Archivi categoria: User experience design

Libri UXUniversity

I Libri UXUniversity sono dei piccoli gioielli da leggere e studiare. Non si tratta di libri di divulgazione anche se diretti a tutti, ma dei veri e propri manuali di pronto intervento.

Chi è interessato al tema e vuole scoprire il meraviglioso mondo dell’User Experience deve per forza passare dalla lettura di questi libri e dei loro autori.

volumi agili, dedicati ad aspetti specifici dell’Experience Design, del Service Design e dell’Architettura Informativa.

Radical collaboration. Coinvolgere le persone nella progettazione di esperienze e servizi

Radical collaboration. Coinvolgere le persone nella progettazione di esperienze e servizi.

di Maria Cristina Lavazza – UXUniversity – 2018

Radical collaboration. Coinvolgere le persone nella progettazione di esperienze e servizi: I mercati sono alla spasmodica ricerca di innovazione. Le persone chiedono solo servizi che facilitino le loro vite.

La collaborazione radicale nel design di servizi ed esperienze è una risposta possibile a sistemi sempre più complessi. Scegliere la collaborazione radicale significa adottare un mindset e rimettere al centro la persona in tutte le sue accezioni e i suoi ruoli per dare vita a servizi semplici, efficaci e umani.

La collaborazione radicale chiede metodo e tattica, ma prima ancora chiede strategia, vedremo cosa comporta sceglierla, metterla in pratica, i suoi limiti, ma soprattutto le sue innumerevoli potenzialità a favore del cambiamento e dell’innovazione per tutti.

Leggi anche la mia recensione per approfondire il tema.

Il senso della linea. Scrittura e calligrafia nell’era digitale

Il senso della linea. Scrittura e calligrafia nell’era digitale (brossura)
di Chiara Riva – UXUniversity – 2019

Scrittura e calligrafia nell’era digitale: Grazie alle tecnologie digitali abbiamo tanti strumenti per riprodurre i nostri testi, eppure sentiamo il bisogno di avvicinarci a un mondo che pensavamo perduto: il piacere del contatto con la carta, del suono dello strumento che si muove sulla superficie ruvida; scrivere a mano lasciando il proprio segno.

Accompagnati da esempi e testimonianze di alcuni professionisti del settore, andremo alla scoperta di quest’affascinante disciplina: la calligrafia.

Intranet Information Architecture. Progettare l’architettura informativa delle intranet di nuova generazione

Intranet Information Architecture. Progettare l’architettura informativa delle intranet di nuova generazione
di Giacomo Mason – UXUniversity – 2018

Progettare l’architettura informativa delle intranet di nuova generazione: Le intranet sono sempre più sofisticate, con informazioni, documenti e applicazioni accessibili in ogni momento da qualsiasi dispositivo.

Ma sono anche sempre più dense, con enormi quantità di file, pagine, news e schede tecniche da classificare, navigare e ritrovare. In poche parole, da organizzare in un’architettura informativa. Per realizzarla al meglio occorrono standard di design solidi e un processo di costruzione condiviso, che metta al centro le persone dell’azienda.

Il volume vi aiuterà ad adottare e integrare nel vostro lavoro soluzioni progettuali e di processo capaci di rendere la vostra intranet davvero funzionale.

Sul blog ho scritto una recensione sul libro di Giacomo Mason.

Sense-making. Organizzare il mare dell’informazione e creare valore con le persone

Sense-making. Organizzare il mare dell’informazione e creare valore con le persone.
di Luca Rosati – UXUniversity – 2019

Organizzare il mare dell’informazione e creare valore con le persone:

La proliferazione di canali e dispositivi ha generato una frammentazione dell’informazione, causando spesso disorientamento e difficoltà di scelta. La risposta alla frammentazione sta nelle relazioni: ricomporre pezzi sparsi d’informazione in una costruzione coerente.

È questa la sfida a cui è chiamato oggi il design in generale e quello dell’informazione in particolare.

Il libro che hai fra le mani ruota intorno a quest’idea: organizzare l’informazione significa porre “oggetti” in relazione fra loro per creare senso, per dare loro un contesto e una storia. Con stile chiaro e ricchezza di esempi – da Intesa Sanpaolo a Ikea a Netflix passando per Rino Gaetano – il libro spiega come progettare insieme alle persone la struttura informativa di ambienti digitali e non.

UX domino card

Le UX domino card sia in italiano che in inglese sono uno strumento prezioso per poter lavorare nell’user experience design.

Sono il concentrato di anni di lavoro, di metodologie, per poter fare ricerca e lavorare in team.

Le UX Domini card sono di Maria Cristina Lavazza, Stefano Dominici – UXUniversity – 2016

Le UX Domino Card sono un libro a schede che aiutano a spiegare facilmente le principali tecniche della user research in ambito UX.

Sono contemporaneamente: un manuale di orientamento veloce che permette di approfondire un testo aperto, di qui l’idea di carte-schede prive di rilegatura che possono arricchirsi nel tempo; un taccuino dove annotare i propri personali strumenti (carte jolly); uno strumento per illustrare e condividere il processo con il team e i clienti; un oggetto che supporti il brainstorming con il team di progetto e sostenga il pensiero trasversale.

Buona lettura

Non mi resta che augurarvi una buona lettura, sotto l’ombrellone, dei libri della UXUniversity.

Ricordo, per trasparenza, che tengo un corso di progettazione chatbot per la UXUniversity.

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Tutti vogliono diventare UX Designer?

Sull’Internet pare che siano tutti esperti di UX. E c’è chi si lamenta di chi si auto definisce esperto di User eXperience.

Di questi articoli non condivido il tono, né l’ironia. A me pare che, anche quando si voglia alleggerire il tema, tra le righe si legge solo una rabbia contro chi, più o meno consapevolmente, cerca di farsi strada in un mondo del lavoro sempre più a pezzi e sempre più malsano.

Io guardo con affetto chi si approccia (giovane e meno giovane) al mondo dell’UX. Anche perché mi chiedo, ma davvero tutti vogliono diventare esperti di UX?

Un mondo del lavoro pessimo

Viviamo in una società complessa. Il mondo del lavoro è pessimo. Non è una novità. In un momento storico, come quello che stiamo vivendo, di Crisi, nel senso di spaccatura profonda e cambio radicale della realtà, dove è facilissimo perdere il proprio posto di lavoro e dove i consumi vanno al ribasso, si cerca tutti di inventarsi qualcosa.

L’User Experience è il rifugio di una parte di questi lavoratori, soprattutto di quelli con formazione umanistica. L’User experience porta con sé una tale generalizzazione che può stare bene con tutto.

Come ho già scritto, User experience è tra le parole magiche che stanno tra il cambio di paradigma e la fuffa. E sta tutto qui il problema. Che è problema che va al di là dell’User experience (o che si porta dentro, come fosse il lato oscuro della Forza); è il problema di chi professa una professione senza conoscere davvero di cosa si tratta o di tutti coloro che si autodefiniscono esperti di UX.

Farsi capire

Chi pratica le professioni del web sa bene che il problema è farsi capire. Far capire a chi decide, agli imprenditori, alle pubbliche amministrazioni e ai dirigenti vari, cosa fa e che tipo di lavoro è l’User experience designer. Se fosse vero che tutti, o quanto meno tanti, sono esperti di UX ci sarebbe da essere felici. Perché più persone ne parlano più persone saprebbero di che si tratta.

L’Italia ha bisogno di User Experience designers, come di architetti dell’informazione, come di divulgatori di cultura digitale ed evangelisti del web. Se c’è un problema è quello di farsi capire da una massa critica di pubblico che dovrebbe dare lavoro a tutti, bravi e meno bravi, vecchi e giovani. Perché ce n’è di bisogno.

È palese l’ignoranza sul tema. Basta leggere alcuni elenchi delle posizioni aperte in aziende alla ricerca di UX designer. Quasi nulla è basato sul lavoro reale di questi professionisti. Le aziende cercano dipendenti che facciano gli imprenditori al loro posto, cercano persone esperte in arti divinatorie, grafici tutto fare con competenze che vanno dall’editoria al videomaker passando per un po’ di programmazione, che non fa male. Creativi che portino l’azienda sulla bocca di tutti a budget zero; persino senza il loro regolare stipendio.

I giovani di oggi

I giovani si prendono un pezzo del mio mercato. Non mi pare che sia una novità. I giovani, e tutti coloro che si fanno avanti, hanno sempre dato fastidio. Si fanno avanti prendendo parte del lavoro a pochi soldi, per fare gavetta. Si appropriano di qualche titolo lavorativo che non gli appartiene nella speranza di farsi notare da qualcuno. A volte sono odiosi.

(Non sono giovane ma immagino che anche questo blog dia fastidio.)

Può darsi. Ma, in fondo, non credo che questo sia una colpa da addossare ai giovani che, invece, spesso si sentono oppressi da tutta questa competizione.

Dal laboratorio di RCF con Pietro Del Soldà

Qualcuno, forse, pecca di arroganza. Forse. Ma se si presenteranno arroganti e non potranno permetterselo, prenderanno le loro batoste sui denti e sul muso. Non mancherà certo chi ironizzerà a tal proposito. E non saranno in tanti a fargli lo sconto o ad offrire premi all’arroganza. Questo, poi, vale per tutti.

Impareranno o dovranno imparare con umiltà e dedizione che devono studiare e lavorare duramente.

Tanto più che i giovani sanno, più di chi è avanti con l’età, che anche studiando e lavorando duramente, forse, non raggiungeranno mai un lavoro decente.

A loro dobbiamo dedicare tutta la nostra fiducia.

Scagli la prima pietra chi non ha mai sbagliato

Sarà pure vero che facendosi un giro su Linkedin tanti si appiccicano addosso un titolo lavorativo “UX quache cosa” dopo un master più o meno preconfezionato. O dopo qualche lezione o workshop.

Però, personalmente, non conosco la storia di queste persone, di questi ragazzi e ragazze, più o meno respinte dal mondo del lavoro. Chissà che esperienze professionali hanno alle spalle!? Laureati? Bibliotecari? Magazzinieri di qualche centro commerciale? Che ne sappiamo?

Magari quel workshop di poche ore ha aperto un mondo, ha dato contezza di un titolo che vogliono perseguire. E magari tornando a casa, con tutto l’entusiasmo del mondo, se lo scrivono bello in chiaro su Linkedin e sul CV. Che ne so?

Senza blasoni

Ed anche quando si fosse seguito un master cotto e mangiato, perché, chi partecipa, non dovrebbe scrivere quel titolo professionale che gli è stato affibbiato? Come se alla fine del proprio percorso di laurea, solo perché l’Università che si è seguita non è nella top ten delle Università nazionali, allora, non si dovrebbe scrivere sul CV che si è laureati!?

La maggior parte del territorio italiano è provincia. Non tutti hanno le possibilità di andare nelle università blasonate, non tutti hanno le capacità di farsi strada a gran velocità in questo mondo sempre più complesso. E non tutti si possono permettere master costosi. Non tutti incontrano maestri degni di questo nome.

Quello che si potrebbe fare è quello di consigliare un master sull’architettura dell’informazione di cui ci si fida perché i docenti sono di alto livello. Magari indicare i corsi di scuole professionali e aziendali che validano i docenti e quel che dicono.

Jorge Arango come esempio

Ci vuole umiltà. Ci vuole cultura. Spesso la base di partenza non è delle migliori. L’Italia è messa male. Personalmente invito a studiare, per quel che vale il mio consiglio.

Quando ho incontrato Jorge Arango a Roma, ho avuto modo di scambiare quattro chiacchierare con lui. Lui così giovane eppure già così bravo da scrivere l’aggiornamento della bibbia dell’architettura dell’informazione con Peter Morville.

Lui mi parlò della sua voglia di dire la sua. Di farsi avanti e lasciare il proprio “poke” sulla bacheca del mondo.

Non è un desiderio legittimo che tutti possiamo avere? A lui è andata bene. Ad altri, forse, meno bravi, meno brillanti, meno formati, meno talentuosi, andrà male. E allora?

Non ti senti un esperto? Condividi comunque.

Personalmente condivido il pensiero di Sara Wachter-Boettcher che consiglia anzi che, se non ti senti un esperto, condividi comunque, fai sentire la tua voce rivolgendoti non a chi già sa, ma a chi non conosce questa disciplina o questo metodo di lavoro.

Non c’è una quantità magica di esperienza che ti renderà improvvisamente degno di condividere le tue idee con il mondo.

Chiunque tenti di farti sentire diversamente è probabile che abbia un interesse acquisito nel mantenere lo status quo – vale a dire, più degli stessi gruppi sovra rappresentati sui nostri palchi e scaffali, e sui nostri meetup e tavoli da conferenza.

Sai, le stesse voci che ci hanno portato dove siamo oggi: un’industria legata al razzismo e al sessismo e tristemente impreparata a risolvere gli enormi problemi etici che ha creato.

Abbiamo un disperato bisogno di più voci e voci diverse, se vogliamo che questo settore cambi, e quelle idee potrebbero essere assolutamente tue.

A favore dei giovani

Personalmente mi pongo sempre a favore dei giovani e di chi ci prova (a qualunque età). Perché su questi temi i giovani, spesso, sono soli. Si ritrovano ad essere pionieri in zone e territori dell’Italia dove oggettivamente è difficile farsi strada. E guarda caso, sono proprio i luoghi dove le strade di collegamento non esistono.

Le famiglie di appartenenza non hanno una cultura digitale adeguata a consigliarli. Le famiglie “cacciano” i soldi (e tanti) per un master di cui neppure comprendono il titolo. Figurarsi se hanno gli strumenti per andare a giudicare insegnanti e contenuti.

Accompagnare e monitorare

Allora, invece, di ironizzare, io sono convinto che bisogna accompagnare. Senza presunzione, magari correggendo alcuni insegnamenti sbagliati, contribuendo con indicazioni, facendo notare che ci sono percorsi più onesti, più corretti, meno ciarlieri. Sperando di imboccare strade davvero più corrette di altre.

Che magari definirsi esperto è un po’ troppo. Ma che ad un certo punto si diventerà competenti e non si avrà bisogno di scriverlo da nessuna parte. Le esperienze porteranno a maggiori conoscenze e coscienza, la pratica darà sicurezza e abilità su specifiche della disciplina.

Esperti di UX

La verità è che, nonostante l’apparente miriade di persone che si autodefiniscono “esperto UX”, questo ambito del web, anche nel più roseo dei futuri possibili, resterà esclusiva di una piccola parte di professionisti. Questi si, incompresi da una moltitudine di persone reali.

La verità è che, per quanto le nostre bolle ci facciano vedere esperti UX (e Social media manager) ovunque, nel mondo reale non se ne incontrano tanti.

Gli UX designer sono professionisti che hanno l’ambizione di guidare o, quanto meno, indirizzare il cambiamento e l’innovazione. E per quanto predichino la partecipazione e l’inclusività, alla fine, solo pochi, a cui tutta la comunità dovrebbe essere grata nei secoli, praticano la radical collaboration sul serio.

Ed allora, invece di puntare all’esclusività della professione, che è già così complessa di per se, invece di ambire all’esclusione di chi cerca di farsi strada, io credo che dovremmo pensare alla costruzione di comunità di pratica. Invitare a partecipare ai gruppi di conversazione. Volersi bene tra di noi. Imparando e, come mi disse un tempo qualcuno, aiutandosi tra persone per bene. E crescere insieme.

Che magari può nascere qualcosa di veramente interessante. Io sarei interessato. E tu?

Uno sguardo in avanti sull’UX Design Trend 2019

Quali sono gli UX design Trend 2019? Cosa ci possiamo aspettare o potremo vedere o sentire in questo anno? Lo so che sono in ritardo rispetto a tutti i blog di settore. Ma poco importa. A me piace mettere ordine nei miei pensieri. Arrivare prima non è tra le mie priorità.

Da quel che leggo, le opportunità per coloro che si stanno affacciando alle discipline comprese dall’UX design sono in continua crescita. Prova ne è, per esempio, che coloro che hanno frequentato il master in architettura dell’informazione hanno tutti trovato lavoro.

E questo fa ben sperare in una comunità che si allarga e cresce. Una comunità grande nei numeri come nei contenuti potrebbe, più facilmente, migliorare i servizi digitali nel privato e (speriamo) anche nel pubblico dove si sta facendo un grande lavoro di indirizzo condotto dall’Agid – Agenzia per l’Italia digitale.

Prima un auspicio: la progettazione

Prima di passare ai trend di questo 2019 vorrei esprimere un auspicio per questo 2019 (certamente) ma anche per gli anni a venire. Auspico che sempre più persone, almeno per chi ne sente una responsabilità, cii sia un impegno maggiore a divulgare il concetto di progettazione.

Nessuno si senta escluso. Progettazione, programmazione pianificazione, ritengo siano elementi fondamentali per uno sviluppo consapevole del web e del nostro Paese reale.

Per la mia esperienza, invece, in molti puntano agli strumenti, alla manualità e poco al pensiero. Si pensa molto alle tattiche e poco alle strategie.

Un giusto mezzo penso sia utile a tutti. E ve lo auguro.

Pensare a lungo termine

E dunque è sempre un buon momento per cominciare a pensare a lungo termine. A cosa sarà, a cosa ci sarà dopo di noi.

Chi mi conosce ha ben presente la mia fissazione per il futuro, i miei continui resoconti e programmi ne sono la prova. Sono convinto che su ha bisogno di progetti e pensieri a lungo termine, anche per risolvere le emergenze di breve termine.

UX Trend 2019

Ho raccolto alcuni dei trend che ritengo più interessanti letti su UX trend. Anche se mi sono sembrati più consigli ad personam. In altri luoghi si è a lungo parlato della personalità del designer, delle sue qualità umane.

Non so se sia vero. Qualcuno sostiene che i designer siano impegnati a ripetersi alcuni mantra. La materia sta diventando ridondante. Chissà.

Io penso che la sostanza rivoluzionaria della disciplina sia in se, nell’applicazione quotidiana.

UX trend sostiene che

i progettisti sono troppo impegnati a progettare e meno a collaborare con le persone o con altri progettisti; che sono spinti ad orientarsi verso risultati a breve termine.

Certamente non saremo noi a salvare il mondo.

La nostra ossessione per i metodi di progettazione

Google ci ha reso pigri: “Come fare un diario di studio”; “Quando utilizzare un menu di hamburger”; “Modello di persona PDF”. Dopo alcune ricerche, ci ritroviamo a seguire una guida passo passo creata da qualcun altro. E, proprio così, dimentichiamo l’aspetto critico del nostro lavoro.

Essere aperti

L’ho già raccontato su queste pagine. Una mia amica a cui ho chiesto un parere sulla pagina che ho scritto sull’architettura dell’informazione mi ha chiesto se non si trattava di una disciplina che non vuole farsi comprendere. Quindi non tanto una difficoltà a capire cosa sia la disciplina ma una volontà da parte nostra a non volerci far capire.

In un mondo di condivisione questo non solo non dovrebbe esistere, ma soprattutto non ha più senso.

Altri trend del 2019

Ho perso i link e me ne scuso. Qui ho segnato alcuni trend che seguirò sul blog ma anche sulla newsletter.

Interfacce utente voce

Sicuramente bisognerà seguire gli assistenti vocali che stanno crescendo di giorno in giorno. Se il 2018 è stato l’anno dei lanci, il 2019 è l’anno del consolidamento. Amazon con Alexa e Google con Google Assistant fanno progressi di giorno in giorno. Attenzione però, non è un processo esaurito. Anzi. Siamo in una fase sperimentale. Qualcosa si può già immaginare. Almeno, i discenti al corso di progettazione chatbot hanno immaginato e realizzato alcuni progetti molto interessanti.

Il blog terrà d’occhio e d’orecchio questo mondo e questa nostra società sempre più vicina all’immaginario futuristico, robotico e fantascientifico che qualcuno si aspetta dagli anni Sessanta.

Micro-Interazioni

Le microinterazioni sono alla base di tutte le azioni che eseguiamo ogni giorno attraverso i dispositivi mobili e, considerando che il mobile è in costante crescita, l’user experience si concentrerà molto su questo tipo di dinamiche.

Controllo basato sui gesti

Se da un lato un forte sviluppo è presente in campo vocale non si deve dimenticare il controllo basato sui gesti.

Apple per esempio sta ripensando l’interazione delle persone con gli smartphone. Come se avesse “dismesso”, per così dire il suo sviluppo sulla tecnologia vocale e rimesso mano allo sviluppo degli smartphone.

Siri, infatti, è rimasta un po’ indietro rispetto ai concorrenti. Sentiremo…

Rispetto al mobile

Il motivo principale per cui Apple e Google hanno deciso di optare per la navigazione basata sui gesti è l’opportunità allettante di risparmiare più spazio sullo schermo per le app. Tuttavia, poiché le interfacce gestite da gesti significano anche controlli nascosti, un utente potrebbe sentirsi confuso. E questo può portare a una scarsa esperienza utente.

Sulla base dei gesti, i progettisti di UX hanno lavorato al ripensamento dell’interazione con le nuove generazioni di smartphone e in questo 2019 troveremo sempre più conferme di questo incredibile cambiamento.

Vedi e senti

L’aspetto cinematografico è diventato un must per i produttori di video. Le immagini continueranno ad avere una importanza fondamentale.

La rappresentazione sarà sempre più realistica e meno astratta, vedremo immagini pulite e modulari con una combinazione armonica di forme. Una sensazione di naturale transizione e perfetta integrazione tra vista e suono.

Conclusioni

Mi pare dunque che il trend sia quello del consolidamento delle tecnologie già sviluppate negli ultimi due anni.

Per affrontare questo mondo è necessario essere pronti al cambiamento. Come al solito non credo nelle prescrizioni, ciascuno di noi affronterà il futuro a modo suo, con le sue qualità e soprattutto con i suoi talenti.

E se proprio avete bisogno di una prescrizione anche da parte mia, una sola cosa posso dire: condivideteli questi talenti. Che dentro il cassetto non sono (e non valgono) niente.

La prossima fase dell’User Experience

Quale futuro dell’User Experience ci aspetta? “La prossima fase dell’User Experience” non è un titolo che mi sono inventato io. Ma è il titolo di articolo della rivista online fastcodesign. Chi mi segue da tempo, sa benissimo, che in questo blog non sono mai stato auto celebrativo e che semplicemente e umilmente mi sono messo a studiare un argomento che solo tre anni fa era come fantascienza ed oggi è piena realtà.

Di cose già dette e scritte

Parlare del futuro dell’user experience comporta seguire sentieri non battuti e significa anche essere soggetti a critiche; o prendersi le battute degli scettici. Però chi mi legge sa che io preferisco parlare delle tendenze. Credo che chi guarda in profondità il web, come fanno gli architetti dell’informazione, ogni tanto, debba essere un po’ visionario.

In fondo se non avessi guardato al futuro con fiducia oggi non sarei qui a scrivere di un argomento attualissimo.

Ho sempre pensato all’User experience come cambio di paradigma. In questi anni ho scritto articoli come La nuova interfaccia utente non è l’interfaccia utente. Ma ho scritto anche in termini critici e dubbiosi dando spazio a scettici come Tony Aube che parlava di interfacce del futuro. Ho osservato che le interfacce del futuro saranno interfacce ibride (passatemi il termine, che devo ancora chiarire ai miei lettori).

Niente false promesse

Ancora ci sono dubbi, mille domande. Ma dove di dovere stanno lavorando alle risposte. E se è vero che in Italia non si avrà la tecnologia o la disponibilità di creare lo smart speaker del futuro, da qui, da questo blog, possiamo far partire idee, sollevare dubbi o possiamo semplicemente ragionare.

Che le interfacce conversazionali siano la nuova tendenza nel design dei prodotti digitali è un dato di fatto. E questo nasce dal fatto che gli assistenti vocali od anche i semplici chatbot possono diventare il centro delle nostre case o delle nostre vite, aprendo e chiudendo una serie di applicazioni adatte per la nostra casa o sul nostro smartphone.

Futuro dell’User Experience

Ho già scritto di come l’UX frena lo sviluppo degli assistenti vocali. La prossima fase dell’UX nascerebbe dunque da una domanda. Cosa succede se il bot ci annoia o se ci fa perdere interesse? Nelle interfacce conversazionali, la personalità è la nuova UX.

Autori e interpreti hanno evocato personalità artificiali per millenni. È logico che siano all’avanguardia nella progettazione di nuove interazioni software.

“Vogliamo che le persone si divertano a gestire il nostro software, ma ora abbiamo una tavolozza molto limitata con cui progettare l’esperienza”, afferma Ben Brown, co-fondatore di Howdy, un chatbot “digital coworker” che viene eseguito all’interno dello strumento di comunicazione dell’ufficio Allenta e automatizza le cose come riunioni sullo stato del progetto e prendere ordini di pranzo.

“È quasi l’ultima sfida per il design digitale, perché nella maggior parte dei casi non si ha il controllo di ciò che sembra. Come puoi far bollire l’intera esperienza dell’app in due righe di testo? Non c’è nient’altro sullo schermo ma quello. “

Lo sforzo tecnico, la tecnologia si va via nascondendo. E, lo ripeto ancora una volta, l’interesse delle aziende di sviluppo è quello di inserire servizi all’interno degli assistenti vocali.

In primo luogo, ripensare il “designer”

Quando la parte grafica non sarà più la parte principale, i requisiti di base per la progettazione di un robot diventeranno radicalmente diversi.

Ed oggi nel mondo dei designer sono entrati a far parte artisti performativi, autori teatrali, radiofonici, sceneggiatori. E tutta questo con buona pace di chi pensa che l’User Experience design sia una nicchia. A mio pare non è così. E come chi si occupa oggi del micro copy di moduli e bottoni, così questa nuova generazione di designer sta entrando nel nostro mondo di progettisti.

A chi ci rivolgiamo?

Dispositivi come Google Home sono e saranno oggetti con cui parliamo. E noi designer, così come le persone comuni dobbiamo chiederci, o meglio, avere consapevolezza, “a cosa stiamo parlando?”

L’assistente vocale del futuro sarà più simile ad HAL del film 2001 Odissea nello spazio? Oppure sarà più vicino a Samantha del film HER? O ancora, sarà più simile a R2-D2?

Cosa combina Facebook?

Facebook M, ad esempio, un chatbot per l’assistente personale che vive nell’app Messenger di Facebook, vuole che sia trattato come un genio digitale che può fare qualsiasi cosa, dalla prenotazione di un tavolo al ristorante all’acquisto di un’auto.

Non vogliamo limitare le persone ai tipi di cose che chiedono a questo punto.

Afferma Jeremy Goldberg, product designer del team M.

Può essere incredibilmente personale e vogliamo che costruiscano una relazione con esso.

Come se fosse un “dio in una scatola”:

L’evidente impegno di Facebook nel creare un UX genio è così rigorosa che Goldberg non descrive come M risponde (o meglio, come non risponde) quando non può fare qualcosa. È letteralmente un yes man. Tanto che, per il momento, quando non sa qualcosa fa ricorso all’aiuto dell’uomo.

Oltre a Facebook c’è di più

Ma non c’è solo Facebook. Un altro assistente intelligente è Howdy che ha un approccio opposto.

“Vediamo davvero Howdy come un droide astro-mech [di Star Wars]”, dice Brown. “R2-D2 è il droide di Luke Skywalker, ma puoi avere il tuo, ognuno con le sue stranezze e le cose uniche che ha imparato e che hai insegnato.” A proposito, Brown e il suo team hanno creato una personalità a metà strada tra R2 -D2 e TARS, il robot a forma di monolite di Interstellar. “Un elemento fondamentale per la personalità del nostro robot”

Ma c’è anche il bot di pianificazione delle riunioni di X.ai (di nome Amy o Andrew a seconda delle preferenze) che, per esempio, non è autorizzato a utilizzare pronomi di genere. I progettisti del bot, infatti, non vogliono che un utente si possa offendere. Così come non vogliono che il bot sia troppo invadente. Per questo, bastano poche parole, come “zitto!” O “stai zitto”, per spegnere il bot.

Architettura dell’informazione conversazionale

Se una nuova generazione di designer faranno il loro lavoro, la via è già tracciata. Le persone non abbandoneranno il bot.

Perché se è vero che in alcuni casi la gente sbaglia e litiga con gli assistenti vocali, che non ascoltano o non capiscono, le persone inviano anche segnali di cortesia agli assistenti vocali. E questo fa ben sperare.

Il software deve fare un buon lavoro, perché la gente sa che è un robot, ma sente ancora il bisogno di dire grazie.

E secondo te? Quale futuro dell’User Experience ci aspetta?

L’UX frena l’assistenza vocale?

È possibile che UX e assistenza vocale, in questo momento, facciano a pugni? Che l’UX freni l’assistenza vocale? È possibile che il più grande ostacolo all’uso degli assistenti vocali e delle interfacce conversazionali sia proprio l’user experience, l’esperienza d’uso? Proprio l’assistenza vocale che ha come obiettivo quello di allargare il bacino di utenza a tutti per la facilità d’uso, in realtà pone degli ostacoli al suo uso quotidiano? E dunque potrebbe essere questo il motivo per cui alcuni miei colleghi guardano con diffidenza agli assistenti vocali e al mio blog? È questa la ragione di un certo scetticismo?

L’esperienza delle persone non è ancora ottimale. O, come sono personalmente convinto, l’esperienza e l’uso non rispecchiano le aspettative. Ma il lancio dello smartspeaker Google Home e del software Google Assistant hanno tracciato una via che durerà più di quanto si possa prevedere.

Il blog è nato proprio per parlare di queste cose ed essere consapevoli. Ed è per questo che ripercorro con voi l’articolo di Rebecca Sentance, con le mie riflessioni personali.

Le prime parole di Siri

Se si esegue una ricerca vocale in inglese, “Quando è stato lanciato Siri?” Google rimanda all’introduzione che ne da Wikipedia:

Siri è l’assistente digitale sviluppato dalla Apple Inc. presente nei dispositivi iOS, macOS, watchOS e tvOS, quali iPhone, iPad, Mac, Apple Watch e Apple TV.

In italia, invece, Google Assistant rimanda ai vari link e parla solo se si chiede “Cos’è Siri?”.

Siri, l’assistente vocale di Apple, come sappiamo è nata con il lancio dell’iPhone 4S nell’ottobre 2011.

Da allora si è cominciato a parlare di comandi vocali non più come fantascienza ma come vera e propria realtà. Solo da qualche anno a questa parte se ne parla più frequentemente. Si veda la nascita di questo blog. E posso testimoniare che rispetto ai miei esordi, nel 2015, il numero di articoli presenti, sul web, sul tema sono sempre più numerosi.

Nel campo della ricerca, poi, la ricerca vocale è indicata come una delle principali tendenze che daranno forma all’industria, nell’immediato prossimo futuro.

Chi usa l’assistenza vocale?

Ma quanti di voi stanno utilizzando realmente e quotidianamente l’assistenza vocale? Chi risponde positivamente, probabilmente sarà una minoranza. Soprattutto si tratta di “addetti ai lavori.” Tra questi molti scettici che stressano il sistema, lo mettono in difficoltà l’assistenza vocale e tendono giustamente ad evidenziare, anche giustamente, i difetti.

Poi ci saranno anche tanti “makers” che smanettano su ogni novità tecnologica e questi sono coloro che diffonderanno davvero questa tecnologia tra le persone.

La maggior parte ci avrà giocato forse qualche minuto, per vedere l’effetto che fa e poi ha abbandonato la diavoleria che risponde solo ad una certa tonalità e ad un certo modo di dire “Ok Google” in perfetto american slang. E non vi sembri strano che la pronuncia corretta di Google sia tra le competenze di una minoranza di persone.

Senza dover disturbare i sondaggi, il fatto che si vedono, nel 2018, persone alla guida che usano il proprio smartphone usando vista e tatto, significa che neppure siamo arrivati al vivavoce. Altro che assistenza vocale.

Se Google fosse una persona?

Ma cosa accadrebbe se Google fosse una persona reale? È quello che si è immaginato in una memorabile webserie, di qualche anno fa, dal titolo “If Google Was a Guy”.

In uno spezzone una ragazza chiede quanto sia grande il Serengeti. Per la cronaca “La pianura di Serengeti è una regione di circa trentamila chilometri quadrati, costituita da prateria, savana e boschi situata in Africa orientale”.

Al quale l’assistenza vocale, non riconoscendo la pronuncia corretta, in inglese, confonde Serengeti con spaghetti. Il che fa infuriare la ragazza.

Il video vuole far ridere e ci riesce. Ma nella vita reale un errore di questo genere non fa ridere. Anzi. Porta la persona ad arrabbiarsi sul serio e ad abbandonare l’uso degli assistenti vocali.

Nonostante il potenziale rivoluzionario dell’interfaccia vocale, l’esperienza dell’utente, la user experience non è ancora al massimo della forma.

Conversazioni comiche o frustranti?

Bisogna assolutamente dire che gli assistenti vocali hanno fatto passi da gigante in termini di accuratezza del riconoscimento vocale negli ultimi anni. Le intelligenze artificiali di Google e Microsoft si avvicinano al 95% di riconoscimento. Che è poi il livello umano. Anche noi ci perdiamo il 5 percento delle conversazioni e compensiamo con altre capacità.

Le interfacce vocali sono progettate per imitare le conversazioni umane e così, quando conversiamo con un assistente vocale, si entra in un contesto che, fino ad oggi, è stato esclusivamente umano. Un contesto che è completamente diverso rispetto a quando ci mettiamo davanti ad un “disumano” schermo.

Forse un romano della Roma Antica comprenderebbe meglio un assistente vocale rispetto a noi. Per i Romani di allora la parola non era un’esclusiva umana, nel senso ampio che abbiamo oggi. Per gli antichi romani gli schiavi, per esempio, erano strumenti parlanti, per nulla paragonabili ad un essere umano. Definiti appunto Res vivente, (res significa, in latino, cosa) Anche i barbari erano coloro che balbettavano parole insensate e molto più vicini ad animali, appunto, che ad essere umani.

Forse, a ben pensare, noi ascoltiamo e trattiamo questi avanzati assistenti vocali con lo stesso disprezzo.

Aspettative molto alte

Lo dicevo due anni fa al WIAD Palermo 2017. I nostri punti di riferimento per l’assistenza vocale sono film di fantascienza e fumetti. Il nostro immaginario ha aspettative tanto alte quanto irreali rispetto alle capacità di questa tecnologia. Eppure più queste conversazioni migliorano, più ci aspettiamo che gli assistenti vocali digitali si comportino come umani. E quando per una qualche ragione non ci capiscono, subito ce ne allontaniamo.

Come se poi fosse stato naturale iniziare nuovi lavori stando davanti ad uno schermo. Cosa che ancora non tutti sono in grado di fare. Come se l’uso di PC fosse davvero così diffuso da permeare la totalità dell’Umanità. Per chi oggi fa uso quotidiano di questi strumenti, ricordo che sono passati decenni dal primo contatto con un computer dove la maggior parte delle persone ha iniziato a giocare. Nel tempo abbiamo imparato a farci altro, oggi sappiamo, grosso modo, cosa possono fare e come funzionano. E come rispondono.

Portare l’interazione all’interno del nostro mondo conversazionale (che ripeto ancora è un mondo complesso) significa cambiare completamente prospettiva. All’improvviso entrano in gioco una serie di aspettative completamente nuove. Vogliamo e pensiamo che i nostri assistenti vocali pensino, rispondano e ragionino come gli umani e l’esperienza dell’utente è prevedibilmente insufficiente.

Tocca all’architettura dell’informazione conversazionale colmare questo vuoto, come immagino stia accadendo oltreoceano. Insieme ad una moltitudine di professionalità che ruotano intorno all’assistenza vocale, tra figure più tecniche e figure prettamente umanistiche.

Un giorno vivremo come nel film HER e ci ritroveremo a parlare con i nostri assistenti vocali. Ma se dai romani ad oggi sono passati 2000 anni, da Google Assistant ad Her ne passerà del tempo. Non dico altri duemila anni, ma qualche decennio sicuramente.

Scelta e contesto

I problemi sono tanti e diversi. Le interfacce vocali danno l’illusione dell’interazione umana. Illusione, straordinaria, potente, ma pur sempre un’illusione.

Per far funzionare gli assistenti vocali le persone devono pronunciare esattamente le parole e i comandi giusti. E queste parole non sempre sono intuitive. Non solo. Ma gli assistenti vocali non mantengono sempre il contesto di conversazione come facciamo noi, per esempio, con il principio di cooperazione Grice.

Al momento le migliori interazioni sono limitate agli acquisti. Ecco perché il grande successo di Amazon Echo. I passi successivi ad un dialogo, invece, non sono soddisfacenti. Ecco perché tutti gli altri inseguono.

La semplicità non garantisce necessariamente l’usabilità e la mancanza di funzionalità disponibili può essere spesso più frustrante che utile. Nel momento in cui gli utenti non riescono a ottenere facilmente ciò di cui hanno bisogno con un’interfaccia, gli assistenti vocali verranno disattivati, indipendentemente da quanto efficientemente consentano loro di riordinare gli asciugamani di carta.

Fiducia dell’utente vincente

Ma la sfida più importante è quella di ottenere e mantenere la fiducia delle persone che fanno uso di questa tecnologia.

Nelle giuste circostanze, l’interazione vocale uomo-macchina è uno strumento molto utile. Purtroppo bastano un paio di esperienze negative per far mettere da parte, per sempre, le interfacce vocali.

Lo stesso Greg Hart, vicepresidente di Amazon, responsabile di Echo e Alexa, ha dichiarato che

la creazione di un assistente vocale in grado di rispondere a ogni possibile query è un problema davvero difficile.

Forse è qui che, nel 2011, Apple ha sbagliato. Ha sbagliato nell’invitare le persone a chiedere qualsiasi cosa a Siri. Forse già dalla sua nascita Siri era destinata a fallire.

Oggi sappiamo, per certo, che i comandi vocali funzionano meglio con vincoli specifici e ristretti. Le nostre aspettative sono ancora alte ma gli sviluppatori pongono dei freni proprio per riconquistare la fiducia degli utenti.

Per non parlare poi del suono della voce, le nostre pronunce, gli aspetti di fisica acustica, pongono degli ostacoli all’esperienza d’uso.

UX e assistenza vocale – Conclusioni

Sebbene in questi giorni stia usando Google Assistant e già ho amici che hanno acquistato i primi interruttori ad interfaccia vocale, io stesso non ho messo tra le mie priorità l’uso dell’assistenza vocale. Non sempre ho il piacere di ripetere più volte “ok Google” per non arrivare a quello che mi aspetto di trovare.

Ogni volta che una persona rinuncia ad usare l’assistenza vocale è un fallimento. Certo. Ma questi fallimenti frenano non fermano.

Oggi, mentre la discussione è ferma a quanto bene o male funzionino, a quanto pericolosi possano essere, si sta aprendo un mercato enorme di oggetti parlanti.

In un modo o nell’altro presto avremo nelle nostre case questi oggetti della domotica e impareremo ad usarli.

Personalmente, piuttosto che giudicare i fallimenti, sono felice di partecipare a questo tempo. E resto a guardare tra l’incuriosito e il meravigliato. Sono felice di poter vedere i primi passi (diciamo quelli più consistenti) di questa tecnologia che mi affascina. E persino gli errori mi fanno tenerezza. Poter partecipare con il mio blog, a questa trasformazione, per me è una soddisfazione che supera persino la gioia di sapervi miei lettori.

Con i miei articoli spero solo di poter dialogare e conversare con altri essere umani sul tema. E intanto, grazie sempre di essere arrivato fin qui.

Cos’è l’User Experience?

Difficile dare una definizione unica e univoca di user experience. L’ espressione come già ho scritto in un post sull’user experience in Italia può essere la definizione perfetta della fuffa o, come io credo, l’applicazione di un cambio di paradigma della progettazione.

Cos’è l’user experience?

Nel precedente post semplificavo al massimo, affermavo che

l’User Experience non è niente di trascendentale. Al di là dell’anglicismo, la UX è qualcosa di molto pratico e profondo che tocca la relazione che tutti abbiamo con un determinato prodotto o servizio.

In altre parole è lo studio dell’esperienza vissuta da una persona rispetto ad un determinato prodotto e/o rispetto tutto il mondo digitale, rispetto (anche) al nostro vissuto sul web e sui social.

Per me è la conoscenza e l’interesse che un progettista manifesta verso l’essere umano e verso il suo essere “essere umano”. È la risposta alla domanda “Ciò che sto progettando sarà utile? Risponderà adeguatamente alla persona che visiterà il sito che sto progettando?”. È il mettere l’essere umano al centro di ciò che si pensa e si crea.

L’user experience come ricerca della felicità

C’è una battuta molto inglese che dice

Per morire ricchi ci vuole l’Usabilità. Per morire felici ci vuole l’user experience.

L’user experience designer o architetto dell’informazione è alla ricerca della felicità come spiegava Stefano Bussolon al Wiad di Palermo nel 2015. L’user experience, infatti, riguarda le persone in quanto utilizzatori di un servizio ma riguarda anche chi propone servizi, contenuti e prodotti. Riguarda chiunque vuole suscitare emozioni, emozioni positive.

L’user experience come seduzione

Immaginate di dover ospitare qualcuno in casa. Magari qualcuno che volete sedurre o impressionare. Immaginate di voler ricevere una ragazza o un ragazzo per una cena. Quali sono i segnali e i messaggi che volete inviare? Quale impressione volete dare? Avete ripulito casa, messo in ordine la stanza? Mettete in evidenza un libro o un oggetto rispetto ad altri? Ecco. quando state pensando al vostro ospite e non a voi stessi, ecco che state svolgendo una delle attività principali dell’user experience designer.

È qualcosa che facciamo tutti. E questo è l’inganno! Che tutti viviamo esperienze. La maggior parte di noi induce a provare esperienze negli altri. E questo viene facile quando, bene o male, conosciamo l’altro.

Ma se dovessimo ricevere in casa migliaia di sconosciuti e dovremmo accontentare tutti ogni giorno a qualunque ora della giornata. Quando non volessimo irritare nessuno e volessimo dare una buona impressione a tutti, ecco che l’organizzazione della serata diventa un lavoro.

E così nel momento in cui diventa un lavoro stiamo parlando, nel nostro caso, di user experience design e architettura dell’informazione.

L’esperienza dell’altro e non di se stessi

Marco Bertoni in un post politicamente scorretto, a tratti ironico, di cui sconsiglia la lettura a chi ha un’opinione eccessiva di sé, scrive.

L’uso improprio del termine UX, al contrario, ha generato una serie di ridicole semplificazioni, eccone alcune:

Per il programmatore medio UX significa grafica.
Per il cliente medio UX significa a volte grafica, a volte “boh?”, a volte marketing. Non è raro che qualche stakeholder senta il bisogno di migliorare la UX di qualcosa. Se la frase fosse migliorare l’usabilità e l’architettura dell’informazione, la specificità dell’affermazione presupporrebbe la conoscenza del dominio e la necessità di rivolgersi a un esperto, usare il termine UX, invece, consente di sembrare cool senza compromettersi le ferie con il lavoro vero.
Per l’agenzia creativa media UX significa “il tizio sfigato che fa i wireframes”.

Adesso con due lezioni fuffa al corso di design o un master cotto e mangiato, sono tutti esperti di UX, e hanno ragione: perché chi più di noi stessi può essere definito esperto delle proprie esperienze?

La parola UX, quindi, è la grande livellatrice. Ha consentito a chiunque di proporsi sul mercato facendo le solite cose ma sembrando più cool. È il perfetto prodotto di una società superficiale in cui la sostanza è morta e sepolta sotto una coltre di parole inutili.

Ad ogni modo, un documento completo mi è sembrato il pdf in inglese proposto dall’Istituto di ricerca per l’informatica e l’automazione e da cui è tratto buona parte di questo articolo.

Da dove viene l’User Experience?

Si hanno a disposizione molti significati di User Experience o UX.

Una prima definizione che conferma quanto dicevo poco fa arriva da Tom Stewart.

Lo studio della relazione tra le persone e la tecnologia è stata denominata con vari nomi nel corso degli anni: ergonomia del computer, interazione uomo-computer e usabilità. Più recentemente, l si è parlato di progettazione e UX Human centered design.
Il termine User expereince è ora ampiamente utilizzato. Personalmente, non mi interessa come questa zona è chiamata … Quindi io uso il termine User experinece (esperienza dell’utente) per descrivere quello che su cui io lavoro.

Io faccio UX mi pare la definzione delle definizioni.

DEFINIZIONI di UX secondo la norma ISO

Per meglio definire la UX, è utile andare a riprendere alcune delle definiziioni più citate e accreditate.
Prendiamo dunque la definizione ufficiale tratta dalla norma ISO: ISO 9241-210.

Le percezioni e le risposte della persona derivanti dall’uso e / o dall’uso anticipato di un prodotto, di un sistema o di un servizio.

L’esperienza dell’utente comprende, insomma, le  emozioni, le credenze, le preferenze, percezioni, le risposte fisiche e psicologiche, i comportamenti e le realizzazioni che si verificano prima, durante e dopo l’uso. Ma anche l’esperienza che l’utente ha del logo del brand, la presentazione, la funzionalità, il sistema delle prestazioni, il comportamento interattivo, lo stato fisico e mentale dell’utente (anche derivante da esperienze precedenti) attitudini, abilità e personalità. E non dimentichiamo il contesto d’uso.

Definzione di UX secondo UPA

Un’altra definizione di UX (o UE) più europea è questa.

L’user experience design come disciplina riguarda tutti gli elementi che insieme compongono l’interfaccia, tra cui il layout, il visual design, il testo, la marca, il suono, e l’interazione. L’UE lavora per coordinare questi elementi, per consentire la migliore interazione possibile degli utenti.

Usabilità vs UX

Sedia per visite brevissime – Bruno Munari 1945

In alcuni ambienti l’User experience si appiattisce all’Usabilità. Ma chi fa ricerca e chi distingue all’interno dell’user experience numerose professionalità, sottolinea le differenze tra usabilità tradizionale e UX.

La sedia per visite brevissime

Interessante ed esplicativo mi sembra l’articolo di Annalisa Riggio che dopo aver ripreso le definizioni di Jakob Nielsen e Donald (Don) Norman, riprende l’esempio della sedia per visite brevissime di Bruno Munari.

Lavorare sulla UXD di un sito web significa fare tantissime valutazioni che riguardano anche l’usabilità (ma allo stesso tempo la grafica, l’architettura dell’informazione, gli obiettivi e altro). Significa mettere al centro della nostra progettazione l’utente al fine di rendere la sua esperienza di utilizzo soddisfacente e basata sulle sue reali necessità.

La differenza tra Usabilità e User Experience

Sul blog di Boraso ci si è occupati del tema anche di recente.

Cercando di contestualizzare queste definizioni nel panorama web, l’obiettivo dell’usabilità è quello di creare sito e piattaforme fruibili e di semplice utilizzo, mentre quello della UX è quello di fornire una memorabile esperienza all’utente prima, durante e dopo l’utilizzo di una specifica piattaforma.

In sintesi, l’Usabilità fa riferimento alla facilità con cui gli utenti, interagendo con un sito, riescono a raggiungere un obiettivo, mentre la User eXperience valuta la soddisfazione dell’interazione utente con il sito.

E si conclude in questo modo.

Confondere l’UX con l’usabilità è un errore frequente ma, come è stato proposto in questo post, l’usabilità non è altro che uno dei mattoni dell’UX ; esistono prodotti che forniscono esperienze fenomenali ma sono tutt’altro che usabili e, d’altro canto, strumenti estremamente usabili tuttavia non offrono più di quello e non garantiscono una completa e positiva UX.

UX in sintesi

L’UX comprende innumerevoli fattori delle persone. Le loro predisposizioni, le aspettative, i bisogni, la motivazione, l’umore. Ma anche le caratteristiche del sistema progettato, la sua complessità, lo scopo, la funzionalità e il contesto (o l’ambiente) entro cui l’interazione si verifica.

Per riassumere, il concetto di UX mette in rilievo punti di vista personali. Spesso comprende anche aspetti che nel tempo hanno riguardato il marketing, l’arte, le comunicazioni e la psicologia.

Perché l’esperienza utente è così importante?

Per diversi anni, aziende importanti come Google, eBay e Amazon hanno riconosciuto che l’esperienza utente ha un impatto diretto sui risultati economici. Queste aziende non hanno raggiunto il successo per caso. Quotidianamente e costantemente studiano ogni aspetto della propria attività con le persone e i clienti per garantire elevati livelli di soddisfazione.

Su internet, il cliente è il re. I visitatori del tuo sito possono scegliere di abbandonare il tuo sito web in qualsiasi momento. E di solito lo fanno per andare da a un concorrente. E questo accade soprattutto quando la navigazione è incomprensibile o molto più semplicemente non riusciamo a fare quello che il sito prometteva.

Il buon senso ci dice che se i tuoi utenti non riescono a trovare facilmente le informazioni o non riescono ad acquistare i tuoi prodotti, lasciano velocemente il tuo sito web e fanno acquisti altrove.

Econsultancy ha identificato alcuni elementi che per portano con se una buona esperienza utente.

  • L’Aumento delle vendite e delle conversioni online
  • Il miglioramento della percezione del marchio
  • La conquista delle posizioni migliori nelle classifiche di ricerca Google
  • La riduzione dell’insoddisfazione e del disagio del cliente
  • Riduzione dei costi di sviluppo e supporto.

Conclusioni

Che ancora oggi si debba discutere sulla definizione di UX è comunque qualcosa di normale. Intanto perché ancora oggi il termine è riconosciuto ancora da troppo poche persone. E poi perché, come accade per molti campi multidisciplinari, la UX è in pieno divenire.

C’è chi se ne appropria in modo vanaglorioso, come dice Bertoni “per sembrare più cool”. E c’è chi, invece, a fatica sta lottando ogni giorno per far comprendere che ci sono altri modi di progettare un sito web.

In questo senso la UX offre tantissime opportunità per la ricerca e offrirebbe tantissime occasioni di ricerca collaborativa. Se non accade è perché la crisi nelle nostre tasche è ancora forte. E piuttosto che collaborare e crescere insieme si preferisce sgomitare in un mercato ancora troppo piccolo per sfamare tutti. Ma questo è un altro discorso.

User Experience del futuro

Il futuro dell’User Experience può davvero essere un cambio di paradigma. Tanto che a mio parere potrebbe essere davvero l’evoluzione di un secondo umanesimo. Un umanesimo 4.0 dove l’uomo è visto sotto gli aspetti politici, sociali, comunicativi, artistici, fisiologici, psicologici, antropologici, etc.

Un altro mondo è possibile. Un altro mondo con al centro l’essere umano è, ogni giorno che passa, sempre più auspicabile.

Le discipline comprese nell’user experience

Per concludere vi mostro nel grafico di seguito le discipline che stanno all’interno dell’User experience. E sottolineo quanto peso ha al suo interno l’architettura dell’informazione.

User Experience. Buzzword o cambio di paradigma?

L’user experience, in Italia, sta ad identificare una parola di moda oO una rivoluzione del modo di progettare? Si tratta di una Buzzword o di un cambio di paradgma? Il dubbio assale un po’ tutti.

User experience in breve

Tornerò presto a parlare di User experience come definizione per i miei lettori che vogliono approfondire il tema.

Al momento sarà sufficiente dire che l’User Experience non è niente di trascendentale. Al di là dell’anglicismo, la UX è qualcosa di molto pratico e profondo che tocca la relazione che tutti abbiamo con un determinato prodotto o servizio. Qualcuno ha identificato la UX come un grande ombrello che copre tante discipline.

Insieme, tutte queste discipline, se lavorano bene, convergono nella felicità e nella soddisfazione degli utenti. L’obiettivo dell’architetto dell’informazione è proprio la ricerca di questo senso di appagamento da parte delle persone che hanno a che fare con un prodotto o un servizio. Se tu sei felice, l’architetto dell’informazione è felice perché ha fatto al meglio il suo lavoro.

Per il momento vi basti questo. E chi ha già conoscenze di UX mi perdoni per la semplificazione.

User Experience è una Buzzword?

È chiaro che sia un vero peccato che ci siano professionisti che, al momento, usino la parola user experience come fosse una buzzword, una parola di moda e non un cambio di paradigma, qual è.

Per scrivere gli articoli di questo blog leggo molti articoli sul web. E così ho la possibilità di osservare molti professionisti. La maggior parte sono persone che hanno esperienza di lungo corso. A volte un po’ schiacciati dalle nuove tecnologie e dai giovani che incalzano. Altre volte, invece si tratta di impiegati divenuti freelance con la voglia di riscatto perché hanno un maggiore successo adesso rispetto al passato.

Quindi non sto qui a giudicare il lavoro di nessuno. Ognuno, penso, fa quel che può, al meglio delle proprie capacità. Ed è giusto che sia così. Quello che mi piacerebbe trasmettere in questo articolo è semplicemente l’importanza di questa nuovo approccio e magari incentivare chi mi legge a scoprire le fondamenta dell’approccio. O almeno, le fondamenta che mi hanno affascinato personalmente e in cui io credo.

Il grande inganno della UX

Marco Bertoni, qualche settimana fa scriveva un articolo che parlava proprio di questo. Un post politicamente scorretto, a tratti ironico, che contiene moltissimo olio di iperbole. Ne sconsiglio vivamente la lettura a chi ha un’opinione eccessiva di sé.

Devo dire che non sono d’accordo con lui (nonostante i periodici aggiornamenti), e con altri, quando afferma che l’esperienza non può essere progettata. Ma sono pienamente d’accordo quando dice che non ci si deve prendere troppo sul serio. Bertoni racconta di come sia cambiato in questi anni il mondo del design e della comunicazione. E inizia una riflessione sui job title che si vedono in giro. Spiega come molte vecchie figure si siano riciclate aggiungendo la dicitura di strategist, specialist, technologist, innovation. Senza dimenticare i tanti “boss di me stesso”.

 Oggi viviamo l’onda lunga degli user experience e dei data scientist, per citarne due che conosco bene. A giudicare dall’hype dell’ultimo anno sull’intelligenza artificiale, mi aspetto che i primi AI experience architect siano già nascosti tra le pieghe di LinkedIn.

A causa di questo incessante processo memetico, assistiamo impotenti al furto quotidiano del significato di alcune parole. Parole che, ieri, rappresentavano un dominio preciso e competenze conquistate combattendo la lunga guerra dei meeting inutili, ora sono ruoli prêt-à-porter, da indossare o togliere a seconda dell’occasione.

Marco Bertoni prosegue

Il grande inganno della UX è aver generato l’illusione che, per essere un designer, fosse sufficiente aggiungere una X al proprio job title.

User experience come cambio di paradigma?

E infatti, non basta aggiungere una X, ma è necessario, proprio come ci dice la definizione di paradigma, aderire a

quel complesso di regole metodologiche, modelli esplicativi, criteri di soluzione di problemi che caratterizza una comunità.

Il cambio di paradigma, dunque, non sta nel fatto che io o altri diciamo che ci occupiamo o meno di user experience. Non lo prescrive il medico o il commercialista di occuparsi di UX. Anzi. Probabilmente si fa un ottimo lavoro e si fa ottima user experience anche senza saperlo. Il cambio di paradigma sta nella pratica quotidiana del servizio.

Ovviamente, nessuno si senta derubato di qualcosa quando un altro professionista scopre l‘User Experience dall’oggi al domani e comincia a praticarla. Aderendo, non per moda, ma proprio per vero convincimento. Nessuno si senta esclusivista di quella X, insomma.

Il cambio di paradigma sta nel come

Il cambio di paradigma, a mio modesto parere, sta nel COME ci si occupa di user experience. Che tipo di domande si pone il professionista che siamo noi stessi o che abbiamo di fronte? Quali risposte ci diamo? Quale comunità frequentiamo? Che tipo di procedure seguiamo? Come si sentono i nostri clienti nel lavorare con noi? Riusciamo a fare capire la differenza tra un vecchio modo di lavorare e un metodo moderno che guarda al futuro? A quali valori è legato il professionista che siamo? A quali progetti aderiamo? Quale etica si segue e persegue? Quale senso o quale significato trasmettiamo con il nostro lavoro?

Sono domande che pongo principalmente a me stesso, nella speranza di poter affermare l’user experience in Italia e le metodologie dell’architettura dell’informazione come cambio di paradigma. Appunto.

Ma sono domande, a mio modesto modo di vedere, che ciascuno di noi, qualunque mestiere o professione svolga, si dovrebbe chiedere. Domande per affrontare il futuro con strumenti e metodi contemporanei.

Test di usabilità: competenze di un moderatore

Oggi parliamo di test di usabilità.

E in particola mode delle competenze

che un moderatore mette in campo.

Essere un moderatore non è facile,

si tratta di un mestiere

e si impara con il tempo e l’esperienza.

Qui alcune delle competenze,

doti e virtù

che dovrebbe avere chi lavora con i test di usabilità.

Il moderatore deve avere una base formativa rivolta verso l’utente. Sembra scontato ma non lo è.

10 competenze per un test di usabilità

  • Deve imparare velocemente.

Non può essere un esperto di tutti i prodotti, siti web che testa. Ma deve essere veloce nell’apprendere le caratteristiche del prodotto che deve testare.

  • Instaurare rapporti immediati con i partecipanti. 

I test richiedono tempo per essere portati a termine. Ogni secondo è prezioso. Mettere a proprio agio il partecipante è importantissimo. L’immediata conoscenza dell’altro aiuta.

  • Una memoria eccellente. 

Sebbene si abbia una scaletta da seguire, l’utente che partecipa al test può stravolgere la sequenza di operazioni. Chi conduce dunque dovrà ricordare i passaggi che ha saltato o ha aggiunto, in modo da non tralasciare o perdere dati importanti per il test.

  • Il moderatore deve essere un buon ascoltatore. 

Ascolta, mostra interesse, fa vedere e sentire il partecipante ascoltato. Il moderatore non è il protagonista del test.

  • L’ambiguità non deve far paura. 

Un test può prendere diverse strade. Non tutto sarà chiaro e limpido. Il moderatore deve mostrarsi tranquillo, chiarire il più possibile.

  • Un moderatore deve essere flessibile.

Il test come dicevamo può essere stravolto dai partecipanti che sono imprevedibili. Sapersi adattare permette al partecipante di restare a proprio agio e portare a termine il test.

  • Livello di attenzione sempre alto. 

I test possono essere lunghi e noiosi. Il test però è unico e la scoperta di ciò che non va può essere evidente già dal primo partecipante. Poco importa. Dal primo all’ultimo partecipante tutti devono ricevere lo stesso grado di attenzione. Questo serve anche per non falsare il test.

  • Empatia per le persone.

Comprendere lo stato d’animo del partecipante, senza giudicare. Non si testa l’utente ma il prodotto.

  • Il moderatore deve essere un buon comunicatore.

Deve essere chiaro nelle indicazioni da dare al partecipante ma nello stesso tempo non deve indurre l’utente ad azioni forzate.

  • Il moderatore deve essere un buon organizzatore e coordinatore.

I test di usabilità sono progetti lunghi e complessi. Bisogna organizzare più lavori e coordinare più persone.

Avete qualche altra competenza che pensate debba avere il moderatore?

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Vogliono diventare tutti UX Designer?

Cos’è la User Experience?

5 Principi guida dell’User Experience

5 principi guida che si possono usare per condurre a buon fine un processo di progettazione incentrato sull’utente.

1. Comprensione
Una buona progettazione è facile da comprendere. Se l’utente comprende quello che deve fare senza essere costretto a chiedere una spiegazione dettagliata si è raggiunto l’obiettivo.  Il che non significa comprensione del testo, o del font, ma comprensione del contesto in cui ci si trova.

2. Chiarezza
Una buona progettazione è onesta. L’utente dovrebbe comprendere le parole che si scrivono, i valori che trasmette il sito o il prodotto e il valore del vostro contenuto. La mancanza di chiarezza e trasparenza non aiuta l’utente.

La regola d’oro da seguire è quella di spiegare agli altri come vorreste che gli altri spiegassero a voi.

3. Fiducia
Una buona progettazione inspira fiducia. Se si è onesti, chiari e trasmettiamo valori positivi inspireremo fiducia. La fiducia porta alla conversione e dunque porta guadagni.

Se un sito non è chiaro e non inspira fiducia difficilmente qualcuno affiderà un commento o una carta di credito a quel sito.

4. Familiarità

La progettazione innovativa è dirompente e colpisce l’utente. Ma è meglio una progettazione che riesce a convertire e a portare guadagni. Per convertire è necessario che l’utente percepisca il sito web e il contesto in cui si trova come familiare. Modelli, icone e stili riconoscibili permettono all’utente di avvicinarsi al prodotto con molta più facilità.

5. Semplicità

La semplicità è  il distillato di lunghe ore di lavoro, di squadre e team che fanno ricerca approfondita sull’utente. Quando l’utente non si accorgerà di queste fatiche ed eseguirà una azione (quasi) senza rendersene conto la progettazione avrà raggiunto il suo obiettivo.

Se si hanno in mente questi 5 principi si potrà più facilmente capire il punto di vista dell’utente, si avrà chiaro cosa chiedere e cosa farsi dire dall’utente per migliorare l’esperienza.

Per chi vuole approfondire rimando agli esempi di questi 5 principi guida dell’User Experience.

 

Errori di usabilità

Quali sono gli errori di usabilità più frequenti presenti nei siti Web? Più che dei veri e propri errori si tratta di dimenticanze o di sottovalutazione di alcune problematiche.

Alcuni degli errori più frequenti nella progettazione dei siti Web sono:

  • Dimenticare a quale tipo di utente, persona, lettore, ci si sta rivolgendo. Chi è? Cosa fa? Perché deve venire sul nostro sito? Cosa deve venire a fare sul nostro sito? Quale comportamento deve tenere una volta atterrato sul sito? Lo abbiamo già detto: la progettazione di un sito web o di un prodotto deve mettere al centro l’utente. Una progettazione utile deve seguire l’user centered design.
  • Dimenticare quale sia l’obiettivo che si vuole raggiungere con il sito. Un sito che vende un prodotto è diverso da un sito che racconta un prodotto. E la diversità non è solo grafica.
  • Sottovalutare il problema della velocità di caricamento del sito, la pesantezza delle immagini e dei contenuti multimediali. Non sempre è facile, la richiesta da parte dei committenti di inserire gallerie di immagini e la bassa qualità di certi server, non aiuta. Si può cominciare dallo stabilire misura e peso delle immagini.
  • Eccedere nell’uso di GIF animate ed animazioni con flash. Adesso pare che sia passato di moda e l’introduzione dell’user experience sta portando anche coloro che creano siti web senza progettazione ad allargare i propri orizzonti.
  • Non tenere presente le caratteristiche dei diversi browser o dei diversi sistemi operativi usati dagli utenti. Penso che nessuno possa prescindere da Google e Google Chrome o da Apple e Safari, anche se si usa come browers predefinito Firefox o altro. Sarebbe un errore che si pagherebbe con l’introvabilità.
  • Infine, sottovalutare l’importanza del contenuto, di quello che si scrive e del valore che deve avere ciò che si scrive. Le discussioni su quanto lungo o breve debba essere un articolo non valgono nulla se il contenuto manca di valore. Il contenuto di valore è tra le cose più importanti di un sito web, almeno importante come la sua struttura che ci permette di trovarlo.

Cosa rende un sito web più usabile?

Un sito web è usabile quando soddisfa i bisogni dell’utente. L’ user centered design è un approccio ti tipo lavorativo che negli anni ha avuto diversi nomi. In parole semplici si tratta di una progettazione che mette al centro del progetto i fattori umani, i suoi bisogni, le sue necessità, la sua ergonomia, il contesto in cui si usa quel prodotto o sito web.

Gli utenti di Wikipedia scrivono:

La Progettazione centrata sull’utente o in inglese: User-centered design (UCD) è una filosofia di progettazione e un processo nel quale ai bisogni, ai desideri e ai limiti dell’utente sul prodotto finale è data grande attenzione in ogni passo del processo di progettazione per massimizzare l’usabilità del prodotto stesso.

Quindi un sito web o un prodotto risulterà usabile quando c’è stata o c’è una stretta relazione tra progettista e utente; quando si valuta attentamente e si misura come l’utente usa il prodotto o il sito web. Quando non ci si limita alla forma ma anche alla funzione del prodotto.

Per fare questo è necessario che ci sia una organizzazione che pratica l’user centered design e si affidi ad un processo user centered design. Si tratta di avere un team che sia disponibile ad accettare gli input e ad ascoltare i consigli degli utenti; sviluppatori ed informatici che siano disposti ad ascoltare le indicazioni degli architetti dell’informazione, grafici che si confrontino sia con la comunicazione sia con il marketing e che sappiano apportare il loro contributo di esperienza; ingegneri che si fermino a confrontarsi prima di giungere alle soluzioni e conclusioni.

Insomma, sarebbe necessario che la squadra user centered design avesse un approccio multidisciplinare, che contenga umanisti, etnologi, antropologi, grafici, informatici, ingegneri. Tutti questi professionisti devono avere una mente aperta all’ ascolto dell’altro. Tutti questi professionisti devono rinunciare a ritenersi gli utenti medi. Tutti questi professionisti devono rinunciare a considerare i propri familiari (informatizzati) gli utenti medi. Per tutti sarà necessario rinunciare ai pregiudizi di superiorità della propria disciplina sulle altre. Solo in questa maniera sarà possibile definire obiettivi da raggiungere definiti e utili per l’utente finale.

Solo in questo modo il team sarà pronto a soddisfare tutti i principi di utilità, efficienza ed efficacia, soddisfazione e accessibilità dell’utente finale.

 

Cosa rende un prodotto poco usabile

Che cosa rende qualcosa poco usabile?
Spesso sentiamo dire che alcuni strumenti tecnologici sono difficili da usare, oppure in determinati sistemi o situazione incappiamo in problemi o errori. Spesso con capiamo dove sbagliamo, perché non riusciamo a vedere un pulsante, una descrizione. Ci aspettiamo che un pulsante si trovi al solito posto, nel posto che riteniamo, da utenti, il posto più logico dove trovare quello che cerchiamo. Nel peggiore dei casi non capiamo a cosa serve uno strumento, un oggetto; nel mondo digitale, alcuni siti, anche istituzionali e di importanti enti pubblici indirizzano gli utenti in pagine erronee, equivoche con altre pagine dello stesso sito, per cui si devono fare più prove in tutte le direzioni per trovare il servizio che cerchiamo noi.

Se un prodotto, un sito web, un servizio è poco usabile lo capiamo subito perché, appunto, non capiamo, perché impieghiamo molto tempo a raggiungere il nostro obiettivo. Certo ci possono essere dei fattori soggettivi ma un buon prodotto è utilizzabile da tutti e deve essere accessibile a tutti.

Diciamo che ci sono almeno 5 ragioni generali del perché si progetta con poca usabilità.

  1. Lo sviluppo del prodotto o del sistema è al centro della progettazione: chi progetta è concentrato sul risultato finale e non considera a chi serve quel sistema o prodotto.
  2. Il pubblico cambia rapidamente, si espande, modifica le proprie abitudini e magari tra la progettazione e la realizzazione passa troppo tempo, per cui i bisogni sono cambiati rispetto a qualche tempo prima.
  3. Progettare prodotti usabili è difficile. Non si tratta di soddisfare solo il senso comune. Si tratta di comprendere e di capire l’utente, quello che deve fare e come lo fa. La banalizzazione dell’usabilità porta a creare progetti non usabili.
  4. Gli uffici che si occupano della realizzazione di questi progetti non comunicano fra di loro: tra gli uffici comunicazione, gli sviluppatori e il servizio clienti spesso ci sono dei muri reali e a volte psicologici invalicabili.
  5. Progettazione e implementazione non sempre si amalgamano: la progettazione riguarda lo studio dei bisogni e come un prodotto deve essere comunicato, l’implementazione riguarda la parte tecnica e quindi sul come funziona. L’incomunicabilità tra queste due parti va a tutto svantaggio del risultato finale.

Per concludere, diciamo che è necessario mettere al centro una progettazione rivolta all’utente. E’ necessario seguire metodi e acquisire competenze che aiutino i progettisti e gli sviluppatori a cambiare punto di vista.

In Italia, purtroppo, sembrerà strano e anzi comincia ad essere ovvio, non è facile.

Di seguito la playlist con le puntate precedenti, da ascoltare tutte d’un fiato!

Perché nel futuro avremo interfacce ibride

Le interfacce ibride saranno il futuro, cioè avranno componenti visive, di messaggistica e altre ancora vocali. Alcune app vedranno l’uso di queste tre modalità d’uso “all in one”. Altre ne avranno solo una o due, a seconda della funzione, dell’utilizzo e dello scopo che avrà per l’utente.

Scenario

Come avrete notato il blog sta centrando sempre di più il tema sulle interfacce e assistenza vocale. C’è un grande fermento di notizie e di novità sull’argomento. Forse altri siti sono più sul pezzo ma io mi auguro che sul mio blog si venga per capire il panorama e lo scenario che stiamo vivendo. Insomma, andando con lentezza.

Qualche giorno fa ho letto un articolo di Tomaž Štolfa cofondatore di Layer, e progettista da diversi anni che mi è sembrato molto vicino al mio pensiero.

Le interfacce utente che si utilizzano oggi si basano su principi e fattori che hanno una lunga storia.

Il 2016 è l’anno della conversazione

Oggi le applicazioni di messaggistica come WhatsApp, WeChat, e Facebook Messenger dominano la maggior parte della nostra esperienza mobile. Così come anche il marketing si sta rivoluzionando per entrare nuovamente in contatto con i clienti. La cosa sembra faticosa e allora ci si affida ai bot conversazionali che inizieranno ad essere nuovamente al centro dell’attenzione e dei servizi di costumer service.

Poi c’è Slack, uno strumento di lavoro molto comodo, che sembra destinato a diventare l’interfaccia utente di default per i professionisti e i progettisti di ogni parte del mondo.

Leitmotiv della conversazione ogni 10 anni

Tomaž Štolfa ricorda che il leitmotiv della conversazione ritorna ogni 10 anni. Troviamo l’anno della conversazione nel 1986, 1996, 2006 ed oggi, nel 2016. Ma sono cambiate 2 cose che non sono da sottovalutare. 

  1. La velocità di calcolo a disposizione di tutti e in mobilità
  2. La rivoluzione culturale che si sta attuando. In modo quasi inconsapevole e nello stesso tempo molto profonda.

Con la continua presenza di dispositivi intelligenti palmari e la continua esecuzione di applicazioni, il nostro modo di interagire con i computer si sta traformando. L’intelligenza artificiale (anche con tutti i suoi limiti) sarà cosa comune sui nostri dispositivi. E a breve sarà normale parlare al proprio pc, senza che qualcuno ti guardi male.

Una breve storia delle interfacce utente

Incone Mac
Apple System 1, del 1984, installato sui primi Macintosh.

L’interfaccia a riga di comando, ricorda Tomaž Štolfa, era uno standard di vecchi videoterminali degli anni ’60 e ’70. Poi adottato dalle prime righe del personal computer negli anni ’80 e ’90. Si tratta dell’origine dell’ interfaccia conversazionale. Inserivi un comando testuale, premevi invio, il computer eseguiva il comando, rispondeva a questo comando, e così via.

Quei comandi però avevano un grosso problema: il linguaggio. Quel linguaggio non era comprensibile alla maggior parte delle persone. La vera rivoluzione si ebbe con la nascita delle prime interfacce grafiche. Queste prime interfacce, così come le conosciamo, grosso modo, oggi, le icone di cartelle, bidoni della spazzatura, piccoli monitor o altro, furono introdotte dalla Xerox.

Wondows 1.0
Microsoft Windows 1.0: il primo tentativo di GUI di Microsoft.

Il testo continuò ad essere utilizzato per inserie l’url di una pagina o per inviare una mail ma non fu più utilizzato per parlare/comunicare al PC.

L’avvento della messaggistica

L’interfaccia a riga di comando non è comunque scomparsa. Ha cambiato il suo referente. Non si è più utilizzato per parlare con la macchina ma lo si è utilizzato per far comunicare umani con altri umani. Qualcuno di voi si ricorderà meglio di me di Internet Relay Chat, meglio conosciuto come IRC. A seguire, negli anni 80 e ’90 abbiamo avuto numerose applicazioni di messaggistica istantanea.

Mi diverte sempre quando colleghi più giovani proclamano Slack come applicazione innovativa. Internet Relay Chat è stato lo Slack originale. IRC ha introdotto la maggior parte dei concetti che hanno reso popolare (di nuovo) Slack: i bots, le chat di gruppo, le applicazioni di sondaggi e i loro canali. Applicazioni come ICQ, AIM, MSN sono stati estremamente popolare nei primi anni 2000, ma mai veramente evoluti.

L’avvento dell’intelligenza artificiale

L’avvento dei dispositivi mobili intelligenti a metà degli anni 2000, con i loro vincoli di dimensioni dello schermo, ci hanno riportato alle righe di comando. Gli SMS (Short Message Service) oltre ad essere economicamente preziosi (se ne inviavano pochissimi al giorno) erano limitati a 160 caratteri.

Quando però l’uso dell’invio di SMS si è consolidato, non è più bastato inviare solo il testo. Ed è nato il bisogno di inviare altri tipi di file: le foto, per esempio. Vi ricordate degli MMS? Il Multimedia Messaging Service sia per il costo, sia per il successivo avvento di altre tecnologie, non ebbe vita lunga.

Ed oggi?

E siamo ad oggi, dove il valore degli sms è quasi pari a zero, la messaggistica avviene sul traffico dati internet, i file che ci si scambia direttamente o attraverso piattaforme terze sono var. I messaggi includono foto, immagini, audio, video, adesivi, GIF .

Ci sono centinaia di bot per applicazioni come telegramm, Slack e Kik. In questi servizi, ogni messaggio è diventato, o può diventare, un’applicazione autonoma con una propria interfaccia utente.

Siamo ad un punto storico, lo stiamo vivendo come consumatori principalmente, ma lo possiamo vivere anche come progettisti di interfacce. Costruire la nostra interfaccia per i nostri bisogni personali potrebbe cambiare il nostro futuro e quello di altre persone.

Interfacce ibride per un’ era dell’intelligenza artificiale

Fino ad oggi, sono state sviluppate applicazioni per i personal computer e per telefonini con interfacce obsolete. I nostri smartphone e i nostri tablet, però, non sono esattamente dei PC, e sono qualcosa di più di un telefono. Questi dispositivi sono diventati la nostra interfaccia quotidiana e il nostro strumento preferito per l’accesso a Internet. Ed è per questo motivo che avremo bisogno di interfacce ibride. Il nostro smartphone è un dispositivo ibrido e noi avremo bisogno del meglio della riga di comando e il meglio dell’usabilità e della progettazione grafica. E dove possibile e necessario avremo anche l’interfaccia sonora. Per la costruzione di un’esperienza ricca e intuitiva.

I nostri messaggi vocali, oggi, si possono facilmente tradurre in comandi. Non si tratta solo di giochi ma anche di azioni concrete. Chiamare una macchina UBER, o ordinare una pizza, possono sembrare cose da poco, ma si tratta già di spostare soldi con un nostro comando vocale.

Prepariamoci a questa nuova epoca in cui i brand e i giornali ci faranno interagire con i bot e con intelligenze artificiali sempre più sofisticate.

L’esperienza utente

Oggi l’esperienza utente non è del tutto soddisfacente, certo. Secondo me anche perché l’aspettativa è alta. Sebbene la velocità di calcolo sia notevole, non è ancora sufficiente a soddisfare la velocità di calcolo della nostra di intelligenza. Eppure già i bot possono aiutarci in molte cose. Nelle ricerche, nel trovare contenuti che ci servono mentre noi svolgiamo altre attività che sono sempre più transmediali. Mentre lavoriamo al pc, inviamo un documento attraverso Drive, e aspettiamo conferma attraverso lo smartphone e magari chiamiamo su skype o al telefono per verificare che sia tutto chiaro.

Le intelligenze artificiali impareranno a conoscerci, registreranno le nostre abitudini, risponderanno a queste abitudini singolarmente, si assumeranno il carico di lavoro di azioni ripetitive che facciamo adesso.

E seppure per la maggior parte delle volte continueremo a scrivere manualmente questi comandi sul nostro smartphone, per una percentuale non minima, potremo abbandonare l’uso del testo della scrittura e parlare, vocalizzare al nostro dispositivo.

E almeno, fin quando non ci saremo abituati all’idea di farlo, potremo scegliere di farlo.

E già scegliere, a me, non sembra cosa da poco.