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Intervista a Riccardo Catagnano

Mi risulta difficile parlare di Riccardo Catagnano senza raccontare qualcosa di privato. Perché Riccardo Catagnano è un mio amico. Un amico di cui ho stima e nutro affetto. Una di quelle persone con cui ho condiviso pezzi di Vita, luoghi, amicizie, valori.

E quindi presentarlo formalmente come il Creative Director e Head of Branded Content di Connexia, una delle agenzie pubblicitarie più importanti d’Italia, è strano; ma è sicuramente un onore per il blog.

Di Riccardo non racconterò il CV. Su youtube trovate molte sue presentazioni, interviste e lezioni, in cui parla dei suoi progetti e del suo lavoro.

Riccardo Catagnano, un creativo

Prima di lasciarvi al perché di questa intervista e alle risposte di Riccardo, però, voglio raccontare questo breve aneddoto.

Premesso che parlare con Riccardo è sempre un piacere. Il suo pensiero è sempre brillante, un creativo 24 ore su 24, che smuove idee ad ogni chiacchierata.

Ricordo come, in una serata di agosto tra amici, ad una richiesta di un titolo per un nuovo format su youtube, Riccardo trovò il titolo perfetto, in pochi minuti, pensandoci per scherzo, quasi per gioco.

Ci sorprese tutti. Sembrò una di quelle magie che i maghi fanno fuori dal palco, per far divertire i bambini. Scoprì una moneta d’oro proprio dietro il nostro orecchio.

Di quel format l’autrice non ne fece nulla. A me è rimasto in mente il ricordo di questo aneddoto e chissà che prima o poi non riprenda quel titolo che varrebbe la pena avviare.

Perché intervisto un pubblicitario

Ma bando alle ciance. Perché intervisto sul blog un pubblicitario? E perché proprio Riccardo Catagnano?

Chi mi segue sa che mi occupo da tempo di assistenza vocale e chatbot e tempo fa mi sono interrogato sulla ricerca vocale. Ossia sul problema della ricerca fatta con glia assistenti vocali. Questi infatti, rispondono ad una domanda con un unica risposta.

Scrivevo infatti…

La risposta, o il risultato, però, non è la lista di risultati (SERP), cioè la famosa prima pagina dove tutti vogliono stare. No. Il risultato è una risposta unica e univoca scelta da Mister Google in persona.

O da altri assistenti vocali.

Insomma, mentre fino ad oggi la pubblicità si è inserita nelle nostre ricerche analogiche e digitali, da domani come farà?

Riccardo mi risponde con qualcosa che è già è stata fatta qualche anno fa. Riccardo di seguito racconterà un modo geniale che i pubblicitari hanno già trovato. Spiegando, tra le righe, che il pensiero dei creativi, come dei pubblicitari o dei comunicatori, troverà sempre il modo di utilizzare gli strumenti per raggiungere i propri obiettivi.

Enza, la deficienza artificiale

E chi meglio di Riccardo Catagnano poteva parlare di assistenti vocali dato che proprio lui è l’inventore di Enza, la deficienza artificiale?

Abbiamo realizzato una campagna pubblicitaria multisoggetto integrata, curando, con il supporto della nostra Media House interna, sia il concept creativo che la produzione di contenuti video.

La star dello spettacolo è Enza, il primo esempio noto di “stupidità artificiale”, che non semplifica la vita e non sa rispondere a nulla. Incapace di spiegare come la colazione possa essere deliziosa e leggera allo stesso tempo, Enza tormenta la famiglia innocente nello spot.

La campagna è stata trasmessa sulle principali reti televisive, sui canali digitali, su Radio e su Spotify, dopo una fase di teaser online. Enza e il suo fastidio hanno rilevato le pagine Facebook, Instagram e YouTube di Buondì Motta.

Intervista a Riccardo Catagnano

Con Riccardo dunque abbiamo parlato di pubblicità, di comunicazione, dati, di presente e di prospettive, che visto i tempi, non è male.

Qual è la tua definizione affettiva di pubblicità?

Se ci riflettessi un attimo, ti direi che è creare e raccontare, nel modo più inaspettato, le caratteristiche di un prodotto o i valori di una marca. Se invece dovessi risponderti a bruciapelo allora ti direi che è il modo più appagante che conosco per divertirmi ogni giorno insieme a gente incredibile, immaginando qualcosa che non c’è ancora.

Quale parte del tuo lavoro ti piace e ti diverte maggiormente? Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Mi piace molto la fase di brainstorming: quando si insegue con il nostro team di lavoro l’idea in grado di sbaragliare la concorrenza, di sorprendere un cliente e -ancora più difficile- anche noi stessi. È un momento ricco di energia, ad altissimo potenziale creativo, nel quale ci metti dentro tutto te stesso: insight inaspettati, riflessioni più o meno profonde, ricordi… e poi tutto ciò che hai visto, letto e sentito fino a un attimo prima di metterti al lavoro.

Lavoro con agende sulle quali annoto pensieri, il computer che uso per scrivere , aggiornarmi e incontrare i miei e scrivanie sempre più di fortuna: dal piano di cottura a induzione (spento) della cucina, al comodino del letto, al tavolino della sala. Un giorno riuscirò a strappare il tavolo principale alla mia compagna: sono fiducioso.

Tu oggi fai parte di Connexia. Una agenzia specializzata nel digitale. Spieghi ai miei lettori cosa si intende per data driven creativity agency?

Di recente abbiamo evoluto il nostro posizionamento in “Creativity in love with data and technology”, più una “non-agenzia” che un’agenzia nel senso più tradizionale del termine. Veniamo ai dati: duando si devono trovare delle idee, da qualche parte bisogna pur cominciare. In Connexia, forse proprio per la vicinanza con Doxa, partiamo dall’estrazione di dati. Questi possono riguardare le abitudini delle persone alle quali ci rivolgiamo, i loro sogni, le aspirazioni, cosa pensano etc. Pensa che abbiamo sviluppato un tool proprietario, il Connexia Audience Tracker, per interrogare una platea rappresentativa della popolazione italiana. I nostri Data Analyst (come suggerisce il nome) analizzano questa mole di dati che danno il via al lavoro degli Strategist: sono loro a impostare la strategia di comunicazione che, una volta validata insieme, diventa un insight dal quale i creativi partono per creare idee, campagne e attività di comunicazione sempre più rilevanti per le persone.

Come nasce l’idea di introdurre un assistente vocale nella pubblicità? Parlaci di Enza, la deficienza artificiale.

Nasce proprio dall’analisi dei dati e dei comportamenti delle persone. I dati ci dicevano che -nei mesi in cui la campagna veniva concepita- l’interesse degli italiani per gli assistenti vocali stava crescendo. Un trend in arrivo direttamente dagli USA che stava sbarcando anche da noi. Ci piaceva quindi portare un po’ dello zeitgeist in comunicazione, ma facendolo in modo inaspettato. Raccontando un’assistente vocale sui generis, Enza: una Alexa un po’ particolare che al posto di dare risposte, fa domande. E, contrariamente alle più blasonate intelligenze artificiali sul mercato, progettate per semplificarci la vita, Enza complica la vita alla famiglia che l’ha adottata con vendette al limite del patetico. Il tutto -guarda caso- a colazione: il focus sul prodotto deve essere sempre al centro, mai perderlo di vista.

Gli assistenti vocali danno una risposta unica ed univoca alle domande delle persone che ne fanno uso. Nel mondo della pubblicità si sta pensando a come entrare in questo flusso? O la cosa non interessa?

Ci sono funzioni personalizzabili e i brand ne hanno fatto e ne fanno uso: le skill. Voglio però raccontarti un esempio particolarmente brillante di qualche anno fa in cui la pubblicità televisiva “duettava” con google home… Burger King pianifica in TV uno spot di 15”: uno spazio troppo breve per raccontare cosa ci fosse dentro a un whopper… ed ecco che entra in scena la creatività. L’attore dello spot in tv chiedeva ad alta voce “Ok Google, what is the Whopper Burger?”, attivando così l’assistente vocale di casa che recitava la definizione di Whopper scritta ad hoc su wikipedia. Il primo esempio al mondo in cui la tv attiva google home: la comunicazione che esce dallo schermo per entrare nelle case e interagire con un altro device. Interessante, trovi?

Cosa ne pensi tu dell’assistenza vocale e dell’intelligenza artificiale? Enza è la tua risposta definitiva?

Di intelligente c’è ancora poco nell’intelligenza artificiale: la strada è ancora lunga. Per adesso è soltanto un mezzo “alternativo” per passare dei comandi: attivare l’aspirapolvere, mettere su un brano o sapere che tempo farà. L’intelligenza artificiale non è poi così intelligente come pensiamo. Enza poi…

A gennaio dicevi che “Diversity and inclusion” sono il nuovo trend della pubblicità nel 2020. Lo sono ancora oggi nell’era post covid? Puoi raccontarci qualcosa di questo trend? Quale è stato il trend precedente?

Diciamo che il covid ha scombinato qualsiasi previsione, trasformando il covid stesso in un trend che sfortunatamente sta tornando in auge. Le marche si sono sforzate di mostrare vicinanza con le persone, generando nuovi spot tv realizzati in pieno lockdown, producendo contenuti di intrattenimento, provando a infondere positività anche con azioni concrete. I brand hanno ritrovato un loro ruolo più sociale mettendo per un attimo da parte il profitto immediato e investendo nella collettività. Un trend che in Connexia abbiamo monitorato con una data application, una vera e propria “mappa della generosità”. …E siamo tornati a parlare di dati: coincidenza?

Il covid ci costringe ad andare alla ricerca di quello che chiamiamo nuova normalità. Come la pubblicità può aiutare aziende e persone in questa ricerca?

La comunicazione può immaginare e suggerire nuovi modelli, può invitare a riequilibrare i consumi, può contribuire alla ricerca di una dimensione più etica, una ennesima “new frugality” nella vita degli individui e delle aziende. Noi, non a caso, siamo da poco diventati una Società Benefit e invitiamo altre aziende a farlo. Perché pensiamo che ognuno di noi possa essere motore di cambiamento della società.

Prospettive future? Si procede a vista? Oppure si ritorna ai piani pre covid?

Nonostante il periodo, non ci fermiamo un attimo. Bisogna continuare a immaginare, a costruire, procedendo con oculatezza lungo un percorso più accidentato del previsto, ma che resta un percorso. E in questo percorso, incontriamo e tocchiamo anche temi decisamente attuali: proprio adesso siamo on air con la nuova saga di Buondì Motta, con un personaggio estremamente attuale… un complottista-negazionista che, non riuscendosi a spiegare la leggerezza e golosità di Buondì, trasforma la colazione in una cospirazione. Ogni spot, nuovo complotto. Una campagna coraggiosa creata sentendo lo zeitgeist e che ha generato conversazione online, alimentato dibattito e per la quale ho personalmente ricevuto minacce e maledizioni. Ma nessuna di questa è andata a segno. Almeno fino ad adesso…

E per finire le ultime 3 domande più leggere.

Consiglia un libro: Quello che non ti dicono, nel senso dell’ultimo libro di Calabresi.

Consiglia un brano musicale o un cd. Sto riscoprendo i classici Disney grazie a Lola, nostra figlia. Visto che abbiamo nominato la new frugality magari potrei suggerire l’ascolto di “Lo stretto indispensabile” da “Il libro della giungla”.

Consiglia un film: Jojo Rabbit. L’abbiamo proiettato su un lenzuolo durante le scorse vacanze. Se non l’hai ancora visto, ti aspetto l’estate prossima in campagna per una seconda visione al Nuovo Cinema Ragana.

Ringraziamenti a Riccardo Catagnano

Ho avuto anch’io il piacere di apprezzare Jojo Rabbit, ma rivedrò molto volentieri il film al Nuovo Cinema Ragana. Dunque accettando questo invito fin da oggi, ringrazio ancora Riccardo per avermi concesso questa intervista e per aver dedicato parte del suo tempo al blog.

Davvero grazie di cuore per tutto!

Intervista a Maria Pia Erice e Maurizio Schifano

Intervistare Maria Pia Erice e Maurizio Schifano è stato un vero piacere.

Come ho detto loro nell’intervista, quando penso a Maria Pia Erice e a Maurizio Schifano mi vengono in mente parole come attivismo, partecipazione, militanza. È quello che questi meravigliosi ragazzi fanno in Sicilia. Dietro molti degli eventi dedicati all’architettura dell’informazione e dell’User Experience, infatti, in Sicilia, ci sono loro due.

Nonostante la Sicilia, come la provincia, sia una sfida continua, Maria Pia e Maurizio non hanno mai rinunciato. E di questo la comunità siciliana deve essere grata. Almeno io lo sono.

Ed è proprio per ringraziarli della loro attività che li ho invitati sul mio blog. Spero che chi legga questo articolo poi abbia la curiosità di andarli a conoscere digitalmente e speriamo presto di poter tornare a viaggiare per andare a trovarli a Trapani nel loro Hype Bang.

Domanda di rito, per cominciare. Come è stato il vostro incontro con la UX?

Maurizio Schifano

Il mio interesse nasce nel periodo universitario. Studiando design del prodotto, cominciavo ad acquisire una visione critica verso un mondo saturo di oggetti che non erano molto utili, soprattutto per la visione che ci trasmettevano i nostri docenti, il mio ruolo come progettista non mi quadrava in quell’ambito, già ero molto attento ad aspetti etici del design.
Erano, poi, gli anni in cui arrivavano i primi smartphone e cominciavo a pormi molte domande sul rapporto tra le persone e la tecnologia. Vedevo le persone più grandi di me avere difficoltà nell’usare i computer e per me era una cosa inconcepibile.
Ho iniziato le mie ricerche e letture dal Bauhaus ad oggi, Maldonato, Bonsipe, Ideo, Nielsen, passando dall’ergonomia fino ad arrivare ai primi blog che mi anno data accesso ad un mondo di conoscenza, in particolare gli articoli di Luca Rosati che ancora oggi guidano il mio lavoro.

Maria Pia Erice

Rendere usabile un prodotto/messaggio significa renderlo accessibile a molti e chi si occupa di comunicazione non può che avere questo tra i suoi obbiettivi: permettere a tutti di comprendere una idea o di accedere alla conoscenza.

Fare comunità in Sicilia è difficilissimo. Come ci riesci/riuscite?

Maurizio

Da sempre viviamo una dimensione fisica/digitale delle comunità, il mio riferimento non è solo la Sicilia, grazie ad internet e ai social riusciamo tenerci in contatto con diverse comunità e realtà in giro per l’Italia.
In Sicilia non aiutano le distanze essendo difficile spostarsi ma ogni anno ci prendiamo dei momenti per summit o convention ritrovando vari amici e colleghi, anche fuori dalla Sicilia.

Maria Pia

Fare comunità è difficile un po’ dappertutto perché aprirsi agli altri significa abbattere muri, superare diffidenze. Le distanze sono sicuramente un problema, soprattutto al Sud, ma il digitale ci aiuta moltissimo.

Cosa pensate ci voglia per dare continuità ad un gruppo/comunità? Ci sono degli elementi che hai individuato? C’è qualcosa che proprio si dovrebbe fare ma da solo non riesci? Ad avere tempo e denaro, cosa ci sarebbe da fare?

Maurizio

Esistono diversi tipi di comunità e le descrive bene Ezio Manzini nel suo libro per che fare (da approfondire). Serve uno scopo, che accomuni gli intenti della comunità. Servono delle regole, per la gestione dei rapporti umani. Servono principi e visioni compatibili per andare nella stessa direzione.
E infine serve cuore, che altri chiamerebbero empatia, per capire gli altri e lavorare insieme.
Lavorare insieme è alla base del nostro metodo e le comunità in tal senso sono la massima espressione ma ci piace essere fluidi e le esperienze che si esauriscono e bene che vengano concluse.

Maria Pia

Ci vuole impegno per lavorare insieme. E bisogna lanciarsi, correre il rischio di lasciarsi “contaminare”. Un rischio bellissimo.

Maurizio. Da ambasciatore di Architecta come vedi la Sicilia?

Maurizio

La Sicilia è una terra di sperimentazione.
Molti colleghi sono andati via, altri stanno tornando trovando una dimensione con il lavoro da remoto.
Personalmente ho scelto di rimanere per continuare a lavorare da qui, molte occasioni me le sono perse ma il giusto equilibrio tra la vita e la professione l’ho trovato qui.

Maria Pia, in Sicilia trovi città intelligenti?

In Sicilia ci sono esperienze intelligenti, gruppi formali e non, tentativi di intelligenza diffusa. Intelligente significa sostenibile, connesso, scalabile, adattabile. No, città di questo tipo non ne vedo. Ma abitanti sì.

Maurizio, sei legato al mondo dell’Open source. Intanto come nasce questo legame/interesse e poi quali sono i punti che legano l’open source al tuo essere UX designer.

Non ricordo bene come ci sono arrivato, sicuramente una attitudine a capire le cose, ho sempre smanettato.
Oggi è più una visione politica, anche se molte sperimentazioni di quel mondo si stanno trasformando in altro.
Da UX Designer mi piace molto rendere le persone capaci di svolgere un compito che assolva ai loro bisogni.
Ci sono molte analogie con il mondo open in tal senso, si creano insieme strumenti condivisi che aiutano tutti e spesso il risultato non è lo strumento in se ma la relazione e l’impatto che si è generato.

Maria Pia, da lingue a grafica user designer, come descriveresti il tuo percorso?

Stranamente comprensibile. Ho studiato letterature straniere e cos’è la letteratura con i suoi stili, i suoi registri, le sue diverse forse, se non una organizzazione di informazioni al servizio di un utente/lettore?

Da quando ci siamo conosciuti ho visto che vi siete sempre cimentati nella creazione e conduzione di workshop. Cosa vi piace di questa attività e perché?

Maurizio

Un vocazione nel trasmettere la conoscenza.
E un processo di simbiosi che tra noi e gli studenti ci stimola a mettere in discussione i nostri metodi e sposta la linea delle sperimentazione in avanti.
È iniziato tutto all’università, lavorando con gli studenti.
Ho sempre cercato si trasmettere la curiosità e la passione per il design

Maria Pia

Vivere senza condividere esperienze e conoscenze è da egoisti.

Insieme avete iniziato questa avventura che si chiama HypeBang. Come nasce e come procede?

Maria Pia Erice e Maurizio Schifano

HypeBang è lo spazio dove si concretizzano piccoli e più grandi progetti, dove costruiamo strategie che migliorano l’esperienza di utenti finali e di aziende/organizzazioni. Ci piace costruire processi e raccontare ogni fase a chi decide di sceglierci. Insomma, sempre la condivisione al centro.

Quando penso a voi due mi vengono in mente parole come attivismo, partecipazione, militanza. Vi riconoscete, in queste parole? E dove trovate le energie?

Maria Pia

Sono tutte parole che raccontano un certo dinamismo civile. Don Milani diceva “A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca”. Ecco, meno mani in tasca, più vivacità umana.

Progetti e idee del presente futuro?

Maurizio e Maria Pia

Continuare a lavorare immersi nelle città e nei quartieri riuscendo a mescolare il fisico e il digitale.

E per finire le ultime 3 domande

Le domande che faccio a tutti.

Consiglia un libro

Maurizio

La nazione delle piante” di Stefano Mancuso.

Maria Pia

I Miserabili” di Victor Hugo.

Consiglia un brano musicale o un cd

Maurizio

The devil’s Walk” di Apparat.

Maria Pia

“Creep” dei Radiohead.

Consiglia un film

Maurizio

The Straight Story, di David David Lynch.

Maria Pia

Il labirinto del Fauno, di Guillermo del Toro.

Grazie a Maria Pia Erice e Maurizio Schifano

Ringrazio Maria Pia e Maurizio per questa loro intervista. Grazie anche per la loro attività di ambasciatori della disciplina, per la loro attività di volontariato per Architecta, come per tutte le altre comunità locali.

Grazie, grazie di vero cuore!

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Tutti connessi – Sempre raggiungibili

Siamo tutti connessi. Non basta.

Dobbiamo essere sempre raggiungibili.

La connessione non è più solo un diritto,

è un dovere, come fosse legge.

Se non si risponde subito al telefono si viene cancellati dalla realtà.

Se guidi, se preferisci la mail per delle relazioni con degli sconosciuti,

se hai i tuoi tempi di detox settimanali,

non fai parte della comunità.

Insieme ma soli

Questa estate ho letto i libri di Sherry Turkle e sul blog riprenderò spunti e riflessioni che sono scaturiti dalla lettura. Chi mi segue sa che sono favorevole alla connessione, tratto gli assistenti vocali dando ampia fiducia a questa tecnologia.

Ma come ho sempre ripetuto, l’uso di uno strumento richiede una sana consapevolezza per non essere usati.

E la consapevolezza nasce anche dall’ascolto di pareri preoccupati. Tra questi penso ci sia Sherry Turkle, con il suo libro, Insieme ma soli. Un titolo molto esplicativo e che mi pare ponga un problema vero della nostra contemporaneità.

Condivido dunque con voi alcune parti del libro, parafrasando quanto scritto dalla psicologa docente di Sociologia della scienza e della tecnologia del MIT di Boston. Ovviamente invitando alla lettura diretta di tutto il libro. “Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri.”

Alla gente piace restare connessi

Alla gente piace la connessione. Essere connessi significa, per molte persone, sentirsi vicini.

La rivoluzione culturale dei dispositivi mobili ha cambiato il mondo, il lavoro, l’istruzione, il sapere nelle sue declinazioni, le relazioni. I dispositivi mobili connessi ad internet hanno cambiato il modo in cui ci corteggiamo e viaggiamo. Il mobile ha quasi del tutto eliminato la noia. Durante gli spostamenti, o nelle sale di attesa, non ci si annoia più come una volta, quando la noia si ammazzava parlando con gli altri.

La connettività trasforma qualunque luogo, foss’anche il più isolato del mondo civilizzato; la connessione trasforma quel luogo in un centro di apprendimento e/o di attività economica.

Sempre connessi

Sherry Turkle afferma

La connettività offre nuove possibilità di sperimentazione della nostra identità, dona la sensazione di avere accesso ad una zona franca in cui gli adolescenti fanno quello che hanno bisogno di fare: innamorarsi e disinnamorarsi di persone e idee. la vita reale non sempre fornisce questo genere di spazio, internet si.

Le persone, sono tutte vicine, ad un tasto di distanza.

Oggi la connessione non dipende dalla distanza che ci separa gli uni dagli altri, ma dal fatto che si disponga o meno di una tecnologia per le comunicazioni.

E questa tecnologia non può mancare all’interno del proprio gruppo sociale.

Stare da soli comincia a sembrare una precondizione allo stare insieme, perché è più facile comunicare se ci si può concentrare, senza interruzioni, sul nostro schermo.

In questo nuovo regime, una stazione ferroviaria, un aeroporto, un bar o un parco non sono più un luogo pubblico, ma un luogo di incontro sociale: la gente si riunisce ma ha smesso di parlare.

Zona macchina e Solitudini

Sempre più spesso, la solitudine è vista ed è vissuta come un momento di disagio. Se non siamo in continua attività nel mondo reale, così, come un cane che si morde la coda, preferiamo rivolgerci ai nostri dispositivi anziché alla nostra interiorità.

I dispositivi mobili connessi alla rete internet ci tengono all’interno della cosiddetta “zona macchina”. L’antropologa Natasha Dow Schull ha descritto la “zona macchina” come uno stato mentale in cui l’individuo non sa più dove comincia la persona e dove finisce la sua condizione. Anche se a dire il vero l’espressione nasce per descrivere la relazione dei giocatori d’azzardo con le slote machine. Relazione che ormai abbiamo un po’ tutti se stiamo tutto il giorno davanti ad uno schermo o teniamo in mano un dispositivo mobile.

Zona Fecebook

Alexis Madrigal allarga questo concetto alle piattaforme sociali e parla di “zona Facebook”, come di una versione morbida della “zona macchina”. Le piattaforme ci invitano ad entrare in un flusso dove ci viene chiesto di usare un po’ del nostro cervello, ma senza un grosso sforzo da parte nostra. Ogni azione è alla nostra portata, non ci stanca, ci mantiene attenti ma senza fatica intellettuale.

In questo stato mentale non esiste alcuna crescita. Ma si può vivere uno stato di coercizione. Uscire dalla piattaforma, infatti, può diventare una sofferenza.

Secondo alcuni studiosi addirittura la permanenza in questo stato mentale serve sempre più ad allontanare attività che richiedono una attività più impegnativa da parte nostra nella vita reale. Meglio continuare a guardare video ripetuti all’infinito piuttosto che leggere un libro, andare a lavare lo scooter, finire i compiti di scuola.

La navigazione come forma di solitudine

Se oggi pensiamo ad un momento di solitudine questo è strettamente legato alla compagnia del nostro dispositivo mobile. Per navigare online abbiamo bisogno di solitudine.

Lo smartphone è un meccanismo di sicurezza. Riflettere su noi stessi, sulle nsotre esperienze richiede uno sforzo emotivo a cui ci stiamo disabituando. Il flusso di pensiero di un millennial o della Generazione Z è completamente diverso dal flusso di pensiero dei nostri nonni, alla loro stessa età.

Non era questo il sogno

Il sogno dei primi scienziati informatici, così come degli sviluppatori di bot, non era esattamente questo. Il sogno era quello di creare delle macchine capaci di svolgere il lavoro veloce e di routine, in modo che le persone avessero avuto il tempo di svolgere il lavoro lento e creativo. Le macchine dovrebbero essere un supporto per lasciarci più tempo. I chatbot dovrebbero rispondere a domande semplici per permettere agli operatori di rispondere alle domande complesse.

Così come la lavatrice ha permesso a milioni di donne di avere il tempo di leggere per se stesse e per i loro figli, così smartphone, bot e intelligenza artificiale dovrebbe permetterci di essere innovativi e creativi. Ma l’innovazione, come la creatività, non arriva da una vita frenetica e stressante, ma da ritmi lenti e a misura d’uomo.

Non dovremmo inseguire la tecnologia. Dovremmo semplicemente usarla.

Conversazioni con gli sconosciuti

Da qualche anno a questa parte quante conversazioni avete avuto con degli sconosciuti, in momenti di attesa?

In treno, per esempio, almeno durante il periodo pre covid, avete avuto conversazioni con altri passeggeri, per ammazzare il tempo? E vi è mai capitato di ascoltare qualche conversazione di altre persone al telefono? Ed è mai successo che la persona parlasse al telefono come se fosse solo?

Immagino che almeno a quest’ultima domanda avrete risposto positivamente. Perché avviene questo? Sherry Turkle risponde.

Quando qualcuno ha una conversazione al telefono in un luogo pubblico, il suo senso di riservatezza si basa sulla presunzione che chi lo circonda lo tratterà non solo come il perfetto sconosciuto quale è, ma come se proprio non ci fosse.

Le persone al telefono trattano gli altri come se non ci fossero. O a vederla dal lato opposto: sono le persone al telefono che si considerano assenti.

Perdere la connessione fisica

Sherry Turkle afferma che questo significa perdere la propria connessione fisica. E che sempre più preferiamo la connessione virtuale; connessione che ci suggerisce di poter creare la nostra pagina, il nostro posticino, dove tutto è familiare.

Oggi il nostro sogno meccanico è di non essere mai soli.

Sherry Turkle parla di un nuovo stato del sé, l’itself, ed ha il timore che la vita connessa ci incoraggi a trattare coloro che incontriamo online un po’ come trattiamo gli oggetti, ovvero in modo sbrigativo. Non lo facciamo per male o per cattiveria, ma in modo spontaneo. Siamo assediati, ogni giorno, da migliaia di mail, sms, messaggi e notifiche, più di quante ne riusciamo a gestire.

Lo stesso accade quando si scrive un post sui social, su Facebook, come su Twitter o su altre piattaforme sociali. Noi trattiamo gli individui, persino i nostri amici più veri, come un insieme. Gli amici, che si conoscano nella realtà o solo virtualmente, diventano dei fan.

Connessione con assistenti vocali e bot

In questa perdita di connessione fisica, conquistiamo un’idea di realtà diversa, una percezione della realtà completamente diversa rispetto al passato.

Se le persone, gli amici e i conoscenti diventano, sostenitori, ammiratori, tifosi, nella sostanza perdono il loro stato di persone. Diventano molto simili ad oggetti parlanti.

Dall’altro lato, in questa smaterializzazione e spersonificazione degli individui, acquistano una parvenza di umanità i bot e gli assistenti vocali. E gli oggetti parlanti, quelli che definiamo smart speaker, si avvicinano molto alla parvenza di persone.

Online inventiamo dei modi di stare con le persone che le trasformano in qualcosa di simile a degli oggetti.

E qui c’è un piccolo problema

Il sé che tratta una persona come una cosa rischia di vedersi nello stesso modo. È importante ricordare che quando consideriamo dei bot vivi abbastanza per noi, diamo loro una promozione. Se in rete ci si sente solo vivi abbastanza da essere macchine massimalizzatrici di email e messaggi allora si è stati retrocessi.

Connessi le relazioni cambiano

Le relazioni umane stanno cambiando. E leggendo Sherry Turkle, come altri autori critici verso le tecnologie, sembrerebbe che si auspichi un ritorno al passato. Come se il tempo analogico fosse stato privo di pericoli.

Ma è solo colpa della tecnologia e delle piattaforme che hanno tradito le promesse iniziali?

Non metto in dubbio che la relazione con il nostro smartphone stia diventando, per molte persone, patologico. La nostra “zona macchina” o “zona Facebook” coinvolge tutti, consapevoli e meno consapevoli. Il trattare gli amici come pubblico e fan è un fatto reale.

Un mondo connesso e complesso

Ma vorrei sottolineare la complessità di questo mondo e non vorrei che queste disfunzioni che possono sfociare nel patologico siano considerate pandemiche.

Perché se vero che questa relazione con i dispositivi mobili connessi è diffusa è anche vero che coinvolge una parte del mondo e non la sua interezza; riguarda persone che fanno parte di un dato ceto sociale, che svolgono un lavoro di un certo livello e che hanno determinate capacità economiche. Se è vero che alcuni dirigenti hanno bisogno di periodi forzati di detox, di disintossicazione dall’essere sempre raggiungibili, è pure vero che il non avere tempo da dedicare alla sostanza della Vita è considerato figo, cool, nella realtà.

Ritornerò, ritorneremo sul tema perché interessante. Ma c’è ancora chi vive in un mondo analogico, disconnesso, privo di internet. Non penso che questo mondo, che non ha accesso ad internet, sia migliore o che la disconnessione sia auspicabile.

Ripeto, viviamo in un mondo complesso. C’è una parte della società ricca che sta perdendo il contatto con la realtà? Ci sono famiglie che non parlano più? Forse bisogna recuperare spazi di intimità veri; forse è necessario ritornare all’ascolto reciproco.

E allora è necessario divulgare cultura digitale, analizzare i pericoli ed osservare i cambiamenti. A mio parere abbiamo la necessità e il bisogno di acquisire consapevolezza per usare gli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione. E restare umani, connessi con noi stessi e con gli altri essere umani.

Progettare esperienze di valore per utenti e aziende

Il sottotitolo Progettare esperienze di valore per utenti e aziende, racconta in estrema sintesi l’ultimo libro di Debora Bottà User EXperience Design.

Debora Botta User Experience Design

Se frequenti gli eventi dedicati all’architettura dell’informazione e dell’user experience design non puoi non conoscere Debora Bottà.

Ho conosciuto personalmente Debora al Summit di Architecta appunto, qualche anno fa.

Lei stessa, sul suo sito scrive

Mi piace tantissimo partecipare a eventi e organizzare workshop perché sono una grande opportunità per fare ordine e mettere nero su bianco i pensieri, fare ricerca per colmare vuoti e arricchire la conoscenza.

Intervista a Debora Bottà

Qui di seguito un po’ di domande che le ho rivolto in occasione della pubblicazione del suo libro.

Debora, racconti come sei venuta a contatto con l’user experience?

Ho scoperto internet e il digitale durante l’università ed è stato amore al primo click!

Ho iniziato con tanta curiosità passando molte notti insonni a navigare online e creare siti web amatoriali. Mi sono trasformata da autodidatta a professionista del web nel 2001 seguendo il mio cuore e accantonando il cammino tracciato dagli studi accademici. L’amore per la progettazione lo devo al libro “Web usability” di Jackob Nielsen che mi ha aperto la strada a voler sapere sempre di più su quello che mi piace definire il lato umano del digitale. Leggere molto, andare a conferenze e frequentare lo UX Bookclub di Milano mi hanno aiutato e mi aiutano ancora oggi a crescere e alimentare questa passione.

Come racconti agli amici, se te lo chiedono, il tuo lavoro?

Hai presente quando utilizzi lo smartphone, il computer o anche un servizio e ti senti confuso, stupido o peggio ancora molto arrabbiato? Il mio lavoro è evitare che questo accada e, al contrario, far in modo che l’utilizzo sia semplice, intuitivo e persino piacevole.

I clienti da me si aspettano che crei prodotti e servizi utili e significativi, cioè in grado di semplificare e migliorare la vita delle persone che li utilizzeranno, perché con la soddisfazione dei loro utenti le aziende potranno realizzare gli obiettivi aziendali.

Qual è la tua “giornata tipo” professionale?

La mia giornata inizia sui mezzi di trasporto verso Milano: è un momento prezioso per me per iniziare la giornata con calma, controllare la posta elettronica, leggere o scrivere. Arrivata nello studio due chiacchiere e un buon caffè mi aiutano a partire con grinta.

La giornata tipo si svolge in ufficio dove ci si raduna davanti a lavagne o attorno a tavoli con fogli e post-it e si collabora alla creazione di idee e soluzioni. Il lavoro è sempre di gruppo e le fasi di divergenza di pensiero si alternano a quelle di convergenza. Il confronto costante e quotidiano e le revisioni con i colleghi sono la linfa vitale che fa progredire il progetto per arrivare ai test con gli utenti.

Quale parte del tuo lavoro preferisci?

Progettare e dirigere workshop perché riuscire a facilitare la condivisione, la collaborazione e la co-progettazione tra soggetti che magari fino a quel momento non si erano mai parlati o confrontati dà significato al mio ruolo di designer: mettere sempre le persone al centro – clienti, utenti o colleghi – e guidarle verso soluzioni condivise e di valore con modalità e tempi per loro inaspettati riaccende ogni volta l’amore per il mio lavoro.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Carta, matita e pennarelli colorati non mancano mai: trasformare visivamente qualsiasi pensiero mi aiuta a vederlo in modo diverso e anche a condividerlo al meglio con gli altri. Un taccuino per gli appunti, fogli sparsi, post-it colorati o lavagne scrivibili sono i supporti attraverso cui condividere idee e dove le soluzioni prendono forma.

È uscito il tuo nuovo libro “una guida pratica sullo UX design”. Da quale desiderio nasce e cosa ci troviamo dentro?

Nasce dal desiderio di divulgare il più possibile lo UX design nel nostro paese e dal fatto che una guida in italiano non era ancora presente: noi designer siamo abituati a leggere quasi tutti i testi di riferimento in inglese che, essendo per addetti ai lavori, danno per scontati diversi concetti. Volevo un libro per tutti, per chi parte da zero e per gli esperti, per il designer e lo specialista di marketing, l’imprenditore di una grande azienda e il fondatore di startup.

Per questo è stata una bella sfida ed è un libro abbastanza corposo: troverete un linguaggio semplice e pochi termini inglesi, molti esempi e tanta pratica. Inizia dall’aiutare a comprendere il design come risorsa strategica, si focalizza e racconta capitolo dopo capitolo i passaggi di un processo di lavoro che metta sempre le persone al centro e, infine, rivolge uno sguardo più ampio al design approfondendo la sua applicazione in contesti come quello dei servizi, dell’engagement, della digital transformation e dell’intelligenza artificiale.

C’è chi mi ha detto che avrei potuto scrivere tre libri invece di uno solo, ma lo volevo esattamente così: una guida completa di tutte le esperienze e degli studi di oltre 15 anni di carriera per tirare personalmente una riga e prepararmi ad andare oltre.

Ci racconti un capitolo a cui sei particolarmente legata e perché?

Il capitolo 8, “Definizione di una strategia di UX design” che chiude la fase di comprensione e su cui si avvia quella di creazione di un progetto. Durante la fase di comprensione si individuano obiettivi aziendali con i clienti, si analizza la concorrenza e si effettua la ricerca con gli utenti: ma a cosa servono queste attività, quale apporto danno al progetto?

È una delle domande che clienti e colleghi mi hanno rivolto più spesso nel corso della mia carriera e a cui questo capitolo cerca di dare risposta: mixare tutti gli ingredienti raccolti come i benefici da offrire agli utenti, i bisogni da soddisfare e le opportunità del mercato da cogliere, consente di individuare la proposta di valore su cui avviare la creazione di idee e soluzioni in grado di migliorare realmente la vita delle persone.

Lo strumento di costruzione di una UX strategy è disponibile e scaricabile gratuitamente insieme ad altri dal sito di supporto al testo www.uxlab.it.

Scrivi “Tra i miei superpoteri ci sono quelli della condivisione e della collaborazione: li ho allenati per 13 anni sui campi da basket e continuo a farlo dentro e fuori dal mio lavoro.” Qualche consiglio su condivisione e collaborazione?

Essere generosi: donare il proprio sapere e la propria esperienza, cioè “dare ad altri liberamente e senza compenso, cosa utile o gradita” (fonte: Treccani.it). Donare non è solo gratificante ma credo sia l’unico modo per arricchirci e contaminarci di nuovi punti di vista che ci fanno crescere.
E nell’essere generosi continuare a essere umili: abbiamo sempre qualcosa da imparare e nessuno di noi possiede verità assolute, è fondamentale avere mente aperta e spirito empatico con ogni persona e in ogni situazione.

Tu giri molto, partecipi ad eventi, e sei speaker di conferenze; come vedi, dal tuo punto di vista, la comunità italiana degli user experience designer?

Sinceramente vedo un po’ di frammentazione che credo affondi le sue radici in una predisposizione alla socializzazione che è sempre più competitiva che collaborativa. Non succede solo nella nostra comunità di designer ma in qualsiasi ambiente associativo: ci saranno sempre forze disgregative contrapposte a quelle costruttive.

Servono quindi persone integre che valorizzino e sostengano la collaborazione come forza in grado di alimentare la diffusione e l’evoluzione della disciplina. Come gli utenti ci donano parte delle loro vite durante le attività di ricerca compiendo un atto di fiducia nei nostri confronti nella speranza di aiutarci a costruire qualcosa di migliore, lo stesso dovremmo fare noi condividendo il nostro sapere con colleghi e professionisti.

C’è qualcosa che pensi ciascuno di noi dovrebbe fare?

Manca la generosità che ho citato prima: ci sono designer che parlano solo per nutrire il proprio ego, ci sono quelli che lo fanno stando in piedi su una cattedra e quelli che lo fanno solo se sono certi di avere qualcosa in cambio.

La condivisione della propria esperienza in maniera aperta, sincera e incondizionata è un dono prezioso che si può e si deve fare alla comunità se la si vuole coltivare e mantenere viva: nessuno vi ruberà qualcosa ma anzi, ve lo restituirà arricchito dalla sua esperienza personale. Una comunità rimane viva se ci sono delle parti attive che credono in questi valori e siano esempi da seguire.

E per finire le ultime 3 domande più leggere.
Consiglia un libro

Uno solo? Questa per me è la domanda più difficile di tutta l’intervista! 🙂
Quindi scelgo i 6 romanzi del Ciclo di Dune di Frank Herbert fonte di ispirazione per tutto l’immaginario fantascientifico successivo e dimostrazione di come la nostra creatività ha i limiti che noi le imponiamo.

Consiglia un brano musicale o un cd

L’album “Wasting light” dei Foo Fighters che oltre a trasmettermi energia quando ne ho bisogno mi ricorda che non sempre la soluzione più efficace è quella che impiega gli ultimi ritrovati tecnologici perché bisogna partire da quello che si vuole ottenere: così per portare nell’album le atmosfere del passato lo registrarono in un garage con apparecchiature analogiche.

Consiglia un film

Cloud Atlas” per non dimenticare che passato, presente e futuro sono legati indissolubilmente.

Grazie

Ringrazio Debora per la sua disponibilità a rispondere alle mie domande in maniera così spontanea e generosa.

Comandi Alexa in italiano – Le novità

I Comandi Alexa in italiano

vengono implementati periodicamente.

Amazon ha aperto una pagina apposita

e invia, a tutti coloro che hanno effettuato l’acquisto,

una mail con tutte le novità di Alexa.

Insomma, ci insegnano e ci educano

a come rivolgerci al nostro smart speaker.

Si tratta di una guida ai comandi vocali.

Ma io lo considero un vero e proprio corso di formazione

lento e inesorabile che seguirò e riproporrò su questo blog di volta in volta.

Avevo già scritto a riguardo i 50 comandi da chiedere ad Alexa.

Ma adesso sono in italiano.

Acquista Amazon Echo (3ª generazione) – Altoparlante intelligente con Alexa – Tessuto blu-grigio.

Alexa! Buongiorno.

Amazon per esempio sostiene che

Le mie mattine non sono mai uguali.
Basta dire, “Alexa, buongiorno”.

Con questo comando Alexa ti informa di cosa accade in quel giorno, tipo partite importanti o curiosità del momento.

Cose da provare

Premettendo sempre la parola di accensione Alexa puoi chiedere.

“che cos’è una Skill?”
“qual è la circonferenza di Marte?”
“dammi un Easter egg.”
Scopri i divertenti contenuti nascosti di Alexa per aggiungere un elemento di sorpresa alla tua giornata.
“apri Virgin Radio.”
“raccontami una barzelletta.”
“metti l’ultimo brano di Katy Perry su Amazon Music.”

Il brano, per esempio, è in esclusiva su Amazon Music.

“dove posso vedere la Juve?”
“qual è il tuo libro preferito?”
“metti canzoni di Andrea Bocelli.”

Oppure chiedi. “Alexa, canta”. E con la sua voce e senza musica si improvvisa cantante.

Ti presentiamo Echo Studio – Altoparlante intelligente con audio Hi-Fi e Alexa di Amazon.

Cose da chiedere ad Alexa

“Alexa,

a cosa stai pensando?”
metti musica per dormire.”
alza il volume.”

com’è il meteo nel weekend?”
apri RDS.”
fammi un indovinello.”

“Alexa, chi è il capocannoniere della Champions League?”
qual è la tua musica preferita?”
a che ora tramonta il sole?”

“Alexa, ti bastan poche briciole.”
fai il rumore della foresta notturna.”
chi è il sindaco di Parma?”

Metti Alexa in ogni stanza Echo Dot (3ª generazione) – Altoparlante intelligente con integrazione Alexa – Tessuto antracite.

Elenco comandi Alexa

“Alexa, buonasera.”
cos’è successo il 7 dicembre?”
apri Campane tibetane.”
cosa posso chiederti?”
hai un albero di Natale?”

“Alexa, apri Radio 105.”
è bello il film Bohemian Rhapsody?”
riproduci musica di Natale.”
qual è il tuo dolce preferito?”
apri Parola Magica.”

“Alexa, quanti anni ha l’universo?”
che animale è Balto?”
quanti giorni mancano a Capodanno?”

Genere musicale: “Alexa, metti musica rock.”
Scelta: “Alexa, testa o croce?”

Ricerca locale

“Alexa, qual è la pizzeria più vicina?”
Per ricevere risultati locali, indica la posizione del tuo dispositivo nell’App Alexa.

  • seleziona l’icona Dispositivi nell’angolo in basso a destra,
  • Echo & Alexa,
  • scegli il tuo dispositivo Echo
  • inserisci il tuo indirizzo in Posizione.

Comando sveglia Amazon Echo

“Alexa, metti una sveglia per le 7:00 del mattino.”
Per gestire le sveglie è necessario andare sull’App Alexa e seleziona una sveglia dal menu Promemoria e sveglia.

Per creare o modificare una sveglia nell’App Alexa:

  • scheda menu, seleziona Promemoria e sveglie.
  • Scegli il tuo dispositivo dal menu a discesa.
  • Seleziona la scheda Sveglie.
  • Seleziona Aggiungi sveglia per creare una sveglia.

Per modificare una sveglia esistente, torna alla scheda Sveglia e seleziona quella esistente.
Sui dispositivi Echo compatibili, puoi dire “Mostra le mie sveglie” per visualizzare un elenco. Quando suona la sveglia, puoi eseguire anche le seguenti azioni:

  • Per eliminarla, trascina il dito verso sinistra su una sveglia.
  • Per ignorarla, trascina il dito verso l’alto su Ignora.

Ma puoi anche chiedere “Alexa, svegliami con della musica classica.” Svegliati con la tua musica preferita da Amazon Music, Spotify o TuneIn.

Promemoria

“Alexa, ricordami di comprare carta da regalo.”

Per non dimenticare appuntamenti, scadenze o altre occasioni importanti puoi usare i promemoria. Per gestirli + necessario andare sull’App Alexa e selezionare

  • Promemoria e sveglia dal menu.

“Alexa, inizia la mia giornata.”

Routine

Ci sono cose che ripeti ogni giorni? Azioni che ripeti oppure che ti piace fare quotidianamente. Sei un abitudinario? C’è qualcosa che ti piace ascoltare ogni giorni? Ecco, Alexa ti da la possibilità di creare una Routine per utilizzare un singolo comando e attivare una serie di azioni automaticamente. Per esempio

  • accendere la luce
  • ascoltare le notizie
  • sapere qual è il tuo prossimo impegno.

Per creare una Routine, si va sempre sull’App Alexa e selezionare Routine dal menu.

Servizio musicale predefinito Amazon

Per scegliere il servizio musicale predefinito tra Amazon Music, Spotify e TuneIn, è necessario andare  sull’App Alexa e selezionare

Impostazioni > Musica.

“Alexa, apri Suoni Rilassanti.”
Una delle skill di Alexa è Suoni Rilassanti. Infatti, oltre alla musica è possibile richiedere dei suoni come la pioggia o le onde del mare, o il suono di un ruscello. In questo modo si può ricreare un’ atmosfera personalizzata. Amazon dice per rilassarsi, dormire o studiare meglio.

“Alexa, prossima canzone.”
“Alexa, recita una poesia.”

Amazon Music

“Alexa, metti la playlist Best of 2018 su Amazon Music.”

Così come puoi chiedere durante l’esecuzione di che canzone si tratta. Fosse mai che non conoscessi le canzoni che la playlist ti propone. La pronuncia inglese purtroppo non è delle migliori e non sempre si capisce il titolo della canzone.  Oppure puoi chiedere i dettagli della canzone.

Notizie e Notiziari Alexa

Alexa fornisce un sommario delle notizie più importanti del giorno. In automatico ti rinvia al TG di Sky TG24. Però è anche possibile scegliere le emittenti preferite e personalizzare il Sommario quotidiano.

  • Apri l’App Alexa
  • seleziona Impostazioni
  • > Sommario quotidiano

Però è pure possibile leggere le prime pagine o l’editoriale di diversi giornali quotidiani che si sono premuniti di creare delle skill. Interessante ascoltare l’editoriale del giorno del Corriere della Sera.

Meteo Alexa

“Alexa, oggi pioverà?”

Per ricevere le previsioni del tempo locali, si indica la posizione del dispositivo nell’App Alexa. Sul mio è impostata la posizione del mio primo ingresso su Amazon. Questa la procedura

  1. Aprire l’App Alexa
  2. Selezionare l’icona Dispositivi (nell’angolo in basso a destra)
  3. > Echo & Alexa
  4. > scegli il tuo dispositivo Echo
  5. > inserisci il tuo indirizzo in Posizione.

“Alexa, che rumore fa l’oceano?”
“Alexa, qual è la capitale del Cile?”

Giocare con Amazon Alexa

“Alexa, apri Vero o Falso.”

Filastrocche per bambini

“Alexa, apri Filastrocche della Buonanotte.” Per ascoltare 20 brevi racconti per bambini, bisogna consentire l’accesso alle Skill per bambini.

  • Apri l’App Alexa
  • seleziona Impostazioni
  • > Account Alexa
  • > Skill per bambini.

Il gioco delle tabelline

Alexa, apri il gioco delle tabelline.

Con Alexa le tabelline diventano un gioco! Consenti l’accesso alle Skill per bambini per iniziare a giocare. Per farlo, apri l’App Alexa e seleziona Impostazioni > Account Alexa > Skill per bambini.

Clem Quiz

Clem Quiz è un vero e proprio quiz della Clementoni. Puoi giocare da solo, contro Alexa, o in due. Dai primi tentativi però pare che ci sia qualche problema. Perché sebbene sia divertente alcune risposte non sono comprese. E quindi si interrompe il divertimento. Comunque da provare, certamente da implementare da parte di Amazon.

“Alexa, apri Clem Quiz.”

Per usare questa Skill, devi consentire l’accesso alle Skill per bambini. Per farlo,

  1. apri l’App Alexa e seleziona
  2. impostazioni
  3. > Account Alexa
  4. > Skill per bambini.

Interessante che la Clementoni ci tenga a dire, sulla pagina della privacy, che non raccoglie dati.

Quiz di Frisbee

“Alexa, apri I Quiz di Frisbee.”

Testa la tua conoscenza sui cartoni animati di Frisbee. Consenti l’accesso alle Skill per bambini per iniziare il quiz.

  • apri l’App Alexa
  • seleziona Impostazioni,
  • Account Alexa
    • Skill per bambini.

Comando luci Amazon Alexa Echo

“Alexa, accendi la luce.”
Il prossimo passo per la domotica è connettere Alexa ai dispositivi per Casa Intelligente compatibili, come luci e prese.

Se possiedi un dispositivo Echo Plus, ti basterà dire “Alexa, scopri i miei dispositivi” per connetterli ad Alexa. Altrimenti hai bisogno di un hub compatibile con Alexa e i tuoi dispositivi, ossia serve un ponte wifi che colleghi l’Amazon Dot o Amazon Echo ai dispositivi intelligenti della casa, come lampadine, termostati, etc.

Amazon Prime

Dov’é il mio ordine?

Se sei cliente Prime, puoi chiedere ad Alexa di dirti per quando è prevista la consegna del tuo ordine Amazon, anche se non l’hai effettuato usando Alexa.

LE PIÙ RICHIESTE di ottobre

Età di Alexa: “Alexa, quanti anni hai?”
Musica: “Alexa, metti un po’ di musica.”
Programmi TV: “Alexa, cosa c’è stasera in TV?”

Queste tre frasi mi suggeriscono che le persone stiano giocando e provando le capacità di Alexa. Voler sapere la sua età è segnale di un gioco, e nello stesso tempo di umanizzazione dello strumento. La musica invece è il cuore di questo strumento, che almeno inizialmente sarà sempre pensato come una cassa. E infine la buona vecchia TV, che tutti vogliono scalzare e che invece non si riesce. Chissà, staremo a sentire.

Comandi Novità dicembre 2018

Le novità di dicembre sono tutte dedicate alle feste natalizie. del tipo, “Alexa, come si dice ‘buone feste’ in inglese?” Oppure si può augurare un Buon Natale!

E poi c’è sempre la parte musicale: “qual è la tua canzone di Natale preferita?”. Cosa molto utile è farsi suggerire il cenone di Natale. O meglio qualche ricetta per il Natale. Aggiungere alla lista della spesa un panettone, per controllare poi proprio la lista.

Alexa, può riprodurre, chiedendolo musica di Natale per bambini. Oppure Raccontare una storia. O ancora, si può chiedere. Alexa, aiutami a rilassarmi.

Alexa Auto

Con Alexa auto basta chiedere “Alexa, c’è traffico?” Se lo chiedi, Alexa ti chiede la tua posizione, attraverso l’App e poi vuole sapere il percorso. In effetti, trovandoti a casa… difficiel saperlo. Per aggiungere il punto di partenza e la destinazione, vai sull’App Alexa e seleziona

Impostazioni > Traffico dal menu.

Domande varie

“Alexa, pronto sorveglianza?” “apri Capitali del Mondo.” quanto è alto il monte Cervino?” “apri Rumore del Ruscello.”

Santo del giorno: “Alexa, che Santo è oggi?”
Affetto: “Alexa, ti voglio bene.”
Preferenza: Alexa, qual è il tuo colore preferito?”

Comandi Novità novembre 2018

Alexa!
Dimmi un colmo.
Apri Radio Italia.
Mi dici una curiosità sul cibo?
Metti l’ultimo album di Marco Mengoni.
Chi è stato il primo Presidente della Repubblica Italiana?
Com’è finito il campionato di Formula 1?
Racconta una fiaba.
Fai il rumore del temporale.
Apri Corriere della Sera.
Quanto è il 20% di 59?
Alexa, giochiamo a carta, sasso, forbice.
Quanti anni ha Piero Angela?
Chi ha scritto La Divina Commedia?

Cinema e geolocalizzazione

Che cosa c’è al cinema? Per ricevere risultati locali, indica la posizione del tuo dispositivo nell’App Alexa:

  • Seleziona l’icona Dispositivi nell’angolo in basso a destra
  • Echo & Alexa
  • Scegli il tuo dispositivo Echo
  • Inserisci il tuo indirizzo in Posizione.

Versi di animali: “Alexa, come fa il cane?” 
Popolazione: “Alexa, quante persone ci sono al mondo?”
Chiamata: “Alexa, effettua una chiamata.”

Novità dicembre 2018

Per il periodo natalizio si può chiedere ad Alexa di cantare un grande classico delle canzoni natalizie.
“Alexa, cantami ‘Jingle Bells’”.

Cose nuove da provare

Tenendo presente che il comando di accenzione è sempre Alexa, o computer o altro che decidete, queste sono le novità di dicembre

Qual è il tuo film di Natale preferito?

Cosa significa ossimoro?”

Dimmi l’oroscopo di oggi.. Che è l’oroscopo di Paolo Fox

Fammi un indovinello sul Natale.

Hai cucinato gli arancini per il 13 dicembre?

Fai il rumore del fuoco.

Dove sono le Maldive?

“Alexa, fai Drop In.”

Connettiti ai dispositivi Echo registrandoli sullo stesso account o a quelli dei tuoi contatti (se questi ti hanno concesso l’autorizzazione).

Per esempio, quando la cena è pronta, puoi chiamare il dispositivo Echo del salotto da quello della cucina per comunicare che è pronto in tavola.

Non disturbare

Attiva la modalità Non disturbare quando non desideri ricevere chiamate e messaggi sul tuo dispositivo.

Giochi e sport

Apri Il gioco della bottiglia.

Quanti scudetti ha vinto la Fiorentina?

Con chi passi il Natale?

Alexa, quanti metri sono 10 piedi?

Aggiungi un evento al calendario.

Collega il tuo calendario e chiedi ad Alexa di aggiungere un nuovo evento o dirti cos’hai in programma.

Per iniziare, vai sull’App Alexa e seleziona Impostazioni > Calendari dal menu.

Le più richieste di novembre

Temperatura: “Alexa, quanti gradi ci sono?

Citazione cinematografica: “Alexa, qual è la prima regola del Fight Club?”

Traduzione: “Alexa, come si dice ‘buongiorno’ in giapponese?

Come gli Smartspeaker rivoluzioneranno il mondo con la loro voce

Gli smartspeaker rivoluzioneranno il mondo con la loro voce? E come? Lo rivoluzioneranno per davvero? Oppure, molto più semplicemente, il mondo lo stiamo rivoluzionando noi e gli assistenti vocali ne prenderanno atto? Forse non c’è nulla di rivoluzionario a parlare con una macchina, se poi questo ci fa tornare ad essere umani.

Questo articolo è stato scritto il 23 aprile 2018 e aggiornato il 19 novembre 2018

A tal proposito mi è molto piaciuto, per esempio, l’incipit di un articolo di Antonio Garcia Martinez che dice.

La voce è il medium umano primordiale. I neonati riconoscono la voce della madre nel momento in cui sono nati, avendo sentito una versione soffocata di esso in utero. Nell’ultimo minuto, urliamo o piangiamo per aiuto o gioia.

Anche le nostre comunicazioni più astratte testuali o informatizzate sono inquadrate come “conversazioni”, imitando il tipo di dialogo faccia a faccia – ricco di corpo, sotto testo, calore emotivo e insinuazioni – la cui crescente assenza ha generato un centinaio di sostituti virtuali.

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Conversazioni del passato, conversazioni del presente futuro

Stiamo assistendo ad una rivoluzione unica. Se pensiamo che abbiamo impiegato secoli per imparare a parlare come parliamo adesso, l’italiano di Dante non è il nostro italiano, ogni forma di cambiamento ci appare come un deterioramento. Ma la lingua cambia, si modifica. Lo fa perché quando ci esprimiamo dall’altra parte c’è qualcuno che ci ascolta e reagisce a quello che noi diciamo. Reagisce perché comprende.

Il fatto che a comprendere e a reagire sia un piccolo oggetto meccanico non cambia molto. Perché dietro quell’oggetto ci sono persone che parlano anch’esse. E che anzi, vogliono comprenderci al meglio. Tecnicamente molto complesso, nella pratica continua ad essere una evoluzione naturale.

Lingue eterne

Quando ho studiato linguistica all’università, mi colpì molto il fatto che una lingua muore quando muore il penultimo essere umano che la usa. La lingua non è qualcosa di unidirezionale. Esiste fin quando comunica. Quando l’ultimo uomo parla con se stesso non sta usando la lingua; può pure elencare al vento milioni di parole, inventarne di nuove. Ma dirà solo parole morte di una lingua morta.

Affidare la lingua ad una macchina forse significa affidare una lingua all’eternità. Sebbene un po’ meccanica e non tanto melodica. Anche con questa rivoluzione linguistica dovremo fare i conti.

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Qualche prova interessante

Stiamo tutti facendo le nostre prove con il nuovo Google Assistant. Abbiamo aspettato a lungo questo momento.

Se non le avete ancora letto ci sono due belle prove fatte in casa Robino – Del Buono.

Hanno acquistato un Google Home mini e lo chiamano “il sasso”. E mi piace molto questo termine.

Per quanto in molti sperano che fallisca, per quanto l’user experience non sia ottima, per quanto gli scettici sono numerosi e la diffusione sarà limitata anche nel tempo, l’assistenza vocale entrerà ed entra con prepotenza nelle case. Lo fa e lo farà in modi del tutto nuovi, inaspettati, originali. Fosse solo per curiosità, avremo qualcosa di questo genere in casa.

Per tutti diventerà un oggetto vivo. Più vivo di altri oggetti nonostante più simile ad un sasso. Oggetto che darà vita ad altri oggetti. Una interfaccia di azione unico.

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Smartspeaker rivoluzioneranno il mondo

Antonio Martinez si lancia in una predizione.

Tra touchscreen e voce, il battere a macchina tornerà ad essere l’abilità di un professionista specializzato, limitata a autori molto anziani, programmatori e (forse) antiquari hipsters che faranno il caffè ancora con la moka. Mia figlia di 2 anni non imparerà mai a guidare, invece guiderà la sua auto a guida autonoma.

Si parlerà in una stanza vuota e ti aspetterai che il cloud, insieme alle sue ancelle dell’IA, risponda.

Gli annunci mirati saranno generati dinamicamente, basati su quelle richieste, riempiranno le lacune del  flusso onnipresente di musica, podcast e libri. Forse saranno persino sintetizzati dal momento che le cosiddette pubblicità “host-read” superano le voci umane casuali.

Le tastiere dei computer si uniranno alle macchine da scrivere nei display dei musei storici e quella laringe complicata, unica tra i primati, sarà la prima serie degli assistenti vocali.

Conclusioni

Ora io non so se Martinez abbia ragione. Sapete che le predizioni non mi piacciono. Io non so se questa rivoluzione sia più o meno imminente. Certo è che il corso di questa tecnologia si è avviato e stia aprendo a nuovi mercati in pieno sviluppo. Ma guardando alla Storia, io mi aspetto che, prima o poi, dovremo fare i conti con qualche fermata di arresto. Vedi anche il recente provvedimento del GDPR il regolamento europeo sulla Privacy che obbliga ad un consenso informato e consapevole delle persone.

Sono e saranno inevitabili le resistenze di chi verrà scalzato da questa tecnologia. Ad ogni modo la Legge sarà sempre e comunque in ritardo rispetto alle potenzialità e ai pericoli che sono sottesi ad ogni spinta innovativa.

Dovrà essere chi usa queste tecnologie a farne un uso etico. Per quanto possibile.

Consapevolezza

E, insomma, il problema non è se assistenti vocali e smartspeaker rivoluzioneranno il mondo o meno. Non credo sia possibile fermare il mondo e il suo corso storico. Il problema è aumentare la consapevolezza. Lo ripeterò fino alla nausea. È necessario essere consapevoli del mondo che stiamo vivendo.

C’è da mettersi insieme, fare rete, per questo scopo, per contribuire ad un web migliore. Che significa, poi, nell’era dell’Onlife, un mondo migliore. Dove, con buona pace di tutti, ci saranno schermi e interfacce conversazionali. E semmai il problema sarà quello di restare umani, profondamente umani. Capaci di azioni di valore e condivisione.

Aggiornamento 19 novembre 2018

La rivoluzione è arrivata anche in Italia, nel momento in cui smart speaker come Google Home o l’appena acquistato Amazon Alexa Echo hanno iniziato a parlare italiano.

Ti potrebbe interessare i 50 comandi che puoi dare ad Amazon Alexa oppure i comandi in italiano che Amazon stessa aggiunge periodicamente e che suggerisce ai suoi clienti.

Io ho iniziato a scrivere le mie prime impressioni sul Amazon Echo. Certo, si tratta di un solo dispositivo, la famiglia Echo è molto grande, però sto cercando altre persone che ne possano parlare a tutti.

Stai in ascolto!

Amazon Alexa parla italiano con i suoi smart speakers

Amazon Alexa arriva in Italia! Il 30 ottobre 2018 ha inizio il futuro dell’assistenza vocale in lingua italiana! Credo che sia un momento importante anche per questo blog. Perché ne ho parlato in lungo e in largo, perché dopo 3 anni in cui parlavo in modo teorico degli assistenti vocali, oggi ne posso avere uno smartspeaker reale tra le mani. Insomma, è un momento felice che bisogna festeggiare e ricordare.

Amazon poi arriva con un armamentario di smarspeaker imponente. Non uno ma 4 smarspeaker di ultima generazione, e kit di base per l’internet delle cose.

Amazon alexa italia

Chi segue il blog da più tempo sa che mi occupo di Amazon Alexa da un paio di anni. Me ne sono occupato perché l’impatto che ha già avuto negli Stati Uniti è notevole. Amazon è un ecosistema digitale importante, la sua architettura dell’informazione è presa ad esempio da molti User Experience Designer.

Amazon ci ha cambiato in questi ultimi anni. Per esempio, ha scardinato la paura che abbiamo di affidare i dati della nostra carta di credito o prepagata ad un sito internet. Ha colpito duramente le grosse catene di vendita, sta mettendo a dura prova i piccoli negozianti. E’ vero, ma sta anche lavorando al negozio del futuro e per chi vive in provincia da la possibilità di una finestra sul commercio unica.

E, da oggi, da domani, tutto questo sarà possibile farlo anche attraverso la propria voce, con Amazon Alexa Italia. Un progetto, quello di Alexa, nato per gioco e diventato, invece, il progetto di punta dell’innovazione targata Amazon.

Alexa cos’è

Per spiegare cos’è Alexa uso le parole di Amazon.

Amazon Alexa è un utile applicazione che può fornire aggiornamenti su ciò che accade nel mondo, riprodurre le canzoni preferite, a cui fare domande, creare liste ed altro ancora. Amazon Alexa si adatta e impara nel tempo, offrendo un’esperienza personalizzata.

Tiene anche in considerazione le tue preferenze di vocabolario.

Amazon Alexa Italia semplifica la connessione a diversi dispositivi della tua casa con un solo comando per ogni attività.

Smartphone o Smartspeaker?

Tra le altre cose Amazon invita a scaricare Alexa sul proprio telefonino, in modo da potersi connettere con altri che usano la stessa applicazione.

Lo scopo è quello di far entrare più persone all’interno dello stesso ecosistema.

Alexa comando vocale

Su questo blog ho scritto un paio di articoli su cosa chiedere ad Alexa, che tra l’altro sono anche comandi che puoi dare a qualsiasi assistente vocale.

Dice Amazon.

Le principali caratteristiche degne di nota sono:

  • Creare gruppi di luci intelligenti e controllare tutte le luci in una stanza con un solo comando.
  • Chiamare e inviare messaggi ai possessori di dispositivi Amazon Echo e a chiunque altro con l’app Alexa sul proprio telefono o tablet.
  • Adattarlo alle esigenze e preferenze personali.
  • Collegarsi stabilmente con i dispositivi compatibili Alexa per chiamare casa o per far sapere alla propria famiglia che è ora di cena o controllare un parente anziano.
  • Ascoltare la tua musica preferita.
  • Chiedere all’assistente di leggere le ultime notizie o gli aggiornamenti meteo (e altro).
  • Con la musica multi-room, creare gruppi di dispositivi Echo compatibili sulla stessa rete Wi-Fi per riprodurre la musica su tali dispositivi.
  • Con Smart Home, configurare i dispositivi, controllare o controllare lo stato delle luci intelligenti, serrature e termostati a casa e in viaggio.

Amazon echo

Amazon Echo è un altoparlante che puoi controllare con la tua voce, senza dover usare le mani.

Echo si connette all’Alexa Voice Service per riprodurre musica, effettuare chiamate, inviare e ricevere messaggi, cercare informazioni, notizie e risultati sportivi, darti le previsioni del tempo e molto altro. Basta chiedere.

Inoltre, Amazon Echo è un altoparlante progettato sapientemente per riempire qualsiasi stanza con un suono pieno e ricco. Grazie ai sette microfoni di cui è dotato e alla tecnologia di beamforming, è in grado di sentirti da qualsiasi direzione, anche mentre stai ascoltando della musica.

Quando vuoi usare Echo, devi semplicemente pronunciare la parola di attivazione “Alexa” ed Echo si attiverà e risponderà alla tua richiesta.

Amazon Alexa parla italiano. Ma lavora per la CIA?

Il sospetto che Alexa ci ascolti 24 ore su 24 ore è un sospetto che hanno in molti. Alexa come tutti gli altri assistenti vocali. I giornali generalisti mettono sempre il dubbio su questo aspetto. Personalmente non lavoro per Amazon o per Google, per cui non posso mettere la mano sul fuoco. Ma è una paura davvero indotta che, al momento, non ha nessun fondamento.

Le aziende come Google, Amazon, Microsoft, hanno sempre negato qualsiasi possibilità di ascolto al di là delle richieste effettuate. E se un controllo viene effettuato da queste aziende, lo fa già tracciando tutta la nostra navigazione. E se dovessero davvero ascoltare le nostre conversazioni, significa che già lo fanno sui nostri smartphone.

Tutti coloro che lavorano e raccontano questi dispositivi garantiscono all’infinito che l’ascolto da parte del dispositivo si limita al momento in cui si da il comando di accensione “Alexa” “ok Google” “Ehi Siri”. Io ci credo in buona parte perché tradire questa fiducia o affermare questo sospetto significherebbe la fine di questi dispositivi.

Chi, infatti, sopporterebbe di avere una spia in casa?

Come spegnere Amazon Echo

Amazon Alexa si può sempre spegnere.

Controlla la musica con la tua voce

Amazon ha sempre creato dispositivi massicci e ad alte potenzialità. Si veda per esempio il kindle Fire. Un tablet a tutti gli effetti con una potenza davvero incredibile. Amazon infatti non guadagna dai suoi dispositivi, ma da quello che ci fai con i suoi dispositivi. Per cui offre ad un prezzo relativamente contenuti prodotti di alta qualità.

Amazon Echo è dotato di un woofer con cavità downfiring da 63 mm e un tweeter da 16 mm con processore Dolby, per toni cristallini e una risposta dei bassi dinamica in tutta la stanza. Puoi riprodurre la tua musica preferita da Amazon Music, Spotify, TuneIn e da altri servizi musicali.

Con Amazon Music, potrai cercare musica in base all’artista o al periodo, oppure lasciare che Alexa scelga la musica per te. Gli iscritti a Prime possono ascoltare in streaming oltre 2 milioni di brani degli artisti più famosi grazie a Prime Music, senza pubblicità né costi aggiuntivi.

Con Amazon Music Unlimited, avrai accesso a oltre 50 milioni di brani, inclusi quelli più recenti, a soli 3,99€ al mese su un dispositivo Echo. Dopo aver configurato il tuo dispositivo Echo, Amazon Music Unlimited sarà disponibile in prova gratuita per 14 giorni senza dover sottoscrivere un abbonamento; dopodiché, potrai iscriverti e ottenere un periodo di uso gratuito di 30 giorni. Scopri di più.

Amazon Alexa prezzo

Alexa arriva da noi provvista già di 400 diverse skill e non solo a bordo dei dispositivi Echo, ma anche di prodotti terzi provenienti da aziende come Bose, Sonos, Harman Kardon, Jabra, Hama, NETGEAR, Huawei, Sony, Riva, Motorola, TIM e altre.

Le offerte di lancio dal 24 al 30 ottobre sono davvero impareggiabili.

Si parte dai 35,99 euro necessari per Echo Dot passando per i 59,99 di Echo, i 77,99 di Echo Spot e gli 89,99 di Echo Plus. Le consegne avranno inizio il 30 ottobre.

Amazon Alexa tutti i dispositivi disponibili

Echo Dot (3ª generazione) – Altoparlante intelligente di piccole dimensioni.

Amazon Echo (2ª generazione) – Altoparlante intelligente classico.

Amazon Echo Spot – Un altoparlante intelligente dotato del video.

Echo Dot (3ª generazione) + Amazon Smart Plug, compatibile con Alexa

Amazon Echo Spot + EZVIZ ezCube Pro IP Telecamera.

Echo Plus (2ª generazione) + Philips Hue White Lampadinada

Kit per la casa Amazon Alexa

Echo Stereo System – 2 Echo (2ª generazione).

Amazon Echo (2ª generazione) + Philips.

Sonos One, lo Smart Speaker per Ascoltare la Musica

Cuffie Bose QuietComfort 35 II Wireless con Alexa integrata.

Acquisti on-line per Alexa e la Casa intelligente: Dispositivi con Alexa integrata.

Promozione Echo da un’ampia selezione nel negozio Musica Digitale

Guida alle skill di Alexa

Le skills sono le applicazioni vocali di Alexa. Le skill permettono di attivare nuove funzionalità e contenuti che arricchiscono l’esperienza con i dispositivi Echo e con integrazione Alexa. Amazon offre la guida che trovate qui di seguito.

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UX Book Club BARI: un incontro per parlare di architettura dell’informazione sonora

Come saprete, lunedì 12 novembre 2018, sono stato invitato dall’ UX Book Club BARI, per parlare di architettura dell’informazione sonora. Un incontro, organizzato insieme a Sprint Lab e Impact Hub Bari che ci ha ospitato. Per me è stata una esperienza che mi ha trasmesso tante emozioni e mi ha portato a lunghe riflessioni.

Chi continuerà a seguirmi potrà leggere nel 2019.

Comunità

Avere una comunità così attiva nel sud Italia non è facile. Come meridionali, lo dico da siciliano, non riusciamo a fare comunità, a stare insieme, a crescere e confrontarci costruttivamente. Ma soprattutto non riusciamo ad essere costanti. A Bari, invece, Bianca Bronzino (oggi anche Presidente dell’associazione Architecta per il biennio 2019-2020) è riuscita nell’impresa.

Gli incontri a Bari sono continui e periodici, sono il frutto di attivismo ed entusiasmo. Non si può non apprezzare e stimare questo impegno che coinvolge più persone. Bianca, il motore di questa comunità è riuscita a mettere insieme un bel gruppo di persone. Riesce a farle incontrare, riesce a farle sentire comunità.

Architettura dell’informazione sonora

Contesti sonori, assistenza vocale e progettazione.

Ho raccontato il percorso che ho seguito nel tempo su questo blog, sottolineando i vari passaggi che sento di dover sottolineare sempre. Contesto sonoro, consapevolezza, progettazione.

Qualcuno, più che sentir parlare di architettura dell’informazione sonora, si aspettava una qualche parte del mio corso di progettazione chatbot che avevo svolto a Roma e poi a Milano. Mi spiace ma la mia intenzione non era quella di sintetizzare ore e ore di corso.

Forse nella mia esposizione è sembrato che ci fosse poco di pratico e non fruibile nell’immediato. Che bisognava mettere le mani in pasta. Forse, alcuni concetti sono stati troppo concentrati. Ma è sempre difficile accontentare tutti, quando non si conosce il livello di cultura digitale di tutti.

Quello che mi premeva (e spero di essere riuscito nell’impresa) era instillare gocce di riflessione sul tema.

Gli strumenti

La maggior parte delle persone è interessata a conoscere come funzionano gli strumenti. Ne ho parlato con la mia amica Maria Grazia. Al mio ritorno in Sicilia ho raccontato dell’incontro, delle sensazioni e dei feedback che ho ricevuto. Lei fa la maestra di scuola elementare. Ho raccontato della predilezione delle persone per gli strumenti. E lei mi ha confermato questo distacco tra chi fa le cose e chi le pensa (e dunque le progetta). Mi raccontava, per esempio, delle volte in cui lei ha seguito corsi di formazione tenuti da pedagogisti.

Le maestre, che stanno ogni giorno a contatto con i bambini, per certi versi, non riescono sempre ad applicare ciò che la pedagogia insegna. Così come i pedagogisti spesso non comprendono certe dinamiche della classe: i problemi pratici, le mille varianti dello stare a contatto con bambini e genitori.

Eppure, ammetteva sempre Maria Grazia, non esisterebbe insegnamento senza una pedagogia, senza uno studio dei problemi dal punto di vista teoretico, psicologico e didattico. Si può essere delle brave maestre anche senza teoria, ma se si posseggono conoscenze specifiche si può essere più brave. E magari commettere meno errori.

Tra teoria e pratica

Chi fa teoria spesso si dimentica della pratica, è vero. Chi si ritrova spesso proiettato verso il futuro, si distacca dalla quotidianità. Ma solo un pensiero avanzato, solo una ricerca su sentieri sconosciuti permette (ed ha permesso) all’essere umano la sua evoluzione.

Ricordo un brano di un film dove uno scienziato raccontava di un suo folle esperimento. Lo spiegava ad un altro collega. Il collega rispondeva che quell’esperimento non avrebbe portato a nulla.

La risposta dello scienziato fu, “Si. Io l’ho dimostrato!”.

La ricerca e la progettazione, almeno a mio modo di vedere, può pure portare a risultati molto diversi da quelli che ci aspettiamo. Per questo è essenziale che ci sia. Non è mai un nulla di fatto, ma è un qualcosa che indica comunque una strada da seguire o da non seguire.

Etica ed assistenza vocale

Al solito ho fatto il mio riferimento all’Etica. E al solito il consiglio è stato quello di non occuparmene. Al solito io concordo solo in parte. Non sono io, certo, che me ne devo occupare, non sono io il nome autorevole che possa indicare la direzione. Ammesso che si possa essere da soli nell’indicare un qualcosa.

Eppure… Eppure penso che chiunque ha il dovere di porsi domande morali. E guardando al fenomeno degli assistenti vocali se scorgo un punto debole, che non tutto scorre, che qualche dubbio c’è, mi sento in dovere di metterlo in luce. Evitare l’argomento non lo troverei corretto, né tanto meno etico.

Sono disposto a rischiare di dire qualcosa in più, persino di sbagliare, piuttosto che rinunciare alla riflessioni e/o a spingere alla consapevolezza chi mi ascolta o mi legge.

Bari centro e Barivecchia

Non ero mai stato a Bari in vita mia. Quando ho chiesto dove dormire mi è stato consigliato di dormire in centro. Così ho cercato un B&B al centro, vicino al mare ed ho prenotato.

Sono stato molto contento quando ho visto questo documentario della RAI “Eroi di Strada” proprio su Bari.

La terza puntata è ambientata nella grande periferia di Bari: un viaggio per conoscere chi, piccolo o grande eroe, ce l’ha fatta. Da Libertà a San Paolo, attraversando Japigia e Carrassi, fino ad arrivare a Bari vecchia, un tempo sotto il controllo della criminalità organizzata e oggi un centro cittadino e turistico. Racconti di disagio sociale, di degrado, di una criminalità, che è ancora radicata in questi quartieri abbandonati dalle istituzioni e spesso invisibili a molti. Ma anche storie di riscatto di chi in questi luoghi è riuscito a coltivare un talento, a realizzare il suo sogno. Tra i protagonisti della puntata Ermal Meta, Renzo Rubino, Gio Sada e Vladimir Luxuria.

Alcuni romani mi avevano fatto terrorismo. “Barivecchia non è il centro di Bari. Ma è il vecchio borgo dove si riunisce la malavita dei bassifondi della città” mi dicevano.

Eppure quando sono entrato a Barivecchia, sebbene la strada fosse un po’ buia mi è sembrata subito frequentata. Ed infatti, giunto nella piazza principale ho trovato una piazza piena di locali, frequentata da ragazze e ragazzi di ogni età. Non è affatto un luogo malfamato. Anzi. È un luogo molto turistico e molto bello.

Il proprietario del B&B mi conferma le dicerie sul luogo. Ma mi racconta anche che sono 20 anni che le varie amministrazioni ci lavorano. Così come ci lavora la Polizia, l’esercito, le istituzioni. Basta farsi un giro per rendersene conto. La zona è tutta riqualificata nei minimi particolari. I turisti sono ben visti, ovunque stanno nascendo B&B e tra pizzerie e ristoranti la zona è viva.

Barivecchia è bellissima, da visitare, da vedere. Ve la consiglio!

UX Book club Bari

UX Book club Bari

Alla fine, posso dire che l’esperienza barese è stata eccezionale. Ho visitato una città splendida, che non avevo mai visitato. Ho mangiato benissimo, dormito benissimo. Visto luoghi e chiese davvero suggestive.

Infine, ho ricevuto un messaggio vocale che mi ha emozionato tantissimo. Una ragazza del pubblico che ha riflettuto su quanto esposto da me si è resa conto solo dopo dell’immenso mondo che assistenti vocali e chatbot aprono. Opportunità e pericoli. Insomma, ha preso consapevolezza. E questo, almeno chi segue il blog lo sa, non può che ripagarmi di tutte le fatiche, visto che ogni articolo è volto a questa consapevolezza. E quell’incontro questo voleva trasmettere. Attenti la questione riguarda tutti!

Grazie!

Ringrazio ancora la comunità barese e spero di rivederla anche in altre occasioni. Faccio i miei in bocca al lupo a tutti. Che il loro movimento coinvolga altre città e faccia conoscere tutte le meraviglie di uno splendido Sud Italia.

“Intranet Information Architecture” di Giacomo Mason

“Intranet Information Architecture. Progettare l’architettura informativa delle intranet di nuova generazione” è il titolo dell’ultimo libro di Giacomo Mason edito da UXUniversity. La stessa per cui terrò il corso Progettare Chatbot.

Una digressione personale su Giacomo Mason

Prima di parlare del libro vorrei raccontare alcuni aneddoti personali, che in anni non sospetti, mi hanno fatto conoscere Giacomo Mason. Se non interessa, potete saltare a piè pari questo paragrafo e andare alle conclusioni che spiegano il perché reputo il libro uno strumento utile e assolutamente da acquistare.

Ma la digressione la devo fare. Perché devo a Giacomo Mason più di quanto lui stesso possa immaginare.

Giacomo Mason? Ma io lo conosco!?

Non ho mai incontrato Giacomo Mason di persona. Siamo in contatto sui social e la nostra professione ci lega. Forse ci siamo incrociati al WUD Rome 2016, ma non sono sicuro fosse lui. Fatto sta che ne sento parlare da quando mi sono avvicinato all’architettura dell’informazione. Ne ho sempre sentito parlare come un ottimo professionista, come specialista delle intranet ed ogni tanto vado a leggere il suo blog.

L’anno scorso, dopo il mio definitivo trasloco in Sicilia (trasloco composto in buona parte di libri) mi decido ad acquistare una nuova libreria e sistemare quanto raccolto nel decennio precedente.

Mi capita sotto mano uno dei primi libri che ho acquistato a Venezia nel 2008. Lo riprendo in mano con nostalgia. Perché è uno di quei libri che mi ha dato notevoli spunti; che se si fossero realizzati (a quei tempi) sarebbero stati spunti rivoluzionari. E forse la mia storia professionale sarebbe stata diversa.

Leggo il titolo. La nuova comunicazione interna. Reti, metafore, conversazioni, narrazioni”. Autori Paolo Artuso e Giacomo Mason. Aspetta! Chi? Giacomo Mason? Lo stesso Giacomo Mason che ho incontrato professionalmente anni e anni dopo? Si. Proprio lui. Vedi il caso?

Comunicazione interna

Quando iniziai ad occuparmi di Radio, l’allora prorettore alla comunicazione dell’Ateneo veneziano, il professor Umberto Collesei, voleva che mi occupassi delle notizie dell’Ateneo, facendo un lavoro di raccolta. Peccato che il mio direttore del Servizio Comunicazione la pensava in maniera completamente opposta. Ossia il mio direttore pensava che non si poteva andare in giro, bisognava restare seduti, in ufficio, per rispondere in qualsiasi momento al telefono e ricevere da seduti tutte le comunicazioni. L’ufficio non doveva mai restare scoperto.

Da questo incrocio di vedute, nacque la necessità di avere una comunicazione interna adeguata ai tempi che stavano cambiando. Ed il prescelto fui io. Io che venivo da RCS Quotidiani e che avevo visto fare comunicazione interna in modo molto diverso rispetto a quanto non veniva fatto all’università.

Come mio solito, quando mi si affida un compito, iniziai il mio protocollo di formazione continua. Uscii da lavoro ed entrai nella prima libreria che incontrai. Cercai e tra gli scaffali c’era questo libro. Devo ammettere che, allora, non mi interessarono gli autori. Il titolo era talmente eloquente. Sembrava proprio scritto per me. “La nuova comunicazione interna“. Proprio quello che dovevo fare io.

Un modo nuovo di intendere la comunicazione interna

Il libro lasciò una profonda impronta nella mia idea di comunicazione. Ed è per questo che penso di essere stato per moltissimi anni un architetto dell’informazione inconsapevole. Tra l’altro il sottotitolo mi ha accompagnato nella mia formazione professionale, fino ad oggi, tra reti, conversazioni e narrazioni, appunto. Quel libro metteva al centro le persone; i veri protagonisti della comunicazione.

Dentro quel libro trovai tanti spunti. Veniva capovolto, già nel 2008, il punto di vista della comunicazione rispetto a quanto fatto fino ad allora. Se a quei tempi, infatti, la comunicazione interna era una comunicazione dall’alto verso il basso, Artuso e Mason proponevano una comunicazione che provenisse dal basso, che coinvolgesse i dipendenti.

Erano i primi anni dell’avvento di Facebook e già qualcuno intuiva i mutamenti che sarebbero arrivati. La partecipazione delle persone alla creazione di qualcosa era (ed è ancora) idea rivoluzionaria, in epoca dove la comunicazione era verticistica, proveniente tutta dall’alto e dai vertici di governo.

Raccolsi tutti gli elementi interessanti del libro e li sintetizzai in una relazione, che (spero di ritrovare) venne in seguito lasciata in silenzio. Perché la comunicazione interna che poi mi fecero fare, in pratica, era qualcosa che non si poteva chiamare degna di questo nome.

Newsletter come comunicazione interna

Di tutto il lavoro rivoluzionario che io proponevo (o meglio, che avevo estratto dal lavoro di Artuso e Mason) di fare, non se ne fece nulla. Allora non si poteva disturbare il reparto web, figurarsi se poi si poteva chiedere di rifare tutta la intranet.

Per questo motivo il tutto si ridusse nella compilazione di una newsletter che non aveva senso, che duplicava documenti più approfonditi, diceva cose che già tutti sapevano e dunque del tutto inutile.

In teoria, si trattava di una newsletter che raccontava, in sintesi, i punti discussi e approvati dal senato accademico. Sempre in teoria, l’ufficio organi collegiali mi avrebbe dovuto passare i suoi verbali, io li avrei riscritti in forma sintetica e potabile, ripuliti dei termini legali, inserirli sul web e poi li avrei inviati ai colleghi.

In modo semplice e immediato. La newsletter sarebbe dovuta essere inviata pochi giorni dopo l’assemblea del senato accademico.

Tra il dire e il fare ci sono di mezzo le persone

Peccato che non mi furono mai concessi, da nessuno, gli strumenti per fare bene il mio lavoro. Per esempio, non mi fu mai concesso di partecipare in prima persona al Senato accademico. La direttrice dell’ufficio organi collegiali mi passava una piccola parte dei verbali. Con estrema gentilezza, come era di suo carattere, teneva per se tutto ciò che era stato elemento di discussione e di acceso dibattito. Insomma veniva censurata preventivamente una buona parte delle cose interessanti, non secondo logiche comunicative, ma secondo logiche di preoccupazioni personali.

Così io ricevevo, quando andava bene, la metà dei verbali, e quindi la comunicazione veniva già pilotata dalle impressioni della direttrice. Ma non era finita.

Prima della pubblicazione ripassavo dalla censura dell’allora direttore amministrativo, che toglieva e aggiungeva a suo piacimento. Quando andava bene. Quando andava male chiedeva conto e ragione di ciò che mancava. E mi rimbalzava agli organi collegiali.

C’erano una volta i forum

Capitava poi, che i membri di opposizione scrivessero sui loro canali (allora c’erano attivi diversi forum) quelle notizie che avevano suscitato l’aspro dibattito di cui io non riuscivo a sapere nulla.

Il che, è chiaro, mi rendeva tutto tranne che uno che si occupava di comunicazione interna. Non solo per il processo farraginoso, ma anche perché la newsletter era del tutto inutile.

Alla fine del Senato accademico i presenti parlavano di ciò che era accaduto, non con me, né con il mio ufficio. Già la sera stessa le notizie più rilevanti erano bruciate. Se a questo si aggiunge che i verbali del senato accademico venivano resi pubblici, chi era interessato trovava lì tutte le notizie.

Cioè se sei interessato a quello che viene deciso dal Senato Accademico, non ti basta il sommario. A questa mia obiezione mi veniva risposto che quei verbali erano in pochi a leggerli, mentre la newsletter la leggevano tutti. Cosa assolutamente falsa. Perché sia la newsletter sia i verbali erano letti dalle stesse persone che anzi, a maggior ragione, si facevano un’idea negativa di quella che era intesa come comunicazione interna.

Da ufficio comunicazione ad ufficio propaganda

Ovviamente non avevo voce in capitolo, era poco meno di un anno che mi trovavo in quell’ufficio e per giunta precario. Al mio direttore andava bene così, alle catena di comando andava bene così. Peccato che tutti comprendevano che la comunicazione interna non funzionava. E l’esperimento si interruppe al primo cambio di comanda. Poi fu ripreso nuovamente dopo tempo. Qualcosa fu migliorato, ma il principio era sempre lo stesso.

Anzi, proprio per quell’idea di “ufficio propaganda” che ha continuato ad avere l’ufficio, su molti aspetti, proprio l’ufficio che avrebbe dovuto sapere tutto, restava fuori da molte comunicazioni interne.

E così è continuato ad essere per anni. Le cose sono cambiate? Non penso. La catena di creazione non funzionava perché le persone non erano state coinvolte. Ed è certo che ancora oggi non lo sono.

Intranet Information Architecture

Ma adesso veniamo al libro. Giacomo Mason dice che quella comunicazione verticistica e proveniente dall’alto, che non ascolta i dipendenti, è finita. Ed, in teoria, sarebbe dovuta finire già da almeno un decennio. Almeno da quanto Mason scrisse il precedente libro. Ma dal mio vissuto non sono per niente sicuro che sia del tutto finita.

Fosse solo per il fatto che fa troppo comodo una comunicazione verticistica. E che dare la parola ai dipendenti, quando non gli chiedi mai niente, risulta troppo pericoloso. I manager di oggi, grosso modo, sono gli stessi manager di dieci anni fa. Se ancora nel 2018 parliamo di cultura digitale come del futuro, significa che l’Italia ha ancora un bel po’ di strada da fare. E se non avevano la sensibilità di ascoltare dieci anni fa, dubito che abbiano cambiato modo di fare.

Lavorare con i dipendenti

Traggo un breve brano dal libro che conferma quanto appena da me raccontato e che vale l’acquisto del libro.

C’è stata un’epoca, fino a poco tempo fa, nella quale le decisioni sui nuovi servizi dell’azienda venivano prese in stanze lontane. Il design portato avanti da inarrivabili designer, le applicazioni sviluppate in segreti sottoscala senza che nessuno conoscesse lo stato dell’arte e gli avanzamenti. Un’epoca in cui progettare un servizio significava creare un piccolo gruppo di onniscienti specialisti che avrebbero detto la prima e l’ultima parola sul prodotto che poi gli altri, mai incontrati realmente (ma in nome dei quali il gruppo, a rigore, lavorava) avrebbero dovuto usare: E che poi in effetti usavano, e poi smettevano di usare, e poi mettevano da parte con un’alzata di spalle. Quell’epoca è finita.

Oggi, per progettare un servizio, un prodotto, un’applicazione, ma anche un menù di navigazione un insieme di etichette, si lavora c’è anche a fianco con le persone che poi useranno il servizio, l’applicazione, il menù di navigazione. Lavorare con le persone significa e coinvolgerli in modo organizzato (ovvero usando tecniche di design thinking) in vari momenti del processo di design: ascolto, progettazione, verifica di quello che è stato progettato.

Quell’epoca è finita?

Quell’epoca è davvero finita? A me non risulta, anche se sarei felice di essere smentito, che quell’epoca sia finita. Non credo che i reparti di sviluppo, almeno quelli al riparo con uno stipendio fisso, si siano adeguati alle nuove e moderne metodologie. Non credo che i manager illuminati si siano moltiplicati sul suolo italico.

Se un umanista della comunicazione sogna una intranet a disposizione dei propri colleghi, l’informatico pensa a tutto il lavoro aggiuntivo e alle ore di straordinario necessarie e non pagate.

Non penso che sia sempre fatto per partito preso. Almeno lo spero. L’informatico, per definizione, sta al di là del ponte. Lo è spesso fisicamente, sempre più, lo è mentalmente. Parla un linguaggio che solo lui ha imparato e non vuole aiutare altri a comprenderlo. Se a questo comprensibile modo di essere, si aggiunge che è meglio risparmiare tempo ed energie, sapete qual è il risultato.

Comunicazione VS Informatica

Non solo. A me risulta, che lo scontro tra comunicazione e informatica è sempre in continuo divenire. Senza soluzione di sorta. Chi ha pensato di unire i due uffici ha solo provocato tensioni e depressione nei dipendenti che si vedono altrove.

Anche lo sviluppo di un sito web istituzionale risponde spesso a logiche di organigramma. Quando va bene. Quando va male è sottoposto al “Mi piace o non mi piace” di chi comanda o del figlio di chi comanda. Lo spazio sul web corrisponde spesso allo spazio di potere del dirigente di riferimento. Molte parti dei siti vengono affidati ai dipendenti che devono seguire le logiche dello sviluppatore. Anche se quelle logiche sono opposte alle logiche lavorative.

I dipendenti spesso si interfacciano con architetture dell’informazione incomprensibili. Proprio perché sono il risultato di scelte verticistiche o di singoli. Proprio perché non si riesce a fare un lavoro di ricerca, di progettazione adeguato. Non si riesce a fare un lavoro di squadra.

Certo. Nel mondo questo modo di fare è finito. Ma parlando dell’Italia, mi viene da consigliare di usare il condizionale e che sarebbe meglio dire che quell’epoca sarebbe dovuta concludersi da molto tempo. Che oggi si dovrebbe progettare e sviluppare in maniera completamente diversa e opposta rispetto al passato: le intranet, come i siti web.

Perché acquistare Intranet Information Architecture

E dunque diventa fondamentale acquistare il libro di Giacomo Mason. Primo perché penso che l’epoca delle cattive pratiche in Italia non è finita. Anche se si è fatta molta strada in questi anni. Non mi troverei qui a divulgare una cultura della comunicazione e della progettazione ormai ovvia in quasi tutto il mondo. Secondo, lo deve comprare chi vuole comprendere i meccanismi della progettazione. Come si fa, come viene fatta dai professionisti.

La lettura del libro, dunque, è una lettura fondamentale. Per estrarre le buone pratiche. Cercare di creare, nel vostro inferno di azienda, piccoli e intensi spazi di paradiso. Potrete scorgere nel vostro quotidiano le cattive pratiche svolte da enti, agenzie, ancora vecchie dentro, e da colleghi non proprio umili ed educati.

Si tratta di seguire, passo passo, il lavoro di un professionista nella realizzazione di una intranet. E con esempi pratici e reali. Un libro utile. Per tutti. Per coloro che vogliono imparare da principio, così come per coloro che hanno già esperienza in aziende private o pubbliche. E magari, per ragioni varie, non hanno la possibilità di collaborare con un professionista di alto livello come Giacomo Mason. Leggere il libro significa mettersi al suo fianco e imparare.

Allora è e sarà una vera scoperta. Che consiglio a tutti di fare.

Storytellers Project: intervista a Laura Boffi

Ho avvistato The Storytellers project di Laura Boffi per caso; navigando all’interno della mia bolla sonora. E mi è sembrato fin da subito un bel progetto. Perché parla di relazioni, di ascolto e innovazione. E non potevo non parlarne. Quello che mi interessa maggiormente infatti è proprio la parte della lettura e di ascolto dei bambini. Mi sembra un progetto che trasuda umanità e che vedrà collaborare persone molto belle.

Non so come il progetto si evolverà. Il blog lo seguirà. Magari Laura Boffi ci aggiornerà nel tempo, se vorrà. Al momento vedo un grande fermento e mi sembra un progetto interessante. Per questo ho pensato di scriverne sul mio blog e di chiedere l’intervista che trovi di seguito a Laura Boffi.

Il post che ho letto diceva e chiedeva.

Il progetto Storytellers cerca persone adulte, pensionate e non, che vogliano leggere libri per l’infanzia al telefono 🙂

Il progetto si prefigge di creare un servizio di lettura remota per bambini attraverso la creazione di una comunità di lettori senior.

The Storytellers project

Sia per dare una mano, che per divulgare la richiesta, ho deciso di scrivere all’ideatrice del progetto.

Il progetto vuole essere un servizio di biblioteca innovativo dove una comunità di lettori avanti con gli anni, disponibili e con molto tempo a disposizione legga a bambini libri per bambini. La lettura avviene a distanza e al telefono.

Lo strumento di interazione però è il robot Storybell che trasmette le loro letture e proietta immagini a parete della storia che viene letta.

Il progetto Storytellers mira a promuovere relazioni intergenerazionali che siano benefiche per tutte le generazioni coinvolte: anziani, bambini e giovani genitori. Il progetto vorrebbe attivare un ecosistema di comunità che sfrutti:

  • l’aspirazione degli anziani ad essere buoni per le giovani generazioni
  • bisogni dei bambini per lo sviluppo psicologico
  • il bisogno di sostegno dei giovani genitori nella cura dei bambini.

Laura Boffi

Non conoscevo Laura Boffi e non l’ho mai incontrata. Le ho scritto una mail per capire meglio il suo progetto ed è stata fin da subito disponibilissima.

Laura è una interaction & service designer e ricercatrice italiana.

Vive la vita quotidiana come fosse sul campo e raccoglie intuizioni per i suoi progetti dalle persone e contesti intorno a sè. Spesso queste intuizioni le fanno scoprire nuove opportunità progettuali in cui immagina l’uso di tecnologie per propositi diversi da quelli per cui sono state destinate.

Laura esplora le proprie idee di progetto dall’inizio del processo di ricerca attraverso i prototipi che costruisce e che utilizza come strumento di conversazione e progettazione con i suoi utenti. Durante la fase di co-creazione e di “prototipazione dell’esperienza”, Laura lascia manipolare i prototipi dalle persone attorno a cui si focalizza il progetto affinché possano appropriarsene, commentarli e definirne meglio lo scopo, l’uso e le caratteristiche in base ai propri valori ed il contesto in cui vivono. In questo modo, allena ed alimenta la sua unica prospettiva su ciò che le tecnologie possono fare per arricchire l’esperienza delle persone.

The Storytellers Project: intervista a Laura Boffi

Dai la tua definizione affettiva di interaction design?

Per me significa progettare esperienze significative per le persone, partendo da una loro osservazione e conoscenza nel contesto (fieldwork) ed immaginando futuri scenari in cui le tecnologie favoriscono sia l’ interazione tra le persone che il benessere individuale.

Come sei venuta a contatto con questa disciplina?

Durante i miei studi in design in Olanda alla Design Academy Eindhoven. In quel periodo ho messo a fuoco il fatto che non mi appassionava “creare oggetti”, ma ero interessata a progettare usi alternativi delle nuove tecnologie, partendo dalla ricerca con le persone. Mi affascinava capire come le persone potessero appropriarsi delle tecnologie, definendo nuove abitudini e attribuendo loro un valore personale o culturale.

Attraverso una mia ricerca personale, ho scoperto che esisteva un campo che si occupava esattamente di immaginare e disegnare nuovi rapporti tra le persone e le tecnologie, ovvero l’interaction design, ed ho cominciato a documentarmi su dove poter proseguire i miei studi. Il Copenhagen Institute of Interaction Design, fondato da una ex professoressa dell’Interaction Design Institute Ivrea (IDII) ed un paio di ex studenti che, dopo la chiusura dell’IDII, si erano spostati in Danimarca, era in procinto di iniziare il secondo anno del loro pilot e poiché gli studenti ammessi avrebbero avuto tutti una borsa di studio ho deciso di fare domanda. È così che nel 2009 mi sono spostata a Copenhagen ed ho finalmente iniziato a formarmi in
interaction design!

Ti occupi di interaction design da molti anni. Quali prospettive vedi per la professione?

Personalmente considero la mia professione la ricerca, in interaction design. Per l’immediato futuro trovo veramente interessante come, attraverso la ricerca in design, potremmo progettare oggetti, servizi ed ambienti che utilizzano l’intelligenza artificiale, dai social robot alle auto autonome.

Lavorare alla definizione dei comportamenti di oggetti e sistemi del genere comporta una grande responsabilità, sensibilità ed umanità. Bisogna lavorare in team con varie tipologie di esperti (da ingegneri ad umanisti) e portare il proprio contributo con umiltà. Come designer mi auguro di poter lavorare con queste nuove tecnologie, di collaborare con studiosi internazionali e continuare a stupirmi di come le persone possano appropriarsene
nella loro vita reale.

Dai tuoi profili leggo che sei molto centrata sulla ricerca, qual è la tua “giornata tipo” professionale?

Ti giuro che non avevo letto questa domanda quando rispondevo sopra :). La mia giornata tipo è molto variabile. Dipende se ho in ballo una consulenza per una compagnia oppure se posso dedicarmi ai miei progetti di ricerca. Se ho un progetto di ricerca in mano, allora mi occupo di disegnare il piano del progetto e di mandare avanti le varie fasi, dalla ricerca sul campo alla costruzione di prototipi. Significa quindi che mi occupo sia di reclutare partecipanti che di progettare gli strumenti che utilizzerò durante la ricerca o le attività da fare con loro. Qualche volta, quando ho dei risultati da comunicare o una conferenza interessante a cui partecipare, mi prendo del tempo per scrivere un articolo scientifico. Sono molto lenta se lavoro a progetti di ricerca personali.

Cerco di imparare quanto più posso. Se invece si tratta di consulenze, il tempo è pattuito dall’inizio e di solito svolgo un  progetto di innovazione oppure dei workshop in cui insegno la metodologia del People centred Design alle persone che lavorano per quella compagnia.
Di sicuro quotidianamente vado, fisicamente, in studio, dove ho tutti i miei materiali da prototipazione, i miei libri, il mio spazio.

Quale parte del tuo lavoro preferisci?

Quando metto insieme i pezzi della ricerca sul campo fatta con le persone ed iniziano ad emergere idee ed associazioni a cui non avrei mai pensate, oppure quando porto un prototipo non finito dalle persone e loro iniziano a vederci altri mille possibili significati ed utilizzi, e portano avanti il progetto in territori inesplorati.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Carta, pennarelli, colla, macchina fotografica (che fa anche video) e un pò di computer. Questo è il corredo necessario per iniziare una ricerca nel contesto con dei partecipanti perché li intervisto, li filmo e faccio fare loro delle attività che mi aiutano ad avere insights sul loro punto di vista rispetto a ciò su cui sto focalizzando il progetto.
Poi utilizzo materiali analogici (da legno a stoffe) per costruire prototipi e, se serve, Arduino e qualche sensore, ma non sono per niente brava a programmare, quindi alla fine cerco di prototipare nel modo più indolore possibile per me. Fortunatamente per far provare l’esperienza del prodotto o del servizio ai miei partecipanti posso progettare vari modi di experience prototyping!

Al momento stai lavorando al progetto storytellers. Come nasce questo progetto?

Nasce dallo stratificarsi di vari insights che avevo raggiunto attraverso il lavoro a progetti europei sugli anziani e l’invecchiamento attivo e sul mio diventare mamma. Da un lato, la mia ricerca con persone anziane, pensionate, mi ha portato a scoprire quanto è eterogeneo oggigiorno questo gruppo di persone e a riconoscere che spesso i progetti finanziati per sviluppare oggetti, servizi ed ambienti per il loro benessere sono stereotipati sulla figura dell’anziano da assistere.

Spesso si tratta di progetti technology driven, non guidati da una iniziale ricerca sul campo ma dalle tecnologie che si sanno sviluppare. Questo determina che si scopra, solamente in un secondo tempo, la domanda di ricerca che ha veramente significato, quando si è stabilito già a priori cosa progettare. La mia partecipazione a questi progetti e l’interazione con vari anziani europei ha fatto sì che io incamerassi intuizioni sull’importanza del coinvolgimento sociale delle persone in via di pensionamento o pensionate, nonché dell’importanza di restituire loro ruolo attivo e responsabilità sociali.

Nel frattempo sono diventata mamma e ciò ha contribuito a convogliare “naturalmente” i miei interessi di ricerca sulle relazioni intergenerazionali, anche come risposta all’ approccio assistito nei confronti dei “più grandi”.

Il progetto

Il progetto Storytellers vuole incentivare le relazioni intergenerazionali affinchè le generazioni coinvolte ne traggano beneficio: adulti, bambini e giovani genitori.

Il progetto ha come scopo quello di promuovere un ecosistema di comunità che si basi su:
• l’ aspirazione degli adulti di essere utili alla società dopo il pensionamento e di creare “qualcosa di buono”per le giovani generazioni
• il bisogno dei bambini di ascoltare storie e di legarsi a persone di età differenti per il loro sviluppo psicologico
• il bisogno di aiuto nell’ educare i figli da parte dei giovani genitori.

Storytellers è un servizio delle biblioteche che unisce una comunità di lettori adulti con i bambini e le loro famiglie per momenti di lettura a distanza. I bambini usano il robot Storybell (ovvero “Campana delle storie”) per comunicare con gli adulti-lettori, la Storybell trasmette la lettura degli adulti e proietta sulle pareti le immagini della storia che si sta leggendo.Bambini e lettori si parlano come se fossero al telefono attraverso il robot Storybell.

The storytellers project: partecipa

Gli adulti che vogliono leggere ai bambini possono diventare Storytellers facendo il corso di Lettura a Distanza presso la biblioteca locale. Gli Storytellers possono stabilire i giorni e le ore in cui sono disponibili per leggere ai bambini.

Il bambino può prendere in prestito in biblioteca una Storybell da portare a casa e iscriversi al servizio con l’aiuto di mamma e papà. Quando il bambino ha voglia di ascoltare una storia, può prendere la Storybell dalla maniglia ad anello e suonarla come una campana. Allo scuotere della campana una richiesta di lettura giunge a tutti i lettori. Il primo che risponde alla richiesta sarà lo storyteller del bambino per quella volta.

Cercasi lettori

Per lo sviluppo del progetto Storytellers stai ricercando lettori adulti, pensionati e non, che si entusiasmino all’idea di poter ricevere una telefonata e leggere una storia al bambino dall’altro capo del telefono”. Quali saranno i passaggi di selezione.
Ora sto effettuando una primissima sperimentazione dell’idea del progetto in Italia e coinvolgerò 5-10 lettori senza però sviluppare nessuna nuova tecnologia. Farò provare loro l’esperienza del progetto Storytellers come se esistesse utilizzando il telefono. Il mio scopo è quello di raccogliere feedback sull’esperienza di tutte le persone coinvolte: il bambino che ascolta la storia, il lettore e il genitore (mamma/papà) che sarà chiamato a dare fiducia ad un lettore sconosciuto.

Per reclutare i lettori in questa prima fase sto utilizzando innanzitutto il mio network personale e persone che hanno partecipato ad altri progetti con me. Sto anche raggiungendo gruppi di lettura. L’entusiasmo ed un po’ di tempo disponibile sono i requisiti. Insieme ad una attrice che collabora al progetto sto pensando di fornire loro alcuni consigli utili per cimentarsi nella lettura al telefono. Pensiamo di creare un piccolo video da diffondere ai lettori. In seguito, e penso alla prossima fase di sperimentazione, il reclutamento verrebbe fatto dalle biblioteche, dove i lettori riceverebbero il piccolo training di lettura a distanza che nel frattempo avrò sviluppato con la mia collaboratrice.

Due biblioteche italiane ed una olandese mi hanno dato la loro massima disponibilità. Per questo sono sempre alla ricerca di fondi, per potermi permettere di avviare una sperimentazione più ampia e reclutare partner di progetto.

Scrivi che la tua ricerca riguarda anche scrittori e illustratori che possono essere ispirati ad inventare nuovi modi di produzione di storie. Hai già avuto qualche riscontro?

Un mio amico scrittore è molto intrigato dall’idea dello Storybell e di leggere storie a distanza. Insieme a lui e ad una illustratrice danese abbiamo fatto un piccolo esperimento iniziale per cominciare a pensare a come dovrebbe essere strutturata ed illustrata una storia affinché potesse essere letta a distanza al meglio. La sfida è quella di mantenere viva l’attenzione del bambino e rendere la lettura dialogica tra bambino e lettore.

Magari la storia può prendere varie direzioni, guidata dell’interazione bambino-lettore…ma è ancora prematuro dire qualcosa. È solo una delle possibili strade che testeremo.

La ricerca sarà rivolta anche all’ascolto?

Certo, il bambino è il principale fruitore. Lui ascolterà la storia ed interagirà con il lettore, come se si parlassero al telefono in modalità viva-voce. Per capire le reazioni del bambino alla lettura, durante questa prima fase sperimentale le sessioni di lettura a casa del bambino verranno video-registrate poiché io non potrò essere presente. Riguarderò le registrazioni ed intervisterò le mamme per capire l’esperienza che hanno vissuto i bambini ed il loro coinvolgimento.

E per finire le ultime 3 domande più leggere. Consiglia un libro

Niccolò Ammanniti, Che la festa cominci.

Consiglia un brano musicale o un cd

The Pixies, Where is my mind?

Consiglia un film

Ponyo

Hai tempo? Partecipa anche tu!

Se hai tempo, ti piace leggere e ti piace leggere libri ai bambini è possibile offrirsi come volontario e partecipare al progetto iscrivendosi. L’iscrizione è una fase molto importante perché in questa fase ci si presenta e ci si conosce. A la selezione avviene per salvaguardare i bambini.

È importante sapere, quanto dice la stessa Laura.

  • Amo i bambini e mi interessa che siano al sicuro, protetti e rispettati.
  • I bambini che partecipano al processo Storyteller saranno sempre circondati e supportati dai loro genitori durante le sessioni di co-creazione e prototipazione.
  • Nessuno è in pericolo di elettroshock;).
  • I prototipi saranno realizzati con materiali non nocivi (carta, legno, ecc.) E basati sulla tecnologia a bassa tensione.
  • Non c’è bisogno di avere alcuna conoscenza particolare sulla letteratura per bambini o sulla tecnologia.
  • Ogni sessione di co-creazione e prototipazione durerà circa un paio d’ore. Concorderemo insieme sul momento migliore per te e rispetteremo i tempi.
  • Mi piacerebbe incontrarti di persona e tenere sessioni pratiche con te, ma organizzerò anche con sessioni remote su Skype con persone fisicamente lontane da me che vorrebbero contribuire.
  • Le assunzioni si svolgono a rotazione tutto l’anno e, in base alla fase in cui si svolge il progetto, parteciperai a diverse attività di ricerca.

Grazie

Ringrazio Laura Boffi per la gentile concessione del suo tempo e delle sue parole. Io cercherò di seguire le evoluzioni di questo progetto, che spero abbia i migliori risultati e la più ampia partecipazione possibile.

Se Laura vorrà aggiornare il blog e i suoi lettori, sarò davvero felice di pubblicare i nuovi sviluppi. Ancora grazie e tutto il meglio a The storytellers project.

Progettare chatbot: nuovo corso UXUniversity

Progettare chatbot significa studiare tutte le possibilità di realizzazione di un chatbot. E come? Pensando, insieme, a tutti i modi possibili per simulare una conversazione reale.

Progettare chatbot, il perché di un corso

Molte aziende si stanno interessando alla realizzazione di chatbot. E al solito, c’è chi lo sta facendo molto bene e chi male. A rispondere a questa esigenza di sviluppo, sono stati per primi gli informatici e gli ingegneri. Dico anche giustamente, perché all’inizio di questo trend, i primi strumenti di costruzione necessitavano la conoscenza di linguaggi di codice.

Essendo dei veri e propri tecnici la maggior parte di questi ottimi professionisti si sono concentrati nello studio degli strumenti. Ossia il focus della loro attività sta nello studio di quei programmi che ti permettono di realizzare un chatbot con o senza la conoscenza di un linguaggio di codice. Attenzione. Senza di loro non avremmo avuto la possibilità di questa tecnologia a disposizione di tutti. Per cui gliene saremo sempre grati!

Ma senza una progettazione, senza un percorso, ci si affida principalmente alla sensibilità del singolo professionista. Che può afferrare il senso del nostro business, così come può fraintenderlo.

Certo, lavorando sullo strumento, si è in parte costretti a pensare, per carità. Ma se ci sono percorsi che permettono di avere a disposizione un maggior numero di attrezzi? Perché non utilizzarli?

È certo, infatti, che il momento della progettazione e della ricerca siano più importanti della realizzazione vera e propria. Perché se abbiamo studiato, fatto ricerca sulle persone e se abbiamo progettato bene, il processo di realizzazione è più semplice e veloce.

Lo scenario

Nel sesto appuntamento di UX on the Sofa ho parlato di come il web stia cambiando, e dei nuovi modi per navigare sul web con l’aiuto degli assistenti vocali. Ci sarà una grande diffusione della domotica, come di smart speaker per la casa. Insomma, saremo circondati da sistemi sonori che cambieranno la nostra quotidianità.

Certamente questi mutamenti non riguarderanno l’intera popolazione, anche se questo è l’obbiettivo degli assistenti vocali. Staremo a vedere. Il blog sarà vigile sul tema.

Un nuovo corso UXUniversity

Nel corso si lavorerà insieme per creare un chatbot semplice ma efficace. Ma soprattutto con tutti gli elementi necessari perché funzioni.

I chatbot e i servizi di assistenza vocale sono il nuovo trend delle interfacce conversazionali. Volete sperimentare anche voi questa nuova tecnologia? State pensando di aggiungere un chatbot ai vostri servizi? Molte grandi imprese li stanno già sperimentando da tempo e anche i privati iniziano ad affidarsi a questi servizi di customer care.

Questo corso parte dalla conoscenza della tecnologia, fornisce un percorso da seguire per ideare e realizzare un chatbot semplice ma efficace. Metteremo al centro della nostra progettazione i principi dell’Architettura dell’informazione e dell’UX Design.

Si tratta di un lavoro multidisciplinare, che richiede competenze trasversali per creare un chatbot con una personalità e una funzionalità mirata. Faremo riferimento ad altri corsi dell’UXUniversity.

Argomenti trattati

Architettura dell’informazione sonora
Cosa sono i chatbot e gli assistenti vocali: storia e differenze
I settori di sviluppo – Benefici e monetizzazione
Casi studio in Italia e negli USA
Come si crea un chatbot – Un percorso trasversale
(Chatbot strategy, Naming, Personas, Sceneggiatura, Tone of voice, UX Storytelling.)
Progettazione delle conversazioni
Gli strumenti
Come parlano gli strumenti
Distribuzione e analisi
Argomenti non trattati
Chatbot Engine
Intelligenza artificiale e machine learning
Linguaggi di programmazione e codici
Cosa imparerete
A cosa serve un chatbot, se ti serve davvero un chatbot
Come progettare un chatbot
Scrivere dialoghi per chatbot
Cosa non dimenticare

Cosa c’è dentro?

Dentro al corso ci sono tante cose. Troverete me, i miei studi classici e umanisti, i corsi di formazione e di sceneggiatura che ho seguito, così come quelli di social media marketing; sarà possibile scorgere le mie letture, la mia passione per il cinema, ma anche i miei corsi di lingua straniera. Ci sono le mie esperienze personali, le mie passioni e desideri, così come la mia attività professionale tra architettura dell’informazione e radio. E poi ci sono tre anni e passa mesi di blogging, di discussioni sul campo, di commenti, e contributi di lettori e amici.

Ma soprattutto dentro questo corso c’è il cuore e l’amore di far bene le cose. Spero che vi sia utile!

WIAD Palermo 2018

In questo corso, forse, ci troverete anche un po’ del WIAD Palermo 2018 che, se non mi conoscete ancora, vi ripropongo con il mio intervento Senti chi parla. Che magari vi fa venire voglia di saperne di più!

Iscriviti, iscrivetevi!

Se dunque hai letto il programma intero del corso progettare i chatbot.

E se sai chi sono o hai già letto la presentazione che UX University fa di me.

E se sei interessato a costruire e progettare chatbot per i tuoi canali personali o aziendali non ti resta che iscriverti.

Hai la possibilità di farlo a Roma o a Milano.

  • Venerdì 9 novembre a Roma
  • Lunedì 3 dicembre a Milano.

E a Palermo? E in Sicilia? Possiamo pensarci. Se ci sono persone interessate e raggiungiamo un buon numero di persone possiamo organizzare anche nella mia regione di origine!

Vita da blogger – Buon ferragosto a tutti!

Dura la vita da blogger. Specialmente se ci sono 40 gradi e il tuo ufficio si affaccia alla vista del mare. Certo alla base di tutto c’è sempre un certo piacere. Il piacere di studiare, condividere conoscenza, leggere. Si tratterebbe (forse) di svolgere anche un ruolo sociale importantissimo: arricchire il web di qualcosa che si pensa abbia un valore. Si riesce? Ci riesco? Chissà. E poi vedere aziende che vanno in ferie, e non dovrebbero andare, mi ha fatto venire una gran voglia di lavorare.

Magari si tratta di pensieri deliranti. Se pensate così, mi perdonerete, è il caldo.

Caro (lettore) amico ti scrivo,

Tutte le volte che scrivo un articolo immagino che tu, lettore, sia seduto davanti a me e mi chieda le tue curiosità su cosa sto scrivendo. È un modo che mi permette di essere il più concreto possibile, di semplificare, per quanto posso, concetti che per me, nella mia testa, sono sottintesi. Ma soprattutto mi permette di essere sereno con me stesso.

Il blog è nato il 3 luglio del 2015. È nato per uno scopo. Cioè porre l’attenzione verso una piccola parte dell’architettura dell’informazione. Cioè della parte sonora, dell’architettura dell’informazione in contesti sonori. Nel tempo, però, a questo blog si sono aggiunti altri lettori ed io ne ho cercati di nuovi.

Le cose cambiano

Nel tempo ho raccolto i consigli degli amici, ascoltato i detrattori, riflettuto sui miei obiettivi.

Molte cose, in questi tre anni, sono cambiate. Però penso di aver cercato di mantenere la barra dritta sul tema degli assistenti vocali, sulle nuove tendenze che il mondo sonoro è intento a perseguire, e, per quel che vale, sulle nuove sfide dell’architettura dell’informazione, sulle sfide che io, personalmente, penso siano nuove frontiere.

Per me, questo, fa parte della progettazione di ecosistemi digitali sonori. Come architetto dell’informazione non me la sento di scrivere riguardo categorizzazioni e tassonomie, di cui si trova un po’ di tutto. Il mio contributo, penso, sia quello di leggere in profondità il web e la società che vive il web. E lo faccio con una lente che è quella dell’architettura dell’informazione, dal punto di vista uditivo.

Vita da blogger

Dicevo. In questi 3 anni, sono profondamente cambiato personalmente. Ho avuto certe sberle, che non te le sto qui neanche a raccontare. Il cambiamento sembra bello a parole, ma se vediamo che certe cose non cambiano mai è perché il cambiamento è doloroso. E l’essere umano non vuole soffrire.

Per come la vedo io, per come lo sento e lo vivo, il mio messaggio è sempre rimasto uguale. E per quello che è cambiato, il sito non è più (solo) un blog ma è un sito personale che mi racconta. Per questo ho creato apposite sezioni che leggo come distinte. Ho creato una sezione di Tecnologia Sonora, per tutta la parte hardware, una pagina dedicata alla mia agenzia di comunicazione e, infine, ma sempre in primo piano, per chi mi legge, è rimasto il blog di architettura dell’informazione sonora.

Forse sono risultati vincenti (e convincenti) articoli che mi hanno dato grande soddisfazione come l’articolo sui registratori digitali. Oppure come la collaborazione con la Zoom per il suo Zoom Q4n. Ma questa è la legge dei numeri. E nella vita da blogger, anche per motivarsi un po’, i numeri contano.

Divulgazione dell’architettura dell’informazione e dei chatbot

Da parte mia, di qualunque cosa scriva su questo blog, penso sempre di offrire il punto di vista di un architetto dell’informazione e un punto di vista sonoro. Lo ripeto.

Per me era ed è necessario divulgare e far conoscere l’architettura dell’informazione a un numero più vasto di persone possibile. Più persone conosceranno l’architettura dell’informazione, più persone ne faranno uso, più il web italiano potrà essere migliore.

Così come sono convinto che sia compito degli architetti dell’informazione raccontare e spiegare i chatbot, gli assistenti vocali, e quella parte di dispositivi che si identifica con una interfaccia conversazionale.

La mia comunità di riferimento pensa che sbaglio? Voi lettori mi dite di no. Ad ogni modo io sono aperto al confronto. E data la mia lontananza fisica non trovo modo migliore che questo blog come punto di incontro e centro di studio.

Alla ricerca di una tribu

C’è sempre la voglia di creare una comunità, di incontrare simili, discutere su argomenti che si ritengono importanti e che difficilmente si riesce a trattare con le persone che ci circondano. Se un obiettivo è stato raggiunto dal blog è che, se oggi si parla di assistenza vocale, voce, suono e progettazione, molte persone pensano a questo blog.

Si tratta di piccole o grandi conquiste, a seconda di come si vogliono vedere. In ogni caso momenti importanti.

E questo blog o sito, sta diventando, per quello che si può, un centro di studi, una comunità con cui parlare, con cui, dal profondo della provincia italiana, ci si possa confrontare.

Non penso di essere il solo, in questa ricerca. Se ci sei anche tu. Batti un colpo.

Buon ferragosto!

Forse neanche questa volta sto parlando di architettura dell’informazione. E me ne scuso. O forse si. Perché riordino le idee, perché magari riordinate le vostre. E un architetto dell’informazione riordina sempre.

Spero possiate apprezzare questo post, anche per il solo fatto di essere stato scritto con un ventilatore sparato sul PC (che altrimenti si bloccherebbe, tanto fa caldo). Chi conduce una vita da blogger non si ferma mai. Per uno strano spirito di servizio.

Chi legge e vuole contribuire alla sostenibilità di questo blog, può pure farmi un regalo, se lo vuole. Oppure può iniziare a farsi un regalo. Non è mai il momento sbagliato.

Mentre tra una tastiera e qualche ora di mare, stanno nascendo numerosi progetti che vi racconterò più avanti e che sono impegnato a realizzare.

Vi auguro un buon ferragosto, buone vacanze, se le state facendo in questi giorni; o buon relax se state lavorando mentre tutto intorno a voi tace. Vi sono vicino, almeno quanto voi siete vicini a me! Buon tutto! E alla prossima settimana, come sempre!

Buon compleanno 2018

Buon compleanno! Caro blog Architettura dell’informazione sonora, buon compleanno! E auguri anche a voi, cari lettori! Che senza di voi non avrebbe alcun senso scrivere per tre anni ogni lunedì su un tema di nicchia come l’architettura dell’informazione e l’assistenza vocale.

Oggi il blog compie tre anni pieni, densi, veramente compiuti. 3 luglio 2015 – 3 luglio 2018.

Tre anni di blogging

Questi tre anni non so se sono passati troppo velocemente o troppo lentamente. Ma ci sono voluti tutti. Tre anni per superare tutte le difficoltà che il web pone, per guarire dalle ferite che il tempo e la vita infliggono. Tre anni per avere intorno, sul web, un gruppo di persone che ti segue, ti legge e ti vuole pure bene. E questo riscalda davvero il cuore.

Ve lo dico con sincerità. Alcune vicende private mi hanno bastonato a dovere. Questo blog mi ha salvato da tante situazioni. E soprattutto mi ha fatto vedere il mondo con occhi diversi. Ve l’ho sempre detto e lo ripeto. Questo blog mi ha insegnato tante cose e spero di restituire quanto mi è stato dato.

Architettura dell’informazione come rivelazione

Non so se sono riuscito in questi anni a trasmettere tutte le potenzialità dell’architettura dell’informazione. Cioè non so se si capisce quanto dell’architettura dell’informazione c’è in questo blog. Non so se sono riuscito a convincere qualcuno a studiare, o quanto meno, ad avvicinarsi alla disciplina.

Dalla profonda provincia in cui vivo è sempre una sfida. Chi mi segue sa che per me l’architettura dell’informazione è stata fin dal primo giorno una rivelazione. Divulgare ad altri questo messaggio per me era e resta qualcosa di importante. Un cambio di paradigma.

A volte dispiace non essere riusciti a spiegarlo al meglio. Qualcuno ha frainteso, qualcuno mi ha odiato. Io ho fatto solo il mio lavoro. Ho seguito il consiglio di persone più esperte di me; ascoltato tutti i maestri della disciplina. Ho detto e dico la mia con umiltà e dedizione.

Assistenza vocale e architettura dell’informazione

Il mondo sta cambiando e in questo cambiamento ci sono e ci saranno gli assistenti vocali.

Penso che questa tecnologia oltre lo schermo sia la nuova sfida dell’architettura dell’informazione. L’ho detto più volte. L’organizzazione dello spazio dentro uno schermo ormai è talmente standardizzato che il lavoro di un architetto dell’informazione non può più essere, solo ed esclusivamente, quello di organizzare le informazioni dentro il web.

Abbiamo il compito di organizzare le relazioni e le connessioni in un nuovo universo spazio temporale che è onlife. Abbiamo il profondo compito di far emergere sensi, significati, comprensioni. In un mondo sempre più complesso, qualcuno direbbe ipercomplesso, c’è estremo bisogno di architettura dell’informazione.

In questi tre anni ho cercato di parlarne il più possibile. A volte (ma anche adesso) mi sembra di ripetermi, di dire cose banali. Mi auguro di no.

Cambiamento e nuove sfide

Ultimamente penso che il cambiamento sia sopravvalutato. Cambiare significa provocare un terremoto nelle nostre vite. Cambiare vita, città, cambiare abitudini. A parole sembra una cosa facile. Ma nei fatti è dura.

Ed, infatti, nei fatti nessuno vuole cambiare. Nessuno cambia veramente. Cambiare significa mettere in discussione le nostre certezze. Quando arriva il cambiamento, il terremoto, a ricostruire tutto quello che crolla ci vuole tempo.

Per me ricostruire è stato un lungo percorso verso l’apertura di una partita IVA. Non una scelta facile. Se non altro per la massa di persone che sconsiglia questo passo.

Se non ci fosse stato un terremoto prima non avrei mai fatto questo passo.

Toni Fontana freelance a partita IVA

Di conseguenza il blog ha subito un cambiamento profondo. Non solo grafico che è la superficie ma di obbiettivi. E quando cambiano gli obbiettivi cambiano le architetture. Come cambiano le fondamenta delle nostre idee così cambiano le strutture su cui poggiano le nostre grafiche.

L’home page è diventato il mio biglietto da visita. E il blog è stato leggermente messo da parte.

Se cambiano i bisogni cambiano le architetture. Se cambiamo le funzioni cambiano le architetture. Cambia il contesto? Cambiano le architetture. Gli obiettivi del progetto sono cambiati? E allora cambia l’architettura. Si tratta di un processo naturale.

Ho aperto una partita IVA personale e le cose sono cambiate. È cambiato il punto di vista. Si è acceso un nuovo interruttore. Già dal primo giorno i lettori sono diventati potenziali clienti. Persone che possono chiedere una consulenza.

Nuovi progetti

Il blog ha ed ha sempre avuto gli obiettivi di divulgazione della disciplina. E così ho continuato a fare. Ho riversato sul web una mole notevole di articoli ed opinioni di cui mi stupisco io stesso.

Che questa mole di contenuti fosse essenziale alla vostra vita non è detto. Ma se qualcuno ha letto e compreso meglio un determinato argomento, se si è acquisito un briciolo di consapevolezza in più rispetto al passato, allora questo blog ha assolto al suo compito e scopo.

Intanto la mia micro web agency è un traguardo davvero notevole. Anche perché i fiduciosi clienti sono sparsi tra la Sicilia, Roma e Milano. Si tratta di piccole e grandi sfide.

In autunno ci potrebbe essere una gran bella sorpresa e con qualcuno di voi lettori, ci si potrebbe vedere più spesso. Non vi posso dire di più. Ma vi terrò aggiornati!

Voi continuate a seguirmi! E ancora auguri!

Ascolta UX on the sofa #6 Toni Fontana e l’architettura dell’informazione sonora.