Patient centricity: mettere la persona al centro

Mettere la persona al centro della progettazione, penso sia uno dei capisaldi dell’architettura dell’informazione, dell’user experience design e della progettazione in ogni sua forma.

Eppure, anche se ormai “mettere le persone al centro” è il mantra di molte aziende e di altrettante numerose campagne di comunicazione, poi alla fine, stringendo al succo, questa attenzione non si concretizza.

Il cliente, la persona, è ancora oggi visto come un consumatore passivo con un numero limitato di scelte.

Così, ancora oggi, spesso non ci sono le persone al centro dentro le aziende; non ci sono le persone al centro di un prodotto o di un servizio. Non lo dico io, lo dice l’esperienza di quanti usano un servizio online e ogni qualvolta che lo usano trovano difficoltà nell’eseguire i compiti base.

Per me, come ho già scritto, UX è un cambio di paradigma, non una frase fatta.

Sanità e industria del farmaco

Tra i settori caldi, dove il bisogno di centralità della persona è sempre più necessario, tanto più in tempo di Covid, ci sono la Sanità, l’industria del farmaco e la cura degli anziani.

In questi giorni proprio un articolo di Maria Cristina Lavazza si occupa della patient centrity.

Sebbene l’85% delle aziende del pharma siano convinte che la patient centriciy rappresenti il futuro del business ognuna poi interpreta a proprio modo il significato e la messa in pratica di questa centralità.

Tra organizzazione e famiglia

L’articolo di Maria Cristina Lavazza è rivolto alle organizzazioni, alle industrie del farmaco. Al suo interno si spiegano i metodi e gli strumenti necessari alle aziende per affrontare un percorso. La citazione vuole solo essere solo uno spunto.

Io mi rivolgo alle persone, anche dentro le organizzazioni. Quello che a me preme sottolineare è l’importanza della centralità della persona.

Premetto che questo articolo potrebbe essere anche poco lucido dato che purtroppo la malattia ha colpito la mia famiglia e di recente ho ricevuto una lezione da parte di due badanti. conoscenti e vicine di casa mia.

Perché per mettere le persone al centro del proprio lavoro è necessario mettersi in contatto con le persone e con la loro umanità.

Una lezione di due badanti

Vicino casa mia ha vissuto, fino a poco tempo fa, un’ anziana signora che ultimamente ha avuto bisogno di cure e di assistenza.

In gioventù non è stata una donna facile. Sul suo egoismo, nei vicoli, si narrano leggende di cui lei stessa andava orgogliosa. Si narra, per esempio, che per scegliere un filone di pane impiegava ore all’interno del panificio. E se non trovava il filone giusto era capace di andare altrove. Poteva girare anche due o tre panifici prima di trovare il filone che ai suoi occhi era buono.

La malattia, come tutte le malattie, ha peggiorato i fattori caratteriali. Dire che era una persona insopportabile è poca cosa.

Le sue energie, nonostante fosse malata, sembravano infinite. Dal momento in cui si svegliava, al momento in cui si addormentava, era un continuo lamento, un continuo chiamare e richiedere qualcosa.

Le due badanti

La signora, come già anticipato, era seguita da due badanti, due mie conoscenti, insieme ad un anziano fratello che viveva con lei.

Ho ritenuto le due ragazze due eroine, due sante. Sono state capaci, per settimane, di sopportare la signora e nonostante tutto sono rimaste sempre con un sorriso e con l’infinita voglia di lavorare. Dando persino forza e conforto a tutti. Entrambe hanno prestato cure e attenzioni che neppure i parenti stessi erano in grado di dare.

La centralità della loro paziente

Negli ultimi tempi la signora ha richiesto più attenzione del solito e maggiore cura rispetto al passato. Ad un’analisi medica più attenta sono sopraggiunte nuove patologie nascoste da quelle che l’anziana signora già sopportava.

A questo punto, quando i medici hanno quasi abbandonato le speranze, le due badanti hanno aumentato la propria cura. Entrambe hanno iniziato a studiare bene le patologie della signora, chiesto informazioni più dettagliate sui farmaci, sugli effetti collaterali, hanno chiesto a me sulle terapie per pazienti affetti da parkinsonismo, di cui sono ormai, ahimè, un esperto. Sono andate in cerca di pareri di altri medici e conoscenti.

Si sono interessate in tutto. Aveva una lista dettagliata sui problemi caratteriali e patologici, su come si muoveva, cosa continuava a mangiare e cosa no. Hanno vagliato, sotto il controllo dei medici, i vantaggi e gli svantaggi di alcune terapie rispetto ad altre.

Così come, esperte ormai sul loro paziente, hanno saputo giudicare medici e infermieri che si sono succedute per settimane al capezzale della signora.

La patiency centrality e la famiglia

L’esperienza personale, che mi trova coinvolto emotivamente sulla questione, mi porta a questa conclusione.

Se da un lato le case farmaceutiche e/o il sistema sanitario devono certamente ascoltare il paziente, in quanto è la persona coinvolta, dall’altro lato la famiglia è l’altra faccia della medaglia e a mio parere andrebbe analizzata e studiata nella sua interezza, con le sue dinamiche e sofferenze.

Mi permetto di dire questo perché sono sempre più convinto che, quando una malattia colpisce una persona, specialmente se si tratta di malattie invalidanti, tutta la famiglia se ne ammala.

E per famiglia, in casi come quello appena raccontato, oggi dobbiamo pure intendere quelle badanti e tutte quelle persone che vivono intorno al paziente o al malato.

Queste persone sono le più esperte sul paziente che è ormai sempre più unico. Soprattutto per malattie che durano anni.

La famiglia del paziente

La famiglia, dicevo si ammala, nel senso che sebbene in forze e in salute, segue i ritmi del malato. Anche quando affida la gestione a badanti o a RSA, la famiglia deve assolvere a compiti inerenti alla malattia. Senza contare poi, che diventa, suo malgrado, esperta della patologia e del paziente, molto più di luminari e medici di fiducia. Per alcuni semplici motivi.

  • L’incontro periodico e vario dei medici

I familiari hanno incontri periodici con i propri medici di fiducia. Tra famiglie “malate” si crea una rete che porta ad incontrare più o meno luminari del settore, sull’intero territorio regionale e nazionale.

E se navighi su internet vai dalle cure ufficiali alle cure sperimentali.

  • Generalmente il farmaco che agisce sulla patologia è uno.

Si possono assumere i più svariati farmaci e possono avere il nome commerciale più vario e accattivante, ma il principio attivo, per una data malattia, è sempre lo stesso. Attorno al principio attivo primario ci sono altri principi che facilitano l’assorbimento del principio attivo, o che vanno a delimitare i danni del principio stesso.

  • La famiglia è testimone diretto degli effetti della malattia e del farmaco.

I medici vedono il paziente, periodicamente. Nel migliore dei casi (e pandemie permettendo) una volta ogni mese o ogni tre mesi. La famiglia, invece, vede momento per momento l’andamento del malato e il progredire della malattia stessa.

La persona al centro

Conoscere bene la famiglia dunque significa conoscere la persona.

La persona malata, infatti, è già al centro delle vite di chi bada al paziente. Può essere per affetto filiale, principalmente, o come spesso accade per un bisogno economico di chi lavora intorno al malato. Qualunque sia la motivazione iniziale, il risultato è che l’attenzione alla persona diventa prioritaria su tutto.

La morte di un paziente, infondo, significa una perdita per molte famiglie.

La lezione di due badanti

Ho incontrato spesso di ritorno da lavoro le due ragazze ed ho sempre espresso ammirazione per il loro lavoro e la loro devozione. Le due badanti hanno condiviso, con il loro agire, come si mette davvero al centro una persona.

Le richieste di aiuto della signora erano principalmente quelle di avere compagnia e di non essere lasciata sola. Per loro, la cura ha riguardato il luogo dove la signora viveva, il cibo, la pulizia, i farmaci, la cura della malattia e dunque le relazioni con gli infermieri, i medici. Hanno messo in moto una rete di ricerca: ci sono state ampie discussioni, lunghi racconti e resoconti di altri casi, di altre patologie, con altre badanti. vicini di casa, amici e parenti. Indagini condotte in presenza come anche telefoniche.

Certo, queste indagini sono state fatte empiricamente, senza un progetto, senza una pianificazione, senza una guida e senza lasciare traccia scritta di tutto questo lavoro, che sarebbe stato un caso studio davvero interessante da rileggere.

Come si soddisfa il bisogno di una persona? Come si accompagna una persona verso i suoi ultimi giorni di vita? Come farlo al meglio?

Fosse stato per i medici, che hanno profuso le loro conoscenze, avrebbero abbandonato la signora al suo destino molto tempo prima. E qualcuno si sarebbe accanito farmacologicamente al paziente.

Un medico una volta mi ha confessato che il malato, per un dottore, un malato vero, con un destino segnato dalla sua malattia, è una spina nel fianco del medico, perché non trovare una soluzione è una frustrazione.

Il bisogno della centralità della persona

Le due badanti hanno dedicato tutte se stesse, il loro tempo, oltre il dovuto, fino alla fine. Per loro non era una spina nel fianco, per loro la persona era al centro del loro progetto di cura.

Certo, anche per bisogno. Ma mentre per una badante ci può essere un bisogno economico, credo che per un designer ci debba essere un bisogno etico di mettere la persona al centro.

Parliamo spesso di responsabilità e abbiamo anche la responsabilità di esprimere questo bisogno.

Avviene così anche per i nostri progetti?

Al di là dunque delle definizioni che riporto qui alla fine mi chiedo sempre quale sforzo ci voglia per cambiare prospettiva, per poter esprimere empatia.

Ho riflettuto a lungo sul loro lavoro, come sul lavoro di altre badanti. Ed ho deciso di scrivere questo articolo, per rendere merito a questo lavoro, come fosse un breve caso di studio, che altrimenti sarebbe andato perduto.

E, infine, perché non sempre vedo questa stessa dedizione alla persona su progetti digitali.

Questo approccio richiede da parte di chi dirige le aziende un cambio di mentalità. Abbassarsi al livello di una badante, non sarebbe accettabile da parte di molti. Come se le competenze manageriali non potessero ascoltare il parere di chi vive accanto al paziente spalando m…rda.

Forse l’ascolto di queste persone permetterebbe una maggiore vicinanaza tra istituzioni e pazienti. Le famiglie ascoltate forse reagirebbero in maniera diversa alla perdita di persone vicine.

Cos’è lo Human-Centered Design (HCD)

Come promemoria, lascio alla fine la definizione che Maria Cristina Lavazza da di Human Center Design, nell’articolo già citato.

Lo human centered design è un approccio diffuso in ogni ambito che contempla il coinvolgimento attivo di tutti i portatori di interesse nel processo progettuale.

Le organizzazioni che adottano lo HCD esplorano l’esperienza dei clienti, ma anche dello staff interno, dei fornitori, degli intermediari etc. per comprendere non solo la relazione con il prodotto/servizio, ma anche i comportamenti, le emozioni e i valori che le persone assegnano al prodotto nelle differenti situazioni della vita. Questo approccio permette di identificare nuovi bisogni delle persone e nuove opportunità per il mercato.

Lo human centered design permette di disegnare soluzioni su misura dei pazienti. Le stesse soluzioni possono poi essere raffinate e dettagliate insieme ai pazienti attraverso sessioni di codesign che completano il percorso di sviluppo della patient centricity attraverso 4 differenti step:

Cambiamento del mindset
Apertura al nuovo
Immersione nel contesto
Coinvolgimento nelle soluzioni più adatte.

Cos’è lo User-Centered Design (UCD)

E quanto ricorda Maurizio Boscarol dal suo blog sull’user centered design.

Il processo è stato definito e descritto da diversi autori e persino da alcune norme ISO, come la 13407, Human-centered design process. Diverse fonti descrivono processi leggermente diversi, ma guidati dalla stessa filosofia: fondare il progetto sulle esigenze degli utenti.

La ISO 13407

Questa norma ISO stabilisce quattro attività principali per il processo di UCD:

  1. Specificare il contesto d’uso
  2. Specificare i requisiti
  3. Creare delle soluzioni progettuali
  4. Valutare il design

Intervista a Riccardo Catagnano

Mi risulta difficile parlare di Riccardo Catagnano senza raccontare qualcosa di privato. Perché Riccardo Catagnano è un mio amico. Un amico di cui ho stima e nutro affetto. Una di quelle persone con cui ho condiviso pezzi di Vita, luoghi, amicizie, valori.

E quindi presentarlo formalmente come il Creative Director e Head of Branded Content di Connexia, una delle agenzie pubblicitarie più importanti d’Italia, è strano; ma è sicuramente un onore per il blog.

Di Riccardo non racconterò il CV. Su youtube trovate molte sue presentazioni, interviste e lezioni, in cui parla dei suoi progetti e del suo lavoro.

Riccardo Catagnano, un creativo

Prima di lasciarvi al perché di questa intervista e alle risposte di Riccardo, però, voglio raccontare questo breve aneddoto.

Premesso che parlare con Riccardo è sempre un piacere. Il suo pensiero è sempre brillante, un creativo 24 ore su 24, che smuove idee ad ogni chiacchierata.

Ricordo come, in una serata di agosto tra amici, ad una richiesta di un titolo per un nuovo format su youtube, Riccardo trovò il titolo perfetto, in pochi minuti, pensandoci per scherzo, quasi per gioco.

Ci sorprese tutti. Sembrò una di quelle magie che i maghi fanno fuori dal palco, per far divertire i bambini. Scoprì una moneta d’oro proprio dietro il nostro orecchio.

Di quel format l’autrice non ne fece nulla. A me è rimasto in mente il ricordo di questo aneddoto e chissà che prima o poi non riprenda quel titolo che varrebbe la pena avviare.

Perché intervisto un pubblicitario

Ma bando alle ciance. Perché intervisto sul blog un pubblicitario? E perché proprio Riccardo Catagnano?

Chi mi segue sa che mi occupo da tempo di assistenza vocale e chatbot e tempo fa mi sono interrogato sulla ricerca vocale. Ossia sul problema della ricerca fatta con glia assistenti vocali. Questi infatti, rispondono ad una domanda con un unica risposta.

Scrivevo infatti…

La risposta, o il risultato, però, non è la lista di risultati (SERP), cioè la famosa prima pagina dove tutti vogliono stare. No. Il risultato è una risposta unica e univoca scelta da Mister Google in persona.

O da altri assistenti vocali.

Insomma, mentre fino ad oggi la pubblicità si è inserita nelle nostre ricerche analogiche e digitali, da domani come farà?

Riccardo mi risponde con qualcosa che è già è stata fatta qualche anno fa. Riccardo di seguito racconterà un modo geniale che i pubblicitari hanno già trovato. Spiegando, tra le righe, che il pensiero dei creativi, come dei pubblicitari o dei comunicatori, troverà sempre il modo di utilizzare gli strumenti per raggiungere i propri obiettivi.

Enza, la deficienza artificiale

E chi meglio di Riccardo Catagnano poteva parlare di assistenti vocali dato che proprio lui è l’inventore di Enza, la deficienza artificiale?

Abbiamo realizzato una campagna pubblicitaria multisoggetto integrata, curando, con il supporto della nostra Media House interna, sia il concept creativo che la produzione di contenuti video.

La star dello spettacolo è Enza, il primo esempio noto di “stupidità artificiale”, che non semplifica la vita e non sa rispondere a nulla. Incapace di spiegare come la colazione possa essere deliziosa e leggera allo stesso tempo, Enza tormenta la famiglia innocente nello spot.

La campagna è stata trasmessa sulle principali reti televisive, sui canali digitali, su Radio e su Spotify, dopo una fase di teaser online. Enza e il suo fastidio hanno rilevato le pagine Facebook, Instagram e YouTube di Buondì Motta.

Intervista a Riccardo Catagnano

Con Riccardo dunque abbiamo parlato di pubblicità, di comunicazione, dati, di presente e di prospettive, che visto i tempi, non è male.

Qual è la tua definizione affettiva di pubblicità?

Se ci riflettessi un attimo, ti direi che è creare e raccontare, nel modo più inaspettato, le caratteristiche di un prodotto o i valori di una marca. Se invece dovessi risponderti a bruciapelo allora ti direi che è il modo più appagante che conosco per divertirmi ogni giorno insieme a gente incredibile, immaginando qualcosa che non c’è ancora.

Quale parte del tuo lavoro ti piace e ti diverte maggiormente? Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Mi piace molto la fase di brainstorming: quando si insegue con il nostro team di lavoro l’idea in grado di sbaragliare la concorrenza, di sorprendere un cliente e -ancora più difficile- anche noi stessi. È un momento ricco di energia, ad altissimo potenziale creativo, nel quale ci metti dentro tutto te stesso: insight inaspettati, riflessioni più o meno profonde, ricordi… e poi tutto ciò che hai visto, letto e sentito fino a un attimo prima di metterti al lavoro.

Lavoro con agende sulle quali annoto pensieri, il computer che uso per scrivere , aggiornarmi e incontrare i miei e scrivanie sempre più di fortuna: dal piano di cottura a induzione (spento) della cucina, al comodino del letto, al tavolino della sala. Un giorno riuscirò a strappare il tavolo principale alla mia compagna: sono fiducioso.

Tu oggi fai parte di Connexia. Una agenzia specializzata nel digitale. Spieghi ai miei lettori cosa si intende per data driven creativity agency?

Di recente abbiamo evoluto il nostro posizionamento in “Creativity in love with data and technology”, più una “non-agenzia” che un’agenzia nel senso più tradizionale del termine. Veniamo ai dati: duando si devono trovare delle idee, da qualche parte bisogna pur cominciare. In Connexia, forse proprio per la vicinanza con Doxa, partiamo dall’estrazione di dati. Questi possono riguardare le abitudini delle persone alle quali ci rivolgiamo, i loro sogni, le aspirazioni, cosa pensano etc. Pensa che abbiamo sviluppato un tool proprietario, il Connexia Audience Tracker, per interrogare una platea rappresentativa della popolazione italiana. I nostri Data Analyst (come suggerisce il nome) analizzano questa mole di dati che danno il via al lavoro degli Strategist: sono loro a impostare la strategia di comunicazione che, una volta validata insieme, diventa un insight dal quale i creativi partono per creare idee, campagne e attività di comunicazione sempre più rilevanti per le persone.

Come nasce l’idea di introdurre un assistente vocale nella pubblicità? Parlaci di Enza, la deficienza artificiale.

Nasce proprio dall’analisi dei dati e dei comportamenti delle persone. I dati ci dicevano che -nei mesi in cui la campagna veniva concepita- l’interesse degli italiani per gli assistenti vocali stava crescendo. Un trend in arrivo direttamente dagli USA che stava sbarcando anche da noi. Ci piaceva quindi portare un po’ dello zeitgeist in comunicazione, ma facendolo in modo inaspettato. Raccontando un’assistente vocale sui generis, Enza: una Alexa un po’ particolare che al posto di dare risposte, fa domande. E, contrariamente alle più blasonate intelligenze artificiali sul mercato, progettate per semplificarci la vita, Enza complica la vita alla famiglia che l’ha adottata con vendette al limite del patetico. Il tutto -guarda caso- a colazione: il focus sul prodotto deve essere sempre al centro, mai perderlo di vista.

Gli assistenti vocali danno una risposta unica ed univoca alle domande delle persone che ne fanno uso. Nel mondo della pubblicità si sta pensando a come entrare in questo flusso? O la cosa non interessa?

Ci sono funzioni personalizzabili e i brand ne hanno fatto e ne fanno uso: le skill. Voglio però raccontarti un esempio particolarmente brillante di qualche anno fa in cui la pubblicità televisiva “duettava” con google home… Burger King pianifica in TV uno spot di 15”: uno spazio troppo breve per raccontare cosa ci fosse dentro a un whopper… ed ecco che entra in scena la creatività. L’attore dello spot in tv chiedeva ad alta voce “Ok Google, what is the Whopper Burger?”, attivando così l’assistente vocale di casa che recitava la definizione di Whopper scritta ad hoc su wikipedia. Il primo esempio al mondo in cui la tv attiva google home: la comunicazione che esce dallo schermo per entrare nelle case e interagire con un altro device. Interessante, trovi?

Cosa ne pensi tu dell’assistenza vocale e dell’intelligenza artificiale? Enza è la tua risposta definitiva?

Di intelligente c’è ancora poco nell’intelligenza artificiale: la strada è ancora lunga. Per adesso è soltanto un mezzo “alternativo” per passare dei comandi: attivare l’aspirapolvere, mettere su un brano o sapere che tempo farà. L’intelligenza artificiale non è poi così intelligente come pensiamo. Enza poi…

A gennaio dicevi che “Diversity and inclusion” sono il nuovo trend della pubblicità nel 2020. Lo sono ancora oggi nell’era post covid? Puoi raccontarci qualcosa di questo trend? Quale è stato il trend precedente?

Diciamo che il covid ha scombinato qualsiasi previsione, trasformando il covid stesso in un trend che sfortunatamente sta tornando in auge. Le marche si sono sforzate di mostrare vicinanza con le persone, generando nuovi spot tv realizzati in pieno lockdown, producendo contenuti di intrattenimento, provando a infondere positività anche con azioni concrete. I brand hanno ritrovato un loro ruolo più sociale mettendo per un attimo da parte il profitto immediato e investendo nella collettività. Un trend che in Connexia abbiamo monitorato con una data application, una vera e propria “mappa della generosità”. …E siamo tornati a parlare di dati: coincidenza?

Il covid ci costringe ad andare alla ricerca di quello che chiamiamo nuova normalità. Come la pubblicità può aiutare aziende e persone in questa ricerca?

La comunicazione può immaginare e suggerire nuovi modelli, può invitare a riequilibrare i consumi, può contribuire alla ricerca di una dimensione più etica, una ennesima “new frugality” nella vita degli individui e delle aziende. Noi, non a caso, siamo da poco diventati una Società Benefit e invitiamo altre aziende a farlo. Perché pensiamo che ognuno di noi possa essere motore di cambiamento della società.

Prospettive future? Si procede a vista? Oppure si ritorna ai piani pre covid?

Nonostante il periodo, non ci fermiamo un attimo. Bisogna continuare a immaginare, a costruire, procedendo con oculatezza lungo un percorso più accidentato del previsto, ma che resta un percorso. E in questo percorso, incontriamo e tocchiamo anche temi decisamente attuali: proprio adesso siamo on air con la nuova saga di Buondì Motta, con un personaggio estremamente attuale… un complottista-negazionista che, non riuscendosi a spiegare la leggerezza e golosità di Buondì, trasforma la colazione in una cospirazione. Ogni spot, nuovo complotto. Una campagna coraggiosa creata sentendo lo zeitgeist e che ha generato conversazione online, alimentato dibattito e per la quale ho personalmente ricevuto minacce e maledizioni. Ma nessuna di questa è andata a segno. Almeno fino ad adesso…

E per finire le ultime 3 domande più leggere.

Consiglia un libro: Quello che non ti dicono, nel senso dell’ultimo libro di Calabresi.

Consiglia un brano musicale o un cd. Sto riscoprendo i classici Disney grazie a Lola, nostra figlia. Visto che abbiamo nominato la new frugality magari potrei suggerire l’ascolto di “Lo stretto indispensabile” da “Il libro della giungla”.

Consiglia un film: Jojo Rabbit. L’abbiamo proiettato su un lenzuolo durante le scorse vacanze. Se non l’hai ancora visto, ti aspetto l’estate prossima in campagna per una seconda visione al Nuovo Cinema Ragana.

Ringraziamenti a Riccardo Catagnano

Ho avuto anch’io il piacere di apprezzare Jojo Rabbit, ma rivedrò molto volentieri il film al Nuovo Cinema Ragana. Dunque accettando questo invito fin da oggi, ringrazio ancora Riccardo per avermi concesso questa intervista e per aver dedicato parte del suo tempo al blog.

Davvero grazie di cuore per tutto!

Intervista a Maria Pia Erice e Maurizio Schifano

Intervistare Maria Pia Erice e Maurizio Schifano è stato un vero piacere.

Come ho detto loro nell’intervista, quando penso a Maria Pia Erice e a Maurizio Schifano mi vengono in mente parole come attivismo, partecipazione, militanza. È quello che questi meravigliosi ragazzi fanno in Sicilia. Dietro molti degli eventi dedicati all’architettura dell’informazione e dell’User Experience, infatti, in Sicilia, ci sono loro due.

Nonostante la Sicilia, come la provincia, sia una sfida continua, Maria Pia e Maurizio non hanno mai rinunciato. E di questo la comunità siciliana deve essere grata. Almeno io lo sono.

Ed è proprio per ringraziarli della loro attività che li ho invitati sul mio blog. Spero che chi legga questo articolo poi abbia la curiosità di andarli a conoscere digitalmente e speriamo presto di poter tornare a viaggiare per andare a trovarli a Trapani nel loro Hype Bang.

Domanda di rito, per cominciare. Come è stato il vostro incontro con la UX?

Maurizio Schifano

Il mio interesse nasce nel periodo universitario. Studiando design del prodotto, cominciavo ad acquisire una visione critica verso un mondo saturo di oggetti che non erano molto utili, soprattutto per la visione che ci trasmettevano i nostri docenti, il mio ruolo come progettista non mi quadrava in quell’ambito, già ero molto attento ad aspetti etici del design.
Erano, poi, gli anni in cui arrivavano i primi smartphone e cominciavo a pormi molte domande sul rapporto tra le persone e la tecnologia. Vedevo le persone più grandi di me avere difficoltà nell’usare i computer e per me era una cosa inconcepibile.
Ho iniziato le mie ricerche e letture dal Bauhaus ad oggi, Maldonato, Bonsipe, Ideo, Nielsen, passando dall’ergonomia fino ad arrivare ai primi blog che mi anno data accesso ad un mondo di conoscenza, in particolare gli articoli di Luca Rosati che ancora oggi guidano il mio lavoro.

Maria Pia Erice

Rendere usabile un prodotto/messaggio significa renderlo accessibile a molti e chi si occupa di comunicazione non può che avere questo tra i suoi obbiettivi: permettere a tutti di comprendere una idea o di accedere alla conoscenza.

Fare comunità in Sicilia è difficilissimo. Come ci riesci/riuscite?

Maurizio

Da sempre viviamo una dimensione fisica/digitale delle comunità, il mio riferimento non è solo la Sicilia, grazie ad internet e ai social riusciamo tenerci in contatto con diverse comunità e realtà in giro per l’Italia.
In Sicilia non aiutano le distanze essendo difficile spostarsi ma ogni anno ci prendiamo dei momenti per summit o convention ritrovando vari amici e colleghi, anche fuori dalla Sicilia.

Maria Pia

Fare comunità è difficile un po’ dappertutto perché aprirsi agli altri significa abbattere muri, superare diffidenze. Le distanze sono sicuramente un problema, soprattutto al Sud, ma il digitale ci aiuta moltissimo.

Cosa pensate ci voglia per dare continuità ad un gruppo/comunità? Ci sono degli elementi che hai individuato? C’è qualcosa che proprio si dovrebbe fare ma da solo non riesci? Ad avere tempo e denaro, cosa ci sarebbe da fare?

Maurizio

Esistono diversi tipi di comunità e le descrive bene Ezio Manzini nel suo libro per che fare (da approfondire). Serve uno scopo, che accomuni gli intenti della comunità. Servono delle regole, per la gestione dei rapporti umani. Servono principi e visioni compatibili per andare nella stessa direzione.
E infine serve cuore, che altri chiamerebbero empatia, per capire gli altri e lavorare insieme.
Lavorare insieme è alla base del nostro metodo e le comunità in tal senso sono la massima espressione ma ci piace essere fluidi e le esperienze che si esauriscono e bene che vengano concluse.

Maria Pia

Ci vuole impegno per lavorare insieme. E bisogna lanciarsi, correre il rischio di lasciarsi “contaminare”. Un rischio bellissimo.

Maurizio. Da ambasciatore di Architecta come vedi la Sicilia?

Maurizio

La Sicilia è una terra di sperimentazione.
Molti colleghi sono andati via, altri stanno tornando trovando una dimensione con il lavoro da remoto.
Personalmente ho scelto di rimanere per continuare a lavorare da qui, molte occasioni me le sono perse ma il giusto equilibrio tra la vita e la professione l’ho trovato qui.

Maria Pia, in Sicilia trovi città intelligenti?

In Sicilia ci sono esperienze intelligenti, gruppi formali e non, tentativi di intelligenza diffusa. Intelligente significa sostenibile, connesso, scalabile, adattabile. No, città di questo tipo non ne vedo. Ma abitanti sì.

Maurizio, sei legato al mondo dell’Open source. Intanto come nasce questo legame/interesse e poi quali sono i punti che legano l’open source al tuo essere UX designer.

Non ricordo bene come ci sono arrivato, sicuramente una attitudine a capire le cose, ho sempre smanettato.
Oggi è più una visione politica, anche se molte sperimentazioni di quel mondo si stanno trasformando in altro.
Da UX Designer mi piace molto rendere le persone capaci di svolgere un compito che assolva ai loro bisogni.
Ci sono molte analogie con il mondo open in tal senso, si creano insieme strumenti condivisi che aiutano tutti e spesso il risultato non è lo strumento in se ma la relazione e l’impatto che si è generato.

Maria Pia, da lingue a grafica user designer, come descriveresti il tuo percorso?

Stranamente comprensibile. Ho studiato letterature straniere e cos’è la letteratura con i suoi stili, i suoi registri, le sue diverse forse, se non una organizzazione di informazioni al servizio di un utente/lettore?

Da quando ci siamo conosciuti ho visto che vi siete sempre cimentati nella creazione e conduzione di workshop. Cosa vi piace di questa attività e perché?

Maurizio

Un vocazione nel trasmettere la conoscenza.
E un processo di simbiosi che tra noi e gli studenti ci stimola a mettere in discussione i nostri metodi e sposta la linea delle sperimentazione in avanti.
È iniziato tutto all’università, lavorando con gli studenti.
Ho sempre cercato si trasmettere la curiosità e la passione per il design

Maria Pia

Vivere senza condividere esperienze e conoscenze è da egoisti.

Insieme avete iniziato questa avventura che si chiama HypeBang. Come nasce e come procede?

Maria Pia Erice e Maurizio Schifano

HypeBang è lo spazio dove si concretizzano piccoli e più grandi progetti, dove costruiamo strategie che migliorano l’esperienza di utenti finali e di aziende/organizzazioni. Ci piace costruire processi e raccontare ogni fase a chi decide di sceglierci. Insomma, sempre la condivisione al centro.

Quando penso a voi due mi vengono in mente parole come attivismo, partecipazione, militanza. Vi riconoscete, in queste parole? E dove trovate le energie?

Maria Pia

Sono tutte parole che raccontano un certo dinamismo civile. Don Milani diceva “A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca”. Ecco, meno mani in tasca, più vivacità umana.

Progetti e idee del presente futuro?

Maurizio e Maria Pia

Continuare a lavorare immersi nelle città e nei quartieri riuscendo a mescolare il fisico e il digitale.

E per finire le ultime 3 domande

Le domande che faccio a tutti.

Consiglia un libro

Maurizio

La nazione delle piante” di Stefano Mancuso.

Maria Pia

I Miserabili” di Victor Hugo.

Consiglia un brano musicale o un cd

Maurizio

The devil’s Walk” di Apparat.

Maria Pia

“Creep” dei Radiohead.

Consiglia un film

Maurizio

The Straight Story, di David David Lynch.

Maria Pia

Il labirinto del Fauno, di Guillermo del Toro.

Grazie a Maria Pia Erice e Maurizio Schifano

Ringrazio Maria Pia e Maurizio per questa loro intervista. Grazie anche per la loro attività di ambasciatori della disciplina, per la loro attività di volontariato per Architecta, come per tutte le altre comunità locali.

Grazie, grazie di vero cuore!

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Architettura dell’informazione e Fotografia

“L’essenziale è invisibile agli occhi” è il titolo del mio webinar Architecta Monday dedicato ad Architettura dell’informazione e Fotografia.

Queste due discipline hanno molte cose in comune. Durante il webinar cercherò di confrontare il ruolo dell’architettura dell’informazione con il ruolo della fotografia, attraverso un percorso personale fatto di tecnica, semiologia e immagini.

Indice del webinar

Intanto vi anticipo l’indice dei punti che andrò a toccare

Il ruolo dell’Architettura dell’informazione
/
Fotografia come organizzazione
/
Fotografia come scrittura
/
Fotografia come strumento
/
Fotografia come progettazione
/
Il ruolo della Fotografia

Ringraziamenti

Ringrazio innanzitutto Architecta, nella persona di Bianca Bronzino,il board, come tutti i collaboratori che permettono la realizzazione di questi webinar.

Ringrazio il club l’AltraSciacca Foto che chiedendomi, durante il primo lockdown, di introdurre l’architettura dell’informazione, mi ha permesso di creare la base di un webinar che mi ha molto appassionato.

Ringrazio Luca Rosati per il confronto sul tema. Devo ammettere che ho dovuto riflettere molto su come far partire il webinar che si è poi creato da solo.

RIngrazio poi anche l’amico, fotografo e ceramista, Antonino Carlino che mi ha illuminato sulla relazione Fotografia e Antropologia.

Qui di seguito la bibliografia completa da cui ho tratto concetti e fotografie.

Diretta su Zoom

La diretta si svolgerà oggi, lunedì 9 novembre, alle ore 18.30. Alla fine di questa pagina trovi il link.

La diretta è rivolta a tutti coloro che sono interessati al tema e/o si vogliono avvicinare alla disciplina con occhi diversi. Mentre la registrazione sarà riservata ai soci Architecta.

Bibliografia Testi

•Architettura della comunicazione, Federico Badaloni, Il MIO Libro –

•Architettura dell’informazione, Luca Rosati, Apogeo –

•Content design, Nicola Bonora, Apogeo –

•Understanding Context, Andrew Hinton

•La camera chiara. Nota sulla fotografia. Roland Barthes  

•Progettazione funzionale, Federico Badaloni

•Architettura dell’informazione per il World Wide Web, Louis Rosenfeld e Peter Morville

•The Onlife Manifesto, Luciano Floridi, Springer –

Il senso dell’informazione, Stefano Bussolon già ospite del blog con una intervista.

•Fotografia e Antropologia, Antonino Carlino.

Oltre l’Immagine

Bibliografia Fotografica

•L’immaginario dal vero (Italiano) di Henri Cartier-Bresson

•Henri Cartier-Bresson fotografo.

Gianni Berengo Gardin.

•Gianni Berengo Gardin. Storie di un fotografo. Catalogo della mostra (Venezia, 1 febbraio-12 maggio 2013)

•Dalla mia terra alla terra di Sebastião Salgado

Il Sale Della Terra – Documentario – Sebastião Salgado

Elliott Erwitt.

•Elliott Erwitt –Dogs, Small Flexicover Edition

Italy. Twilight skylines from police helicopters. Massimo Sestini

Minkkinen

•Arno Rafael Minkkinen, Body Land

•Arno Rafael Minkkinen Waterline

National Geographic

Intervista a Raffaele Boiano

Raffaele Boiano è una di quelle persone che vorrei avere accanto sempre. Ascolterei per ore Raffaele Boiano e so che sarei ascoltato, in modo attivo, vero. Perché Raffaele mette al centro la persona nei suoi progetti come nella vita quotidiana. E questo si sente, anche a pelle.

Chi è Raffaele Boiano

Se si elencassero un po’ di competenze nell’ambito dell’User Experience design come: l’architettura dell’informazione, il Web design, l’User Experience Engineering, l’Usability Engineering, l’Interaction Design, il Content Management, il Creative Writing, Public Speaking, Project Management, si avrebbe il profilo professionale di Raffaele Boiano.

E a vedere tutte le attività che svolge in giro, sembrerebbe che Raffaele Boiano abbia 150 anni. In realtà quando si incontra di persona si vede che è giovane e capisci che è uno di quelli bravi.

Non scriverò anche qui il suo curriculum vitae né la sua biografia che potrete trovare facilmente sul web. Magari, se lo cercate, è bene sapere che, su internet, è conosciuto con il nome di rainwiz Rainwiz,com è il suo sito personale,

Ma voglio sottolineare almeno due delle attività che ritengo più importanti: la docenza di User Experience presso il Politecnico di Milano, per il corso di laurea specialistica PSSD Product, service & System Design. E la sua attività di imprenditore e co- fondatore di Fifth Beat, studio di design, di cui parleremo nell’intervista, qui di seguito.

Cosa si dice di Raffaele Boiano

Prima di lasciarvi alle risposte di Raffaele, però voglio riportare la referenza di Raffaele Gaito, Growth Hacker, blogger e youtuber, abbastanza conosciuto sul web, per trasmettere a pieno il grande valore di Raffaele e la stima di cui gode da parte dei colleghi.

Raffaele è una delle persone più brillanti che ho incontrato negli ultimi anni. Uno di quelli che riesce a unire alla perfezioni competenze tecniche e umanistiche tirando fuori il meglio da entrambe. Ha la capacità (per nulla scontata) di andare a fondo nelle cose e di mettersi in discussione quando necessario!

Intervista a Raffaele Boiano

A Raffaele Boiano ho fatto un po’ di domande personali sul suo rapporto con la provincia e sul suo percorso professionale: da freelance è diventato imprenditore ed ha creato uno studio di design che è una bella realtà fatta di giovani e grandi professionisti. Tra il team si trova anche Raffaella Roviglioni che abbiamo intervistato.

Le risposte di Raffaele mi sono arrivate in un documento drive condiviso, su carta intestata e con grafica Fifth Beat.

Ed è per questo motivo che ho voluto lasciare e riproporre i colori dello studio di design, per restituire ai miei lettori, la cura dei dettagli di Raffaele.

Parto da una domanda personale che racconti “quasi” sempre. Sei cresciuto a Ciampino, ne parli con toni poco entusiasti, “un posto bizzarro”, “una Berlino sfigata” le tue recenti definizioni. Eppure mi sembra di capire che sei rimasto a Ciampino. E che questa periferia, alla fine, ti ha dato una spinta incredibile a fare tutto quello che stai realizzando. Quindi la periferia è stata una condanna o una sfida?

Ciampino non l’ho scelta, l’ho subita e ci ho messo anni a togliere questo rancore misto a senso di non appartenenza. La Ciampino degli anni 80 in cui sono cresciuto era un non luogo fatto di pendolari ammassati nella stazione dei treni nei giorni di pioggia a fare a spallate per un posto sotto alla pensilina; delle siringhe di eroina nel parchetto vicino casa, per cui a noi bimbi erano preclusi gli scivoli; dell’odore di cherosene degli aerei che ogni tanto sospendevano le conversazioni per 10 secondi con il loro fragore.

Nell’adolescenza prendevamo il 551, un bus che portava da Morena alla metropolitana per poi andare in centro. I ciampinesi dicono: “oggi pomeriggio andiamo a Roma? Oppure andiamo a Frascati o Albano?” Roma e i castelli romani hanno un’identità e un senso di appartenenza, a Ciampino ci capiti e magari ci resti, senza un motivo preciso. Non sei in provincia. Non sei in paese. Non sei in città.

Questa identità aperta, questo vivere in una membrana, è stato per me forse uno stimolo a cercare delle identità nuove. Non avendone una, ho provato a formarne alcune nella mia vita e ho scoperto il piacere della polifonia, cioè della pluralità delle appartenenze. Di certo sono lontano da chi rivendica un’identità nazionale, razziale, sessuale e culturale come asimmetrica rispetto alle altre.

Magari Ciampino tra 20 anni sarà Hipster. E io rimpiangerò il signor Tortorella, emigrato siciliano che vendeva i coriandoli alle feste in Piazza della Pace e mi regalava ogni tanto un po’ di pizza.

Raffaele, oltre ad essere un UX designer tu sei un imprenditore, sei il CEO di Fifth Beat. In tempo di Covid qual è il tuo stato d’animo in questo periodo?

È un periodo dove è difficile fare previsioni. Non che solitamente sia così facile, ma una parte del mio lavoro è oggi garantire la sostenibilità dell’organizzazione e non mi ero mai trovato prima a pensare a questo. Fifth Beat è cresciuta ogni anno in maniera naturale, grazie ai clienti che ci hanno scelto e all’impegno di tutte le persone che lavorano e collaborano con noi.

Io vivo questo momento provando ad alzare gli occhi dalla scrivania per immaginare il mondo che sarà. Alcune aziende oggi sono in survival mode perché è a repentaglio il loro modello di business; altre in adaptation mode perché stanno più o meno lentamente provando a cambiare; altre ancora in opportunity mode, perché questa situazione ha esaltato alcune delle loro caratteristiche preesistenti.

Io sono orgoglioso che, grazie al lavoro di tutti e alla nostra capacità di abbracciare il cambiamento, Fifth Beat non abbia fatto nemmeno 1 giorno di cassa integrazione. 

Il 22 e il 23 dicembre faremo il Beat Camp una unconference per parlare proprio di: LIFE IN A PANDEMIC WORLD e THE FUTURE WE’RE TRYING TO BUILD.

Da UX designer a imprenditore, appunto, ci racconti cosa volevi realizzare con Fifth Beat e cosa hai realizzato? 

Fifth Beat è nata come uno studio associato: 3 persone che si stimano e che vanno dal notaio con 1000 € e un panino con la mortadella (true story). Progressivamente è diventata una micro azienda e poi una piccola azienda.

Sono stato per tanti anni un dipendente e so che significa non avere stima del management o non credere nella direzione di un’azienda. Ora che prendere delle decisioni strategiche tocca a me ne sento il peso ma raccolgo la sfida: io mi impegno tutti i giorni a fare di Fifth Beat il contesto ideale dove ognuno possa esprimere il proprio talento. 

Per me è molto difficile fermarmi a pensare a che cosa abbiamo realizzato. Mi sembra sempre che ci sia tantissimo da cambiare e migliorare. 

Ci dai la tua definizione affettiva di etnografia?

Una definizione “affettiva”. Wow. L’etnografia è stata la passione della mia vita da studente universitario. La scelta di laurearmi in antropologia culturale con un professore che per me resta un modello nella relazione con gli studenti e nella voglia di innovare la didattica. L’incontro fortuito con James Clifford a Santa Cruz e alcune lezioni di metodologia della ricerca delle scienze sociali credo abbiano strutturato alcune delle forme del pensiero grazie alle quali provo a leggere il mondo.

Il dentro/fuori richiesto dall’osservazione partecipante, il paradigma epistemologico dell’etnografia da Malinowski agli anni ‘50, è una meravigliosa condizione limbica che avevo vissuto tante volte nella vita senza riuscire a dargli un nome.

Potrei dire che mi piaceva l’etnografia anche prima di conoscere il suo nome e sapere che era una disciplina. Quando con i miei da piccolo andavamo a fare la spesa in un posto a Grottaferrata per non annoiarmi osservavo tutte le persone tra le corsie e al banco e provavo a immaginare che case avessero, che persone frequentassero. Ogni tanto mi avvicinavo sorridente a fare delle domande ingenue (e nessuno dice “vai via” a un bambino) per sapere se le mie fantasie corrispondessero a realtà. Mia mamma mi vedeva dare confidenza ad estranei e si avvicinava scusandosi, ma solo una volta mi rimproverò davvero (mi lasciava fare, aveva capito che ero semplicemente curioso e non fastidio per gli altri).

Cosa significa per te “ricavare valore per il progetto”?

Il valore viene spesso confuso con la sua misura, che può essere economica (valore di stima o di scambio)

Io credo che la definizione di valore sia più profonda e connessa a una visione del mondo: è quello che riteniamo essere l’outcome adeguato di uno sforzo. Se mi alleno tutta la settimana per stare in forma e quando mi peso vedo che ho perso un kg, quel kg in meno per me ha un valore che giustifica tutte le ore di allenamento. Se è tardi, sono sfinito dal lavoro ma esco comunque per andare a trovare un amico e stare con lui, probabilmente quel momento tra noi ha un valore che bilancia o supera l’inerzia di restare a casa a riposarmi.

Per le aziende, che sono organizzazioni economiche votate prevalentemente al profitto, il valore è ogni cosa che le avvicina a incrementare o mantenere il loro profitto: ricavi, clienti più soddisfatti, più clienti, dipendenti più ingaggiati, meno costi, clienti più fedeli, qualità della vità dei dipendenti, qualità e sostenibilità del contesto in cui operano.

Per un team che vuole innovare prodotti e servizi è importante avere un allineamento prima di iniziare il progetto e capire insieme che cosa consideriamo valore: quale sarà l’outcome che vogliamo creare insieme. In base a cosa misureremo il successo del progetto e diremo che è andata bene, benino, maluccio, male male o benissimo?

Senza questo allineamento si parte con un debito profondo di intento. 

Sai che l’ascolto è uno dei temi che amo. E nei tuoi corsi parli proprio di ascolto attivo. A me pare che questa capacità si vada sempre più perdendo. Tutti abbiamo qualcosa da dire, da scrivere, ma, a mio parere, nell’ascolto avviene la vera comunicazione, si instaura una relazione. Quali sono gli aspetti più interessanti, secondo te, dell’ascolto?

L’ascolto attivo è uno skill difficile da sviluppare. Si può sviluppare, ma ci vogliono centinaia di ore di ascolto. Non è una di quelle cose che si apprendono sui libri, è come pilotare un aereo: le ore di simulatore di volo e proprio di volo ti abilitano a prendere i brevetti successivi. C’è stato un momento nella mia vita professionale in cui lavoravo in un team di prodotto facendo prevalentemente l’intervistatore. Nel 2008 ho condotto 416 interviste 1 to 1 in un anno. Riascoltando le registrazioni per annotare le frasi più importanti, mi accorgevo dei miei errori e di quanti spunti non avevo raccolto a causa di un ascolto superficiale.

Il mio punto di riferimento sull’ascolto attivo è Marianella Sclavi (il suo libro e le sue regole). L’idea che il ricercatore sia un esploratore di mondi possibili mi convince molto.

Come studio di designer fai/fate un gran lavoro di divulgazione, su MEDIUM avete scritto tanti articoli, poi avete pubblicato il libro 15X30, che riprende le risposte che avete raccolto sul web, adesso mi pare che il format prosegue con una domanda posta a molte persone. C’è qualche risposta che ti ha colpito più di altre e perché?

Non farmi fare la cattiveria di citare solo una risposta. Come sai 15×30 è un digest annuale: scegliamo 30 designer che vengono da background diversi e facciamo loro 15 domande (le stesse). È un progetto non profit pensato per la nostra comunità di pratica, curato da Fifth Beat.

Le persone che partecipano a 15×30 non sono retribuite, fanno un regalo a noi e a tutta la design community. In queste due edizioni tante cose per me sono state belle e preferisco non prenderne una in particolare.

È una domanda che sto facendo un po’ in giro. E mi capita perché da quando vivo lontano dal “centro” dove accadono le cose e dalle persone, in pratica sto molto sul web, leggo molti articoli però molti concetti ritornano sempre, descritti magari in forma diversa. Tu sei docente e sei anche sul campo. Hai una novità della disciplina che ti ha colpito o qualcosa di innovativo che tu vedi ma magari non è stato ancora sviluppato?

Credo che tutto il mondo della user research sia a una svolta, grazie al paradigma dell’atomic research. Gli ultimi due anni sono stati un fiorire di research repositories e in questo momento tutti i processi di discovery nelle organizzazioni devono trasformarsi in quella direzione.

A me stimola molto anche la community di research about systemic design. Ripensare a livello sistemico l’educazione, la sanità, la cittadinanza saranno le sfide di un mondo meno burocratico e più capace di valorizzare l’emergente.

Oppure la disciplina è ancora giovane e va bene studiare le basi?

La user experience design, in un contesto accademico, non è un campo di studi giovane ma direi neonato.

La linea di congiunzione tra il Bauhaus e il Royal College of Art è stata molto curva e discontinua. Per questo motivo il design stesso è diventato una disciplina accademica da pochi decenni, grazie a Bruce Archer e a tutta la generazione di design researchers che negli anni ‘60 hanno messo le basi affinché nascessero i Design Studies (formalizzati poi come rivista alla fine degli anni ‘70).

A tutte le persone che si avvicinano alla nostra materia faccio sempre 2 domande per capire che dialogo possiamo avere: 

  • Che differenza c’è tra arte e design?
  • Se avessi una bacchetta magica, la useresti per…

Spesso incontro persone che vogliono imparare un mestiere e i mestieri si imparano facendoli, a bottega. Il brutto della gavetta è che più impari un mestiere, più ti specializzi, più sei a rischio che il mondo cambi e che la tua specializzazione non sia più rilevante. Un corso o una facoltà servono a farti ragionare, a creare forme del pensiero per renderti una persona più antifragile.

Una delle citazioni di Picasso che adoro è “A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”

E per finire le ultime 3 domande di sempre.

Consiglia un libro

Faccio sempre fatica a rispondere a domande come questa. American Psycho di Bret Easton Ellis. Patrick Bateman è uno dei personaggi più stranianti di sempre.

Consiglia un brano musicale o un cd

OK Computer. È l’album che ascolto più o meno ogni 6 mesi da 20 anni.

Consiglia un film

Un film che alcuni dei miei studenti non hanno mai visto è Amadeus di Milos Forman sulla vita di Mozart (è un biopic, un genere che io vedo molto poco). Lo vidi per la prima volta da bambino e mi fece un po’ paura. L’ho rivisto un anno fa adorando il punto di vista scelto dal regista. Oggi un cliente mi ha citato questo momento di sceneggiatura, ispirato a una storia vera, di quando Mozart presentò all’imperatore Giuseppe II l’opera “il ratto del serraglio”.

Grazie!

Nel ringraziare Raffaele per essersi gentilmente concesso, vi lascio con una curiosità.

Cercando sul web Raffaele Boiano, si trova un’antologia delle poesie di Raffaele Boiano, poeta molisano nato e vissuto a Prata Sannita nel Novecento dal titolo Maledetto Natale. Non si tratta del nostro Raffaele, ma del nonno, erede Domenico Maria Lorenzo Boiano, di cui vi consiglio la lettura o quanto meno la prefazione del nostro Rainwiz.

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Tutte le interviste del blog.

Intervista a Claudia Busetto e Vincenzo Di Maria

Sono felicissimo di poter ospitare sul mio blog Claudia Busetto e Vincenzo Di Maria.

Claudia e Vincenzo sono due persone che ho conosciuto grazie ad Architecta. Quando Vincenzo si è lanciato nell’avventura della Presidenza dell’associazione io mi ero appena iscritto all’associazione.

Ed è davvero incredibile come entrambi, professionisti, compagni di vita, colleghi si compensino a vicenda.

Chi è Vincenzo Di Maria?

Come Vincenzo racconta sul suo profilo LinkedIn Vincenzo Di Maria è

un service designer, formatore e facilitatore con esperienza internazionale. Partner di commonground Srl, uno studio di service and experience design con sede a Bologna. Il suo lavoro si concentra sulla progettazione dei servizi e sulle esperienze cross-channel, con approccio al design olistico, giocoso e incentrato sulle persone.

Inoltre, Vincenzo Di Maria è professore a contratto in Service Design presso l’Alma Mater Studiorum Università di Bologna e collabora con altre istituzioni educative in tutta Europa.

le sue competenze sono la ricerca progettuale, problem solving, co-design, prototipazione, facilitazione creativa, progettazione di servizi, design centrato sulle persone, processo di innovazione aperta, coaching e formazione professionale.

Per approfondire potete visitare il suo sito personale.

Chi è Claudia Busetto

Claudia Busetto è un designer con forti capacità comunicative. Ed è una persona molto concreta. il suo approccio progettuale come leggiamo dal suo profilo LinkedIn è

radicato nel comportamento delle persone e nella loro capacità di comprendere e utilizzare prodotti e servizi. Uso strumenti e metodi di diverse discipline per organizzare informazioni complesse e tradurre i risultati in linguaggi significativi.

E se volete conoscere meglio Claudia Busetto potete visitare il suo sito personale.

Chi sono Claudia e Vincenzo?

Claudia e Vincenzo sono i fondatori di commonground, uno studio di service design con sede legale a Siracusa e sede operativa a Bologna, dove abitano e lavorano tra tortellini e alta velocità. 

Intervista per il blog

Qui è dove Vincenzo e Claudia mi raccontano del loro “common ground“, con le loro rispettive risposte.

Raccontatemi la vostra definizione affettiva di Design Thinking.

Claudia: Di solito lo definisco “buon senso ingegnerizzato”.

Vincenzo: Per me il Design Thinking è esplorazione di possibilità non ancora conosciute, pensiero sperimentale e analitico che si alternano in un unico processo. A volte “Design Thinking” è un termine scivoloso che viene diluito e perde di senso nella negoziazione con i clienti. Noi siamo progettisti anche nella pratica, il nostro common ground è il pensiero progettuale anche se veniamo da percorsi ibridi e abbiamo background differenti.  

Quale parte del vostro lavoro vi piace e vi diverte maggiormente? Quali sono i vostri strumenti di lavoro?

Vincenzo: Mi piace affrontare problemi e progetti sempre diversi, cambiare prospettiva in base al settore, alle richieste dei clienti o ai collaboratori con i quali lavoriamo. Da quando le attività di collaborazione digitale si sono intensificate anche a causa della pandemia da COVId-19 alcune piattaforme come Mural e Miro sono diventate fondamentali per il nostro lavoro, rispondendo all’esigenza di visualizzare a distanza. 

Claudia: Io lavoro volentieri nel “dietro le quinte” e uso molti editor di testo, sia per scrivere che per progettare – spesso in html. Da una parte amo fare tutto ciò che è concreto e immediatamente applicabile, per esempio analisi di usabilità o l’architettura dell’informazione di un sito: è bello vedere un cliente soddisfatto perché gli hai dato in mano qualcosa che può modificare da subito e con poco. Dall’altra mi piace molto progettare format per i nostri corsi e workshop, in un certo senso scrivere le sceneggiature delle esperienze che proponiamo ai nostri clienti. 

Design Thinking e intelligenza artificiale.

Cosa ne pensate? Questa è la nuova frontiera?

Vincenzo: L’intelligenza artificiale cambierà il nostro modo di gestire la complessità, nella vita personale e in azienda. Il Design Thinking ha il ruolo di interrogarsi se una cosa abbia senso o meno ed esplorare alternative: non sempre l’intelligenza artificiale sarà la risposta ai problemi dell’uomo e della nostra società. Se messa a servizio della creatività umana sarà un grande vantaggio per tutti, se invece saremo noi a piegarci con dinamiche progettuali utilitaristiche alle leggi della tecnologia o alla massimizzazione degli algoritmi rischieremo di perdere la nostra libertà. Design thinking è rivoluzione, non indottrinamento.

Claudia: Più che con il design thinking vedo forte il legame con la psicologia e la comunicazione. Mi chiedo se potrò mai discorrere con Alexa come fa Joaquin Phoenix nel film HER, e non so dire se sarà un bene o un male.

Progettare è un atto politico

Durante il lockdown mi è stato chiesto di parlare di architettura dell’informazione. Si è trattato di una introduzione. Alla fine, c’è stato il momento delle domande e del confronto e alla fine siamo arrivati alla Politica, all’organizzazione di una città. Il mio pensiero è andato a voi e alla vostra visione politica del design.

Vincenzo: Progettare è un atto politico, come votare, acquistare, mangiare. Significa scegliere che forma dare alle cose, che processi e che materiali usare, quante linee di codice scrivere, che affordance dare alle esperienze, con un occhio all’impatto sociale e alle conseguenze ambientali.

Progettiamo le gioie e le frustrazioni quotidiane di migliaia di persone: abbiamo tutti le nostre responsabilità, ma quando progettiamo siamo chiamati a scegliere con maggiore consapevolezza. Scegliere di lavorare con la PA, il terzo settore o le PMI potrebbe suonare come una scelta poco strategica dal punto di vista della scalabilità dei modelli di business, ma sono questi i progetti che generano cambiamento nelle persone e nelle organizzazioni.

Claudia: Amo l’idea di un design democratico, che migliora la vita delle persone al di là dei soldi che possono spendere, e i migliori esempi sono nei servizi pubblici, come il fascicolo sanitario elettronico. Ma anche fare un bonifico o comprare un biglietto del treno da un’app è qualcosa di rivoluzionario, per chi si ricorda come funzionava prima. Con i prodotti è più complesso: IKEA parla di “design democratico” in quanto accessibile, ed è vero che oggi possiamo circondarci di oggetti belli e poco costosi come mai prima d’ora, appianando -almeno in apparenza- i nostri dislivelli sociali. Ma dobbiamo anche considerare i lati nascosti delle produzioni fast, partendo dal principio che se qualcosa è bello ma costa poco significa che il prezzo che non pago io lo sta pagando qualcun altro (per esempio i lavoratori nelle fabbriche in Asia). 

Comunità di pratica

Durante il vostro mandato nel board di Architecta ricordo che avete molto puntato sul concetto di comunità di pratica. Intanto cos’è per voi una comunità di pratica? E quali sono, secondo voi, gli elementi fondamentali e/o le difficoltà per gettare le fondamenta di una comunità di pratica?

Vincenzo: Una comunità di pratica fa e condivide ciò che impara facendo. Non è una think tank o un’organizzazione istituzionalizzata, bensì è un organismo fluido che dipende dall’energia dei suoi componenti. Una comunità di pratica è basata su interessi comuni e reciproci, si nutre di curiosità e voglia di condivisione, agisce in modo capillare e inclusivo. Ma ricordiamoci anche che il concetto stesso di comunità di pratica nasce in ambito accademico dove visibilità, prestigio, voglia di emergere e invidie alimentano rivalità e fanno fluire l’energia dei singoli, che anno dopo anno si mobilitano portando dentro entusiasmo e un pizzico di ingenuità. Serve anche questo per mantenere viva la comunità, sono cicli vitali, un’evoluzione costante.  

Claudia: per me Architecta è stata fondamentale, prima come luogo di scambio e supporto reciproco, poi per sperimentarmi in ruoli nuovi. Credo che il vero vantaggio di una comunità di pratica sia l’avere uno spazio protetto in cui mettersi alla prova, una specie di sandbox in cui prototipare nuove cose. La difficoltà maggiore per me è che non si può certificare a priori la qualità: se siamo tutti accomunati da un interesse verso una disciplina ciò non significa che siamo tutti ugualmente bravi a fare le cose, e allora come faccio a sapere che questo corso o questo workshop, proposti pur con molta passione, funzioneranno davvero e varranno i soldi spesi?

Problemi e soluzioni

Quando una azienda o un professionista si trova bloccato nel proprio lavoro o su un progetto spesso questo è dovuto alla difficoltà di capire il problema vero. Avete qualche consiglio o metodo da consigliare per andare al nocciolo della questione e al problema principale? 

Claudia: anni fa una mia cara amica che lavorava da libera professionista mi disse “ricorda che i clienti iniziano a dirti la verità al terzo incontro”, e anche se sembra assurdo aveva ragione. Credo che sia un problema culturale, abbiamo difficoltà a riconoscere di avere un problema, di averlo qui e ora, e a chiamarlo con il suo nome. Abbiamo avuto clienti che ci pagavano per trovare cosa non andava, salvo poi, nel momento della condivisione, passare il tempo a giustificare ogni cosa come temporanea o passeggera. Il linguaggio è un secondo ostacolo, spesso le incomprensioni nascono dal modo in cui parliamo, dal nostro essere poco chiari mentre definiamo i perimetri. Io suggerisco di ripartire proprio dalla comunicazione, utilizzare il linguaggio per fare chiarezza e dare il buon esempio, fin dalla scrittura del preventivo. Dobbiamo essere onesti noi, nel chiamare le cose con il loro nome.

Vincenzo: Comprendere il problema è la vera sfida, la soluzione viene da sé e poi va scaricata a terra con le dovute competenze. Quando Archimede esclamò “Eureka!” lo fece in seguito a un lungo processo di ricerca, in un momento di distrazione e pensiero liminale, un momento cuscinetto tra ricerca e intuizione geniale. “Ha trovato” perché stava cercando. I problemi vanno indagati a fondo, risalire alle radici o cause profonde con la tecnica dei 5 perché può aiutare, così come saper ribaltare un insight o un problem statement in opportunità progettuale usando la tecnica denominata How might we…?

A volte però i problemi non riguardano il progetto ma il processo e le dinamiche di collaborazione: in questo caso visualizzare e proiettare scenari, flussi e modelli aiuta ad aumentare la consapevolezza condivisa del problema e a “vedere” soluzioni possibili.  

Sulla progettazione

Tempo fa ho parlato con un architetto (non dell’informazione) su un suo progetto extra lavorativo. Guardando il risultato finale non trovavo il perché di quel lavoro, le motivazioni o gli obiettivi. Ho chiesto e la risposta disarmante è stata che non c’era risposta a queste domande. Quello che vedevo era quello che era venuto fuori. Mi chiedo e ti chiedo. Intanto se ti è capitato anche a te – É possibile che anche tra i professionisti manchi una cultura della progettazione? E come pensi si possa diffondere o creare questa cultura.

Vincenzo: Le Corbusier diceva che la differenza tra un artista e un architetto sta nel fatto che l’artista prima produce un lavoro e poi cerca di venderlo, mentre l’architetto o progettista segue l’iter opposto. Mi diverte il fatto che alcuni progettisti siano eclettici e imprevedibili, che il loro atto creativo sia un flusso di coscienza paragonabile a quello di molti artisti che seguono la propria ispirazione, è un pensiero che libera l’immaginazione. Detto ciò le implicazioni progettuali su un ambiente costruito o piattaforma digitale, sull’usabilità di un’app per il cellulare o sulla chiarezza di una bolletta telefonica possono avere effetti devastanti. Non progettiamo case o cose, progettiamo comportamenti e reazioni.

Per questo ci chiediamo il perché di ciò che facciamo, pensiamo alle persone che useranno il nostro prodotto/servizio e al contesto in cui lo faranno. È una questione di sensibilità, progettare per le persone e per gli ecosistemi è molto più complesso che progettare e basta. Per questo ci occupiamo spesso di formazione e divulgazione tra università e conferenze di settore.   

Claudia: C’è una barzelletta Yiddish su due commercianti di salmone in scatola, uno ne vende una grossa partita all’altro, che lo assaggia e scopre che è andato a male. Infuriato, chiama il collega che gli dice stupefatto “ma no, non dovevi mangiarlo, questo salmone è solo per vendere-comprare, vendere-comprare!”. Negli anni ho visto molti progetti nascere senza nessun particolare motivo se non “far lavorare i fornitori”, che è un altro modo per dire che l’economia deve girare, e morire senza senza lasciare un impatto. Non è la situazione ideale, ma succede, e credo di capirlo ora che ho una società e faccio i conti con spese che prima non c’erano. Ancora meglio possiamo capirlo in questi tempi di pandemia.

Di viaggi, relazioni e sfide

Avete viaggiato e lavorato all’estero, così come in Italia, da nord a sud. Siete andati via, tornati e poi ripartiti. Al sud siamo senza speranze? 

Claudia: Ho vissuto a Siracusa 3 anni e mezzo e una delle cose che ricordo con più chiarezza è il sistema relazionale come cardine di tutti gli scambi, professionali e non: che è estremamente affascinante, ma può rivelarsi controproducente se cerchi di lavorare con equidistanza, è difficile fare un preventivo o anche chiederlo, avere delle tariffe fisse, tutto sembra sempre contrattabile. E più si cerca il rapporto personale più è difficile sviluppare un approccio collettivo, ragionare su un’etica del lavoro, sviluppare -scusa il termine retrò- una coscienza di classe. Al sud molte cose possono funzionare benissimo, dipende da quanto quello che offri è percepito come rilevante: noi offriamo un’attività di consulenza che non costa poco, per risolvere problemi con cui molti sono abituati ormai a convivere… forse il problema è semplicemente saper aspettare che i tempi siano maturi.

Vincenzo: Dico “sud” e mi viene in mente la parola “sfida”, entusiasmo e passione misto a fatica e ostacoli da superare. Al sud ci sono nato, in un piccolo paese che il Montalbano televisivo ha reso celebre. Poi ho seguito la mia curiosità, non sono scappato ma mi sono scoperto un cervello in transito, l’Europa è il mio paese e la dimensione di confronto internazionale ha avuto una forza d’attrazione maggiore dell’etnocentrismo che accompagna molti di noi Siciliani. Roma, Londra, Lisbona e un viaggio di 11 anni tra studio, lavoro, progetti e connessioni. Poi il ritorno a Siracusa, per provare a diventare un Mediterranean changemaker, fare la differenza e tessere progetti di innovazione su una tela già carica di colore. Al sud si lavora il doppio e si guadagna la metà, può funzionare solo se si è disposti a investire personalmente e professionalmente, serve una grande determinazione e capacità per rendere sostenibile il progetto. In Sicilia serve più confronto tra professionisti del settore, altrimenti si rimane soli e le conversazioni diventano un noioso monologo nel mezzo di un mercato affollato di gente distratta, tra una granita e la voglia di ripartire.   

E per finire le ultime 3 domande più leggere.

Consigliate un libro, un brano musicale, un film.

Claudia: il libro è Bianco di Bret Easton Ellis, è del 2019 ma è un saggio che mi ha fatto riflettere molto sull’epoca in cui stiamo vivendo. Come canzone scelgo “I am di Awolnation”: è tra l’altro nella colonna sonora di un film di qualche anno fa, Veloce come il Vento.

Vincenzo: per il libro sarò autoreferenziale, ma a novembre 2020 esce su UXUniversity il mio primo libro che si intitola “Start Small: il service design per le piccole aziende”. Sul brano musicale sono impreparato, ma direi “Common people” dei Pulp, mi ha sempre fatto ridere e pensare. Il film che suggerisco infine è “Parasite” perché a Seoul ci sono stato e mi ha colpito molto, ma soprattutto perché le architetture fisiche spesso riflettono anche le architetture sociali che ci circondano. 

Intervista a Bianca Bronzino

Bianca Bronzino non avrebbe bisogno di presentazioni perché è già stata intervistata sul blog.

Ma se vi siete persi le puntate precedenti.

Bianca Bronzino è funzionario Innovazione presso ARET Pugliapromozione e di se stessa dice:

Matematica prestata alla comunicazione,
nel turismo ho (ri)trovato l’amore per le radici e per la bellezza pugliesi.
Considero una sfida fare ricerca e innovazione nella pubblica amministrazione e le sfide, si sa, si affrontano per vincere.
Le opportunità sociali degli opendata e il tuffo nel mare dei big data, le potenzialità del B2B e del B2C come “human2human” e la naturale propensione per l’architettura dell’informazione arricchiscono il mio campo di ricerca e approfondimento, che vivo con positività ed entusiasmo.
Presidente di Architecta, l’associazione nazionale degli architetti dell’informazione.

Ma ciò che, secondo me, caratterizza Bianca Bronzino è il fatto che è soprattutto una attivista.

Presidenza Architecta

In questi due anni di presidenza, Bianca Bronzino, ha riportato molte persone all’interno dell’associazione, ha saputo creare diversi gruppi di lavoro che favoriscono lo sviluppo di Architecta. Infatti, ho ritenuto doveroso intervistare nuovamente Bianca per la forte spinta che ha dato all’associazione.

E poi, ho insistito per questa intervista, anche perché in questo “strano” anno che è il 2020, l’associazione c’è stata, la comunità ha rinsaldato le fila e si è riscoperto il piacere di rivedersi e di risentirsi attraverso i webinar.

Uno dei problemi che vivono i professionisti del settore, infatti, secondo me, è la solitudine professionale. E in momenti come questi una associazione aiuta ad affrontare meglio la sfida quotidiana di chi vive in provincia.

Del fare comunità

Come ho detto alla presidentessa Bianca Bronzino io sono molto scettico sulla capacità di fare comunità solo online. Soprattutto al tempo pre-covid. Nel senso che, pensavo e penso, una comunità debba crescere attraverso il contatto fisico, attraverso relazioni di fiducia dirette e che poi si possa espandere anche online.

Forse non a caso, il tema del Summit dell’anno scorso (Summit 2019) è stato proprio “Progettare (per) le comunità“.

Il blog si è occupato di come sostenere una comunità ma anche

Intervista a Bianca Bronzino – Presidente Architecta

Ossia di comunità, di Architecta e di Summit 2020.

Anno 2019 e Anno 2020 Come racconterebbe Architecta questi due anni? Come sta la comunità di Architecta?

Parto col dire che Architecta è una comunità viva. È un’associazione nel vero senso della parola, fatta di persone che condividono idee, progetti e valori, oltre che la conoscenza e la passione per l’architettura dell’informazione e per lo user centered design.

Ho trascorso due anni di grande intensità. Non ho mai smesso di pensare, neanche per un solo giorno, ai nostri soci, alle nuove attività da organizzare, al lavoro quotidiano per dare nuova linfa ed energia alla vita associativa. Ogni giorno ho avuto modo di confrontarmi con persone di valore, che hanno voglia di mettersi in gioco e a disposizione di Architecta. È stata una vera palestra per me e per tanti altri soci. Un palcoscenico vivo, importante su cui misurarci tutti, me per prima, oltre che un riferimento per fare domande e trovare, spesso, risposte.

Abbiamo scelto di non dedicare tutto il tempo a nostra disposizione, sempre troppo tiranno, esclusivamente all’organizzazione dei Summit, che resta comunque l’evento più importante e intorno al quale la comunità si ritrova. No, abbiamo tirato fuori ogni mese qualcosa di nuovo, abbiamo cercato di spalmare le attività associative lungo tutto l’arco dell’anno. Perché Architecta deve vivere 12 mesi, ogni giorno. E non solo nella settimana del Summit. In questo modo, siamo riusciti a coinvolgere tante persone diverse su attività differenti. Abbiamo miscelato ambiti, conoscenze e competenze. Il WIAD, gli Accessibility Days, il Web Marketing Festival, il WUD, il Summit, i vari cicli di webinar, gli eventi delle comunità locali. E poi ancora i corsi e i percorsi di formazione dei nostri partner. Momenti preziosi in cui re-incontrarsi e rafforzare la voglia di stare insieme.

Summit 2020. Ci sarà? Quale il tema, se si può dire? Le difficoltà? Come si svolgerà?

Il Summit 2020 è previsto per il 5 dicembre. L’evento si terrà ‘onlife’. Speriamo di riuscire a organizzare anche qualcosa in presenza, a Bari, per portare l’evento al Sud per la prima volta. La conferenza sarà sicuramente online e speriamo di avere tanti spunti per progettare la ripartenza!

Abbiamo appena pubblicato la “call for speaker”, ispirata proprio alla complessità di questo 2020 così inatteso. “Design the Reboot. Reboot the Design” è il tema che abbiamo scelto.

Le difficoltà ora sono solo organizzative. Abbiamo progettato e svolto decine di webinar in questi mesi, ma vorremmo che l’esperienza del Summit fosse più coinvolgente e piena, più varia nelle possibilità di interazione e capace di lasciare il segno anche quest’anno.

Il tema del summit 2019 è stato “Progettare (per) le Comunità”. Quali sono i punti che ti hanno maggiormente colpito e quali, secondo te, gli spunti utili per la comunità di Architecta e per il suo futuro?

Il Summit del 2019 è stato secondo me un passo fondamentale nella rivitalizzazione della comunità di Architecta. I vari momenti di networking sono stati un seme importante, germogliato poi nei gruppi di lavoro che durante quest’anno hanno continuato a crescere. Se fosse stato possibile, avremmo replicato nel 2020 i Design Cafè, magari in un momento dedicato e in un posto più tranquillo. Avremmo coinvolto ancora le case editrici e riproposto i workshop dedicati a specifiche comunità (i freelance, i book club, le università…). Le case history sono state interessanti: periodicamente vado a rivedermi gli interventi per trovare spunti nel mio lavoro quotidiano.

Personalmente, in tempi pre covid, ero molto scettico riguardo la voglia di fare comunità. Dagli interventi al Summit, cosa è venuto fuori? Come stanno le comunità italiane? C’è davvero voglia di fare comunità? Oppure si preferisce coltivare il proprio orticello? L’era post covid ha cambiato qualcosa? Qual è l’aria che tira dal punto di vista di Architecta?

Fare comunità a prescindere non lo so. L’impegno in attività extra è davvero difficile da portare avanti. Ma sento e vedo tutti i giorni che le persone si fanno ancora coinvolgere facilmente, soprattutto se stimolate. Se hai passione ed entusiasmo, leadership ed empatia, spesso riesci a trascinare altre persone in un progetto, a stimolare conversazioni, a separare e tenere insieme quando serve. Lo noto nelle community sui social network, nei gruppi che hanno una motivazione forte, nelle “bolle” di persone che riescono a diventare autorevoli grazie alla reputazione che si costruiscono e alla fiducia che riescono a guadagnarsi tra i propri “amici” o follower. Credo che farsi portavoce di valori e interessi comuni possa essere ancora alla base di una comunità, e quindi di un’associazione come la nostra.

Niente summit estivo. Come ve lo eravate immaginati? Cosa ci siamo persi?

Ci siamo persi gli aperitivi al tramonto sul mare, sicuramente. E il desiderio di mettere in campo anche il mio ‘focus turistico’, accogliendovi in una delle terre più belle del mondo. Non ho potuto farlo così, continuerò a farlo per chi mi verrà a trovare, com’è già accaduto.

A parte questo, la Summer School aveva obiettivi diversi rispetto agli altri momenti classici della vita di Architecta. C’era il desiderio di coinvolgere e mettere insieme i nostri più fedeli partner della formazione e di creare insieme un percorso nuovo e unconventional sull’architettura dell’informazione e sulla progettazione human oriented. Vedremo in queste settimane cosa riusciremo a recuperare di quella organizzazione. Non tutto è perduto.

Progetti, nuove idee, cosa ci dobbiamo aspettare da Architecta?

In queste ultime settimane, ci siamo aperti alle comunità che ci guardano con interesse e curiosità dall’estero. Abbiamo scoperto di essere più speciali di quel che credevamo. Ci chiedono come facciamo a mantenere una comunità così attiva e coinvolta. Speriamo di riuscire a ospitare al Summit anche qualche relatore che arriva dalle comunità straniere. Inoltre, stiamo riprogettando la casa virtuale di Architecta: speriamo di avere il nuovo sito entro la fine dell’anno. Lasceremo al nuovo board indicazioni e suggerimenti per entrare subito nel cuore della vita associativa. Solo a quel punto io, Eugenio, Ivan e Chiara ci sentiremo davvero sereni per il lavoro fatto. Il WIAD arriva subito, febbraio è vicinissimo e sarà un bel momento per lasciare che il nuovo board entri nel vivo e porti Architecta ancora più lontano!

Grazie!

Ringrazio Bianca per il suo ottimismo e per le sue prospettive che ci fanno ben sperare anche in questi tempi duri che stiamo affrontando.

Il Summit 2020 – Design the Reboot. Reboot the Design.

Il 2020 è un anno difficile. Di sofferenza, disorientamento e nuove esperienze. Sono saltati tutti i parametri, gli schemi, le certezze acquisite. Ognuno chiuso in casa propria, poi finalmente fuori con forme rinnovate e diverse di interazione. Con le persone e lo spazio circostante.

È in questo contesto che espressioni o attività come “la ricerca con le persone”, “i test in presenza”, “i team meeting” hanno assunto significati nuovi, a volte imprevisti. Si sono evolute sia sul piano semantico sia per tecnologie applicate.

Viviamo tempi difficili, ma abbiamo di fronte tante incredibili opportunità di crescita. E discipline come l’Architettura dell’Informazione possono fare la differenza.

Cosa significa oggi progettare la ripartenza?

Che spazio occuperanno l’architettura dell’informazione e lo human centered design nell’aiutare le aziende a risollevarsi e nel ripensare prodotti e servizi in tempi di pandemia?
Che ruolo avranno nella nuova vita “normale” delle persone?
Quali sfide ha di fronte il design, imprevedibili fino a pochi mesi fa?

Intervista a Stefano Bussolon

Ho conosciuto Stefano Bussolon su Twitter nel 2014. Allora era molto attivo e discuteva di psicologia delle masse. Lui oggi ha dimenticato, giustamente, quelle discussione. Io le ricordo perché erano gli anni in cui twitter mi dava grandi soddisfazioni ed erano i tempi i cui voracemente leggevo e studiavo chiunque si definiva architetto dell’informazione.

Psicologo, dottorato in scienze cognitive, docente in Interazione Uomo Macchina presso l’Università di Trento, UX designer, si occupa di ricerca con gli utenti, di architettura dell’informazione partecipativa, di responsive interaction design e test di usabilità.

Attivissimo sui social, Stefano Bussolon è il fondatore del gruppo Usabilità e Architettura dell’informazione. Un gruppo composto da oltre 2500 membri e frequentato da professionisti e studiosi della disciplina. Per chi invece vuole conoscere meglio le tematiche di cui si occupa è consigliato leggere il suo blog.

La ricerca della Felicità

Ci sono tre video che vi consiglio di vedere e ascoltare di Stefano Bussolon. Io ci ritorno ogni tanto, per ripasso e perché Stefano va alle radici delle questione di cui si occupa. E dunque i suoi contenuti non diventano mai vecchi abbastanza.

Se c’è una cosa che mi insegna Stefano, con la sua attività, è quella di andare sempre in profondità, di non farsi abbagliare dalla superficie, ma da architetto dell’informazione, andare alla ricerca delle fondamenta.

Per cui vi consiglio di vedere o rivedere

Ciascun intervento è sempre stimolante e mai banale. La mia sensazione mentre parla e scrive è quella di dover andare a studiare un paio di libri per andare a fondo di quello che lui sintetizza.

La newsletter

Da un po’ di tempo a questa parte Stefano Bussolon ha una newsletter.

Ho chiesto a Stefano, nell’intervista, perché iscriversi alla sua newsletter. E Stefano risponde chiedendo ai miei lettori di dare una occhiata e se vi sembra interessante iscrivetevi.

Io, invece, consiglio di iscriversi alla sua newsletter perché, secondo il mio parere, Stefano Bussolon ha la grande capacità di essere trasversale: traccia linee di ricerca tra argomenti paralleli molto interessanti e costruisce archi di relazione che senza di lui non riesci a vedere. Ogni lavoro di Stefano è prezioso.

Intervista a Stefano Bussolon

In questa intervista mancano tutte le mie curiosità sulla relazione uomo macchina. Ci arriveremo. E spero che Stefano resti disponibile per una seconda intervista sul tema. In questa intervista ho voluto approfondire più il suo essere psicologo.

Da Psicologo a User experience designer. Da dove nasce questo legame e l’inizio di una nuova professione?

Nasce dall’intersezione di due passioni. Il mio primo calcolatore fu un Commodore 128, credo fosse il 1986. Da allora la passione per la tecnologia non mi ha mai abbandonato. Nel frattempo ho studiato psicologia, e ho identificato due ambiti in cui le due passioni potessero convergere: l’intelligenza artificiale (negli anni ‘90 mi appassionai di reti neurali) e l’ergonomia (grazie anche al maestro Sebastiano Bagnara e alla caffettiera di Donald Norman). Poi venne il primo sito internet (del dipartimento di psicologia di Padova) nel ‘97. Il resto è storia 😉

Quale parte del tuo lavoro ti piace e ti diverte maggiormente? Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Mi verrebbe da dire la parte psicologica. È per questo che, ad esempio, adoro fare ricerca con le persone. Ed è per questo che mi appassiona studiare gli aspetti motivazionali e cognitivi che stanno alla base delle attività e delle esperienze delle persone.

Strumenti? Hardware: Portatile con linux (da un paio di mesi ho montato linux mint xfce), tablet e smartphone android, e-reader da 10 pollici con pennina. Software: lettori pdf dove posso annotare, editor di testo (geany, che sto usando per scrivere queste risposte, non tocco word o simili da lustri), shell-riga di comando, markdown, pandoc, html, css; javascript, java, un po’ di python, R, sqlite, postgres, redis, git, meld, chrome, firefox, filezilla (che non amo), freeplane, inkscape, obs studio. Potrei continuare 😉

Qualcuno sostiene che l’esperienza non si può progettare. Definiamo il concetto di esperienza e cosa possiamo progettare?

Sul tema ho scritto un paper: The X Factor – Defining the Concept of Experience pdf. Esperienze ed attività sono eventi. Ne parlo all’inizio del mio insegnamento: L’experience design

Possiamo pensare alla progettazione di un funnel come manipolatorio?

Quando ti ho conosciuto online grazie a twitter, avevi ingaggiato una discussione con un utente sulla manipolazione delle masse. Il recente documentario The social dilemma ha evidenziato questa manipolazione. Intanto mi incuriosiva se hai proseguito lo studio. E poi mi chiedevo quanto l’architettura dell’informazione possa essere manipolatrice.

Confesso di non ricordare la discussione, e non ho visto il film e non ho approfondito l’argomento. È possibile manipolare le persone? Diciamo che è possibile usare delle tecniche di Nudge, che possono spingere le persone a fare alcune scelte rispetto ad altre. E se queste spinte sono finalizzate solo agli interessi di chi spinge, senza preoccuparsi del benessere, e dei bisogni di chi è spinto la cosa è molto poco etica.

Ultimamente parli spesso di fluenza cognitiva. Magari è solo colpa degli algoritmi della mia bolla. Spieghi ai mie lettori cos’è la fluenza e perché è così importante dal tuo punto di vista?

Provo a fare un esempio. Qualche giorno fa ho fatto un video di 3 minuti spiegando che UI non è UX. Alla fine del video, ho invitato le persone ad iscriversi alla mia newsletter. Con mia grande sorpresa il video ha ricevuto quasi 150 like.
Le persone che in questi giorni si sono iscritte alla mailing list sono 8. 27 quelle che mi hanno chiesto l’amicizia su linkedin. Perché? Perché io, da bauco, non avevo messo il link alla mailing list. Digitare l’url era più sbatti (termine tecnico) che cliccare “aggiungi contatto”.

Gli esseri viventi sono degli economisti, che calcolano costi e benefici delle loro attività. Fine ultimo dell’ux design è massimizzare i benefici che il prodotto o servizio può portare, minimizzando i costi, in termini di risorse – materiali e immateriali – di tempo, di sforzo cognitivo, di attenzione e così via. La fluency (io l’ho tradotta fluenza, forse sarebbe più corretto fluidità, ma a me piace meno) è la valutazione di quanto costoso sia un task, ed è influenzata da aspetti percettivi, linguistici, di immaginabilità, di choosability (facilità nel decidere), di sforzo cognitivo. Una interfaccia con un buon livello di fluenza riduce i costi esperienziali. E dunque la fluenza è uno degli obiettivi dell’ux design. Parola d’ordine: meno sbatti per tutti 😉

In questo momento di distanziamento sociale mi pare che si abbia ancor più bisogno di comunità. Da psicologo e architetto dell’informazione come vedi tu le relazioni tra persone?

Eh. Bel tema. A me piace molto l’idea del telelavoro, e mi piacerebbe che il 2020 innescasse davvero una cultura di decentramento territoriale – so che tu mi capisci, vista la tua collocazione geografica. La cosa però può funzionare solo se da una parte le persone trovano degli spazi per poter lavorare, dall’altra non si distruggano le relazioni sociali. In ambito lavorativo, credo che la soluzione sia quella di Automattic, azienda che ha sposato radicalmente lo smart working ma che alcune volte all’anno fa dei meeting soprattutto per rinsaldare i rapporti sociali (credo che Erin Casali ne abbia scritto). Per le relazioni personali, forse in questo periodo sarebbe il momento di dare una maggiore importanza ad un numero più ristretto di relazioni più profonde. Sperando che non passino troppi anni prima di poter tornare a fare i sani assembramenti di una volta.

“La progettazione, se fatta bene, fa guadagnare soldi e risparmiare tempo.” Perché questa affermazione è così difficile da veicolare?

Risposta secca: perché in molti, fra quelli che decidono progetti risorse e budget, sono convinti di essere capacissimi di fare progettazione fatta bene anche se non è il loro lavoro. E, cosa forse più grave, anche molti fra coloro che hanno aggiunto UX al loro profilo linkedin spesso hanno le idee confuse.

Parliamo della tua newsletter. Come iscriversi, Perché iscriversi? E come sta andando?

Da ottobre ad oggi ho pubblicato 12 articoli. Perché e come iscriversi: date un occhio alle cose pubblicate, se le considerate interessanti, in fondo ad ogni articolo c’è la form, basta la mail ed eventualmente nome e cognome. Sta andando che ha da poco superato i 300 iscritti. Considerando che tratto anche temi quali l’etica di Aristotele, Darwin e la psicologia evoluzionistica, direi che non mi posso lamentare.

Tempo fa hai fatto notare che studiando sui libri si nota una certa ridondanza delle informazioni. I concetti chiave sono gli stessi e magari visti in maniera diversa. Confermi questa tua impressione? Come vedi l’architettura dell’informazione del futuro?

Confermo: non leggo libri di UX, IA. Leggo post, via facebook, linkedin, medium, feed rss. E studio articoli scientifici sui temi che – a mio avviso – stanno alla base di quelle discipline. L’IA e la UX del futuro le vedo grounded: radicate nella tecnologia più importante, sviluppata nel pleistocene. La persona. E dunque sto sviluppando l’idea di cognitive information architecture, di grounded ux design, di fluenza e flusso di esperienza ottimale.

E per finire le ultime 3 domande più leggere.

Consiglia un libro

I libri de “Il trono di spade – Cronache del ghiaccio e del fuoco” di George R. R. Martin mi hanno preso un casino. Non ho ancora visto la serie, vorrei prima finire i libri (ho finito il quarto, mi sto tenendo lì il quinto).

Consiglia un brano musicale o un cd

Brani: King Crimson – Starless – YouTube, e questa versione live di “While My Guitar Gently Weeps” – YouTube, dove Prince spacca di brutto 😉

Album: qualsiasi cosa dei Pink Floyd.

Consiglia un film

Una serie che adoro: The Mentalist.

Grazie!

Ringrazio ancora Stefano Bussolon per questa intervista e per le sue risposte. E alla prossima!

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Intervista a Simone Borsci

Questa settimana intervista a Simone Borsci, ricercatore, assistant professor presso l’Università di Twente, regione nell’est dei Paesi Bassi, la parte più orientale e urbanizzata.

Simone Borsci è un professore ma è anche un ricercatore puro. Non è facile trovare notizie su di lui senza andare a leggere le numerose ricerche che ha condotto.

Se si vuole indagare sulla sua carriera accademica e lavorativa è necessario visitare la pagina dell’Università a lui dedicata.

Qui facciamo solo una piccola sintesi, per quanto possibile.

Interessi e campi di ricerca di Simone Borsci

Simone Borsci si occupa di Prototyping, Information Technology, Cognitive Development, Usability, User Experience, User Studies, Interaction Designing, Design Thinking, Rapid Prototyping.

I campi di ricerca sono

i Fattori umani ed ergonomia; HCI / HRI, interazione con tecnologia e artefatti, studi di usabilità e accessibilità, analisi dell’esperienza utente in contesti informatici ubiquitari, modellazione del comportamento umano, servizi per la salute e la disabilità e design del prodotto, abbinamento di persone e tecnologia, ricerca qualitativa e quantitativa della psicologia applicata utilizzando multivariato e tecniche statistiche predittive.

Le sue esperienze lavorati e le sue competenze riguardano il mondo dell’User experience in progetti innovativi e all’avanguardia. Ha lavorato e continua a lavorare in progetti interdisciplinari con particolare attenzione, per la sua parte, all’usabilità, UX e fattori umani, sia in ambito accademico che industriale.

Ricerca e insegnamento

Dal 2008 fa ricerca e insegna presso alcune delle migliori università europee.

Insegnante di psicologia dell’apprendimento e della disabilità, presso l’Università degli Studi di Perugia. Ricercatore presso Human Factors Research Group dell’Università di Nottingham, per il progetto Live Augmented Reality Training Environments (LARTE) con Jaguar Land Rover. Ricercatore presso la Brunel University dove ho svolto ricerche su diversi argomenti come le tecnologie dei dispositivi medici e le prospettive degli utenti. Dal 2015 al 2018 Fellow e co-lead dell’unità Human Factor del NIHR DEC London presso il dipartimento di chirurgia e cancro dell’Imperial College. E come dicevamo all’inizio adesso è professore presso l’unuiversità Belga.

Simone Borsci ha una vasta esperienza nella progettazione di studi etnografici, test a distanza e in-house / di laboratorio e nella progettazione e utilizzo di questionari di indagine, pensiero ad alta voce, focus group e interviste.

Attualmente si occupa di

  • integrazione dei fattori umani e dell’economia sanitaria per la valutazione e lo sviluppo di dispositivi medici;
  • il concetto di fiducia nell’uso;
  • metodi di valutazione dell’usabilità e della UX per VR / AR e strumenti medici;
  • interazione uomo robot ;
  • interazione con interfacce conversazionali e chatbot.

Passione per il proprio lavoro

Ma forse per capire la passione per l’insegnamento e il metodo di lavoro di Simone Borsci è necessario leggere un suo recente post (ottobre 2020) che ho trovato sulla sua bacheca social.

Ogni anno in questo periodo prendo tutti i contenuti delle mie lezioni. Seleziono circa il 20% che non posso o non voglio cambiare, butto via tutto il resto e ricomincio da capo. Ogni anno è più difficile…ed è faticoso non cadere negli schemi già utilizzati. Ma questo mi obbliga sempre a cercare un modo nuovo o diverso, non sempre migliore, per dire le stesse cose.

Intervista a Simone Borsci

Simone non ne parla, ma tra le altre cose ha scritto un libro insieme a Masaaki Kurosu, Stefano Federici e Maria Laura Mele. Un libro introvabile di cui consiglio il formato Kindle. Computer Systems Experiences of Users with and Without Disabilities: An Evaluation Guide for Professionals (Rehabilitation Science in Practice Series) (English Edition).

In questa intervista apre a scenari di ricerca davvero affascinanti. E questa intervista è un po’ come uno dei miei primi summit di Architecta, quando mi sono sentito un po’ sovrastato dall’immensità delle cose da studiare.

Di cosa ti stai occupando in questo periodo?

Da circa un paio di anni mi sto occupando sempre di più di intelligenza artificiale e società ibride per intendersi quelle in cui persone e AI collaborano nelle decisioni.

Tutto il mio lavoro, se vogliamo riassumerlo attorno ad un punto focale, è centrato su un tema: come valutiamo l’interazione (con qualsiasi cosa dell’artefatto al sistema complesso) sia a livello micro (individuale) che a livello di macro (sociale) in modo da avere misure che ,al di là di oggettivo e soggettivo, siano affidabili, comparabili e replicabili in modo da permettere a chi sviluppa per esempio un servizio di avere evidenze empiriche riguardo le ripercussioni e l’impatto di quel servizio su chi lo utilizza, ma anche su chi lo amministra (insomma i famosi stakeholders).

Fra le altre cose ho lavorato e sto lavorando molto sui Chatbot  e come valutarli, anche grazie all’aiuto degli amici di userbot.ai, ma anche sulla realtà virtuale e aumentata. Mi ci è voluto un po’ ma ora abbiamo un moderno sistema di simulazione di guida nel mio laboratorio, che per il resto era già veramente avanzato. Il prossimo passo è avere una CAVE di realtà virtuale, per simulare il virtuale nello spazio fisico.

Inoltre sto cercando di indagare dal punto di vista cognitivo il concetto di distrust (che non è esattamente l’opposto di fiducia) verso le tecnologie.

Quale parte del tuo lavoro ti piace e ti diverte maggiormente?

Confrontarmi con le persone, dagli utenti di qualsiasi età, ai designers, dal fisico teorico al medico di base ed essere continuamente esposto a sistemi e concetti complessi, a problematiche reali e a soluzioni innovative, questo per me equivale a non annoiarsi mai. Non puoi neanche immaginare i lavori a cui ho detto no, anche allettanti, perché sapevo già che mi sarei annoiato.!

Inoltre, ho il piacere di insegnare che è un compito essenziale di chi fa ricerca, formare e far crescere nuovi esperti, questo mi mantiene giovane e mi permette sempre di riscoprire concetti e approcci che magari avevo letto o studiato in passato ma a cui non avevo dato peso, o di cui non avevo colto l’importanza. Dovendo insegnare secondo me riscopri le basi, e se sei fortunato anche nuovi temi da investigare.   

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro quotidiani?

Per fare ricerca nel mio campo, quello dell’ergonomia cognitiva, servono tre strumenti essenziali: Conoscere i metodi, avere immaginazione e tanta resilienza al fallimento. Credo che questo valga per chiunque faccia ricerca. Per il resto dal punto di vista tecnologico, certamente servono conoscenze degli strumenti di statistica e di programmazione. Infatti, oggi nel campo della psicologia applicata serve collaborare con ingegneri ed esperti informatici e saper programmare un codice in diversi linguaggi è una capacità importante, soprattutto se si vuole fare ricerca con tecnologie avanzate e comprenderne il potenziale impatto.   

Ti sei occupato di chatbot rivolti a persone disabili. Da quanto ho letto i risultati non sono stati entusiasmanti.

Si, purtroppo, quando si parla di chatbots ed in generale di AI c’è tanto sapere tecnologico e pochissima metodologia di ricerca e questo è un problema. Infatti, non esistono ancora (ci stiamo lavorando) modi per comparare e valutare l’interazione con AI, dai robots ai chatbots.  

Ci puoi raccontare questa ricerca?

La ricerca che abbiamo condotto è stata una analisi sistematica della letteratura che ha rilevato come, anche in campo medico riabilitativo, il criterio principale di valutazione della qualità di un chatbot sia principalmente centrato sul misurare quanto quello strumento sia efficace a far migliorare un paziente, senza considerare per esempio, se a livello di esperienza utente il chabot sia soddisfacente o comunque lasciando fuori aspetti importanti o peggio misurandoli in termini di opinione invece che tramite misurazioni valide.

Questo  suggerisce che, esistono molti strumenti chatbots o assistenti digitali basati o meno su AI che sono ottimizzati per aiutare un paziente a riabilitarsi o una persona con disabilità a sviluppare una competenza, ma il come questo avvenga da un punto di vista qualitativo non è dato saperlo, ne sappiamo se uno dato tool è migliore di un altro, perché quando i sistemi vengono valutati in modo estremamente soggettivo o con metodologie non validate diventa difficile effettuare analisi comparative.

Pensi che con l’avvento dei chatbot siano tempi duri per l’usabilità. 

No, anzi il contrario. L’intelligenza artificiale ha bisogno di usabilità, forse anche di più che di fiducia. Uno dei temi dell’AI a livello internazionale è appunto come assicurare la trust (fiducia) verso i sistemi e la trustwortiness (la capacità di ispirare fiducia), che sono concetti bellissimi, ma purtroppo vuoti, perché il come misuriamo la fiducia ,quando parliamo di tecnologie e soprattutto tecnologie intelligenti, è un’incognita.

Quello che sappiamo è che l’usabilità è una componete della fiducia verso le tecnologie, ma questo è solo uno degli aspetti (diciamo il lato umano) della relazione con le AI, poi c’è tutto il lato come disegniamo le AI per ispirare fiducia (senza scadere nella persuasione e nei dark patterns) e poi c’è il lato oltre lo specchio: come rendiamo consapevole una AI che non sta ispirando fiducia, in modo che adatti o cambi il suo comportamento in base ai contesti e alle reazioni degli utenti?

Tutto questo è fortemente legato all’usabilità e all’interazione fra uomo ed artefatti, per cui ci sarà bisogno di allargare le definizioni di usabilità, accessibilità ed user experience, e di costruire con il tempo metodi nuovi per valutare l’innovazione. 

Cosa pensi si stia trascurando nello sviluppo dei chatbot.

Qui la risposta è semplice, la valutazione sistematica sia a livello oggettivo che soggettivo, proprio perché mancano gli strumenti per farlo e spesso non ci si pone il problema di utilizzare metodologie trasparenti, valide e comparabili. Questo è un serio problema, perché è solo tramite la standardizzazione dei metodi di valutazione e quindi la possibilità di comparare i prodotti fra di loro, in termini di funzionalità, usabilità, accessibilità ed esperienza utente in maniera affidabile ed accurata che si riesce a far crescere un settore ,offrendo cioè la possibilità di “misurarsi” con gli altri servizi o prodotti e comprendere cosa funziona e cosa no.

Dall’analisi dell’esperienza utente di VR, realtà aumentata e applicazioni mobili in contesti informatici ubiquitari, ai chatbot.

Qual è il filo conduttore per il tuo lavoro?

Il filo conduttore è lo scambio con i sistemi e dentro i sistemi. Quale impatto hanno i sistemi su di noi dal punto di vista psicologico? Quale è l’impatto dei sistemi sulla società? Come ottimizziamo i sistemi per renderli resilienti?

Un esempio che magari chiarisce di cosa sto parlando è il da Vinci Robot per operazioni chirurgiche, in un recente articolo[1] viene sottolineato come questo strumento sia diventato negli anni una tecnologia sempre più affidabile e precisa dal punto di vista tecnico, ma che la vera differenza nel migliorare le prestazioni chirurgiche con questo strumento è dovuta alla capacità acquisita nel tempo dai chirurghi e dallo staff medico di anticipare i limiti dello strumento ed evitare possibili malfunzionamenti. E’ questa intersezione fra uomo e macchina che è al centro del mio interesse.     

[1] Rajih, E., Tholomier, C., Cormier, B., Samouëlian, V., Warkus, T., Liberman, M., … & Valdivieso, R. (2017). Error reporting from the da Vinci surgical system in robotic surgery: A Canadian multispecialty experience at a single academic centre. Canadian Urological Association Journal11(5), E197.

Ti sei sempre occupato dell’avanguardia dell’user experience e di temi diciamo di nicchia. Come ti vedono i colleghi?

Spero bene, certo non è sempre facile comprendersi quando si è in mezzo a differenti comunità da quella psicologica, a quella dell’interazione utente tecnologia ed ergonomica a quella medica, per cui faccio spesso enormi sforzi per farmi comprendere e per comprendere terminologie che sono simili ma con significati e sfumature diverse a seconda dell’interlocutore e del suo campo. Anche pubblicare i risultati diventa spesso un esercizio complesso, quando si è in mezzo a diverse comunità e ci si occupa di temi che sono nuovi, o poco conosciuti in una specifica disciplina ma con un po’ di sforzo ci si riesce.   

Se senti il peso della solitudine oppure prevale la curiosità su temi tutti da esplorare. (ovviamente penso anche alle differenze tra Italia e Inghilterra e al mondo dell’accademia che è completamente diverso)

Non sento il peso della solitudine, certo dopo tanti anni all’estero prima nel Regno Unito ed ora nei Paesi Bassi, l’Italia e le sue bellezze mancano, un po’ meno le sue sicure incertezze a livello di società; ma dal punto di vista lavorativo ho costruito negli anni un solido network di amici e colleghi con cui interagisco costantemente e con cui porto avanti temi sempre interessanti, potendo permettermi di vedere innovazioni e idee sempre molto avanzate.

Quali sono i temi caldi del prossimo futuro a cui pensi bisogna stare attenti?

Sicuramente l’integrazione dell’AI nelle nostre società, che non è solo un tema tecnologico ma anche e soprattutto sociale, quale sarà l’impatto a livello individuale e collettivo non è solo un tema legato alla qualità delle tecnologie ma anche al quadro normativo che si sta già costruendo a livello Europeo.

Inoltre, la diffusione sempre più massiccia di realtà aumentata e strumenti di realtà virtuale al grande pubblico, che può avere effetti molto positivi ma anche negativi sulla psiche e che devono essere anticipati e mitigati. In questo contesto è necessario cominciare a parlare di design responsabile, nel senso che cerca di anticipare e mitigare a priori gli effetti negativi di una tecnologia.

E per finire le ultime 3 domande più leggere.

Consiglia un libro

Donald Hoffman: The Case Against Reality: Why evolution hid the truth from our eyes.

Consiglia un brano musicale o un cd

il testamento di Tito (De André ovviamente nella versione PFM).

Consiglia un film

Memento di Christopher Nolan.

Simone Borsci al WUD Roma 2020

Per chi vuole conoscere meglio Simone Borsci è possibile seguire i suoi interventi al WUD Roma 2020.

Il primo sarà un caso di studio su Dark patterns e dispositivi medicali. Mentre il secondo intervento di Simone Borsci sarà un Keynote con Katy Arnold, Head of User Research, The Home Office Gov UK su Inclusione: oltre i miti e le leggende.

Dark patterns e dispositivi medicali

I professionisti suggeriscono che la fiducia verso i sistemi (TTS) potrebbe essere modellata dalla progettazione. Per esempio: un prodotto che appare (anche prima dell’uso) utilizzabile e utile dovrebbe generare un alto livello di TTS post-utilizzo;
prodotti esteticamente gradevoli possono influenzare le persone prima dell’uso della sintesi vocale, ovvero le persone tendono a fidarsi del prodotto dal design estetico più che del prodotto meno piacevole. I produttori possono progettare la fiducia come parte dell’esperienza con un prodotto anche prima che gli utenti finali inizino a utilizzare la loro tecnologia o servizio comunicando strategicamente e rendendo visibili e riconoscibili alcune caratteristiche o elementi del design rispetto ad altre (meno attraenti) caratteristiche.


Come conseguenza delle tecniche di progettazione e comunicazione, gli utenti possono essere attratti dall’acquisto di un prodotto prima del suo utilizzo perché ritengono che il sistema sia ben progettato, affidabile e dotato di funzionalità in linea con le loro esigenze, anche quando questo sistema non è affidabile .
Questo lato oscuro della fiducia sarà al centro di questo discorso. Basandosi sugli studi attuali sulla fiducia, verrà proposta una definizione di TTS per colmare il concetto di fiducia ed esperienza. Inoltre, saranno presentati i dati preliminari di uno studio internazionale in corso sulla fiducia nei confronti dei dispositivi sanitari per uso domestico per evidenziare l’importanza della fiducia prima dell’uso di strumenti ad alto rischio selezionati e gestiti da utenti laici.

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Il tema dell’Euro IA di quest’anno è stata la Speranza. Foundations for prefereable futere.

C’è molto da fare per migliorare il mondo.
Vogliamo solo prendere una strada diversa. Meno shock, paura e senso di colpa. Siamo ansiosi di offrire ai partecipanti più speranza di quanta ne abbiano. Aiutarli a realizzare i molti modi in cui possono aiutare. E costruire la convinzione di poterlo fare. È qui che entri in gioco tu.
Cerchiamo contenuti della community che guardino al futuro con una lente ottimista. Uno di speranza. Ma non speranza ingenua. Cerchiamo ispirazione informata. Positività progressiva. Costruito su basi pratiche per futuri migliori e più preferibili.

Claire e Peter Morville ospiti all’EuroIA 2020

Tra gli ospiti dell’ EuroIA 2020 Peter Morville, padre dell’architettura dell’informazione e padre di Claire Morville.

In questa conversazione intergenerazionale, Claire e Peter affrontano argomenti ardenti dall’etica e la diversità nell’esperienza utente al cambiamento climatico e alla gestione delle crisi, offrendo allo stesso tempo consigli pratici di carriera e una bella visione per i divergenti futuri dell’architettura dell’informazione.

È possibile vedere questa chiacchierata su Vimeo.

Content Strategy

Un altro Panel disponibile dell’EuroIA 2020 è quello su Content Strategy at Scale Sponsored by Shopify

Il panel era costituito da Katie Del Angel (Content Designer at Shopify) con Caroline Sheridan (Director of Customer Content, Hudl) e Rachel McConnell (Content Ops Manager, British Telecom).

EuroIA secondo Raffaella Roviglioni

Come già anticipato, Raffaella Roviglioni ci ha raccontato la sua partecipazione all’Euro IA 2020.

Un filo rosso che ha unito molti interventi che ho seguito è stata la visione eco-sistemica della progettazione, sempre più necessaria perché lavoriamo su sistemi complessi e non isolati. Questo significa che ci dobbiamo formare maggiormente su come progettare questi ambienti, tenendo in considerazione un contesto che è molto più ampio di quanto tendiamo a credere, sia noi che i nostri clienti.

La sintesi di Daniela Barutta

Daniela Barutta, architetta dell’informazione, sul suo blog, ha condiviso quello che ha imparato e che l’ha maggiormente colpita.

È stata la mia prima esperienza a EuroIA e mi faceva piacere condividere dei valori, concetti e nozioni che sono emersi da alcuni dei talk di questa edizione. Tutti i talk che ho seguito meriterebbero una menzione, ma ho scelto di parlare di quelli che trattano di più quei temi che sento a me vicini e che userò come titoli per raggrupparli.

I temi che ha scorto nei vari talk sono stati

Inclusività e diversità

  • Adeola Enigbokan – “Relationship Design and the Shadow Client”
  • Clementina Gentile – H.O.P.E. : the skill set of the designer of the future
    • Hindrance
    • Opennes
    • Polyphony
    • Elegance

Design career e leadership

  • Peter Boersma “From Konami Code to Peter Principle – Leadership responsibilities”
  • Peter Merholz – “IA is way more than UX – Applying information architecture to organization design”

IA e contenuti

  • Koen Peters “Priority guides, Page tables, OOUX, the Core model…? A practical guide to prioritizing content”

Costruire le fondamenta di Jason Mesut

Ho trovato interessante l’articolo con l’intervento di Jason Mesut che racconta il suo rapporto con Euro IA. Un intervento scritto a gennaio 2020, quando non ci si poteva aspettare tutto quello che è accaduto.

Jason Masut racconta di come l’architettura dell’informazione sia sempre più scalzata dall’User Experience. Ogni anno pensi che se ne sia parlato abbastanza , invece, nascono nuovi eventi.

Jason Masut non si dice essere un Architetto dell’informazione, ma più un IXD, ma apprezza i valori e la mentalità degli architetti.

Eppure, la disciplina dell’IA e i ruoli sono quasi scomparsi. Dal momento che il mobile, l’interaction design ha assunto una posizione dominante. Il design dell’interfaccia utente visiva, i sistemi di progettazione e la realizzazione di un prototipo interattivo hanno persino sostituito quello.


Nel frattempo, la nostra democrazia, il nostro clima e il nostro intero sistema di valori precipitano in un buco infernale sudicio e disordinato. Cominciamo a svegliarci pensando al futuro. Pianificazione anticipata, costruzione di solide basi.
Le mani esperte e i designer decrepiti riconoscono che questo è prezioso per te. Ma anche per i tuoi prodotti e servizi. Per le nostre organizzazioni.

Masut richiama all’adunata tutti gli architetti dell’informazione.

Allora cosa ci aspetta? Su cosa dovrebbe concentrarsi Euro IA?

L’architettura dell’informazione è ancora preziosa. Forse più che mai. Ma è dimenticata. Poche persone se ne preoccupano.

La mentalità dell’architettura dell’informazione ci aiuta a strutturare, organizzare, dare priorità e chiarire attraverso un linguaggio appropriato. Non importa cosa faremo in futuro, questa è struttura. E avremo sempre bisogno di una struttura.

Dobbiamo aiutare a pianificare i nostri nuovi quartieri informativi. Cappe che possono adattarsi alle mutevoli esigenze, input di contenuti e richieste verso l’esterno. L’IA è ancora importante. Lo è sempre stata. Dobbiamo solo imprimere il suo valore in questi nuovi contesti.

Domande per il futuro

Le domande che Masut pone alla fine del suo articolo sono pesanti e richiedono una risposta. Saremo in grado di trovare la risposta? E ancora, queste domande, per costruire o ricostruire le fondamenta, sono ancora attuali?

Questa disciplina non decolla. A volte pare che sia sull’orlo di una estinzione.

Ancora oggi, all’interno della comunità si discute su cosa sia l’architettura dell’informazione, sulla differenza tra UX e UI. Discussione utile e necessaria ma che evidenzia fratture profonde su più fronti. Fra professionisti che si sentono in competizione, fra comunità che si sgretolano in mono nuclei, fra chi raggiunge posizioni accademiche sull’onda della moda, fra chi detiene posizioni di “potere” e fra chi apparentemente vuole contribuire ma realmente vorrebbe scalzare.

Io sono convinto che solo una comunità di pratica unita e forte può ribaltare le sorti della disciplina. Solo l’unione di comunità di studenti che si confrontano con professionisti seri può dare la forza ad una divulgazione corretta.

La comunità che troverà il centro di gravità permanente avrà vinto e avrà fatto vincere, per sempre, l’architettura dell’informazione.

Intervista a Raffaella Roviglioni

Questa intervista a Raffaella Roviglioni nasce dalla mia curiosità su come è andato l’Euro IA 2020.

Raffaella, oltre ad essere un’amica, è una delle UX reserchear più affezionate all’evento europeo che riunisce tutti gli architetti dell’informazione d’Europa.

Raffaella Roviglioni

Ho conosciuto Raffaella durante il mio primo Summit di Architecta e da allora l’ho seguita con grande stima come professionista.

Per me è stata un modello, perché nonostante ci si veda solo in eventi del settore, per me è una bella persona. Lei è coinvolgente. Ha passione per quello che fa e appassiona chi la circonda. Quando sta con le persone ha sempre un sorriso per tutti. Un po’ per il carattere, un po’ perché è una grande professionista, ti mette subito a tuo agio con la sua empatia. E tutti le vogliono bene (almeno per quello che riesco a percepire).

Le sue interviste, (ne ha concessa una molto bella a UX on Sofà di Maria Cristina Lavazza), ti mettono di buon umore, perché racconta un lavoro che ama, che la entusiasma e che immagino la diverta molto.

Il sito e il blog di Raffaella Roviglioni

Ai tempi, quando io ancora non avevo un blog, lei lo aveva e i suoi articoli erano molto concreti. Poi, come mi ha raccontato nell’intervista che segue, ha smesso di scrivere per il suo blog. E dunque le sono ancor più grato per l’intervista concessa.

Oggi Raffaella Roviglioni è Head of Discovery del team di Fifth Beat. Uno studio di designer con base a Roma davvero eccezionale. MI piacerebbe intervistare davvero tutti i ragazzi del team, uno a uno. Al momento, sono in attesa di una risposta da parte di Raffaele Boiano, il fondatore e attuale Ceo. Spero di poter parlare meglio di questa realtà di alta qualità nel mondo dell’User Experience italiana.

Talk Euro IA 2018

Raffaella è stata relatrice allo European Information Architecture Summit (EuroIA) nel 2018 con un talk sull’intelligenza artificiale applicata alla user research, dal titolo “IA vs. IA: will robots be better researchers than us?”.

Ed ogni anno invita tutta la comunità a partecipare e a farsi avanti. Cosa che consiglio anch’io perché ciascuna proposta inviata viene letta da tre esperti che danno un giudizio sulla proposta. Il bello è che nella risposta si trova sia ciò che gli piace che ciò che non piace. Quindi anche se vieni scartato, più o meno volontariamente indicano una strada di studio interessante da intraprendere. Un momento, secondo me di grande crescita.

Anche quest’anno Raffaella è stata partecipe all’Euro IA, come spettatrice online, ed ho chiesto a lei come siamo messi e quali sono le prospettive dell’architettura dell’informazione.

Ovviamente non potevo perdere l’occasione di chiedergli qualcosa sul suo lavoro e sui suoi progetti.

Il WUD Roma

Altro intervento molto bello che voglio segnalare è poi il suo intervento al WUD Roma 2015. Nel Talk Raffaella spiega che l’innovazione è un effetto collaterale della progettazione fatta bene.

E cosa che dobbiamo ripetere ancora oggi, anche ai professoroni, è che senza ricerca non si può progettare bene o come dice, Stefano Bussolon, senza ricerca non è User EXperience.

Intervista a Raffaella Roviglioni

Tu fai ricerca sulle persone. Ti piace sempre quello che fanno le persone? Faresti a meno di conoscere certi aspetti delle persone?

Mi piace sempre comprendere cosa fanno le persone e perché, anche quando non risuona con il mio modo di pensare e di fare. Anzi, a maggior ragione quando sono distanti dal mio modello mentale, questa immersione nel loro mondo mi permette di capire cose che vanno oltre il mio.

No, non farei mai a meno di conoscere quanto posso, anche quando sia sgradevole, irritante o preoccupante.

Fare ricerca non è esplorare un mondo ideale e trovare solo bellezza: è conoscere la realtà delle persone e avvicinarsi il più possibile alla loro verità.

Quale parte del tuo lavoro ti diverte maggiormente?

Il contatto con le persone durante la ricerca. È anche incredibilmente drenante in termini di energia e concentrazione, ma è quello che mi soddisfa sempre di più, alla fine.

Ma devo dire che grazie alla mia esperienza con Fifth Beat mi sto divertendo tanto anche a fare coaching e mentoring sulla ricerca alle nostre figure più junior.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Carta e penna, post-it, lavagna, registratore. E le loro versioni digitali, soprattutto in questo periodo, ovviamente.

Poi le piattaforme di trascrizione e di coding, come Condens, che ci aiutano a essere rigorosi nella parte di analisi.

Da quando hai cominciato la tua formazione sulla ricerca degli utenti ad oggi, cosa è cambiato? Sei cambiata tu? È cambiata la disciplina? È cambiato il mondo?

La mia sensazione è che sia cresciuta la consapevolezza che lo svolgere attività di ricerca con le persone sia parte del processo di progettazione human-centered. Mi riferisco alle aziende, soprattutto, che sono i nostri clienti.

È cresciuta quindi la richiesta di ricerca, ma -ahimé- non vedo altrettanto velocemente crescere la qualità e la professionalità di chi la eroga.

Io sono decisamente cambiata: ho aggiunto esperienze di ricerca in ambiti particolari e contesti sfidanti (ad esempio grazie al lavoro con organizzazioni delle Nazioni Unite, in Africa); ho ampliato lo spettro di tecniche a cui ricorro, e sto lavorando, dentro Fifth Beat, per stilare processi interni di lavoro e definire gli standard che adottiamo; mi sto occupando anche di ambiti di Research Ops, di supporto al lavoro dei ricercatori.

Sono anche cambiate le esigenze di alcune aziende, che ci chiedono di essere parte attiva della ricerca e non solo recettori dei risultati finali, e questa è la direzione che trovo più interessante al momento.

C’è un momento o ci sono momenti della tua vita professionale che ti hanno fatto fare balzi in avanti?

Me ne vengono in mente solo due: il primo, quando ho lasciato il mio lavoro da agronoma e ho iniziato a lavorare come web editor, nel 2008. Più che un balzo, un salto nel buio!

Il secondo, nel 2018, quando ho deciso di chiudere la mia esperienza da freelance per entrare in Fifth Beat come Head of Discovery. Le sfide e le opportunità che mi si sono aperte da allora mi hanno messa alla prova da tanti punti di vista e mi hanno fatta crescere molto velocemente, credo. Un conto è essere una ricercatrice senior, un altro è avere la responsabilità di un gruppo di persone, di gestire la loro crescita, trasmettere loro metodo, struttura e passione per questo lavoro. Essere un punto di riferimento è una grossa responsabilità, e un onore.

Ma il blog? Ricordo che quando ho cominciato ti avevo preso come modello. I tuoi articoli mi piacevano molto. Perché hai smesso di pubblicare? E riprenderai a breve?

Per una questione di priorità. Il blog ai tempi mi è servito per riflettere su quanto stavo apprendendo, soprattutto, e provare a fare un minima divulgazione alle persone sul nostro lavoro.
Non mi ci sono mai dedicata seriamente, come se fosse un vero progetto, e non penso di riprenderlo, a dire il vero. Ma ho in cantiere un altro progetto molto più interessante 😊

Il primo articolo che scriveresti per ricominciare?

Se mai lo facessi, probabilmente parlerei del nuovo progetto, ma per ora acqua in bocca!

Come è andato EURO IA Edizione 2020 ? Come è messa l’architettura dell’informazione a livello Europeo?

Quest’anno si è svolto interamente online ma la qualità degli interventi e dei relatori è sempre rimasta alta.

Quali sono i punti che maggiormente ti hanno colpito quest’anno dell’Euro IA e quali i punti su cui gli speaker hanno puntato maggiormente?

Il tema, Hope, si è prestato a molte interpretazioni diverse ma imperniate tutte a comprendere come, da designer, possiamo contribuire a superare le crisi che stiamo vivendo nel quotidiano.

Un filo rosso che ha unito molti interventi che ho seguito è stata la visione eco-sistemica della progettazione, sempre più necessaria perché lavoriamo su sistemi complessi e non isolati. Questo significa che ci dobbiamo formare maggiormente su come progettare questi ambienti, tenendo in considerazione un contesto che è molto più ampio di quanto tendiamo a credere, sia noi che i nostri clienti.

Un altro aspetto molto presente negli interventi è stata l’inclusività, tema piuttosto caldo negli ultimi anni. Si è discusso di come riuscire a tenere in considerazione la diversità delle persone sia nella ricerca che nell’ideazione e progettazione di prodotti e servizi, adottando accorgimenti e linee guida.

Infine, c’è stata molta attenzione al tema della sostenibilità, vista come insita nel focus sulla speranza: allargare la consapevolezza del nostro impatto come progettisti, includendo anche riflessioni in termini di sostenibilità ambientale e sociale.

In tempi da coronavirus e distanziamento sociale le interviste di ricerca diventano sempre più difficili da fare. Intanto cosa pensi tu, che sei fortemente empatica, di questa definizione “distanziamento sociale” e poi come stai superando o come ti stai attrezzando per le interviste in questo periodo?

Sul distanziamento sociale non penso di avere un’opinione particolarmente originale: è necessario, in questo momento, per contenere i contagi e quindi va applicato. Sulla sua definizione non ho nulla da dire, lo ammetto 😊
Io ne risento tanto soprattutto perché ci ha tolto gli abbracci tra amici e colleghi, che per me sono fondamentali e rinvigorenti.

Nel mio lavoro ha significato saper modificare la ricerca, fin dal primo momento, da remoto, ma non era una cosa nuova per noi. Da anni svolgiamo ricerca a distanza, anche per progetti internazionali che richiederebbero spostamenti e viaggi onerosi. Chiaramente le interviste da remoto sono diverse da quelle di persona, ma non sono necessariamente peggiori. Ti faccio un esempio: nell’intervista di persona spesso si sceglieva un setting neutro, quindi una sala riunioni o un laboratorio; nelle interviste remote le persone si collegano quasi sempre da casa (soprattutto in periodo di lockdown) e quindi posso intravedere qualcosa della loro vita che di persona mi sarei persa. Una piccola incursione etnografica in un’intervista che magari non lo prevedeva.

E per finire le ultime 3 domande che faccio a tutti

Consiglia un libro

Doing Ethnography di Giampietro Gobo. (su Amazon) Preziosissimo per approfondire la ricerca etnografica in modo esaustivo, scritto con un taglio davvero molto comprensibile.

Pare sia fuori produzione, quindi si trova su Ebay anziché su librerie online. [ndr. Si trova su Amazon, anche in versione Kindle]

Consiglia un brano musicale o un cd

Grazie ai colleghi millennials mi sono svecchiata e consiglio piuttosto Spotify 😉

Il Discover Weekly è la mia funzionalità preferita, che mi aiuta a scoprire brani e artisti. Vi consiglio Lullatone, tra gli ultimi.

Consiglia un film

Se ve lo siete persi, 1917 di Sam Mendes è un meraviglioso film di guerra, molto introspettivo, come piacciono a me.

Grazie!

Nel ringraziare Raffaella per la sua disponibilità e per le sue parole, spero di sapere al più presto sul suo nuovo progetto di cui non ha voluto dire nulla. Sono molto curioso e sarebbe stato bello scoprire lo scoop sul blog. Nello stesso tempo però non mi dispiace restare all’oscuro, perché questo mi darà l’occasione di chiedere una nuova intervista.

Di truffe online e utilità sul web

Avete mai ricevuto una mail in cui qualcuno vi dice che vi sta mandando dei soldi?

Una vincita, un’eredità, un vecchio conto che avete dimenticato?

Insomma, avete capito il genere di mail. Stiamo parlando di truffe online.

Generalmente io cancello queste mail, senza neanche aprirle. Eppure continuano ad arrivare, segno che comunque, inviare giornalmente e periodicamente queste mail è conveniente. Ossia, qualcuno risponde e cade nella truffa.
Prendo spunto da alcuni post di miei contatti che sono sorpresi dal fatto che, ancora oggi, nel 2020, con l’uso diffuso dei social, con i numerosi servizi in cui si spiega che si tratta di una truffa, nonostante gli invii di mail e di lettere da parte di aziende che spiegano come non cadere in fallo, ci sia gente che ci casca.

Eppure accade. E questo mi porta ad una riflessione.

Come produttore di contenuti sul web, sui social, io mi faccio domande alte su come comunicare al meglio, come sfruttare la tecnologia, sul mio blog mi occupo di come funzionano gli assistenti vocali, i risvolti etici, l’uso consapevole dei dispositivi che teniamo in mano. Eppure questi temi, queste domande, queste mie riflessioni, a volte, sono lontanissimi dal mondo reale, dove c’è poca cultura digitale, poca cultura in generale e tantissima ignoranza.

Allora quando qualcuno mi chiede se il mio blog è utile, quando io stesso mi chiedo se è utile scrivere un post come questo che stai leggendo (Cioè io impiego tempo per scriverlo, tu impieghi tempo per leggerlo, alla fine, cosa resta?), guardando all’ignoranza di chi non riesce a distinguere una mail da una truffa, mi rispondo che quel che faccio è inutile.
Forse sarebbe più utile scendere in strada e come un predicatore mendicante, esortare a leggere, annunciare l’alfabeto, l’analisi grammaticale e logica, predicare la coniugazione del verbo. Questo sarebbe utile. Una nuova religione della Parola che vada tra le persone.

Strano a dirlo in tempo di distanziamento sociale, me ne rendo conto. Ma mi pare che questo bisogno sia sempre più urgente.

Tra mondo analogico e interconnesso

Non sono vecchio, almeno non lo sono abbastanza,

ma sono nato in un mondo analogico,

cresciuto in un mondo appena connesso

e sto vivendo in un mondo interconnesso.

Scrivendo l’articolo Tutti connessi e sempre raggiungibili. mi sono venuti in mente diversi episodi personali che voglio condividere con voi.

Se oggi essere sempre connessi è una ovvietà, almeno nel mio circuito di relazioni,

ricordo di quando non c’erano connessioni.

Conversazioni in treno

Ricordo che quando andai a fare la visita militare partii in treno in direzione Taranto. Fu un’odissea. ma fu un’esperienza piena di contatti con sconosciuti. In una settimana ho visto persone che non avrei mai più incontrato tutta la vita, ragazzi con cui avrei condiviso 3 giorni di esperienze ed altri che ancora oggi, pur condividendo quel solo viaggio, ancora oggi ci salutiamo.

Per esempio, ancora oggi ricordo l’esperienza di un signore che da Palermo a Messina, mi raccontò la sua vita, della sua partenza verso la Germania, della moglie, di come l’aveva conosciuta, dei figli che sono arrivati, della perdita del suo lavoro, della decisione di andare all’estero, ed ovviamente della sua visita militare e del suo periodo di leva.

Oggi ho dimenticato molti dettagli del racconto. Ma ne rimane il piacevole ricordo e anche un po’ la noia di quel racconto che dopo 5 ore non finiva mai.

Dalla cabina telefonica al cellulare

Ai tempi dell’Università, poco dopo, da fuori sede quale ero, non avevo neppure il telefono fisso a casa. Per parlare con amici, prendere appuntamento per uscire la sera o per chiamare casa e dire che andava tutto bene, si scendeva, quasi ogni sera, con i coinquilini alla cabina telefonica pubblica. Ai miei tempi avere il telefono fisso in una casa di studenti era un lusso. In primavera ed autunno era un piacere fare una passeggiata serale. In inverno era, invece, un incubo.

Bisognava anche indovinare l’ora giusta. Di solito si scendeva poco prima di mangiare. Ma in primavera estate, si preferiva anche dopo cena, in modo da andare a prendere un gelato dopo la telefonata. Ma il dopo cena poteva diventare pericoloso, nel senso che quell’ora era orario da innamorati o da discussioni serie.

Il telefono fisso per quelle telefonate, in casa, non sempre era disponibile. Per cui queste persone trascorrevano lunghi minuti al telefono. Si creavano le code, si cominciavano a fare gli sguardi brutti, i segnali che si doveva lasciare spazio alle telefonate degli altri, si inventavano modi per far capire che bisognava tagliare corto. A volte questi segnali funzionavano, altre volte, in casi estremi, bisognava andare a cercare una cabina libera.

Il giorno che non si è più dovuto scendere da casa, ma si poteva chiamare dalla propria stanza, fu la conquista di una comodità unica ed assoluta.

Senso di sicurezza e di libertà

Avere il cellulare in tasca, poter chiamare da qualunque luogo e in qualsiasi momento dava a tutti un grande senso di sicurezza.

Non si trattava solo di comodità, perché la comodità si pagava e anche cara. E la pagava la famiglia.

Ma la sicurezza di poter chiamare un aiuto fu la vera svolta. In caso di bisogno si poteva chiamare chiunque. Se prima del cellulare ti capitava qualcosa eri in balia degli sconosciuti che ti dovevano aiutare. Dovevi avere fiducia nelle persone che si dovevano fermare per pura generosità. E non accadeva spesso, anche se accadeva.

I genitori, gli amici e i parenti ci chiamavano. Se da un lato iniziava una nuova era del controllo, non c’era questa consapevolezza (almeno io allora non l’avevo) dall’altro lato dava certezze ad un mondo che non era più legato, alla casa, o all’ufficio, e iniziava quel distacco dal luogo fisico a cui si era legati. Ricordo che i rappresentanti e tutti i lavoratori che stavano in giro esultarono come una conquista unica.

Se al telefono di casa, si chiamava e si chiedeva “come stai?” Dal cellulare in poi, si passò a chiedere, “Dove sei?”. Si aveva questo bisogno di sapere dove collocare la persona chiamata. Molti genitori hanno risolto i loro problemi di ansia. Sentire la voce del figlio o dalla figlia ha rassicurato intere generazioni. Poco importava dove realmente si trovassero i figli. Importava e importa sentirli.

Nuove relazioni inconsapevoli

Siccome telefonare all’inizio era costoso non si telefonava a cuor leggero, come si fa adesso. C’era lo scatto alla risposta, si contavano i secondi e i minuti di quanto stavi al telefono, c’erano le ricariche che se ne andavano come il pane se non stavi attento. A fine di ogni telefonata si controllava quanto si fosse speso.

Avere il cellulare non sempre significava che te lo potevi permettere. Così nacquero nuove forme di contatto. Era il tempo degli squilli.

Si squillava al telefono di casa per farsi richiamare. Così come squillare all’ amica o alla collega era l’inizio di un corteggiamento.

Dal telefono fisso allo smartphone

Il passaggio all’internet, non più solo cellulare, non solo dispositivo per fare telefonate, è quello che ha davvero rivoluzionato tutto. Ed in fondo tutto quello che sta rivoluzionando il mondo e la nostra mente.

Viviamo in questa nuova dimensione tra vita vera, reale, concreta fatta della nostra materialità e vita vera, fatta della nostra connessione e struttura virtuale.

Come dice Sherry Turkley

Prima un luogo comprendeva uno spazio fisico e le persone al suo interno. Cosa diventa un luogo se coloro che sono fisicamente presenti rivolgono la loro attenzione agli assenti?

A tal proposito ho proprio un aneddoto personale. L’ho già raccontato altre volte.

Attenzione per gli assenti

Anni fa, una ragazza mi telefonava spesso dicendomi che non uscivamo mai insieme e mi rimproverava come se io la snobbavo, Un giorno dopo numerosi rimproveri, un sabato siamo riusciti ad organizzare una serata insieme. Quella sera fu una serata indimenticabile, per la sua inutilità. E capii perché non uscivo con questa ragazza e preferivo il gruppo dei miei amici.

La ragazza dopo le prime chiacchiere mi lasciò da solo al tavolino quasi per tutta la sera per rispondere alle sue telefonate. Io, allora, non portavo con me il cellulare. Esisteva una prima etichetta, oggi ormai dimenticata, di rispettare le persone presenti fisicamente. Il bello è che io pensavo che in quelle lunghe telefonate ci fosse la richiesta di vedersi e la lamentela di essere snobbata da quelle persone al telefono.

La sua attenzione era rivolta verso gli assenti e non a me che ero presente. Forse sarà stato noioso. Non posso dirlo. Ma è anche vero, che non mi diede la possibilità di farlo. Oggi questa attenzione verso gli assenti, l’attenzione ai video altrui, ai balletti e alle pose degli assenti è una costante di molte persone.

Il viaggio

Anche il viaggio è cambiato nel tempo. Viaggiare dovrebbe essere ancora oggi un modo per conoscere culture nuove, vedere nuove città e rivedere con occhi nuovi la propria cultura e la propria città. Eppure oggi restiamo allacciati alle nostre città e alle nostre bolle informative, restando connessi a Facebook. Oggi, emotivamente e socialmente non ci allontaniamo mai da casa nostra.

Ricordo quando al ritorno da un viaggio si raccontavano le esperienze principali del viaggio. Ricordo come i primi racconti erano quasi sconnessi, poi, quando erano in tanti a chiederti, nel tempo, il racconto si faceva sempre più fluido e sempre più chiaro a chi lo raccontava e a chi ascoltava.

Oggi nessuno, pochi ti raccontano il loro viaggio dal vivo al loro ritorno. Tutto, o quasi tutto, è stato già documentato sui social di riferimento. Pensieri ed emozioni sono stati, prima ancora di ritornare a destinazione, condivisi ed espressi, quasi in tempo reale, al telefono o in un lungo post sulla propria pagina social.

Dei molti viaggi degli ultimi anni, non ho ricordi simili al mio viaggio verso Taranto. Ci sono stati viaggi in cui ho studiato, ho lavorato, altri in cui ho solo fatto passare il tempo fino alla meta fotografando e postando sui social. Difficilmente ho conosciuto qualcuno, difficilmente qualcuno si è avventurato a raccontarmi la sua vita, o l’ultimo libro che ha letto.

Anzi. Ho ascoltato molte telefonate, magari. Ho partecipato a liti furibonde di persone sonnacchiose che chiedevano ad altre persone di interrompere la propria telefonata. Ci sono persone che anche su un autobus strapieno vivono come se fossero da sole.

Non tutto è bene, non tutto è male

La nostalgia può giocare brutti scherzi. Se la memoria può riportarci ai momenti romantici del nostro passato non è detto che tutto il resto sia stato peggiore o migliore. Ogni generazione vive le sue difficoltà e le sue tragedie.

Personalmente penso alle infinite possibilità di formazione presenti oggi. E non vi sembri poco, dato che abbiamo bisogno di istruzione, di cultura e di cultura digitale. Se oggi vivere in provincia e lontani dalla città è una sfida, chissà cosa era viverci nell’800 o quarant’anni fa era.

Se fino a vent’anni fa si era costretti a lasciare il meridione per non ritornare mai più, oggi, grazie alla connessione si può ritornare a casa propria e continuare a lavorare su internet e grazie ad internet.

La connessione e l’interconnessione possono degenerare, ma abbiamo ancora noi le mani sul volante, siamo noi alla guida di questa macchina. Certo è necessario conoscere la macchina. Ci vuole conoscenza, responsabilità e consapevolezza. Dobbiamo studiare non per raggiungere il successo, ma semplicemente per sopravvivere.

Nel progresso c’è sempre qualcosa che ci spaventa e ci fa paura. Ma se non ci troviamo noi nella stanza dei bottoni, quello che possiamo fare è imparare a seguire il flusso nel miglior modo possibile. Traendo vantaggio dalle opportunità e frenando il più possibile le degenerazioni.

Quello che ci serve, forse, parafrasando qualcuno più bravo di me, è ritrovare la bussola, il futuro è diventare bravo nel proprio lavoro, nella quotidianità, tra soddisfazioni e problemi. avere una cassetta degli strumenti, una solida borsa degli attrezzi, che ci permetta di non perderci in un bicchiere d’acqua.

Contesti – Relazioni – Sonorità