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Emozioni e musica – 5 TED da ascoltare

Il connubio emozioni e musica è qualcosa di innato e di profondo del nostro essere umano.

Relazione con il suono

Qual è la vostra relazione con il suono?

Se non ci avete mai pensato sicuramente vi sorprenderà quanto sia importante la nostra relazione con il suono. In base al paesaggio sonoro o contesto sonoro che ci circonda, produciamo, ascoltiamo, cambiamo i nostri comportamenti e atteggiamenti.

Su di noi la musica ha un effetto

  • fisiologico
  • psicologico
  • cognitivo
  • comportamentale

Suono e intelligenza

La musica ha degli effetti sul nostro cervello. Ci spinge a provare emozioni, disinibisce limiti, o ci confonde.

Lo sanno bene coloro che compongono colonne sonore, la musica che si vede; permette ai negozi di abbigliamento di vendere anche qualche capo in più, o addirittura inibisce le nostre capacità gustative in un ristorante rumoroso.

Attraverso la musica è possibile pure indottrinare gruppi di persone, come faceva e forse continua a fare lo Stato Islamico detto ISIS.

Ma la musica cura, anche c’è persino una branca della medicina orientale che se ne occupa.

Gli effetti mentali ed emozionali della musica

La risposta emozionale alla musica

Il potere della musica

Il potere curativo della musica

Musica ed emozioni attraverso il tempo

Fuggire dal rumore del mondo

Sul Silenzio è un vecchio saggio del 1997 pubblicato in Italia, per la prima volta, nel 2018 scritto da David Le Breton sociologo e antropologo presso l’Università di Strasburgo.

Tutto quello che facciamo è musica

Un mondo troppo chiassoso

Il sottotitolo del libro Sul Silenzio è fuggire dal rumore del mondo e nella quarta di copertina si trova scritto.

Pare che il desiderio di distrazione abbia vinto la partita: difficile trovare un luogo in cui il silenzio non sia rotto da qualcuno che schiaccia un pulsante e lo distrugge.

Per non dire dei dispositivi elettronici. Prima dell’avvento degli smartphone ci si parlava a tavola, sui tram, durante una passeggiata. Adesso, si leggono le e-mail o si manda un sms, buttando là qualche parola per dimostrare agli altri che esistono. In questo frastuono frenetico, diventa difficile ascoltare la parte più vera di sé.

Come forma di resistenza nasce allora l’aspirazione al silenzio attraverso la disconnessione, il ritiro in luoghi isolati e il camminare, che conosce un successo prodigioso.

Fare i conti con il silenzio

Negli anni, avendo a che fare con i suoni e la musica, e ponendo grande attenzione a tutto il mondo sonoro, mi sono reso conto che più si ama il suono più ci si interroga sul silenzio.

Ho riscontrato la stessa attenzione in Chiara Luzzana, per esempio.

Per questo motivo non ho resistito a non acquistare il libro, che leggo centellinando le pagine e i pensieri. E lo consiglio, pur non avendolo completato.

Ed evidentemente, come scrive lo stesso Le Breton, più facciamo rumore, più aspiriamo al silenzio.

Il valore del silenzio

Tempo fa leggevo un articolo di Caterina Carbonardi.

“Il silenzio è una delle grandi arti della conversazione” (William Hazlitt)

Nell’articolo si racconta di come il silenzio, in una conversazione, crea, a volte, una sensazione di imbarazzo e di quanto abbiamo bisogno del silenzio.

Nell’attimo di un silenzio accadono tante cose.

Si elabora per poi rispondere, dare un feedback concreto o formulare una domanda chiarificatrice.

Si sta valutando una nuova opzione di ragionamento al nostro precedente pensiero.

Si cerca una alternativa utile al ragionamento ascoltato.

Si sta elaborando un cambiamento doloroso.

Si sta elaborando una possibilità gioiosa non valutata prima.

…e molto di più.

Comprendere il valore del silenzio e attendere in silenzio è un chiaro messaggio di quanto si è disposti ad ascoltare.

ti lascio pensare perché ciò che dirai dopo, avrà un valore maggiore, in quanto frutto di una tua elaborazione importante, impiega tutto il tempo che ti serve!

Rispetto del silenzio

Grazie al libro di Lebreton impareremo questo valore

E’ con il rispetto del silenzio, che otterremo le risposte di cui abbiamo bisogno.

Ti potrebbero interessare altri titolo dell’autore

Sotto la lente del silenzio

L’indice del libro

  • Forme del silenzio nella conversazione
  • Politiche del silenzio
  • Discipline del silenzio
  • Spiritualità del silenzio
  • Il silenzio e la morte
  • Aspirare al silenzio

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Intervista a Chiara Luzzana.

Musica e produttività

Musica e produttività

è uno dei temi più interessanti

riguardo l’ascolto della musica a lavoro.

La scienza

oggi

ha strumenti che permettono

una analisi più approfondita

del nostro cervello

e delle nostre reazioni.

E così è possibile verificare

il potere della musica,

gli effetti della musica sul nostro cervello.

Ma non è che si fanno ogni giorno ricerche di questo genere.

O meglio, non si fanno ogni giorno su larga scala. Si tratta anche di ricerche sofisticate e molto invasive; da svolgere durante l’orario di lavoro; e che entrano nella sfera intima delle persone.

Musica a lavoro

Alcune settimane fa è stata sponsorizzata una ricerca in cui si diceva che l’85% dei professionisti ascolta musica sul posto di lavoro. Come ho spiegato nel mio articolo, anche se il dato fosse vero (lo è solo in parte), riguarda un periodo lavorativo davvero singolare, cioè la ricerca è stata realizzata nella settimana di ferragosto, cioè nella settimana meno lavorativa dell’anno.

Sui social tutti i dipendenti che ascoltano musica mentre lavorano hanno gioito perché questo confermava una loro convinzione e una loro abitudine. Ed è vero, infatti, che la musica aumenta la produttività. Ma non per tutti. Io non ho dati per confermarlo, ma azzarderei a dire che, per tutto l’arco dell’anno, questa percentuale si abbassa notevolmente.

E per esperienza personale, su un piano di un ente pubblico con 4 uffici su circa 50 dipendenti, solo 2 colleghi ascoltavano musica o avevano la musica in sottofondo. Magari neppure la ascoltavano veramente ma la musica li fa lavorare meglio. Per cui siamo al 4 percento. Un po’ lontani dall’85% pubblicizzato.

Ricerche online

Le ricerche effettuate negli anni passati, almeno quelle che ho trovato io, non riguardano la percentuale di persone che ascoltano musica a lavoro. Ma riguardano principalmente proprio la produttività.

Dal 2005 al 2014

Tra il 2010 e il 2011 è stata pubblicata la ricerca sulla produttività e green economy, tra cui per una volta sola si parla dei vantaggi della musica, ma riguarda i vantaggi di una comunità che si coalizza intorno a qualcosa. Sul tema immagino ci sia anche qualcosa di più recente.

Nel 2012 il New York Time pubblicava un articolo su come la musica può migliorare la produttività a lavoro. Articolo che, però, rimanda ad una ricerca del 2005.

Nel 2014 Fast Company scrive un lungo articolo sugli effetti della musica a lavoro, con tanto di generi che funzionano meglio, ma riprende sempre la ricerca del 2005 come base del ragionamento. Articolo ripreso un po’ di tempo dopo su un altro sito, anche qui senza citare la fonte.

Sempre del 2014 ho trovato una ricerca eseguita da prsformusic su quanto la musica permetta agli ascoltatori a lavoro di essere accurati. Prs Music inoltre edita un sito che si occupa del tema produttività a lavoro.

2015 – 2016

Di recente ho trovato l’articolo del 2016 in cui si spiega il potere della musica per ridurre stress e ansietà. Che poi sarebbe il potere della meditazione, dell’aiuto che la musica può dare a rilassarsi e dormire bene.

Da quanto scrive Chad Grill su Medium non ci sono ricerche recentissime sul tema della neuromusicologia. E rimanda ad un abstract del 2015 sull’acustica negli uffici a spazio aperto.

Sempre del 2016 è l’articolo intervista del Business insider a Daniel J. Levitin autore del libro This Is Your Brain on Music.

Christopher Maynard su consumeraffairs presenta i vantaggi della musica nel favorire la collaborazione tra colleghi. E ci offre la fonte della ricerca del 2016.

Quello che ho trovato poi di quest’anno è stata l’inforgrafica offerta da business linkedin. E un articolo che suggerisce come la riproduzione musicale incrementa la promozione dei negozi.

Non ho trovato altro. O meglio, nella mia bolla informativa non ho trovato altri articoli o ricerche pubbliche.

Se trovate qualcosa in più o ne sapete più di questo articolo basta commentare e arricchire l’articolo.

Musica, lavoro e produttività

Mi piace quanto scritto dalla redazione di StartUpItalia

L’arte decora lo spazio, la musica decora il tempo e ti aiuta a impiegarlo meglio. Specie sul luogo di lavoro dove ascoltare note può aumentare la tua produttività.

Grosso modo tutti propongono la loro playlist. Ma io credo che se davvero si deve essere produttivi, la playlist deve essere proprio nostra, pensata dal nostro cervello e voluta con cognizione di causa. Deve semmai essere la playlist della nostra radio preferita, che comunque pensa a noi che amiamo quella radio. Che non derivi, insomma, da algoritmi che non ci appartengono.

Musica e produttività

Insomma, le ricerche fatte su musica e produttività sono abbastanza vecchie. Su queste si basa la convinzione e la credenza che la Musica può aumentare la produttività. E ancora queste ricerche non sono state smentite. La musica permette al nostro cervello di rilassarsi e di concentrarsi. Ma molto dipende, a mio parere, anche dal modo di lavorare del nostro cervello, dal tipo di musica che si ascolta (le parole di una canzone, per forza di cose, distraggono). E infine, dal tipo di azione che stiamo eseguendo a lavoro. Tre varianti essenziali che una ricerca seria dovrebbe prendere in considerazione oggi.

Insomma, produttività si, ma non per tutti.

Io vi posso pure proporre la mia playlist, quella del blog. La uso quando faccio pulizie, quando rimetto a posto casa o la mia stanza, oppure quando faccio lavori manuali. Ma quando studio o scrivo non riesco ad ascoltare questa playlist.

Ad ogni modo quello che è certo è che la musica non fa male! A nessuno! Anzi! Buon ascolto!

Effetti della musica sul nostro cervello. 5 TED Talks

Gli effetti della musica sul nostro cervello sono tanti. E generalmente sono benefici. A volte, induce pure alla felicità. Così come scrivevo nell’articolo la voce della felicità un tono felice ci rende felici.

Ad occuparsi della questione sono in tanti. E quello che vi propongo io è la raccolta di 5 TED Talks molto interessanti sull’argomento.

Effetti della musica: i benefici di chi suona uno strumento

Già se si ascolta musica, il nostro cervello riceve stimoli notevoli, ma quando si suona uno strumento, l’attività del nostro cervello si moltiplica. In particolar modo si mette in funzione la nostra parte callosa del cervello. Cioè quella parte di congiunzione tra emisfero destro ed emisfero sinistro.

Suonare uno strumento migliora, dunque, la creatività, la capacità di risolvere problemi o di avviare strategie e progettazione. Ma anche la memoria di un musicista è migliore di altre categorie di professionisti. Insomma, suonare o imparare a suonare uno strumento aiuta anche altre aree della nostra vita.

 

Effetti del ritmo sul cervello

Jessica Grahn è una neuroscienziata che si occupa degli effetti del ritmo sul nostro cervello.

Il primo effetto è che istintivamente il ritmo ci spinge a muoverci. Gli esseri umani, pare che abbiano un loro immaginario del ritmo e sono capaci di continuare uno stimolo anche quando lo stimolo non c’è più.

Questo immaginario, al contrario di altri esseri viventi, fa si che per noi la musica diventa anche intrattenimento.

Ma gli effetti del suono sul corpo possono anche essere terapeutici. Dato che le parti del cervello che si attivano al suono del ritmo sono le stesse parti che si attivano per il movimento. La musica permette di migliorare i nostri movimenti anche in situazione di malattia e difficoltà dei movimenti.

Il cervello improvvisa

Charle Limb è un neurochirurgo che studia la creatività. Le sue domande sono molto profonde. Come improvvisa il nostro cervello? Ma anche, come innova il nostro cervello?

Limb mette in risalto che il linguaggio musicale esiste anche dal punto di vista neurologico. Quando due musicisti hanno uno scambio di battute musicali le aree del cervello che si attivano sono le stesse delle aree del linguaggio. Insomma, la musica attiva parti del cervello abitualmente usate per parlare. Limb sostiene di essere solo all’inizio della ricerca e che i risultati sulla comprensione dell’arte, su cosa sia l’innovazione, dal punto di vista neurologico, si vedranno tra 10/20 anni. La buona notizia è che siamo sulla buona strada.

La musica può essere meglio del sesso e del cioccolato

Deanna Choi non dice nulla di nuovo, sono cose che si sanno ma che è bene ripetere. La Musica può essere migliore del sesso e del cioccolato. Non solo perché la musica in massa è più socialmente accettabile. Ma perché ascoltare musica, o suonare, fa produrre al nostro cervello dopamina e ossitocina (la chimica dell’amore). Si tratta di elementi che producono, facilitano e trasmettono il piacere in tutto corpo. Questo è il motivo per cui ascoltiamo e riascoltiamo i brani che più ci piacciono.

Ancora di più. In pazienti con perdita di memoria o affetti da demenza senile, la musica fa risalire memorie e ricordi perduti, o evidentemente, sotterrati. Se le nostre memorie sono connesse e sono connesse anche con la musica, questi ricordi saranno molto più profondi e molto più ricordabile nel tempo, rispetto ad altri ricordi.

La musica è piacere, è memoria, è voglia di costruire qualcosa insieme. Come il sesso e una torta di cheescake. Sono cose che ci piace consumare, si ricordano nel tempo ed è meglio farle insieme ad altri.

Rivelare la musica con le neuroscenze

E infine Ardon Shorr, parla di musica classica come di informazione. Ascoltare musica significa imparare. Il meccanismo è uguale. Ci sono due tipi di noia. Il primo tipo di noia è quando qualcosa ci annoia perché troppo facile. Il secondo tipo di noia è quando qualcosa ci risulta troppo difficile. La musica classica appartiene a questo secondo tipo. La musica è complessa da capire. Le informazioni che può contenere una sinfonia sono troppe per essere assorbite contemporaneamente se non abbiamo gli strumenti per apprendere e capire. Se raggruppiamo le informazioni, se comprendiamo che la musica ha delle frasi e una struttura, anche la musica classica può diventare più facile da capire. Come nell’architettura dell’informazione la comprensione della struttura ci fa comprendere il contenuto. Forma e contenuto, struttura e contenuto sono strettamente legati. Questo ci permette di capire meglio che la musica è qualcosa di cui abbiamo bisogno.

Gli effetti della musica sul nostro cervello dunque sono davvero positivi. Ascoltare musica è qualcosa di piacevole, cercare di imparare, non è necessario diventare concertisti, produrrà effetti positivi in ogni ambito della nostra vita. Sia dal punto di vista lessicale, motorio, psicologico e umorale.

Parola immagine e ascolto

Parola, immagine e ascolto.

Storia di un cortocircuito la definisce Luca Rosati

che la scorsa domenica ha dedicato

a me, Luisa Carrada e Yvonne Bindi questa frase:

Parola, immagine e ascolto.
Storia di un cortocircuito che dedico a Luisa Carrada, Yvonne Toilette e Toni Fontana.
“Spesso la pittura ha mosso la mia penna. Se in un lontano pomeriggio del 1970 non fossi entrato al Prado e non fossi rimasto “prigioniero” davanti a Las Meninas di Velázquez, incapace di uscire dalla sala fino alla chiusura del museo, non avrei mai scritto Il gioco del rovescio.

Dall’immagine alla voce la via può essere breve … la rètina comunica col timpano e ‘parla’ all’orecchio di chi guarda; e per chi scrive la parola scritta è sonora: prima si sente nella testa.”

Antonio Tabucchi, Racconti con figure

L’officina della Poesia

Se si parla di parola, immagine e ascolto non posso non pensare che questi tre concetti sono alla base della Poesia. E così mi è tornato in mente il libro “L’officina della Poesia” di  Angelo Marchese. Un libro del 1985 e ripubblicato nel 1997.

Nell’introduzione si legge:

Non v’è dubbio che oggi, nella società pancomunicativa dei mass media, nel grande villaggio elettronico dove i segni sono usati e gettati come fazzoletti di carta, dove la più atroce notizia è fruita come semplice informazione se non addirittura come spettacolo (“la morte in diretta”), la letteratura autentica è più che mai un viatico di libertà per le nuove generazioni, un appello alla vita responsabile e alla maturazione intellettuale, un dono insostituibile della civiltà che non conosce barriere di spazio e di tempo: un’esperienza, detto altrimenti, di quei valori estetici che, forse meglio di altri, ci introducono nelle dimensioni profonde di una realtà qualitativamente diversa rispetto a quella, certamente limitata, in cui viviamo.

Certo, Marchese, nel 1997 non pensava a Facebook e ai suoi Live. La morte in diretta oggi non è più spettacolo ma diretta senza intermediazione, dove paradossalmente, a volte, l’autore del video è il morto stesso, trasformandosi addirittura in video virale.

Ad ogni modo… Mi colpisce, oggi, più di ieri, quando Marchese parla della Poesia come “Un’esperienza di quei valori estetici che ci introducono nelle dimensioni profonde di una realtà qualitativamente diversa rispetto a quella in cui viviamo.” Il Poeta, come l’Architetto dell’informazione, che progetta e costruisce un’esperienza.

Mi fa pensare alla possibilità e anche al dovere (perché no?) di progettare con responsabilità, per dare vita a siti di valore che esprimono valori.

L’istituto metrico

Angelo Marchese scrive:

Le matrici convenzionali metrico-prosodiche, modellizzando il significante (l’accento, intonazione, le manifestazioni fonologiche soprattutto) costituiscono il fattore costruttivo fondamentale del discorso poetico.

La poesia non è solo una sequenza di sillabe secondo un dato ritmo. La poesia è un crogiolo linguistico tra forma, parola e contenuto. E’ lo scontro/incontro tra significante e significato. La poesia è ordine e sregolatezza. Figure metriche precise ma anche figure metriche, come lasinalefe, dialefe, dieresi e sineresi, che modificano il computo delle sillabe.

Alcuni studiosi parlano, infatti, non di sillabe, ma di posizioni. Il verso sarebbe caratterizzato da una struttura metrica composta da un numero preciso di posizioni; da una pausa principale alla fine della sequenza o frase ritmica e da una o più pause interne, dette cesure; da una gerarchia  di ictus primari e secondari, grazie ai quali si modula il ritmo poetico.

Il ritmo

Il tema del ritmo non è tema da poco. Jakobson cita alcuni spunti di Hopkins del 1866:

Quanto vi è di artificio nella poesia, e sarebbe giusto dire ogni forma di artificio, si riduce al principio del parallelismo. La struttura della poesia è caratterizzata da un parallelismo continuo nel ritmo (ricorrenza di una certa successione di sillabe), nel metro (ricorrenza di una certa successione ritmica), nell’allitterazione, nell’assonanza, nella rima. Ora, la forza di queste ricorrenze consiste nel suscitare un’altra ricorrenza o un parallelismo corrispondente nella parola o nel pensiero.

L’equivalenza del suono implica inevitabilmente l’equivalenza semantica: ed è questa, una conclusione importantissima perché il principio di equivalenza o il fattore costruttivo del ritmo si dilata oltre il significante a organizzare la totalità del segno poetico.

Parola, immagine e ascolto

Yvonne Bindi, che di parole se ne intende, prontamente ha commentato con le proprie correlazioni, scrivendo… Sinestesie, sinsemie e relazioni.

La sinestesia è una figura retorica che prevede l’accostamento di due parole appartenenti a due piani sensoriali diversi.

Ed è proprio nella poesia che se ne fa l’argo uso.

L’odorino amaro
(Giovanni Pascoli, Novembre)
A poco a poco mi ripigneva là dove ‘l sol tace.
(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto I)
Venivano soffi di lampi
(Giovanni Pascoli, L’assiuolo)

E già Luca Rosati aveva parlato di sinsemie : scritture nello spazio.

La difficoltà a superare la dicotomia parola vs immagine è legata a un retaggio culturale che per molto tempo, e soprattutto in occidente, ha visto nella scrittura una tecnica per riprodurre il parlato, legata quindi al testo alfabetico sequenziale. La nascita della stampa ha poi ulteriormente irrigidito la contrapposizione.

La musicalità della poesia

Il ritmo, nel suo significato più ampio, è il fattore costruttivo della Poesia. Una poesia prende vita anche nella sua espressione orale. La voce, la lettura e il lettore, costruiscono nello spazio proprio dell’ascolto la descrizione di come il segno, tra accenti, pause e tracciati melodici, è distribuito sul foglio. Intorno a questa musicalità, o se preferite meglio, intorno a questi elementi musicali, si organizza tutta la complessa orchestrazione eufonica del significante.

Marcello Pagnini, docente dell’Università di Firenze, oggi scomparso, ha studiato a più riprese questo problema ed ha sostenuto che ad ogni piede, piede poetico, ad ogni gruppo di sillabe, corrisponde una battuta.

Esempi di ritmo poetico

Nell’Orlando furioso, nel primo verso, già c’è tutto. Il tema, il segno, il significante, il significato, il ritmo.

Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori…

Ma potremmo prendere anche i versi di Umberto Saba nel La capra:

Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata
dalla pioggia, belava.

Ancor più forte, nel Canto Quinto della Divina commedia possiamo sentire le battute del celebre passo in cui si racconta di Paolo e Francesca.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

La musicalità della poesia nasce dalla “complessità della costruzione strutturale” del discorso in versi.

Interconnessione e interazione del segno con il ritmo, del significante con il suono, della struttura con la musicalità.

Solo in questo senso, Angelo Marchese, conclude con le parole di Pagnini

tout court il linguaggio della poesia si distingue dal linguaggio naturale perché “canta”.

Cosa canta? Parole, immagini e ascolto.

User Experience Sonora

L’uomo è immerso nel suono e si trova sempre in un contesto sonoro. Non solo siamo immersi nel suono ma ne abbiamo bisogno per la nostra salute mentale. Il silenzio assoluto ci porterebbe alla follia.

Progettazione del suono

Molti dei suoni che oggi ascoltiamo sono stati progettati: lo snooze della sveglia, gli squilli dei nostri smartphone, il campanello del forno che ha smesso la cottura o i segnali acustici degli allarmi anti incendio. Anche i suoni prodotti dalle auto, dal rombo dei motori, all’esperienza acustica dell’abitacolo, sono suoni progettati.
Altri segnali audio non vengono deliberatamente progettati, ma ci aiutano comunque a percepire quello che sta accadendo agli oggetti. Il ronzio del climatizzatore o della ventola del PC, o il rumore del frigorifero. Così che, se qualcosa non va, notiamo subito che, non suona bene e qualcosa non funziona. Già dalla nascita di questo blog abbiamo parlato del Suono come quarta dimensione dell’UX.

In passato

Purtroppo l’audio e l’uso dell’audio sui siti web gode di cattiva fama, senza contare che le linee di usabilità privilegiano comunque la parte visuale e testuale.
L’audio è stato abusato negli anni e tutt’ora viene mal gestito. Durante l’era Flash, intorno al 1999, gli sviluppatori di siti web hanno utilizzato in modo massiccio e invasivo l’audio, per cui si avevano loop musicali di sottofondo, segnali acustici che partivano senza motivo, suoni che accompagnavano le animazioni. Insomma un uso senza coscienza dell’audio.

Oggi

Così come oggi lo spam e l’audio pubblicitario sui siti Web non migliorano l’esperienza sul sito. Anzi. L’esperienza il più delle volte è negativa. E gli utenti sono costretti, dopo un balzo, a spegnere definitivamente casse e altoparlanti del proprio computer.

Una progettazione sana dell’ADV dovrebbe prevedere la facilità di spegnimento dell’audio.

Visuale vs Uditivo

Chi oggi studia e progetta l’User Experience è focalizzato nel settore della progettazione visiva: architettura dell’informazione per l’editoria o per il prodotto.

Ci si concentra sulla visual interaction design. L’interazione dell’utente, in generale, non prevede l’interattività dell’utente; non prevede l’uso di tutti i sensi disponibili all’uomo.

Anche se l’invito alla progettazione dell’esperienza, ultimamente, si fa sempre più forte. In Italia si stenta ad avviare questo genere di progettazione e di realizzazione dei siti digitali.

Il mio studio per l’architettura dell’informazione sonora è volto verso quella parte di architetti che vogliono studiare e progettare l’esperienza dell’utente in ogni sua dimensione. E spero di riuscirci.

Il suono nel Game Design e nel Design industriale

In altri settori come nel game design o nel design industriale l’audio ha un ruolo primario ed ha una funzione di facilitatore dell’uso della strumentazione. Nei video giochi a determinati personaggi sono associate determinate musiche. E tra gli strumenti di emergenza, come in un defibrillatore, per esempio, il suono aiuta a capire quando rilasciare la scarica.

User Experience Sonora

L’audio sul web è invadente e le norme di usabilità pare abbiano messo una pietra tombale sull’uso del sonoro sui siti web. Eppure questo non ha impedito ancora a nessuno di eliminare qualunque suono dai siti. Se ci fosse un po’ di attenzione all’argomento, forse, alcuni video non partirebbero senza alcuna ragione e magari avrebbero un volume ragionevole.

Le ragioni del marketing, in questo caso, non dovrebbero prevalere sulle ragioni di una buona esperienza dell’utente.
Parafrasando la nota frase di Peter Morville: “L’architettura dell’informazione c’è anche quando non c’è un architetto dell’informazione” così l’user experience sonora c’è anche dove non c’è un architetto dell’informazione sonora che prenda in considerazione l’audio.
Per questo motivo sono convinto che chi progetta un sito web, come uno spazio digitale, deve conoscere e prendere in considerazione l’esperienza sonora: gestirla, organizzarla e nel caso prendere tutte le precauzioni necessarie.
L’audio, se usato con giudizio, migliora l’esperienza utente e fornisce un ambiente più ricco per l’interazione.

Un esempio concreto da godersi è stato il New York Magazine che considero un esempio di architettura dell’informazione sonora in pratica.
L’interesse che dovremmo coltivare per l’user experience sonora e per il senso dell’udito determinerebbe il confine entro il quale non dovrebbero esserci abusi, principalmente. L’attenzione per come vengono proposti musica e video, nei siti web, dovrebbe solo migliorare l’esperienza dell’utente.

Quando non teniamo in considerazione la parte uditiva, io penso, che l’esperienza sia sicuramente più povera. Se poi, come spesso accade, l’uso è arbitrario l’esperienza è sicuramente spiacevole.

In conclusione

L’user experience design, la progettazione dell’esperienza, è aperta a molteplici vie che devono migliorare l’esperienza dell’utente.

L’avvento di chat bot, di assistenti vocali, di intelligenza artificiale, a prescindere dalle loro reali realizzazioni, indicano che il bisogno di audio, di interazioni vocali, di contesti sonori sia alto.

In questa esperienza, che ci si propone essere sempre positiva, è necessario prendere in considerazione anche l’audio e l’user experience sonora.

5 TED Talks per raccontare attraverso i suoni

5 TED Talks per raccontare attraverso i suoni. Un altro tassello per imparare ad ascoltare meglio il mondo, lo spazio o l’universo che ci circonda.

Raccontare storie, come ci ha spiegato Leon Berg è una pratica antica. Un bisogno umano. Attraverso il racconto e la condivisione di esperienze si crea quella che chiamiamo appartenenza, si instaurano amicizia e rispetto. Quando ci accade qualcosa sentiamo l’impulso di raccontarlo. A tutti piacciono le storie! Le ascoltiamo volentieri! E volentieri le tramandiamo. Vere o inventate, non importa.

Ovviamente non tutti raccontano tutto a tutti. A volte c’è bisogno di qualche stimolo. Le interviste sono fatte per questo. Ma raccontare attraverso le parole non è il solo modo di raccontare. Noi umani raccontiamo anche attraverso la musica. La musica è un linguaggio, il nostro linguaggio ha anche una componente musicale.

5 TED sul racconto attraverso i suoni

Victor Wooten al TEDxGabriolaIsland racconta della sua esperienza come musicista, di aver imparato prima il linguaggio musicale e poi il linguaggio verbale. Impariamo anche noi il nostro tone of voice: nessuno ce lo può rubare e non lo possiamo perdere. Impariamo una lingua e impariamo anche la sua musicalità. E questo accade meglio se impariamo ad essere dei buoni ascoltatori. La Musica è un linguaggio, è uno stile di vita e può salvare il mondo!

Avevo già proposto Dave Isay e lo ripropongo perchè con lui condivido il pensiero che ciascuno intorno a noi ha una storia da raccontare e una storia che il mondo ha bisogno di ascoltare.  Ascoltare e raccontare storie significative migliora noi stessi.

E’ possibile mangiare la tua canzone preferita? Se fossi un Cyborg forse si. Neil Harbisson si definisce tale, un cyborg e la sua fondazione si occupa di diffondere il messaggio. Neil Harbisson soffre di una malattia agli occhi che non gli permette di vedere i colori. Per comprendere meglio il mondo ha studiato uno strumento che emana suoni diversi in base al coloro che vede. Ma lascio a lui la parola, che ve lo racconti.

Mi piacciono le cose invisibili, mi piacciono le cose invisibili che influenzano la realtà e le cose visibili: come la musica e come l’architettura dell’informazione. Evan Grant si occupa di Cimatica che è il procedimento con il quale è possibile visualizzare il suono, la sostanza di ciò che non vediamo. Ogni cosa emana informazioni, dati, che noi sentiamo attraverso il suono o la vibrazione. Il suono ha effetti sulla materia e crea forme nella materia.

La conoscenza dello spazio che abbiamo oggi è dovuta tanto all’osservazione dello spazio, quanto dall’ascolto delle onde che sono arrivate sul pianeta terra. Una storia dell’universo in suoni esiste e Honor Harger ci fa ascoltare qualcosa.

BONUS

Kak King presenta un concerto di musica e colori, da ascoltare e da vedere. Non saprei cosa affascina di più. La musica certamente crea un contesto, aggiunge significato ad immagini molto belle che da sole però ci direbbero poche cose o nulla.

 

Musica fotografata ossia la musica secondo Instagram

Instagram rappresenta un modo semplice

per catturare e condividere i momenti più belli della tua vita.

L’articolo è stato pubblicato a marzo 2016 ed aggiornato a settembre 2020.

@Music su Instagnam

Nel 2016, il blog aveva poco meno di un anno ed era incentrato molto sulle sonorità e sulla musica. In questo post mi occupavo dell’account @music di Instagram (che oggi non esiste più), che é era musica fotografata, la musica secondo Instagram, appunto. E me ne occupo sia per lo studio commissionato da Instagram a Nielsen lab, principalmente, sia per il non trascurabile cambiamento dell’algoritmo del social network.

In questi giorni (marzo 2016), infatti, Instagram è tornato al centro dell’attenzione dei social manager perché ha annunciato nel suo blog l’inizio della sperimentazione di un algoritmo che mostrerà agli utenti i contenuti più interessanti (secondo Instagram). O meglio, l’algoritmo non mostrerà più le foto in ordine cronologico e di pubblicazione ma in base alla rilevanza che la foto ha per l’utente, che, tradotto da Pierluigi Vitale su socialistening.it sarebbe “E alla fine anche Instagram sceglierà per te”.

Il lancio di Music nel 2015

Ma torniamo a noi e all’account @music che così si presentava nell’aprile 2015.

La comunità musicale è – ed è sempre stata – una parte importante di Instagram. Negli ultimi quattro anni, siamo diventati la casa per artisti grandi e piccoli – un luogo dove le persone attraverso lo spettro musicale condividono storie, rivelano la loro creatività e la collegano direttamente con i fan.

Oggi lanciamo @music, un nuovo account dedicato all’esplorazione della musica in tutto il mondo, da coloro che creano alle comunità intorno ad esso.
Ogni settimana, daremo uno sguardo all’esperienza musicale su Instagram. Ciò significa che vi mostra un lato diverso di artisti che conosci e ami, come Questlove  (
@questlove), e si introduce di up-and-coming talenti da tutto il mondo, come Tricot (@ikkyu193). Significa mettendo in evidenza i fotografi, illustratori musica album, liutai e, naturalmente, i tifosi. Nella tradizione Instagram, ci sarà anche la partecipazione della comunità benvenuto con un nuovo progetto hashtag mensile a tema musicale.
La musica è una parte enorme della vita di tutti noi qui su Instagram. E’ una nostra passione, e sappiamo che è anche una tua passione. In modo da seguire insieme a  
@music –– pensiamo scoprirete qualcosa di nuovo.

 Kevin Systrom, Founder and CEO
Art by @jaredeberhardt

La musica è un gesto

Per i fotografi assoldati da Instagram la musica è un gesto, il volto felice di giovani, ragazze e ragazzi presenti ad un concerto, le luci di un mega-party, una mano che batte i tamburi, la smorfia facciale di un cantante. Insomma, è un continuo rimando all’immaginario musicale (occidentale) e alla nostra memoria visiva intorno alla musica.

A meno di un anno dalla sua creazione, Instagram, però, ha voluto sapere quale impatto, reale, il social ha sul settore della musica – in particolare sui dati di vendita e le statistiche di flusso – e quale fosse il valore rispetto agli artisti. E così ha commissionato a Nielsen lab uno studio appena pubblicato (marzo 2016) che ha mostrato le analisi dei comportamenti dei followers.

Comunità musicali su Instagram

Su Medium, Lauren Wirtzer-Seawood, Head of Music Partnerships presso Instagram, scrive:

Ogni giorno gli artisti più influenti del mondo vengono su Instagram per condividere le loro storie e connettersi con un pubblico globale di appassionati. E nello stesso tempo su Instagram si trovano le comunità dei principali generi musicali che esprimono la loro arte e ispirazione.

Tutto sommato, lo studio di Nielsen ha confermato che gli utenti di Instagram mostrano una forte richiesta di contenuti musicali. Abbiamo appena scalfito la superficie per guardare più da vicino il modo in cui l’industria della musica, i marchi e gli appassionati possono sfruttare la nostra piattaforma. Instagram è un social appassionato di musica, e noi continueremo a sostenere l’industria della musica e la nostra comunità musicale in crescita.

I risultati della Nielsen Music Data su Instagram, sono basati sulle risposte di indagine raccolti nel 2015 da più di 3.000 utenti Instagram negli Stati Uniti, e sintetizzati in 3 infografiche concesse esclusivamente a Billboard.

Nella prima infografica era possibile leggere molte informazioni. In evidenza è posto che gli utenti Instagram spendono il 42% in più rispetto alla popolazione generale degli Stati Uniti sugli account musicali, partecipando a eventi dal vivo e acquistando prodotti.

Relazione tra Musica e Instagram

Da un articolo di Forbes traiamo l’essenziale dello studio

  1. Cinque dei dieci account più seguiti su Instagram sono account di musicisti.
  2. I musicisti  esercitano la loro presenza sulla piattaforma come potenti strumenti di marketing: la pubblicazione regolare e  l’avere un account ben gestito porta valore, mirato e misurabile per gli artisti.
  3. Il 90% degli utenti di Instagram si connettono settimanalmente con un servizio di streaming: YouTube, Pandora, Spotify.
  4. Gli utenti Instagram ascoltano una media di poco più di 30 ore di musica alla settimana, mentre la popolazione in generale ascolta poco più di 23 ore.
  5. I generi di musica più ascoltati sono il Pop, l’Hip-hop / Rap e R & B, seguito da rock e alternative, Country e musica dance elettronica.
  6. Il 54% delle persone che hanno preso parte allo studio pare che si colleghino con la famiglia e gli amici, attraverso la musica.
  7. Il 47% crede che sia importante assistere a spettacoli dal vivo dei loro artisti preferiti.
  8. E il 37% dice di essere ritenuta dagli amici dei trascinatori quando si tratta di scoprire nuova musica.

Il rapporto non specifica dove gli utenti ascoltano la musica, ma si può supporre che, essendo più coinvolti in applicazioni e social media, questa attività si svolge su piattaforme di streaming e in mobilità.

Condividere la musica su Instagram

E voi condividete la musica su Instagram?

Se non lo fate ancora (forse questo poteva accadere nel 2016) e la cosa potrebbe interessarvi (vi interessa di sicuro nel 2020) concludo il post consigliandovi una app che uso personalmente per la condivisione di musica su Instagram. Si chiama Sounds. La musica che propone di condividere è principalmente Alternativa, Ambient, Classica, Country, Dance, Deep House, Disco, Dubstep, Elettronica, Hip Hop, Jazz, Latina, R&B, Rock… e altro ancora.

Personalmente mi diverto ad ascoltare musica e ad editare il tratto di brano da condividere sul mio account. La risposta dei followers è sempre positiva.

La musica è ormai parte di molte stories ed è alla base di quasi tutti i Reels. Dal 2016 ad oggi la musica è entrata a far parte di Instagnam, quasi a farla diventare un’ applicazione musicale.

Così non è più necessaria un app esterna, ma il team di Canva, un sito e uno strumento di progettazione grafica, ha, per esempio, implementato le sue funzioni con la possibilità di inserire la musica nelle stories in modo più professionale e dunque personalizzare le Storie Instagram .

Il numero di persone che utilizzano Instagram continua a crescere e sta rapidamente diventando sempre più importante per i musicisti. Nel tempo questi numeri andranno ad aumentare.

Come inserire la musica su una foto o un video Instagram

I metodi di oggi (ottobre 2020 salvo aggiornamenti) sono due.

Primo metodo

  • Cliccare sulla foto personale in alto a sinistra.
  • In basso andare su Reel.
  • In alto a sinistra, a metà schermo trovi l’icona delle note.
  • Scegli il tuo brano.

Puoi cercare la musica che desideri

In basso trovi due sezioni. Musica PER TE e CERCA.

Su PER TE, trovi la musica consigliata in base ai tuoi ascolti. Su CERCA trovi diverse playlist. Le prime tre canzoni della playlist e il mostra tutto se ti interessa.

Puoi anche scegliere Genere, Stato d’animo e Temi.

Secondo metodo

Instagram permette di inserire musica nelle storie anche su foto o video presenti nella galleria.

  • Cliccare sulla foto personale in alto a sinistra o sul simbolo della fotocamera;
  • Andare sulla galleria, immagine in basso a sinistra;
  • Selezionare foto o video che da pubblicare come stories;
  • Accedere al pannello con gli adesivi (GIF, Sondaggi, Domande) ed emoticons;
  • Selezionare l’adesivo Musica;

A questo punto trovi lo schema come spiegato nel primo metodo, cercando la musica che si conosce già o navigando nelle sezioni che Instagram propone.

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Tutti connessi – sempre raggiungibili.

2016: anno del sonoro Parola (anche) di Mark Zuckerberg

Il 2016 è l’anno del sonoro

Così come dicevo nel primo numero di Mixer, analizzando le tendenze di dicembre 2015, è chiaro che gli sviluppi sonori sono indirizzati verso l’intelligenza artificiale, il multiroom, gli assistenti vocali e l’alta fedeltà.

A supportare questa analisi è arrivato l’articolo de Il Sole 24ore che parla di audio aumentato.

E poi il 3 gennaio Mark Zuchenberg ha postato una serie di buoni propositi per il 2016 in cui ha detto che uno degli obiettivi è quella di sviluppare l’intelligenza artificiale e l’assistenza vocale:

Every year, I take on a personal challenge to learn new things and grow outside my work at Facebook. My challenges in recent years have been to read two books every month, learn Mandarin and meet a new person every day.
My personal challenge for 2016 is to build a simple AI to run my home and help me with my work. You can think of it kind of like Jarvis in Iron Man.
I’m going to start by exploring what technology is already out there. Then I’ll start teaching it to understand my voice to control everything in our home — music, lights, temperature and so on. I’ll teach it to let friends in by looking at their faces when they ring the doorbell. I’ll teach it to let me know if anything is going on in Max’s room that I need to check on when I’m not with her. On the work side, it’ll help me visualize data in VR to help me build better services and lead my organizations more effectively.
Every challenge has a theme, and this year’s theme is invention.
At Facebook I spend a lot of time working with engineers to build new things. Some of the most rewarding work involves getting deep into the details of technical projects. I do this with Internet.org when we discuss the physics of building solar-powered planes and satellites to beam down internet access. I do this with Oculus when we get into the details of the controllers or the software we’re designing. I do this with Messenger when we discuss our AI to answer any question you have. But it’s a different kind of rewarding to build things yourself, so this year my personal challenge is to do that.
This should be a fun intellectual challenge to code this for myself. I’m looking forward to sharing what I learn over the course of the year.

Posted by Mark Zuckerberg on Sunday, 3 January 2016

Un post che mi ha fatto subito drizzare le orecchie!

Negli ultimi anni, leggiamo che Mark Zuckerberg, ha avuto propositi come quelli di leggere 2 libri al mese, incontrare una nuova persona ogni giorno o qualcosa di più impegnativo come imparare il Mandarino.

Per quest’anno, invece, i suoi propositi sono un po’ più alti e rivolti alla tecnologia più avanzata: l’intelligenza artificiale prima di tutto (che ha destato maggiori attenzioni tra i media, anche per il suo riferimento a Jarvis l’assistente vocale di Iron Man) per la propria casa e il proprio lavoro; e, per quanto ci riguarda, il secondo proposito è quello di iniziare a insegnare all’intelligenza artificiale a capire la sua voce per controllare ogni cosa nella sua casa – musica, luci e via di seguito.

I think we can build AI so it works for us and helps us. Some people fear-monger about how AI is a huge danger, but that seems far-fetched to me and much less likely than disasters due to widespread disease, violence, etc.

I suoi fan gli hanno già contestato qualcosa. Come ad esempio il fatto che stia pensando alla sua casa e non a quella degli altri. Ma Zuckerberg risponde subito che ogni casa ha le sue caratteristiche e lui prima vuole fare una prova in casa sua in modo da poter testare personalmente eventuali difetti e di permettere la diffusione in tutte le case quando si raggiungerà uno standard comune per tutte le case.

I will definitely keep our community updated on what I learn, and I hope others can learn from it too. The reason I’m building this just for myself is that the technology in every home is different, so it’ll be much easier for me to start just building this for mine that building a general product that works for everyone.

Mark Zuchenberg continua:

Third, our AI research team is making progress helping computers to see and understand. We recently built a prototype that combines language and vision comprehension so it can answer questions about an image. We’re using AI to help blind people in our community experience their friends’ photos by having our systems describe the scenes. I’m also doing my own personal challenge to build a simple AI to help run my home and help with my work. This is an area I’m personally very interested in long term.
This is the year a lot of what we’re working on will start to be available to our community. I have personally spent a lot of time on these projects and I’m excited to share more about what we’re building!

D’altronde il controllo di una casa connessa online è cosa già fatta. L’internet delle cose non è una novità. E per esempio anche le start up italiane come www.alfredsmarthome.com se ne occupano e hanno già buoni risultati.

Lo stesso Google da ottobre 2015 sta rilasciando intelligenza artificiale anche online, per dare risposte alle ricerche più efficienti e più vicine alla semantica. L’intelligenza artificiale ha le sue applicazioni sparse anche nei nostri più miseri telefonini e smartphone. E il controllo di una casa connessa è già presente in progetti già in stato avanzato come questo uovo davvero eccezionale

Ritorniamo all’anno del sonoro.

Devo, ammettere però, che al di là del fatto che a scrivere sia stato Mark Zucherberg in persona, mi stupisce l’attenzione della stampa. L’uso di intelligenza artificiale da parte di Facebook è notizia del 26 agosto 2015 data da David Marcus.  E ad ottobre 2015 sempre Facebook ha rilasciato il suo assistente digitale vocale Facebook M. E’ ancora in fase beta, per un gruppo ristretto di persone di San Francisco, e non si sa quando sarà rilasciato a tutti gli utenti di Facebook Messenger. Le funzionalità sono certamente interessanti, fanno pensare a Her, film del 2013 scritto e diretto da Spike Jonze, con protagonista Joaquin Phoenix. Facebook M riesce a fornire un ottimo servizio per relazionarsi con altri sistemi di automazione (tipo il servizio clienti di Amazon, attesa ai call center, lettura delle mail), ma pare abbia difficoltà a relazionarsi con sistemi non automatizzati. Per supplire a questo deficit di intelligenza artificiale è supervisionata da gruppi di persone fisiche che rispondono, in diretta, alle varie domande. Semmai non è chiaro dove si trovi il confine tra automazione e persona fisica (o gruppi di persone) e soprattutto che tipo di lavoratori siano questi ultimi (ma questa è un’altra storia).

Se Mark metterà un portiere che risponderà da call center per lui mi pare che non ci sia nessuna evoluzione. Meglio DoorBird ed essere sicuro di aprire alle persone giuste e a chi vuoi tu senza sfruttare nessuno.

Personalmente, invece, senza nulla togliere all’intelligenza artificiale che vedrà ancora tanta evoluzione (gli esperti dicono che siamo solo all’inizio), ritengo che il post di Mark sia più importante per l’architettura dell’informazione sonora e dell’audio perché non c’è nulla da inventare ex-novo, ma ci si dovrà limitare a sviluppare e migliorare tecnologie che sono già in uno stato di sviluppo abbastanza avanzato. Semmai la notizia è che a Dicembre 2016 dovremmo vedere rilasciato qualche servizio applicato.

Nonostante lo stesso Mark, parli di voce e riconoscimento vocale, per lui, così come per la maggior parte delle persone, l’Intelligenza Artificiale è qualcosa di legato al visivo e non proprio al sonoro. Zuckerberg, infatti, spiega ad una sua fan che chiede cosa si intende per AI:

Artificial intelligence. In this case it means I’ll be able to interact with it like a person: I’ll talk to it, it can see me and my facial expressions, it’ll be able to predict some of what I need ahead of time, etc.

Mark Zuckerberg insegnerà, infatti, a riconoscere la faccia dei suoi amici per aprire loro la porta quando questi suonano il campanello, oppure gli insegnerà ad aiutarlo a badare alla piccola Max.

E non sarebbe una tirchieria se un’Intelligenza artificiale, al citofono di casa Zuckerberg, non chiedesse nemmeno “chi è?”

Ma Facebook, che  comunque già riconosce i volti delle persone per favorire il tag, non è il solo ad interessarsi al tema. Per esempio, proprio in questi giorni Apple ha acquisito, pochi giorni fa, la startup Emotient con il quale Siri ed iPhone potrebbero riconoscere le emozioni.  Anche se non è chiaro l’uso che ne vorrà fare Apple.

E anche in questo caso, se non risponderà nel tono giusto alle nostre emozioni quale sarebbe la novità?

Per fortuna, per chi si occupa da più anni del controllo degli spazi e dell’internet delle cose, l’interfaccia vocale sta al centro del proprio prodotto. Se non avete grandi pretese, potete controllare poche luci e pochi sensori anche gratis, con Home Automated living e un’intera casa pagando.

E il mondo degli assistenti vocali si sta moltiplicando. Al momento i più avanzati assistenti vocali, sul mercato e già in nostro possesso sui nostri smartphone, sono, appunto, Siri di Apple, Cortana di Microsoft e Google Now; ma ne stanno nascendo altri. Sulla rubrica Mixer e più avanti ve ne farò scoprire un bel po’ anche di sconosciuti.

E in effetti, sempre nei commenti, Mark ammette che già usa un’assistente vocale della concorrenza, che risponde benissimo alle sue necessità. Per far ascoltare la musica alla propria figlia per farla addormentare, Mark usa Alexa, l’assistente vocale di Amazon Amazon Echo

Dice Zuckerberg

For just music, the Amazon Echo is pretty great. It’s been very useful for controlling music with my voice while both hands are occupied taking care of Max. I’ve also been impressed with how much free music comes with Amazon Prime. That said, I only have an Echo in one room and it doesn’t have all my music, so it’s not perfect yet.

I’m very interested in using voice and face recognition to set lights and temperature as well depending on who is in what rooms, etc. For example, I like rooms colder than Cilla, and but it’s possible to just see who is in what room and adjust the temperatures automatically.

Alexa, inoltre, ha una buona fama tra chi sta sviluppando gli assistenti vocali, infatti pare essere tra gli assistenti vocali sia il più promettente.

Capisco dunque che la grafica e il visuale attireranno sempre di più la nostra attenzione ma concorderete con me che lo spazio di sviluppo è in gran parte sonoro. Staremo a sentire!

Active Noise Control – l’esperienza sonora in auto

L’ Active Noise Control è una tecnologia in uso nel mondo del sonoro da diverso tempo. L’idea in sé è abbastanza vecchia, del 1934, con le prime applicazioni negli anni ’50 e poi per silenziare i rumori esterni alle cuffie nel 1986. La novità semmai sta nella sua applicazione all’interno delle auto.

Come abbiamo già visto nei post precedenti un’automobile ha suoni propri analizzati dalle case madri .

Riprendo quanto detto da Tim Maly qualche anno fa:

Ci può essere stato un tempo in cui i rumori di un auto erano semplicemente una conseguenza della sua funzione meccanica, ma quel tempo è passato da tanto. Come ogni altra componente della vettura odierna, l’esperienza audio è stata attentamente progettata e ottimizzato.
Non basta che l’auto funzioni perfettamente, ma è necessario si senta quanto l’auto sta funzionando bene. Il suono è parte dell’esperienza dell’utente, ed è anche una parte fondamentale dell’interfaccia utente.

Ed è proprio di questo che vi voglio parlare.

L’Active Noise Control in auto

Da alcuni anni si fa già uso della tecnologia Active Noise Control per la riduzione attiva del rumore all’interno dell’abitacolo ma solo per macchine top di gamma.

Cristiano Ghidotti, che ne parla nel suo articolo “Esperienza sonora in auto: il valore del silenzio”, scrive:

Active Noise Control mira ad incrementare il comfort e la sicurezza a bordo: si tratta di un modo originale di affrontare il problema, ponendo l’obiettivo di un miglioramento sostanziale dell’esperienza di guida e di viaggio.

Da Wikipedia capiamo il funzionamento

Il suono è un’onda che consiste in una fase di compressione e di una fase di rarefazione. Un altoparlante con tecnologia noise-cancellation emette due onde sonore: il suono che si vuole trasmettere e una seconda onda con la stessa ampiezza e con fase opposta rispetto al suono esterno che si vuole cancellare. Questa seconda onda e il rumore esterno si combinano (tramite un processo chiamato interferenza) e si cancellano.

In pratica tre microfoni percepiscono i rumori prodotti dall’auto nei punti più rumorosi: motore, trasmissione e attrito dell’aria. Le casse dell’auto produrranno delle onde analoghe che andranno ad interferire con le onde sonore dei rumori e le annulleranno, producendo, appunto, il silenzio.

Questa tecnologia è sta già usata anche in cuffie di alta qualità come vediamo spiegato in questo video di qualche anno fa.

Il rumore è un elemento intrusivo che riduce la capacità di concentrazione del guidatore e altera le funzioni di analisi del cervello, incrementando i livelli di distrazione e di stress.

https://youtu.be/T4Lv0RaKImw

Ma perché la necessità del silenzio in una macchina? Sulle lunghe percorrenze il rumore è sempre stato un grosso problema ma oggi inizia a subentrare anche un nuovo concetto di auto che sarà un luogo dove si svolgeranno anche altre attività, che non sia il guidare.

La macchina del futuro secondo Volvo

Come vi ho potuto già proporre nel post Apple CarPlay e Google Android Auto le possibilità di espansione sono ancora numerose.

Anzi! Se guardiamo le notizie che ci arrivano da questo mondo l’interazione e la connessione con il veicolo saranno destinati ad essere sempre più pervasive. Ad ottobre 2015 Toyota presentava il prototipo dell’auto a guida autonoma che sarà pronta e in produzione per il 2020.

Sempre Toyota, a brevissimo, a gennaio 2016, aprirà una nuova società, la Toyota Research Institute Inc, con base a Palo Alto, nella Silicon Valley, vicino all’Università di Stanford, che si occuperà di intelligenza artificiale. L’investimento per i primi cinque anni di attività è di un miliardo di dollari.

L’iniziativa sarà guidata da Gill Pratt, già program manager presso DARPA e responsabile dell’evento Robotics Challenge, e avrà come obiettivo principale – nell’immediato – lo sviluppo di algoritmi informatici, tecnologie per l’interazione uomo-macchina e robotica per la riduzione degli incidenti automobilistici sulle autostrade e non.

E siamo solo all’inizio!

Un’analisi sonora del Format comunicativo dello Stato Islamico ISIS

Isis, Stato Islamico, comunicazione sonora, marketing, reclutamento, un mix esplosivo che è difficile da comprendere. Sebbene, periodicamente, nei giornali e nei telegiornali si fa un gran parlare di Isis o di Stato Islamico, di terrorismo e di attentati, in pochi sanno cosa sia davvero l’ISIS e quali sono le sue origini. E neppure si è in tanti a volerlo saperlo. In questa pagina voglio sottolineare la potenza comunicativa dell’ISIS. In primo piano l’analisi sonora del format comunicativo. In fondo alla pagina alcuni elementi con cui io stesso mi sono documentato per capire il fenomeno e avere la serenità di parlarne. Questa pagina è il mio contributo, come nello spirito di tutto il blog, a creare consapevolezza su ciò che ci circonda. E l’aspirazione di rendere un servizio completo ai lettori di questo blog.

Dall’immaginario visivo…

L’analisi sonora dell’ISIS è doverosa per questo blog in quanto lo Stato Islamico (ISIS o IS) oltre ad essere uno Stato, una organizzazione, o altro, è anche un Format comunicativo. Nel documentario trasmesso da Piazza Pulita Crack : Nascita del format ISIS vengono analizzati i video prodotti dall’ISIS. Il documentario mette in luce l’immaginario visivo da cui sono tratti quei video. Ossia evidenzia il fatto che l’immaginario visivo è tratto dall’immaginario visivo occidentale.  Nello specifico i video prendono spunto dagli spot di arruolamento dell’esercito americano o dai videogiochi cosiddetti “Sparatutto”. Questo immaginario visivo è ripreso e utilizzato dalle case di produzione video dello Stato Islamico per crearne uno nuovo più terrificante e impressionante.

… all’immaginario sonoro

Nel documentario di Piazza Pulita non viene fatta nessuna analisi sull’immaginario sonoro . Per questo motivo ho preso in considerazione alcuni video ed ho posto la mia attenzione alle colonne sonore utilizzate. A livello sonoro, credo che il discorso sia un po’ più profondo rispetto a quello visivo. L’immaginario sonoro di questi video è tutto orientale ed è proprio nel messaggio che si rinnova. Vi consiglio. innanzitutto, di ascoltare la musica di uno di questi video in un articolo di ADNKronos che vi linko. Ho scelto di non ospitare su queste pagine questo tipo di video. Nelle colonne sonore utilizzate c’è un elemento di base talmente ovvio che passa inosservato a livello conscio: la ripetitività del ritmo. La ripetitività del ritmo e del suono porta con se tre considerazioni:

  • Il canto è simile ad una canzone rap: nonostante la melodia sia riconoscibile come arabeggiamte, è costruita ed eseguita come fosse una canzone rap.
  • E’ una melodia orecchiabile: nel momento in cui le frasi musicali si ripetono due, tre, quattro volte, il cervello comincia a riconoscerne la familiarità e l’ascolto diventa piacevole.
  • E’ una melodia facile da memorizzare: anche se non si comprendono le parole, che inneggiano alla violenza e all’odio, il ritmo è facilmente ripetibile.

Insomma, vuoi o non vuoi, sia che capisci o non capisci le parole, questa cantilena ti entra nella mente.

La colonna sonora dell’ISIS: i Nasheed

Alex Marshall è un giornalista del Guardian e si occupa di musica e politica da diversi anni e dal suo articolo che potete leggere integralmente in inglese, vi ripropongo i punti che mi sono sembrati più interessanti.

  • Le canzoni usate dall’ISIS sono tutte cantate “a cappella”. Esse sono prive di strumenti musicali. Nello Stato Islamico, infatti, gli strumenti musicali sono considerati illegali. Gli strumenti musicali avvicinerebbero il canto ad una concezione occidentale della musica. E per questo sono fuorilegge.
    • AGGIORNAMENTO 22 febbraio 2016 – Persino ascoltare la musica occidentale è reato, tanto che un ragazzo di 15 anni è stato decapitato in pubblico. Fonte il Messaggero.
  • I canti usati dall’ISIS sono chiamati nasheed. Si tratta di componimenti musicali nati negli anni ’70 prodotti e ascoltati dai fondamentalisti islamici durante le battaglie che si svolgevano in quegli anni in Egitto, Siria, Libano, Afghanistan e Cecenia.

Se vi capitasse di vedere e ascoltare un video diffuso dall’ISIS la colonna sonora è sicuramente un nasheed.

Come sono utilizzati i nasheed

I nasheed hanno finalità diverse: sono colonna sonora dei video di propaganda. sono usati come mezzo di incitamento alla battaglia. sono usati per l’arrualamento dei foreign fighter.

Costruzione dei Nasheed

Alex Marshall scrive:

Queste canzoni sono vitali per l’organizzazione. Esse forniscono la colonna sonora a tutti i video dello Stato islamico; vengono diffuse da automobili nelle città che controllano, un po’ come le gang degli Stati Uniti che usano delimitare il loro territorio diffondendo canzoni rap; queste musiche sono anche suonate sul campo di battaglia. Il gruppo, poi, pare che produca canzoni su una serie infinita di argomenti.

L’ISIS usa la tecnologia e ne fa un uso massiccio.

  • Diversi brani sono costruiti come mix di più tracce vocali. Non mancano gli inni in cui la voce è lavorata con software di ritocco musicale come AutoTune. Si tratta di una applicazione che campiona la voce ed è molto usata da cantanti pop e rap internazionali. L’uso di questa tecnologia “occidentale” è giustificato dal fatto che i gruppi che ne fanno uso operano al di fuori delle linee guida religiose sebbene ad esse fanno chiaro riferimento.

Da LA STAMPA

Tra i nasheed più conosciuti c’è Dawlat al-Islam Qamat che sta diventando una sorta di inno non ufficiale dello Stato Islamico. Raccoglie ben 220.000 visualizzazioni su YouTube. Secondo Benham Said autore di Hymns: a contribution to the study of the jihadist culture questo canto va oltre il solito messaggio religioso, facendo riferimento direttamente all’alba che arriva, alla “vittoria imminente” e alla “jihad dei devoti”. Reso più solenne dai colpi dei mitra di sottofondo o dai passi dei soldati che marciano.

Canzone ISIS tra tradizione e futuro

Insomma, pare che le case di produzione musicali dell’ISIS usino i nasheed raccogliendo la struttura musicale più tradizionale ma che li abbiano rivoluzionati nel messaggio. Le prime canzoni nasheed, infatti, nascevano per esprimere messaggi di resistenza e di difesa. I gruppi militari che le cantavano erano molto piccoli e molto spesso clandestini. I messaggi usati dai nuovi nasheed, invece, sono messaggi tutt’altro che difensivi. Unico limite a questa “moda” l’avversione da parte dei capi dello Stato Islamico verso gli inni che sono una tradizione musicale occidentale. L’artista egiziano Mustafa Said, direttore della Fondazione per la Documentazione e Ricerca della Musica Araba in Libano, conferma che

nonostante queste canzoni intendano sottolineare le tradizioni del Medio Oriente “si tratta di una musica più vicina a Lady Gaga che ai classici arabi per la sua semplicità”. Per adesso però non ci sono artisti conosciuti: gli interpreti sono militanti con buona voce e buoni strumenti informatici.

Format IS tra marketing e proselitismo

Da aprile 2014, la Ajnad Media Foundation, che produce queste musiche, ha provveduto a sottotitolare le musiche, non solo in inglese come ha sempre fatto, ma anche in lingua italiana. Il primo in Italia ad occuparsi del tema è stato Bruno Ballardini, che con il suo libro pubblicato a maggio 2015 dal titolo “ISIS. Il marketing dell’apocalisse” dedica un capitolo alle produzioni musicali. Il libro parla di marketing e di strategia. Presenta l’”ISIS” e l’”Occidente” come due prodotti estremi del marketing dell’apocalisse. Per quanto riguarda la musica Ballardini mette in risalto come la musica riesca a fare proselitismo anche tra i non fedeli, musicisti occidentali che creano altri proseliti.

Scrive Ballardini: quello che è più interessante notare è come dalla musica abbiano finito per fornire anche volontari per il jihad.

Conclusione: uno strumento in più

Non serve certo questa pagina e le mie parole ad evidenziare la forte capacità comunicativa dell’ISIS. Ma ancora una volta è necessario sottolinearla. Tanto più che sono in atto nuove strategie di comunicazione. Lo Stato islamico, infatti, ha preparato durante il 2016 un piano della comunicazione descritto in un nuovo rapporto sulla nuova strategia di comunicazione dell’Isis pubblicato dal King’s College di Londra. Questo permetterà all’IS di continuare ad esistere anche dopo aver perso il controllo fisico sul territorio.

è già in atto una strategia di sopravvivenza che mira a preservare una versione virtuale del regno, una volta perso il controllo del Califfato in Iraq e Siria.

Insomma, con il mio blog voglio far notare come l’attenzione comunicativa dei prodotti ISIS sia rivolta a tutti i particolari. Si tratta di uno strumento in più per la comprensione della realtà che ci circonda.

Cos’è l’ISIS

l’ISIS, spiegato bene

di Elena Zacchetti – @elenazacchetti

Una guida per chi vuole capire una volta per tutte chi sono i miliziani che stanno conquistando l’Iraq.

Sciiti e Sunniti

Comunicazione ISIS

Come ogni organizzazione, l’ISIS o Stato Islamico, usa la comunicazione per teorizzare e divulgare il proprio pensiero. Studiarlo significa capire e scoprire quali sono gli strumenti utilizzati.

Dal blog di Giovanna Cosenza, professore ordinario presso il Dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bologna:

La comunicazione dello Stato Islamico (IS): un’analisi semiotica

Per capire ciò che oggi accade nel mondo in nome dell’IS Stato Islamico (come dal 2014 si fa chiamare ciò che molti preferiscono ancora identificare come ISIS), è necessario approfondire non solo la sua storia e la sua ideologia, ma soprattutto la sue strategie mediatiche.

In questa prospettiva di approfondimento, ho cominciato ad assegnare alcune tesi di laurea. Pubblico qui quella di Alessandra Maria Stella Milani, discussa il 7 marzo scorso e molto ben fatta.

A questo link  si può leggere la tesi.

Franco Iacch, su il Giornale.it parla di una strategia linguistica dell’Isis. E di come uno studio della semantica, dele parole che attivano i martiri, la ridondanza di alcuni termini utilizzati dall’Isis, potrebbe essere studiate per creare un modello previsionale affidabile per la sicurezza.

Marcello Mari, su Che Futuro! scrive sulla narrativa della guerra. O meglio La guerra della narrativa e perché è così efficace la comunicazione mediatica dell’ISIS.

Michele Di Salvo parla di comunicazione globale del terrore.

Paolo Carelli, del CeRTA (Centro di Ricerca sulla Televisione e gli Audiovisivi), dell’Università Cattolica di Milano, offre una sintetica mappa dei canali comunicativi utilizzati dallo Stato islamico.

L’Isis utilizza alcune tecniche psicologiche per reclutare. Sul Fatto quotidiano Marco Venturini spiega come avviene il reclutamento dei kamikaze.

Sul The Post International, Alessandro Albanese Ginammi, risponde a dieci domande per analizzare e capire che cos’è lo Stato Islamico: il nome dell’organizzazione, chi è il capo, chi sono i combattenti, dove prende i soldi, qual è la sua strategia, i video delle decapitazioni, cosa rappresenta la bandiera, qual è il suo obiettivo, chi c’è dietro e come combatterlo.

Ma se da un lato l’ISIS ha tanta voglia di comunicare e di reclutare. Nello stesso tempo non ha tanta voglia di farsi scoprire. Il Post racconta come una delle tecniche più ovvie è quella di non comunicare.

Documenti

Twitter e Jihad: la comunicazione dell’isis. A cura di Monica Maggioni e Paolo Magri.

Il dott. Tommaso Venturi, laureatosi alla LUISS, ha presentato una tesi sulle strategie comunicative dell’ISIS.

La pratica dell’ascolto

La pratica dell’ascolto è un antica usanza che potrebbe rivoluzionare il nostro futuro.

E’ così che la pensa Leon Berg, membro fondatore della The Ojai Foundation. La fondazione, infatti, si occupa di diffondere la pratica dell’ascolto chiamata “Pratica del Concilio”.

La pratica dell’ascolto

Si tratta di un metodo di ascolto e di racconto legato alle antiche culture tribali. Queste si riunivano intorno ad un fuoco per raccontare le antiche storie e trasmettere le buone pratiche del vivere quotidiano.

Ne 2001, Leon Berg, è andato in Israele per diffondere questa pratica. Ed ha messo insieme israeliani, Ebrei e Arabi, e fondare la Ma’agal Hakshava (Listening Circles).

Dal 2008 Leon e la sua compagna, Glori Zeltzer, si occupano di insegnare questa pratica negli Stati Uniti e ovunque venga richiesto.

La scuola dell’ascolto

Anche in Italia, dal 2009, a Milano, è presente una Scuola dell’Ascolto coordinata da Cesare Viviani, psicanalista e poeta, che da anni si occupa di questa pratica.

Si tratta di una esperienza davvero coinvolgente e al primo impatto difficile da attuare. Per questo motivo si parla di pratica. Perché è necessario ripetere l’esercizio spesso e periodicamente. Deve diventare una consuetudine, un modo naturale di approcciare l’altro essere umano. D’altronde ascoltare, come dice lo stesso Leon Berg, non è naturale ma è un esercizio di attenzione.

Buon ascolto!