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L’importanza della noia

Oggi, più che mai, sottovalutiamo l’importanza della noia. In un passo del libro di Sherry Turkle, Insieme ma soli, si parla proprio della noia.

La noia come tempo dell’evoluzione

L’essere umano, nella sua evoluzione ha avuto bisogno e continua ad avere bisogno di momenti di inattività. Questo tempo di noia, nell’età adolescenziale, serve per imparare a pensare in autonomia; in età avanzata l’inattività serve ad allenare la propria introspezione.

Ed invece oggi sentiamo sempre più spesso sentire le persone che vivono una vita stressante. Lavoro, ufficio, aperitivo, incontri di lavoro, vacanze, uscite fuori porta obbligate, costringono singoli e famiglie ad un continuo organizzare il tempo a disposizione.

Neppure una pandemia mondiale e lockdown ripetuti hanno rallentato la vita di molti. Anzi. Per qualcuno è diventato tutto ancor più frenetico.

Il tempo senza vuoto

Tempo che manca sempre nell’arco delle 24 ore giornaliere.

A questo stress si aggiunge quello di figli e bambini. che a volte hanno una vita piena, più dei loro genitori, senza tempo libero, senza tempi morti o di noia. Alcuni amici e conoscenti mi raccontano delle attività dei loro figli come se fossero manager di aziende multinazionali. Lezione di musica, palestra, lezione di lingua straniera, (in epoca precovid tutta l’attività motoria come piscina, calcio). Senza contare poi tutti gli input di smartphone e contatti.

I mantra di questo Tempo e di questa Società sono incalzanti. La competizione comincia già alle scuole primarie, nella scelta della scuola, delle classi e dei compagni. Il tempo è sempre meno per raggiungere gli obiettivi quotidiani, la cultura del successo (del successo ad ogni costo) sempre più impellente.

Il tempo dell’innovazione

Eppure, ci ricordano gli psicologi che la noia è uno stimolo potente. La noia incendia la fantasia e costruisce le risorse emotive interiori.

Una vita stressata e strapiena di cose da fare, senza mai un attimo di pausa e noia, ci impedisce di capire cosa ci accade intorno a discapito nostro e di chi ci sta intorno.

Il tempo della noia, se consapevole, è il tempo dell’innovazione, dell’inventiva, della scoperta.

Ogni tanto annoiatevi.

Insieme ma soli: confessioni sincere

Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, è un libro di Sherry Turkle, sociologa della Scienza e della tecnologia al MIT di Boston, che ho letto durante questa estate 2020.

Difficile sintetizzare il libro che parla, tra le tante cose, di come le persone, soprattutto giovani e ragazzi, si relazionano alle interfacce conversazionali, ai robot e ai vari dispositivi di intrattenimento.

La relazione con le macchine, anche se consapevole, modifica il nostro modo di pensare e di vedere il mondo.

Confessioni sincere

Il libro è davvero denso di spunti e di riflessioni. Inutile sarebbe riprendere concetti e storie che Sherry Turkle già racconta con molta professionalità. il mio consiglio è quello di acquistarlo e leggerlo.

Qui sul blog riprendo solo un paio di capitoli.

  • Confessioni sincere
  • La privacy ha una politica

Siti di confessioni

Sherry Turkle ha trascorso un po’ di tempo a leggere alcuni siti di confessioni. Si tratta di siti dove le persone, in forma anonima, raccontano i propri segreti. In particolare si parla di tradimenti, di amori inconfessabili, pensieri che non si possono dire pubblicamente.

Nel libro si parla di questi siti di confessioni presenti negli Stati Uniti, Ma il fenomeno esiste anche in Italia e i temi sono sempre gli stessi: segreti, tradimenti e tutte le declinazioni dei sette vizi capitali.

All’interno di questi siti possiamo trovare anche pensieri sparsi. Amori perduti, ritrovati, relazioni varie, dialoghi o discussioni tra congiunti, genitori, figli, parenti. Altri usano questi siti per esprimere la propria capacità di satira o per esercitare la propria ironia.

Solitudini in cerca di connessioni

Da quello che scrive Sherry Turkle questi siti sono un po’ più di un diario segreto. Sul proprio diario ciascuno poteva trovare uno valvola di sfogo che restava isolato e segreto, appunto.

Oggi, nell’era della condivisione e dei dispositivi mobili, queste confessioni vengono fatte online. I pensieri pubblicati, infatti, non restano isolati. Anzi. Sia che si scriva come autori, sia che si partecipa come lettori, ciascuno si sente parte di una comunità. Da autore ci si sfoga, da lettore ci si identifica nel dolore o nello sfogo altrui.

Il virtuale è reale

Ma non è tutto rose e fiori. Non ci troviamo dinanzi ad una terapia. Forse qualcuno potrebbe pensarlo. Ma così non è. E quello che diventa pubblico, anche coperto dall’anonimato ci colpisce e ci riguarda come fosse nella realtà.

Ce lo ricorda il decalogo manifesto di Parole o_stili che al primo punto recita

Il virtuale è reale.

Un punto su cui ormai tutti coloro che lavorano nella comunicazione si riconoscono, come racconta Annamaria Testa.

Su un primo punto sono tutti d’accordo: virtuale è reale. Le cose che succedono in rete non si verificano in un universo parallelo e separato dalle vite di tutti noi. La prima conseguenza è che sia le regole dell’interazione nel mondo virtuale, sia le loro conseguenze, non possono essere diverse da quelle che appartengono al mondo materiale. Sembra un’ovvietà ma non tutti lo sanno e molti se ne dimenticano. 

Spazio fisico e spazio virtuale

Tutto questo è chiarito dalla stessa Sherry Turkle che sottolinea e distingue la confessione che avviene in uno spazio fisico da uno spazio virtuale. Si tratta di un equivoco considerare i due spazi in egual misura.

Quando le confessioni avvengono in uno spazio fisico, reale, ci sono le parole e le negoziazioni. Possiamo ricevere dal nostro amico disapprovazione o accettazione. Ma per quanto dura da digerire, in una relazione umana sappiamo che l’altro può tenere a noi, tanto che abbiamo deciso di confessarci. Per cui anche la disapprovazione, è accettata, tanto più che conosciamo anche noi la fonte di questa critica.

Insomma, nelle confessioni di persona, per quanto il nostro interlocutore può essere rude, se lo abbiamo scelto per parlare, avrà sempre cura di noi. Nelle confessioni online, forse si riesce persino ad essere più sinceri, ma dall’altra parte la cura per la confessione e per la persona non esistono. Se ci può essere chi identificandosi in noi cercherà di capire e di immedesimarsi in quella confessione, ci sarà una massa di commenti e di opinioni che arriverà come una valanga e colpirà nell’intimo la persona che si è confessata.

La crudeltà degli estranei

I commenti, infatti, per quanto possiamo abituarci ci colpiscono emotivamente. E se da dietro uno schermo è stato più facile trovare una profonda intimità, da dietro lo stesso schermo siamo più vulnerabili. Appunto perché soli e la comunità non ci salverà.

L’anonimato, che permette la facilità di confessione non ci protegge dall’investimento emotivo.

Tanto più che dai racconti raccolti da Sherry Turkle si apprende che le persone sono maggiormente propense a scrivere online le loro confessioni quando sono depresse. Cosa che accade sempre più spesso.

I commenti non sono, dunque, sempre consolatori. Anzi feriscono e ci turbano.

Lo scrivere online conduce le persone a pensare di raccontare le proprie storie a persone che le amano, che gli vogliono bene, che ne hanno cura. Così non è. Ed è difficile difenderci dalla crudeltà degli estranei.

Raccontiamo le nostre storie, le nostre solitudini, le nostre frustrazioni. A volte persino i nostri più reconditi segreti, sperando che più forte sia il sentimento espresso più ci sia intimità con i nostri destinatari anonimi. L’internet ci da la possibilità di ricevere risposte multiple e partecipate. In parte è vero. Ma nello stesso tempo ci mette davanti alla crudeltà delle persone.

Chiacchiere senza emozioni

I giovani, parliamo di giovani statunitensi, ma probabilmente lo possiamo vedere anche tra i nostri giovani, prediligono sfogarsi su internet, sui social, esprimono la loro rabbia, i propri desideri, il proprio stile di vita. Preferiscono farlo davanti a perfetti sconosciuti. E in questo anche la confessione verso un robot non crea nessuna sorpresa.

La confessione o lo sfogo, in questo senso, se da un lato butta fuori un sentimento o una esperienza negativa, dall’altro lato, non richiede nessuno sforzo emotivo nei confronti degli altri. Nessuna scusa, nessuna ammenda, nessuna soggezione.

Su facebook ci si scusa molto, ma queste scuse restano online. Senza mai trovare vita nella realtà. Chi si confessa online crede di aver assolto al proprio dovere.

Parlare con le persone e parlare con un bot

Parlare è sicuramente un’ azione terapeutica. Lo sanno bene gli psicologi che del dialogo psicoterapeutico ne hanno fatto una professione. Se esprimiamo ed espelliamo i cattivi sentimenti, questi diventano meno tossici e più gestibili emotivamente.

Sherly Turkle sottolinea come nel tempo le persone si stanno abituando a parlare, nell’anonimato, a dei lettori sconosciuti, a confessare e sfogare le proprie emozioni pubblicamente, in maniera impersonale. Allo stesso tempo, le stesse persone cominciano a parlare tranquillamente con i bot. E questo perché in fondo, parlare con un bot assolve alla stessa funzione di far buttare fuori qualcosa.

Ma le due azioni, se nella realtà, sono completamente diverse, come abbiamo già detto, su internet si confondono.

Qualcosa che è meno di una conversazione comincia a sembrare una conversazione.

Tanto che dare sfogo ai sentimenti sta diventando la stessa cosa che condividerli.

C’è la possibilità, o il pericolo secondo altri, che chiacchierare con degli sconosciuti possa far sembrare bot e agenti online una bella compagnia. E c’è la possibilità che la compagnia dei bot online faccia apprezzare quella degli sconosciuti. Chiediamo meno alle persone e più dalla tecnologia.

Vulnerabili

Davvero costruiamo tecnologie che ci lasciano vulnerabili in modi nuovi?

Le parole e le persone che esprimono la loro opinione sui nostri sentimenti restano separati. E non solo perché la cattiveria esiste. E non solo perché ci si rivolge a gente anonima. Questo accade persino nelle bolle di cui facciamo parte. Accade anche sulle nostre bacheche, tra i nostri amici sui gruppi social o nelle comunità digitali di cui facciamo parte.

La risposta ad ogni nostra parola è ampia, ma solo chi ci conosce davvero ci parla come in presenza. Tutti gli altri ti daranno addosso senza nessun ritegno.

Il flaming

Chi non mai è stato vittima o partecipe ad una lite online? Chi non ha mai lanciato una provocazione, scritto un pensiero più estremista, o un po’ più sconclusionato del solito?

Sarà capitato a tutti di dover leggere la rabbia di qualche sconosciuto o di un conoscente che non prova a capire la persona, o come si è arrivati a scrivere quelle frasi. Ciascuno risponde, non in base all’altro, ma in base al proprio stato d’animo, in base al rapporto che ha con la sua realtà (che potrebbe essere all’opposto del commento) e/o in base al rapporto che ha con l’internet. E chi scrive cose oltraggiose non deve per forza essere anonimo. Molto spesso le persone minacciano o affermano frasi illegali, con il proprio nome e cognome.

Sui social vediamo, leggiamo e partecipiamo a scontri che si inaspriscono, spesso senza un valido motivo o senza un motivo apparente. Se scoppia un flaming (la fiammata, la lite online), spesso è perché manca una presenza fisica in grado di esercitare un’azione moderatrice e un chiarimento immediato.

Basta una parola infelice, un’ ironia incompresa, una battuta ritenuta più offensiva di quello che realmente era, una ripetizione fastidiosa, per far scoppiare una rissa virtuale, che, ripetiamo, ferisce emotivamente tutti i partecipanti come se fosse reale.

Emozioni e relazioni

Conosciamo bene tutti queste dinamiche. Sappiamo tutti che possiamo essere vittime o carnefici di questo meccanismo. Siamo un po’ tutti consapevoli che noi e i nostri amici possono essere coivolti in una litigiosità immotivata. Dovremmo solo per questo rinunciare ai social?

A quanto pare no. Tutti continuiamo a frequentare questi spazi virtuali.

Le persone tirano fuori il proprio privato e mettono la loro infelicità sul sito. Per questo motivo il mondo online è impregnato di emozione.

Sherry Turkle continua

Non a caso temi come l’aborto, l’abuso infantile, l’eutanasia, la violenza sulle donne, diventano argomento di scontro violento. Le persone investono emotivamente sui social il proprio essere e le proprie frustrazioni, in un meccanismo di difesa personale detto dell’identificazione proiettiva. Invece di affrontare le nostri questioni le proiettiamo sugli altri, dove possiamo aggredirle senza rischi. Così come chi è abitualmente arrabbiato percepisce il mondo come ostile.

E se questo botta e risposta è proprio delle relazioni familiari, la madre che critica il peso del marito, il figlio che tira la frecciatina alla madre, il padre che si scaglia contro la moglie per non aver educato il figlio o la figlia, su internet le emozioni si espandono all’inverosimile.

Non ci sono limiti alla rabbia, alla parola, nessuna barriera emotiva che ponga limiti e freni.

Conversazione con i robot

Qualcuno confonde la terapia con la confessione online e viceversa. Che sia chiaro, non lo sono.

La terapia cerca nuovi modi di affrontare conflitti antichi. La terapia funziona perché ci aiuta a capire quando stiamo proiettando i nostri sentimenti sugli altri mentre invece dovremmo riconoscerli come nostri.

I confessionali online possono funzionare come una scarica di benessere che distrae l’attenzione da ciò che occorre davvero a una persona.

Come la confessione online attrae, così attrae la conversazione con i robot. Qualcuno che tace vuole parlare. Usiamo siti confessionali e robot per alleviare le nostre ansie buttate fuori, ma spesso queste ansie restano incomprese. Usiamo sempre più spesso le nostre energie emotive su questo fronte e non sul fronte umano.

Non possiamo prendercela con la tecnologia. sono le persone che si deludono a vicenda. La tecnologia ci permette di creare una mitologia in cui tutto questo non conta,

Alla ricerca di comunità

Ed eccoci al punto che mi ha più colpito. In questo blog infatti, mi sono spesso occupato di comunità. E sempre mi sono allontanato fisicamente e geograficamente dai membri di associazioni a cui partecipavo e partecipo e tanto più la voglia di comunità è aumentata.

Perché ci si confessa con degli estranei?

In fondo non entriamo in contatto con persone che vogliono conoscerci ma bensì con persone che usano i nostri sentimenti e le nostre emozioni per non affrontare le loro.

La nostra condizione non migliora. Anzi. Può persino bloccare la nostra crescita personale, dato che abbiamo l’impressione di aver fatto già qualcosa. Ed in effetti chi si confessa si sente sollevato e meno solo.

Abbiamo bisogno infatti di fiducia tra fedeli e clero, abbiamo bisogno di genitori capaci di parlare con i figli, di figli che riceveno tempo e protezione per vivere l’infanzia. Abbiamo bisogno di comunità

Online questa sensazione di comunità è forte. Le comunità sono luoghi in cui ci si sente talmente al sicuro da accettare il bello come il brutto; nelle comunità gli altri ci sono vicini nei momenti difficili, quindi siamo disposti a sentire cosa hanno da dire, anche se no ci piace.

Definizone di comunità

Forse è necessari ripartire dalla definizione di comunità. E avere una definizione chiara da difendere con fermezza. Perché la nostra definizione, così come la nostra idea di comunità, più restrittiva o più ampia andrà a confrontarsi con le piattaforme e con la loro idea di comunità.

Secondo i gestori dei siti confessionali, il termine di comunità andrebbe allargato, come spazio e luoghi virtuale. Questo avviene.

Ma secondo Sherry Turkle la definizione deve rimanere quella etimologica di

“donare l’uno all’altro”.

I siti di confessioni, infatti, così come i social, hanno parametri che stanno al di sotto di una comunità.

Circoli

I luoghi che riunivano un gruppo di persone che condividevano un interesse comune si chiamavano circoli. Qui, nel paese dove vivo, ne sopravvivono ancora alcuni. C’è il circolo Garibaldi che riunisce i notabili del paese, il Circolo di cultura, la borghesia oggi in pensione, il Circolo l’Unione riunisce anziani operai con la passione delle carte da gioco e il desiderio di un loculo sicuro. Ma si tratta anche di associazioni di mutuo soccorso qualora ce ne fosse bisogno.

Una comunità è costituita dalla prossimità fisica, da interessi condivisi, conseguenze reali e responsabilità comuni. I suoi membri si aiutano a vicenda nei modi più concreti.

Devo dire che in questa definizione Sherry Turkle risulta un po’ troppo romantica. Questo forse accadeva appena dopo la seconda guerra mondiale. E forse accade in maniera molto blanda anche nel Sud Italia. Certamente non accade da tempo in epoca precovid. E non accade nelle città. Forse accadrà in futuro?

Sherry Turkle si chiede

Che debiti abbiamo, gli uni verso gli altri, nella simulazione?

E questo è vero. Ma se siamo costretti al distanziamento sociale e lo saremo ancora a lungo, una qualche soluzione la dobbiamo trovare.

Responsabilità

E noi come utenti o come produttori di contenuti, architetti dell’informazione o giornalisti o altra professione che si accosta in qualche modo al mondo dell’internet, quale responsabilità ci investe?

Secondo alcuni la pubblicazione di contenuti ha una relazione minima con la realtà. Qualcuno scrive solo per catturare l’attenzione degli altri, esaspera i propri racconti. Altri simulano atteggiamenti diversi dai ruoli che rivestono nella realtà. Altri ancora esagerano e simulano una vita che non hanno.

In tutto questo rincorrersi si fa comunque il gioco delle big company.

Qual è il significato di tutto ciò?

Poco importa se sia vero, anche se il vero ci interessa. Qual è il significato di tutto ciò? Le fantasie e i desideri contengono, infatti, messaggi significativi.

E qui Sherry Turkle sembra arrendersi, almeno dal suo punto di vista. Perché per comprendere il significato, al di là della verità, è necessario essere presenti, guardarsi negli occhi, essere in ascolto e vicini, per un dialogo forte.

Per il resto siamo e restiamo spettatori, nel migliore dei casi. O topi da laboratorio, nel peggiore.

Ci stiamo disabituando ai rapporti umani. E certo, il distanziamento sociale a cui il nuovo coronavirus ci sta abituando, non aiuta.

Come scrivere un blog aziendale

Se ti stai chiedendo come scrivere un blog,

come scrivere al meglio un contenuto,

non puoi pensare che basti leggere un articolo per riuscirci.

Questo articolo vuole essere un promemoria prima di tutto per me stesso,

Mentre per te che mi leggi spero possa essere di ispirazione,

come tanti altri articoli che avrai già letto,

in modo da darti degli spunti interessanti.

Un blog personale

Non ti sto a parlare di un blog personale che è diverso da un blog aziendale.

Le difficoltà di realizzazione sono diverse. Un blog personale è spesso portato avanti in solitaria.

E scrivere può diventare una pratica faticosa che richiede esercizio.

In un blog personale non si contano le ore che si dedicano alla realizzazione di un articolo.

Ciascuno di noi “blogger” ha o deve trovare il proprio metodo.

Scrivere e riscrivere

A me piace molto scrivere e riscrivere. Sebbene pianifico gli argomenti, di solito scrivo delle bozze più o meno lunghe, raccolgo appunti e link che metto da parte durante il mio tempo di ricerca. Leggo, scrivo, rileggo e riscrivo. Procedo per aggiunte e quando credo di aver aggiunto tutto elimino il superfluo, le ripetizioni. Riordino, creo i capitoli e infine, pubblico.

Non sono un copy writer puro. Questo lo sapete. Ma il mio lavoro specialmente sul versante della progettazione di chatbot è fatto di scrittura.

Così come 5 anni di blogging richiedono quanto meno un po’ di esercizio.

Ad ogni modo il mio punto di riferimento è certamente Luisa Carrada con i suoi testi; mentre nelle slide del mio corso faccio riferimento anche a Valentina Falcinelli.

Entrambe sono riconosciute come esperte da molte comunità e la scrittura aziendale è il loro mestiere.

Giardiniere o architetto?

Mi è molto piaciuto l’intervento di Thom James Carter che ricorda un’intervista di George R.R. Martin, autore della serie di libri Il Trono di Spade. Di cui il blog si è anche occupato per raccontare il suono dei draghi. in cui racconta di due modi di essere scrittore.

Come scrittore, o sei un giardiniere o un architetto.

Gli architetti sanno quante stanze ci saranno nella casa, che tipo di tetto avranno, dove passeranno i cavi, che tipo di impianto idraulico ci sarà. Hanno progettato e pianificato l’intera cosa prima ancora di inchiodare la prima tavola. I giardinieri scavano una buca, lasciano cadere un seme e lo innaffiano. Ma quando la pianta si alza e la annaffiano, non sanno quanti rami avrà, lo scoprono mentre cresce.

Esperienza individuale o collettiva?

Se stai leggendo questo articolo per iniziare a scrivere il tuo blog personale o professionale, il mio consiglio è quello di scegliere un pubblico, avere chiara la tua strategia, delimitare gli argomenti che vuoi trattare e iniziare a scrivere.

Cosa diversa è se devi scrivere in team o per una azienda.

Scrivere per una azienda

Attenzione che quanto sto per scrivere non sempre viene applicato dalle aziende complesse. Nelle mie esperienze professionali, si riesce a coordinarsi in due. Ma se si è un gruppo, quando ci siamo trovati più persone a scrivere su uno stesso sito, prevalgono le dinamiche di ufficio. Ciascuno scrive a modo suo, secondo il suo stile, nel migliore dei casi. Nel peggiore chi scrive meglio di altri ne approfittava per sottolineare le differenze o per mettersi in mostra con la dirigenza.

Se si vuole scrivere a più mani su uno stesso blog ci vuole convergenza su come scrivere un blog, intelligenza da parte di tutti, solidarietà tra le parti, forte senso di squadra e voglia di collaborazione. Purtroppo, sappiamo bene che non è facile applicare il buon senso e la teoria quando si ha a che fare con l’umanità delle persone e con l’umanità sottoposta a gerarchie in un mondo del lavoro come quello di oggi.

Radical collaboration

Sarebbe dunque necessario che le persone, i dipendenti, i colleghi fossero davvero una squadra. Una squadra che faccia le cose insieme, che abbia la gioia di fare qualcosa insieme.

Degli ottimi esercizi per cominciare sono dati da Maria Cristina Lavazza nel suo libro Radical Collaboration. Dico che sono si tratta di esercizi per cominciare perché sono validissimi e danno degli ottimi risultati durante i workshop e quando tra i partecipanti non ci sono interessi economici.

Dove invece ci sono interessi, rivalità e risentimenti, ci vuole la volontà delle persone, ma ci vuole anche un leader che faccia da collante. Non basta che il dirigente chieda ed ordini di lavorare insieme.

Il tono di voce

Ho già parlato del tone of voice come parte fondamentale di una content strategy.

Sarebbe bene, infatti, che una azienda abbia un’unica voce e che la sappia declinare in maniera intelligente su tutti i contenuti che produce. Alla fine i clienti e i lettori non sapranno mai se Tizio o Caio scrivono meglio di Sempronio; e poco gli importa. Se la voce non sarà unica, chi legge noterà solo cadute di stile. E alla fine, a perderci è l’azienda tutta o tutto l’ufficio, anche a detrimento di colei o colui che si sentono migliori dei colleghi.

Documentare i processi di scrittura

Innanzi tutto è necessario avere un referente della pubblicazione. Qualcuno che abbia chiaro come scrivere un blog e che legga la pubblicazione finale. Non è una questione di censura o di controllo, e non è detto che l’ultimo a leggere debba essere il migliore.

È sempre meglio avere quattro occhi su un documento o una immagine. E cosa che l’esperienza insegna, meglio che gli occhi di chi guarda per ultimo siano freschi, in modo che possano vedere refusi e dettagli che due occhi stanchi, che dopo ore di lavoro a schermo, non vede più niente.

Quindi è bene esplicare un metodo di lavoro da condividere.

Dopo aver deciso come documentare i processi di scrittura dei contenuti, il consiglio è quello di iniziare documentando il processo di pianificazione.

La scrittura non è solo l’atto di scrivere: l’intero flusso riguarda la pianificazione,

  • la scrittura.
  • la modifica.
  • la pubblicazione.
  • la governance.

La pianificazione

Per un post sul blog, il processo di pianificazione inizia con l’ideazione; considerando quale argomento è interessante, adatto al blog della tua attività e prezioso per i tuoi lettori.

Come spiega Rachel Leist di HubSpot: “

Un buon post sul blog è interessante ed educativo. I blog dovrebbero rispondere alle domande e aiutare i lettori a risolvere una sfida che stanno affrontando, e devi farlo in modo interessante “.

Il processo di pianificazione

In termini di flusso si presenta così

  • Pensa alle idee dei post sul blog.
  • Riduci le scelte a una.
  • Sottoponiti alla ricerca della concorrenza.
  • Considera gli elementi unici del tuo post.
  • Sottoponiti a una ricerca per parole chiave.
  • Crea una bozza del titolo del post.
  • Determina il conteggio delle parole del post.
  • Crea uno schema del post.
  • Chiedi a un grafico di creare immagini.
  • Fai sapere al tuo team su cosa stai per lavorare.

Queste sono la maggior parte delle migliori pratiche in materia di pianificazione. Ma altri includono

  • la stesura di una struttura per il post,
  • la comprensione del pubblico a cui si desidera rivolgersi,
  • la decisione sul conteggio delle parole,
  • la definizione di un obiettivo o di KPI per misurare l’efficacia del post
  • e la comunicazione al proprio team di ciò che si sta per iniziare a lavorare sopra.

Passa al processo di scrittura (effettivo)

Un processo di scrittura tipico come scrivere un blog può essere simile a questo che trovi di seguito.

  • Crea un nuovo documento in cui scrivere il post.
  • Ricontrolla la struttura del post.
  • Aggiungi il titolo abbozzato.
  • Torna all’inizio del documento e scrivi l’introduzione.
  • Aggiungi i backlink più appropriati al testo di ancoraggio corrispondente.
  • Chiedi a un collega di rivedere il lavoro tra pari e fornire la prima bozza di feedback, se possibile.

Una volta che una bozza è stata scritta, riordina e completa il post seguendo il processo di modifica.

Termina con il processo di modifica

Il processo di modifica può contenere i seguenti passaggi:

  • Correggi eventuali errori di formattazione.
  • Leggi l’intero post, ad alta voce.
  • Correggi errori di ortografia ed errori immediatamente evidenti.
  • Verifica la sintassi, il tono, la voce e l’uso della punteggiatura.
  • Dai la priorità alla chiarezza e alla leggibilità.
  • Assicurarsi che le statistiche e gli studi menzionati siano collegati.
  • Fare clic su tutti i collegamenti per verificare che nessuno sia danneggiato.

La struttura DMAIC

L’ottimizzazione dei processi è l’atto di rendere i processi più efficienti. Ed è una cosa che va fatta! Tutti gli attori devono poter dire la propria in modo che il processo sia accettato da tutti e sia più scorrevole.

un metodo per raggiungere una buona ottimizzazione è dato seguendo la struttura DMAIC

La struttura DMAIC è particolarmente utile in quanto è un framework collaudato per vedere attraverso i miglioramenti del processo.

  • Definisci: quale processo dovrebbe essere ottimizzato?
  • Misura: come si comporta attualmente?
  • Analizza: come può essere ottimizzato?
  • Migliora: in che modo può essere migliorato?
  • Controllo: come possono essere misurate le modifiche implementate e quando sarà riesaminato il processo?

Un altro framework è il PDSA – pianificare, fare, studiare, agire – che è molto simile a DMAIC .

Qualunque percorso di ottimizzazione del processo tu scelga dipende da te, assicurati solo che venga fatto.

Conclusioni

Il consiglio dunque su come scrivere un blog, un blog aziendale, è quello di rivedere periodicamente i processi ed ottimizzali in base alle persone di cui si dispone e in base alle varie situazioni in cui ci si trova.

Secondo la mia esperienza, quando si ha a che fare con molti contenuti, perdersi, nel tempo, è davvero facile.

Per questo è bene partire con il piede giusto, con una strategia e una progettazione. Non sempre sarà possibile seguire la strada corretta. A volte capiterà di seguire gli algoritmi di google, altre volte le giuste categorizzazioni e altre volte ancora andrai dietro la concorrenza che ti sembra ti stia per superare.

Il segreto, che segreto non è, è aver fatto i passi giusti alla partenza del progetto. Perché anche se si perde la retta via, avendo una strategia è facile ritornare alle origini.

In bocca al lupo e buona scrittura!

5 anni di blog

Ci siamo. Il blog ha compiuto 5 anni.

Non so perché, sarà la nuova dimensione post covid, eppure ho la sensazione che sia passato poco tempo da quel giorno in cui ho preso la decisione di aprire un blog e dalla mia prima pubblicazione.

Tante sono le soddisfazioni che mi ha dato questo blog, anche se ultimamente mi è sempre più difficile gestirlo.

Ma ultimamente ho ricevuto un bel complimento.

Il più bel commento di sempre

Il lettore Dario, il 7 marzo 2020, in fondo all’articolo sugli altoparlanti mi scrive.

Ho apprezzato molto questo articolo soprattutto con l’onestà mentale con il quale è stato fatto. Sì percepisce che vengono dati consigli “super partes” che esulano dall’intenzione della sola vendita. Il livello tecnico dell’articolo è molto alto e dettagliato entrando nel merito della materia acustica e questo, gentile sig. Fontana, lo ha distinto positivamente da molti altri articoli in rete che ho potuto leggere.

Complimenti vivissimi.

Fammi un regalo dalla mia lista Amazon.

Pronti? Ripartenza. Via!

Chi segue con assiduità il blog sa che durante il lockdown mi sono bloccato ed ho ridotto notevolmente la pubblicazione di contenuti.

Qualcuno mi ha detto che non ho colto l’opportunità. Può darsi. Ho osservato e cercato di estrarre qualcosa da questo periodo. Bravi tutti coloro che si sono inventati qualcosa. Ma ciascuno ha reagito a modo suo. Io ho preferito essere sincero, aperto, trasparente, rivelando una mia debolezza, piuttosto che vantare un ottimismo, che, da parte mia, sarebbe risultato falso.

Le opportunità in cui credo vengono dai momenti gioiosi, dagli incontri, dal confronto.

Nuove sfide

Uno dei temi rilevanti da affrontare è il tema del fallimento, da parte di molti professionisti, nel diffondere una cultura del design digitale in Italia.

Io punto principalmente sulla consapevolezza dei mie lettori. Forse però la consapevolezza nasce anche da una conoscenza di base degli strumenti, da una cultura già ben radicata.

Ogni qualvolta che io esco dalla mia bolla, invece, mi ritrovo difronte un muro di analfabetismo enorme.

Io mi rivolgo ad una nicchia di persone: curiose, che acquistano tecnologia di ultima generazione.

Ma moralmente sento che c’è il bisogno di istruire fasce enormi della popolazione, che si nascondono dietro un dispositivo mobile, ma che in realtà, non hanno la minima idea di cosa sia una mail, un file, un documento digitale. Spesso non hanno neppure la consapevolezza di cosa hanno in mano. Nel senso che magari posseggono un iphone di cui non conoscono le funzionalità o impostazioni.

Sono persone adulte, ma anche ragazzi, che nel rigetto dei social o nell’uso superficiale del web, rifiutano anche di imparare giocando.

Acquista Design Your Life: Come fare della tua vita un progetto meraviglioso.

Mi piacerebbe creare qualcosa vicino ad un centro di formazione digitale permanente. Compito arduo. Ma vedremo.

Si riparte

Come ho già raccontato, in queste settimane, ho messo mano alla parte tecnica del sito. Cercando di correggere tutta una serie di errori che danneggiavano il posizionamento del sito.

Ho scoperto che ci sono persone che mi hanno collocato fra i loro blog preferiti, chi studia il mio sito.

A tutti, con la massima umiltà, va il mio grazie!

Restano ancora tante cose da fare. Ne sono consapevole. Cercherò di migliorare e di fare del mio meglio, come sempre.

Buon compleanno

Gli articoli più letti del blog

Di seguito trovate tutti gli articoli più letti del blog. I temi preferiti dal web sono quelli che in questi anni ho approfondito maggiormente. Assistenti vocali, Alexa di Amazon, così come tutti il mondo dell’audio con registratori e sistemi audio.

Grazie a tutti per la vostra attenzione!

https://www.tonifontana.it/interfaccia-vocale/

https://www.tonifontana.it/contro-le-interfacce-vocali/

https://www.tonifontana.it/lo-snooze-una-curiosita/

https://www.tonifontana.it/chatbot-che-parlano/

https://www.tonifontana.it/user-experience-in-italia/

https://www.tonifontana.it/apple-e-amazon-chi-avra-il-miglior-assistente-vocale/

https://www.tonifontana.it/classifiche-musicali/

https://www.tonifontana.it/adeguamento-al-gdpr-cosa-ho-fatto/

https://www.tonifontana.it/principi-guida-dell-user-experience/

Io sul web faccio così

Qui, questo blog, il nostro blog, favorisce i molti lettori, invece dei pochi: e per questo siamo propensi all’ascolto.

Io sul blog faccio così, sul web faccio così.

Chi mi conosce, e chi mi sta leggendo, sa come funziona questo blog, conosce il mio tono di voce, sa che poche volte salgo sul pulpito per impartire lezioni e che, appunto, sono qui più per ascoltare che per insegnare.

I valori in cui credo e che spero di riuscire a divulgare, così come la disciplina dell’architettura dell’informazione, assicurano che al centro della mia attenzione e di ogni progettazione, al centro, c’è sempre la persona, l’ascolto dei suoi bisogno. E mai ignoro i meriti dell’eccellenza.

Io sul blog faccio così.

I miei articoli sono abbastanza letti. Per essere un piccolo sito web di nicchia, riesce a dare grandi soddisfazioni.

Essere letti significa essere sotto i riflettori e a disposizione di commenti vari. Non sono un tuttologo e non voglio esserlo, anche se tutto mi interessa. Questo blog connette fatti, notizie, persone. Non scrivo perché io creda di essere il migliore, ma per lasciare traccia di cosa è migliore.

Se altri mi aiutano questo aiuto sarà riconosciuto apertamente e pubblicamente. Se altri ne sanno più di me sui miei stessi temi saranno incoraggiati a scrivere e ad arricchire quel che scrivo io. Questo è uno spazio personale ma è anche uno spazio pubblico e aperto.

Io sul web faccio così.

Resto sempre umile. Anche se per molti l’umiltà, quella vera, è una debolezza.

Io sul blog faccio così

La libertà di cui godiamo si estende anche al web.

Io non mi sento superiore a nessuno e sbarco sul web per condividere ciò che leggo e studio; e non infastidisco mai il prossimo se al prossimo piace vivere a modo suo.
Viviamo in una democrazia, siamo liberi di esprimere le nostre opinioni e tuttavia sono sempre pronto a fronteggiare chi offende gratuitamente o vuole solo dileggiare gli altri.

Un lettore di www.tonifontana.it ama il dialogo pubblico quando si trova sul web, ama la condivisione, impara ed è aperto alla radical collaboration.

Io sul blog faccio così.

Mi è stato insegnato a rispettare gli altri, mi è stato insegnato a parlare educatamente, a rispettare le regole e a proteggere le minoranze, qui nessuno offende gli altri.

E mi è stato anche insegnato a rispettare quelle regole di buon senso e di gentilezza che risiedono nell’ universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui sul mio blog facciamo così.

Un uomo che non si preoccupa degli altri, che non condivide, che pensa solo a se stesso, non è da considerare innocuo. Ogni scelta che facciamo coinvolge gli altri.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo alla collaborazione.

Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma, io mi auguro che questo blog, come altri diventi un luogo di comunità di pratica e che ogni lettore cresca sviluppando in sé una consapevolezza piena, che abbia fiducia in se stesso come negli altri, la prontezza a fronteggiare le situazioni di ascolto e di dialogo su qualunque argomento.

Ed è per questo che il mio blog ha i commenti aperti ed accettiamo anche le critiche costruttive per arricchire quanto abbiamo scritto, se quel che abbiamo scritto non è all’altezza o non è corretto.

Io sul web faccio così.

Questo modo di porsi, sul web e nella vita, a volte è frainteso. In tanti, ormai, si fanno portatori di una comunicazione aggressiva e rabbiosa. A prescindere.

Io sul web faccio così.

Per alcuni questo mio modo di pormi sul web è considerato poco professionale. E mi spiace. Perché umiltà e onestà, per me sono valori che coltivo nel quotidiano come sul web.

A volte sbaglio anch’io. Perché solo chi fa sbaglia. Chi sta a guardare e giudicare difficilmente sbaglia.

Io resto in ascolto. E se ne sai più di me, ti ascolto, imparo e condivido.

Io sul web faccio così!

I segreti del parlare bene

Sette lezioni, sette video in inglese, sette TED su I segreti del parlare bene.

Personalmente si tratta sempre di una bella scoperta. Amo i TED. I TED sono davvero interessanti e li abbiamo condivisi sul blog diverse volte. Se ti interessano i segreti del parlare bene, forse, potrebbero interessarti queste raccolte sui temi del blog.

Music Therapy 8 TED Talks

Effetti della musica sul nostro cervello. 5 TED Talks

5 TED Talks per raccontare attraverso i suoni

5 TED Talks Come farsi ascoltare + 1 BONUS

6 TED Talks su ascolto e progettazione

Presentarsi

I segreti dei grandi oratori della Storia

Parlare con chiunque

Connettersi con chiunque

Parlare con disinvoltura

Inizia a dire correttamente il tuo nome

Parlare come un leader

30 libri di marketing Seth Godin

Di seguito trovi i 30 libri di marketing preferiti da Seth Godin.

∙ Crossing the chasm di Geoff Moore

∙ The long tail di Chris Anderson

∙ My life in advertising di Claude Hopkins

∙ Ogilvy on advertising di David Ogilvy

∙ Adcreep di Mark Bartholomew

∙ Who do you want your customers to become? di Michea Schrage

∙ Creating customer evangelist di Jackie Huba

∙ The new rules of marketing and PR di David M. Scott

∙ Secrets of closing the sale di Zig Siglar

∙ Positioning di Al Ries

∙ Direct mail copy that sells di Herschell G. Lewis

∙ A new brand world di Scott Bedbury

∙ The culting of brands di Douglas Atkin

∙ Selling the dream di Guy Kawasaki

∙ The four steps to the epiphany di Steve Blank

∙ The tipping point di Malcolm Gladwell

∙ Marketing: a love story di Bernadette Jiwa

∙ Syrup di Max Barry

∙ Free di Chris Anderson

∙ Rocket Surgery made easy di Steve Krug

∙ The Regis touch di Regis McKenna

∙ New rules for the new economy di Kevin Kelly

∙ The Tom Peters Seminar di Tom Peters

∙ The pursuit of wow di Tom Peters

∙ Start with why di Simon Sinek

In italiano

∙ The experience economy di Joseph Pine

∙ Meaningful work di Shawn Askinosie

∙ The ultimate question 2.0 di Fred Reichheld

∙ Business model generation di Alexander Osterwalder

∙ The war of art and do the work di Steve Pressfield

Hai letto qualcuno di questi libri? Ne consiglieresti altri? Scrivilo pure nei commenti.

Come procede il mio blog ai tempi del Coronavirus

Come procede il mio blog di questi tempi? In queste ore, in tanti si stanno chiedendo cosa fare. E me lo sono chiesto anch’Io. Scrivere, non scrivere, continuare a pubblicare come nulla fosse. L’ho chiesto ai miei lettori su facebook e in tanti dicono di aprire, di trovare il modo per distrarre i propri lettori dal tema onnipresente del coronavirus.

Ma sebbene gli inviti a liberare tutto siano forti, la mia personale risposta è stata quella di fermarsi, di attendere un attimo, di fare mente locale. Si, anch’io continuo ad ascoltare chi sta liberando i propri contenuti, ma non è che mi entusiasmano come prima. Non penso di acquistare servizi da queste persone.

E dunque se prima io stesso non apprezzo questi contenuti, perché io stesso dovrei produrli?

Lo so che le persone continueranno ad acquistare assistenti vocali, anzi, certamente. Il blog sta riacquistando lettori sui miei vecchi articoli.

Al momento, mi sto dedicando al mio Osservatorio Coronavirus, ma come già detto è una serie di appunti che spero di poter sviluppare anche su altri progetti.

Ma quando per andare a fare la spesa ti devi bardare come se stessi andando dentro un reattore nucleare. E quando rientri ti devi disinfettare come se ci fossi entrato davvero… come si può affermare che andrà tutto bene?

Tutti la stessa domanda, tutti la stessa risposta

C’è chi invita a continuare a scrivere come nulla fosse, per permettere a chi legge e studia di avere altri contenuti diversi dal tema Coronavirus. C’è chi invita a studiare e ad intensificare lo studio proprio in questo periodo. per superare la concorrenza.

C’è chi regala corsi, chi fa prezzi stracciati e sconti di ogni genere. Per la comunità.

Altri si sono lanciati nelle analisi numeriche del contagio ed essendo tema diverso dal marketing, non vedo più la loro lucidità di pensiero.

Ognuno reagisce a modo suo. Ma se già noi stessi abbiamo il dubbio e ci chiediamo cosa fare, probabilmente è il momento di non pubblicare.

Parola di guru

Accadeva già prima dell’era Coronavirus. Qualche guru lanciava, una frase, un’idea, e tutti gli altri a replicare quell’idea a raffica.

Oggi il mantra è che devi aprire tutto, devi regalare corsi, studiare per essere migliore e produrre contenuti come se non ci fosse un domani. Che appunto forse non ci sarà.

Due scelte

O starsene a casa a guardare qualche serie in abbonamento NETFLIX o Amazon Prime video.

Oppure formarsi. Dunque leggere nuovi libri, seguire un corso online ed altro.

E questo dovrebbe farci riprendere il controllo della nostra vita o della nostra situazione finanziaria.

Ovviamente per essere avanti alla concorrenza che in questo momento sta oziando.

Ora, io non so a quale categoria si appartenga. Ma oltre al fatto che si possono fare entrambe le scelte, non vedo perché giudicare gli uni e gli altri, per delle reazioni emotive che sono incontrollabili.

Ricette preconfezionate

Ovviamente tutti hanno ricette facili, pronte e gratuite. Speciali guide, kit di sopravvivenza, linee guida generali, per questo periodo di quarantena e per dopo, che tanto si ritorna alla normalità. Senza dimenticare tutto l’essenziale per ripartire.

Tutti un po’ coach e insegnanti di coaching, psicologi che ti spiegano passo passo, quasi senza pensare, a come risollevare la tua economia. Le domande da porsi, gli scenari belli e pronti che dovrai affrontare, le azioni che dovrai fare nel mondo che verrà, come e su cosa devi spendere.

Insomma i segreti che devi sapere tu e che il guru, insieme ai suo adepti, ripetono a migliaia di persone. Il tutto per aprire flussi di reddito che non si capisce da dove arriveranno, se l’economia reale crolla.

Video motivazionali

Diciamo che il miglior esempio di ottimismo e motivazione lo raggiunge Cairo Editore. Non uno qualunque, non un ragazzo che si deve fare strada. Ma un personaggio pubblico, uno degli imprenditori più importanti d’Italia, proprietario di La7 e del Corriere della Sera.

La casa in diretta

Mentre un bell’esempio di realtà ce lo propone, in maniera ironica, Giovanni Scifoni.

Un minimo di realismo

Il vizio a mio parere sta tutto nel fatto di pensare che si tornerà alla normalità, che tutto sarà come prima. Si può continuare a fare tutto pensando che si tratti solo di una pausa, lunga e forzata. E quello che accadrà sarà solo un copia e incolla di quello che è stato.

Chi mi conosce sa che sono un ottimista per scelta. Cioè ho scelto di vedere il bello del futuro sulla realtà, o meglio su quello di cui ho il controllo.

Sulla questione Coronavirus, invece, non riesco ad essere ottimista, nel breve termine. A lungo termine è ovvio che, nei tempi già dati dagli scienziati, si troverà un vaccino e un farmaco che sconfigga il virus. Ma nel breve dobbiamo fare i conti con la realtà.

Sopravvivenza

Prima di tutto se vivremo o sopravviveremo sarà solo un caso.

Per quanto si possa restare a casa il più a lungo possibile, prima o poi, si deve uscire. E basta incontrare il primo asintomatico, con livello intellettivo al di sotto della media, senza mascherina o che ama la tua stessa marca di biscotti, per essere contagiato. Insomma il caso stabilisce che ti sei trovato nel posto sbagliato, al momento sbagliato.

Lutti

Ma poi la cosa che ci colpirà maggiormente è il lutto. Pensavo che il lutto avrebbe segnato maggiormente le coscienze. La vista delle bare aveva creato disagio in molti.

Ci sono già e ci saranno lutti che colpiranno in maniera profonda la nostra Nazione. Ne vivremo, per forza di cose alcuni sulla nostra pelle. Che sia un familiare, un amico, un conoscente, un vicino di casa.

Ci aspetta un periodo doloroso, in cui non ci sarà l’entusiasmo o la serenità nelle nostre famiglie, né italiane, Nè di altri Stati.

Stiamo vivendo una terza guerra mondiale. Molto diversa da come ce l’aspettavamo, ma è una guerra.

Ma alla riapertura molte persone stanno facendo tutto quello che non avevano mai fatto in vita loro. Favorendo, più o meno consapevolmente, la diffusione del virus.

Crisi economica inimmaginabile

C’è una crisi economica che incombe. Ci sono conflitti sociali che stanno sobbollendo. Ci sono contraddizioni che stanno esplodendo.

Qui non si tratta di un terremoto in un piccolo paese, un comune o una provincia o una regione. Qui è l’intera Nazione, l’intera Europa che soccombe economicamente.

Tra l’altro neppure siamo stati in grado di gestire terremoti come l’Aquila, dove per esempio, ancora non è stato fatto nulla, dove ancora le persone vivono nei capanni, figurarsi se riusciremo a risollevare l’economia Nazionale.

Ed anche a risollevare le misere sorti, le concessioni dello Stato sono fatte a forza di debiti. Se non ora, se non quest’anno, ma tra due, tre anni, sempre che si ritorni davvero come prima, questi debiti si dovranno pagare.

Nulla sarà come prima

Avremo da studiare nuove forme di socialità, nuove giurisprudenze, nuovi metodi di collaborazione, nuovi modi di insegnare e di apprendere. E non cis sarà nulla di preconfezionato, nulla di come ce lo immaginiamo.

Questa situazione durerà anni. L’ho già scritto e detto. A questo virus, ne seguiranno altri. E anche se non ci raggiungeranno, come non ci hanno raggiunto altri virus, peggiori di questo, come l’Ebola in Africa, domani avremo una sensibilità molto diversa.

Almeno in teoria. Da quello che si sta vedendo nelle settimane di agosto la tendenza della popolazione è quella di ritornare al vecchio status quo di prima.

Comunità

Mi aspetto che le comunità finalmente riprendano il loro ruolo.

Spero davvero che i miei vecchi articoli

Vengano smentiti per essere ripresi, rivisti e corretti. Almeno in meglio.

Adattamento e abitudine

Ci adatteremo, certo.

Il potere delle abitudini ci permetterà di stare ancora a questo mondo.

Ritorneremo a fare alcune cose come prima. Ma altre non le faremo più o le faremo in modo completamente diverso.

Torneremo a scrivere, a lavorare, forse.

Molto dipenderà da come la società risponderà. Se le istituzioni riusciranno a tenere calmi gli animi di chi calmo non riesce a stare.

L’uomo si è adattato pure ai lager, figurarsi se non ci adatteremo al nostro divano, al nostro lavoro da casa.

Quale presente?

Personalmente non riesco a far finta di nulla oggi, io non me la sento. Voglio vivere, voglio stare in salute, non voglio contagiare i miei genitori perché sono andato a fare la spesa nel momento sbagliato.

Voglio sentire gli amici, le persone che mi fanno sentire bene. Voglio riallacciare relazioni che avevo allentato.

Questo voglio fare oggi. Del domani non c’è certezza.

Scrivere oggi è un abitudine, una valvola di sfogo personale.

Quale futuro?

Andrà tutto bene è una frase da dire ai bambini. Con i più piccoli si deve scherzare ed essere ottimisti.

A noi professionisti ed intellettuali spetta pensare a quale futuro ci attende in maniera seria e composta.

A noi spetta di essere visionari, analizzare questo tempo e avanzare proposte di buon senso e di prospettive innovative per un tempo futuro che non sappiamo come affrontare.

Perché, probabilmente tutto quello che abbiamo imparato fino a poco tempo fa, tutto quello che abbiamo fatto fino a pochi giorni fa, non sarà utile nel mondo di domani.

Cultura digitale nella provincia.

La cultura digitale nella provincia italiana

Ossia come essere digitali nel 2020.

La cultura digitale è ancora poco diffusa. Purtroppo, è un vero peccato. C’è un livello generale di analfabetismo digitale altissimo. E cosa ancor più grave alla maggioranza delle aziende non interessa.

Eppure la conoscenza è ormai diffusa, a portata di mano di tutti. Tanto è vero che è possibile trovare delle straordinarie eccezioni dappertutto. Professionisti dall’alto grado di formazione che dalla provincia vanno nelle grandi città del nord a lavorare.

Cultura digitale al tempo del coronavirus

Nel mio osservatorio coronavirus, ho per esempio parlato di come molte scuole, molti insegnanti non sono in grado di mettere su una didattica digitale degna di questo nome.

Il tanto nominato smart working, il lavoro da casa, il tele lavoro, trova forti resistenze da parte dei dirigenti, così da parte dei capi ufficio che vogliono vedere i propri dipendenti alla scrivania, come se quello fosse il metro di produttività di una persona.

Insomma, il Covid 19 ha messo in luce una grossa falla del sistema. Nello stesso tempo, a causa del lungo periodo di domiciliazione del lavoro, si è comunque costretti ad avere al peggio una infarinatura.

L’Italia e la sua provincia hanno tutti i mezzi per essere proiettati nel futuro, Vedremo se riusciamo ad apprendere la lezione.

Il ritardo delle aziende

Le relazioni sono importanti. Lo sono tanto più se si esce dalla città e si arriva in provincia. E sempre più importanti diventano scendendo nella parte meridionale d’Italia.

Attenzione, per certi versi, per la qualità della vita, a mio parere, il meridione italiano è il paradiso. Grazie alle relazioni si vive meglio di dove queste relazioni sono rigide e mettono da parte pure il buon senso.

Purtroppo le aziende meridionali virtuose sono e restano davvero poche. Le aziende, anche le più attive e promettenti, portano con se un ritardo digitale notevole. Un ritardo tecnologico visibile. La loro mentalità è ancora legata all’analogico. I loro modelli di vendita sono antiquati e le loro sofferenze lo dimostrano.

C’è da dire anche che le risorse delle aziende piccole, medie e grandi, nel tempo, sono state investite in altro. In questi ultimi anni hanno dovuto affrontare sfide notevoli. Prime fra tutte, in tempo di crisi, la sopravvivenza. E si sa, quando devi sopravvivere, non pensi a lungo termine.

Fatti il sito

Con l’avvento di internet è stato detto alle aziende: Fatti il sito! E loro lo hanno fatto, ci hanno investito tempo e denaro. Peccato che hanno pensato che costruire un sito web fosse qualcosa di separato dalla loro azienda e non qualcosa di funzionale e complementare.

20 anni, 10 anni fa, hanno chiamato e pagato uno sviluppatore che ha messo su il sito e glielo ha consegnato. Da parte loro, hanno fatto il meglio. Hanno svolto il loro lavoro, mettendoci anche conoscenze di grafica, quindi facendo anche più del loro dovere.

Personalmente ho visto anche dei buoni lavori. Indagando un po’ ho scoperto che generalmente si tratta di siti web chiavi in mano, costruiti da sviluppatori che non hanno consigliato nessuna strategia sul lungo periodo. Probabilmente non era loro compito, ma il loro lavoro mordi e fuggi, ha inquinato e inquina il mercato.

In questi lunghi anni, infatti, i siti web non hanno funzionato, o meglio non hanno portato risultati, così come nessun guadagno, nessun contatto, nulla.

Siti web vulnerabili

Ma per molti va anche peggio.

Dal momento che sono vecchi e senza nessun aggiornamento sono vulnerabili ad attacchi hacker. Si trovano pagine blog colme di attacchi fishing; non in regola con le più semplici direttive legislative (alcune aziende, per esempio, con un grande giro d’affari rischiano multe anche notevoli).

Quindi, i siti web dimenticati, potrebbero potenzialmente essere fonte di grandi perdite economiche, senza che il proprietario imprenditore sappia di avere un sito online.

Insomma, più stanno sul web in questo modo, più sono a rischio.

Cultura digitale in provincia

Il sito web, insomma, è stata una spesa inutile, fatta perché tutti, a suo tempo, l’avevano fatto. Negli anni nessuno ha pensato a chiedere una consulenza strategica, nessuno ha messo in pratica una certa progettualità. Nessuno ha fatto caso che il mondo stava cambiando, così il modo di vendere e di acquistare da parte dei consumatori. Nessuno ha notato che reale e virtuale si andavano sempre più mescolando diventando un’unica cosa.

Così i siti web sono stati lasciati a marcire nei meandri del web.

Eppure, stranamente, tutti continuano a pagare il server, continuano a perdere (anche pochi) soldi, su qualcosa di inutilizzato e su qualcosa che porterà, stando così le cose, sempre meno risultati.

Le aziende non vogliono investire soldi per i servizi digitali. Spendono volentieri i loro soldi nelle infrastrutture, anche giustamente, attrezzature e strutture edili, elementi che sono visibili e portano soddisfazione.

Ma tutto ciò che riguarda la conoscenza, la grafica e il tempo, insomma il digitale, lo si vuole gratis.

Non viene riconosciuto il valore del digitale. E chi lo riconosce affida a figli e nipoti il lavoro che dovrebbe andare ai professionisti.

Smontare le credenze

Distruggere le credenze è difficile.

Se qualcuno pensa che la propria economia dipenda dai contatti fisici, dalle relazioni che è riuscito ad instaurare nel tempo e negli anni, difficilmente crederà che il sito web gli possa essere utile.

Attenzione nessuno discute che le relazioni siano il sale, pane e companatico del commercio.

Eppure, anche se non si tratta di un e-commerce, il sito web è un biglietto da visita. E il biglietto da visita che gli imprenditori, anche più retrogradi, presentano ai loro rappresentanti non è certo quello che hanno ereditato dai nonni, ingiallito dal tempo.

Forse che alle fiere, alle conferenze, agli incontri commerciali si presentano con abiti usurati e vecchi e snobbano di presentarsi bene, con abiti nuovi?

Insomma, tenuto presente che il virtuale è reale qual è il modo in cui si presentano sul web e dunque sul reale?

Come sei presente sul web?

Nessuno, davvero nessuno si chiede il perché queste loro azioni digitali non hanno funzionato? Eppure si tratta di imprenditori che dovrebbero avere una visione a lungo termine. Lavorano, alcuni, sui mercati della grande distribuzione, come a livello internazionale, si confrontano nelle fiere con altri addetti ai lavori.

Nessuno si propone di pensare a come potrebbe funzionare la loro attività web?

Non avere una presenza online nel 2020 è impensabile. Ma avere una presenza online vecchia di un decennio è un delitto.

Il problema, infatti, oggi, non è tanto essere sul web o non esserci, ma soprattutto è “come esserci“.

In altre parole, se è assodato che è bene avere un sito web, questo sito web deve essere aggiornato, deve rispettare le leggi e le regole del nuovo mercato. Il web cambia ogni giorno e ogni sito è un essere vivente che va curato quotidianamente o almeno periodicamente.

Dunque, ogg,i abbiamo un web che costa alle aziende, poco ma costa; non contempla nessun ritorno e i proprietari si ritrovano sfiduciati nelle attività digitali e non vogliono investire. La loro esperienza negativa è difficile da smontare.

Agitarsi è inutile

Ancora peggio, sono quelli che si danno da fare senza una strategia o un progetto. Ossia quelli che dedicano tempo e risorse all’attività online ma senza ottenere risultati. Si agitano, cercando di fare rumore ma nessuno li sente.

Ovviamente fanno rumore senza un senso, senza una progettualità, appunto. Vanno a caso, non costruiscono, non hanno una meta.

Spesso hanno delle Ferrari in mano, ma sono fermi e non vanno da nessuna parte.

Affidarsi ad un guru è peggio

In questa situazione è molto più facile credere a maghi e guru del momento. Si sa che nel momento del bisogno siamo più fragili e crediamo più ad un santone che ci promette il miracolo, piuttosto che ad un medico che ci dice che la guarigione sarà lenta e faticosa.

Meglio credere ai miracoli, ai trucchetti, alle soluzioni facili e immediate.

Il percorso è lento

La verità è, invece, che si tratta di un percorso lento i cui risultati non sono immediati. Ci vuole tempo e ci vuole soprattutto tanto lavoro.

L’attività digitale non può essere una attività di emergenza e di salvezza di una azienda.

Gli strumenti visibili sono gratis, ciascuno ne può prendere in mano il controllo. Ma ci vuole il tempo, la conoscenza dello strumento, del dispositivo, lo studio, la sperimentazione.

Non esistono i miracoli. Ma ci vogliono solo tre cose: lavorare, lavorare, lavorare.

Incontriamoci

I problemi che si possono incontrare sono diversi, e diverse sono le soluzioni da applicare.

Si può pensare ad una consulenza una tantum per allineare la rotta. Oppure a qualcosa di più continuo.

La consulenza costa. Il lavoro si paga. Non è una novità.

I costi personali

Ma oltre ai soldi, che certamente ci vogliono, ci sono i costi vivi.

Costa la fatica di cambiare e di essere giudicati.

Qualunque sia il risultato del nostro lavoro, quel lavoro è sempre nostro ed è considerato sempre bello a prescindere. Per cui il primo prezzo da pagare è quello di essere pronti a sopportare il giudizio e la critica da parte di uno sconosciuto. E poi ammettere che certe cose devono cambiare.

Costa la condivisione. Se da un lato un consulente delinea una rotta, dall’altro lato l’azienda deve condividere e insegnare al consulente il suo lavoro. Un consulente tuttologo non esiste e se dice di esserlo c’è da dubitarne.

E, infine, ci sono i costi di tempo.

Tempo prezioso, perché non si tratta di una semplice chiacchierata. Sono in ballo molte cose importanti ed è necessario scambiarsi una grande mole di informazioni.

Insomma, ci vuole cultura digitale in provincia.

Chi è pronto alla sfida?

È comprensibile dunque che a conti fatti, senza nessuna garanzia di successo, la maggior parte delle persone, dei professionisti e delle aziende si tira indietro.

La vera sfida, però, in questo panorama è quello di poter essere i primi ancora oggi. Nonostante l’abissale ritardo nei confronti del mondo, si può essere primi rispetto ai propri diretti concorrenti sul territorio. Pionieri di una prateria da conquistare.

Vedremo chi è pronto a raccogliere la sfida. Vedremo chi ha avrà la cultura digitale in provincia.

Il futuro della cultura digitale

Quando leggerete questo articolo chissà cosa sarà successo. Il coronavirus cambia il contesto che viviamo quotidianamente.

La nuova e inaspettata emergenza ha modificato dalle radici il nostro modo di vivere.

Tra le tante cose, limitando la libertà di movimento delle persone. Internet e le nostre tecnologie ci stanno supportando nel lavoro, nello studio. Capiamo cosa significa telelavoro; parole come smart working, termine fino a poco tempo fa sconosciuto, sono diventate di uso quotidiano; video conferenze e altri strumenti di relazione digitale poche settimane fa erano l’eccezione, oggi sono la regola.

Potrebbe essere una grande opportunità per gli architetti dell’informazione, se non vanno verso l”estinzione.

Le scuole avrebbero bisogno, nell’immediato ma anche nel futuro, di organizzare delle moderne intranet e magari le aziende avranno bisogno di applicazioni specifiche per i propri dipendenti che lavorano a distanza.

Cultura digitale in provincia ai tempi del Covid

Ma gli effetti in provincia arrivano sempre con lentezza. Le novità così come le crisi.

Le misure di prevenzione vengono prese dalle istituzioni presenti sul territorio ma ancora non tutti prendono sul serio il virus. La costruzione di una tenda pre-triage davanti l’ospedale diventa occasione di incontro e occasione per farsi una foto tutti abbracciati, come se si fosse ad una scampagnata tra amici.

Mentre pochi insegnanti si sono attrezzati fin da subito, nel proporre video conferenze, nell’inviare slide, suggerire esercizi e qualcuno ha avviato nuove pratiche di didattica online. Altri hanno interrotto di netto le loro attività e iniziato, adesso, in netto ritardo, attività di formazione su come funzionano piattaforme dove caricare le loro lezioni. Cosa che non si fa in un paio di giorni, se cominci da zero.

Speriamo che presto gli insegnanti anche i più virtuosi riprendano in mano la situazione. Sono a disposizione per eventuali consigli, consulenze o richieste di aiuto.

Dal punto di vista economico il digitale ha subito una brusca frenata. Gli e-commerce funzionano molto meno. Le persone preferiscono acquistare, nell’immediato, i prodotti dal negozio sotto casa. Sono stati svuotati, infatti, i supermercati e non i magazzini Amazon.

Le librerie hanno registrato un ulteriore calo delle vendite.

Difficile fare previsioni. Personalmente penso che questa nuova fase durerà per altri 20 anni. Il mondo, anche risolvendo la questione COVID-19, non sarà mai più lo stesso.

Un mare di opportunità senza risorse

In tanti, tra i miei colleghi, si sono lanciati nella creazione di webinar, lezioni, corsi gratuiti. E questo è bello per la creazione di una comunità.

Farsi conoscere adesso potrebbe essere il modo per raccogliere domani. Certo.

Il problema è che domani non ci saranno le risorse. Molte aziende si sveglieranno, alla fine di questa catastrofe, in un incubo. Penso alle aziende che lavorano con le scuole, a tutti i ristoranti, i bed &breakfast, hotels. Anche se le aziende non hanno licenziato, in tanti non hanno assunto nuove persone. Migliaia di posti di lavori stagionali sono andati perduti.

Ci sarà tutto da costruire e ricostruire. Opportunità appunto. Ma dopo aver superato le crisi precedenti, dopo essere sopravvissuti al Coronavirus, ci saranno ancora risorse per aggiornare un sito web? Per far nascere altre aziende, giovani, moderne? Forse si. Me lo auguro, lo auguro a tutta l’Italia, a tutta l’Europa.

Ma è una speranza.

Content strategy: il tone of voice

Il tone of voice (tradotto letteralmente Tono di Voce) è una delle parti importante da costruire all’interno di una content strategy. Strategia dei contenuti che serve se si vuole intraprendere il raggiungimento di obiettivi di marketing precisi.

Tanto più la ricerca e lo studio di un tono di voce è utile per la progettazione di un chatbot.

Cos’è la Content Strategy?

Se consideriamo un contenuto come la combinazione di informazioni, scrittura, grafica ed esperienza, la content strategy è la strategia che pone l’informazione in un contesto, con un significato.

Cos’è il Tone of voice?

La voce con cui gli altri ci sentono, il modo in cui gli altri ci ascoltano, l’identità, lo stile, il modo in cui ci poniamo alle persone che ci leggono, ci seguono o che comprano dai nostri negozi.

Quante volte, ti sarà capitato di riconoscere una persona da un suo modo di dire? O che qualcuno si identifichi per un suo particolare intercalare. Lo stesso avviene per le aziende che hanno anche loro un modo di esprimersi, che usano un loro registro e determinate parole che le distinguono dagli altri concorrenti.

La voce determina il modo in cui ci sentiamo; così come è il modo in cui gli altri ci sentono. Ne viene fuori, insomma, la nostra identità. Attraverso la nostra voce veniamo riconosciuti.

Ciascuno di noi, infatti, ha il proprio tone of voice.

È un tono che abbiamo imparato principalmente in famiglia. Che abbiamo modellato ascoltando radio e tv, prendendo esempio da persone, insegnanti, amici e personaggi che godono della nostra stima.

Espressioni del brand

Il tone of voice di questo blog non è studiato a tavolino. Sebbene uso spesso le stesse espressioni che mi distinguono. Si tratta del mio blog personale, porta il mio nome, è così come io mi pongo e mi voglio porre verso gli altri.

Una azienda o una struttura più complessa di una impresa, invece, ha bisogno di un minimo di studio.

Chiunque entri sul web, come struttura, ha la necessità di definire la propria voce. Lavorare sul tono di voce aiuta in primo luogo a sviluppare contenuti coerenti.

Se esiste un tono di voce ben curato, chiunque si metterà a scrivere, il direttore amministrativo, il padrone, un dipendente o un consulente, ognuno per la sua parte che gli è stata affidata, userà un identico tono di voce, come se la azienda parlasse con una sola voce.

La voce e il tono del brand

La voce può essere arrabbiata, dubbiosa, spaventata, felice, anche confusa.

Il tono dipende dal contesto in cui la voce viene utilizzata. Contesto che può essere innovativo, autorevole, determinato.

La voce e il tono danno il controllo del brand e della sua comunicazione, come percezione.

Come modellare il tono?

Su OutThink consigliano

  1. Per un vocabolario in sintonia col mercato: tono formale o informale?
  2. L’uso di tecnicismi? Da dosare con cura
  3. Narra i tuoi valori: speranze, progetti, passioni
  4. Distinguiti dalla massa
  5. Acquista autorevolezza e fiducia

Come trovare il tone of voice giusto per un’azienda?

Piero Babudro di SemRush scrive

Non esiste una strada unica per definire in modo univoco il tone of voice di un’azienda, lo so per esperienza diretta sul campo. Esistono però dei punti fermi, che proverò a elencare. Nel farlo, mi riferirò a un’azienda tipo, ma è chiaro che opportuni adattamenti rendono questi punti utili anche a chi deve lavorare per potenziare il proprio personal branding.

  • Tone of voice e identità
  • Storyboard e documenti di stile
  • Brand e personaggio
  • Il dizionario del brand
  • La formazione del team
  • L’analisi dell’audience
  • 5 parole chiave per un Tone of voice efficace

Continua Piero Badubro.

Questo percorso e questa ricerca devono portare con se dei valori.

  • Onestà
  • Passione
  • Reciprocità
  • Personalità
  • Comprensione .

Che cos’è il tono nella scrittura?

Ce lo suggerisce un articolo di Your dictionary

Il tono nella scrittura non è davvero diverso dal tono della tua voce.

Il tono può cambiare molto rapidamente o può rimanere lo stesso per tutta la storia; è espresso dal tuo uso della sintassi, dal tuo punto di vista, dalla tua dizione e dal livello di formalità nella tua scrittura.

Esempi di tono in una storia includono praticamente qualsiasi aggettivo che puoi immaginare:

  • Impaurito
  • Ansioso
  • Eccitato
  • Preoccupato
  • Folle
  • Inteligente
  • Deprimente

Scegliere le parole per il tono

Ci sono tanti esempi di tono in una storia quante sono le stelle nel cielo. Qualsiasi aggettivo, avverbio o persino verbo a cui riesci a pensare può aiutare a trasmettere il tono di una storia. Studia altri elementi essenziali di una storia per vedere come il tono si adatta al quadro più ampio.

Esempi di tone of voice di aziende conosciute

Valentina Falcinelli che ha costruito la sua azienda sulla costruzione del tono di voce delle aziende ci offre un bel numero di casi studio ed esempi su aziende cosmetiche.

Il tone of voice (ToV) è il modo con cui l’azienda comunica, attraverso i testi, la sua personalità. Il tone of voice è uno strumento così potente da essere addirittura chiave di volta del processo di rebranding: per questo è importante saperlo scegliere e usare correttamente. In questo post vedremo come parlare dello stesso tipo di prodotto usando toni di voce del tutto differenti. Il risultato? Be’, spàlmati per 5 minuti davanti allo schermo e lo vedrai con i tuoi occhi. Vedrai tu stesso gli effetti della “crema di ToV”.

Il tuo Brand ha un suo Tone of Voice?

Se ti stai ancora chiedendo come modellare il tono di voce di un brand è necessario far entrare nella squadra uno scrittore o comunque una persona che sappia scrivere bene.

Ricorda infatti John Saito che, gli scrittori:

  • sono designer.
  • uniscono i punti.
  • sanno quando parlare e quando tacere.
  • si prendono cura del tuo linguaggio.
  • ti spingono a diventare un designer migliore.

Tone of voice per assistenti vocali

Tanto è vero anche per quanto riguarda gli assistenti vocali come confermato da un recente articolo su Forbes. Il processo non è tanto diverso.

La voce è un elemento potente per qualsiasi personaggio, animato o reale. Il rapido sviluppo della tecnologia a comando vocale, permetterà alle aziende di sfruttare la voce per trasmettere la propria storia così come i loro valori, in modi del tutto nuovi.

La voce può trasmettere autorità, impegno, ma soprattutto trasmette una personalità.

Proprio come il tono della copia di marketing alla fine influenza il modo in cui le parole vengono lette, il suono con cui viene consegnato un messaggio audio ha un impatto significativo sul modo in cui viene ricevuto.

Conversazioni uniche

Il modo in cui comunichiamo varia in base alla modalità che scegliamo. Lo stesso messaggio può essere recapitato in modo molto diverso sul testo rispetto alla chat video, ad esempio.

Le nostre voci sono una parte fondamentale delle nostre identità, comunicare con la voce è intrinsecamente più personale della digitazione.

Non importa quanto sia sofisticato l’assistente virtuale del tuo marchio, a volte le persone dovranno parlare con un agente umano, e va bene.

Assistenti vocali quasi umani

Sono finiti i giorni della voce robotica del computer; man mano che tecnologie come la generazione del linguaggio naturale (NLG), il text to speech (TTS) e il progresso della gestione del dialogo, le voci basate sull’intelligenza artificiale possono rispondere ai consumatori in modo naturale e coerente.

I marchi di oggi non dovrebbero sottovalutare il potere di costruire un’identità sonora che risuoni con il loro pubblico di destinazione.

Poiché sempre più consumatori guardano alla tecnologia come un modo per interagire con i marchi, i marchi dovrebbero guardare alla voce come un potente punto di contatto con un immenso potenziale per aiutarli a distinguersi nella crescente concorrenza.

Le aziende possono introdurre un suono basato sull’intelligenza artificiale che i consumatori possono ricordare facilmente come la voce dei loro personaggi animati preferiti.

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Di questo e di tanto altro parliamo al corso Progettare chatbot della UXUniversity.

Dentro la società interconnessa. Recensione

Dentro la società interconnessa

di Piero Dominici

è un libro assolutamente da leggere.

Lo consiglio

a tutti coloro che vogliono comprendere le opportunità

e i rischi di una società complessa,

come quella che stiamo vivendo.

Puoi ascoltare questo articolo anche su youtube

e seguire Il prof. Piero Dominici

sul suo blog, Fuori dal Prisma.

Tsunami informativo

Sono anni che nei vari convegni, summit e incontri vari ci diciamo che la massa di informazioni che ci sta investendo è uno tsunami. Nessuno ci spiega cosa sta accadendo, comprendiamo a fatica la nostra realtà, le visioni politiche sono ridotte a quello che accade oggi. E il mondo dell’informazione è inquinato almeno quanto il mondo delle nostre città e delle nostre campagne.

Sono necessari umanisti che rimettano l’Essere Umano al centro.

È necessaria una architettura dell’informazione che organizzi le informazioni e le notizie online, che, per come arrivano, non dicono nulla. Nel mare magno del web perdono di significato e di senso; in un marasma dove Verità e post verità si mischiano indistintamente, lasciando spazio al tifo da Stadio.

Essere preparati culturalmente

Come affrontare tutto questo? Piero Dominici sottolinea che bisogna essere preparati culturalmente. Analizza come la società odierna si stia spaccando tra chi è altamente tecnologizzato e chi resterà indietro in questo cammino.

E quando la spaccatura sarà definitiva non sarà certo un bene.

In un articolo scritto per Techeconomy.it Dominici scrive.

Per questa civiltà ipertecnologica, oltre ad una rinnovata attenzione per le regole e i diritti, occorre un approccio sistemico alla complessità, in grado di evitare spiegazioni riduzionistiche e deterministiche e di far dialogare “saperi” e competenze troppo spesso tenuti separati (scuola e università strategiche).

Insomma, abbiamo bisogno di squadre, di comunità intere che affrontino con serenità e umiltà le tematiche del momento.

L’economia interconnessa richiede scelte strategiche e una nuova sensibilità etica per le problematiche riguardanti gli attori sociali, il sistema delle relazioni e lo spazio del sapere: occorre, cioè, una nuova cultura della comunicazione, orientata alla condivisione e all’intesa, in grado di incidere sui meccanismi sociali della fiducia e della cooperazione.

Condivisione

Condivisione, vera dei saperi.

In tal senso, la ricomposizione di un contesto globale, che appare sempre più frammentario e disordinato – anche se occorre assolutamente definire strategie per oltrepassare le retoriche della “liquidità” – spetta alla comunicazione, intesa come processo sociale di condivisione della conoscenza*(1998) e di mediazione dei conflitti, sinonimo di socialità, “strumento” complesso di superamento dell’individualismo, piattaforma di connessione, cooperazione e produzione sociale delle conoscenze.

La comunicazione dunque ha una responsabilità enorme, in questo senso.

L’obiettivo strategico (di lungo periodo) – come ripetuto più volte in passato – è la “vera” innovazione, quella sociale e culturale: un’innovazione in grado di realizzare sistemi sociali più aperti e inclusivi. A questo livello – lo ribadiamo con forza – la sfida all’ipercomplessità è una sfida in primo luogo conoscitiva, con teoria e ricerca/pratica che si alimentano vicendevolmente (!):

una sfida che porta con sé un’assunzione di responsabilità, a livello individuale e collettivo: innovazione e inclusione non possono essere “per pochi”. Altrimenti termini come identità, diritti, cittadinanza, libertà, inclusione, meritocrazia, accesso, partecipazione, democrazia etc. saranno/si riveleranno parole “vuote”, funzionali soltanto a certe narrazioni sull’innovazione e sul digitale ed ad un certo discorso pubblico fin troppo conformista e omologante.

Non saprei dirlo meglio. Chi oggi guarda al proprio orticello, chi non condivide il sapere, proprio e degli altri, chi predica la collaborazione (per gli altri) senza poi praticarla (nel proprio quotidiano) racconta una favola che neppure andrà tanto lontano nella storia delle letteratura.

Intervista Piero Dominici

Per queste sue parole che Piero Dominici divulga in lungo e in largo sul web sono in attesa di una sua intervista. Sono consapevole che le richieste per un professore universitario, impegnato a così alti livelli, siano numerose. E non sarà facile che mi risponda.

Da buon ottimista resto in attesa.

Quarta di copertina

Dalla quarta di copertina

L’attuale ecosistema della comunicazione, fondato su un’economia della condivisione e dell’immateriale, ci porta a riflettere criticamente e valutare le straordinarie potenzialità, ma anche le numerose criticità, della moderna prassi comunicativa e tecnologica: un cambiamento radicale di codici, culture, modalità di produzione e condivisione, gerarchie (disintermediazione) – una vera trasformazione antropologica (1996) – dalle numerose implicazioni in termini di paradigma, di cittadinanza e inclusione (non solo digitale), con ricadute notevoli su identità e soggettività in gioco.

Una rivoluzione di tale portata, legata a molteplici variabili e concause, da occasione irripetibile di innovazione sociale e mutamento, potrebbe rivelarsi l’ennesima opportunità per élites e gruppi sociali ristretti, a causa di tanti fattori: digital divide, cultural divide (troppo a lungo sottovalutato), asimmetrie, mancanza di strategie sistemiche di lungo periodo. Per questa complessità sociale, oltre ad una rinnovata attenzione per le regole e i diritti (Net Neutrality, FOIA, Internet Bill of Rights), occorrono approccio alla complessità, in grado di evitare spiegazioni riduzionistiche e deterministiche, ma anche, e soprattutto, una nuova sensibilità etica.

Dal momento che, oggi, come mai in passato, la tecnologia è entrata a far parte della sintesi di nuovi valori e di nuovi criteri di giudizio (1998). Gli attori sociali si trovano di fronte alla possibilità di operare un irreversibile salto di qualità: ma il problema non è soltanto rilevare, osservare il fatto scientifico, quanto prendere atto che la comunicazione è soprattutto un comportamento che genera comportamenti e produce valore. E, nel far questo, è di fondamentale importanza non confondere i mezzi con i fini, il piano degli strumenti con quello dei contenuti, la comunicazione con la connessione.

Chi è Piero Dominici?

Piero Dominici (PhD) insegna Comunicazione pubblica e Sociologia della comunicazione presso l’Università di Perugia ed è Visiting Professor presso Universidad Complutense Madrid. Si occupa di innovazione, comunicazione organizzativa, teoria dei sistemi, complessità, etica pubblica, responsabilità sociale.

Tra le sue pubblicazioni:

Indice Dentro la Società interconnessa

  • Introduzione
  • Comunicazione è complessità
  • Dalla società di massa. Percorsi e spunti per la comprensione del contemporaneo
  • (C’era una volta… la società di massa; La civiltà della comunicazione; Nuove socializzazioni; Dalla ricerca sulle comunicazioni di massa. Altri spunti per l’approfondimento; Un momento di svolta nella Communication Research: il flusso a due fasi della comunicazione; Le ricerche sugli effetti a lungo termine dei media)
  • Tra istanze di emancipazione e derive dell’individualismo: per una cittadinanza digitale
  • (Modernità radicale e globalizzazione; Società della conoscenza ed ecosistema della comunicazione; L’architettura distribuita del web e la nuova sfera pubblica; Comunicazione e cittadinanza: tra inclusione e nuove asimmetrie; Sulla comunicazione pubblica)
  • Dentro la Società interconnessa: rischi e opportunità della nuova complessità sociale
  • (La centralità strategica di informazione e conoscenza; L’analisi della società interconnessa; Razionalità limitata e vulnerabilità; La società interconnessa e il ritardo nella cultura della comunicazione)
  • Rimettere la Persona al centro: per un nuovo Umanesimo
  • (Una rifondazione dell’etica; La Persona, l’etica e le libertà digitali; Comunicazione e informazione: bisogni primari. Presupposti teorici ed elementi di approfondimento; Elementi per un’etica della comunicazione; Libertà è responsabilità; Il problema della responsabilità)
  • Conclusioni

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Abbanniata siciliana

L’abbanniata siciliana è il grido di richiamo che i venditori siciliani rivolgono ai loro clienti, sia che si trovino al mercato, in uno dei mercati storici della Sicilia, sia in mezzo le strade da parte di venditori ambulanti. Generalmente sono fruttivendoli, venditori di sale e di patate.

In estate il panorama si arricchisce con i venditori di cocco e pannocchie lungo le spiagge.

L’abbanniata richiama l’attenzione ai prodotti e ai prezzi presenti sul banco. Ma l’arte dell’abbanniata si allarga nell’attirare l’attenzione con grida di sorpresa, meraviglia, oppure anche di liti, per spingere i clienti se non ad acquistare, comunque ad avvicinarsi per vedere cosa sia accaduto.

La sicilia rumorosa

Daniela Gambino scrive un bell’articolo sull’abbanniata.

La Sicilia è rumorosa, ha dei suoni tutti suoi. Mentre camminate per le strade capiterà di trasalire per un’improvvisa abbanniata (uno strillo) di un venditore ambulante.

Se andate al mercato, un classico, il pescivendolo abbanierà il pesce, e i fruttivendoli, probabilmente, gli faranno il coro.

Bandire, dar pubblico avviso gridando o cantando, vendere all’incanto la mercanzia, imbonimento, è la traduzione che si può dare in italiano al vocabolo siciliano “abbanniata” o “vanniata”.

Una volta il venditore ambulante, che teneva la sua mercanzia in una cassettina messa a tracolla o su una bicicletta oppure su un carrettino spinto a mano o trainato dall’asinello, tramite “l’abbanniata” stimolava il compratore ad acquistare. C’era anche “l’abbanniatina di putia”, infatti, anche il bottegaio, messo davanti la sua “putia” (bottega) “abbanniava” la sua mercanzia.

A tale scopo, per meglio essere ascoltati, ma seguendo anche antiche tradizioni, spesso improvvisavano un canto. Ne ricordo uno cantato da un venditore di sale: “megghiu di l’ogghiu ci voli / e ci voli lu sali. / Sali haiu / iu vi vinnu lu sali”.

Questi canti spesso rassomigliavano allo stile di canto dei carrettieri, quindi erano di origine araba. Alcuni studiosi musicologi, infatti, hanno abbinato questo genere di canto di “abbanniata” fra quelli popolari.

“La robba abbanniata è mezza vinnuta”, “lu putiaru socc’avi abbannia” sono dei proverbi dei vecchi tempi, che si riferiscono a tale sistema di vendita. Tante volte, per dare più pubblicità alla mercanzia si mandava in giro per il paese lu tammurinaru, che col suo tamburo richiamava la gente, mentre lui abbanniava.

Abbanniata comico

Abbanniata palermitana

Sonorità arabe

Un documentario sui mercati

Ambulanti e abbanniata

Il re della pannocchia (pullanca)

Abbanniata o Vanniata siciliana

Coccobello per tutti a Balestrate

Abbanniata agrigentina