Poco confronto in provincia

Qual è la disgrazia di chi vive in provincia?

Secondo me è la mancanza di confronto.

Premetto che amo vivere in provincia. Le dimensioni, gli spazi i rapporti sono tutti a misura d’uomo. Le città, oggi, sono invivibili. Sono care economicamente e colme di miseria.
Nelle città c’è tutto ma sono sempre meno le persone che possono permettersi di viverla.
La finisco qui perché il discorso che voglio fare è un altro.

Dicevo la mancanza di confronto.
In città, o sarebbe meglio dire nei centri dove la competizione è alta, e la città è uno di questi luoghi, le persone sono costrette a dare il massimo. Intanto si ha un gran numero di persone che arrivano da ogni parte. E ogni giorno puoi incontrare una persona più brava di te.

Dunque più è alta la competizione, più le persone sono spinte a fare meglio. Questa spinta se da un lato è ciò che arreca molte ansie e conduce molti a fare una vita sempre più frenetica e sempre più lontana da se stessi, è alla base di molti progetti innovativi. Che nascono appunto nelle città.

Nella provincia, nel piccolo paesino di provincia questa spinta è molto rara. E dove avviene, spesso avviene per un intervento dall’alto. Certo c’è il numero di persone che è esiguo rispetto ad una città. Il paese non attrae competenze e talenti. Eppure è proprio la provincia che crea i talenti, che li forma, che li plasma, che da quella spinta propulsiva per sbancare in città.

E questo avviene, secondo me, perché il confronto non è solo la discussione tra individui. Questo avviene e anzi l’uomo di talento riesce a vedere nella miseria molte ricchezze.

Ma oltre che con le persone ci si confronta molto spesso con tutto quello che ci circonda. Le nostre strade, i palazzi, le altre professionalità.

Nel film i cento passi si parla dell’importanza della bellezza. Che anche le cose brutte ( e aggiungo io, le cose sbagliate) trovano una loro logica per il solo fatto di esistere.
E così capita di vedere locandine e comunicazioni fatte male. Ma non perché chi le ha fatte non sa fare il suo mestiere. Anzi.Ma fatte male perché ci sono refusi, date sbagliate, imperfezioni varie.

Piccole cose, che sarebbero facilmente evitabili, se qualcuno avesse dato un’ultima lettura.
Nel tempo ti abitui a questo modo di fare, che è del privato quanto del pubblico. Dalla locandina con qualche refuso si può passare ad una buca mai riparata, ad un restauro mal fatto. Un parco aperto e poi chiuso. Non è che manca il parco, il teatro, manca la chiave per aprire il portone. Tutto questo diventa la normalità.

Dunque quella tendenza del fare meglio, in provincia diventa un continuo lasciar andare. Nessuno si scusa, nessuno corregge. Tutto scorre.

Tutto va bene, anche quando tutto va male.

Piattaforme mangia tempo

Le piattaforme che utilizziamo quotidianamente,

da piattaforme di incontro,

sono diventate

  • piattaforme mangia tempo, se si è fruitori di contenuti;
  • piattaforme mangia soldi, se si è produttori di contenuti con la volontà di far leggere i propri contenuti.

Nel mese di settembre 2020 si è fatto un gran parlare, proprio sulle piattaforme, in un documentario prodotto da Netflix dal titolo The social dilemma. Documentario già dimenticato.

Piattaforme e Internet

Personalmente non mi piace quando volontariamente o involontariamente si fa confusione tra piattaforme e internet.

Primo perché quando si fa questa confusione si addossano ad internet colpe che non ha e secondo queste colpe oscurano le numerose opportunità che internet ha offerto ed offre.

Non che internet non sia pieno di pericoli. Ma se vi trovate a leggere questo articolo è grazie ad internet. Se io ho la possibilità di comunicare e confrontarmi con voi che mi leggete è grazie ad internet. Se riesco a formarmi e informarmi a bassissimo costo è grazie ad internet.

The Social dilemma

Gigio Rancilio ha scritto un articolo interessante sul tema

mentre

Alberto Puliafito ha commentato al volo il documentario.

il punto di vista è monolitico: ci sta, il film è a tesi, non ci vuole il contraddittorio. Ma allora il racconto dovrebbe essere ineccepibile. Invece è pieno di crepe (Snapchat Dismorphya? Seriously?)

la parte di fiction è poco onesta

la correlazione causa-effetto è data per scontata

l’uso dei dati è manipolatorio nella direzione che indichi nel tuo pezzo (far paura)

è un gran contenuto di marketing per i protegonisti

paradossalmente è una straordinaria pubblicità per Facebook & C (ah, manipolano? Fammi un po’ vedere)

è assolutorio nei confronti della politica e di chi inonda le piattaforme di contenuti manipolatori

i tech ‘pentiti’ si sentono dei gran fighi e sanno cos’è meglio per noi

in generale è manipolativo

Come abbiamo già visto in passato le nostre case sono invisibili. Possiamo rendercene conto, osservando la nostra attività social, come trascorriamo il tempo quando siamo connessi, quanto tempo trascorriamo dentro le piattaforme. Se non riusciamo ad essere abbastanza introspettivi (brutto segno!) possiamo osservare i ragazzi in strada, i giovani che ci circondano, i vostri figli (io non ne ho) o ai figli dei nostri amici.

Piattaforme mangia tempo

La realtà è che vogliamo, senza riuscirci, restare al passo con tutti gli impulsi che ci lanciano,

E su questo tentativo vano, che ci tiene dentro la piattaforma, le piattaforme guadagnano.

In un mondo dove lo slogan è “condivido dunque sono” non c’è spazio per la solitudine.

E tutti siamo alla ricerca di notorietà (sempre più spesso a tutti i costi).

Piattaforme mangia soldi

Il blog, lo avranno notato i più attenti, dall’estate 2020, è uscito fuori dalle piattaforme, lasciando la pagina social, e non ha più forme di condivisione dirette.

Chi vuole condividere un articolo deve copiare il link del browser e postarlo sulle proprie bacheche. Insomma deve fare uno sforzo e un gesto consapevole di condivisione.

Si tratta di una scelta drastica, forse anche auto distruttiva, ma per quanto minimale non voglio far parte del grande gioco dei social.

I contenuti che pubblico sulla pagina dedicata è mostrata ad una piccola percentuale di lettori mentre all’interno delle piattaforme se non si sponsorizza un post, se non si paga il dazio alle piattaforme, l’articolo, così come i contenuti, sono concessi ad una piccola parte del pubblico.

Internet è una opportunità

Internet è un bagaglio di conoscenza che nessuna civiltà ha mai conosciuto. Al suo interno possono nascere comunità e le persone possono creare progetti da far crescere, fisicamente localmente o internazionalmente.

Le piattaforme social nascono dentro Internet, dentro questo sistema. E non viceversa. Le piattaforme hanno tratto e traggono la loro idea di comunità, di connessione, dall’idea primordiale dell’internet. Non il contrario.

Il problema nasce se pensiamo che le piattaforme, che i social network, siano l’Internet. Il problema nasce se pensiamo che il tempo trascorso su un blog, su un sito che propone corsi di formazione, sia uguale a quello trascorso su Facebook o su Tik tok.

Siamo confusi e volutamente ci confondono, siamo immersi in un mare di informazione che non riusciamo più a distinguere il vero dal falso. Ed in questo magma è difficile astrarsi.

È solo colpa delle piattaforme?

Se le cause o le colpe ci sono probabilmente si trovavano e si trovano già nella nostra quotidianità. Forse le piattaforme (pensiamo che facebook nasce nel 2004, in Italia io ne ho sentito parlare nel 2007) hanno seguito il vento. Oggi, in molti sostengono che le piattaforme amplificano quello che esiste nel reale.

Oggi penso a tutte le mie relazioni umane e mi chiedo se sono stati davvero i social a dissolvere e annacquare il concetto di amicizia. Oppure già da tempo si è delineata una società che ha spinto alla competizione estrema. Forse il mito della flessibilità e della mobilità, che ci doveva rendere tutti più ricchi, ha tradito un’intera generazione che oggi si trova sempre più disagiata, sempre più precario e senza futuro. Forse questa generazione rimasta in aria, non ancora vecchia e non più giovane, vive di invidia sociale per chi pare ce l’abbia fatta?

Insomma non è che, già prima che le piattaforme prendessero piede, le nostre relazioni fossero già deteriorate e questa nuova situazione abbia dato spazio all’invidia sociale dissolvendo i legami tra amici, tra colleghi e comunità di riferimento?

Forse che la competizione sempre più estrema, la richiesta sempre più alta di formazione, la laurea prima, poi il master, poi il master di secondo livello, poi andare all’estero per imparare l’inglese, poi l’inglese da solo non basta, meglio una seconda lingua straniera, meglio se impari il tedesco, no, il cinese. E se a tutto questo continuo formarsi non sia arrivato nulla? Al peggio le famiglie non sono riuscite a finanziare e a competere, i ragazzi hanno avuto esperienze negative e sono rimasti indietro. E al meglio oggi hanno raggiunto un lavoro ma hanno una vita a pezzi, una famiglia che non vedono mai, costruita solo nelle vacanze.


A questo si aggiunge il distanziamento sociale a cui siamo oggi costretti. Le comunità si rafforzeranno, le relazioni cresceranno ad un nuovo stadio di energia, oppure saremo sempre più soli?

La ricerca di senso

Solo la ricerca di senso può salvarci, o può frenare il degrado.

Sono convinto, infatti, che la consapevolezza dei timori, come la consapevolezza delle opportunità, possa aiutare a trovare un giusto equilibrio all’uso degli strumenti.

In questo senso l’architettura dell’informazione ha un ruolo non solo all’interno dei siti web, ma anche nella diffusione di una cultura digitale consapevole. L’architettura dell’informazione come disciplina della ricerca di senso assume una responsabilità che va oltre l’organizzazione delle informazioni.

Non è tutto male e non è tutto bene. Viviamo in un mondo complesso, dentro una società interconnessa e non ci sono solo zone grigie o nere. Abbiamo bisogno di istruzione, abbiamo bisogno di cultura, cultura digitale. Dobbiamo favorire le buone pratiche, essere noi stessi attori attivi nel creare contenuti positivi. Dobbiamo rendere conveniente far creare contenuti di qualità.

Perché se è vero che le macchine possono incastrarci, se è vero che le piattaforme possono mangiare il nostro tempo, è anche vero che, nonostante tutto, solo le persone possono dare un senso a tutto questo.

Mondo complesso

Ma vorrei sottolineare la complessità di questo mondo e di come ci siamo arrivati.

  • La competizione estrema, l’invidia sociale, il dissolversi delle relazioni è qualcosa che ci viene dalla società analogica.
  • Se è pur vero che questa patologia è diffusa è anche vero coinvolge una parte del mondo e non la sua interezza; riguarda persone che fanno parte di un dato ceto sociale, che svolgono un lavoro di un certo livello e che hanno determinate capacità economiche.

C’è ancora chi vive in un mondo analogico, disconnesso, privo di internet. E non penso che questo mondo che non ha accesso ad internet sia migliore o che la disconnessione sia auspicabile.

Ripeto, viviamo in un mondo complesso. E penso che sia meglio divulgare cultura digitale piuttosto che spingere sulle paure che dobbiamo analizzare ed osservare.

Dal mio punto di vista, abbiamo la necessità e il bisogno di acquisire consapevolezza per usare gli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione. Connessi con noi stessi e con le persone.

Del fare, a prescindere dagli altri

Navigando sul web e su Youtube scopro un canale di uno scrittore, che ha creato un canale personale. In questo canale lo youtuber, anche avanti con gli anni, raccoglie appunti, riflessioni, interviste, incontri più o meno casuali, pensieri, versi, passi di libri. Da un lato non tutto è improvvisato, ma c’è un parziale caos ragionato.

L’autore, chiude l’esperienza di un altro canale con oltre 6000 iscritti, per iniziare una nuova esperienza partendo da zero.

Non nomino l’autore né il canale perché traggo dal suo lavoro delle considerazioni personali, che non hanno avuto nessun confronto con l’autore stesso né con i suoi intervistati.

Intervista ad un regista

Tra i tanti video di questo canale trovo l’intervista ad un regista. E l’autore del canale gli fa una domanda bel precisa e puntuale.

Ma quando fai un nuovo film? Si un regista e un regista deve fare i film!

Il regista risponde che a lui i film non glieli fanno fare. E che i suoi film stanno dentro ad un cassetto.

L’intervistatore controbatte che oggi giorno non si ha bisogno di chi ti faccia fare un film ma basta un telefonino e i film si fanno.

Abbiamo bisogno di professionisti

Devo dire che non sono molto d’accordo con questa affermazione.

Per fare un film ci vogliono le professionalità, ci vuole il lavoro di professionisti, ci vuole una certa organizzazione. E dunque ci vogliono i soldi. Per fare un film ci vuole una cinepresa professionale e ci vogliono tutte le professionalità che stanno attorno ad un film. E poi i costumi, le luci, i suoni.

Lo capisco, fare cinema è costoso, fare un film costa, perché se vuoi fare qualcosa fatto bene devi chiamare i professionisti e devi pagarli.

Fare un film con il telefonino, come ci mostrano le pubblicità, sarebbe possibile, ma ci vuole un’idea forte.

Eppure…

Eppure un dubbio mi è venuto.

Il dubbio è: è meglio stare in silenzio in attesa di fare il film come ai vecchi tempi e secondo tutti suoi sacri crismi, oppure si può approfittare della nuova tecnologia, dei nuovi mezzi e delle nuove opportunità per dire qualcosa?

Perché se è vero che per fare un film ci vogliono i soldi, l’alternativa non può e non deve essere l’immobilismo o il silenzio.

Prigionieri di se stessi

Mi chiedo se raggiunto un certo livello professionale non si diventi prigionieri di se stessi. Mi metto nei panni del regista. Forse che il regista si chiede cosa penserebbe la gente di un video di un regista fatto con il telefonino, cosa direbbero o scriverebbero i critici cinematografici di un video fatto male da un regista più o meno conosciuto?

Ma più in generale un professionista che ha fatto un buon lavoro fino ad oggi può permettersi di ricominciare da capo, di ricominciare da zero?

C’è gente che lo fa con coraggio, con spensieratezza, fregandosene del cosa pensano gli altri e fa. Altri, invece, forse a me anche più simpatici, forse anche più saggi, più riflessivi, anche più grandi, non lo fanno. Non riescono a sconfiggere la vergogna dell’errore, dell’imperfezione.

Questo scrittore lo ha fatto. Con un cellulare e con le sue idee. Certo, lui non è un regista, non vende i suoi film, ma in ogni caso si mette in gioco e si concede la possibilità di migliorare.

Penso che sia sempre meglio rimboccarsi le maniche e fare e sperimentare.

E dunque un regista deve fare i film, uno scrittore deve scrivere, un insegnante deve insegnare, un architetto del’informazione deve progettare. A prescindere da quello che gli viene concesso.

L’importanza della noia

Oggi, più che mai, sottovalutiamo l’importanza della noia. In un passo del libro di Sherry Turkle, Insieme ma soli, si parla proprio della noia.

La noia come tempo dell’evoluzione

L’essere umano, nella sua evoluzione ha avuto bisogno e continua ad avere bisogno di momenti di inattività. Questo tempo di noia, nell’età adolescenziale, serve per imparare a pensare in autonomia; in età avanzata l’inattività serve ad allenare la propria introspezione.

Ed invece oggi sentiamo sempre più spesso sentire le persone che vivono una vita stressante. Lavoro, ufficio, aperitivo, incontri di lavoro, vacanze, uscite fuori porta obbligate, costringono singoli e famiglie ad un continuo organizzare il tempo a disposizione.

Neppure una pandemia mondiale e lockdown ripetuti hanno rallentato la vita di molti. Anzi. Per qualcuno è diventato tutto ancor più frenetico.

Il tempo senza vuoto

Tempo che manca sempre nell’arco delle 24 ore giornaliere.

A questo stress si aggiunge quello di figli e bambini. che a volte hanno una vita piena, più dei loro genitori, senza tempo libero, senza tempi morti o di noia. Alcuni amici e conoscenti mi raccontano delle attività dei loro figli come se fossero manager di aziende multinazionali. Lezione di musica, palestra, lezione di lingua straniera, (in epoca precovid tutta l’attività motoria come piscina, calcio). Senza contare poi tutti gli input di smartphone e contatti.

I mantra di questo Tempo e di questa Società sono incalzanti. La competizione comincia già alle scuole primarie, nella scelta della scuola, delle classi e dei compagni. Il tempo è sempre meno per raggiungere gli obiettivi quotidiani, la cultura del successo (del successo ad ogni costo) sempre più impellente.

Il tempo dell’innovazione

Eppure, ci ricordano gli psicologi che la noia è uno stimolo potente. La noia incendia la fantasia e costruisce le risorse emotive interiori.

Una vita stressata e strapiena di cose da fare, senza mai un attimo di pausa e noia, ci impedisce di capire cosa ci accade intorno a discapito nostro e di chi ci sta intorno.

Il tempo della noia, se consapevole, è il tempo dell’innovazione, dell’inventiva, della scoperta.

Ogni tanto annoiatevi.

Buone feste!

Il blog vi augura buone feste! Buona fine e un buon inizio 2021.

Ripartenze e progettazione

Non ci sarà una ripartenza a breve. Capisco che si tratta di una affermazione radicale, ma la ritengo necessaria. È necessario comprendere che l’era Covid durerà 20 anni e solo alla fine di questi decenni avremo qualcosa di nuovo. Non si sa se migliore o peggiore, rispetto a quello che conosciamo. Sicuramente molto diverso dal passato.

Per cui quando parlo di ripartenza non intendo il ritorno al mondo precedente, alla fine di questa o di altre pandemie, all’economia dei primi anni venti del 2000. Per ripartenza intendo l’inizio di un nuovo mondo che avremmo avuto tutto il tempo di progettare. Abbiamo pensato erroneamente che il lungo periodo di pace che abbiamo vissuto sarebbe durato ancora a lungo, quasi all’infinito.

Se non lo abbiamo progettato prima, questo mondo, va progettato oggi, ogni giorno, oggi.

La caduta dell’impero

Eppure i segnali c’erano tutti.

Un’ intera generazione di ragazzi nati negli anni 80 e 90, hanno sperimentato un mondo del lavoro sempre più precario. Mentre ci sembrava di avanzare di carriera, in realtà le nostre vite private e pubbliche sono peggiorate. Nessuno oggi, con le sole proprie forze è più in grado di costruirsi una casa, di avere risparmi, di vivere una vita in autonomia, senza sfiorare il limite di povertà.

Una bellissima trilogia di Raffaele Ventura testimonia questa decadenza di una generazione tradita. Alla laurea non sempre corrisponde un lavoro. Gli investimenti che ciascuno fa per migliorare la propria formazione sono e restano in passivo.

Certo possiamo raccontarcela e pensare che vivere in 20 metri quadri di casa a testa sia sufficiente, non avere una pensione sia normale, ma così non è.

Ci siamo detti, spessissimo, il mondo sta cambiando. Ma era solo un mantra per allontanare il cambiamento che è avvenuto davvero.

Cambiamenti climatici

Senza contare lo tsunami dei cambiamenti climatici a cui andiamo incontro allegramente. Questo si che vedrà crollare letteralmente case, modificherà i territori, i paesaggi che viviamo. Il mondo oggi sta cambiando nelle relazioni, a breve cambierà anche fisicamente. E chissà se saremo in grado di adattarci.

Nel libro Patti scellerati, ad un certo punto, l’autore scrive che il grado di corruzione è talmente elevato che la mente e l’animo umano stenta a credere che sia possibile. Davanti ad affermazioni forti, tendiamo a non credere. Ci auto assicuriamo che non sia così. Non vogliamo vedere una realtà catastrofica. Meglio pensare al ritorno al passato che prepararsi al cambiamento.

Il cambiamento, infatti, sarebbe ed è più doloroso.

Avere consapevolezza

Anche se non vogliamo credere alla caduta dell’impero, è bene avere consapevolezza di questo tempo.

Lo dico senza alcun pessimismo. L’essere umano si adatta e dunque non è mai la fine, semmai è sempre una trasformazione.

Se un compito si è dato questo blog è quello della consapevolezza. E così proseguirà nel tempo.

L’antichità dopo la modernità

Io non so se quello che stiamo vivendo sia un passo in dietro o in avanti. Difficile fare un’analisi quando si è immersi nel liquido della quotidianità. Come il pesce non sa nulla dell’acqua in cui nuota, così è difficile fare previsioni su quello che sta accadendo, al massimo si può osservare.

In fondo, il distanziamento sociale, o i familiari che non si abbracciano e non si baciano, le relazioni controllate, le raccomandazioni igienico sanitarie locali, nazionali e religiose, non sono comportamenti nuovi alla nostra civiltà.

C’è da leggere Armi, acciaio e malattia, per comprendere che guerre e pestilenze ci hanno portato a quel che siamo ed hanno favorito la nostra evoluzione.

Ripartire dal progetto

Voi come state ripartendo? Quale riflessione vi state portando dietro da questo 2020 così agitato? Io, per esempio, sono ripartito e sto ripartendo dall’inizio.

Dopo la brutta sbandata di inizio anno ho ripreso vecchi progetti, arricchiti di esperienza e di resilienza.

Il vantaggio di avere un progetto è proprio questo.

Con il trascorrere del tempo, capita di sbagliare strada, di allungare percorsi che in quel determinato momento pensiamo siano giusti, corretti, più vantaggiosi. Capita. A volte si viene sommersi dalle cose da fare e si perde anche la retta via. Sbagliare è umano. Così come correggere la rotta è umano.

Avere un progetto ti rimette in sesto quando cadi. Rivedi da dove sei partito, quali erano gli obiettivi iniziali e nel tempo puoi vedere cosa è andato storto e cosa ha funzionato. Avendo un progetto ci si rialza meglio, si può riprendere e ripartire con tutta l’esperienza acquisita.

L’essenziale

Il sito è ritornato ad essere un blog. È sempre stato un blog. In questi 5 anni (ci avviamo a festeggiare il sesto anno) non è cambiato quasi nulla. Ogni settimana si trova un contenuto nuovo. E cosa c’è di meglio di un tema WordPress, il re dei blog? Inutile aggiungere fronzoli.

Un blog secco dedicato a chi ha interesse a parlare di architettura dell’informazione, relazioni, contesti, sonorità, assistenza vocale e progettazione di chatbot e interfacce vocali e conversazionali.

Sto riportando tutto all’essenziale, l’essenziale necessario, che per me è la scrittura.

Le relazioni

Su Facebook ho cancellato oltre mille contatti. Ho cancellato tutto quello che era malsano. Una mia amica mi ha invitato alla ricerca di persone partorienti.

Persone che fanno nascere idee, pensieri positivi, persone con prospettive, sogni, visioni a lungo termine.

E di relazioni sane abbiamo tutti bisogno. Per questo motivo continuerà la rubrica delle interviste. Mi piacerebbe dare spazio ai giovani, ai ragazzi appena usciti dal master in architettura dell’informazione. Ci proverò.

E per il 2021?

Non mi aspetto niente di buono per il 2021. Ci sarà ancora tanto dolore da gestire. Ho intorno persone anziane, persone fragili, a rischio. Ho paura per loro.

Senza contare la crisi economica che incombe nelle città, nella vita quotidiana delle persone. I soldi che arriveranno per la ricostruzione impiegheranno molto tempo prima di arrivare sulle tavole degli italiani.

Se siamo qui, io a scrivere e voi a leggere, ci troviamo in una condizione di privilegio, che voglio rispettare.

Il blog del nuovo anno

Il blog continuerà con maggiore cura dei contenuti che daranno risposte a domande precise. Mi piacerebbe avere un anno pieno di domande e di risposte. Anche per gli altri progetti personali di cui vorrei parlare anche ai lettori di questo blog.

A febbraio terrò un corso su radio, audio e podcasting per ragazzi di scuola superiore secondaria. Ci sto lavorando. Come a dire che si riparte nuovamente dalle origini.

Qualche sfida

Poi per il 2021 raccolgo qualche sfida.

La prima è quella consigliata da Massimo Curatella di scrivere mezzo milione di parole in un anno. Si tratta di un esercizio che non molti sono in grado di portare a termine. Io non ho mai contato le parole, so che dedico molto tempo alla scrittura, ma non sono costante. Ci provo.

Anni fa, Nik, un ragazzo che frequentava la radio, si pose come sfida quella di pubblicare ogni giorno una foto. 365 foto in un anno. Dopo quell’esperienza avviò la sua carriera di fotografo. Oggi è un fotografo.

Ci sarebbe anche la sfida dei video. Non uno al giorno, per carità. Ma sto facendo qualche considerazione e forse non c’è una ragione vera per non affrontare la sfida. Chi vivrà vedrà.

Una borsa degli attrezzi

Anche se tutto intorno è tragedia, possiamo sempre aggrapparci a noi stessi, fare affidamento ai nostri sogni, alle nostre speranze, alla nostra Fede se siamo credenti.

Chi mi segue sa che ho cara questa espressione. Una borsa degli attrezzi ben solida aiuta chiunque.

Ed è con questa borsa degli attrezzi a tracolla che vivrò, per quanto possibile questo 2021 che sta per arrivare.

Buone feste e Buon Anno!

A voi, lettori e amici, auguro un 2021 splendente. Godetevi quello che avete e apprezzatelo, sempre! Buone feste!

Buone feste!

Buon Natale

Caro lettore…. Tanti auguri di Buon Natale!

Chi mi segue sa che questa pandemia mi ha toccato profondamente e un blog condivide anche i momenti più difficili.

Durante il lockdown di marzo il blog si è fermato. Io mi sono fermato. Non riuscivo a scrivere, sovrastato dalle preoccupazioni private e dall’infodemia. Non riuscivo a parlare di altro. E sono solo riuscito a scrivere una pagina come osservatorio coronavirus.

Nel mio privato, ho quasi radicalmente sospeso gli incontri sociali in presenza. E sul sito ho ripreso a scrivere solo da qualche mese, riorganizzando le idee. Ma di questo ne parlerò la prossima settimana.

Le nuove routine

Paradossalmente, questa seconda ondata, non mi ha sorpreso. Tutto sommato ho già metabolizzato le mie nuove routine. Ho ripreso a scrivere, ho ripreso a progettare per il nuovo anno 2021.

Mi spiace, per i tanti professionisti depressi, che si erano fatti prendere dal facile ottimismo dell’Andrà tutto bene e che si aspettavano grandi cose per questo fine anno.

Così non è, così non sarà.

Certo, mancano anche a me tutte le persone che abbracciavo e toccavo, ma ho ritrovato nuove routine, nuove cose da fare. Ho ripreso contatto con la terra. La mia terra.

Il lato negativo

Come leggevo da qualche parte, non ricordo dove, in realtà non stiamo godendo dei vantaggi dello smartworking. Chi lavorava già da remoto, in questa situazione di stress si sta stancando come tutti coloro che non erano abituati a stare per ore davanti al computer.

Il contatto con le persone ci rende umani, ci insegna a stare tra la gente e in società. Allontanarsene, senza un paracadute, non penso ci renderà migliori. Anzi.

Come sostiene GIORGIA SERUGHETTI (filosofa)

Zoom è l’altro virus nella società dell’iper-stanchezza

Tra l’altro, guardando da lontano il mondo, forse si corre il rischio di guardare il mondo in modo distaccato. Meno sentimentale e più analitico. Come si dice? Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Forse è accaduto anche a me. Prima del Covid guardavo con più trasporto il mondo. Avevo fiducia nelle persone. Gli aspetti romantici della vita mi coinvolgevano. Oggi, ammetto che questo succede molto meno.

Il lato positivo

Vivendo tra i luoghi più lontani dall’Italia, pur vivendo in territorio italiano. in questi anni è stata dura restare al passo con le mie comunità di riferimento. E si comprende ancora meglio se davvero queste comunità sono davvero di riferimento.

Durante questi ultimi 5 anni, spostarsi, recarsi in città, ha richiesto fatiche fisiche ed economiche non indifferenti. Organizzarsi a casa, liberarsi di impegni, fare spazio per almeno una settimana per avere il lusso di incontrare qualcuno, partecipare a conferenze e convegni, non è stato facile.

Molti incontri sono saltati. Anche qualche opportunità è stata perduta perché mi trovavo ai confini dell’impero.

Oggi, invece, che tutto si è spostato online le distanze si sono annullate. Non importa più dove vivo, il luogo dove mi trovo, ma importa solo la presenza, una telecamera ed una buona connessione.

Città e periferia

Qualche tempo fa avevo in mente un progetto sulle città. E mi dispiace non averlo sviluppato. Oggi il mondo dell’era Covid si è capovolto.

Chi, negli anni, si è spostato nelle grandi città per approfittare delle opportunità che offriva, così come chi è emigrato al Nord, oggi è penalizzato. Non solo perché i rischi di contagio sono maggiori, ma perché le opportunità di incontro, come i convegni, le conferenze, i concerti, la musica dal vivo, sono stati del tutto eliminati. Se qualcosa avviene, si svolge online, fruibile da tutti, ovunque ci si trovi.

In città, restano però gli alti costi della vita, e una qualità della vita, che già da tempo, non è più all’altezza delle aspettative.

A dire il vero, già prima dell’era Covid non erano tanti che si potevano permettere di frequentare cinema, concerti, ristoranti e quant’altro. Ma qualche briciola arrivava. Se non altro, i contatti e la vicinanza fisica ai “centri di potere”, permetteva relazioni più efficaci.

Oggi, come dicevo, la periferia sta vivendo il suo momento di gloria. Distanziamento, bassi costi della vita. Basta avere una connessione stabile e ci si connette con il mondo.

Questo era già possibile anche prima, ma oggi è tutto più strutturato. tanto che non sono pochi i ritorni al borgo natìo.

Buon Natale

Parleremo del blog la prossima settimana, per rinnovare gli auguri del nuovo anno.

Questa settimana volevo appunto condividere il mio nuovo spirito e il mio nuovo punto di vista. Anche per salvare gli ultimi sprazzi di sentimentalismo che posseggo.

E volevo poi concentrami nell’augurare a tutti un mega Buon Natale, di vero cuore!

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Fammi un regalo!

Echo Auto Porta Alexa in auto con te

Echo Auto è l’ultimo dispositivo di casa Amazon per portare Alexa. l’assistenza vocale di Amazon, sulla propria Auto.

Se, per esempio, si è già possessori di un Amazon Echo, probabilmente si è già dentro il sistema Amazon e siamo abituati a dare comandi ad Alexa, abbiamo creato liste. impostato promemorie e quant’altro, e vogliamo portare questa esperienza sulla nostra auto.

Per fare questo abbiamo bisogno o di collegare il nostro smartphone all’auto oppure connettere Echo Auto alla nostra macchina ed usufruire dei servizi Amazon.

CarPlay e Android Auto

L’articolo su Carplay e Android Auto è stato uno dei primi articoli dove ho fatto il mio primo vero lavoro da blogger. Ho ricostruito e messo insieme il meglio che ho trovato sul web, integrato le informazioni con l’approfondimento di riviste specializzate e poi confrontato quanto scritto con una persona che montava sulle auto questi sistemi.

Oggi sarebbe da aggiornare, ma i principi base restano.

Ca..ta pazzesca?

Tra chi ha acquistato Echo Auto ci si divide in due fazioni.

C’è chi sostiene che sia del tutto inutile, e c’è chi sostiene che si tratti di un dispositivo indispensabile.

Mi pare che questo sia il livello della discussione sugli assistenti vocali, dove alle alte aspettative non corrisponde una piena consapevolezza.

A mio parere c’è una terza via che è quella di prendere questi dispositivi per quel che sono. Se, infatti, si possiede un’automobile di ultima generazione, acquistare un Echo Auto è del tutto inutile. Le auto connesse offrono probabilmente molti più servizi.

Cosa ben diversa se si possiede un auto vecchio modello, senza connessione. Ed uno smartphone di gamma medio bassa.

Offrendo una connessione ad Echo Auto, infatti, ad un prezzo modico, si avrà un dispositivo che comprende molto facilmente i comandi che gli vengono dati.

Certo con tutte le limitazioni del caso, ma se si vuole un assistente vocale in auto, Echo Auto è un’ottima scelta. Se, invece, si vuole Her o avere la sensazione di guidare una Tesla, la delusione sarà molto alta. E ripeto, se già siete in possesso di sistemi avanzati Echo Auto vi sembrerà un giocattolo deludente.

E i rumori?

Dalle prove fatte da alcuni vlogger, anche a finestrino abbassato, Alexa riesce a percepire il comando della vostra voce. Già l’Amazon Echo a casa ascolta un vostro comando anche quando trasmette musica.

Certo se si riesce ad avere un po’ di “silenzio” le probabilità di errore si riducono notevolmente.

App Alexa

Echo Auto si connette all’App Alexa sul telefono e riproduce i contenuti dagli altoparlanti dell’auto attraverso l’ingresso AUX o connettendosi al Bluetooth dello smartphone.

Echo Auto ha al suo interno 8 microfoni che percepiscono il suono della voce da ogni direzione, anche riflessa. Mentre la grande capacità di ascolto di Alexa e il riconoscimento vocale a lungo raggio, fa si che i comandi vengano eseguiti, nonostante la musica e i rumori del traffico o del climatizzatore.

Molto più di un’autoradio

Dicevamo che per alcuni guidatori Echo Auto è una spesa inutile. Molti commenti di acquirenti non sono molto entusiasti dell’acquisto.

Forse per fruire a pieno di questo strumento, più di una autoradio è avere abbonamenti come Audible, Amazon Music, Apple Music, Spotify e Deezer, oppure usufruire di stazioni radio da tutto il mondo con TuneIn.

Verifica la compatibilità

Echo Auto non è compatibile con tutti i modelli di auto e di telefono. Per questo motivo è doveroso controllare, prima dell’acquisto che sia compatibile con il modello di auto che si possiede. Da verificare poi la trasmissione via Bluetooth e il supporto per la bocchetta d’aerazione incluso. In caso di incompatibilità sarà necessario un ulteriore acquisto.

Echo Auto è compatibile con il mio smartphone?

Alcuni smartphone non sono compatibili con Echo Auto. Anche questo è un dato da verificare.

Quando invece è compatibile Echo Auto si connette ad Alexa tramite l’App Alexa sul tuo telefono e utilizza i dati mobili dello stesso per connettersi a Internet e accedere ad altre funzionalità.

Ormai un po’ tutti abbiamo giga e giga a disposizione. Ma se non disponete di tanti giga dati, si potrebbero applicare i costi per il traffico dati del tuo operatore di telefonia mobile.

Come funziona Echo Auto?

Echo Auto si connette all’App Alexa sul tuo telefono e riproduce contenuti dall’impianto stereo della tua auto via Bluetooth o ingresso AUX. Quando accendi l’auto, assicurati di alzare il volume del telefono e selezionare l’ingresso corretto sull’impianto stereo, poi di’ “Alexa”, attendi il segnale acustico e fai la tua richiesta.

Notizie e intrattenimento a mani libere

Echo Auto accede ai tuoi contenuti preferiti usando l’App Alexa.

Basta chiederle di cercare un brano, un genere musicale, un artista o una stazione su Amazon Music, Apple Music, Spotify, Deezer e altri servizi.

Con TuneIn è possibile ascoltare stazioni radio locali o da tutto il mondo.

Con Audible, invece, avrai a tua disposizione la più grande raccolta di audiolibri del mondo. Inoltre, potrai ascoltare le ultime notizie o intrattenere i tuoi passeggeri con giochi come Akinator, Trivial Pursuit, Quiz Vero o Falso e molti altri.

Sfrutta il tempo che passi al volante

Echo Auto ti permette di aggiornare le tue Liste di cose da fare, impostare promemoria e controllare il tuo calendario tenendo sempre gli occhi sulla strada. Alexa può anche aiutarti a fare una chiamata, chiamare i dispositivi Echo compatibili in casa con Drop In o annunciare che stai per arrivare.

Personalizza Alexa con le Skill

Grazie alle migliaia di Skill disponibili, Alexa diventa sempre più intelligente. Le Skill sono come app che ti permettono di fare di più con il tuo dispositivo, come riprodurre suoni rilassanti o mettere alla prova le tue conoscenze.

Basta dire: “Alexa, quali sono le Skill più usate?”.

Progettato per tutelare la tua privacy

Alexa e i dispositivi Echo sono stati progettati con diversi elementi per la protezione della privacy.

Ad esempio, Echo è dotato di un apposito pulsante per disattivare i microfoni. Hai anche la possibilità di gestire le tue registrazioni vocali: puoi leggerle, ascoltarle o eliminarle in qualsiasi momento.

Uso del piano telefonico e compatibilità

Echo Auto usa il tuo piano telefonico e l’App Alexa per connettersi a Internet e accedere ad altre funzionalità.

Il tuo gestore telefonico potrebbe applicare costi aggiuntivi: consultalo per conoscere costi e limitazioni che potrebbero essere applicati al tuo piano tariffario.

Echo Auto è compatibile con Android 6.0 (o superiore) e su iOS 12 (o superiore). Tuttavia, questi smartphone non sono compatibili con Echo Auto.

Connettività

Echo Auto funziona al meglio sulle auto dove non sono disponibili Apple CarPlay o Android Auto. Su alcuni veicoli, Echo Auto non funziona al meglio se connesso via Bluetooth.

Se non riesci a connettere un dispositivo alla tua auto per riprodurre musica via Bluetooth o cavo AUX, potresti riuscire a connettere Echo Auto usando un accessorio supplementare, come un trasmettitore FM o un adattatore per cassette.

Caratteristiche tecniche

Processore

Mediatek MT7697, Intel Dual DSP con motore di inferenza

Dimensioni: 85 x 47 x 13,28 mm

Peso: 45 grammi.

Appunti dal Summit Architecta

Il 4 e il 5 dicembre si è svolto il summit di Architecta. Qui di seguito un po’ di appunti e di riflessioni che ho scritto durante il summit.

Il tema

Il 2020 è un anno molto particolare. Espressioni o attività come “la ricerca con le persone”, “i test in presenza”, “i team meeting” hanno assunto significati nuovi, a volte imprevisti. Si sono evolute sia sul piano semantico sia per tecnologie applicate.

Viviamo tempi difficili, ma abbiamo di fronte tante incredibili opportunità di crescita. E discipline come l’Architettura dell’Informazione possono fare la differenza.

Cosa significa oggi progettare la ripartenza?
Che spazio occuperanno l’Architettura dell’Informazione e lo Human Centered Design nell’aiutare le aziende a risollevarsi e nel ripensare prodotti e servizi in tempi di pandemia?
Che ruolo avranno nella nuova vita “normale” delle persone?
Quali sfide ha di fronte il Design, imprevedibili fino a pochi mesi fa?

Programma Summit Architecta 2020

Venerdì 4 dicembre

Benvenuti al Summit!

Sei libri, sei autori, una presentazione

Interverranno Valentina Di Michele, Vincenzo Di Maria, Andrea Fiacchi, Linda Liguori, Federico Badaloni, Andrea Di Salvo – Modera Enrico Maioli.

Emotion driven design. Progettare contenuti per interfacce in sintonia con le persone 

Start small. Il service design per le piccole aziende. di Vincenzo Di Maria.

Mindhunting. Capire le persone, progettare le esperienze (Italiano) Copertina flessibile – 23 giugno 2020
di Andrea Fiacchi (Autore).

Nomi & naming. Scegliere il nome giusto per ogni cosa.

  • Dalla chat si consigliava la definizione di Nominalismo data da Wikipedia.

Progettazione funzionale: Design collaborativo per prodotti e servizi digitali.

La costruzione dell’interazione: Il ruolo della narrazione nel processo dell’interaction design Formato Kindle

A world of IA

Tavola rotonda internazionale
Peter Boersma, Ghada Kandil, Dan Klyn, Nabil Thalmann, Domenico Polimeno – Modera Andrea Resmini

Peter Boersma

I have a formal and continuously updated training in Human Computer Interaction/User Experience Design.
I have 25 years of experience with:

  • planning
  • research
  • analysis
  • strategy
  • conceptual design
  • interaction design
  • information architecture
  • functional design
  • UI design and
  • usability evaluation
    of (mostly online) interactive applications.

I also have several years of experience with:

  • project management
  • department management
  • consulting
  • teaching

And I love to:

  • help companies define and optimize their design process.

I am an active member of local and international UX/IA/HCI networks and continue to organize events (cocktail hours/workshops/conferences) in these fields.

I want to work with user experience professionals to advance the field.

Specialties: User Experience Design, Information Architecture, Interaction Design, User Interface Design, UX Strategy, Concept Design, Experience Design, User Centered Design, Deliverables, Methods, Processes, Tools.

Ghada Kandil

Content strategy | Information Architecture | Founder @Fikrbayan

Nabil Thalmann

Nabil has a account
Directeur conseil études – Ux researcher. Head of Flupa. Spécialiste #experience #utilisateur Co-fondateur lab d’Intuiti

Dan Klyn

Dan Klyn is an information architect from Grand Rapids, Michigan and is co-founder of The Understanding Group (TUG). He’s interested in planning, strategy and architecture for places made of information, likes coffee an awful lot, and teaches information architecture at the University of Michigan School of Information.

Disciplina o metodologia?

Peter Boersma
IA-as-Explaining is definitely the Richard Saul Wurman flavor if you look at his book “Information Architecture”.

Dan Klyn
Another Peter, Mr. Merholz, had a breakthrough about IA when he realized that where the sales guys sat in the building was part of the organization’s information architecture.

Dan Klyn
where before he thought of IA as circumscribed by UX

Peter Boersma

Peter Merholz’ talk that references IA Thinking was also given at the IA Conference. Slides are here: https://www2.slideshare.net/peterme/org-design-is-largely-information-architecture

Peter Boersma
(the EuroIA team is working on getting the recordings of talks online, but it’s slow progress)

Quattro amiche, un gioco e tanto design

Presentazione con Luisa Carrada, Maria Cristina Lavazza, Marzia Bianchi e Roberta Buzzacchino – Modera Bianca Bronzino

Designer in gioco. Un serissimo divertissement alla ricerca del tuo sé professionale. 30 carte (Italiano) Carte – di Marzia Bianchi (Autore), Roberta Buzzacchino (Autore), Luisa Carrada (Autore), & Maria Cristina Lavazza (Autore).

Sabato 5 dicembre

09:00 – Saluto di benvenuto del Board

09:15 – Talk: Where did the IA go?
Donna Spencer

A Practical Guide to Information Architecture (English Edition) Formato Kindle di Donna Spencer

10:30 – TalkDal deterministico allo stocastico: l’era dell’anticipare il bisogno
Carlo Frinolli

11:15 – Talk: Bootstrapping the IA
Peter Boersma

12:15 – TalkDal piccolo schermo agli schermi piccoli: come diventare facilitatori più efficaci nel digitale
Claudia Busetto

15:00 – Una sorpresa per i soci!
A cura del board

15:30 – TalkArchitecting the Egyptian Cultural Heritage
Ghada Kandil

16:15 – TalkInclusività, equità ed etica: le sfide per un design responsabile
Debora Bottà

Se non conosci Debora Bottà puoi leggere l’intervista concessa al blog.

17:15 – TalkRipartire dalle persone, dalle relazioni, dalla conoscenza
Stefano Bussolon

18:00 – Architecta: due anni di lavoro
Bianca Bronzino Eugenio Menichella

Ringraziamenti

Insieme ma soli: confessioni sincere

Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, è un libro di Sherry Turkle, sociologa della Scienza e della tecnologia al MIT di Boston, che ho letto durante questa estate 2020.

Difficile sintetizzare il libro che parla, tra le tante cose, di come le persone, soprattutto giovani e ragazzi, si relazionano alle interfacce conversazionali, ai robot e ai vari dispositivi di intrattenimento.

La relazione con le macchine, anche se consapevole, modifica il nostro modo di pensare e di vedere il mondo.

Confessioni sincere

Il libro è davvero denso di spunti e di riflessioni. Inutile sarebbe riprendere concetti e storie che Sherry Turkle già racconta con molta professionalità. il mio consiglio è quello di acquistarlo e leggerlo.

Qui sul blog riprendo solo un paio di capitoli.

  • Confessioni sincere
  • La privacy ha una politica

Siti di confessioni

Sherry Turkle ha trascorso un po’ di tempo a leggere alcuni siti di confessioni. Si tratta di siti dove le persone, in forma anonima, raccontano i propri segreti. In particolare si parla di tradimenti, di amori inconfessabili, pensieri che non si possono dire pubblicamente.

Nel libro si parla di questi siti di confessioni presenti negli Stati Uniti, Ma il fenomeno esiste anche in Italia e i temi sono sempre gli stessi: segreti, tradimenti e tutte le declinazioni dei sette vizi capitali.

All’interno di questi siti possiamo trovare anche pensieri sparsi. Amori perduti, ritrovati, relazioni varie, dialoghi o discussioni tra congiunti, genitori, figli, parenti. Altri usano questi siti per esprimere la propria capacità di satira o per esercitare la propria ironia.

Solitudini in cerca di connessioni

Da quello che scrive Sherry Turkle questi siti sono un po’ più di un diario segreto. Sul proprio diario ciascuno poteva trovare uno valvola di sfogo che restava isolato e segreto, appunto.

Oggi, nell’era della condivisione e dei dispositivi mobili, queste confessioni vengono fatte online. I pensieri pubblicati, infatti, non restano isolati. Anzi. Sia che si scriva come autori, sia che si partecipa come lettori, ciascuno si sente parte di una comunità. Da autore ci si sfoga, da lettore ci si identifica nel dolore o nello sfogo altrui.

Il virtuale è reale

Ma non è tutto rose e fiori. Non ci troviamo dinanzi ad una terapia. Forse qualcuno potrebbe pensarlo. Ma così non è. E quello che diventa pubblico, anche coperto dall’anonimato ci colpisce e ci riguarda come fosse nella realtà.

Ce lo ricorda il decalogo manifesto di Parole o_stili che al primo punto recita

Il virtuale è reale.

Un punto su cui ormai tutti coloro che lavorano nella comunicazione si riconoscono, come racconta Annamaria Testa.

Su un primo punto sono tutti d’accordo: virtuale è reale. Le cose che succedono in rete non si verificano in un universo parallelo e separato dalle vite di tutti noi. La prima conseguenza è che sia le regole dell’interazione nel mondo virtuale, sia le loro conseguenze, non possono essere diverse da quelle che appartengono al mondo materiale. Sembra un’ovvietà ma non tutti lo sanno e molti se ne dimenticano. 

Spazio fisico e spazio virtuale

Tutto questo è chiarito dalla stessa Sherry Turkle che sottolinea e distingue la confessione che avviene in uno spazio fisico da uno spazio virtuale. Si tratta di un equivoco considerare i due spazi in egual misura.

Quando le confessioni avvengono in uno spazio fisico, reale, ci sono le parole e le negoziazioni. Possiamo ricevere dal nostro amico disapprovazione o accettazione. Ma per quanto dura da digerire, in una relazione umana sappiamo che l’altro può tenere a noi, tanto che abbiamo deciso di confessarci. Per cui anche la disapprovazione, è accettata, tanto più che conosciamo anche noi la fonte di questa critica.

Insomma, nelle confessioni di persona, per quanto il nostro interlocutore può essere rude, se lo abbiamo scelto per parlare, avrà sempre cura di noi. Nelle confessioni online, forse si riesce persino ad essere più sinceri, ma dall’altra parte la cura per la confessione e per la persona non esistono. Se ci può essere chi identificandosi in noi cercherà di capire e di immedesimarsi in quella confessione, ci sarà una massa di commenti e di opinioni che arriverà come una valanga e colpirà nell’intimo la persona che si è confessata.

La crudeltà degli estranei

I commenti, infatti, per quanto possiamo abituarci ci colpiscono emotivamente. E se da dietro uno schermo è stato più facile trovare una profonda intimità, da dietro lo stesso schermo siamo più vulnerabili. Appunto perché soli e la comunità non ci salverà.

L’anonimato, che permette la facilità di confessione non ci protegge dall’investimento emotivo.

Tanto più che dai racconti raccolti da Sherry Turkle si apprende che le persone sono maggiormente propense a scrivere online le loro confessioni quando sono depresse. Cosa che accade sempre più spesso.

I commenti non sono, dunque, sempre consolatori. Anzi feriscono e ci turbano.

Lo scrivere online conduce le persone a pensare di raccontare le proprie storie a persone che le amano, che gli vogliono bene, che ne hanno cura. Così non è. Ed è difficile difenderci dalla crudeltà degli estranei.

Raccontiamo le nostre storie, le nostre solitudini, le nostre frustrazioni. A volte persino i nostri più reconditi segreti, sperando che più forte sia il sentimento espresso più ci sia intimità con i nostri destinatari anonimi. L’internet ci da la possibilità di ricevere risposte multiple e partecipate. In parte è vero. Ma nello stesso tempo ci mette davanti alla crudeltà delle persone.

Chiacchiere senza emozioni

I giovani, parliamo di giovani statunitensi, ma probabilmente lo possiamo vedere anche tra i nostri giovani, prediligono sfogarsi su internet, sui social, esprimono la loro rabbia, i propri desideri, il proprio stile di vita. Preferiscono farlo davanti a perfetti sconosciuti. E in questo anche la confessione verso un robot non crea nessuna sorpresa.

La confessione o lo sfogo, in questo senso, se da un lato butta fuori un sentimento o una esperienza negativa, dall’altro lato, non richiede nessuno sforzo emotivo nei confronti degli altri. Nessuna scusa, nessuna ammenda, nessuna soggezione.

Su facebook ci si scusa molto, ma queste scuse restano online. Senza mai trovare vita nella realtà. Chi si confessa online crede di aver assolto al proprio dovere.

Parlare con le persone e parlare con un bot

Parlare è sicuramente un’ azione terapeutica. Lo sanno bene gli psicologi che del dialogo psicoterapeutico ne hanno fatto una professione. Se esprimiamo ed espelliamo i cattivi sentimenti, questi diventano meno tossici e più gestibili emotivamente.

Sherly Turkle sottolinea come nel tempo le persone si stanno abituando a parlare, nell’anonimato, a dei lettori sconosciuti, a confessare e sfogare le proprie emozioni pubblicamente, in maniera impersonale. Allo stesso tempo, le stesse persone cominciano a parlare tranquillamente con i bot. E questo perché in fondo, parlare con un bot assolve alla stessa funzione di far buttare fuori qualcosa.

Ma le due azioni, se nella realtà, sono completamente diverse, come abbiamo già detto, su internet si confondono.

Qualcosa che è meno di una conversazione comincia a sembrare una conversazione.

Tanto che dare sfogo ai sentimenti sta diventando la stessa cosa che condividerli.

C’è la possibilità, o il pericolo secondo altri, che chiacchierare con degli sconosciuti possa far sembrare bot e agenti online una bella compagnia. E c’è la possibilità che la compagnia dei bot online faccia apprezzare quella degli sconosciuti. Chiediamo meno alle persone e più dalla tecnologia.

Vulnerabili

Davvero costruiamo tecnologie che ci lasciano vulnerabili in modi nuovi?

Le parole e le persone che esprimono la loro opinione sui nostri sentimenti restano separati. E non solo perché la cattiveria esiste. E non solo perché ci si rivolge a gente anonima. Questo accade persino nelle bolle di cui facciamo parte. Accade anche sulle nostre bacheche, tra i nostri amici sui gruppi social o nelle comunità digitali di cui facciamo parte.

La risposta ad ogni nostra parola è ampia, ma solo chi ci conosce davvero ci parla come in presenza. Tutti gli altri ti daranno addosso senza nessun ritegno.

Il flaming

Chi non mai è stato vittima o partecipe ad una lite online? Chi non ha mai lanciato una provocazione, scritto un pensiero più estremista, o un po’ più sconclusionato del solito?

Sarà capitato a tutti di dover leggere la rabbia di qualche sconosciuto o di un conoscente che non prova a capire la persona, o come si è arrivati a scrivere quelle frasi. Ciascuno risponde, non in base all’altro, ma in base al proprio stato d’animo, in base al rapporto che ha con la sua realtà (che potrebbe essere all’opposto del commento) e/o in base al rapporto che ha con l’internet. E chi scrive cose oltraggiose non deve per forza essere anonimo. Molto spesso le persone minacciano o affermano frasi illegali, con il proprio nome e cognome.

Sui social vediamo, leggiamo e partecipiamo a scontri che si inaspriscono, spesso senza un valido motivo o senza un motivo apparente. Se scoppia un flaming (la fiammata, la lite online), spesso è perché manca una presenza fisica in grado di esercitare un’azione moderatrice e un chiarimento immediato.

Basta una parola infelice, un’ ironia incompresa, una battuta ritenuta più offensiva di quello che realmente era, una ripetizione fastidiosa, per far scoppiare una rissa virtuale, che, ripetiamo, ferisce emotivamente tutti i partecipanti come se fosse reale.

Emozioni e relazioni

Conosciamo bene tutti queste dinamiche. Sappiamo tutti che possiamo essere vittime o carnefici di questo meccanismo. Siamo un po’ tutti consapevoli che noi e i nostri amici possono essere coivolti in una litigiosità immotivata. Dovremmo solo per questo rinunciare ai social?

A quanto pare no. Tutti continuiamo a frequentare questi spazi virtuali.

Le persone tirano fuori il proprio privato e mettono la loro infelicità sul sito. Per questo motivo il mondo online è impregnato di emozione.

Sherry Turkle continua

Non a caso temi come l’aborto, l’abuso infantile, l’eutanasia, la violenza sulle donne, diventano argomento di scontro violento. Le persone investono emotivamente sui social il proprio essere e le proprie frustrazioni, in un meccanismo di difesa personale detto dell’identificazione proiettiva. Invece di affrontare le nostri questioni le proiettiamo sugli altri, dove possiamo aggredirle senza rischi. Così come chi è abitualmente arrabbiato percepisce il mondo come ostile.

E se questo botta e risposta è proprio delle relazioni familiari, la madre che critica il peso del marito, il figlio che tira la frecciatina alla madre, il padre che si scaglia contro la moglie per non aver educato il figlio o la figlia, su internet le emozioni si espandono all’inverosimile.

Non ci sono limiti alla rabbia, alla parola, nessuna barriera emotiva che ponga limiti e freni.

Conversazione con i robot

Qualcuno confonde la terapia con la confessione online e viceversa. Che sia chiaro, non lo sono.

La terapia cerca nuovi modi di affrontare conflitti antichi. La terapia funziona perché ci aiuta a capire quando stiamo proiettando i nostri sentimenti sugli altri mentre invece dovremmo riconoscerli come nostri.

I confessionali online possono funzionare come una scarica di benessere che distrae l’attenzione da ciò che occorre davvero a una persona.

Come la confessione online attrae, così attrae la conversazione con i robot. Qualcuno che tace vuole parlare. Usiamo siti confessionali e robot per alleviare le nostre ansie buttate fuori, ma spesso queste ansie restano incomprese. Usiamo sempre più spesso le nostre energie emotive su questo fronte e non sul fronte umano.

Non possiamo prendercela con la tecnologia. sono le persone che si deludono a vicenda. La tecnologia ci permette di creare una mitologia in cui tutto questo non conta,

Alla ricerca di comunità

Ed eccoci al punto che mi ha più colpito. In questo blog infatti, mi sono spesso occupato di comunità. E sempre mi sono allontanato fisicamente e geograficamente dai membri di associazioni a cui partecipavo e partecipo e tanto più la voglia di comunità è aumentata.

Perché ci si confessa con degli estranei?

In fondo non entriamo in contatto con persone che vogliono conoscerci ma bensì con persone che usano i nostri sentimenti e le nostre emozioni per non affrontare le loro.

La nostra condizione non migliora. Anzi. Può persino bloccare la nostra crescita personale, dato che abbiamo l’impressione di aver fatto già qualcosa. Ed in effetti chi si confessa si sente sollevato e meno solo.

Abbiamo bisogno infatti di fiducia tra fedeli e clero, abbiamo bisogno di genitori capaci di parlare con i figli, di figli che riceveno tempo e protezione per vivere l’infanzia. Abbiamo bisogno di comunità

Online questa sensazione di comunità è forte. Le comunità sono luoghi in cui ci si sente talmente al sicuro da accettare il bello come il brutto; nelle comunità gli altri ci sono vicini nei momenti difficili, quindi siamo disposti a sentire cosa hanno da dire, anche se no ci piace.

Definizone di comunità

Forse è necessari ripartire dalla definizione di comunità. E avere una definizione chiara da difendere con fermezza. Perché la nostra definizione, così come la nostra idea di comunità, più restrittiva o più ampia andrà a confrontarsi con le piattaforme e con la loro idea di comunità.

Secondo i gestori dei siti confessionali, il termine di comunità andrebbe allargato, come spazio e luoghi virtuale. Questo avviene.

Ma secondo Sherry Turkle la definizione deve rimanere quella etimologica di

“donare l’uno all’altro”.

I siti di confessioni, infatti, così come i social, hanno parametri che stanno al di sotto di una comunità.

Circoli

I luoghi che riunivano un gruppo di persone che condividevano un interesse comune si chiamavano circoli. Qui, nel paese dove vivo, ne sopravvivono ancora alcuni. C’è il circolo Garibaldi che riunisce i notabili del paese, il Circolo di cultura, la borghesia oggi in pensione, il Circolo l’Unione riunisce anziani operai con la passione delle carte da gioco e il desiderio di un loculo sicuro. Ma si tratta anche di associazioni di mutuo soccorso qualora ce ne fosse bisogno.

Una comunità è costituita dalla prossimità fisica, da interessi condivisi, conseguenze reali e responsabilità comuni. I suoi membri si aiutano a vicenda nei modi più concreti.

Devo dire che in questa definizione Sherry Turkle risulta un po’ troppo romantica. Questo forse accadeva appena dopo la seconda guerra mondiale. E forse accade in maniera molto blanda anche nel Sud Italia. Certamente non accade da tempo in epoca precovid. E non accade nelle città. Forse accadrà in futuro?

Sherry Turkle si chiede

Che debiti abbiamo, gli uni verso gli altri, nella simulazione?

E questo è vero. Ma se siamo costretti al distanziamento sociale e lo saremo ancora a lungo, una qualche soluzione la dobbiamo trovare.

Responsabilità

E noi come utenti o come produttori di contenuti, architetti dell’informazione o giornalisti o altra professione che si accosta in qualche modo al mondo dell’internet, quale responsabilità ci investe?

Secondo alcuni la pubblicazione di contenuti ha una relazione minima con la realtà. Qualcuno scrive solo per catturare l’attenzione degli altri, esaspera i propri racconti. Altri simulano atteggiamenti diversi dai ruoli che rivestono nella realtà. Altri ancora esagerano e simulano una vita che non hanno.

In tutto questo rincorrersi si fa comunque il gioco delle big company.

Qual è il significato di tutto ciò?

Poco importa se sia vero, anche se il vero ci interessa. Qual è il significato di tutto ciò? Le fantasie e i desideri contengono, infatti, messaggi significativi.

E qui Sherry Turkle sembra arrendersi, almeno dal suo punto di vista. Perché per comprendere il significato, al di là della verità, è necessario essere presenti, guardarsi negli occhi, essere in ascolto e vicini, per un dialogo forte.

Per il resto siamo e restiamo spettatori, nel migliore dei casi. O topi da laboratorio, nel peggiore.

Ci stiamo disabituando ai rapporti umani. E certo, il distanziamento sociale a cui il nuovo coronavirus ci sta abituando, non aiuta.

Patient centricity: mettere la persona al centro

Mettere la persona al centro della progettazione, penso sia uno dei capisaldi dell’architettura dell’informazione, dell’user experience design e della progettazione in ogni sua forma.

Eppure, anche se ormai “mettere le persone al centro” è il mantra di molte aziende e di altrettante numerose campagne di comunicazione, poi alla fine, stringendo al succo, questa attenzione non si concretizza.

Il cliente, la persona, è ancora oggi visto come un consumatore passivo con un numero limitato di scelte.

Così, ancora oggi, spesso non ci sono le persone al centro dentro le aziende; non ci sono le persone al centro di un prodotto o di un servizio. Non lo dico io, lo dice l’esperienza di quanti usano un servizio online e ogni qualvolta che lo usano trovano difficoltà nell’eseguire i compiti base.

Per me, come ho già scritto, UX è un cambio di paradigma, non una frase fatta.

Sanità e industria del farmaco

Tra i settori caldi, dove il bisogno di centralità della persona è sempre più necessario, tanto più in tempo di Covid, ci sono la Sanità, l’industria del farmaco e la cura degli anziani.

In questi giorni proprio un articolo di Maria Cristina Lavazza si occupa della patient centrity.

Sebbene l’85% delle aziende del pharma siano convinte che la patient centriciy rappresenti il futuro del business ognuna poi interpreta a proprio modo il significato e la messa in pratica di questa centralità.

Tra organizzazione e famiglia

L’articolo di Maria Cristina Lavazza rivolge la sua attenzione alle organizzazioni, alle industrie del farmaco. Al suo interno si spiegano i metodi e gli strumenti necessari alle aziende per affrontare un percorso.

Io, prendendo spunto dalle sue parole, guardo al gradino più basso.

Premetto che questo articolo potrebbe essere anche poco lucido dato che purtroppo la malattia ha colpito la mia famiglia e dunque sono entrato in un circuito di persone che frequenta medici, farmacie, ospedali e reparti specialistici. Quando hai una malattia cronica, ci si rivede spesso.

Insomma, un bel bagno di umanità, in stretto contatto con la sofferenza e l’umanità nelle sue molteplici sfaccettature.

Una lezione di due badanti

Vicino casa mia ha vissuto, fino a poco tempo fa, un’ anziana signora che ultimamente ha avuto bisogno di cure e di assistenza.

In gioventù non è stata una donna facile. Sul suo egoismo, nei vicoli, si narrano leggende di cui lei stessa andava orgogliosa. Si narra, per esempio, che per scegliere un filone di pane impiegava ore all’interno del panificio. E se non trovava il filone giusto era capace di andare altrove. Poteva girare anche due o tre panifici prima di trovare il filone che ai suoi occhi era buono.

La malattia, come tutte le malattie, ha peggiorato i fattori caratteriali. Dire che era una persona insopportabile è poca cosa.

Le sue energie, nonostante fosse malata, sembravano infinite. Dal momento in cui si svegliava, al momento in cui si addormentava, era un continuo lamento, un continuo chiamare e richiedere qualcosa.

Le due badanti

La signora, come già anticipato, era seguita da due badanti, due mie conoscenti, insieme ad un anziano fratello che viveva con lei.

Ho ritenuto le due ragazze due eroine, due sante. Sono state capaci, per settimane, di sopportare la signora e nonostante tutto sono rimaste sempre con un sorriso e con l’infinita voglia di lavorare. Dando persino forza e conforto a tutti. Entrambe hanno prestato cure e attenzioni che neppure i parenti stessi erano in grado di dare.

La centralità della loro paziente

Negli ultimi tempi la signora ha richiesto più attenzione del solito e maggiore cura rispetto al passato. Ad un’analisi medica più attenta sono sopraggiunte nuove patologie nascoste da quelle che l’anziana signora già sopportava.

A questo punto, quando i medici hanno quasi abbandonato le speranze, le due badanti hanno aumentato la propria cura. Entrambe hanno iniziato a studiare bene le patologie della signora, chiesto informazioni più dettagliate sui farmaci, sugli effetti collaterali, hanno chiesto a me sulle terapie per pazienti affetti da parkinsonismo, di cui sono ormai, ahimè, un esperto. Sono andate in cerca di pareri di altri medici e conoscenti.

Si sono interessate in tutto. Aveva una lista dettagliata sui problemi caratteriali e patologici, su come si muoveva, cosa continuava a mangiare e cosa no. Hanno vagliato, sotto il controllo dei medici, i vantaggi e gli svantaggi di alcune terapie rispetto ad altre.

Così come, esperte ormai sul loro paziente, hanno saputo giudicare medici e infermieri che si sono succedute per settimane al capezzale della signora.

La patiency centrality e la famiglia

L’esperienza personale, che mi trova coinvolto emotivamente sulla questione, mi porta a questa conclusione.

Se da un lato le case farmaceutiche e/o il sistema sanitario devono certamente ascoltare il paziente, in quanto è la persona coinvolta, dall’altro lato la famiglia è l’altra faccia della medaglia e a mio parere andrebbe analizzata e studiata nella sua interezza, con le sue dinamiche e sofferenze.

Mi permetto di dire questo perché sono sempre più convinto che, quando una malattia colpisce una persona, specialmente se si tratta di malattie invalidanti, tutta la famiglia se ne ammala.

E per famiglia, in casi come quello appena raccontato, oggi dobbiamo pure intendere quelle badanti e tutte quelle persone che vivono intorno al paziente o al malato.

Queste persone sono le più esperte sul paziente che è ormai sempre più unico. Soprattutto per malattie che durano anni.

La famiglia del paziente

La famiglia, dicevo si ammala, nel senso che sebbene in forze e in salute, segue i ritmi del malato. Anche quando affida la gestione a badanti o a RSA, la famiglia deve assolvere a compiti inerenti alla malattia. Senza contare poi, che diventa, suo malgrado, esperta della patologia e del paziente, molto più di luminari e medici di fiducia. Per alcuni semplici motivi.

  • L’incontro periodico e diversificato dei medici

I familiari hanno incontri periodici con i propri medici di fiducia. Tra famiglie “malate” si crea una rete che porta ad incontrare più o meno luminari del settore, sull’intero territorio regionale e nazionale.

E se navighi su internet vai dalle cure ufficiali alle cure sperimentali.

  • Generalmente il farmaco che agisce sulla patologia è uno, quanto meno il principio di base.

Si possono assumere i più svariati farmaci e possono avere il nome commerciale più vario e accattivante, ma il principio attivo, per una data malattia, è sempre lo stesso. Attorno al principio attivo primario ci sono altri principi che facilitano l’assorbimento del principio attivo, o che vanno a delimitare i danni del principio stesso.

  • La famiglia è testimone diretta degli effetti della malattia e del farmaco.

I medici vedono il paziente, periodicamente. Nel migliore dei casi (e pandemie permettendo) una volta ogni mese o ogni tre mesi. La famiglia, invece, vede momento per momento l’andamento del malato e il progredire della malattia stessa.

La persona al centro

Conoscere bene la famiglia dunque significa conoscere la persona.

La persona malata, infatti, è già al centro delle vite di chi bada al paziente. Può essere per affetto filiale, principalmente, o come spesso accade per un bisogno economico di chi lavora intorno al malato. Qualunque sia la motivazione iniziale, il risultato è che l’attenzione alla persona diventa prioritaria su tutto.

La morte di un paziente, in fondo, significa una perdita per un intero condotto.

La lezione di due badanti

Ho incontrato spesso, di ritorno da lavoro, le due ragazze ed ho sempre espresso ammirazione per il loro lavoro e la loro devozione. Le due badanti hanno condiviso, con il loro agire, come si mette davvero al centro una persona.

Le richieste di aiuto della signora erano principalmente quelle di avere compagnia e di non essere lasciata sola. Per loro, la cura ha riguardato il luogo dove la signora viveva, il cibo, la pulizia, i farmaci, la cura della malattia e dunque le relazioni con gli infermieri, i medici. Hanno messo in moto una rete di ricerca: ci sono state ampie discussioni, lunghi racconti e resoconti di altri casi, di altre patologie, con altre badanti. vicini di casa, amici e parenti. Indagini condotte in presenza come anche telefoniche.

Certo, queste indagini sono state fatte empiricamente, senza un progetto, senza una pianificazione, senza una guida e senza lasciare traccia scritta di tutto questo lavoro, che sarebbe stato un caso studio davvero interessante da rileggere.

Come si soddisfa il bisogno di una persona? Come si accompagna una persona verso i suoi ultimi giorni di vita? Come farlo al meglio?

Fosse stato per i medici, che hanno profuso le loro conoscenze, avrebbero abbandonato la signora al suo destino molto tempo prima. E qualcuno si sarebbe accanito farmacologicamente al paziente.

Un medico una volta mi ha confessato che il malato, per un dottore, un malato vero, con un destino segnato dalla sua malattia, è una spina nel fianco del medico, perché non trovare una soluzione è una frustrazione.

Il bisogno della centralità della persona

Le due badanti hanno dedicato tutte se stesse, il loro tempo, oltre il dovuto, fino alla fine. Per loro non era una spina nel fianco, per loro la persona era al centro del loro progetto di cura.

Certo, anche per bisogno. Ma mentre per una badante ci può essere un bisogno economico, credo che per un designer ci debba essere un bisogno etico di mettere la persona al centro.

Parliamo spesso di responsabilità e abbiamo anche la responsabilità di esprimere questo bisogno.

Avviene così anche per i nostri progetti?

Al di là dunque delle definizioni che riporto qui alla fine mi chiedo sempre quale sforzo ci voglia per cambiare prospettiva, per poter esprimere empatia.

Ho riflettuto a lungo sul loro lavoro, come sul lavoro di altre badanti. Ed ho deciso di scrivere questo articolo, per rendere merito a questo lavoro, come fosse un breve caso di studio, che altrimenti sarebbe andato perduto.

E, infine, perché non sempre vedo questa stessa dedizione alla persona su progetti digitali.

Questo approccio richiede da parte di chi dirige le aziende un cambio di mentalità. Già è difficile comprendere il cambiamento di prospettiva, rispetto ad una strategia. Figurarsi, abbassarsi al livello di una badante, non sarebbe accettabile da parte di molti. Come se le competenze manageriali non potessero ascoltare il parere di chi vive accanto al paziente e che spala m…rda.

Ascolto

Non ho i dati, ma non conosco studi o interviste a questa categoria di persone.

Se magari qualche lettore ne è a conoscenza, sarei felice di arricchire questo articolo. Sarebbe bello poterlo stravolgere e cambiare idea.

Penso che ci vuole ascolto, tanto ascolto. Su tutta la linea, a tutti i livelli.

Solo ascoltando, io penso, ci può essere una centralità della persona.

Cos’è lo Human-Centered Design (HCD)

Come promemoria, lascio alla fine la definizione che Maria Cristina Lavazza di Human Center Design, dato nell’articolo già citato.

Lo human centered design è un approccio diffuso in ogni ambito che contempla il coinvolgimento attivo di tutti i portatori di interesse nel processo progettuale.

Le organizzazioni che adottano lo HCD esplorano l’esperienza dei clienti, ma anche dello staff interno, dei fornitori, degli intermediari etc. per comprendere non solo la relazione con il prodotto/servizio, ma anche i comportamenti, le emozioni e i valori che le persone assegnano al prodotto nelle differenti situazioni della vita. Questo approccio permette di identificare nuovi bisogni delle persone e nuove opportunità per il mercato.

Lo human centered design permette di disegnare soluzioni su misura dei pazienti. Le stesse soluzioni possono poi essere raffinate e dettagliate insieme ai pazienti attraverso sessioni di codesign che completano il percorso di sviluppo della patient centricity attraverso 4 differenti step:

Cambiamento del mindset
Apertura al nuovo
Immersione nel contesto
Coinvolgimento nelle soluzioni più adatte.

Cos’è lo User-Centered Design (UCD)

E quanto ricorda Maurizio Boscarol dal suo blog sull’user centered design.

Il processo è stato definito e descritto da diversi autori e persino da alcune norme ISO, come la 13407, Human-centered design process. Diverse fonti descrivono processi leggermente diversi, ma guidati dalla stessa filosofia: fondare il progetto sulle esigenze degli utenti.

La ISO 13407

Questa norma ISO stabilisce quattro attività principali per il processo di UCD:

  1. Specificare il contesto d’uso
  2. Specificare i requisiti
  3. Creare delle soluzioni progettuali
  4. Valutare il design

Intervista a Riccardo Catagnano

Mi risulta difficile parlare di Riccardo Catagnano senza raccontare qualcosa di privato. Perché Riccardo Catagnano è un mio amico. Un amico di cui ho stima e nutro affetto. Una di quelle persone con cui ho condiviso pezzi di Vita, luoghi, amicizie, valori.

E quindi presentarlo formalmente come il Creative Director e Head of Branded Content di Connexia, una delle agenzie pubblicitarie più importanti d’Italia, è strano; ma è sicuramente un onore per il blog.

Di Riccardo non racconterò il CV. Su youtube trovate molte sue presentazioni, interviste e lezioni, in cui parla dei suoi progetti e del suo lavoro.

Riccardo Catagnano, un creativo

Prima di lasciarvi al perché di questa intervista e alle risposte di Riccardo, però, voglio raccontare questo breve aneddoto.

Premesso che parlare con Riccardo è sempre un piacere. Il suo pensiero è sempre brillante, un creativo 24 ore su 24, che smuove idee ad ogni chiacchierata.

Ricordo come, in una serata di agosto tra amici, ad una richiesta di un titolo per un nuovo format su youtube, Riccardo trovò il titolo perfetto, in pochi minuti, pensandoci per scherzo, quasi per gioco.

Ci sorprese tutti. Sembrò una di quelle magie che i maghi fanno fuori dal palco, per far divertire i bambini. Scoprì una moneta d’oro proprio dietro il nostro orecchio.

Di quel format l’autrice non ne fece nulla. A me è rimasto in mente il ricordo di questo aneddoto e chissà che prima o poi non riprenda quel titolo che varrebbe la pena avviare.

Perché intervisto un pubblicitario

Ma bando alle ciance. Perché intervisto sul blog un pubblicitario? E perché proprio Riccardo Catagnano?

Chi mi segue sa che mi occupo da tempo di assistenza vocale e chatbot e tempo fa mi sono interrogato sulla ricerca vocale. Ossia sul problema della ricerca fatta con glia assistenti vocali. Questi infatti, rispondono ad una domanda con un unica risposta.

Scrivevo infatti…

La risposta, o il risultato, però, non è la lista di risultati (SERP), cioè la famosa prima pagina dove tutti vogliono stare. No. Il risultato è una risposta unica e univoca scelta da Mister Google in persona.

O da altri assistenti vocali.

Insomma, mentre fino ad oggi la pubblicità si è inserita nelle nostre ricerche analogiche e digitali, da domani come farà?

Riccardo mi risponde con qualcosa che è già è stata fatta qualche anno fa. Riccardo di seguito racconterà un modo geniale che i pubblicitari hanno già trovato. Spiegando, tra le righe, che il pensiero dei creativi, come dei pubblicitari o dei comunicatori, troverà sempre il modo di utilizzare gli strumenti per raggiungere i propri obiettivi.

Enza, la deficienza artificiale

E chi meglio di Riccardo Catagnano poteva parlare di assistenti vocali dato che proprio lui è l’inventore di Enza, la deficienza artificiale?

Abbiamo realizzato una campagna pubblicitaria multisoggetto integrata, curando, con il supporto della nostra Media House interna, sia il concept creativo che la produzione di contenuti video.

La star dello spettacolo è Enza, il primo esempio noto di “stupidità artificiale”, che non semplifica la vita e non sa rispondere a nulla. Incapace di spiegare come la colazione possa essere deliziosa e leggera allo stesso tempo, Enza tormenta la famiglia innocente nello spot.

La campagna è stata trasmessa sulle principali reti televisive, sui canali digitali, su Radio e su Spotify, dopo una fase di teaser online. Enza e il suo fastidio hanno rilevato le pagine Facebook, Instagram e YouTube di Buondì Motta.

Intervista a Riccardo Catagnano

Con Riccardo dunque abbiamo parlato di pubblicità, di comunicazione, dati, di presente e di prospettive, che visto i tempi, non è male.

Qual è la tua definizione affettiva di pubblicità?

Se ci riflettessi un attimo, ti direi che è creare e raccontare, nel modo più inaspettato, le caratteristiche di un prodotto o i valori di una marca. Se invece dovessi risponderti a bruciapelo allora ti direi che è il modo più appagante che conosco per divertirmi ogni giorno insieme a gente incredibile, immaginando qualcosa che non c’è ancora.

Quale parte del tuo lavoro ti piace e ti diverte maggiormente? Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Mi piace molto la fase di brainstorming: quando si insegue con il nostro team di lavoro l’idea in grado di sbaragliare la concorrenza, di sorprendere un cliente e -ancora più difficile- anche noi stessi. È un momento ricco di energia, ad altissimo potenziale creativo, nel quale ci metti dentro tutto te stesso: insight inaspettati, riflessioni più o meno profonde, ricordi… e poi tutto ciò che hai visto, letto e sentito fino a un attimo prima di metterti al lavoro.

Lavoro con agende sulle quali annoto pensieri, il computer che uso per scrivere , aggiornarmi e incontrare i miei e scrivanie sempre più di fortuna: dal piano di cottura a induzione (spento) della cucina, al comodino del letto, al tavolino della sala. Un giorno riuscirò a strappare il tavolo principale alla mia compagna: sono fiducioso.

Tu oggi fai parte di Connexia. Una agenzia specializzata nel digitale. Spieghi ai miei lettori cosa si intende per data driven creativity agency?

Di recente abbiamo evoluto il nostro posizionamento in “Creativity in love with data and technology”, più una “non-agenzia” che un’agenzia nel senso più tradizionale del termine. Veniamo ai dati: duando si devono trovare delle idee, da qualche parte bisogna pur cominciare. In Connexia, forse proprio per la vicinanza con Doxa, partiamo dall’estrazione di dati. Questi possono riguardare le abitudini delle persone alle quali ci rivolgiamo, i loro sogni, le aspirazioni, cosa pensano etc. Pensa che abbiamo sviluppato un tool proprietario, il Connexia Audience Tracker, per interrogare una platea rappresentativa della popolazione italiana. I nostri Data Analyst (come suggerisce il nome) analizzano questa mole di dati che danno il via al lavoro degli Strategist: sono loro a impostare la strategia di comunicazione che, una volta validata insieme, diventa un insight dal quale i creativi partono per creare idee, campagne e attività di comunicazione sempre più rilevanti per le persone.

Come nasce l’idea di introdurre un assistente vocale nella pubblicità? Parlaci di Enza, la deficienza artificiale.

Nasce proprio dall’analisi dei dati e dei comportamenti delle persone. I dati ci dicevano che -nei mesi in cui la campagna veniva concepita- l’interesse degli italiani per gli assistenti vocali stava crescendo. Un trend in arrivo direttamente dagli USA che stava sbarcando anche da noi. Ci piaceva quindi portare un po’ dello zeitgeist in comunicazione, ma facendolo in modo inaspettato. Raccontando un’assistente vocale sui generis, Enza: una Alexa un po’ particolare che al posto di dare risposte, fa domande. E, contrariamente alle più blasonate intelligenze artificiali sul mercato, progettate per semplificarci la vita, Enza complica la vita alla famiglia che l’ha adottata con vendette al limite del patetico. Il tutto -guarda caso- a colazione: il focus sul prodotto deve essere sempre al centro, mai perderlo di vista.

Gli assistenti vocali danno una risposta unica ed univoca alle domande delle persone che ne fanno uso. Nel mondo della pubblicità si sta pensando a come entrare in questo flusso? O la cosa non interessa?

Ci sono funzioni personalizzabili e i brand ne hanno fatto e ne fanno uso: le skill. Voglio però raccontarti un esempio particolarmente brillante di qualche anno fa in cui la pubblicità televisiva “duettava” con google home… Burger King pianifica in TV uno spot di 15”: uno spazio troppo breve per raccontare cosa ci fosse dentro a un whopper… ed ecco che entra in scena la creatività. L’attore dello spot in tv chiedeva ad alta voce “Ok Google, what is the Whopper Burger?”, attivando così l’assistente vocale di casa che recitava la definizione di Whopper scritta ad hoc su wikipedia. Il primo esempio al mondo in cui la tv attiva google home: la comunicazione che esce dallo schermo per entrare nelle case e interagire con un altro device. Interessante, trovi?

Cosa ne pensi tu dell’assistenza vocale e dell’intelligenza artificiale? Enza è la tua risposta definitiva?

Di intelligente c’è ancora poco nell’intelligenza artificiale: la strada è ancora lunga. Per adesso è soltanto un mezzo “alternativo” per passare dei comandi: attivare l’aspirapolvere, mettere su un brano o sapere che tempo farà. L’intelligenza artificiale non è poi così intelligente come pensiamo. Enza poi…

A gennaio dicevi che “Diversity and inclusion” sono il nuovo trend della pubblicità nel 2020. Lo sono ancora oggi nell’era post covid? Puoi raccontarci qualcosa di questo trend? Quale è stato il trend precedente?

Diciamo che il covid ha scombinato qualsiasi previsione, trasformando il covid stesso in un trend che sfortunatamente sta tornando in auge. Le marche si sono sforzate di mostrare vicinanza con le persone, generando nuovi spot tv realizzati in pieno lockdown, producendo contenuti di intrattenimento, provando a infondere positività anche con azioni concrete. I brand hanno ritrovato un loro ruolo più sociale mettendo per un attimo da parte il profitto immediato e investendo nella collettività. Un trend che in Connexia abbiamo monitorato con una data application, una vera e propria “mappa della generosità”. …E siamo tornati a parlare di dati: coincidenza?

Il covid ci costringe ad andare alla ricerca di quello che chiamiamo nuova normalità. Come la pubblicità può aiutare aziende e persone in questa ricerca?

La comunicazione può immaginare e suggerire nuovi modelli, può invitare a riequilibrare i consumi, può contribuire alla ricerca di una dimensione più etica, una ennesima “new frugality” nella vita degli individui e delle aziende. Noi, non a caso, siamo da poco diventati una Società Benefit e invitiamo altre aziende a farlo. Perché pensiamo che ognuno di noi possa essere motore di cambiamento della società.

Prospettive future? Si procede a vista? Oppure si ritorna ai piani pre covid?

Nonostante il periodo, non ci fermiamo un attimo. Bisogna continuare a immaginare, a costruire, procedendo con oculatezza lungo un percorso più accidentato del previsto, ma che resta un percorso. E in questo percorso, incontriamo e tocchiamo anche temi decisamente attuali: proprio adesso siamo on air con la nuova saga di Buondì Motta, con un personaggio estremamente attuale… un complottista-negazionista che, non riuscendosi a spiegare la leggerezza e golosità di Buondì, trasforma la colazione in una cospirazione. Ogni spot, nuovo complotto. Una campagna coraggiosa creata sentendo lo zeitgeist e che ha generato conversazione online, alimentato dibattito e per la quale ho personalmente ricevuto minacce e maledizioni. Ma nessuna di questa è andata a segno. Almeno fino ad adesso…

E per finire le ultime 3 domande più leggere.

Consiglia un libro: Quello che non ti dicono, nel senso dell’ultimo libro di Calabresi.

Consiglia un brano musicale o un cd. Sto riscoprendo i classici Disney grazie a Lola, nostra figlia. Visto che abbiamo nominato la new frugality magari potrei suggerire l’ascolto di “Lo stretto indispensabile” da “Il libro della giungla”.

Consiglia un film: Jojo Rabbit. L’abbiamo proiettato su un lenzuolo durante le scorse vacanze. Se non l’hai ancora visto, ti aspetto l’estate prossima in campagna per una seconda visione al Nuovo Cinema Ragana.

Ringraziamenti a Riccardo Catagnano

Ho avuto anch’io il piacere di apprezzare Jojo Rabbit, ma rivedrò molto volentieri il film al Nuovo Cinema Ragana. Dunque accettando questo invito fin da oggi, ringrazio ancora Riccardo per avermi concesso questa intervista e per aver dedicato parte del suo tempo al blog.

Davvero grazie di cuore per tutto!

Intervista a Maria Pia Erice e Maurizio Schifano

Intervistare Maria Pia Erice e Maurizio Schifano è stato un vero piacere.

Come ho detto loro nell’intervista, quando penso a Maria Pia Erice e a Maurizio Schifano mi vengono in mente parole come attivismo, partecipazione, militanza. È quello che questi meravigliosi ragazzi fanno in Sicilia. Dietro molti degli eventi dedicati all’architettura dell’informazione e dell’User Experience, infatti, in Sicilia, ci sono loro due.

Nonostante la Sicilia, come la provincia, sia una sfida continua, Maria Pia e Maurizio non hanno mai rinunciato. E di questo la comunità siciliana deve essere grata. Almeno io lo sono.

Ed è proprio per ringraziarli della loro attività che li ho invitati sul mio blog. Spero che chi legga questo articolo poi abbia la curiosità di andarli a conoscere digitalmente e speriamo presto di poter tornare a viaggiare per andare a trovarli a Trapani nel loro Hype Bang.

Domanda di rito, per cominciare. Come è stato il vostro incontro con la UX?

Maurizio Schifano

Il mio interesse nasce nel periodo universitario. Studiando design del prodotto, cominciavo ad acquisire una visione critica verso un mondo saturo di oggetti che non erano molto utili, soprattutto per la visione che ci trasmettevano i nostri docenti, il mio ruolo come progettista non mi quadrava in quell’ambito, già ero molto attento ad aspetti etici del design.
Erano, poi, gli anni in cui arrivavano i primi smartphone e cominciavo a pormi molte domande sul rapporto tra le persone e la tecnologia. Vedevo le persone più grandi di me avere difficoltà nell’usare i computer e per me era una cosa inconcepibile.
Ho iniziato le mie ricerche e letture dal Bauhaus ad oggi, Maldonato, Bonsipe, Ideo, Nielsen, passando dall’ergonomia fino ad arrivare ai primi blog che mi anno data accesso ad un mondo di conoscenza, in particolare gli articoli di Luca Rosati che ancora oggi guidano il mio lavoro.

Maria Pia Erice

Rendere usabile un prodotto/messaggio significa renderlo accessibile a molti e chi si occupa di comunicazione non può che avere questo tra i suoi obbiettivi: permettere a tutti di comprendere una idea o di accedere alla conoscenza.

Fare comunità in Sicilia è difficilissimo. Come ci riesci/riuscite?

Maurizio

Da sempre viviamo una dimensione fisica/digitale delle comunità, il mio riferimento non è solo la Sicilia, grazie ad internet e ai social riusciamo tenerci in contatto con diverse comunità e realtà in giro per l’Italia.
In Sicilia non aiutano le distanze essendo difficile spostarsi ma ogni anno ci prendiamo dei momenti per summit o convention ritrovando vari amici e colleghi, anche fuori dalla Sicilia.

Maria Pia

Fare comunità è difficile un po’ dappertutto perché aprirsi agli altri significa abbattere muri, superare diffidenze. Le distanze sono sicuramente un problema, soprattutto al Sud, ma il digitale ci aiuta moltissimo.

Cosa pensate ci voglia per dare continuità ad un gruppo/comunità? Ci sono degli elementi che hai individuato? C’è qualcosa che proprio si dovrebbe fare ma da solo non riesci? Ad avere tempo e denaro, cosa ci sarebbe da fare?

Maurizio

Esistono diversi tipi di comunità e le descrive bene Ezio Manzini nel suo libro per che fare (da approfondire). Serve uno scopo, che accomuni gli intenti della comunità. Servono delle regole, per la gestione dei rapporti umani. Servono principi e visioni compatibili per andare nella stessa direzione.
E infine serve cuore, che altri chiamerebbero empatia, per capire gli altri e lavorare insieme.
Lavorare insieme è alla base del nostro metodo e le comunità in tal senso sono la massima espressione ma ci piace essere fluidi e le esperienze che si esauriscono e bene che vengano concluse.

Maria Pia

Ci vuole impegno per lavorare insieme. E bisogna lanciarsi, correre il rischio di lasciarsi “contaminare”. Un rischio bellissimo.

Maurizio. Da ambasciatore di Architecta come vedi la Sicilia?

Maurizio

La Sicilia è una terra di sperimentazione.
Molti colleghi sono andati via, altri stanno tornando trovando una dimensione con il lavoro da remoto.
Personalmente ho scelto di rimanere per continuare a lavorare da qui, molte occasioni me le sono perse ma il giusto equilibrio tra la vita e la professione l’ho trovato qui.

Maria Pia, in Sicilia trovi città intelligenti?

In Sicilia ci sono esperienze intelligenti, gruppi formali e non, tentativi di intelligenza diffusa. Intelligente significa sostenibile, connesso, scalabile, adattabile. No, città di questo tipo non ne vedo. Ma abitanti sì.

Maurizio, sei legato al mondo dell’Open source. Intanto come nasce questo legame/interesse e poi quali sono i punti che legano l’open source al tuo essere UX designer.

Non ricordo bene come ci sono arrivato, sicuramente una attitudine a capire le cose, ho sempre smanettato.
Oggi è più una visione politica, anche se molte sperimentazioni di quel mondo si stanno trasformando in altro.
Da UX Designer mi piace molto rendere le persone capaci di svolgere un compito che assolva ai loro bisogni.
Ci sono molte analogie con il mondo open in tal senso, si creano insieme strumenti condivisi che aiutano tutti e spesso il risultato non è lo strumento in se ma la relazione e l’impatto che si è generato.

Maria Pia, da lingue a grafica user designer, come descriveresti il tuo percorso?

Stranamente comprensibile. Ho studiato letterature straniere e cos’è la letteratura con i suoi stili, i suoi registri, le sue diverse forse, se non una organizzazione di informazioni al servizio di un utente/lettore?

Da quando ci siamo conosciuti ho visto che vi siete sempre cimentati nella creazione e conduzione di workshop. Cosa vi piace di questa attività e perché?

Maurizio

Un vocazione nel trasmettere la conoscenza.
E un processo di simbiosi che tra noi e gli studenti ci stimola a mettere in discussione i nostri metodi e sposta la linea delle sperimentazione in avanti.
È iniziato tutto all’università, lavorando con gli studenti.
Ho sempre cercato si trasmettere la curiosità e la passione per il design

Maria Pia

Vivere senza condividere esperienze e conoscenze è da egoisti.

Insieme avete iniziato questa avventura che si chiama HypeBang. Come nasce e come procede?

Maria Pia Erice e Maurizio Schifano

HypeBang è lo spazio dove si concretizzano piccoli e più grandi progetti, dove costruiamo strategie che migliorano l’esperienza di utenti finali e di aziende/organizzazioni. Ci piace costruire processi e raccontare ogni fase a chi decide di sceglierci. Insomma, sempre la condivisione al centro.

Quando penso a voi due mi vengono in mente parole come attivismo, partecipazione, militanza. Vi riconoscete, in queste parole? E dove trovate le energie?

Maria Pia

Sono tutte parole che raccontano un certo dinamismo civile. Don Milani diceva “A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca”. Ecco, meno mani in tasca, più vivacità umana.

Progetti e idee del presente futuro?

Maurizio e Maria Pia

Continuare a lavorare immersi nelle città e nei quartieri riuscendo a mescolare il fisico e il digitale.

E per finire le ultime 3 domande

Le domande che faccio a tutti.

Consiglia un libro

Maurizio

La nazione delle piante” di Stefano Mancuso.

Maria Pia

I Miserabili” di Victor Hugo.

Consiglia un brano musicale o un cd

Maurizio

The devil’s Walk” di Apparat.

Maria Pia

“Creep” dei Radiohead.

Consiglia un film

Maurizio

The Straight Story, di David David Lynch.

Maria Pia

Il labirinto del Fauno, di Guillermo del Toro.

Grazie a Maria Pia Erice e Maurizio Schifano

Ringrazio Maria Pia e Maurizio per questa loro intervista. Grazie anche per la loro attività di ambasciatori della disciplina, per la loro attività di volontariato per Architecta, come per tutte le altre comunità locali.

Grazie, grazie di vero cuore!

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Architettura dell’informazione e Fotografia

“L’essenziale è invisibile agli occhi” è il titolo del mio webinar Architecta Monday dedicato ad Architettura dell’informazione e Fotografia.

Queste due discipline hanno molte cose in comune. Durante il webinar cercherò di confrontare il ruolo dell’architettura dell’informazione con il ruolo della fotografia, attraverso un percorso personale fatto di tecnica, semiologia e immagini.

Indice del webinar

Intanto vi anticipo l’indice dei punti che andrò a toccare

Il ruolo dell’Architettura dell’informazione
/
Fotografia come organizzazione
/
Fotografia come scrittura
/
Fotografia come strumento
/
Fotografia come progettazione
/
Il ruolo della Fotografia

Ringraziamenti

Ringrazio innanzitutto Architecta, nella persona di Bianca Bronzino,il board, come tutti i collaboratori che permettono la realizzazione di questi webinar.

Ringrazio il club l’AltraSciacca Foto che chiedendomi, durante il primo lockdown, di introdurre l’architettura dell’informazione, mi ha permesso di creare la base di un webinar che mi ha molto appassionato.

Ringrazio Luca Rosati per il confronto sul tema. Devo ammettere che ho dovuto riflettere molto su come far partire il webinar che si è poi creato da solo.

RIngrazio poi anche l’amico, fotografo e ceramista, Antonino Carlino che mi ha illuminato sulla relazione Fotografia e Antropologia.

Qui di seguito la bibliografia completa da cui ho tratto concetti e fotografie.

Diretta su Zoom

La diretta si svolgerà oggi, lunedì 9 novembre, alle ore 18.30. Alla fine di questa pagina trovi il link.

La diretta è rivolta a tutti coloro che sono interessati al tema e/o si vogliono avvicinare alla disciplina con occhi diversi. Mentre la registrazione sarà riservata ai soci Architecta.

Bibliografia Testi

•Architettura della comunicazione, Federico Badaloni, Il MIO Libro –

•Architettura dell’informazione, Luca Rosati, Apogeo –

•Content design, Nicola Bonora, Apogeo –

•Understanding Context, Andrew Hinton

•La camera chiara. Nota sulla fotografia. Roland Barthes  

•Progettazione funzionale, Federico Badaloni

•Architettura dell’informazione per il World Wide Web, Louis Rosenfeld e Peter Morville

•The Onlife Manifesto, Luciano Floridi, Springer –

Il senso dell’informazione, Stefano Bussolon già ospite del blog con una intervista.

•Fotografia e Antropologia, Antonino Carlino.

Oltre l’Immagine

Bibliografia Fotografica

•L’immaginario dal vero (Italiano) di Henri Cartier-Bresson

•Henri Cartier-Bresson fotografo.

Gianni Berengo Gardin.

•Gianni Berengo Gardin. Storie di un fotografo. Catalogo della mostra (Venezia, 1 febbraio-12 maggio 2013)

•Dalla mia terra alla terra di Sebastião Salgado

Il Sale Della Terra – Documentario – Sebastião Salgado

Elliott Erwitt.

•Elliott Erwitt –Dogs, Small Flexicover Edition

Italy. Twilight skylines from police helicopters. Massimo Sestini

Minkkinen

•Arno Rafael Minkkinen, Body Land

•Arno Rafael Minkkinen Waterline

National Geographic

Vuoi comunicare online? Dall'architettura della comunicazione del sito web al Social Media Marketing. Passando dagli assistenti vocali alle sonorità sul web.