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Intervista a Maria Pia Erice e Maurizio Schifano

Intervistare Maria Pia Erice e Maurizio Schifano è stato un vero piacere.

Come ho detto loro nell’intervista, quando penso a Maria Pia Erice e a Maurizio Schifano mi vengono in mente parole come attivismo, partecipazione, militanza. È quello che questi meravigliosi ragazzi fanno in Sicilia. Dietro molti degli eventi dedicati all’architettura dell’informazione e dell’User Experience, infatti, in Sicilia, ci sono loro due.

Nonostante la Sicilia, come la provincia, sia una sfida continua, Maria Pia e Maurizio non hanno mai rinunciato. E di questo la comunità siciliana deve essere grata. Almeno io lo sono.

Ed è proprio per ringraziarli della loro attività che li ho invitati sul mio blog. Spero che chi legga questo articolo poi abbia la curiosità di andarli a conoscere digitalmente e speriamo presto di poter tornare a viaggiare per andare a trovarli a Trapani nel loro Hype Bang.

Domanda di rito, per cominciare. Come è stato il vostro incontro con la UX?

Maurizio Schifano

Il mio interesse nasce nel periodo universitario. Studiando design del prodotto, cominciavo ad acquisire una visione critica verso un mondo saturo di oggetti che non erano molto utili, soprattutto per la visione che ci trasmettevano i nostri docenti, il mio ruolo come progettista non mi quadrava in quell’ambito, già ero molto attento ad aspetti etici del design.
Erano, poi, gli anni in cui arrivavano i primi smartphone e cominciavo a pormi molte domande sul rapporto tra le persone e la tecnologia. Vedevo le persone più grandi di me avere difficoltà nell’usare i computer e per me era una cosa inconcepibile.
Ho iniziato le mie ricerche e letture dal Bauhaus ad oggi, Maldonato, Bonsipe, Ideo, Nielsen, passando dall’ergonomia fino ad arrivare ai primi blog che mi anno data accesso ad un mondo di conoscenza, in particolare gli articoli di Luca Rosati che ancora oggi guidano il mio lavoro.

Maria Pia Erice

Rendere usabile un prodotto/messaggio significa renderlo accessibile a molti e chi si occupa di comunicazione non può che avere questo tra i suoi obbiettivi: permettere a tutti di comprendere una idea o di accedere alla conoscenza.

Fare comunità in Sicilia è difficilissimo. Come ci riesci/riuscite?

Maurizio

Da sempre viviamo una dimensione fisica/digitale delle comunità, il mio riferimento non è solo la Sicilia, grazie ad internet e ai social riusciamo tenerci in contatto con diverse comunità e realtà in giro per l’Italia.
In Sicilia non aiutano le distanze essendo difficile spostarsi ma ogni anno ci prendiamo dei momenti per summit o convention ritrovando vari amici e colleghi, anche fuori dalla Sicilia.

Maria Pia

Fare comunità è difficile un po’ dappertutto perché aprirsi agli altri significa abbattere muri, superare diffidenze. Le distanze sono sicuramente un problema, soprattutto al Sud, ma il digitale ci aiuta moltissimo.

Cosa pensate ci voglia per dare continuità ad un gruppo/comunità? Ci sono degli elementi che hai individuato? C’è qualcosa che proprio si dovrebbe fare ma da solo non riesci? Ad avere tempo e denaro, cosa ci sarebbe da fare?

Maurizio

Esistono diversi tipi di comunità e le descrive bene Ezio Manzini nel suo libro per che fare (da approfondire). Serve uno scopo, che accomuni gli intenti della comunità. Servono delle regole, per la gestione dei rapporti umani. Servono principi e visioni compatibili per andare nella stessa direzione.
E infine serve cuore, che altri chiamerebbero empatia, per capire gli altri e lavorare insieme.
Lavorare insieme è alla base del nostro metodo e le comunità in tal senso sono la massima espressione ma ci piace essere fluidi e le esperienze che si esauriscono e bene che vengano concluse.

Maria Pia

Ci vuole impegno per lavorare insieme. E bisogna lanciarsi, correre il rischio di lasciarsi “contaminare”. Un rischio bellissimo.

Maurizio. Da ambasciatore di Architecta come vedi la Sicilia?

Maurizio

La Sicilia è una terra di sperimentazione.
Molti colleghi sono andati via, altri stanno tornando trovando una dimensione con il lavoro da remoto.
Personalmente ho scelto di rimanere per continuare a lavorare da qui, molte occasioni me le sono perse ma il giusto equilibrio tra la vita e la professione l’ho trovato qui.

Maria Pia, in Sicilia trovi città intelligenti?

In Sicilia ci sono esperienze intelligenti, gruppi formali e non, tentativi di intelligenza diffusa. Intelligente significa sostenibile, connesso, scalabile, adattabile. No, città di questo tipo non ne vedo. Ma abitanti sì.

Maurizio, sei legato al mondo dell’Open source. Intanto come nasce questo legame/interesse e poi quali sono i punti che legano l’open source al tuo essere UX designer.

Non ricordo bene come ci sono arrivato, sicuramente una attitudine a capire le cose, ho sempre smanettato.
Oggi è più una visione politica, anche se molte sperimentazioni di quel mondo si stanno trasformando in altro.
Da UX Designer mi piace molto rendere le persone capaci di svolgere un compito che assolva ai loro bisogni.
Ci sono molte analogie con il mondo open in tal senso, si creano insieme strumenti condivisi che aiutano tutti e spesso il risultato non è lo strumento in se ma la relazione e l’impatto che si è generato.

Maria Pia, da lingue a grafica user designer, come descriveresti il tuo percorso?

Stranamente comprensibile. Ho studiato letterature straniere e cos’è la letteratura con i suoi stili, i suoi registri, le sue diverse forse, se non una organizzazione di informazioni al servizio di un utente/lettore?

Da quando ci siamo conosciuti ho visto che vi siete sempre cimentati nella creazione e conduzione di workshop. Cosa vi piace di questa attività e perché?

Maurizio

Un vocazione nel trasmettere la conoscenza.
E un processo di simbiosi che tra noi e gli studenti ci stimola a mettere in discussione i nostri metodi e sposta la linea delle sperimentazione in avanti.
È iniziato tutto all’università, lavorando con gli studenti.
Ho sempre cercato si trasmettere la curiosità e la passione per il design

Maria Pia

Vivere senza condividere esperienze e conoscenze è da egoisti.

Insieme avete iniziato questa avventura che si chiama HypeBang. Come nasce e come procede?

Maria Pia Erice e Maurizio Schifano

HypeBang è lo spazio dove si concretizzano piccoli e più grandi progetti, dove costruiamo strategie che migliorano l’esperienza di utenti finali e di aziende/organizzazioni. Ci piace costruire processi e raccontare ogni fase a chi decide di sceglierci. Insomma, sempre la condivisione al centro.

Quando penso a voi due mi vengono in mente parole come attivismo, partecipazione, militanza. Vi riconoscete, in queste parole? E dove trovate le energie?

Maria Pia

Sono tutte parole che raccontano un certo dinamismo civile. Don Milani diceva “A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca”. Ecco, meno mani in tasca, più vivacità umana.

Progetti e idee del presente futuro?

Maurizio e Maria Pia

Continuare a lavorare immersi nelle città e nei quartieri riuscendo a mescolare il fisico e il digitale.

E per finire le ultime 3 domande

Le domande che faccio a tutti.

Consiglia un libro

Maurizio

La nazione delle piante” di Stefano Mancuso.

Maria Pia

I Miserabili” di Victor Hugo.

Consiglia un brano musicale o un cd

Maurizio

The devil’s Walk” di Apparat.

Maria Pia

“Creep” dei Radiohead.

Consiglia un film

Maurizio

The Straight Story, di David David Lynch.

Maria Pia

Il labirinto del Fauno, di Guillermo del Toro.

Grazie a Maria Pia Erice e Maurizio Schifano

Ringrazio Maria Pia e Maurizio per questa loro intervista. Grazie anche per la loro attività di ambasciatori della disciplina, per la loro attività di volontariato per Architecta, come per tutte le altre comunità locali.

Grazie, grazie di vero cuore!

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Comunità di studenti

Prendo spunto dalla recente chiusura di un gruppo Facebook che riuniva una comunità di studenti universitari di un corso di Architettura dell’informazione. Al suo interno si ritrovavano tutti gli studenti del corso e il docente dava comunicazioni varie sulle lezioni e sui progetti, articoli, spunti da approfondire.

La motivazione principale della chiusura, in breve, è stata che al suo interno non c’era, da tempo, alcun dialogo. L’unico ad alimentare il gruppo era appunto il docente, fondatore e amministratore del gruppo, che periodicamente proponeva link e spunti di interesse.

A questi link sarebbero dovuti seguire commenti e osservazioni. Che però non arrivavano.

Gruppi di dialogo o discariche di link?

Un gruppo nasce per dialogare e se questo dialogo non esiste è meglio chiudere questo spazio che diventa appunto un contenitore di link “inutili” e ulteriore perdita di tempo per chi li produce o soltanto li cerca per condividerli.

Devo ammettere che la chiusura del gruppo mi è dispiaciuta. Al suo interno io trovavo link sul metodo di lavoro dedicati appunto a studenti, per rinfrescare le basi, così come per scoprire temi su cui avevo ed ho lacune.

Nello stesso tempo trovavo quasi ovvio che non ci sarebbe mai stato alcun commento su quel gruppo. Quale studente, quale studente medio, aprirebbe, su un gruppo Facebook, una discussione con il proprio docente? O ancora peggio, sotto l’occhio del proprio professore. Chi aprirebbe un dibattito pubblico da cui potrebbe dipendere l’esito del proprio esame?

Certo, si tratterebbe di chiacchierare con il professore e questo sarebbe molto bello, quasi un privilegio. Ma immagino che chi, più estroverso, frequenta il corso, queste opportunità le colga in presenza, frequentando il corso, appunto, facendosi vedere dal docente durante gli orari di ricevimento, o durante i seminari consigliati in aula.

Architettura di Facebook per il flame

Facebook mi sembra poi un terreno pericoloso per discussioni di questo genere. E forse lo stesso appare agli studenti. Forse nessun studente si sognerebbe di intervenire con un commento che potrebbe inficiare il proprio voto, se non addirittura l’esame.

Perché, un po’ tutti, sappiamo che l’architettura dell’informazione di Facebook permette molto facilmente la nascita di flame, di messaggi ostili, di “risse virtuali”, nate molto spesso da stupide incomprensioni, da messaggi non del tutto esaustivi, se non addirittura dalla mancata modulazione di un tono di voce (scritto) che risulta aggressivo, anche quando non lo è davvero.

Definizione di flame secondo Wikipedia.

Il flaming è l’espressione di uno stato di aggressività mentre si interagisce con altri utenti di internet. La rete aumenta la possibilità di fraintendimenti nella comunicazione tra le persone rispetto alle situazioni faccia a faccia, ma incrementa enormemente anche la possibilità di inserirsi in nuove situazioni ed ambienti, in cui ogni utente tende a ritagliarsi un proprio spazio.
Frequentando una chat o un forum, nel tempo l’attaccamento dell’utente al proprio spazio diviene sempre maggiore; spesso l’utente cerca di intensificare la propria presenza nell’ambiente, postando più messaggi (in un forum) o chattando per ore (in una chat room). Ne consegue che per alcuni individui il fatto stesso di trovarsi in quel luogo diventa un vero e proprio bisogno. Quando un altro utente o una situazione particolare mette in discussione lo status acquisito dall’utente, questo si sente minacciato personalmente.
La reazione è aggressiva, e a seconda dei casi l’utente decide di abbandonare lo spazio definitivamente (qualora abbia uno spazio alternativo dove poter andare), oppure attua il flaming (qualora ritenga necessario rimanere nel “suo territorio” dove si è faticosamente creato uno status).

Gruppi sonnolenti

Se dunque gli studenti di un corso di laurea hanno paura di esporsi, tanto più questa paura pervade i professionisti.

Altri gruppi, infatti, seppure numerosi e con un pubblico altamente qualificato, restano silenziosi e sonnolenti per lunghi periodi. Solo i fondatori si permettono di attivare, ogni tanto, qualche conversazione, su temi di estrema sicurezza, a cui partecipano uno sparuto gruppo di persone che la pensano grosso modo alla stessa maniera. Ma soprattutto su temi che non inficiano la professionalità di nessuno.

Tutti gli altri, generalmente, restano a guardare o ad ascoltare, ben consapevoli che chi ha osato unirsi alla conversazione (con leggerezza) non ha avuto scampo. La fine delle conversazioni, infatti, è stata spesso determinata da interventi più o meno bruschi, di chi aveva più argomenti.

Peccato che insieme al singolo si sono zittiti decine di persone.

C’è bisogno di una comunità di studenti?

Ma esiste una comunità di studenti? Oppure ognuno combatte la propria guerra personale? Sicuro che esiste una comunità, in mezzo o attraverso le centinaia di professionisti presenti. Esiste nella strada e nei vari incontri dal vivo? Sicuramente manca, a mio parere, nell’online.

Sempre che ci sia bisogno di un gruppo online dove dialogare. Gli studenti o i professionisti, sentono davvero il bisogno di riunirsi per parlare? C’è davvero una comunità, non dico una comunità di pratica che già esiste, o spazi che offrano link, informazioni e dati, ma di una comunità di dialogo online.

Parlo di comunità di confronto, di uno spazio dove elencare idee per una comunità, ma anche dove cercare di mettere insieme pareri contrastanti, ma comunque di crescita. Dove esprimere dubbi, paure, incomprensioni. Forse un gruppo che è meno di una comunità di pratica e un po’ più di una comunità di condivisione.

Alla ricerca di confronto

Personalmente, da quando sono più stanziale nella profonda provincia ed ho accettato la sfida di fare architettura dell’informazione in provincia, sono più alla ricerca di un confronto con gli altri che di informazioni.

Mi pare che la differenza tra la città e la provincia, infatti, sia, oggi, (almeno in parte) questa. Nelle città c’è maggiore possibilità di confronto con gli altri ed anche le semplici chiacchierate possono diventare motivo di arricchimento.

Nella provincia i dibattiti volgono verso la sopravvivenza. E i momenti di crescita sono molto più rari.

Il blog mi spinge a studiare, a ricercare informazioni, ad arricchire l’archivio di conoscenze. Da questo punto di vista l’Internet è una risorsa infinita. Ma resto nella mia bolla. Il momento di meraviglia è raro e faticoso da trovare.

E sebbene il blog ha un discreto successo resta comunque un pulpito dove il confronto magari avviene su quale registratore acquistare, ma non sugli altri temi di cui mi occupo.

Gruppo per liberare i pensieri

Mi piacerebbe dunque partecipare o essere parte di un gruppo dove ciascuno fosse libero di parlare e di sbagliare liberamente e dove tutti potrebbero dare il loro contributo.

Un gruppo dove nessuno si dovrebbe sentire escluso, dove nessuno abbia il timore di essere bocciato come studente, come professionista o, peggio ancora, come persona.

E se nascessero dubbi, domande scomode, osservazioni strambe, queste dovrebbero essere del gruppo.

Capisco che poi le dinamiche del gruppo si possono risolvere in modo del tutto originale e inaspettato. Ma questo non dovrebbe impedire di provarci.

La mia idea di gruppo Facebook per una comunità di studenti

Di questo gruppo dovrebbero far parte tutti coloro che si sentono esclusi dalla torre d’avorio, chi non si è mai sentito tanto preparato per poter intervenire. Ciascuno dovrebbe potersi esprimere mettendo in luce i propri pensieri.

I dubbi, le osservazioni, le conclusioni che non troverebbero risposta nel gruppo, dovrebbero essere poi sottoposti ai docenti o agli esperti o a chiunque ne sa più di tutti messi insieme, per essere sciolti e/o risolti. Perché comunque non si tratterebbe di un gruppo a perdere o al ribasso.

Sarebbe bello poter porre tutte le domande che ci ronzano nella testa, elencandole, organizzandole e poi trovare con chi parlarne.

Il blog come spazio a disposizione

Il blog si offre come portavoce ed è qui disponibile ad accogliere e organizzare, per futura memoria, le domande e le risposte. E si impegna a trovare risposta tra i professionisti, i docenti che vorranno rispondere, in Italia così come all’estero.

Che ne dite? Che ne pensate? Come la vedete?

Si può partire da ovunque voi vogliate. Se c’è già, esiste, vi chiedo di segnalare spazi di questo genere. Altrimenti si può partire da questo gruppo già esistente per un primo incontro per tutti.

Ma magari sarebbe meglio creare (partendo dai commenti a questo post) un nuovo gruppo dedicato allo scopo. Oppure scrivere liberamente in questo documento drive . Fatemi sapere, sul serio.

Domande dei lettori

Un anonimo scrive

Buona sera 

Dove si trovano delle comunità dove tutto è di tutti, dove puoi veramente apprendere delle basi su cui puoi vivere serenamente in un ambiente sano, sogno da una vita ( nel vero senso della parola) la comunità che hai descritto nei blog.

La domanda è, dove si trovano?

Forse è solo un sogno, mio, come tuo o di altri. Ma se è un sogno comune, la mia contro domanda è: perché non provarci? Cosa ci vuole? Cosa vogliamo che sia?

Ma anche no

Anche no, potreste dire. Che, in fondo, di gruppi ce ne sono già abbastanza. Anche troppi per il numero reale di interessati. Che bastano i gruppi già esistenti. Del chi se ne frega se uno non si vuole esporre.

Potreste aggiungere che sbaglia chi, approfittando della frammentazione territoriale e professionale, invece di coalizzarsi diluisce, di fatto, il dialogo creando il proprio “gruppo personale”. Sbaglia chi suo malgrado, volendo diffondere maggiormente, di fatto, toglie energie ai gruppi che sono venuti prima.

Forse la mia è solo una sensazione sbagliata che deriva dalla lontananza fisica. Forse questo confronto ridotto all’osso online c’è vivo nei meet up o negli UX Book delle città e chi lo vuole se lo cerca. In fondo, basta incontrarsi una volta ogni anno.

Magari non c’è dialogo perché nessuno è interessato a parlare online e questo bisogno non è un bisogno della comunità ma del singolo che se lo risolve a proprio modo.

Se così fosse ne prendo atto. Potrebbe essere che questa proposta arrivi troppo presto, troppo tardi, che non raccolga alcun bisogno se non quello mio personale.

Io qui avvio il dialogo, oggi come ogni lunedì.

Voi che dite? Ripeto. Fatemi sapere!