per migliorare Apple Car (che non  è una macchina). Quattroruote, infatti, parla di software e non di auto. Il secondo che questi rumors siano ben architettati da Apple per tenere alta l’attenzione su una azienda che non cresce.

Intelligenza artificiale

Mentre gli investimenti sull’intelligenza artificiale, dal 2010 ad oggi, si sono sestuplicati, Honda e SoftBank, già costruttori dei robot umanoidi Asimo e Pepper hanno chiuso un nuovo accordo per la costruzione di un auto intelligente. Lo scopo è quello di far interagire l’auto con l’autista, dove l’automobile sarà in grado di leggere le emozioni aiutando l’autista nei momenti di difficoltà.

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