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Come sostenere una comunità?

Come sostieni tu una comunità? Come sostenere un comunità? E come si sostiene una comunità?

Cosa stai facendo tu, adesso, in questo periodo, per la tua comunità? La tua comunità di riferimento; quella da cui trai informazioni e/o dei vantaggi? Forse stai facendo tanto, anche troppo, o forse niente?

E sul web? Quale contributo stai dando? Qual è il tuo contributo per un internet migliore? Hai una qualche comunità di riferimento? Ti senti parte di qualcosa? Oppure sei un solitario in cerca di formazione e informazione?

Leggi Comunità (Italiano) Copertina flessibile – 23 maggio 2019 di Marco Aime.

Le richieste di aiuto di Wikipedia

Qualche tempo fa mi ha colpito la richiesta di aiuto da parte di Wikipedia. Se mi segui, se leggi il blog sai che ne faccio uso per condividere determinate definizioni.

Non so se scrivi anche tu, Ma sono certo che qualche volta hai fatto uso di wikipedia per avere qualche informazione. E magari hai preferito questa piattaforma a giornali o blog vari.

E ancora, hai mai contribuito facendo una donazione, rispondendo alle loro richieste? Oppure ha contribuito scrivendo una definizione?

Come dicevo, dal momento che sono un fruitore del servizio, tempo fa, ho deciso di fare una donazione alla fondazione wikipedia. Per questo motivo, periodicamente ricevo alcune mail che mi chiedono da un lato di rinnovare la donazione e dall’altro lato mi spiegano come procede la donazione in generale.

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Gratitudine e solitudine

Certo, Wikipedia mi scrive che mi è sempre grato della mia prima e (ahiloro!) unica donazione. Però sarebbe felice di ricevere ancora qualcosa. Che per loro è la risposta al come sostenere una comunità.

Ma quello che è davvero imbarazzante (termine che scrivono loro in oggetto alle mail) è che… scrive Wikipedia.

Forse stai pensando: Wikipedia andrà bene anche se non donassi oggi. C’è sempre qualcun altro che dona. È un po’ strano dirlo, ma considera che meno dell’1% dei lettori dona a Wikipedia. È la tua generosità che ci fa andare avanti. La consapevolezza che ciò che stiamo facendo è importante ed è importante per le persone come te. Garantisce che Wikipedia sia qui per te quando hai bisogno di noi.

Anche meno dell’1%. per wikipedia, significa fare un bell’incasso, perché lavorano a livello globale.

Però a me colpisce che, nonostante wikipedia offra un contributo notevole a tutti i naviganti, da cui un po’ tutti traiamo un beneficio, riesce ad attrarre e convincere meno dell’1%.

Come mai?

Acquista Senso di comunità. Come e perché i legami contano (Italiano) Copertina flessibile – 31 maggio 2016.

Comunità aride o comunità vive

Wikipedia non sa fare comunità? Le persone che leggono, copiano e incollano i loro contenuti non si considerano una comunità? Oppure lo sono, lo sanno e non passano all’azione? Come sono queste comunità? Sono aride e assetate, vuote e affamate? Oppure sono vive e fruttuose?

Le comunità che oggi sono attive, sono comunità chiuse e piegate al volere del guru di turno, che magari zittisce tutto e tutti? Oppure si tratta di comunità che alzano barriere di giudizi e pregiudizi? O ancora, esistono comunità aperte e in ascolto?

Io ho sempre immaginato una comunità come un progetto di crescita. Uno spazio dove poter contribuire e dove il mio contributo venga valorizzato. Insomma, una comunità di pratica.

Sono alla continua ricerca di una tribù. Ma per quanto cerchi non l’ho ancora trovata del tutto.

Il paradosso delle comunità?

Io credo che oggi sia difficilissimo creare una comunità. Attenzione le comunità ci sono, ma sono quelle storiche.

Per esempio, io ho contribuito scrivendo alcune voci di wikipedia, almeno per quello che ritenevo di poter migliorare. Ebbene, anche lì, c’è un gruppo di censori che hanno cancellato quanto scritto, perché avevo aggiunto link a blog che confermavano e certificavano quanto io scrivevo. Trattandosi di blog autorevoli di settore, li ritenevo e li ritengo una fonte.

Quindi, di quale comunità stiamo parlando?

Quindi i soldi vanno sempre bene, mentre il mio contributo, no? Siamo tutti dei bravi abbonati quando paghiamo in silenzio? E non lo siamo più quando vogliamo anche noi prendere parte al gioco?

Personalmente so benissimo che ascoltare è una azione complessa. Si tratta di un atto di estrema umiltà e apertura, che porta a profondi cambiamenti. L’ascolto richiede empatia, richiede una trasmigrazione del proprio essere verso l’altro, anche quando l’altro è il nostro opposto.

Anche per questo alcuni social hanno una grande successo. Perché ci chiudono in bolle informative che confermano quanto noi diciamo e pensiamo. Ci mettono su un piedistallo e ci fanno fare il nostro spettacolo.

Non Conclusioni

Ma che tu sia sul piedistallo o su una comoda poltrona come spettatore, qual è la crescita che ne ricaviamo?

In conclusione, a me resta un immenso interrogativo. E ci penso. Come sostenere una comunità? Come trovare una comunità di pratica, vera?

Se arriverò a qualche conclusione, come al solito la condividerò. A me sembra la cosa più ovvia da fare. Siete voi la mia comunità a cui contribuisco con il mio tempo e le mie parole.

Se avete qualche idea o proposta, i commenti sono in ascolto e a vostra disposizione. E siccome qualcuno si è già fatto avanti, battendo un colpo, sappiate (sappi) che presto mi farò sentire. A presto!

Finto o reale? Il suono del piacere femminile.

Riconosci se il suono orgasmo femminile sia finto o reale? Mi sono occupato del piacere del suono parlando di Lelo Sona per le donne così come per l’uomo. In questo post, invece, parleremo del suono del piacere. In particolare del piacere femminile.

Giornata mondiale dell’orgasmo

Come abitudine del blog, sia perché non c’è una redazione, sia per raccogliere le conclusioni di determinati argomenti, il blog è ritardo. La giornata mondiale dell’orgasmo è il 31 luglio e se ne parla appunto in quella data.

Mi è sembrato interessante un articolo su Il Fatto Quotidiano.

Il raggiungimento dell’orgasmo è considerato dalla maggior parte delle persone una meta e una conclusione obbligata del rapporto sessuale, ma in realtà non è così per tutte le donne. Infatti mentre alcune hanno un’estrema facilità nel raggiungere l’acme del piacere, come la donna che in un rapporto di un’ora ha sperimentato ben 134 orgasmi secondo le analisi di un Centro di Studi sessuali in California, per altre risulta una conclusione solamente sperata. Quindi è lecito chiedersi come funziona l’orgasmo femminile.

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L’audio orgasmi dei film pornografici

Il contesto sonoro della nostra vita è molto variegato. Ciascuno vive il suo e da questo contesto viene influenzato. Più di quanto si possa pensare. Anche quando pensiamo che a prevalere sia la parte visuale, la parte sonora entra in profondità e ci condiziona.

Un suono che ha influenzato e che influenza la vita della quasi totalità delle persone del mondo occidentale è sicuramente l’audio dei film pornografici. Dico della quasi totalità delle persone, considerato il massiccio uso di pornografia e i numeri di Pornhub, che nel 2018 riceveva 92 milioni di visite al giorno.

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Come al solito le aziende di settore promuovono ricerche e si lanciano in campagne di consapevolezza e di valore sociale. La Bijoux indiscret, una azienda produttrice di accessori erotici, ha condotto un’interessante studio sul tema.

I film pornografici e romantici sono estremamente influenti sui nostri desideri, aspettative e comportamenti sessuali.

La bijoux indiscret, con questo studio, vorrebbe sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza dell’ autoconoscenza nell’educazione sessuale, sia nelle donne che negli uomini.

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Audio orgasmo

Alcune avvertenze. C’è da dire che in una ricerca del genere sarebbe necessario mettere le mani avanti per alcune difficoltà. Intanto per gli aspetti storici e sociali dell’orgasmo che possono mettere in secondo piano alcuni aspetti rilevanti della ricerca.

Quando qualcuno, infatti, studia un argomento che è potenzialmente considerato tabù o privato, può essere difficile garantire che il campione sia rappresentativo di tutte le persone in tutte le culture.

Perché questo progetto?

La bijoux indiscet afferma.

Fin dall’inizio, nel 2006, abbiamo cercato di abbattere le barriere mentali dei consumatori contro i prodotti erotici, migliorando la qualità della vita sessuale delle persone con un aspetto elegante, seducente, e un approccio emotivo.

Sulla base di questo impegno, stiamo conducendo uno studio approfondito per esplorare i pregiudizi e i tabù che influenzano e condizionano il nostro comportamento sessuale, come ad esempio la visione immaginaria del sesso e della masturbazione femminile.

Il progetto ha visto la partecipazione di circa 1500 persone tra uomini e donne e una età tra i 18 e i 95 anni.

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Riconosci un orgasmo vero da uno finto?

Nel film ti presento Harry, in una scena ormai famosissima, si racconta proprio che la rappresentazione della soddisfazione femminile non viene proprio dai suoni che la donna emette durante il rapporto.

Meg Rian dimostra, infatti, che fingere un orgasmo per una donna non è poi così difficile.

E tu lo riconosceresti? Ad un gruppo di 30 persone è stato chiesto di ascoltare un orgasmo femminile e capire se fosse vero o finto.

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Suono e movimento durante il rapporto sessuale

Il suono orgasmo femminile, i gemiti o l’ansimare, durante il rapporto sessuale, costituisce uno dei comportamenti sessuali più comuni per esprimere approvazione e soddisfazione durante il rapporto sessuale.

La maggior parte delle donne usa questi suoni proprio per eccitare il proprio compagno, anche se ritengono che l’ansimare sia meno indicativo di quanto piaccia agli uomini.

Ma, insieme al suono, quasi tutte pensano che, in generale, sia il movimento più indicativo del piacere sessuale.

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Orgasmo femminile suono

Dopo oltre 500 ore di registrazioni e interviste, i risultati e le conclusioni dello studio hanno ispirato la Bijoux indiscret a creare un progetto che rivela il vero suono del piacere femminile.

L’obiettivo è quello di iniziare una nuova discussione che aumenti la consapevolezza della società sull’importanza dell’auto conoscenza nell’educazione sessuale come la strada per godersi la sessualità in un modo che soddisfi desideri e valori reali.

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Come capire se finge?

VlogyMary è una vlogger che ho seguito negli anni passati. Secondo me tra le donne più intelligenti e ironiche di quegli anni nel panorama di Youtube Italia. Peccato che abbia interrotto la sua attività video.

Suono orgasmo femminile

L’El HuffPost Ha creato una playlist di orgasmi femminili veri.

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Orgasmo maschile

A fingere, quanto pare, non sono solo le donne, ma anche gli uomini che emulano i propri punti di riferimento. E quindi, forse è bene ascoltare anche questi orgasmi maschili.

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Mi sono già occupato di piacere femminile. E ti potrebbe interessare Lelo Sona. Il piacere del suono.

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4 anni di architettura dell’informazione sonora

Fra qualche giorno, il 3 luglio, il blog compie 4 anni di vita. Quattro anni di diffusione della disciplina, quattro anni di crescita e di battaglie. Piccole battaglie che meritano la menzione solo per la fatica che portano con se.

Il mio ringraziamento va a tutti lettori, ammiratori, seguaci e detrattori. Che in un modo o nell’altro mi spronano a fare sempre meglio.

Com’è un quattrenne?

Non avendo figli non so bene quale sia lo sviluppo di un bambino di quattro anni. Da quanto leggo in giro però pare che a quattro anni si sia più autonomi, con delle idee quasi definite, quasi delle convinzioni.

E penso anch’io che questo blog sia molto più indipendente che nei suoi primi anni di vita. Mi pare, senza presunzione, che qualche idea buona l’abbia prodotta, che il corso di progettazione chatbot sia tra le cose più belle che potessero capitare. E la mia attività a partita IVA prosegue con molte soddisfazioni. Insomma, un bel traguardo.

Dedicato ai lettori

Io so che chi è fuori dalla bolla dell’User Experience non comprende a pieno il significato di architettura dell’informazione, né comprende a pieno il mio lavoro.

Penso continuamente a come divulgare meglio questa disciplina e i suoi metodi di lavoro. E mi piacerebbe fare parte di una comunità di studenti solidale.

Ma a prescindere da questo, ancora una volta, voglio affermare la mia voglia di raccontare quello che imparo, che leggo e che ritengo utile da condividere.

Atto di fiducia

Non ho molto promesse da fare quest’anno.

So che ho tanto lavoro da affrontare. Ho tanti progetti per la testa. Ma mi rendo conto che da solo si conduce una guerra in solitaria. Come un moderno Don Chisciotte o Sancho Panza che da sognatore vive la scoperta, il viaggio, perdendosi nei meandri dell’esistenza, ma da solo.

Un progetto ha (avrebbe) bisogno di più occhi, di più menti, di più cuori. Avrebbe bisogno, ripeto, di una comunità.

Per cui, oggi, prima ancora di essere un sogno, questo blog (come tutti i blog) è un atto di fiducia verso l’umanità che naviga l’Internet. Un atto di estrema fiducia in chi mi legge, anzi nei confronti di un lettore/lettrice,

Perché, in fondo, il desiderio di arrivare a più persone è il desiderio di parlare davvero al cuore e alla mente di almeno una persona. A te, proprio a te che mi leggi in questo momento.

Un atto di fede verso quel tuo essere umano che comprende e che attraverso queste pagine, di settimana in settimana, si appassiona all’architettura dell’informazione, ne comprenda, colga e pratichi i suoi valori; allo studio degli assistenti vocali come dei chatbot. In una parola si appassioni alla progettazione.

Attivista dell’architettura dell’informazione

Forse ve l’ho già detto e scritto ma mi capita di avere qualche resistenza a pubblicare determinati articoli. Alcuni li ritengo di grande valore e la pubblicazione e condivisione è ardua.

Ho espresso questa resistenza ad Alessandro Tartaglia, direttore didattico della Scuola Open Source di Bari, durante il Wiad Palermo 2019. Alessandro, che della condivisione aperta ha fatto il suo motivo di vita, mi ha consigliato di vivere la mia attività online e di blogging come un attivista.

Insomma, di svolgere la mia attività finalizzata a produrre un cambiamento di paradigma. O ancor più semplicemente stimolare e promuovere consapevolezza diffusa.

E diciamo che in questo senso l’idea mi convince.

Da solo o in compagnia?

Certo è che, come dice il proverbio, “da soli non si è buoni neanche in Paradiso”. E chi mi insegnò questo proverbio aggiunse.

Buttatemi all’Inferno, purché in compagnia!

Quindi ho già dedicato un paio di articoli per capire se davvero tutti vogliono diventare UX designer e se qualcuno ha voglia di costruire una comunità di studenti.

Il tentativo è quello di essere meno soli. Una sfida. Come al solito.

Se vuoi sostenere il blog

Se sei un mio lettore e vuoi sostenere il blog puoi farmi un regalo. Davvero il modo più semplice e banale.

Ma il vero sostegno arriva dai commenti, dai suggerimenti, consigli, critiche costruttive. Dunque se puoi commentare di seguito agli articoli e arricchire questo blog sarà un atto di attivismo anche tuo. Fammi sapere!

Comunità di studenti

Prendo spunto dalla recente chiusura di un gruppo Facebook che riuniva una comunità di studenti universitari di un corso di Architettura dell’informazione. Al suo interno si ritrovavano tutti gli studenti del corso e il docente dava comunicazioni varie sulle lezioni e sui progetti, articoli, spunti da approfondire.

La motivazione principale della chiusura, in breve, è stata che al suo interno non c’era, da tempo, alcun dialogo. L’unico ad alimentare il gruppo era appunto il docente, fondatore e amministratore del gruppo, che periodicamente proponeva link e spunti di interesse.

A questi link sarebbero dovuti seguire commenti e osservazioni. Che però non arrivavano.

Gruppi di dialogo o discariche di link?

Un gruppo nasce per dialogare e se questo dialogo non esiste è meglio chiudere questo spazio che diventa appunto un contenitore di link “inutili” e ulteriore perdita di tempo per chi li produce o soltanto li cerca per condividerli.

Devo ammettere che la chiusura del gruppo mi è dispiaciuta. Al suo interno io trovavo link sul metodo di lavoro dedicati appunto a studenti, per rinfrescare le basi, così come per scoprire temi su cui avevo ed ho lacune.

Nello stesso tempo trovavo quasi ovvio che non ci sarebbe mai stato alcun commento su quel gruppo. Quale studente, quale studente medio, aprirebbe, su un gruppo Facebook, una discussione con il proprio docente? O ancora peggio, sotto l’occhio del proprio professore. Chi aprirebbe un dibattito pubblico da cui potrebbe dipendere l’esito del proprio esame?

Certo, si tratterebbe di chiacchierare con il professore e questo sarebbe molto bello, quasi un privilegio. Ma immagino che chi, più estroverso, frequenta il corso, queste opportunità le colga in presenza, frequentando il corso, appunto, facendosi vedere dal docente durante gli orari di ricevimento, o durante i seminari consigliati in aula.

Architettura di Facebook per il flame

Facebook mi sembra poi un terreno pericoloso per discussioni di questo genere. E forse lo stesso appare agli studenti. Forse nessun studente si sognerebbe di intervenire con un commento che potrebbe inficiare il proprio voto, se non addirittura l’esame.

Perché, un po’ tutti, sappiamo che l’architettura dell’informazione di Facebook permette molto facilmente la nascita di flame, di messaggi ostili, di “risse virtuali”, nate molto spesso da stupide incomprensioni, da messaggi non del tutto esaustivi, se non addirittura dalla mancata modulazione di un tono di voce (scritto) che risulta aggressivo, anche quando non lo è davvero.

Definizione di flame secondo Wikipedia.

Il flaming è l’espressione di uno stato di aggressività mentre si interagisce con altri utenti di internet. La rete aumenta la possibilità di fraintendimenti nella comunicazione tra le persone rispetto alle situazioni faccia a faccia, ma incrementa enormemente anche la possibilità di inserirsi in nuove situazioni ed ambienti, in cui ogni utente tende a ritagliarsi un proprio spazio.
Frequentando una chat o un forum, nel tempo l’attaccamento dell’utente al proprio spazio diviene sempre maggiore; spesso l’utente cerca di intensificare la propria presenza nell’ambiente, postando più messaggi (in un forum) o chattando per ore (in una chat room). Ne consegue che per alcuni individui il fatto stesso di trovarsi in quel luogo diventa un vero e proprio bisogno. Quando un altro utente o una situazione particolare mette in discussione lo status acquisito dall’utente, questo si sente minacciato personalmente.
La reazione è aggressiva, e a seconda dei casi l’utente decide di abbandonare lo spazio definitivamente (qualora abbia uno spazio alternativo dove poter andare), oppure attua il flaming (qualora ritenga necessario rimanere nel “suo territorio” dove si è faticosamente creato uno status).

Gruppi sonnolenti

Se dunque gli studenti di un corso di laurea hanno paura di esporsi, tanto più questa paura pervade i professionisti.

Altri gruppi, infatti, seppure numerosi e con un pubblico altamente qualificato, restano silenziosi e sonnolenti per lunghi periodi. Solo i fondatori si permettono di attivare, ogni tanto, qualche conversazione, su temi di estrema sicurezza, a cui partecipano uno sparuto gruppo di persone che la pensano grosso modo alla stessa maniera. Ma soprattutto su temi che non inficiano la professionalità di nessuno.

Tutti gli altri, generalmente, restano a guardare o ad ascoltare, ben consapevoli che chi ha osato unirsi alla conversazione (con leggerezza) non ha avuto scampo. La fine delle conversazioni, infatti, è stata spesso determinata da interventi più o meno bruschi, di chi aveva più argomenti.

Peccato che insieme al singolo si sono zittiti decine di persone.

C’è bisogno di una comunità di studenti?

Ma esiste una comunità di studenti? Oppure ognuno combatte la propria guerra personale? Sicuro che esiste una comunità, in mezzo o attraverso le centinaia di professionisti presenti. Esiste nella strada e nei vari incontri dal vivo? Sicuramente manca, a mio parere, nell’online.

Sempre che ci sia bisogno di un gruppo online dove dialogare. Gli studenti o i professionisti, sentono davvero il bisogno di riunirsi per parlare? C’è davvero una comunità, non dico una comunità di pratica che già esiste, o spazi che offrano link, informazioni e dati, ma di una comunità di dialogo online.

Parlo di comunità di confronto, di uno spazio dove elencare idee per una comunità, ma anche dove cercare di mettere insieme pareri contrastanti, ma comunque di crescita. Dove esprimere dubbi, paure, incomprensioni. Forse un gruppo che è meno di una comunità di pratica e un po’ più di una comunità di condivisione.

Alla ricerca di confronto

Personalmente, da quando sono più stanziale nella profonda provincia ed ho accettato la sfida di fare architettura dell’informazione in provincia, sono più alla ricerca di un confronto con gli altri che di informazioni.

Mi pare che la differenza tra la città e la provincia, infatti, sia, oggi, (almeno in parte) questa. Nelle città c’è maggiore possibilità di confronto con gli altri ed anche le semplici chiacchierate possono diventare motivo di arricchimento.

Nella provincia i dibattiti volgono verso la sopravvivenza. E i momenti di crescita sono molto più rari.

Il blog mi spinge a studiare, a ricercare informazioni, ad arricchire l’archivio di conoscenze. Da questo punto di vista l’Internet è una risorsa infinita. Ma resto nella mia bolla. Il momento di meraviglia è raro e faticoso da trovare.

E sebbene il blog ha un discreto successo resta comunque un pulpito dove il confronto magari avviene su quale registratore acquistare, ma non sugli altri temi di cui mi occupo.

Gruppo per liberare i pensieri

Mi piacerebbe dunque partecipare o essere parte di un gruppo dove ciascuno fosse libero di parlare e di sbagliare liberamente e dove tutti potrebbero dare il loro contributo.

Un gruppo dove nessuno si dovrebbe sentire escluso, dove nessuno abbia il timore di essere bocciato come studente, come professionista o, peggio ancora, come persona.

E se nascessero dubbi, domande scomode, osservazioni strambe, queste dovrebbero essere del gruppo.

Capisco che poi le dinamiche del gruppo si possono risolvere in modo del tutto originale e inaspettato. Ma questo non dovrebbe impedire di provarci.

La mia idea di gruppo Facebook per una comunità di studenti

Di questo gruppo dovrebbero far parte tutti coloro che si sentono esclusi dalla torre d’avorio, chi non si è mai sentito tanto preparato per poter intervenire. Ciascuno dovrebbe potersi esprimere mettendo in luce i propri pensieri.

I dubbi, le osservazioni, le conclusioni che non troverebbero risposta nel gruppo, dovrebbero essere poi sottoposti ai docenti o agli esperti o a chiunque ne sa più di tutti messi insieme, per essere sciolti e/o risolti. Perché comunque non si tratterebbe di un gruppo a perdere o al ribasso.

Sarebbe bello poter porre tutte le domande che ci ronzano nella testa, elencandole, organizzandole e poi trovare con chi parlarne.

Il blog come spazio a disposizione

Il blog si offre come portavoce ed è qui disponibile ad accogliere e organizzare, per futura memoria, le domande e le risposte. E si impegna a trovare risposta tra i professionisti, i docenti che vorranno rispondere, in Italia così come all’estero.

Che ne dite? Che ne pensate? Come la vedete?

Si può partire da ovunque voi vogliate. Se c’è già, esiste, vi chiedo di segnalare spazi di questo genere. Altrimenti si può partire da questo gruppo già esistente per un primo incontro per tutti.

Ma magari sarebbe meglio creare (partendo dai commenti a questo post) un nuovo gruppo dedicato allo scopo. Oppure scrivere liberamente in questo documento drive . Fatemi sapere, sul serio.

Domande dei lettori

Un anonimo scrive

Buona sera 

Dove si trovano delle comunità dove tutto è di tutti, dove puoi veramente apprendere delle basi su cui puoi vivere serenamente in un ambiente sano, sogno da una vita ( nel vero senso della parola) la comunità che hai descritto nei blog.

La domanda è, dove si trovano?

Forse è solo un sogno, mio, come tuo o di altri. Ma se è un sogno comune, la mia contro domanda è: perché non provarci? Cosa ci vuole? Cosa vogliamo che sia?

Ma anche no

Anche no, potreste dire. Che, in fondo, di gruppi ce ne sono già abbastanza. Anche troppi per il numero reale di interessati. Che bastano i gruppi già esistenti. Del chi se ne frega se uno non si vuole esporre.

Potreste aggiungere che sbaglia chi, approfittando della frammentazione territoriale e professionale, invece di coalizzarsi diluisce, di fatto, il dialogo creando il proprio “gruppo personale”. Sbaglia chi suo malgrado, volendo diffondere maggiormente, di fatto, toglie energie ai gruppi che sono venuti prima.

Forse la mia è solo una sensazione sbagliata che deriva dalla lontananza fisica. Forse questo confronto ridotto all’osso online c’è vivo nei meet up o negli UX Book delle città e chi lo vuole se lo cerca. In fondo, basta incontrarsi una volta ogni anno.

Magari non c’è dialogo perché nessuno è interessato a parlare online e questo bisogno non è un bisogno della comunità ma del singolo che se lo risolve a proprio modo.

Se così fosse ne prendo atto. Potrebbe essere che questa proposta arrivi troppo presto, troppo tardi, che non raccolga alcun bisogno se non quello mio personale.

Io qui avvio il dialogo, oggi come ogni lunedì.

Voi che dite? Ripeto. Fatemi sapere!

Buon Anno! Buon 2019

Buon 2019! Buona fine e buon principio!

Sapete quanto tengo alle date, alle occasioni, alle feste comandate. Per me sono un punto di arrivo e di partenza. Da qui, come ormai sapete scaturiscono riflessioni su ciò che ho fatto e su quello che dovrò fare.

Insomma, tiro una linea, guardo un po’ indietro e tanto in avanti. 

Il 2018 anno delle meraviglie

Nonostante i presagi non del tutto buoni, questo 2018 per me è stato un anno pieno di meraviglie. Non so come spiegarlo o raccontarlo e, forse, fa sempre meglio Facebook che lo racconta in poche ma significative immagini.

Buoni propositi 2019

A rivedere i buoni propositi del 2018 sinceramente quest’anno preferisco tenermeli per me i buoni propositi del 2019. Mi ripropongo quelli dell’anno scorso che restano validi e comunque erano e sono sempre a lungo termine.

  • Continuare a dare costanza al blog. Magari anche con il tuo sostegno.
  • Condividere i talenti, i miei e anche quelli di altri.
  • Mettere in luce valori del blog e dell’architettura dell’informazione. Perché solo attorno a dei valori si può costruire qualcosa.
  • Magari riuscire a creare una comunità intorno a questo blog. Forse c’è già. Forse altre comunità si stanno già incontrando. Boh, vediamo di trovare il modo quest’anno di incontrarci.
  • Scrivere qualche articolo in inglese. Anche se tanti dei miei articoli sono ripresi da testate inglesi.
  • Finire di leggere la mia lista di libri sul comodino. Che di libri non ne mancano da leggere.
  • E infine, ma non meno importante, mi piacerebbe imparare a conoscere meglio la gente. Che non si finisce mai.

Una agenzia di comunicazione e un corso

In più, rispetto ai propositi realizzati e comunque da mantenere, poche cose ma significative sono nate in questo 2018. Come la nascita della mia agenzia di comunicazione e la prima edizione del corso sulla progettazione chatbot che ha riscosso un grande successo di partecipanti.

Sono già aperte le preiscrizioni per le prossime edizioni. In attesa del numero minimo di partecipanti per Roma e una data certa, il 17 giugno per Milano.

Per quanto è accaduto durante i corsi precedenti, è risultato anche il modo per incontrarsi e parlare e confrontarsi. Grazie all’apertura mentale dei partecipanti questo corso è stato l’inizio di progetti reali e anche motivo di incontro tra esperti di settore. Per questa ragione, sebbene il prezzo del corso può sembrare esoso, vale molto di più.

Cose da fare nel 2019

Ho a lungo riflettuto sui miglioramenti da attuare sul blog. E sinceramente l’unica cosa che mi servirebbe davvero è allargare la redazione. Il progetto cresce e ci sarebbero tante cose da fare.

La scelta è tra il mantenere le cose come sono, per solidificare i risultati raggiunti o l’andare avanti a sperimentare. Per questo motivo aumenteranno gli spazi per la ricerca e per i contenuti complessi.

Lo scopo è quello di far crescere il blog e contribuire sempre più ad un web migliore.

Poi ci sono altre cose da fare. Tutto ancora in fase di progettazione. Non posso chiedere altro che di seguirmi per vedere l’effetto che fa.

Le parole sono importanti

Diceva Nanni Moretti che le parole sono importanti. Ogni tanto lo dimentico. In questi tre anni e mezzo di blogging le mie parole hanno acquistato un peso.

Ricordo ancora la scrittura dei primi articoli, l’ansia e la paura di schiacciare il pulsante “Pubblica”. E poi c’era sempre qualcosa che dimenticavo. Sembrava che il mondo aspettasse me al varco dell’internet.

Nessuno mi aspettava, anche se alcuni di quegli occhi per me erano e sono ancora oggi importanti. E nonostante il blog sia virato su diverse sonorità (rispetto al primo post), spero davvero che quegli occhi non allontanino troppo il loro sguardo.

La newsletter e le comunità

Alla fine di questo post trovate anche la possibilità di iscrivervi ad una nuova newsletter.

Mi frullava per la testa da diverso tempo, ne ho bisogno per condividere una gran mole di link che non riesco a leggere o che sfiorano le tematiche di cui mi occupo. Ma soprattutto la voglio scrivere perché voglio rafforzare il legame con i miei lettori.  

Si tratta di 6 numeri per il 2019. Secondo me ne vale la pena.

Buon 2019!

E niente! Io questo buon 2019 ve lo dico con il cuore. Vi auguro buon anno! Vi auguro un 2019 generoso, ricco, avvolgente! Spero che lavoro, fatica ed entusiasmo vi piovino addosso come non mai. Che tutto il bene del mondo sia vostro e ne possiate condividere tutti i frutti tanto è abbondante.

Godetevi lo stare insieme, il perder tempo per la vostra salute mentale. Rallentate se siete troppo accelerati. Fermatevi se il vostro cervello non riesce più a guardare alla vostra vita, al vostro corpo, al vostro futuro.

Un abbraccio caldo, coccoloso e abbandonato a tutti i miei lettori. Perché mi vogliono bene e io gliene voglio un po’ più di altrettanto!

Buon 2019!

Come gli Smartspeaker rivoluzioneranno il mondo con la loro voce

Gli smartspeaker rivoluzioneranno il mondo con la loro voce? E come? Lo rivoluzioneranno per davvero? Oppure, molto più semplicemente, il mondo lo stiamo rivoluzionando noi e gli assistenti vocali ne prenderanno atto? Forse non c’è nulla di rivoluzionario a parlare con una macchina, se poi questo ci fa tornare ad essere umani.

Questo articolo è stato scritto il 23 aprile 2018 e aggiornato il 19 novembre 2018

A tal proposito mi è molto piaciuto, per esempio, l’incipit di un articolo di Antonio Garcia Martinez che dice.

La voce è il medium umano primordiale. I neonati riconoscono la voce della madre nel momento in cui sono nati, avendo sentito una versione soffocata di esso in utero. Nell’ultimo minuto, urliamo o piangiamo per aiuto o gioia.

Anche le nostre comunicazioni più astratte testuali o informatizzate sono inquadrate come “conversazioni”, imitando il tipo di dialogo faccia a faccia – ricco di corpo, sotto testo, calore emotivo e insinuazioni – la cui crescente assenza ha generato un centinaio di sostituti virtuali.

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Conversazioni del passato, conversazioni del presente futuro

Stiamo assistendo ad una rivoluzione unica. Se pensiamo che abbiamo impiegato secoli per imparare a parlare come parliamo adesso, l’italiano di Dante non è il nostro italiano, ogni forma di cambiamento ci appare come un deterioramento. Ma la lingua cambia, si modifica. Lo fa perché quando ci esprimiamo dall’altra parte c’è qualcuno che ci ascolta e reagisce a quello che noi diciamo. Reagisce perché comprende.

Il fatto che a comprendere e a reagire sia un piccolo oggetto meccanico non cambia molto. Perché dietro quell’oggetto ci sono persone che parlano anch’esse. E che anzi, vogliono comprenderci al meglio. Tecnicamente molto complesso, nella pratica continua ad essere una evoluzione naturale.

Lingue eterne

Quando ho studiato linguistica all’università, mi colpì molto il fatto che una lingua muore quando muore il penultimo essere umano che la usa. La lingua non è qualcosa di unidirezionale. Esiste fin quando comunica. Quando l’ultimo uomo parla con se stesso non sta usando la lingua; può pure elencare al vento milioni di parole, inventarne di nuove. Ma dirà solo parole morte di una lingua morta.

Affidare la lingua ad una macchina forse significa affidare una lingua all’eternità. Sebbene un po’ meccanica e non tanto melodica. Anche con questa rivoluzione linguistica dovremo fare i conti.

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Qualche prova interessante

Stiamo tutti facendo le nostre prove con il nuovo Google Assistant. Abbiamo aspettato a lungo questo momento.

Se non le avete ancora letto ci sono due belle prove fatte in casa Robino – Del Buono.

Hanno acquistato un Google Home mini e lo chiamano “il sasso”. E mi piace molto questo termine.

Per quanto in molti sperano che fallisca, per quanto l’user experience non sia ottima, per quanto gli scettici sono numerosi e la diffusione sarà limitata anche nel tempo, l’assistenza vocale entrerà ed entra con prepotenza nelle case. Lo fa e lo farà in modi del tutto nuovi, inaspettati, originali. Fosse solo per curiosità, avremo qualcosa di questo genere in casa.

Per tutti diventerà un oggetto vivo. Più vivo di altri oggetti nonostante più simile ad un sasso. Oggetto che darà vita ad altri oggetti. Una interfaccia di azione unico.

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Smartspeaker rivoluzioneranno il mondo

Antonio Martinez si lancia in una predizione.

Tra touchscreen e voce, il battere a macchina tornerà ad essere l’abilità di un professionista specializzato, limitata a autori molto anziani, programmatori e (forse) antiquari hipsters che faranno il caffè ancora con la moka. Mia figlia di 2 anni non imparerà mai a guidare, invece guiderà la sua auto a guida autonoma.

Si parlerà in una stanza vuota e ti aspetterai che il cloud, insieme alle sue ancelle dell’IA, risponda.

Gli annunci mirati saranno generati dinamicamente, basati su quelle richieste, riempiranno le lacune del  flusso onnipresente di musica, podcast e libri. Forse saranno persino sintetizzati dal momento che le cosiddette pubblicità “host-read” superano le voci umane casuali.

Le tastiere dei computer si uniranno alle macchine da scrivere nei display dei musei storici e quella laringe complicata, unica tra i primati, sarà la prima serie degli assistenti vocali.

Conclusioni

Ora io non so se Martinez abbia ragione. Sapete che le predizioni non mi piacciono. Io non so se questa rivoluzione sia più o meno imminente. Certo è che il corso di questa tecnologia si è avviato e stia aprendo a nuovi mercati in pieno sviluppo. Ma guardando alla Storia, io mi aspetto che, prima o poi, dovremo fare i conti con qualche fermata di arresto. Vedi anche il recente provvedimento del GDPR il regolamento europeo sulla Privacy che obbliga ad un consenso informato e consapevole delle persone.

Sono e saranno inevitabili le resistenze di chi verrà scalzato da questa tecnologia. Ad ogni modo la Legge sarà sempre e comunque in ritardo rispetto alle potenzialità e ai pericoli che sono sottesi ad ogni spinta innovativa.

Dovrà essere chi usa queste tecnologie a farne un uso etico. Per quanto possibile.

Consapevolezza

E, insomma, il problema non è se assistenti vocali e smartspeaker rivoluzioneranno il mondo o meno. Non credo sia possibile fermare il mondo e il suo corso storico. Il problema è aumentare la consapevolezza. Lo ripeterò fino alla nausea. È necessario essere consapevoli del mondo che stiamo vivendo.

C’è da mettersi insieme, fare rete, per questo scopo, per contribuire ad un web migliore. Che significa, poi, nell’era dell’Onlife, un mondo migliore. Dove, con buona pace di tutti, ci saranno schermi e interfacce conversazionali. E semmai il problema sarà quello di restare umani, profondamente umani. Capaci di azioni di valore e condivisione.

Aggiornamento 19 novembre 2018

La rivoluzione è arrivata anche in Italia, nel momento in cui smart speaker come Google Home o l’appena acquistato Amazon Alexa Echo hanno iniziato a parlare italiano.

Ti potrebbe interessare i 50 comandi che puoi dare ad Amazon Alexa oppure i comandi in italiano che Amazon stessa aggiunge periodicamente e che suggerisce ai suoi clienti.

Io ho iniziato a scrivere le mie prime impressioni sul Amazon Echo. Certo, si tratta di un solo dispositivo, la famiglia Echo è molto grande, però sto cercando altre persone che ne possano parlare a tutti.

Stai in ascolto!

UX Book Club BARI: un incontro per parlare di architettura dell’informazione sonora

Come saprete, lunedì 12 novembre 2018, sono stato invitato dall’ UX Book Club BARI, per parlare di architettura dell’informazione sonora. Un incontro, organizzato insieme a Sprint Lab e Impact Hub Bari che ci ha ospitato. Per me è stata una esperienza che mi ha trasmesso tante emozioni e mi ha portato a lunghe riflessioni.

Chi continuerà a seguirmi potrà leggere nel 2019.

Comunità

Avere una comunità così attiva nel sud Italia non è facile. Come meridionali, lo dico da siciliano, non riusciamo a fare comunità, a stare insieme, a crescere e confrontarci costruttivamente. Ma soprattutto non riusciamo ad essere costanti. A Bari, invece, Bianca Bronzino (oggi anche Presidente dell’associazione Architecta per il biennio 2019-2020) è riuscita nell’impresa.

Gli incontri a Bari sono continui e periodici, sono il frutto di attivismo ed entusiasmo. Non si può non apprezzare e stimare questo impegno che coinvolge più persone. Bianca, il motore di questa comunità è riuscita a mettere insieme un bel gruppo di persone. Riesce a farle incontrare, riesce a farle sentire comunità.

Architettura dell’informazione sonora

Contesti sonori, assistenza vocale e progettazione.

Ho raccontato il percorso che ho seguito nel tempo su questo blog, sottolineando i vari passaggi che sento di dover sottolineare sempre. Contesto sonoro, consapevolezza, progettazione.

Qualcuno, più che sentir parlare di architettura dell’informazione sonora, si aspettava una qualche parte del mio corso di progettazione chatbot che avevo svolto a Roma e poi a Milano. Mi spiace ma la mia intenzione non era quella di sintetizzare ore e ore di corso.

Forse nella mia esposizione è sembrato che ci fosse poco di pratico e non fruibile nell’immediato. Che bisognava mettere le mani in pasta. Forse, alcuni concetti sono stati troppo concentrati. Ma è sempre difficile accontentare tutti, quando non si conosce il livello di cultura digitale di tutti.

Quello che mi premeva (e spero di essere riuscito nell’impresa) era instillare gocce di riflessione sul tema.

Gli strumenti

La maggior parte delle persone è interessata a conoscere come funzionano gli strumenti. Ne ho parlato con la mia amica Maria Grazia. Al mio ritorno in Sicilia ho raccontato dell’incontro, delle sensazioni e dei feedback che ho ricevuto. Lei fa la maestra di scuola elementare. Ho raccontato della predilezione delle persone per gli strumenti. E lei mi ha confermato questo distacco tra chi fa le cose e chi le pensa (e dunque le progetta). Mi raccontava, per esempio, delle volte in cui lei ha seguito corsi di formazione tenuti da pedagogisti.

Le maestre, che stanno ogni giorno a contatto con i bambini, per certi versi, non riescono sempre ad applicare ciò che la pedagogia insegna. Così come i pedagogisti spesso non comprendono certe dinamiche della classe: i problemi pratici, le mille varianti dello stare a contatto con bambini e genitori.

Eppure, ammetteva sempre Maria Grazia, non esisterebbe insegnamento senza una pedagogia, senza uno studio dei problemi dal punto di vista teoretico, psicologico e didattico. Si può essere delle brave maestre anche senza teoria, ma se si posseggono conoscenze specifiche si può essere più brave. E magari commettere meno errori.

Tra teoria e pratica

Chi fa teoria spesso si dimentica della pratica, è vero. Chi si ritrova spesso proiettato verso il futuro, si distacca dalla quotidianità. Ma solo un pensiero avanzato, solo una ricerca su sentieri sconosciuti permette (ed ha permesso) all’essere umano la sua evoluzione.

Ricordo un brano di un film dove uno scienziato raccontava di un suo folle esperimento. Lo spiegava ad un altro collega. Il collega rispondeva che quell’esperimento non avrebbe portato a nulla.

La risposta dello scienziato fu, “Si. Io l’ho dimostrato!”.

La ricerca e la progettazione, almeno a mio modo di vedere, può pure portare a risultati molto diversi da quelli che ci aspettiamo. Per questo è essenziale che ci sia. Non è mai un nulla di fatto, ma è un qualcosa che indica comunque una strada da seguire o da non seguire.

Etica ed assistenza vocale

Al solito ho fatto il mio riferimento all’Etica. E al solito il consiglio è stato quello di non occuparmene. Al solito io concordo solo in parte. Non sono io, certo, che me ne devo occupare, non sono io il nome autorevole che possa indicare la direzione. Ammesso che si possa essere da soli nell’indicare un qualcosa.

Eppure… Eppure penso che chiunque ha il dovere di porsi domande morali. E guardando al fenomeno degli assistenti vocali se scorgo un punto debole, che non tutto scorre, che qualche dubbio c’è, mi sento in dovere di metterlo in luce. Evitare l’argomento non lo troverei corretto, né tanto meno etico.

Sono disposto a rischiare di dire qualcosa in più, persino di sbagliare, piuttosto che rinunciare alla riflessioni e/o a spingere alla consapevolezza chi mi ascolta o mi legge.

Bari centro e Barivecchia

Non ero mai stato a Bari in vita mia. Quando ho chiesto dove dormire mi è stato consigliato di dormire in centro. Così ho cercato un B&B al centro, vicino al mare ed ho prenotato.

Sono stato molto contento quando ho visto questo documentario della RAI “Eroi di Strada” proprio su Bari.

La terza puntata è ambientata nella grande periferia di Bari: un viaggio per conoscere chi, piccolo o grande eroe, ce l’ha fatta. Da Libertà a San Paolo, attraversando Japigia e Carrassi, fino ad arrivare a Bari vecchia, un tempo sotto il controllo della criminalità organizzata e oggi un centro cittadino e turistico. Racconti di disagio sociale, di degrado, di una criminalità, che è ancora radicata in questi quartieri abbandonati dalle istituzioni e spesso invisibili a molti. Ma anche storie di riscatto di chi in questi luoghi è riuscito a coltivare un talento, a realizzare il suo sogno. Tra i protagonisti della puntata Ermal Meta, Renzo Rubino, Gio Sada e Vladimir Luxuria.

Alcuni romani mi avevano fatto terrorismo. “Barivecchia non è il centro di Bari. Ma è il vecchio borgo dove si riunisce la malavita dei bassifondi della città” mi dicevano.

Eppure quando sono entrato a Barivecchia, sebbene la strada fosse un po’ buia mi è sembrata subito frequentata. Ed infatti, giunto nella piazza principale ho trovato una piazza piena di locali, frequentata da ragazze e ragazzi di ogni età. Non è affatto un luogo malfamato. Anzi. È un luogo molto turistico e molto bello.

Il proprietario del B&B mi conferma le dicerie sul luogo. Ma mi racconta anche che sono 20 anni che le varie amministrazioni ci lavorano. Così come ci lavora la Polizia, l’esercito, le istituzioni. Basta farsi un giro per rendersene conto. La zona è tutta riqualificata nei minimi particolari. I turisti sono ben visti, ovunque stanno nascendo B&B e tra pizzerie e ristoranti la zona è viva.

Barivecchia è bellissima, da visitare, da vedere. Ve la consiglio!

UX Book club Bari

UX Book club Bari

Alla fine, posso dire che l’esperienza barese è stata eccezionale. Ho visitato una città splendida, che non avevo mai visitato. Ho mangiato benissimo, dormito benissimo. Visto luoghi e chiese davvero suggestive.

Infine, ho ricevuto un messaggio vocale che mi ha emozionato tantissimo. Una ragazza del pubblico che ha riflettuto su quanto esposto da me si è resa conto solo dopo dell’immenso mondo che assistenti vocali e chatbot aprono. Opportunità e pericoli. Insomma, ha preso consapevolezza. E questo, almeno chi segue il blog lo sa, non può che ripagarmi di tutte le fatiche, visto che ogni articolo è volto a questa consapevolezza. E quell’incontro questo voleva trasmettere. Attenti la questione riguarda tutti!

Grazie!

Ringrazio ancora la comunità barese e spero di rivederla anche in altre occasioni. Faccio i miei in bocca al lupo a tutti. Che il loro movimento coinvolga altre città e faccia conoscere tutte le meraviglie di uno splendido Sud Italia.

Vita da blogger – Buon ferragosto a tutti!

Dura la vita da blogger. Specialmente se ci sono 40 gradi e il tuo ufficio si affaccia alla vista del mare. Certo alla base di tutto c’è sempre un certo piacere. Il piacere di studiare, condividere conoscenza, leggere. Si tratterebbe (forse) di svolgere anche un ruolo sociale importantissimo: arricchire il web di qualcosa che si pensa abbia un valore. Si riesce? Ci riesco? Chissà. E poi vedere aziende che vanno in ferie, e non dovrebbero andare, mi ha fatto venire una gran voglia di lavorare.

Magari si tratta di pensieri deliranti. Se pensate così, mi perdonerete, è il caldo.

Caro (lettore) amico ti scrivo,

Tutte le volte che scrivo un articolo immagino che tu, lettore, sia seduto davanti a me e mi chieda le tue curiosità su cosa sto scrivendo. È un modo che mi permette di essere il più concreto possibile, di semplificare, per quanto posso, concetti che per me, nella mia testa, sono sottintesi. Ma soprattutto mi permette di essere sereno con me stesso.

Il blog è nato il 3 luglio del 2015. È nato per uno scopo. Cioè porre l’attenzione verso una piccola parte dell’architettura dell’informazione. Cioè della parte sonora, dell’architettura dell’informazione in contesti sonori. Nel tempo, però, a questo blog si sono aggiunti altri lettori ed io ne ho cercati di nuovi.

Le cose cambiano

Nel tempo ho raccolto i consigli degli amici, ascoltato i detrattori, riflettuto sui miei obiettivi.

Molte cose, in questi tre anni, sono cambiate. Però penso di aver cercato di mantenere la barra dritta sul tema degli assistenti vocali, sulle nuove tendenze che il mondo sonoro è intento a perseguire, e, per quel che vale, sulle nuove sfide dell’architettura dell’informazione, sulle sfide che io, personalmente, penso siano nuove frontiere.

Per me, questo, fa parte della progettazione di ecosistemi digitali sonori. Come architetto dell’informazione non me la sento di scrivere riguardo categorizzazioni e tassonomie, di cui si trova un po’ di tutto. Il mio contributo, penso, sia quello di leggere in profondità il web e la società che vive il web. E lo faccio con una lente che è quella dell’architettura dell’informazione, dal punto di vista uditivo.

Vita da blogger

Dicevo. In questi 3 anni, sono profondamente cambiato personalmente. Ho avuto certe sberle, che non te le sto qui neanche a raccontare. Il cambiamento sembra bello a parole, ma se vediamo che certe cose non cambiano mai è perché il cambiamento è doloroso. E l’essere umano non vuole soffrire.

Per come la vedo io, per come lo sento e lo vivo, il mio messaggio è sempre rimasto uguale. E per quello che è cambiato, il sito non è più (solo) un blog ma è un sito personale che mi racconta. Per questo ho creato apposite sezioni che leggo come distinte. Ho creato una sezione di Tecnologia Sonora, per tutta la parte hardware, una pagina dedicata alla mia agenzia di comunicazione e, infine, ma sempre in primo piano, per chi mi legge, è rimasto il blog di architettura dell’informazione sonora.

Forse sono risultati vincenti (e convincenti) articoli che mi hanno dato grande soddisfazione come l’articolo sui registratori digitali. Oppure come la collaborazione con la Zoom per il suo Zoom Q4n. Ma questa è la legge dei numeri. E nella vita da blogger, anche per motivarsi un po’, i numeri contano.

Divulgazione dell’architettura dell’informazione e dei chatbot

Da parte mia, di qualunque cosa scriva su questo blog, penso sempre di offrire il punto di vista di un architetto dell’informazione e un punto di vista sonoro. Lo ripeto.

Per me era ed è necessario divulgare e far conoscere l’architettura dell’informazione a un numero più vasto di persone possibile. Più persone conosceranno l’architettura dell’informazione, più persone ne faranno uso, più il web italiano potrà essere migliore.

Così come sono convinto che sia compito degli architetti dell’informazione raccontare e spiegare i chatbot, gli assistenti vocali, e quella parte di dispositivi che si identifica con una interfaccia conversazionale.

La mia comunità di riferimento pensa che sbaglio? Voi lettori mi dite di no. Ad ogni modo io sono aperto al confronto. E data la mia lontananza fisica non trovo modo migliore che questo blog come punto di incontro e centro di studio.

Alla ricerca di una tribu

C’è sempre la voglia di creare una comunità, di incontrare simili, discutere su argomenti che si ritengono importanti e che difficilmente si riesce a trattare con le persone che ci circondano. Se un obiettivo è stato raggiunto dal blog è che, se oggi si parla di assistenza vocale, voce, suono e progettazione, molte persone pensano a questo blog.

Si tratta di piccole o grandi conquiste, a seconda di come si vogliono vedere. In ogni caso momenti importanti.

E questo blog o sito, sta diventando, per quello che si può, un centro di studi, una comunità con cui parlare, con cui, dal profondo della provincia italiana, ci si possa confrontare.

Non penso di essere il solo, in questa ricerca. Se ci sei anche tu. Batti un colpo.

Buon ferragosto!

Forse neanche questa volta sto parlando di architettura dell’informazione. E me ne scuso. O forse si. Perché riordino le idee, perché magari riordinate le vostre. E un architetto dell’informazione riordina sempre.

Spero possiate apprezzare questo post, anche per il solo fatto di essere stato scritto con un ventilatore sparato sul PC (che altrimenti si bloccherebbe, tanto fa caldo). Chi conduce una vita da blogger non si ferma mai. Per uno strano spirito di servizio.

Chi legge e vuole contribuire alla sostenibilità di questo blog, può pure farmi un regalo, se lo vuole. Oppure può iniziare a farsi un regalo. Non è mai il momento sbagliato.

Mentre tra una tastiera e qualche ora di mare, stanno nascendo numerosi progetti che vi racconterò più avanti e che sono impegnato a realizzare.

Vi auguro un buon ferragosto, buone vacanze, se le state facendo in questi giorni; o buon relax se state lavorando mentre tutto intorno a voi tace. Vi sono vicino, almeno quanto voi siete vicini a me! Buon tutto! E alla prossima settimana, come sempre!

Buon compleanno 2018

Buon compleanno! Caro blog Architettura dell’informazione sonora, buon compleanno! E auguri anche a voi, cari lettori! Che senza di voi non avrebbe alcun senso scrivere per tre anni ogni lunedì su un tema di nicchia come l’architettura dell’informazione e l’assistenza vocale.

Oggi il blog compie tre anni pieni, densi, veramente compiuti. 3 luglio 2015 – 3 luglio 2018.

Tre anni di blogging

Questi tre anni non so se sono passati troppo velocemente o troppo lentamente. Ma ci sono voluti tutti. Tre anni per superare tutte le difficoltà che il web pone, per guarire dalle ferite che il tempo e la vita infliggono. Tre anni per avere intorno, sul web, un gruppo di persone che ti segue, ti legge e ti vuole pure bene. E questo riscalda davvero il cuore.

Ve lo dico con sincerità. Alcune vicende private mi hanno bastonato a dovere. Questo blog mi ha salvato da tante situazioni. E soprattutto mi ha fatto vedere il mondo con occhi diversi. Ve l’ho sempre detto e lo ripeto. Questo blog mi ha insegnato tante cose e spero di restituire quanto mi è stato dato.

Architettura dell’informazione come rivelazione

Non so se sono riuscito in questi anni a trasmettere tutte le potenzialità dell’architettura dell’informazione. Cioè non so se si capisce quanto dell’architettura dell’informazione c’è in questo blog. Non so se sono riuscito a convincere qualcuno a studiare, o quanto meno, ad avvicinarsi alla disciplina.

Dalla profonda provincia in cui vivo è sempre una sfida. Chi mi segue sa che per me l’architettura dell’informazione è stata fin dal primo giorno una rivelazione. Divulgare ad altri questo messaggio per me era e resta qualcosa di importante. Un cambio di paradigma.

A volte dispiace non essere riusciti a spiegarlo al meglio. Qualcuno ha frainteso, qualcuno mi ha odiato. Io ho fatto solo il mio lavoro. Ho seguito il consiglio di persone più esperte di me; ascoltato tutti i maestri della disciplina. Ho detto e dico la mia con umiltà e dedizione.

Assistenza vocale e architettura dell’informazione

Il mondo sta cambiando e in questo cambiamento ci sono e ci saranno gli assistenti vocali.

Penso che questa tecnologia oltre lo schermo sia la nuova sfida dell’architettura dell’informazione. L’ho detto più volte. L’organizzazione dello spazio dentro uno schermo ormai è talmente standardizzato che il lavoro di un architetto dell’informazione non può più essere, solo ed esclusivamente, quello di organizzare le informazioni dentro il web.

Abbiamo il compito di organizzare le relazioni e le connessioni in un nuovo universo spazio temporale che è onlife. Abbiamo il profondo compito di far emergere sensi, significati, comprensioni. In un mondo sempre più complesso, qualcuno direbbe ipercomplesso, c’è estremo bisogno di architettura dell’informazione.

In questi tre anni ho cercato di parlarne il più possibile. A volte (ma anche adesso) mi sembra di ripetermi, di dire cose banali. Mi auguro di no.

Cambiamento e nuove sfide

Ultimamente penso che il cambiamento sia sopravvalutato. Cambiare significa provocare un terremoto nelle nostre vite. Cambiare vita, città, cambiare abitudini. A parole sembra una cosa facile. Ma nei fatti è dura.

Ed, infatti, nei fatti nessuno vuole cambiare. Nessuno cambia veramente. Cambiare significa mettere in discussione le nostre certezze. Quando arriva il cambiamento, il terremoto, a ricostruire tutto quello che crolla ci vuole tempo.

Per me ricostruire è stato un lungo percorso verso l’apertura di una partita IVA. Non una scelta facile. Se non altro per la massa di persone che sconsiglia questo passo.

Se non ci fosse stato un terremoto prima non avrei mai fatto questo passo.

Toni Fontana freelance a partita IVA

Di conseguenza il blog ha subito un cambiamento profondo. Non solo grafico che è la superficie ma di obbiettivi. E quando cambiano gli obbiettivi cambiano le architetture. Come cambiano le fondamenta delle nostre idee così cambiano le strutture su cui poggiano le nostre grafiche.

L’home page è diventato il mio biglietto da visita. E il blog è stato leggermente messo da parte.

Se cambiano i bisogni cambiano le architetture. Se cambiamo le funzioni cambiano le architetture. Cambia il contesto? Cambiano le architetture. Gli obiettivi del progetto sono cambiati? E allora cambia l’architettura. Si tratta di un processo naturale.

Ho aperto una partita IVA personale e le cose sono cambiate. È cambiato il punto di vista. Si è acceso un nuovo interruttore. Già dal primo giorno i lettori sono diventati potenziali clienti. Persone che possono chiedere una consulenza.

Nuovi progetti

Il blog ha ed ha sempre avuto gli obiettivi di divulgazione della disciplina. E così ho continuato a fare. Ho riversato sul web una mole notevole di articoli ed opinioni di cui mi stupisco io stesso.

Che questa mole di contenuti fosse essenziale alla vostra vita non è detto. Ma se qualcuno ha letto e compreso meglio un determinato argomento, se si è acquisito un briciolo di consapevolezza in più rispetto al passato, allora questo blog ha assolto al suo compito e scopo.

Intanto la mia micro web agency è un traguardo davvero notevole. Anche perché i fiduciosi clienti sono sparsi tra la Sicilia, Roma e Milano. Si tratta di piccole e grandi sfide.

In autunno ci potrebbe essere una gran bella sorpresa e con qualcuno di voi lettori, ci si potrebbe vedere più spesso. Non vi posso dire di più. Ma vi terrò aggiornati!

Voi continuate a seguirmi! E ancora auguri!

Ascolta UX on the sofa #6 Toni Fontana e l’architettura dell’informazione sonora.

Festival balli popolari

I festival dei balli popolari sono dei grandi meeting di ragazzi che si riuniscono per ballare e divertirsi in modo sano, tra danze e buona musica.

Il mio unico evento di balli popolari a cui ho partecipato  è VeneziaBalla. Un’esperienza davvero bella, appassionante e divertente.

Venezia Balla 2018

Purtroppo l’edizione 2018 non ci sarà. Lo spiega chiaramente il comunicato che si trova sull’home del sito ufficiale.

Si trattava e si tratta di un festival che ha attirato l’attenzione di musicisti e ballerini proveniente da tutta Europa. Considerato che la maggior parte delle persone sono sempre stati volontari, molte strutture non sono certo gratis.  E giustamente si avrebbe (avuto) bisogno di un sostegno sia pubblico che privato. Ma a quanto pare questo non avviene.

Un vero peccato. Confidiamo nell’ultima frase che ci da speranza.

Venezia Balla va dunque in vacanza per il 2018 ma non temete, si tratta di un arrivederci e non certo di un addio!

In assenza del Festival, vi consiglio di seguire i vari gruppi che sono presenti sul territorio veneto.

Nel sito potete trovare informazioni riguardo a:
> CORSI di danze popolari promossi dai membri dell’associazione nel territorio di Venezia, Mestre
> EVENTI & NEWS folk nei dintorni di Venezia\Mestre
> FESTIVAL VENEZIA BALLA
> Eventi nel Veneto (INFORMADANZE)
> Cos’è la DANZA POPOLARE

Folkalooonga

Non sarà certo VeneziaBalla ma lo spirito e l’organizzazione sono quelli dei gruppi di balli popolari veneziani. E quindi mi fa molto piacere che si organizzi questa Folga longa, che farà danzare per ore e ore chi ha voglia di danzare. Appuntamento il 29 settembre 2018. Tenetevi in formati seguendo la pagina facebook di cerchi nell’acqua.

Vialfrè

Vialfrè è invece il festival dei festival. Quello a cui tutti vanno o vogliono andare. Chissà, un giorno, andrò anch’io sebbene ho perso il mio allenamento e non ho più le occasioni di ballo che avevo a Venezia.

Anche in questo caso lascio parlare il sito del granbaltrad.

Il Gran Bal Trad è un festival dedicato alla danza e alla musica tradizionale, nato dal desiderio di mettere in contatto differenti modi di esprimere la danza e la musica. Si propone di offrire ai partecipanti un quadro variegato di alcuni esempi delle varie culture presenti in Europa, non dimenticando di proporre uno spaccato di tradizionale tipico della nostra Italia.

Le giornate del Gran Bal Trad si articolano in atelier di danza e di strumento al mattino e al pomeriggio, e proseguono fino all’alba con le serate di ballo su 5 grandi palchi.

Sono presenti più di 250 tra insegnanti ed artisti, provenienti da tutta Europa, impegnati ad ogni ora del giorno e della notte in atelier di danza e di strumento, concerti serali, conferenze.

Sono cinque giorni durante i quali migliaia di persone sono spettatori e protagonisti di una full immersion nella danza e nella musica tradizionali. Quest’anno il Festival si terrà dal 27 Giugno al 1 Luglio.

Calendario aggiornato Balfolk, workshop e Festival

Di festival ce ne sono abbastanza in giro. Potete essere aggiornati dal calendario del sito io ballo folk. Rudimentale come sito, ma aggiornatissimo e funzionale.

Balli popolari e balfok in Italia e all’estero

Di seguito un po’ di link utili da seguire per la vostra zona di riferimento.

LOMBARDIA

TOSCANA

PIEMONTE e VALLE D’AOSTA

FRIULI VENEZIA GIULIA

VENETO

MARCHE

PUGLIA

Eventi tutto l’anno gruppo facebook.

E le altre regioni?

Difficile tenere nota o andare a rintracciare tutti gli appuntamenti che si svolgono in Italia. Si tratta di un mondo interessantissimo ma altrettanto sommerso.

Se vorrete aggiungere la vostra regione o aggiungere qualche evento basta commentare questo articolo. Aggiornerò volentieri l’articolo.

FRANCIA

http://www.musictrad.org/concerts/index.php

http://www.tradzone.net/forum/

solo bretagna: http://www.tamm-kreiz.com/agenda.html

zona di Parigi: http://trad75.free.fr/

SVIZZERA

 http://www.danseinfo.ch/

Servizio RAI nei confronti delle persone con disabilità

Quali sono i servizi che la RAI è tenuta ad offrire alle persone con disabilità? E quali in particolar modo ai disabili uditivi? Nel codice etico della RAI si fa riferimento alla disabilità solo in un piccolo paragrafo in cui si dice che la RAI è tenuta a

garantire uno spazio adeguato alla cultura dell’inserimento e della integrazione sociale ai disabili, con sensibilizzazione del pubblico ai problemi di disabilità e del disadattamento sociale.

A marzo 2018 però è stato firmato un contratto tra Il ministero dello sviluppo economico e la RAI in cui si obbliga il servizio pubblico ad una particolare cura alle persone con disabilità. In più punti. Il contratto è stato pubblico in Gazzetta Ufficiale n. 55 ed avrà corso per il periodo dal 2018 al 2022.

Qui di seguito ho raccolto gli articoli che riguardano le persone con disabilità, tra le quali anche le disabilità auditive per quanto riguarda la sottotitolazione.

Principi generali

La Rai assicura un’offerta di servizio pubblico improntata ai principi come rendere disponibile e comprensibile una pluralità di contenuti, di diversi formati e generi.

b) avere cura di raggiungere le diverse componenti della società, prestando attenzione alla sua articolata composizione in termini di genere, generazioni, identità etnica, culturale e religiosa, nonché alle minoranze e alle persone con disabilità, al fine di favorire lo sviluppo di una società inclusiva, equa, solidale e rispettosa delle diversità e di promuovere, mediante appositi programmi ed iniziative, la partecipazione alla vita democratica;

La Rai è tenuta a promuovere la crescita della qualità della propria offerta

Molto interessante è che la Rai è tenuta a perseguire obiettivi come raggiungere i diversi pubblici, sperimentare, promuovere l’immagine dell’Italia, promuovere impegno sociale e culturale, diffondere i valori dell’accoglienza e dell’inclusione, del rispetto della legalità e della dignità della persona.

E ancora, diffondere i valori della famiglia e della genitorialità, superare gli stereotipi di genere, garantire la tutela dei minori. E finalmente…

l) potenziare la fruibilità dell’offerta da parte delle persone con disabilità;

A tutto questo si aggiunge in fine quello di sostenere l’alfabetizzazione digitale e contribuire alla ricerca e all’innovazione tecnologica e sperimentare nuove modalità di strasmissione.

Offerta televisiva

La Rai articola l’offerta televisiva in canali generalisti, semigeneralisti e tematici, con l’obiettivo di raggiungere l’intera popolazione e il pubblico in tutte le sue articolazioni, integrando le diverse piattaforme distributive. Si occupa di, informazione generale e approfondimenti. E crea programmi di servizio, programmi culturali e di intrattenimento.

E poi si impegna a creare programmi di informazione e programmi sportivi, quali

eventi nazionali e internazionali, anche delle discipline sportive meno popolari, dello sport femminile e dello sport praticato dalle persone con disabilità, trasmessi in diretta o registrati; notiziari e rubriche di approfondimento, anche volte a divulgare i valori dello sport e i suoi risvolti sociali.

Così come programmi per Minori e opere cinematografice italiane ed europee.

Offerta multimediale

La Rai, così recita il contratto, si impegna a rendere disponibili i propri contenuti sulle piattaforme multimediali secondo le nuove modalità di consumo dei telespettatori.

La Rai è tenuta a:

rendere la propria offerta multimediale sempre più fruibile dagli utenti con disabilità, secondo gli standard prevalenti nel settore.

Offerta dedicata alle persone con disabilità

L’artico 10 è dedicato alle persone con disabilità.

1. La Rai è tenuta ad assicurare l’adozione di idonee misure di tutela delle persone portatrici di disabilità sensoriali in attuazione dell’art. 32, comma 6, del TUSMAR e dell’art. 30, comma 1, lettera b) , della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 13 dicembre 2006, ratificata con legge 3 marzo 2009, n. 18.

2. Ai fini del conseguimento degli obiettivi di cui al comma 1, la Rai è tenuta a dedicare particolare attenzione alla promozione culturale per l’integrazione delle persone disabili e per il superamento dell’handicap.

Industria dell’audiovisivo

Si continua poi con altri obblighi a cui la RAI è tenuta a dare seguito. Si chiede infatti attenzione ai ragazzi e alle ragazze offrendo prodotti televisivi che pongano la loro attenzione all’inclusione e ai portatori di disabilità, per quanto riguarda sia i contenuti sia le modalità di fruizione. E ci si augura che questo li aiuti a crescere come cittadini consapevoli, sviluppando un approccio critico, promuovendo la fiducia in se stessi, nelle proprie capacità e nella famiglia, respingendo stereotipi e rifiutando bullismo e violenza.

Sottotitolazione

La sottotitolazione è rivolta proprio alle persone con disabilità.

La Rai è tenuta a:

i) sottotitolare almeno l’85% della programmazione delle reti generaliste tra le ore 6 e le ore 24, al netto dei messaggi pubblicitari e di servizio (annunci, sigle, ecc.) nonché tutte le edizioni al giorno di Tg1, Tg2 e Tg3 nelle fasce orarie meridiana e serale, garantendo altresì la massima qualità della sottotitolazione;

ii) estendere progressivamente la sottotitolazione e le audiodescrizioni anche alla programmazione dei canali tematici, con particolare riguardo all’offerta specificamente rivolta ai minori;

iii) tradurre in lingua dei segni (LIS) almeno una edizione al giorno di Tg1, Tg2 e Tg3, assicurando la copertura di tutte le fasce orarie;

iv) assicurare, entro ventiquattro mesi dalla pubblicazione del presente Contratto nella Gazzetta Ufficiale , l’accesso attraverso le audiodescrizioni delle persone con disabilità visiva ad almeno i tre quarti dei film, delle fiction e dei prodotti audiovisivi di prima serata e ad avviare forme di sperimentazione per favorire l’accesso dei medesimi all’offerta degli altri generi predeterminati;

v) estendere progressivamente la fruibilità dell’informazione regionale;

vi) assicurare l’accesso delle persone con disabilità e con ridotte capacità sensoriali e cognitive all’offerta multimediale, ai contenuti del sito Rai, del portale Raiplay e dell’applicazione multimediale di Radio Rai, in collaborazione con enti, istituzioni e associazioni che operano a favore delle persone con disabilità;

vii) predisporre un piano di intervento per sviluppare sistemi idonei a favorire la fruizione di programmi radiotelevisivi da parte di persone con deficit sensoriali;

viii) attivare strumenti idonei per la raccolta di segnalazioni relative al cattivo funzionamento dei servizi di sottotitolazione e audiodescrizione, ai fini della tempestiva risoluzione dei problemi segnalati.

Minoranze linguistiche

Infine, altra attenzione è data alle minoranze linguistiche presenti e riconosciute nel territorio italiano.

La Rai è tenuta a garantire la produzione e distribuzione di trasmissioni radiofoniche e televisive, nonché di contenuti audiovisivi, in lingua tedesca e ladina per la provincia autonoma di Bolzano; in lingua ladina per la provincia autonoma di Trento; sarda per la regione autonoma Sardegna; francese per la regione autonoma Valle d’Aosta e in lingua friulana e slovena per la regione autonoma Friuli-Venezia Giulia.

Creare una comunità di pratica

Creare una comunità di pratica è un’idea a cui penso già da tempo. E credo che sia un pensiero che in molti hanno per la testa. Almeno coloro che svolgono una attività da pioniere o che svolgono l’attività di architettura dell’informazione in provincia. E se non creare una comunità, quanto meno c’è la voglia di far parte di una comunità vera.

Le comunità esistono

Le comunità esistono. Non si creano dal nulla. I legami tra persone creano comunità. Le comunità esistono nei territori, nel mondo reale. A volte le comunità si formano intorno ad una causa comune, o un interesse, oppure intorno a dei valori. Grazie alle comunità si è più forti. Grazie alle comunità, chi vive lontano dai centri più attivi, può costruire relazioni importanti con altre persone.

Perché, in fondo, almeno penso, lo scopo di tante comunità è quello di abbattere il senso di solitudine dei singoli. Le persone hanno bisogno di raccontarsi e di ascoltare storie. E quando ci si incontra c’è uno scambio di energie davvero importante.

Creare una comunità di pratica

In pochi riescono a colmare il bisogno di sentirsi parte di qualcosa. Da un lato ci sono quelli troppo autorevoli da affiancare. Dall’altro ci sono quelli troppo inesperti per dire la loro. E poi ci sono le ostilità di chi pensa che tutti vogliono diventare UX Designer. Ci sono tanti modi di far parte di una comunità. La maggior parte aspetta la mossa dell’altro, nell’attesa che l’altro, appunto, si faccia carico del lavoro e della fatica che ci vuole a creare una comunità.

Forse non è il tempo delle comunità. Non è il tempo della condivisione. Forse abbiamo così tanto condiviso l’ineffabile che oggi è sempre più difficile condividere la sostanza.

Eppure solo una comunità può condividere, gratuitamente, per il bene del singolo come per il bene della massa. Solo la forza di una comunità può comunicare un pensiero forte. Solo la compattezza di una comunità può esprimere un parere di parte ma libero. E solo una comunità di pratica può divulgare conoscenza.

Un blog per la consapevolezza

Sono circa tre anni che scrivo questo blog con passione, entusiasmo e costanza. Aggiungo anche con una certa ossessione. Credo nell’architettura dell’informazione, credo nella diffusione della cultura digitale. Lo scopo iniziale era quello di farmi conoscere, creare un personal brand di valore e autorevolezza. Il sito porta, infatti, il mio nome. Ed anche per questo, presto, il blog perderà la sua centralità e sarà una parte del mio sito.

Col tempo, in questi ultimi mesi, mi sono reso conto che c’era un valore che stava più in alto della mia persona.

Ho potuto toccare con mano che manca una piena consapevolezza di ciò che sta accadendo nel mondo. Affermare questo non significa che io abbia capito tutto. Anzi. A me pare che manchi la consapevolezza di certi scenari e di certi contesti che si vanno via via formando. C’è un innegabile bisogno di cultura digitale, di alfabetizzazione di massa. E da una comunità si può partire per avere un quadro sempre più completo.

Una comunità può mettere a disposizione di tutti una cassetta degli attrezzi, un armadio pieno di strumenti capaci di trasmettere significati, creare comprensione e consapevolezza. In una parola condividere i talenti.

Comunità di pratica secondo Étienne Wenger

Il termine comunità di pratica, o “Community of practice“, compare agli inizi degli anni ’90, a opera di Étienne Wenger, ma la sua origine è molto più lontana nel tempo, basti pensare alle botteghe artigiane.

Il fine della comunità è il miglioramento collettivo. Chi aderisca a questo tipo di organizzazione mira a un modello di intelligenza condivisa, non esistono spazi privati o individuali, in quanto tutti condividono tutto. Chi ha conoscenza e la tiene per sé è come se non l’avesse. Le comunità di pratica tendono all’eccellenza, a scambiarsi reciprocamente ciò che di meglio produce ognuno dei collaboratori. Questo metodo costruttivista punta a costruire una conoscenza collettiva condivisa, un modo di vivere, lavorare e studiare, una concezione che si differenzia notevolmente dalle società di tipo individualistico, dove prevale la competizione. Le comunità di pratica sono “luoghi” in cui si sviluppa apprendimento, e ciò che cambia rispetto al passato è il modo e i mezzi per svilupparlo. La conoscenza diviene un mezzo per costruire collettivamente, seguendo il metodo del costruttivismo sociale. Da tale prospettiva scaturisce un apprendimento inteso come:

  1. Creazione di significato: in una prospettiva di apprendimento permanente è significativa la nostra esperienza. L’esperienza diviene significativa quando si riflette su di essa, altrimenti è come una goccia d’acqua che scivola su un vetro, non lascia traccia alcuna. Tra i principali teorici dell’apprendimento permanente troviamo Kolb e Quaglino.
  2. Sviluppo d’identità: apprendere è un processo che ci permette di interagire, partecipare, contribuire a definire un nostro spazio/ruolo in una comunità.
  3. Appartenenza a una comunità: l’individuo per cambiare, riconoscersi o allontanarsi deve conoscere la propria comunità, identificarsi o meno in essa, apportando il proprio contributo.
  4. Risultato di una pratica in una comunità: unione tra know-how e competenza.

Idee per una comunità di pratica

Insomma, capite che l’idea di comunità di pratica, oggi, è rivoluzionario. Siamo in un momento storico e in un Paese dove ci si unisce per togliere ad altri i diritti acquisiti. Ci si unisce in manifestazioni non per la conquista di un diritto, per il mantenimento di uno stato di lavoro. No. Ci si unisce per andare contro altro e altri. Vi sembra normale?

Una comunità di pratica è quello di cui si ha bisogno. Di cui tutti abbiamo bisogno.

Si vuole far parte di una comunità che alimenta relazioni, collaborazioni a distanza, scambi di esperienze, incontri frequenti. Ci si vuole sentire membri di una comunità, non seguaci, si vuole essere orgogliosi di questa appartenenza. Ma soprattutto si vuole essere partecipi del cambiamento.

Sentirsi parte del cambiamento

Essere membro di una comunità significa mettere in pratica valori, sperimentare la solidarietà e vivere la condivisione. C’è chi chiede, infatti, una condivisione estrema e trasparente dei temi, degli eventi, dei materiali, delle idee. Chi vuole sapere chi sono gli altri professionisti e con quali competenze stanno crescendo.

Si vogliono workshop, meeting, Jam, webinar. Divulgazione nei confronti dei privati, delle aziende, delle scuole, degli enti pubblici.

Una comunità per crescere. Insieme.

Il blog esiste e vuole creare un luogo dove poter imparare per crescere professionalmente. Insieme. Letture, libri, corsi di aggiornamento, eventi periodici, co-design. Non mancano certo le idee. E non mancano gli strumenti. Viviamo in un mondo con le maggiori opportunità di tutti i tempi.

La comunità deciderà nel tempo gli obiettivi e le missioni che avrebbero il sostegno e il contributo di tutti. Niente professori ma tutti studenti. I professori sono e saranno le nostre guide, li chiameremo anche per chiarirci quello che non è chiaro. Certo. Ma in una comunità di pratica tutti possono parlare senza alcuna soggezione. E tutti devono contribuire!

Ho creato un gruppo su facebook. E chi vuole partecipare basta che si iscriva.

Non è detto che avvenga. Non è detto che sia un bisogno di altri o che si abbia il tempo di partecipare.

Io resisto!

Comunque vada il blog resisterà. Un blog che cresce e che crescerà per la sua naturale evoluzione, legata ovviamente alla storia personale ed emotiva dell’autore.

Nasceranno anche servizi utili per i lettori. Questi possono andare a solo beneficio di pochi o di una comunità. Tutto dipenderà dalla risposta di ciascuno.

Se vuoi creare una comunità di pratica e anche contribuire, questa potrebbe essere una occasione. Ce ne sono altre, ovviamente. Ce ne sono di già esistenti. Di molte comunità già ne faccio parte. E se qualcosa nascerà da questo blog non è certo in contrasto, ma in aggiunta a tutto quello che già c’è.

Grazie!

Se hai letto quasi 1300 parole, di questi tempi, vuol dire che un po’ la cosa ti interessa. Condividi l’articolo, per favore. E grazie fin da adesso, per essere anche in questo modo comunità di pratica.

Donare la voce – VocalID, Una parola per NeMO, Common Voice e Libroparlato

È possibile donare la voce a chi non ce l’ha. Alcune malattie degenerative, infatti, compromettono spesso l’apparato fonetico e portano ad una sorta di mutismo. La tecnologia oggi messa a disposizione è quella dei sintetizzatori vocali. Questi sintetizzatori però hanno un suono meccanico, diciamo robotico. Mancano di calore, di calore umano.

Per questo motivo qualcuno ha pensato di risolvere il problema e creare una voce più umana con il contributo di tutti. Ne parla il sito disabili.com.

Secondo l’idea di Rupal Patel “le voci sintetizzate devono essere uniche come le impronte delle proprie mani”. Lei, ospite alla conferenza TED, è la creatrice e direttrice di VocalID (vocal identity), la compagnia che raccoglie migliaia di voci da tutto il mondo, crea profili dettagliati e li rivende a persone che ne fanno richiesta.

Rupal Patel fa notare che la voce di Stephen Hawking a volte è la stessa ad essere utilizzata da una bambina di 5 anni, colpita da una malattia differente: “Ciascuno di noi ha una impronta vocale unica che ne riflette l’età, la grandezza ma anche lo stile di vita e la personalità. Citando il poeta Longfellow ‘la voce umana è l’organo dell’anima’”.

Non immagineremmo mai di dare ad una bambina una protesi di un arto di un uomo adulto. Perché non è lo stesso con la voce del sintetizzatore?

VocalID

VocalID è una applicazione in inglese, solo per la lingua inglese e a pagamento.

Per registrare la propria voce serve trovarsi in una stanza molto silenziosa e avere un microfono abilitato del proprio dispositivo smartphone. Il processo è semplice ma richiede molto tempo. Alcune ore. Dopo la registrazione, alcune persone dedicate all’applicazione selezionano la voce in base ad età, sesso, nazionalità, per creare profili unici.

Queste configurazioni personalizzate verranno associate a persone senza voce, con caratteristiche simili al donatore ed implementate nel suo sintetizzatore.

Rupal Patel – Voci artificiali uniche come impronte.

Una parola per NeMO

Su questa scia Una parola per Nemo è una applicazione che permette di donare una parola ai malati di SLA che perdono la parola, in italiano.

A fine anno 2017 il centro Clinico NeMO ha lanciato una campagna #unaparolapernemo e invita tutti a partecipare alla creazione di un archivio di voci, regalando una parola ai pazienti a cui la voce è venuta a mancare a causa della malattia.

Nemo my voice video.

Per restituire dunque una voce umana alle persone affette da SLA il Centro Clinico NeMO ha lanciato questa campagna #unaparolapernemo.

COME DONARE #unaparolapernemo

Tutti possono contribuire a una parola per NeMO, scaricando la App NeMO-MY VOICE su App Store per chi possiede i prodotti Apple oppure su Android con Google Play registrando una parola. La parola verrà inviata dall’App stessa in un vocabolario posto nel cloud che converge nel progetto “Banca della Voce”.

L’App NeMO-MY VOICE può essere scaricata su tutti gli smartphone dalle piattaforme App Store e Google Play al costo di 2,30 euro. Il ricavato dei download andrà in donazione al Centro Clinico NeMO per sostenere tutte le progettualità di “Voice Banking”, è stata sviluppata dalla Società di Information Technology No-Hup.

Common Voice di Mozilla

Un altro progetto di donazione della propria voce è stato ideato da Mozilla. Lo scopo principale di Common Voice è quello di dare voce all’intelligenza artificiale. Ma nulla vieterà in futuro di utilizzare questa tecnologia proprio per favorire i malati di malattie degenerative e disabili.

Altra caratteristica di Common Voice è la gratuità della donazione della propria voce.

Secondo Wired

Mozilla ha deciso di creare un enorme archivio disponibile a tutti gli sviluppatori che vogliano progettare meccanismi conosciuti come “speech-to-text”, cioè capaci di riconoscere e trascrivere gli audio in testo.

Il progetto di crowdsourcing si chiama Common Voice e funzionerà, utenti permettendo, come motore open source di riconoscimento vocale, dal quale potranno poi attingere tutti quelli che vogliono creare applicazioni per il web o dispositivi vari.

L’appello “Dona la tua voce!” fa eco all’obiettivo di raggiungere 10mila ore di audio con accenti differenti (la lingua scelta è l’inglese) da mettere poi a disposizione pubblicamente entro la fine dell’anno.

Per chi vuole partecipare, il funzionamento è semplice: basta andare sul sito, o sulla relativa app per iOS, e registrare le frasi che sottopone (si possono anche riascoltare ed eventualmente cambiare).

Libroparlato

Altro progetto per donare la voce è Libroparlato che ha lo scopo di creare audiolibri per non vedenti. Qui le richieste sono un po’ più alte. Non basta donare la voce. È necessario superare un provino e rispettare alcune regole.

Dal sito è possibile leggere che possono partecipare

Tutti coloro che possono dedicare gratuitamente e costantemente alcune ore libere alla settimana per questa attività, nel rispetto dei tempi assegnati dal Centro, in questo modo sarà possibile consegnare ai nostri utenti gli audiolibri in tempo utile.

Così come avere alcuni prerequisiti artistici

Per diventare donatori di voce è necessario possedere una lettura chiara, espressiva, non monotona, non declamatoria; Possedere la capacità di modulare la voce cambiando il tono quando necessita: il rispetto della punteggiatura assume un ruolo importantissimo nella gradevolezza di ascolto.

Donare la voce

La nostra voce è lo strumento che ci permette di entrare in relazione con il mondo. Non è solo un canale di comunicazione. Attraverso la nostra voce gli altri comprendono il nostro stato d’animo, quello che proviamo. Ad un orecchio attento non sfugge neanche se diciamo la verità o meno.

Ne abbiamo parlato diverse volte qui sul blog. Partendo dalle geografie emozionali e geografie dell’ascolto siamo arrivati a parlare della prima volta che si entra a far parte del contesto sonoro, così come per parlare di come la nostra voce influenza il nostro stato d’animo.

Insomma, è uno strumento importante e potente. Farne un buon uso è importante. Almeno quanto riuscire a donarlo a chi non ne possiede la facoltà.