Abby Covert e l’architettura dell’informazione

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Abby Covert, architetta dell’informazione, autrice del libro “How to Make Sense of Any Mess” è stata ospite al Summit italiano di architettura dell’informazione 2016 ed ha aperto la conferenza che aveva come tema “Lasciare il segno“.

Presto saranno resi pubblici integralmente tutti gli interventi della conferenza. Ve lo farò sapere e ripubblicherò gli interventi qui sul blog.

Abby Covert, intanto, ha pubblicato integralmente il suo discorso, già da qualche giorno sul suo sito. Qui riprendo e sottolineo i passi che mi hanno maggiormente colpito. Alla fine trovi anche le mie osservazioni.

Lasciare il segno

Abby Covert
Abby Covert

Il titolo Lasciare il Segno riporta Abby Covert ai suoi studi, al suo periodo di formazione come graphic design.

Nella mia prima esperienza con l’Architettura dell’informazione, mi è stata insegnata l’importanza di stabilire la gerarchia delle idee e la chiarezza dei messaggi. Allo stesso tempo, ho seguito anche molti corsi di belle arti. Uno dei termini di base che è stato introdotto per tutto il percorso dei miei studi era “creare un segno”.

L’architettura dell’informazione è arte

Abby Covert ha messo in evidenza quanto sia importante il fattore umano per un architetto dell’informazione.

Stiamo progettando per gli esseri umani, come esseri umani, insieme ad altri esseri umani. E questo è un casino pazzesco (ndr la traduzione è mia).

La mia ipotesi è che qualcuno incredibilmente abile solo dal lato tecnico può rendersi molto insoddisfatto a causa della mancanza di competenze più soft come la persuasione, la diplomazia e la facilitazione.

Differenze nel modello mentale

Una delle competenze di base che ci viene insegnata per pensare come un Architetto dell’informazione è come scoprire e documentare i modelli mentali dei nostri utenti.

I modelli mentali non sono le preferenze che abbiamo. Sono i paraocchi con cui tutti andiamo in giro.

Un buon architetto dell’informazione è in grado di bilanciare le esigenze degli utenti e le esigenze dell’organizzazione. E’ incredibilmente comune, tuttavia, trascorrere troppo del nostro tempo spingendoci verso un approccio al 100% user centered che sappiamo non funzionerà mai nella realtà di un’organizzazione.

Paura e ansia

Io insegno ai miei studenti che devono essere coloro che sono senza paura. Dobbiamo essere quelli che possono avviarsi nei luoghi più oscuri ed essere la luce in modo che altri possano seguire la loro strada. Ma avere a che fare con la nostra paura e la nostra ansia è sempre il primo passo per imparare.

il_570xn-849244353_765sA volte le persone che incontro e che si trovano in mezzo al caos sperano che un architetto dell’informazione tirerà fuori un pulsante che renda facile tutto. Oppure che sveli qualche segreto che dimezzerà il loro carico di lavoro. Invece io ricordo loro che come dice Robert Frost “la miglior via d’uscita è attraverso.”

Trattare con l’incertezza è il lavoro. Non sapendo come andrà a finire è il lavoro. E un lavoro duro.

Abbiamo una buona architettura dell’informazione quando affrontiamo le nostre paure e l’ansia insita nel trattare con l’ambiguità. Quando creiamo chiarezza per noi stessi e per gli altri.

Tempo e denaro

Tutto ciò che proponiamo, valutare, testare, reiterare il processo e implementare, costa tempo e/o denaro. Quello che gli architetti dell’informazione possono disegnare su carta o su una lavagna in un giorno, può richiedere mesi o anni per essere applicati concretamente da una organizzazione. Questo modello è probabilmente quello che gli architetti dell’informazione hanno più in comune con l’architettura fisica. Si può avere la migliore idea per qualcosa nel mondo, ma se le persone che stanno pagando per questo vedono la cosa come un costo superiore a quello che vorrebbero pagare, il cambiamento non accadrà mai.

Al fine di lasciare il segno, abbiamo bisogno di capire e lavorare con i vincoli di tempo e di budget. In caso contrario, le nostre idee non saranno mai realizzate e il nostro tempo sarà sprecato e vedremo buttare via un lavoro che nessuno mai vedrà.

Le più belle architetture possono essere costruite con i più umili materiali. Il trucco è quello di comprendere i bisogni possibilmente come nelle prime fasi del processo.

Essere il facilitatore, non l’esperto

Una delle domande più frequenti che ricevo dopo un workshop sull’architettura dell’informazione è “Come posso acquistare fiducia dalla mia organizzazione per la mia esperienza?”. Il mio consiglio è quello di non cercare di essere un esperto. Invece prova ad essere un facilitatore.

Sii colui che può accompagnare e aiutare le persone lungo quella strada impervia.

Accettare il disordine

Siamo tutti esseri umani, abbiamo bisogno di tempo per decomprimere e riorganizzare le idee nella nostra testa.

Il consiglio più importante che ho per le persone in questo settore è quello di mantenere il vostro lavoro di perfezione più basso possibile, il più a lungo possibile. Quando la gente vede un mucchio disordinato di post-it è più facile che qualcuno continui a dare le proprie considerazione e riflessione. Quindi non perdere tempo nella perfezione.  Ci può stare che tieni il progetto disordinato per tutto il tempo.

Pensare all’architettura dell’informazione come ad una conversazione

Mi piace parlare di Architettura dell’informazione come ad una conversazione. Anzi, una conversazione che si estende oltre la durata del progetto. Perché le cose possono cambiare e cambieranno col passare del tempo.

La parola migliore che posso offrire per ottenere questo punto è: Governance. Nello stesso momento in cui insegniamo agli altri l’importanza del linguaggio e della struttura dobbiamo anche ricordare loro che il linguaggio e la struttura sono in continua fluttuazione. Dobbiamo creare un processo su come apportare modifiche alle scelte linguistiche e strutturali che facciamo. Il rischio è che altrimenti vedremo rapidamente il progetto crescere e appesantirsi rispetto alla nostra intenzione originale.

Non ci chiede se ci sarà bisogno di apportare modifiche, ma quando.

Vedere le cose da tutti i punti di vista

Spesso nei luoghi di lavoro, ci si esprime sulle decisioni da prendere e quindi pensiamo che condividere le nostre opinioni sia un nostro diritto democratico.

La mia regola, da un po’ di tempo a questa parte, è che io non condivido la mia opinione se non espressamente richiesto. E anche quando espressamente richiesto spesso trovo un modo per girare il mio parere in una domanda. Può sembrare insensibile. Ma ho impiegato una grande passione per dire: “Non mi interessa”. Questa risposta è shockante per le persone. Ma io voglio ricordare loro che non è il mio lavoro aggiungere un altro parere nella stanza. Il mio lavoro è quello di valutare tutte le opzioni in campo e aiutarli a decidere quale sia il modo migliore di procedere.

Questo non è un semplice di svolgere il lavoro. Ma vi esorto a provarlo. Ho trovato che si tratta di qualcosa di difficile ma anche liberatorio.

Condivisione

Come architetti dell’informazione non possiamo avere successo se cerchiamo di mantenere la proprietà esclusiva sull’ontologia, sulla tassonomia e sulla coreografia. Noi dobbiamo condividere con gli altri attraverso le competenze. Dobbiamo incoraggiare la collaborazione su queste parti come sulla disponibilità di nuove informazioni o su come cambieranno le cose.

Architettura dell’informazione è una pratica importante focalizzata a garantire la resilienza della lingua e delle strutture che scegliamo. Quando cerchiamo di possedere queste cose stiamo organizzando il fallimento dell’architettura dell’informazione.

Invece dobbiamo cercare di condividere l’architettura dell’informazione con quelli con cui lavoriamo.

Dobbiamo insegnare agli altri a prendere in considerazione l’impatto che il linguaggio e la struttura ha sul loro lavoro. Dobbiamo incoraggiare tutti a lavorare con la stessa cura che piace a noi. Solo allora potremo lasciare un segno chiaro nel mondo.

Per lasciare un segno chiaro su questo mondo, dobbiamo essere pronti ad affrontare le difficoltà che derivano dal lavorare con altre persone.

Abby Covert in Conclusione

Riassumendo

  • Diventa il facilitatore, non l’esperto
  • Accetta il disordine
  • Imposta l’architettura dell’informazione come una conversazione
  • Osservare tutti i punti di vista ed essere pronti a mettere da parte la tua opinione
  • Condividi la tua creatività quando si tratta di decisioni importanti sul linguaggio e la struttura

Il consiglio che ho condiviso con voi oggi è semplice, ma richiede una lotta di lunga vita da mettere in pratica. La mia speranza è che se si cerca di mettere in pratica queste semplici idee, si lascerà un segno più chiaro a questo mondo.

Grazie.

Le mie osservazioni

Devo ammettere che ascoltare Abby Covert, ma anche Andrew Hilton e Dan Klyn l’anno scorso, è ed è stato un po’ disarmante. Cioè, Abby Covert, come Hilton e Klyn, hanno lavorato e lavorano, negli Stati Uniti, per delle multinazionali. Loro, insieme a Peter Morville, sono i rappresentanti dell’architettura dell’informazione a livello mondiale, o quanto meno, del mondo occidentale. Ecco, loro ci parlano delle loro difficoltà nell’introdurre i concetti dell’architettura del’informazione. Si pongono le mie stesse domande, incontrano le stesse difficoltà che gli architetti dell’informazione incontrano qui in Italia. Insomma, se un architetto dell’informazione come Abby Covert o Hinton o Klyn trova difficoltà nel farsi capire negli Stati uniti, come potrò io, farmi capire in Italia?

Verrebbe voglia di lasciare tutto e mettermi a lavorare seriamente sul mio orto. Eppure, quando mi metto a progettare un sito, quando un nuovo lettore mi scrive ritenendo l’argomento interessante, quando uno sconosciuto vuole sapere meglio di cosa sto parlando, lo scoramento passa e tutto questo diventa una sfida.

Si tratta di una sfida raccolta con questo blog che ha lo scopo di parlare di architettura dell’informazione secondo la mia lente di osservazione. Mi scuseranno i lettori, specialmente coloro che sono più interessati al connubio architettura dell’informazione e audio se dedicherò altri articoli sull’architettura dell’informazione in quanto tale. La sfida è ampia. Certo non coprirò io il fabbisogno. Ma cercherò di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Non perderò la bussola.

Un arte soggettiva

Abby Covert parla dell’architettura dell’informazione come un arte. Un arte soggettiva. E in effetti l’architettura dell’informazione è una disciplina umanistica.

Gli architetti dell’informazione italiana arrivano da percorsi di studi e di formazione davvero vari. Ci sono antropologi, linguisti, psicologi, architetti, biblioeconomisti. Ciascuno di noi è unico in quello che fa. Il nostro ruolo può essere ricoperto da altri ma il nostro modo di fare, come il nostro modo di essere resta unico e inimitabile.

Tempo e denaro

Siamo abituati al vecchio detto che recita che il tempo è denaro. In molti casi è vero. Ma nel mondo digitale la mentalità del fare, del fare a tutti i costi, porta con se anche grandi frustrazioni.

Portarsi avanti con il lavoro. Magari portarsi avanti con la grafica. Lavorare tutti su un lavoro che sarebbe meglio proceda cadenzato, spesso, fa perdere del tempo e quindi anche del denaro.

Progettare è fare! Progettare prima, permette di non commettere errori dopo è risparmio. Progettare significa risparmiare tempo e anche denaro.

Lo abbiamo già detto in altre occasioni sul blog. Il modo in cui impieghi il tempo è ciò che ti identifica.

Il cambiamento ha un prezzo

Mi è capitato di raccontare ad alcuni piccoli imprenditori cosa sia l’architettura dell’informazione e vedere i loro occhi illuminarsi per le potenzialità che potrebbero avere i loro prodotti e le loro aziende.

Ma nonostante comprendano cosa dovrebbero fare per migliorarsi non lo fanno. Perché? Perché il cambiamento ha un prezzo. Soprattutto ha un prezzo emotivo. Fin quando il proprio modello di business li fa sopravvivere non hanno nessuna intenzione di apportare cambiamenti alla propria azienda.

Chi oggi è in difficoltà è teoricamente in vantaggio. In un sistema sano ci sarebbe da festeggiare. Ma il sistema non è sano.

Essere il facilitatore

Leggo spesso di ricerche di lavoratori con competenze stratosferiche. Esperti che dovrebbero saper fare di tutto. Magari esistono pure, ma aver tutto certificato da un piano di studi mi pare più difficile. Fare tutto da solo non penso sia il modo migliore di trovare soluzioni. Le mie soluzioni sono le migliori per me, non è detto che lo siano anche per gli altri. Per questo come architetto dell’informazione coinvolgo più persone su un progetto.

Il ruolo dell’architetto dell’informazione è quello di facilitare l’esplicazione di bisogni, di concetti, di ruoli e di processi. L’architetto dell’informazione deve praticare con l’altro la maieutica.

ossia il metodo dialogico con cui Socrate, secondo quanto riportato da Platone, portava il suo interlocutore a giungere a una verità in maniera autentica – semplicemente aiutandolo a partorirla.

Essere il filtro

Non esistono dunque gli esperti in senso assoluto. Non esistono i tuttologi. Specialmente sul web si trova sempre qualcuno che ne sa qualcosa in più di te.

L’architetto dell’informazione può essere il filtro, l’anello di congiunzione tra ruoli e utenti diversi. Può essere il collante di un progetto a cui partecipano numerosi attori. Magari si useranno gli stessi strumenti usati da tanti altri. Ma sempre con il proprio stile e la propria umanità.

La perfezione non esiste

La perfezione non esiste. Esiste il caos. Bisogna accettarlo e affrontarlo. Chiarire e strutturare non è semplificare. Chiarire significa aprire uno spazio e rendere esplicito qualcosa che è oscuro e nascosto.

In questa azione di apprendimento e divulgazione spero di fare la mia parte con questo blog.

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Progettare per il futuro

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Progettare per il futuro: “dall’internet delle cose all’internet del cibo” è stato il titolo dell’intervento di Antonella Turchetti al IA Summit 2016 “Lasciare il segno”.

Antonella Turchetti  è un’architetta dell’informazione per noocleoo, un’associazione di professionisti del mondo ICT che aiuta le aziende a realizzare i loro progetti digitali. E per l’occasione ha presentato ortotica, l’internet delle piante.

Ve ne parlo, allontanandomi un po’ dai temi sonori, perché ho ritenuto l’intervento e  il progetto, insieme all’architettura dell’informazione sonora, tra le sfide più aperte dell’architettura dell’informazione stessa.

Ovviamente, alla fine dell’articolo un riferimento sonoro lo troverete. Ma non è il tema di oggi.

Dall’internet delle cose all’internet del cibo

Antonella Turchetti ha presentato il progetto Ortotica, un’interfaccia per il controllo dei campi. Il progetto è stato presentato anche all’EuroIA 2016.

Antonella Turchetti ha anticipato il proprio intervento con queste parole.

In un pianeta sempre più sovrappopolato dove la risorsa più preziosa è la terra, anche noi architetti dell’informazione siamo chiamati a dare il nostro contributo per trovare nuove soluzioni. Da qualche anno in noocleo stiamo lavorando per unire tecnologia, ricerca e comunicazione in un progetto che abbraccia agricoltura di precisione e IoT.

Grazie alla tecnologia dell’informazione, agricoltori e agronomi possono raccogliere dati precisi sui loro campi e utilizzare tale conoscenza per personalizzare e migliorare il modo in cui coltivano. Ma come sappiamo bene noi architetti, i dati da soli non bastano se non sono resi disponibili in una forma significativa e intelligibile che aiuti a prendere le decisioni corrette.

Architettura dell’informazione per l’agricoltura

L’architettura dell’informazione, come ormai sarà chiaro ai lettori di questo blog, non è una disciplina che riguarda esclusivamente l’organizzazione delle informazioni su siti web. I confini del virtuale e del reale sono sempre meno chiari. L’ Onlife si vive nelle città, nelle nostre case invisibili, così come nelle campagne. L’architettura dell’informazione ci attraversa, modella il modo in cui conosciamo il mondo. Lo scopo dell’architettura dell’informazione è quello di aiutare, in mezzo al caos, a capire meglio il mondo.

Antonella Turchetti, insieme al suo gruppo di lavoro in noocleo, ha dimostrato che le sfide dell’architettura dell’informazione sono sempre più ampie. La pervasività dell’architettura dell’informazione può aiutare i campi della conoscenza umana più svariati.

L’architettura dell’informazione per l’agricoltura si prefigge come obiettivo quello di aiutare contadini (che sono persone) e imprenditori dell’agricoltura a migliorare la loro produzione e sfruttare al meglio la loro esperienza.

Sostenibilità

Così come già vi raccontavo nell’articolo precedente, il tema principale e di sottofondo di tutta la UXWeekRome è stato quello della sostenibilità.

Gli agricoltori del presente e del futuro non possono più continuare a produrre senza una approfondita conoscenza della terra. Le condizioni ambientali della terra, di quel che resta, di quel che stiamo lasciando, condizionano i processi di produzione.

L’agricoltura tradizionale non è più efficace ed efficiente come lo era in passato. Le risorse sono sempre più limitate. L’ecosistema naturale è sempre più inquinato e malato.

E’ per questo motivo che sono nate nuove metodologie di produzione agricola come l’agricoltura di precisione, idroponica e l’agricoltura aeroponica.

Senza andare nello specifico accenno le definizioni generali rimandando a fonti più autorevoli per approfondire l’argomento.

Agricoltura di precisione

Oxygen di Enel racconta molto bene cosa sia l’agricoltura di precisione. Nell’articolo si intervista Alessandro Matese, ricercatore al CNR 
(Consiglio Nazionale delle Ricerche) che da questa definizione.

L’agricoltura di precisione è un sistema integrato di metodologie e tecnologie progettato per aumentare la produzione vegetale, la qualità e la produttività di un’azienda agricola. Si basa sull’ ambizione di “fare la cosa giusta, nel posto giusto e al momento giusto, con la giusta quantità”. Rispettando le reali necessità delle piante.

Agricoltura idroponica

L’agricoltura idroponica è l’agricoltura che usa l’acqua come base dove far crescere le piante.

L’idroponica è una tecnica per far crescere le piante fuori dal terreno ( letteralmente! ). In pratica si usano delle vasche in cui le piante vengono immerse per farne sviluppare le radici. Poi queste piante vengono fatte “aggrappare” a uno strato (detto substrato ) naturale e studiato apposta per sorreggerle.

Agricoltura aeroponica

Il ruolo dei designer

connected_farm_illustration_wIn questo nuovo contesto, il ruolo del designer diventa centrale. Il designer diventa lo snodo di congiunzione tra le aziende agricole, fatte da persone, e gli ingegneri che producono gli strumenti di controllo del suolo. La progettazione di interfacce, accessibili e usabili, deve permettere, a chiunque, di leggere l’ecosistema naturale osservato. E di conseguenza deve permettere di portare l’uomo a fare delle scelte per salvaguardare le colture e impedire che vengano fatti eventuali errori.

Come funziona

growbot-controller-big-1021x1024Ortotica è un sistema innovativo basato sul web e in cloud, composto di hardware e software, che permette di automatizzare la gestione e il controllo delle coltivazioni in terra e fuori suolo attraverso Internet. In pratica, attraverso una interfaccia, Ortotica gestisce diverse tipologie di coltivazioni. Per cui, attraverso quello che possiamo chiamare una applicazione, avremo il controllo, in tempo reale, delle condizioni che influenzano la crescita delle piante (temperatura, umidità, ph, ossigeno, acqua, ecc.). Il tutto ha un risvolto economico. Infatti, la precisione del trattamento riduce i costi di produzione e gli sprechi di acqua ed energia.

Sfide aperte

Certo si tratta anche in questo caso di sfide. I vari tipi di agricoltura presentati, in breve, indicano processi all’avanguardia e innovativi. La loro applicazione richiede un cambiamento culturale. Un contadino non inizierà mai di propria iniziativa a coltivare le proprie piante con tecniche di idroponica.

E poi l’ecosistema non è ancora del tutto adeguato. Intanto le infrastrutture. I collegamenti di sensori e stazioni di raccolta dati si trovano spesso in zone non coperte da una connessione internet. E’ necessario assicurare una connettività wireless costante per permettere ai dispositivi di comunicare col server remoto. Le aziende agricole di piccole dimensione, in cerca spesso di un ritorno immediato, un po’ per cultura, un po’ per ragioni prettamente economiche, non sono disposte ad investire in questa direzione.

Infine, il ritmo di adozione delle nuove tecnologie deve rispettare il ritmo naturale della natura. La sperimentazione deve seguire il ritmo della crescita naturale delle piante.

Progettare per il futuro

Il messaggio che io ho percepito e che mi sono portato a casa dall’intervento di Antonella Turchetti è che progettare per il futuro non significa inventarsi cose nuove, cose che non abbiamo visto o immaginarsi a vivere nello spazio come in un film. Progettare per il futuro significa trovare modi migliori di vivere in questo pianeta. L’unico che abbiamo e che dobbiamo salvaguardare.

Progettare per il futuro significa migliorare i processi, ottimizzare le risorse, costruire ecosistemi sostenibili, che possano durare nel tempo, con minimo sforzo economico, di energia e di fatica umana.

Progettare per il futuro significa far tornare al centro l’uomo, sia come agente che produce o che consuma.

Il contesto sonoro per l’agricoltura: una curiosità

Non potevo però concludere questo articolo non ponendo l’attenzione al contesto sonoro dell’agricoltura e dell’agroindustria. Non si tratta di progettazione ma di una semplice curiosità.

Quando si parla di natura e di agricoltura si pensa che il contesto sia silenzioso. Così non è. In natura tanti sono i suoni e il silenzio non c’è.

Nei magazzini di raccolta di grano o di olive, nelle industrie di trasformazione del grano o delle olive sono posizionati intorno ai capannoni impianti sonori.

Da questi impianti vengono trasmessi il canto di uccelli rapaci che tengono lontani passeri, piccioni e uccelli golosissimi di granaglie e olive.

In questo caso non c’è nulla da progettare. Vorrei solo sottolineare come in un contesto dove, per natura, migliaia di uccelli si radunerebbero per mangiare, basta l’introduzione di un suono, in questo caso del canto di un uccello, per modificare il contesto.

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La mia UXWeekRome

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La uxweekrome , la settimana italiana dedicata all’user experience, si è svolta a Roma dal 4 al 12 novembre. Chi mi segue su twitter se ne sarà accorto #IIAS16. Due lunghi e intensi fine settimana dove si è potuto partecipare a workshop e conferenze di altissimo livello.

E’ stata una settimana molto intensa. E sarà che quest’anno avevo gli anticorpi giusti, ma ho potuto assorbire molto meglio l’enorme quantità di impulsi che è arrivato da questi incontri. L’anno scorso alla fine del Summit di Bologna mi ero depresso.  Davvero! Ero andato in over information. Vedevo l’architettura dell’informazione come una disciplina talmente avanzata e lontana all’orizzonte che non pensavo di riuscire a gestirla.

Oggi, a distanza di un anno, molte cose mi sono più chiare. E un anno di maturità professionale sul campo, su questo blog, pensando alle mie start up, mi hanno fortificato.

I lettori del blog

Grazie agli analytcs so che mi leggete e mi seguite. Anche in tanti, devo dire, per un settore di nicchia come l’architettura dell’informazione sonora. Il blog cresce, le letture sono approfondite e in molti ritornano. Il summit di quest’anno, però, mi ha permesso di incontrare alcuni di voi che si trovavano, come me, alla UXWeekRome. Che dire, ancora una volta, grazie! Guardarvi negli occhi, sentire cosa pensate di questo blog e dei miei articoli, mi ha fatto molto piacere. Sapere che le mie connessioni vi spingono ad altre riflessioni mi ripaga di tutto il lavoro fatto fin qui. Grazie di cuore!

La mia #uxweekrome

Molti degli impulsi che mi sono giunti da questa settimana diventeranno presto delle lezioni e delle presentazioni, per cui dovrete aspettare per la loro pubblicazione. E così, nell’attesa, vi parlerò della mia uxweekrome, di come ho vissuto io l’avventura di quest’anno.

Co-design Jam

Dal 4 al 6 novembre si è svolta la codesign jam e il tema di quest’anno è stata la Sostenibilità.

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L’ONU propone gli obiettivi di sviluppo sostenibile . Come potete vedere qui di seguito non si tratta solo di ambiente e di riciclaggio. La Sostenibilità riguarda ormai tutto e tutti: azzeramento della povertà, istruzione, pace e giustizia, riduzione dell’ineguaglianze, lavoro e crescita sostenibile. Il nostro sviluppo se non sarà sostenibile non ci porterà da nessuna parte.english_sdg_17goals_poster_all_languages_with_un_emblem_1

A tal proposito sto iniziando a lavorare alla sostenibilità di questo blog e alcuni spunti saranno applicati al blog stesso nel 2017.

I gruppi di lavoro

Quest’anno ho fatto parte di un gruppo molto bello. Io, Luigi, Imma e Alessandra abbiamo trovato un buon equilibrio di gruppo. C’è stato un ottimo feeling, tanto da far dire a Luigi che quello sarebbe il miglior modo di lavorare anche nel lavoro di tutti i giorni. Infatti, la realtà è che l’user experience design porta a capovolgere la metodologia di lavoro più diffusa. Il committente, che sia il tuo capo o il cliente, non vuole rinunciare al suo ruolo autoritario. Della serie “A me piace così e lo fai così!”. Progettare insieme significa portare avanti un progetto ascoltando tutti, partendo dai bisogni e dagli utenti. Se si sbaglia e si dovrà ricominciare, lo si fa,  non perché al capo non piace, ma perché all’utente non funziona.

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I 4 gruppi che si sono formati sono partiti da qualcosa che somigliava ad un libro che fluttuava nell’aria. Qualcuno lo ha inteso come riutilizzo di materiali, altri come condivisione dei libri, altri ancora come creazione di giochi interculturali attraverso materiale di riciclo.

15094973_1250865668311545_6619708149615925710_nNon so se nascerà qualcos’altro da questa esperienza. Il bello di tutto questo è comunque incontrarsi e confrontarsi con gli altri. Non sempre qualcuno vuole continuare un rapporto che nasce da un momento trascorso insieme. Ma è comunque una esperienza da vivere e da ripetere nel tempo. Qualcosa e qualcuno rimane, però.

famocoseEntrare nel gruppo giusto è questione di fortuna. Uscire dalla co-design jam più ricchi e creativi è questione personale. Intanto mi porto a casa la verifica del metodo e l’applicazione su altri progetti. Mi piace ascoltare gli altri. E fin quando sarò capace di confrontarmi so che potrò crescere.

Il WUD – World Usability Day 2016

15056513_1250892281624150_8955397481335132558_nAnche il WUD, il World Usability Day,  ha avuto come tema la Sostenibilità.

Gli interventi sono stati molto variegati. Peccato che qualcuno sia caduto nell’auto-promozione. Ma capita. Io un paio di contenuti interessanti me li sono portati a casa e questo può bastare. Se non altro ho incontrato tante persone interessanti. Parlato con altre persone che condividono il mio percorso e i miei interessi. E questo è quel che conta.14963390_1770263499862627_8894588246086577104_n

Abby Covert – Architettura dell’informazione per tutti

Ho seguito poi il workshop di Abby Covert.

No matter what your job or mission in life: if you are working with other people you are dealing with information architecture. Information Architecture is the way that we arrange the parts of something to make it understandable. Whether it is determining the labels for your products and services or creating navigational systems to help users move through a complex ecosystem of marketing channels, everybody architects information.
The concepts one has to understand to practice information architecture thoughtfully are not hard to learn or based on expensive tools. In fact they are tools and concepts we at the Information Architecture Institute think everybody should know. This workshop is meant to introduce the concepts of IA and give you confidence in practicing IA yourself.

Un gran bel ripasso sull’architettura dell’informazione e un ottimo momento di crescita. Abby parte dal presupposto che tutti siamo o dovremmo essere architetti dell’informazione. E in effetti è così. Chiunque organizza, cataloga, mette ordine, è già in buona parte architetto dell’informazione. Magari in tanti lo fanno empiricamente, senza avere la formazione o senza l’uso degli strumenti adatti. Ma lo è.

Il ripasso fa bene.

Lasciare il segno

Il summit è stato ricco. Anzi ricchissimo. Abby Covert come introduzione, Andrea Resmini e Annamaria Testa nel mezzo e Jeorge Arango come finale. Forse questi nomi vi dicono poco. Ma per gli addetti ai lavori questo significa “tanta roba”. E tutti gli altri interventi sono stati all’altezza della situazione e non certo un riempitivo. Anzi.

La mia sensazione a pelle è che comunque questi 10 anni di Summit non sono certo un traguardo. Sono solo, purtroppo, un punto di partenza. In questi 10 anni l’architettura dell’informazione avrebbe dovuto affermarsi in tanti ambiti del nostro Paese. La professione dell’architetto dell’informazione dovrebbe essere diffusa e presente nella stragrande maggioranza delle aziende e delle start up italiane. Se non altro avrebbe dovuto affermarsi, con forza, almeno in tutte le redazione dei maggiori editori italiani. Così non è. La pubblica amministrazione sta cominciando adesso ad assumere i primi architetti dell’informazione. Non sappiamo secondo quali principi. Si richiede esperienza certificata e dimostrabile di 5 anni, in alcuni casi, o di 10 anni. Ma non esistono certificazioni italiane così in dietro negli anni. Chi ha 10 anni di esperienza nel settore, o è già affermato e fa altro, o viene dagli Stati Uniti. Staremo a vedere.

summit-finaleIl mondo dell’informazione e della comunicazione, così come è cambiato in questi ultimi anni, ha bisogno e richiede questa figura professionale. Chi sta a capo di questo mondo, purtroppo, al momento, non sa che esistiamo e non comprende cosa facciamo.

L’ hashtag, coniato da Andrea Resmini , #Daje, che ha concluso il suo intervento, dice tante cose. A me viene da rispondere “Eccomi! Io ci sono!”

Relazioni

a-tavolaPer me il Summit dell’architettura dell’informazione è stato il summit delle relazioni. Ed ha lasciato il segno, almeno a me. Purtroppo la logistica di Roma, della bella e meravigliosa location di quest’anno, non ha permesso un grande scambio di relazioni tra la comunità intera. L’anno scorso a Bologna il summit si era svolto tutto in un solo luogo, dove si dormiva anche. In questo modo si era vissuta maggiormente la comunità. Ad ogni modo, a Roma, dove si sono creati i punti di incontro, questi sono stati, certamente, molto intensi.

Nei momenti di convivialità ci sono state discussioni molto profonde tra belle persone.

E poi ho rivisto e abbracciato gli amici di una comunità di pratica ricca di entusiasmo e godereccia. Gente bella, pulita, che si vede, magari una volta l’anno, ma che quando si incontra fa sempre una festa.

Il trofeo

foto-storicaCome avrete capito mi sono portato a casa più di qualche informazione e molto più di quello che può essere la formazione. Porto con me l’energia per un nuovo anno. La necessità e la voglia di divulgare ancor di più la disciplina. E porto con me un trofeo. La foto scattata da Marco Tagliavacche che ritrae Jason Ulaszek, Jeoge Arango, Andrea Resmini, Stefano Bussolon, Luca Rosati e me, con Paola Avesani in adorazione per questi mostri sacri. Un trofeo. Una foto storica.

La sicilia e l’architettura dell’informazione

Tra le relazioni di quest’anno ci sono stati gli incontri con i siciliani. Quest’anno numerosi al summit. Ciascuno vive la propria relazione con l’user experience e l’architettura dell’informazione da solo nella propria città. Ma pare che ci sia fermento. Voglia di connettersi. Qualcosa si muove. La Sicilia è sempre stata laboratorio di innovazione. Sono quasi certo che questa comunità di pionieri potrebbe diventare qualcosa di importante. La nostra sicilianitudine potrebbe portare con se un forte spirito di competizione per affrontare nuovi esperimenti. Io ci sono. Si può fare!

La sfida è lanciata. Le prospettive sono tante. Le opportunità stanno per arrivare.

Insomma.

Daje!

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Parole che lasciano il segno

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Lasciare il segno è stato il titolo del X Summit italiano dell’architettura dell’informazione. Questo è un post programmato, che scrivo, in buona parte, pochi giorni prima dal Summit. Datemi il tempo di interiorizzare l’intensa settimana appena trascorsa e scriverò le mie impressioni.

Pensando al tema, “Lasciare il segno” mi sono venute in mente tante strade da percorrere. Mi sono venute in mente tutte le persone che hanno lasciato un segno senza scrivere, ma semplicemente parlando, creando comunità. Sarebbe bello ospitare sul blog esperti di Socrate, per esempio, ma andrei troppo lontano dal tema e dalle mie competenze e soprattutto andremmo su argomenti che altri tratterebbero meglio di me.

Voglio restare, invece, sul più concreto (terra terra) e parlare delle cose che conosco. In particolar modo, oggi, vi parlo di un qualcosa che riguarda la mia terra. La Sicilia. Il dialetto siciliano.

Detti popolari siciliani sulla parola

In Sicilia si è sempre dato un valore alla parola come al silenzio. Perché il silenzio è d’oro. Come si dice in tutta italia. E la parola è d’argento, o peggio ancora, di piombo. Le parole vanno soppesate. Una parola è poca e due sono troppe, una parola è picca e dui su assai. E in effetti, la miglior parola è quella che non si dice “A megghiù parola è chidda chi un si dici“.

Però senza parlare non si può stare. In fondo, la testa che non parla si chiama Zucca, testa c’un parra si chiama cucuzza. E allora, ci viene in soccorso un consiglio. Prima di parlare mastica le parole. Prima di parlari mastica li paroli.  Rifletti bene sulle parole che stai dicendo. Che le parole non escano così come sono pensate, istintivamente. La parola come il cibo va mastica bene. Le parole vanno pensate, ma pensate anche con il cuore Quannu la lingua voli parrari, divi prima a lu cori dimannari. Chiedere al cuore cosa dire.

Perché poi la parola è utile. Lo sappiamo. Il saper parlare ti porta lontano.  E chi sa parlare, chi ha lingua, chi ha una buona favella) ha tutti i mezzi per attraversare anche il mare. Cu avi lingua passa ‘u mari.

Che la parola deve aiutarci e deve aiutare. Soprattutto quando si tratta di relazioni. All’amico, all’amico sincero parla con chiarezza. A lu tò amicu veru parraci chiaru. Perché la chiarezza e la sincerità portano con se la Fiducia.

Parole che lasciano il segno

Perché la parola, se detta in un certo modo, lascia il segno. Mia nonna, sosteneva di certi uomini che “parranu moddu e ‘mpiccicanu ruru” “parlano molle e colpiscono duro”. Lo diceva di persone suadenti, che parlano anche con garbo e con suono soave ma che dietro al modo c’era e c’è tanta cattiveria, tanto che le parole fanno male. E non certo per chiarezza, ma proprio per cattiveria. E si fa presto a dire che le parole non fanno buchi e non feriscono. I paroli nun fannu pirtusa. Perché le parole possono far male e, infatti, anche se la lingua non ha ossa … rompe le ossa, A lingua nunn’avi ossa … ma rumpi l’ossa. Ricordiamolo.

A queste persone non si risponde a tono, come spesso si dice. Anzi. Una risposta buona data a cattive parole vale molto e non costa niente. Assai vali e pocu costa a malu parlari bona risposta.

Che lo stile non è acqua e a buon intenditore poche parole.

Che però non si cada nel luogo comune…

Che non si cada nel luogo comune di una Sicilia mafiosa e omertosa, come rappresentata televisivamente ancora oggi. Che la Mafia c’è, esiste ed è tra di noi.

Ma a ben guardare, pur di parlare e di esprimere la propria Libertà, in Sicilia, per la parola, si muore. Che ben vedere, l’elenco degli uomini liberi è assai lungo.

Un discorso che ha certamente lasciato il segno è quello di Paolo Borsellino. Vi lascio al suo ascolto o al suo riascolto.

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Le case invisibili. Le case che siamo

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Le case invisibili  sono le nostre case attraversate da una connessione; sono le case costruite attraverso software di costruzione architettonica; sono le case che gli immigrati portano con se, nei propri cellulari, nelle immagini di luoghi e di spazi che non esistono più, distrutti dalla guerra o dall’abbandono.

Le case invisibili sono il capitolo di un libro “Le case che siamo” di Luca Molinari, professore Associato di Storia dell’architettura contemporanea presso la Seconda Facoltà di Architettura “Luigi Vanvitelli” di Napoli.

Le case che siamo

Luca Molinari, nel suo libretto, fa un excursus sulle varie case che sono esistite durante la Storia dell’Architettura. Ci sono state le case solide, dominanti, sacre e trasparenti. Ci sono state le immagini delle case, le case democratiche e quelle senza radici. E poi ci sono le case che stiamo vivendo oggi. Appunto. Le case invisibili.

In ciascuna casa che abitiamo, Luca Molinari spiega che avviene uno scambio, tra noi e lo spazio abitato. Ciascuno di noi modifica lo spazio secondo i propri bisogni. Ma nello stesso tempo la casa, l’architettura della casa, influenza chi abita lo spazio.

Il concetto di casa si è modificato nel tempo. Il modo come abbiamo abitato le case ha subito mutamente culturali. Il concetto di casa è un concetto mobile, sul quale Molinari invita a riflettere e a ragionare per capire il tempo che stiamo vivendo e quale futuro ci aspetta.

Architettura e Architettura dell’informazione

Il libro mi è molto piaciuto e in particolar modo il capitolo sulle case invisibili di cui riporto i passi che ritengo più interessanti per l’architettura dell’informazione.

I confini, i limiti, gli spazi, i luoghi e i non luoghi, tutti concetti dell’architettura e dell’urbanistica, sono oggi concetti permeabili. Si tratta di concetti attraversati e attraversabili da informazioni, da onde magnetiche e sonore che rendono persino un muro fisico qualcosa di invisibile.

La casa rifugio, solida, che difendeva dai nemici si è trasformata in una casa attraversata dal wifi. Il wifi apre porte e muri. Il wifi, rende spazi, che un tempo erano intimi e inavvicinabili (se non specificatamente invitati), spazi pubblici e aperti.

Lo spazio, dunque, non è più (solo) spazio fisico, ma è anche spazio digitale, spazio informativo. La sua organizzazione non può dipendere solo dal movimento fisico ma anche dalle informazioni che lo modificano. La casa non è (solo) parte del sistema ma rientra nell’ecosistema digitale. Ne avevo pure parlato nell’articolo sull’ Onlife manifesto.

Ed è qui che l’architettura dell’informazione entra nella vita di tutti in maniera pervasiva.

Dal prodotto all’ambiente

Federico Badaloni, nel suo libro Architettura della comunicazione, sottolinea come persino il prodotto connesso, a cui viene dato un indirizzo IP, delle coordinate, diventi luogo.

La pervasività della rete rende sempre più labili i confini degli oggetti, dei software e l’intera realtà connessa appare connotata più dalle possibilità che ci offre che  dai limiti fisici nei quali queste possibilità accadono.

Un prodotto diventa luogo, o addirittura ambiente, quando è tanto vasto da contenere al suo interno diversi luoghi.

Le case invisibili

La nostra stanzialità oggi ha subito trasformazioni notevoli. Cosa significa essere stanziali? Fermi in un luogo? Il concetto di rete ha del tutto eliminato il concetto di periferia. Il concetto di mobile ha del tutto eliminato il concetto di stabile.

Non è più il luogo, lo spazio o la mia posizione su questa terra, a definire il mio essere o le mie prospettive future.

Oggi è il tempo, l’uso che faccio del tempo, a definire chi sono.

Il tempo è sempre più la variabile che cambia la nostra prospettiva sul mondo.

Basta una connessione e un clic per viaggiare in altri luoghi, in altri spazi, in un’altre realtà, in un’altra dimensione, in altri luoghi lontani e astratti. Il tutto avviene in tempo reale, da un momento all’altro.

Tutto ciò condizionerà il modo in cui il nostro corpo, i sensi e le azioni a essi collegati abiteranno lo spazio reale. Con l’introduzione del wi-fi è già cambiata l’idea di casa futura che si era consolidata lungo il Novecento.

Il concetto di privacy è sempre più labile. Siamo sempre più disposti a cederne un pezzo in cambio di un servizio, più o meno illusorio.

La costante connessione alle applicazioni trasforma la casa in uno spazio attraversato sempre più da flussi di relazioni e informazioni, che, possiamo dire, abitano gli spazi insieme a noi.

Lo spazio sonoro

La casa è attraversata anche da suoni. Si tratta di notifiche, squilli, richiami, chat vocali, messaggi. Tutti suoni che hanno un significato. Suoni che distinguono chi chiama, la proprietà del dispositivo che suona, quale applicazione all’interno del dispositivo si è avviata, e ci richiama in un altro luogo. Questi suoni sono poi la punta dell’iceberg degli assistenti vocali che piano piano entreranno nelle nostre case.

Ogni clic, ding, clop, drill, sbeng, ring che risuona nel mezzo della notte, durante una cena, in bagno o durante la prima colazione ci ricorda che non siamo soli tra quelle mura e che il mondo fuori, in realtà, è dentro ogni gesto, un tempo gelosamente riservato a chi era parte dell’ambiente familiare. Non solo, la connessione ci consente di osservare e vivere le vite degli altri che moltiplicano all’infinito ambienti abitati. Oggetti, emozioni, viste e paesaggi rendono la nostra casa un frammento di una iperabitazione globale abitata da milioni di persone. Quelli che prima erano i paesaggi domestici in cui si entrava solo invitati, la soglia chiara tra interno ed esterno, oggi sembrano essere definitivamente saltati per lasciare spazio a un universo di case che si ricompone giorno per giorno, come in Minecraft.

Minecraft è un gioco d’avventura dove puoi esplorare i mondi, le case, gli spazi costruiti dagli altri o costruire tu stesso il tuo reame.

La soglia

Il concetto di soglia mi ha sempre affascinato. Un tempo concetto chiaro tra interno ed esterno, tra un mondo e un altro mondo, tra la realtà e un’altra dimensione. La soglia era un limite anche sacro.

I latini sostenevano che il viaggio più lungo fosse la soglia di casa. Una frase che mi ha sempre accompagnato nelle mie migrazioni e spostamenti. Era il primo passo che si deve affrontare ancor prima del lungo viaggio. Perché in un passo, in un gesto apparentemente semplice, nell’attraversamento di un limite, nel breve viaggio di una linea sottile, c’è tutto il tempo e l’esperienza di una decisione.

Progettare l’esperienza

Munari scrive

In un mondo in cui potenzialmente abbiamo tutto, vale di piú l’esperienza che il possesso immediato. E questo certo ci porta ad avvicinare la maggior parte delle simulazioni analoghe a un’idea di casa ideale.
L’idea che tutto possa essere raccolto e protetto in una cloud, una nuvoletta diffusa e invisibile, ha la capacità di annullare la distanza tra la casa e l’ufficio. Ci fa sentire tutti piú nomadi e liberi ma insieme impone la modifica dei luoghi che abitiamo.

Permettere che questa esperienza sia lasciata al caso non è più accettabile.

Connessi, presenti, umani

Federico Badaloni, nel paragrafo “Connessi, presenti, umani” continua a scrivere.

Le persone che si trovano nello stesso posto e nello stesso momento insieme, nel mondo fisico, possono interagire fra loro e con il contesto dandogli la forma e il significato che ritengono più funzionale alla loro relazione in quelle circostanze.

E’ attraverso l’interazione che due o più persone creano legami fra di loro con l’ambiente circostante.

E’ l’esperienza di una relazione che “dà senso”, cioè da significato.

Se in un ambiente fisico la precondizione della compresenza è l’esistenza dell’ambiente stesso, in un ambiente digitale la precondizione per essere “presenti insieme” è la connessione.

La qualità di questa connessione influenza profondamente l’ambiente all’interno del quale sarà possibile interagire con gli altri.

Progettare il lavoro, tra pubblico e privato.

Molinari ci ricorda che la casa, grazie ad una connessione, diventa facilmente, anche, ufficio. Privato e pubblico si mischiano e si confondono.

Se ognuno di essi (i luoghi di lavoro) è sotto la nuvola, vuol dire che ogni ambiente è buono e utile per lavorare. E in tal modo viene intaccata la distinzione tra le ore di lavoro e quelle della vita domestica o dello svago. L’effetto, riscontrabile in molte città nord-americane ed europee, è che il lavoro in casa diventa altrettanto alienante e porta molti colletti bianchi-casual a colonizzare bar, locali pubblici, spazi ibridi dotati di un’ottima connessione e arredati in modo accogliente e informale, dove è piacevole lavorare stando di fianco a sconosciuti che hanno la stessa esigenza.

In questi spazi si vivono nuove esperienze, nascono nuove relazioni, si muovono nuove emozioni.

La smaterializzazione del mattone

La più grande catena di alberghi al mondo è Airbnb. Con un valore di 30 miliardi di dollari, Airbnb non possiede alberghi e non ha mai costruito una casa. Prima di Airbnb c’è la più importante startup del mondo Uber. Uber è  lapiù grande compagnia di trasporto pubblico con un valore di 68 miliardi di dollari e non possiede neppure una macchina. E di certo non ha autisti tra i suoi impiegati.

C’è già chi teorizza che in poco tempo la maggior parte delle persone, soprattutto tra le nuove generazioni, non avrà piú bisogno di case fisse e cercherà di volta in volta spazi flessibili e temporanei in cui fermarsi. Si tratterà di una popolazione abituata alla connettività rapida, alla flessibilità estrema, al distacco dal possesso di oggetti e beni, in sintesi abituata a un modo diverso di abitare e condividere i luoghi.

Più che una teorizzazione a me pare una realtà. Piuttosto si tratta di calcolare la velocità con cui si diffonderà tra di noi.

La casa e i social media

Ma il mondo è ancora più complesso. Non solo perché stratificato su più livelli sociali. Non solo perché rappresentato su più livelli semantici. Ma anche perché ciascun livello subisce una trasformazione continua. E ad una velocità a cui il mondo e la nostra umanità non sono abituati.

Le case che abitiamo e attraversiamo con il corpo e le loro appendici virtuali vivranno una lenta ma radicale metamorfosi sotto la spinta di tutti questi fenomeni che stanno erodendo dall’interno il paesaggio metropolitano contemporaneo. È venuto allora il momento di ragionare su categorie sociali diverse che vadano oltre l’abituale contrapposizione tra abitante stanziale, nomade, turista e homeless, puntando alla costruzione di forme alternative e consapevoli di cittadinanza.

La trasformazione, come ripetuto più volte, ormai da più parti, è culturale non tecnologica.

La figura del cittadino come colui che ha diritti e può costruire solo restando radicato a un luogo e a una casa probabilmente verrà messa in discussione da forme di mobilità che avranno un impatto notevole sui nostri paesaggi domestici. In una condizione di cittadinanza globale prodotta dal fatto che la maggior parte della popolazione mondiale vivrà in ambienti metropolitani diffusi e instabili, la vera sfida politica e culturale sarà quella di crescere pratiche attive di cittadinanza e appartenenza ai luoghi.

La casa del futuro

Di fronte alla crisi dello spazio pubblico tradizionale, l’ambiente domestico ha un potenziale straordinario su cui è importante tornare a riflettere. Un laboratorio fisico e virtuale in cui desideri, paure e differenze possono essere accolte come una risorsa che aiuti a ripensare l’idea stessa di città e di paesaggio umano e naturale per i prossimi decenni.

A questo punto non saprei se la domotica, il controllo della casa connessa e connessa ad una intelligenza artificiale sia avanti o già indietro rispetto al mutamento di cui parla Molinari. Certo è che tra le pieghe del cambiamento tutte queste sfumature esistono.

Alla ricerca della verità

Le case invisibili sono isole che non esistono, alla stessa maniera dell'”Isola che non c’è” di Peter Pan. Ma l’isola che non c’è, c’è o non c’è? Quale sarà la nostra realtà, la nostra Verità? Queste le domande che il professore di filosofia medievale mi poneva durante i miei anni universitari.

La risposta, diceva il mio professore, stava nella Questio Veritate di Tommaso d’Aquino che recitava

« Veritas: Adaequatio intellectus ad rem. Adaequatio rei ad intellectum. Adaequatio intellectus et rei. »

« Verità: Adeguamento dell’intelletto alla cosa. Adeguamento della cosa all’intelletto. Adeguamento dell’intelletto e della cosa. »

Ma ci stiamo allontanando troppo e quindi mi fermo.

Le geografie dell’ascolto

Non posso, però, concludere questo articolo/recensione senza ripensare e riproporre le geografie dell’ascolto. Perché immersi in questo scenario sempre più liquido, in un ecosistema che si allarga e si chiude (allo stesso tempo), le trasformazioni epocali avvengono nel macro come nel micro. Dove lo spazio e il luogo non hanno più una fisicità resta l’uomo e la sua concretezza, il suo essere carne ed ossa. L’uomo resta con i suoi bisogni arcaici, fisiologici e psicologici sempre uguali. Resta il mistero della Vita. Resta la sua voce. Resta lo spazio di un dialogo, di una conversazione.

Per questo motivo l’uomo, oggi, più che mai, deve essere posto al centro della nostra attenzione. Lo spazio di una relazione, la sua voce, la sua capacità di dialogo, la sua esperienza dell’umanità, devono essere curati e preservati.

La sfida è ardua e riguarda tutti.

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IA Summit 2016 – Lasciare il segno

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Il summit dell’architettura dell’informazione 2016, quest’anno, giunge alla sua decima edizione ed ha come titolo Lasciare il segno.

Per chi, tra i miei lettori, non lo sapesse, si tratta di uno dei momenti più importanti dell’anno per chi studia e crede nell’architettura dell’informazione. Il summit si svolge su due giorni, l’11 e il 12 novembre. Un giorno di formazione e un giorno di conferenza dove si ascolta, si studia e si impara.

Per noi architetti dell’informazione è un evento dove poter incontrare i propri simili. Parliamo dei progetti che abbiamo in corso, del tema del summit. Ma parliamo anche di prospettive. I miei post sull’etica, per esempio, sono nati dagli spunti ricevuti durante le chiacchierate al summit precedente.

Per chi non è già all’interno della disciplina, invece, potrebbe essere un modo per avvicinarsi all’architettura dell’informazione. Qui è possibile conoscere coloro che vogliono progettare un web migliore, sempre più a misura d’Uomo e  che vogliono progettare il futuro, in Italia.

Di seguito il mio video (non ufficiale) che mostra cosa è stato fatto nei precedenti summit.

IA Summit 2016 – Lasciare il segno

Il tema

Progettare prodotti, servizi o sistemi complessi significa lasciare un segno. Un segno che può avere un impatto memorabile o trascurabile sul mondo, sul mercato, sulla comunità di pratica o su te stesso. Dove c’è un impatto c’è anche un cambiamento, frutto di scelte progettuali e partecipative, come quelle che hanno accompagnato Architecta in questi dieci anni.

http://www.iasummit.it/

Il tema è certamente molto affascinante. Lasciare un segno è rivolto al passato, a tutto quello che è stato fatto. Ma, lasciare un segno, è anche un invito a fare meglio, a fare le cose con una prospettiva. Mi vengono in mente le “Memorie di Adriano”, il Romanzo di Marguerite Yourcenar, in cui si legge di come i romani dell’antichità costruivano edifici e monumenti “a futura memoria”, nell’intento costante di lasciare un segno.

Certamente, altri saranno i punti di vista e le ispirazioni che verranno da tutti i partecipanti. Non vedo l’ora di ascoltare il maggior numero di persone possibile!

Se ti trovassi a Roma, in quei giorni, in fondo trovi la mappa dei luoghi del Summit, con i rispettivi luoghi dove poter soggiornare!

Sabato 12 Novembre 2016 – Conferenza

Saremo al Centro Congressi Frentani di Roma, in zona San Lorenzo.

Registrazioni

Saluti dal Board di Architecta

PLENARIA

Clarity in Mark Making – Abby Covert

Coffee break

SALA 1 – Etica, politiche e poetiche del postdigitale – Andrea Resmini

SALA 2 – Progettare per il futuro: dall’internet delle cose all’internet del cibo – Antonella Turchetti

SALA 1 – Tra dire e mostrare – Annamaria Testa

SALA 2 – Changing public service delivery with user centred design (ENG) – Katy Arnold

Pranzo
14:00

SALA 1 – An Undesigned World (ENG) – Jason Ulaszek

SALA 2 – Design sistemico: implicazioni etiche e socio-comportamentali della progettazione e dell’architettura dell’informazione – Clementina Gentile

SALA 1 – I messaggi virali. Appunti per una architettura della comunicazione digitale – Guido Saraceni

SALA 2 – Symbols which include colors (ENG) – Miguel Neiva

Coffee break

PLENARIA – IA per la PA: le Linee Guida di design dei siti web della Pubblica Amministrazione e implicazioni per l’infoarchitettura – Claudio Celeghin |Lightning Talk

PLENARIA – Ux Book Club Brescia – Percorsi di crescita – Sergio Venturetti/Luca Lamera |Lightning Talk

PLENARIA – Leaving a mark (ENG) – Jorge Arango | Keynote di chiusura

Saluti e ringraziamenti

Prossime iniziative, chiusura lavori

Five Minute Madness – Se avete sempre fatto i timidi, questa è la vostra opportunità

 

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Conversazione, assistenza vocale, linguaggio e contesto sociale

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La conversazione è uno dei punti fondamentali dell’interazione fra persone, un atto di socializzazione. La conversazione ci mette in relazione con gli altri e non è fine a se stessa. La conversazione è un atto che mette (anche) in chiaro qual è il nostro posto nella società. Quando conversiamo con gli altri, infatti, scambiamo informazioni. Siamo un nodo nell’immenso grafo della realtà.

Conversazione e assistenza vocale

La scorsa settimana ho approfondito il tema dell’architettura dell’informazione conversazionale.  Cosa ne pensa Peter Morville ed alcune mie osservazioni.

Scrivevo che è difficile per un assistente vocale sostenere una conversazione reale. La conversazione è un atto complesso e come vedremo qui di seguito è sottoposta a numerose regole e variabili che solo un essere umano può comprendere a pieno.

In una conversazione l’assistenza vocale dovrebbe non solo comprendere quello che gli viene detto, cosa che già fa, ma anche il contesto. La macchina dovrebbe mettersi in relazione con noi e con quello che ci circonda. Dovrebbe ascoltare alla lettera ma poi non dovrebbe eseguire i comandi alla lettera.

Non  possiamo semplificare una conversazione nel solo ascolto letterale di quello che viene detto. Ascolto letterale che corrisponde, al momento, all’ascolto di un comando.

La conversazione come sistema di scambio linguistico

Interviste, dibattiti,  cerimonie, conversazioni varie, sono “sistemi di scambio linguistico”. E come tali possono essere osservati e analizzati.

La Treccani definisce la conversazione come

uno scambio verbale tra due o più partecipanti, come tipo di attività socialmente organizzata, prevalentemente di carattere informale e basata sulla lingua parlata. La conversazione, nella sua forma canonica faccia a faccia, è caratterizzata dall’uso del codice verbale, dal mezzo fonico-acustico, dalla sincronia temporale, dal contesto fisico comune e dalla compresenza di parlante e interlocutore/i.

In questa definizione ci sono parole che mi colpiscono e che vorrei sottolineare. Scambio, attività socialmente organizzata, codice verbale, contesto fisico comune, compresenza di parlante e interlocutore/i.

E’ interessante, secondo me, chiedersi. L’assistente vocale è compresente all’utente che ne fa uso?

Connessi, presenti, umani

Federico Badaloni scrive nel suo libro Architettura della comunicazione

E’ attraverso l’interazione, cioè lo scambio di informazioni e di feedback su di esse, che due o più persone, in un o stesso spazio e nello stesso tempo, creano legami fra di loro con l’ambiente circostante.

Tra umani che conversano questo è naturale, ma gli umani non comunicano con le sole parole. Anzi! (Mi sa che ci dobbiamo tornare su questo).

E’ l’esperienza di una relazione che “dà senso”, cioè da significato.

In una conversazione c’è un turno

In una conversazione esiste un turno tra i partecipanti. Diciamo delle regole non scritte che subiscono variazioni. Nell’essere sociale i turni sono parte della nostra convivenza. I turni sono usati per giocare, per distribuire incarichi, regolare il traffico, per servire i clienti. E appunto anche quando parliamo c’è un turno. Se parlassimo tutti in contemporanea non ci capiremmo.

I primi ad occuparsi di queste analisi conversazionali furono Harvey Sacks, Emanuel A. Schegloff e Gail Jefferson. I loro studi furono presentati in un saggio dal titolo “L’organizzazione della presa del turno nella conversazione” del 2000 e scrivevano:

L’organizzazione per turni è un esempio importante di organizzazione sociale, che si può ritrovare in molte altre attività.

Il fatto che esistano dei “turni” suggerisce l’esistenza di una economia, dove i turni stabiliscono l’accesso ad un qualche tipo di valore – e dove si sono messi per allocare questi turni che influenzano la loro distribuzione relativa, come nell’economia.

C’è un contesto

I tre studiosi, presero in esame diverse registrazioni audio naturali e con questo saggio hanno sottolineato la duplice caratteristica della conversazione:

quella di essere indipendente dal contesto e allo stesso tempo essere straordinariamente sensibile al contesto.

L’organizzazione della presa del turno nella conversazione ha una sorta di astrattezza generale e allo stesso tempo un potenziale di particolarizzazione locale

Una conversazione tra individui in contesti diversi può avere significati diversi. Pur tuttavia l’analisi accademica richiedeva e richiede una decontestualizzazione.

Il saggio affronta molti aspetti a cui rimando nella versione cartacea. Anche se non so se sia ancora disponibile. Io lo posseggo come reperto dei miei anni universitari.

In che modo il sistema rende conto dei fatti

Harvey Sacks, Emanuel A. Schegloff e Gail Jefferson hanno individuato delle regole, dei meccanismi, dei fatti.

In una conversazione:
1. il cambiamento dei parlanti si ripete almeno una volta;
2. i parlanti si alternano e parlano uno alla volta;
3. se avviene una sovrapposizione i tempi sono brevi;
4. il passaggio di turno avviene senza pause e sovrapposizioni comunemente;
5. l’ordine della successione dei turni non è stabile, ma varia;
6. la dimensione dei turni non è stabile, ma varia;
7. la lunghezza della conversazione non è data in anticipo;
8. il numero dei partecipanti non è stabilito;
9. la distribuzione dei turni non è specificata in anticipo;
10. il numero dei parlanti può variare;
11. il flusso può essere continuo o discontinuo;
12. il parlante può scegliere chi avrà il prossimo turno o il partecipante può autoselezionarsi;
13. i turni hanno una composizione che varia da una parola o intere frasi;
14. esistono meccanismi di riparazione (repair) per violazioni o errori nella presa del turno.

Analisi senza soluzione

I tre studiosi hanno voluto analizzare la conversazione, perché ritenevano fondamentale conoscerne i meccanismi

Le conversazioni vengono usate in molte ricerche scientifiche e applicate, c’è il rischio che venga usato uno strumento i cui effetti non siano conosciuti.

Ma non viene data soluzione né si arriva ad una conclusione.

Conversazione con l’assistenza vocale

Arriveremo mai a conversare (amabilmente) con un assistente vocale?

Al momento, la risposta mi pare volta più verso il no.  Non solo perché le varianti sono davvero tante, come abbiamo visto.

Ma soprattutto perché in una conversazione si deve instaurare una relazione. E per quanto affezionati al nostro device, o per quanto distopici diventeremo, una relazione con il nostro smartphone è difficile, al momento, da pensare nella realtà. O quanto meno non c’è da augurarselo del tutto.

I risultati raggiunti sono davvero notevoli e non sono da sminuire. Quello che dobbiamo augurarci è di restare tutti con i piedi per terra. Se accettiamo i passi avanti e veloci che ha fatto l’intelligenza artificiale e gli assistenti vocali, possiamo approfittare dei vantaggi che ci offrono, fin da subito.

E le relazioni è bene averle, ancora, attorno ad un tavolo, in una stanza o in una piazza, tra persone fisiche e vere, qualunque siano gli esiti e i risvolti.

P.s.

Per la scrittura di questo articolo ho ripreso un vecchio testo del mio corso di studi universitario – Giglioli, Pier Paolo & Fele, Giolo (a cura di) (2000), Linguaggio e contesto sociale, Bologna, il Mulino.

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Architettura dell’informazione conversazionale

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Peter Morville dedica un post all’Architettura dell’informazione conversazionale e ritiene che con l’aiuto dell’architettura dell’informazione gli assistenti vocali miglioreranno e, aggiungo io, riceveranno la giusta diffusione. Questo non significa che le interfacce vocali sostituiranno o addirittura cancelleranno le interfacce grafiche. Morville è scettico a riguardo. Io sono convinto che per alcuni contesti l’interazione vocale sarà utile e migliorerà la produttività.

Architettura dell’informazione conversazionale

Peter Morville, il padre dell’architettura dell’informazione, racconta di come l’assistenza vocale sia al centro dell’attenzione di un gran numero di persone e di quanto le aziende stiano investendo in questa tecnologia.

Morville lo dice. E’ scettico e proprio perché scettico ha comprato, secondo me, l’assistente vocale più interessante, Amazon Echo. Certo adesso dovrebbe provare Google Home e Google potrebbe ascoltare quanto dice Morville. Ma andiamo con ordine.

Sia la luce

Morville, nell’utilizzare Echo, ha apprezzato le funzioni musicali, che sono le più immediate, Spotify e Music Prime. In aggiunta ad una sveglia se dovesse addormetarsi.

Tuttavia, troppo spesso, la nostra conversazione va in questo modo:

Peter (al buio): “Alexa, accendi la lampada.”
Alexa (accende la lampada): “Va bene.”
Susan (urla dalla cucina): “Cosa?”
Peter (urla di nuovo): “Niente, stavo solo parlando con Alexa.”
Alexa: “Non sono del tutto sicuro su come aiutarti in questo.”
Susan (urla dalla cucina): “Non dimenticare di ringraziare Alexa.”
Alexa: “Mi spiace, non so la risposta.”

In questo dialogo a tre, a me pare importante sottolineare due cose.

  • L’assistente vocale entra in un contesto di cui non fa (ancora) parte.
  • Un assistente vocale ti ascolta alla lettera.

Poi scrive

Il problema più grande di Alexa è che lei mi fa sentire stupido. Alexa mi costringe ad ammettere che non riesco a ricordare il nome di una delle mie canzoni preferite di Vienna Teng.

Su Spotify, posso cercare Vienna Teng, selezionare Warm Strangers, e avviare Harbor senza interruzione. Questa è la magia del Recognition over recall. Ed è difficile da fare con un interfaccia vocale.

Esperienza sonora? Quale esperienza?

Quale esperienza ti fa vivere l’assistente vocale? Evidentemente questa esperienza non è ancora stata progettata. Gli ingegneri non sono tenuti a pensare all’esperienza dell’utente se non per le funzioni proprie di funzionamento, spinti alla soluzione di numerosi problemi. Nessuno al momento si è (ancora) chiesto quale esperienza vive l’utente. O quanto meno nessuno se lo è chiesto in termini di ricerca antropologica e culturale.

Ancora, Morville

Che cosa posso chiedere? Qual è la sintassi corretta?

In teoria la macchina, l’assistente vocale, dovrebbe apprendere dal nostro linguaggio. Ma ad oggi l’assistenza vocale non comprende il contesto di quello che dice l’uomo.

Un assistente vocale non può impegnarsi in una conversazione reale. Sono tante le varianti e le regole (non rispettate) che coinvolgono una conversazione. Ne approfondisco gli aspetti sul post  “Conversazione, assistenza vocale, linguaggio e contesto sociale“.

Così l’onere cognitivo ricade su di noi. Lei ci fa sentire stupidi.

L’onere cognitivo ricade su di noi, sull’essere umano. L’uomo, infatti, si adatta più velocemente della macchina. La capacità di calcolo dei nostri telefonini o di dispositivi come Google Home non sono equiparabili al nostro cervello. E quindi… finisce che siamo noi a studiare lo strumento. Siamo noi che vogliamo capire come funziona, come può funzionare al meglio. Cerchiamo e ricerchiamo l’affordance dell’assistenza vocale.

Progettare un assistente vocale

Peter Morville lancia degli spunti da approfondire. Alcune linee guida che l’architettura dell’informazione sonora e questo blog dovremo seguire e approfondire nel tempo.

Potrebbe essere utile se Alexa avesse una architettura dell’informazione distinguibile. Se potessimo selezionare una categoria come la musica, le notizie, o lo shopping. Potrebbe essere più facile navigare in ogni sottoinsieme di casi d’uso e comandi.

Alexa dovrebbe aiutare a capire e ricordare. Per fare questo Peter Morville invita Alexa a interfacciarsi con Siri (cosa che non è possibile perché nessuno delle due aziende, al momento, lo prevede)  o imitarla per una interazione multimodale (acustico/visivo).

Quando si chiede una canzone a Siri, infatti, l’assistente vocale di Apple risponde proponendo visivamente, sullo schermo dell’iPhone, la canzone presente nell’app iTunes.

Immaginate che cosa potrebbe fare Alexa con un ampio display sulla parete del soggiorno. Mentre ha solo i vantaggi dell’audio (ad esempio, l’utilizzo multi-room, l’accessibilità per i non vedenti), Alexa, senza lo schermo, non può renderci utenti forti. Chiedere non è sufficiente. Deve anche mescolare input e output audiovisivi per consentire una migliore visualizzazione e una migliore ricerca.

Alexa ha bisogno di una architettura delle informazioni multi-canale (cross-channel) che abbracci l’interazione multi-modale.

Cross channel e Multi-Channel e la luce fu!

peter-morville-citPer spiegare la differenza tra Cross channel e multi-channel è necessario riprendere un articolo di Luca Rosati e Andrea Resmini autori del libro ancora attualissimo, Architettura dell’informazione pervasiva. Rosati e Resmini lavorano su questi temi dal 2007.

A me pare che Morville inviti ad una pervasività dell’architettura dell’informazione sempre più spinta. Dove il sonoro e la voce sono e devono essere solo una parte del sistema.

Peter Morville e la sua compagna dopo un mese hanno rinunciato ad Alexa, perché hanno ritenuto difficile l’uso e pensano che Echo debba essere ancora migliorato.

Per ora, i nostri telefoni, tablet e computer portatili offrono una migliore esperienza. Ma io credo che Alexa vedrà presto la luce con un piccolo aiuto da parte dei suoi amici dell’architettura dell’informazione.

Ecosistemi di conversazione

E’ tutto l’anno che scrivo riguardo interfacce e nuove frontiere. E senza nessun assurdo tecno-entusiasmo mi pare che i segnali siano molto forti.

ChatBot

Peter Morville conferma che non si può parlare dell’interazione vocale tra uomo e macchina senza parlare dei servizi di messaggistica, già esistenti e che fanno uso di Intelligenza artificiale (chatbot).

In Italia ancora non sono molto diffusi, ma esistono già assistenti intelligenti che aiutano l’utente che ha delle specifiche necessità. Operator è un chatbot che ti connette con gli esperti per scoprire e comprare ciò che ami.  Magic è un numero di telefono a cui inviare SMS per ricevere tutto quello che vuoi, su richiesta e senza problemi.

Oppure ci sono le intelligenza artificiali con supporto umano come Facebook M.

Morville ricorda anche i chatbot usati dai media, ma questi, già alla loro uscita, hanno creato più fastidio che consenso tra gli utenti. Aumentando, secondo me, lo scetticismo nei confronti di questa tecnologia.

La questione mi pare sempre la stessa. Ossia che in tanti, anzi, in troppi, pensano, o vogliono pensare,  che un chatbot, o un assistente vocale, o l’intelligenza artificiale, possano fare qualsiasi cosa. Così non è.

la chat occuperà una nicchia specializzata nell’ecosistema conversazionale più ampio.

Le buone pratiche di bot e AI: il servizio

Morville porta ad esempio il chatbot CourtBot. Si tratta di un progetto creato dalla Code for America che invia SMS alle persone che devono avere a che fare con il tribunale o la polizia. Il bot ricorda le date del processo, la scadenza per il pagamento delle multe e così via. Il ChatBot rende un servizio.

Ma il bot non fa tutto e non si organizza da solo. Il bot è solo una delle tante parti dell’ecosistema. L’ecosistema è molto più ampio, in un percorso cross e multi channel che coinvolge agenti di polizia, citazioni di carta, il bot stesso, un call center, un sito web e il palazzo di giustizia.

La soddisfazione degli utenti è raggiunto quando le parti si incastrano per creare un intero ecosistema.

Deus ex machina

Interfaccia utente

E’ inevitabile che le forze della tecnologia ci spingano ad usare nuovi strumenti e a vivere diversamente. Ma non vivremo mai in un film. Non dobbiamo affrontare la tecnologia con la Tecnologia ma con la Cultura.

Mentre io credo che la consapevolezza sia tra le forze più dirompenti per plasmare il nostro futuro, non sto trattenendo il fiato per il deus ex machina della super-intelligenza. Consapevolezza e conversazione sono tra le cose più complesse, contestuali, disordinati e incorporati che possiamo conoscere.

L’intelligenza artificiale ha bisogno dell’Architettura dell’informazione

Lo sa Morville, ma lo sa bene ciascun architetto dell’informazione, che l’Uomo crea confusione. Ma se già sappiamo che il Design è una conversazione sappiamo pure che

Per trovare quello che ci serve o per fare le cose, un sito web è un conversatore megliore di qualsiasi bot.

Un linguaggio naturale debole ci farà andare solo lontano. Alexa non capisce il significato o il contesto, così le nostre “conversazioni” richiedono organizzazione, progettazione dello spazio e interazione multimodale.

Un po’ di chiarezza e di realismo

Spesso chi pone dubbi sull’assistenza vocale ne parla in relazione agli assistenti vocali che ha visto al cinema o in televisione, o peggio ancora, nei fumetti.

La colonizzazione dello spazio è sempre stato un mito della cinematografia fantascientifica.  Ma chi paragona le spedizioni spaziali della NASA a quei film?

Paragonare Siri, Cortana, Alexa e tutti gli altri assistenti vocali a Jarvis di Iron Man (un fumetto), a Her o a Deus Ex Machina (film di fantascienza), sarebbe come paragonare la NASA alla flotta stellare di Star Wars, lo Space Shuttle all’ USS Enterprise (NCC-1701) del capitano Kirk di Star Trek.

Allora se vogliamo parlare e capire l’assistenza vocale, i risultati raggiunti, le opportunità e le potenzialità dello strumento, dobbiamo proprio toglierci dalla testa la letteratura, i film e i cartoni animati di fantascienza che fanno riferimento a questa tecnologia.

La realtà è che uno smartphone riesce a fare operazioni straordinarie. La realtà è che, come dice Peter Morville, i nostri telefonini, al momento, fanno quello che pensiamo ci basti. I telefonini soddisfano, oggi, i bisogni della maggior parte delle persone. Ma la realtà è anche che un dispositivo elettronico alto un palmo di mano non riuscirà a sostituire il nostro cervello. Almeno, non nel breve e medio periodo.

Pensiamo che l’assistente vocale non sia  utile perché la maggior parte delle persone ha imparato a chattare, inviare messaggi e telefonare anche mentre guida, (quasi) senza guardare. Il pollice di alcuni ragazzi e ragazze ha una velocità che sfida le leggi dell’ergonomia. Per chi guida sarebbe più logico guidare e basta, oppure usare un vivavoce. Sarebbe più sicuro e produttivo usare un assistente vocale, che seppur lontano dalla Supercar KITT, potrebbe rendere la guida sicura e aiutare comunque in molte attività. Eppure così (ancora) non avviene.

La realtà è che l’esperienza dell’assistenza vocale non è ancora soddisfacente. La realtà è che gli assistenti vocali devono essere migliorati e testati ulteriormente.

E ad Oriente? WeChat

wechatMentre l’occidente vive questo scetticismo diffuso, in Cina l’uso dei bot è cosa abbastanza comune. Ed è guardando a questo mercato che si investe in questo campo. Gli Stati Uniti e l’Occidente sviluppano assistenza vocale, ma non ne fanno uso.

I chatbot stanno influenzando le aziende.

Certo, a differenza dell’internet occidentale, l’Internet cinese è regolamentato e WeChat, in buona sostanza, è una piattaforma di messaggistica. I chatbots che funzionano su WeChat sono più simili ad applicazioni leggere dove è possibile prenotare un dentista o svolgere attività più complesse. Ma gli usi insoliti sono tanti.

Michael Yuan, autore del libro Chatbots: Building Intelligent Bots, spiega come i bot sono percepiti in Cina:

Se si avvia un business in Cina oggi, si creerà un wechat pubblico bot ben prima di avere un sito web.

Sorprendentemente, vi è una nuova generazione di società di contenuti finanziati VC che operano esclusivamente in wechat – non hanno nemmeno i siti web pur essendo valutati decine di milioni di dollari.

Questo non significa che i bot avranno lo stesso successo nel nostro caos occidentale. I fallimenti di Kinect della Xbox o del bot Tay della Microsoft sono notevoli e da tenere ben presenti. Quello che possiamo dire è che

I chatbots sono ancora in grado di fare un’enorme quantità di cose, da semplici conversazioni alla pianificazione e analisi dei contenuti. Il futuro è sulla buona strada!

Ma stiamo andando troppo lontano ed è bene concludere tornando a noi e all’architettura dell’informazione conversazionale.

La singolarità

Peter Morville conclude ricordando che invece della catastrofica estinzione dell’uomo sostituita dall’intelligenza artificiale si potrebbe vivere una nuova era tecnologia grazie all’architettura dell’informazione sonora. Studio del contesto, progettazione dell’esperienza, progettazione cross canale e multisensoriale.

La singolarità potrebbe essere vicina. Che ne pensi Alexa?

Insomma, il nostro futuro sta tutto nella nostra umanità, nella nostra capacità singolare di mettere l’Uomo al centro, nella nostra unicità, nella nostro essere singolare, addirittura singolare-plurale.

Essere consapevoli di questo, certamente, aiuterà ad usare meglio gli strumenti che la tecnologia ci offrirà.

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Google Home

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Google Home è un diffusore acustico a comando vocale. Ossia, un altoparlante ad attivazione vocale. Il diffusore sarà disponibile il 4 novembre negli Stati Uniti e nel mondo anglofono. Per le altre lingue si dovrà aspettare ancora un bel po’, dato che aggiungere una lingua significa riprogrammare il software. La scorsa settimana abbiamo parlato del nome dato da Google al suo assistente vocale rispetto ai concorrenti e sulla scelta della neutralità senza dare una umanità all’assistenza vocale.

Notizie recenti, però, dicono che Google voglia dare un volto a Google Home.

Che cosa è Google Home?

Google Home è un diffusore collegato attraverso Wi-fi dal quale è possibile controllare la propria casa (connessa) e un assistente vocale per chi lo vuole utilizzare. Google Home è un accessorio senza interfaccia. O meglio, la sua interfaccia è l’audio e l’ascolto della voce dell’utente. Senza voce non funziona.  Sul dispositivo l’unica cosa che si può premere è un pulsante per il mute che impedisce di ascoltare e di essere ascoltati.

Come funziona e cosa fa Google Home?

Google Home è principalmente uno speaker wifi, una piccola cassa. Per questo è possibile ascoltare musica, streaming, podcast e tutto l’audio che c’è disponibile sul cloud o sulla rete internet a cui si è collegati.

Al momento del lancio, Google Home funzionerà con le applicazioni tipo YouTube Music, Spotify, Pandora, Google Play Music, TuneIn, e iHeart Radio. Grazie a queste applicazioni e al supporto di Google Assistant, l’intelligenza artificiale di Google, si potrà chiedere di avviare una canzone del proprio cantante preferito e se già si fosse ascoltato una canzone più volte, Assistant  capirà di quale canzone si tratta e la riproporrà. Oppure si può essere  più precisi sul titolo e Google Assistant eseguirà il comando.

Ovviamente i grandi assenti sono i servizi musicali e video di Amazon e Apple. Non sto qui a spiegarlo ma Google sta sfidando proprio Amazon e Apple su un mercato occupato già dai due brand.

Controllo della casa

Ma Google Home è anche di più. Perché può (e vuole) essere il centro di una casa connessa. Il primo centro operativo dell’internet delle cose, l’interfaccia audio con cui si potrà controllare la propria casa.

Google Home, avrà già installato la compatibilità con Nest, SmartThings, Philips Hue, e IFTTT. Questo significa che sarà in grado di controllare i dispositivi selezionati dello Smarthome, attivare le vostre ricette IFTTT e agire su Chromecast.

Grazie a Chromecast, infatti, sarà pure possibile controllare altri diffusori audio. In questo modo con il comando vocale si potrà controllare l’audio multi room di una casa. Ma anche controllare il televisore e tutto ciò che è connesso.

Motore di ricerca

E infine, Google Home è (e resta), anche, un motore di ricerca. Google, infatti, non tradisce la propria missione principale, che è quella di cercare parole per gli utenti, nel modo migliore.

Google Assistant è il suo plus. In pratica, oltre ad una ricerca semplice, del tipo

Consigli su come scegliere un registratore digitale

E’ possibile fare ricerche più complesse. Si potranno fare domande del tipo: “Qual’era la popolazione degli Stati Uniti quando è stata fondata la Nasa?”

Oppure si può simulare una vera e propria conversazione. Se, infatti, state chiedendo informazioni a Google Home riguardo un attore o una attrice, alla fine della risposta, potete continuare il dialogo senza ripetere il nome dell’attore e usare i pronomi. Google Assistant assocerà il “lui” o il “lei” alla persona di cui stavate parlando ed eseguirà ricerche in quel senso.

Come Funziona Google Assistant

Abbiamo detto che Google Assistant è una intelligenza artificiale e su Google Home si potrebbe usare in modo utile. Google ha immaginato una serata tipo di una famiglia che vuole andare al cinema, da soli o con i bambini. Google Assistant potrebbe indicare i film migliore per i più piccoli, fornire informazioni sulle recensioni, indicarti un luogo dove mangiare prima di entrare in sala e guidarti per tutto il percorso senza incontrare traffico.

Ovviamente Google Assistant sarà collegato a tutti i vostri accessori, meglio se facenti parte della gamma Google, ma anche con Google Android Auto.

La nota ufficiale di Google ha spiegato la sua nuova assistenza in questo modo:

“L’assistente è colloquiale – un dialogo a due vie in corso tra l’utente e Google che capisce il tuo mondo e consente di ottenere le cose fatte. Rende facile l’acquisto dei biglietti per il cinema, mentre sei in viaggio, scopre il ristorante migliore per la vostra famiglia, oppure dove mangiare un boccone prima che inizi il film, e poi vi aiuta a guidare fino alla sala. “

Ovviamente usando solo la tua voce.

Per approfondire Google Assistant vi propongo questo articolo.

Google Home vs Amazon Echo

Google Home nasce come diretto avversario di Amazon Echo. Che come spesso ho detto è tra gli assistenti vocali più interessanti dal punto di vista commerciale.

Gli assistenti vocali di Apple e Microsoft aiutano l’utente a fare determinate cose. Ma nella sostanza aiutano ad usare, in un determinato modo, i software di cui fanno parte.

Amazon Echo, oltre ad avere le funzioni di un comune assistente vocale, permette di fare acquisti diretti sullo store Amazon. Puoi acquistare un album mentre è riprodotta una canzone. Oppure acquistare un libro mentre stai ascoltando un programma radio. O ancora acquistare un prodotto che ti viene in mente di comprare, in qualunque momento della giornata. Alexa è la concretizzazione della commessa o del commesso del negozio Amazon. La potenza di Alexa sta nel fatto che non deve richiamare una app terza. Alexa è integrato con l’ecosistema Amazon. E questo funziona, tanto che Echo ha venduto molti dispositivi e  Amazon ha lanciato ulteriori versioni del dispositivo. E così ha iniziato lo sviluppo per altri Paesi oltre gli Stati Uniti.

Google Home vincerà la lotta? Quale futuro?

Fino a questo momento Amazon Echo era stato l’unico assistente vocale che offrisse determinati servizi di acquisto. Adesso invece c’è un nuovo concorrente diretto sullo stesso mercato.

Amazon ha alcuni vantaggi su Google Home. Come dicevo prima, Alexa è integrata con l’ecosistema Amazon, gode della sua stessa fiducia degli utenti. L’assistente vocale Amazon  ha più di 3.000 opzioni che personalizzano la personalità di Alexa. E in più Amazon ha già avviato la compatibilità con altre app esterne, tra le quali Uber.

Google Home, dal canto suo, ha aperto la possibilità a tutti gli sviluppatori per creare opzioni extra. Ma ci vorrà del tempo per equipararsi ad Alexa che certamente non resterà immobile. Almeno teoricamente.

La battaglia è appena cominciata, anche se lentamente. Come riportato da Gartner, la gente potrebbe spendere fino a 2.1 miliardi di dollari per l’acquisto di altoparlanti intelligenti, entro il 2020. E’ comprensibile che non si voglia lasciare scoperto questo mercato.

La stampa italiana

Google Home parla inglese e ci vorrà del tempo prima che parli pure italiano. Come ho detto già nell’introduzione, per permettere a Google Home di parlare una lingua diversa è necessario riprogrammare il software e programmare, di conseguenza, tutta la semantica linguistica. Per Google, probabilmente non sarà difficile, ma si richiedono investimenti che prevedano ritorni almeno equivalenti.

Eppure già in Italia si crea allarmismo e preoccupazione. Panorama si chiede se usare Google Home sia un bene, mentre Wired presenta l’ascolto continuo del dispositivo come un incubo.

Certo, i problemi ci sono. Chi segue il blog li conosce. Qualcosa ho già detto riguardo gli assistenti vocali sul mercato. Che ben venga la discussione su tecnologia ed Etica. Ancora nello specifico su Assistenza vocale ed Etica . Parliamo dello svanire dei confini tra virtuale e reale, come ricordavo parlando dell’Onlife Manifesto.

Ma analizziamo con distacco la tecnologia che ci viene proposta per poterla comprendere. E creare in questo modo consapevolezza sull’uso dello strumento.

Cosa fare con Google Home. Un elenco

Il sito webnews fa un utile elenco delle cose che si possono fare con Google Home

Le cose che si possono fare sono moltissime, trasformando un semplice device da poche decine di euro in un elemento per il controllo completo dell’esperienza tra le mura domestiche:

  • sveglia: si impartiscono le istruzioni e la sveglia viene automaticamente programmata e avviata;
  • timer, per avere un promemoria rapido circa qualcosa che si deve fare entro pochi minuti;
  • calcolatrice: si chiede a Google Home di effettuare un calcolo;
  • agenda: si possono esplorare gli appuntamenti già in calendario o se ne possono aggiungere di nuovi;
  • chiacchiere: si può chiedere a Google Home una barzelletta;
  • dizionario: si possono chiedere informazioni circa specifiche parole ottenendone pronuncia e significato;
  • traduzioni: si può chiedere una traduzione a Google;
  • informazioni e ricerche: se si chiede a Google Home di indicare la distanza tra la Terra e la Luna, la ricerca su Google sarà automatica e la risposta direttamente riprodotta sullo speaker attraverso il sintetizzatore vocale;
  • finanza, per restare aggiornati sugli indici azionari;
  • voli aerei, per avere aggiornamenti sugli orari e sui ritardi;
  • giochi: perché con Google Home si può anche giocare, pur nei limiti di una interazione vocale;
  • IFFTT, ossia impartire ordini sulla base di uno schema IF-THEN: “se esco di casa spegni le luci”;
  • controllo delle luci;
  • guide locali, per avere istruzioni circa orari, numeri di telefono, indirizzi e altre informazioni;
  • notizie, ottenendo aggiornamenti sui temi preferiti;
  • chiedere il meteo;
  • nutrizione, per sapere calorie e altre informazioni sul cibo;
  • podcast, da cercare e riprodurre senza un solo click;
  • lista degli acquisti, per non dimenticare nulla;
  • sport, per avere informazioni continue sulle partite in corso;
  • controllo del termostato, portando avanti un ulteriore controllo domotico sulla casa.
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Siri, Cortana, Alexa, Ok Google?

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Siri, Cortana, Alexa, Ok Google. Non vi pare uno di quei giochi tipo, trova l’intruso? Stiamo parlando dei quattro assistenti vocali più importanti sul mercato. Avete trovato l’intruso? A me pare che l’intruso sia Ok Google.

Una premessa: Google Home

home_hp_noalpha

La notizia della settimana è stata la presentazione da parte di Alphabet di Google Home durante il Made By Google. Tra i vari prodotti Google Home è pensato come un assistente personale gestito da Google Assistant, appunto, lintelligenza artificiale della casa. Nello specifico Home è uno speaker con un microfono integrato che sarà sempre in ascolto. Una sorta di Google Now più avanzato e ora concretizzato in un apparecchio che dà forma fisica e tangibilità a tutti i servizi di casa Google.

Nome proprio di persona o nome comune di cosa?

AGGIORNAMENTO Ho dedicato Dedicherò, spero prima della sua uscita sul mercato il 4 novembre, un articolo a Google Home. Nel frattempo mi preme riflettere sul nome, o meglio sul comando necessario da vocalizzare per attivare Google Home: “Ok Google”

Vi ricordate l’analisi grammaticale della scuola elementare? Una volta c’era il nome proprio di persona o il nome comune di cosa. Con gli assistenti vocali, a cui vengono dati nomi propri di persona si dovrebbe, forse creare una nuova classe grammaticale come il “nome proprio di cosa”.

Apple, Microsoft e Amazon hanno dato dei nomi propri di persona ai loro assistenti vocali. Mentre Google ha fatto una scelta diversa.

Io sono pienamente d’accordo con la scelta effettuata da Google di non dare un nome proprio a Google Assistant. E ritengo, al momento, azzardato dare un nome proprio di persona ad un assistente vocale.

Una questione di genere

Io ci ritorno e insisto. Ma se gli assistenti vocali vengono umanizzati riflettiamo su di essi tutte le questioni etiche e di genere che viviamo. Insomma, non si tratta di un argomento neutro.

Dennis Mortensen, il CEO e co-fondatore di x.ai, che ha costruito un assistente digitale che si può programmare attraverso le mail e organizza le riunioni al vostro posto sostiene che “la prima domanda che dobbiamo porci è: abbiamo scelto di umanizzare l’assistente? Se non lo fai, si chiama Google Now. Non sto dicendo che è meglio o peggio. Se si sceglie di umanizzarlo, poi torniamo inevitabilmente a chiederci quale nome dovrebbe avere”.

Confermo, non si tratta di meglio o peggio, appunto, ma è una questione di cui essere consapevoli.

Personificazione dell’assistente vocale

Apple, Microsoft e Amazon hanno voluto personificare i loro assistenti vocali. Per azionare i rispettivi assistenti vocali si devono chiamare per nome. E il loro nome è un nome femminile.

Si tratta di un immaginario collettivo, una moda, tutta cinematografica e fumettistica.

E’ vero che l’intelligenza artificiale ha fatto passi da gigante. Presto molti lavori meccanici e ripetitivi saranno eseguiti dalle macchine senza l’ausilio dell’uomo.

Come più volte ho detto, l’intelligenza artificiale fa parte della nostra quotidianità senza che ce ne accorgiamo. Di tutto questo io ne sono un entusiastico sostenitore. Il processo di sviluppo è avviato e le potenze di calcolo di cui disponiamo sono molto più veloci di quelle degli anni passati.

Eppure bisogna essere onesti e realistici nelle analisi.

E la realtà è che gli assistenti vocale o le intelligenze artificiali sono ancora lontano dall’essere esseri umani. Semmai sta cambiando e migliorando l’ambiente con cui si vanno a relazionare. Ma questa è un’altra storia.

Siri, Cortana, Alexa, Ok Google. Con chi sto parlando?

cortanaMicrosoft ha scelto di avere un’assistente vocale personalizzata e con un volto. Ma alla fine dei conti, gli ingegneri e gli sviluppatori, si sono posti un bel po’ di problemi.

Cortana è stata sviluppata in base a studi e analisi condotti su Siri, la diretta concorrente di casa Apple. I progettisti sono arrivati alla conclusione che Siri è troppo umana. La voce di Siri è quella di una attrice, una persona vera. E gli utenti che ne fanno uso la trattano come se parlassero ad una persona reale.

Microsoft ha deciso dunque di utilizzare una filosofia diversa e si è impegnata a rompere l’illusione che Cortana fosse una persona, uomo o donna. Non solo, le intenzioni sono quelle di spingere l’utente a pensare che Cortana è parte integrante del prodotto Microsoft.

In un senso più ampio, come indica la relazione pubblicata da Fast Company, Microsoft si è rivolta a una filosofia di design centrata sull’utente e non sull’applicazione. Microsoft ha cercato di capire l’uso che gli utenti fanno dell’assistenza vocale e perché.

Ad ogni modo si parte da ipotesi e presupposti grafico/visivi. Il direttore generale alla progettazione di Microsoft, Kat Holmes, dice

“The assumptions about computing are that our devices are one-on-one with visual interactions. The design discipline is built around those assumptions. They assume that we’re one person all the time,”

Come si chiama la vostra app?

Dare un nome ad una applicazioni è un qualcosa di importante. Il nome può fare la fortuna di una app. Non è detto che sia l’inizio del progetto. Anzi. Spesso e volentieri (giustamente) è l’ultima cosa che viene elaborata.

Lo vogliamo chiamare marketing? Secondo me è di più.

Da un lato, il nome di una applicazione, identifica la vostra applicazione. Chi è o cosa è? Cosa fa? Come verrà utilizzata dall’utente? Cosa vi ha portato a creare quella app? Cosa ne sarà del suo futuro?

Ma dall’altro lato identifica anche voi stessi. Cosa voi pensate della vostra app? Come volete voi che sarà utilizzata? Quale futuro volete dare, voi, all’app?

Insomma, argomento delicato e da indagare. Momento utile anche per mettere un punto alla progettazione. E soprattutto momento importante in cui ascoltare se stessi.

Chi siamo? Cosa facciamo? Dove andiamo?

AGGIORNAMENTO 16 Ottobre 2016

Questa settimana ho chiesto ai miei follower su Twitter

Ed ho avuto due belle risposte esplicative. JeegRobot d’acciaio® @KotetsuJeegu mi ha risposto che la chiamerebbe Franca.


Voleva essere ironico. Ma oltre all’ironia il nome Franca ci dice molte cose sull’applicazione e assistenza vocale come di chi ha deciso il nome. Cosa vi dice?
Personalmente mi dice che si tratta di una applicazione o una assistenza vocale schietta, sincera e leale.

Claudio Chianura si unisce al dialogo e dice che chiamerebbe la propria app o il proprio assistente vocale: Drugo.

La prima cosa che mi viene in mente è il personaggio de Il grande Lebowski e penso ad una applicazione che vivacchia senza troppi problemi.
E Claudio aggiunge … e sopravvive flemmaticamente alla furia insensata dei tempi moderni.

Potreste continuare nei commenti con il nome della vostra app e il significato che date.

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