La domanda su cosa è la verità sembra attraversare i secoli, dalle aule di filosofia medievale fino ai dibattiti contemporanei su fake news e post-verità.

Come studenti liceali, molti di noi si sono incantati davanti alle riflessioni di filosofi e poeti sui grandi temi dell’esistenza; da adulti, spesso ritroviamo le stesse domande, in forme diverse, nei momenti cruciali della vita. Oggi, questa ricerca di significato si inserisce in un contesto in cui la circolazione delle informazioni è rapida e frammentata, e dove l’architettura dell’informazione (AI) gioca un ruolo chiave nel dare forma e senso ai contenuti.

Un viaggio tra filosofia e architettura dell’informazione

In questo articolo, prendendo spunto dal pensiero di Tommaso d’Aquino, dal dibattito filosofico medievale e da autori contemporanei come Vattimo, cercheremo di ampliare la riflessione su cosa sia la verità e su come questa domanda possa illuminarci nella pratica dell’architettura dell’informazione.

Da studente liceale mi interessavo a cosa i filosofi e poeti pensavano e dicevano riguardo ai massimi sistemi. Cosa fosse l’amicizia, l’essere, la verità. E domande di questo genere mi ritornano sempre nei momenti più profondi della mia vita.

Mi appassionai molto dunque, quando all’università, durante il corso di filosofia medievale, il professore prese in esame la quaestio veritate di Tommaso d’Aquino.

Oggi, ho dimenticato molti dei concetti che allora mi affascinavano. Per cui ricorro in questo articolo a studiosi che si occupano della questione.

La Verità

Mi stupisce come all’interno della grande discussione sulle bufale non facciano parte filosofi e umanisti. Così come dovrebbe essere. Non dovrebbero essere i giornalisti a parlare di verità. A loro spetterebbe parlare, entrare nel dibattito.

Tommaso d’Aquino diceva che

veritas est adaequatio rei et intellectus.

In filosofia, la definizione della verità, secondo san Tommaso, per cui essa è conformità della conoscenza con il suo oggetto. In senso stretto, la definizione tomistica di verità è fatta propria, implicitamente o esplicitamente, da tutte le teorie della conoscenza di tipo raffigurativo o speculare, che identificano la conoscenza vera con la copia perfetta della realtà; ma in senso più lato essa è accettata da molte altre gnoseologie che, pur criticando la teoria raffigurativa, ammettono che sussista un rapporto tra la conoscenza e il suo oggetto, considerati termini distinti, e che esso possa essere più o meno corretto.

Per Tommaso, dunque, una cosa è vera quando è relazionata a un modello ideale, sia esso l’intelletto divino (che è pensato come anteriore e causa dell’essere di una cosa) o quello umano (che è pensato come successivo e sottoposto alla causalità che la cosa esercita su di esso)5 . La nozione di vero, in altri termini, è trattata come una nozione relazionale, e ciò emerge con ancor più chiarezza se uno analizza la semantica del termine astratto ‘verità’6 . Astrattamente intesa, la verità altro non indica che la relazione di una cosa a un soggetto conoscente, al punto che neppure un ente può essere conosciuto a prescindere dal vero, sebbene conoscere la ratio entis non equivalga a conoscere la ratio veri7 .

LA TEORIA DELLA VERITÀ COME ADÆQUATIO

Fabrizio Amerini In questo articolo ha proposto una breve riconsiderazione del tema della verità in epoca tardo-medievale, con l’intento di richiamare l’attenzione su due punti: la natura relazionale del vero e le diverse interpretazioni della nozione di corrispondenza.

Il problema principale che ciascuna interpretazione solleva è la corretta comprensione della natura dei fatti che un enunciato significa e che condizionano la sua verità. La spiegazione corrispondentista della verità non è comunque l’unica in epoca medievale. È quella principale in un’interpretazione semantica e canonica degli enunciati del linguaggio naturale, ma in altri contesti essa si raccorda con resoconti della verità alternativi, seppur non incompatibili, come quelli basati sulla coerenza, la ridondanza e gli aspetti pragmatici (usi linguistici, intenzione dei parlanti).

Verità come “adaequatio rei et intellectus”

Nel Medioevo, Tommaso d’Aquino affronta la quaestio veritate partendo dall’idea che la verità sia «adaequatio rei et intellectus», cioè conformità della conoscenza con la realtà. In termini più moderni, possiamo parlare di “corrispondenza” tra ciò che la nostra mente concepisce e il mondo esterno. È un modello classico che, nel corso della storia, è stato difeso e criticato da vari filosofi.

Per d’Aquino, una cosa è “vera” quando è in rapporto con un modello ideale (l’intelletto divino o quello umano) che funge da “riferimento”: la verità, dunque, è sempre una relazione tra pensiero e oggetto. Se non c’è un soggetto che “giudica” la cosa, non si può parlare di verità. È il giudizio, espresso e condiviso, a renderla verificabile. Da qui si capisce già un aspetto centrale: quando discutiamo di verità, stiamo parlando anche di contesto e di soggetti che interagiscono.

Rimando al testo del docente di filosofia della conoscenza all’Università Lateranense di Roma Philip Larrey in cui afferma:

La verità è un rapporto, una relazione. In questo senso la verità è relativa (giammai relativistica), precisamente perché descrive un rapporto fra la mente e la realtà. Di più: la verità (nella sua connotazione filosofica) richiede il linguaggio,
perché fuori del linguaggio, non c’è il predicato di verità, che è esprimibile ,appunto, con il proferimento: “è vero”. Se nessuno pronuncia una frase, la verità non è determinabile. Soltanto nel giudizio (espresso sensibilmente) abbiamo la
verità.

Il prof Philip Larrey spiega il concetto di adeguatio e per quanto siano i pro e i contro a me convince questa definizione di relazione.

Verità e interpretazione: il pensiero di Vattimo

Entriamo ora in un dibattito più contemporaneo, rappresentato da pensatori come Gianni Vattimo, che mette in crisi l’idea di verità come corrispondenza perfetta tra mente e realtà. Secondo Vattimo, la verità non si incontra semplicemente, ma si costruisce: dipende da un paradigma condiviso, da un orizzonte linguistico e culturale che dà senso a ciò che diciamo. È qui che il concetto di “interpretazione” diventa centrale: le nostre convinzioni e i nostri “fatti” sono sempre mediati dal linguaggio, dalla storia e da una comunità di riferimento.

«Alla fine si tratta di capire che la verità non si “incontra”, ma si costruisce con il consenso e il rispetto della libertà di ciascuno e delle diverse comunità che convivono, senza confondersi, in una società libera» (Vattimo).

In questa prospettiva, le diverse interpretazioni non sono necessariamente un tradimento della realtà, ma la condizione stessa per avvicinarci a una forma di verità condivisa. Non si tratta di relativismo puro – “tutto vale” – ma di relazionismo: la verità emerge all’interno di rapporti sociali e linguistici in continuo divenire.

Ma questo pensiero è un pensiero che si collega ad Aristotele e filosofi moderni come il prof Vattimo e tutto il pensiero debole contestano questo concetto di Verità.

Eppure rimangono sul lato della relazione.

La concezione di verità come corrispondenza, secondo Vattimo, fallisce precisamente perché tale rapporto non avrebbe senso al di fuori di un paradigma, un orizzonte, che viene condiviso da una comunità linguistica. «Oggi, quindi, molto più chiaramente che in passato, la questione della verità è riconosciuta come una questione di interpretazione, di messa in opera di paradigmi che, a loro volta, non sono “obiettivi” […], ma sono una faccenda di condivisione sociale». E poi conclude: «Alla fine si tratta di capire che la verità non si “incontra”, ma si costruisce con il consenso e il rispetto della libertà di ciascuno e delle diverse comunità che convivono, senza confondersi, in una società libera»

Peter Pan

“L’isola che non c’è” di Peter Pan, esiste o non esiste? C’è o non c’è?

E’ una domanda molto importante. A cui dovete rispondere. E’ solo quando entriamo nel contesto che l’isola che non c’è, c’è. Peter Pan crede che esiste, sa perfettamente dove si trova. E pure noi sappiamo come andarci. Ma per andarci bisogna credere. Bisogna entrare all’interno di un contesto, che è quello della storia fantastica. E ogni volta che entriamo una storia che sia vera o immaginaria, noi entriamo all’interno di quel contesto. E all’interno di quel contesto tutto è vero.

Quando all’interno di un contesto troviamo ambienti semantici diversi, non riusciamo più a capire di cosa stiamo parlando.

Vi è mai capitato di non capire se un’altra persona sta scherzando o se invece è serio. Di solito capita con persone che non fanno parte del nostro contesto. Persone sconosciute, di cui si ha soggezione, di cui si è sottoposti o con cui non si ha nessuna confidenza.

L’importanza del contesto: la “non-isola” di Peter Pan

Un esempio narrativo, apparentemente lontano dalla filosofia, aiuta a cogliere l’importanza del contesto: “L’Isola che non c’è” di Peter Pan. Esiste o non esiste? Se entriamo nella storia di Peter Pan, quell’isola diventa reale e coerente all’interno di un determinato universo narrativo, dove i bambini volano e l’impossibile si fa possibile. Al di fuori di quel contesto, l’isola è mera finzione, un’invenzione.

Questo esempio illustra come la verità si configuri, ancora una volta, relazionalmente, in rapporto a un insieme di regole e significati condivisi (l’universo narrativo). Quando questi “ambienti semantici” si sovrappongono o si confondono, possono nascere incomprensioni: le stesse parole e gli stessi enunciati assumono significati diversi a seconda del contesto. È un meccanismo che tocca anche la comunicazione quotidiana, quando, per esempio, non riusciamo a capire se l’interlocutore stia scherzando o sia serio.

 

Quando  leggiamo il titolo di un giornale questo titolo si trova dentro un contesto. Il contesto è quello delle informazioni. Se compriamo un giornale o andiamo sul suo sito ci aspettiamo di trovare delle notizie, dei fatti, delle informazioni.

Architettura dell’informazione e “verità di contesto”

Nel campo dell’architettura dell’informazione, progettare un sistema significa, in fondo, organizzare conoscenza e rendere più agevole l’accesso a contenuti e dati. Ma quali contenuti? E come certifichiamo la loro attendibilità? È qui che la questione della verità trova un risvolto pratico: un’informazione ben “architetturata” deve poter offrire, da un lato, fonti affidabili e, dall’altro, una struttura che permetta di comprendere il contesto in cui quei dati sono stati prodotti.

  1. Struttura e metadati: Quando progettiamo un sito o un sistema informativo, l’architettura deve facilitare l’utente nel reperire le fonti e comprendere eventuali differenze di interpretazione. Metadati chiari, link a spiegazioni o glossari, avvertenze su possibili margini di incertezza rendono più “trasparente” un’informazione.
  2. Verifica e attendibilità: L’architettura dell’informazione deve includere processi di fact-checking, ovvero modalità per ricostruire la provenienza di una notizia (chi l’ha scritta, quando, con che metodologia, ecc.). Anche se non sempre possiamo garantire una “verità assoluta”, possiamo sicuramente impegnarci per offrire criteri di verifica condivisi.
  3. Coinvolgimento dell’utente: Più il pubblico comprende le regole di funzionamento di un sistema informativo, più diventa capace di orientarsi tra i contenuti. In fondo, la verità non si esaurisce nel singolo dato, ma nella relazione tra chi fruisce l’informazione, la struttura in cui essa è contenuta e il contesto di riferimento.

 

Il verification handbook

Chi mi segue, sa che il blog ha adottato il verification handbook. Si tratta di un manuale gratis che spiega i metodi per verificare le notizie. Il mio blog che non è una testa giornalistica lo ha adottato come forma di rispetto dei lettori, cercando di garantire la verifica dei dati e delle notizie, quando parlo di notizie.

Fortunatamente mi occupo di un campo in cui tutte le fonti ci pensano due volte prima di parlare e la cosa è facile. Penso sia difficile per un giornale. Ma sarebbe bello che almeno iniziassero a pensarci.

Almeno con le foto che è cosa molto facile.

Il “Verification Handbook” e il giornalismo responsabile

Nel contesto delle informazioni, un ruolo importante lo giocano i giornalisti, ma anche chi, come noi, gestisce blog e siti, e quindi “organizza” notizie e contenuti. Adottare strumenti come il Verification Handbook, un manuale gratuito che spiega come verificare la veridicità delle informazioni, è un atto di responsabilità e rispetto verso i lettori.

  • Accertare le fonti: Per qualsiasi notizia o dato, è essenziale controllare l’origine e verificarne l’autenticità. Ogni informazione non verificata contribuisce a generare sfiducia o a diffondere potenziali bufale.
  • Usare la tecnologia con giudizio: Oggi esistono software per analizzare l’autenticità delle foto, rivelare i metadati di un contenuto multimediale o fare reverse image search. Applicare e divulgare queste tecnologie dovrebbe diventare prassi comune per chiunque pubblichi informazioni.
  • Essere trasparenti: Dichiarare l’adozione di un metodo di verifica (come fa il blog con il Verification Handbook) crea un patto di fiducia con gli utenti. Non si tratta di fingersi infallibili, ma di mostrare l’impegno costante nella ricerca dell’accuratezza.

Conclusioni: la verità, una questione di relazione e responsabilità

La verità, come ci insegna la filosofia medievale e come ribadiscono gli interpreti più recenti, è sempre una relazione. Anche nell’architettura dell’informazione, parlare di “verità” significa considerare l’insieme di regole e procedure che garantiscono il rispetto del contesto, la verifica delle fonti e la chiarezza della presentazione.

  • Relazione: Senza una comunità che dialoga e concorda su un metodo di verifica, non ci può essere verità condivisa.
  • Interpretazione: Non si accede ai dati in modo neutro; ogni fonte è inserita in un contesto e in un orizzonte di senso.
  • Responsabilità: Chi progetta l’architettura dell’informazione ha il compito di rendere evidente il contesto e i criteri di validità dei contenuti, favorendo una comunicazione trasparente e onesta.

Che si tratti di Tommaso d’Aquino, di Peter Pan o di Vattimo, il nocciolo della questione rimane lo stesso: la verità non è un monolite che si trova già pronto, ma un punto d’incontro fra realtà e mente, fra enunciato e contesto, fra fatto e interpretazione. E la solidità di questa “relazione” dipende, oggi più che mai, da come progettiamo e rendiamo accessibili le informazioni.