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Fare rete Ossia come fare squadra ed essere parte di un team

Fare rete è uno dei segreti del web. Imparare a stare insieme, fare squadra, essere parte di un team è il centro di un viaggio che poi aiuta a costruire comunità sempre più grandi e sempre più importanti.

Ogni maledetta domenica

Parto da questo discorso tratto dal film Ogni maledetta domenica.

Tre minuti

Non so cosa dirvi davvero. Tre minuti, alla nostra più difficile sfida professionale. Tutto si decide oggi. Ora noi o risorgiamo come squadra o cederemo un centimetro alla volta, uno schema dopo l’altro, fino alla disfatta. Siamo all’inferno adesso signori miei. Credetemi. E possiamo rimanerci, farci prendere a schiaffi, oppure aprirci la strada lottando verso la luce. Possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta.

Tre minuti. Questo è il tempo che le aziende vorrebbero dedicare alla loro presenza sul web. E non solo, risolvere tutti i loro problemi, risollevare le sorti della propria azienda, senza essersi allenati, senza cambiare nulla della propria azienda e vita professionale.

Io non posso farlo per voi

Io però non posso farlo per voi. Sono troppo vecchio. Mi guardo intorno, vedo i vostri giovani volti e penso “certo che ho commesso tutti gli errori che un uomo di mezza età possa fare”. Si perché io ho sperperato tutti i miei soldi, che ci crediate o no. Ho cacciato via tutti quelli che mi volevano bene e da qualche anno mi da anche fastidio la faccia che vedo nello specchio.

Io non posso insegnarvi a fare il vostro mestiere. Gli imprenditori siete voi. Siete voi che scegliete, costruite e vendete un determinato prodotto. Io, un architetto dell’informazione, un social media manager, un consulente, posso trovare, insieme a voi, il messaggio, posso fare uscire i valori dell’azienda, comunicare al meglio gli aspetti positivi del prodotto e cercare e trovare i metodi migliori per parlare.

Ma il prodotto o l’impresa resta vostra.

Il tempo

Sapete col tempo, con l’età, tante cose ci vengono tolte, ma questo fa parte della vita. Però tu lo impari solo quando quelle le cominci a perdere e scopri che la vita è un gioco di centimetri, e così è il football. Perché in entrambi questi giochi, la vita e il football, il margine di errore è ridottissimo, capitelo. Mezzo passo fatto un po’ in anticipo o in ritardo e voi non ce la fate, mezzo secondo troppo veloce o troppo lento e mancate la presa. Ma i centimetri che ci servono, sono dappertutto, sono intorno a noi, ce ne sono in ogni break della partita, ad ogni minuto, ad ogni secondo.

Le aziende di provincia si sono occupate di web dieci anni fa. Si sono fatti fare il sito web ed hanno aspettato che succedesse qualcosa. Siccome non è successo niente hanno abbandonato del tutto l’internet. Hanno lasciato sul web i loro siti obsoleti, stanno ancora ad aspettare.

Adesso si rendono conto che qualcosa non va. Ma sono davvero in ritardo. Qualcuno si sta svegliando e tra questi in molti non vogliono pagare senza vedere i risultati prima, Qualcuno vede altri fare i soldi e quindi vorrebbero recuperare i dieci anni passati in tre minuti. Vogliono fare i soldi anche loro, come se gli altri non ci stessero.

Piccole conquiste

In questa squadra si combatte per un centimetro, in questa squadra ci massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi per un centimetro, ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro, perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza fra vivere e morire.

Eppure non è così che accadono le cose. Le cose accadono piano piano, nel tempo, conquistando piccoli spazi di internet, conquistando il cuore di clienti e di fans.

Iniziare a conquistare spazio

E voglio dirvi una cosa: in ogni scontro è colui il quale è disposto a morire che guadagnerà un centimetro, e io so che se potrò avere una esistenza appagante sarà perché sono disposto ancora a battermi e a morire per quel centimetro. La nostra vita è tutta lì, in questo consiste. In quei 10 centimetri davanti alla faccia, ma io non posso obbligarvi a lottare. Dovete guardare il compagno che avete accanto, guardarlo negli occhi, io scommetto che vedrete un uomo determinato a guadagnare terreno con voi, che vi troverete un uomo che si sacrificherà volentieri per questa squadra, consapevole del fatto che quando sarà il momento voi farete lo stesso per lui.

Bisogna cominciare da qualche parte. Intanto fare rete con i propri collaboratori, cercando professionisti seri. Con la consapevolezza che non esiste maledetto e subito. Che ci vuole tempo, costanza, professionalità, serietà, lavoro, tanto lavoro.

Ascoltare per fare rete

E se ci vuole una dote per fare rete è certamente ascoltare. Bisogna ascoltare, ascoltare le parole dell’altro, sentire le voci di chi ci da un consiglio, con umiltà e determinazione.

Se, invece, si ascolta solo il proprio pensiero, se si ragiona solo sulla risposta da dare senza riflettere sulle parole dell’altro non si fa rete, semmai si fa muro contro muro.

E si va a sbattere. Inutile iniziare un percorso dove qualcuno si farà sicuramente male.

Volete fare rete?

Questo è essere una squadra signori miei. Perciò o noi risorgiamo adesso come collettivo, o saremo annientati individualmente. È il football ragazzi, è tutto qui. Allora, che cosa volete fare?

Cosa volete fare? Restare ad aspettare o scendere in campo? Iniziare a fare la vostra parte e iniziare il percorso? Oppure tirare a campare?

Sono scelte che non dipendono da chi vi farà consulenza? Sono scelte vostre, di imprenditori che volete fare impresa oggi, in un mondo contemporaneo.

Sono scelte di persone che vogliono essere presenti sul web in modo professionale ed efficace.

Piattaforme mangia tempo

Le piattaforme che utilizziamo quotidianamente,

da piattaforme di incontro,

sono diventate

  • piattaforme mangia tempo, se si è fruitori di contenuti;
  • piattaforme mangia soldi, se si è produttori di contenuti con la volontà di far leggere i propri contenuti.

Nel mese di settembre 2020 si è fatto un gran parlare, proprio sulle piattaforme, in un documentario prodotto da Netflix dal titolo The social dilemma. Documentario già dimenticato.

Piattaforme e Internet

Personalmente non mi piace quando volontariamente o involontariamente si fa confusione tra piattaforme e internet.

Primo perché quando si fa questa confusione si addossano ad internet colpe che non ha e secondo queste colpe oscurano le numerose opportunità che internet ha offerto ed offre.

Non che internet non sia pieno di pericoli. Ma se vi trovate a leggere questo articolo è grazie ad internet. Se io ho la possibilità di comunicare e confrontarmi con voi che mi leggete è grazie ad internet. Se riesco a formarmi e informarmi a bassissimo costo è grazie ad internet.

The Social dilemma

Gigio Rancilio ha scritto un articolo interessante sul tema

mentre

Alberto Puliafito ha commentato al volo il documentario.

il punto di vista è monolitico: ci sta, il film è a tesi, non ci vuole il contraddittorio. Ma allora il racconto dovrebbe essere ineccepibile. Invece è pieno di crepe (Snapchat Dismorphya? Seriously?)

la parte di fiction è poco onesta

la correlazione causa-effetto è data per scontata

l’uso dei dati è manipolatorio nella direzione che indichi nel tuo pezzo (far paura)

è un gran contenuto di marketing per i protegonisti

paradossalmente è una straordinaria pubblicità per Facebook & C (ah, manipolano? Fammi un po’ vedere)

è assolutorio nei confronti della politica e di chi inonda le piattaforme di contenuti manipolatori

i tech ‘pentiti’ si sentono dei gran fighi e sanno cos’è meglio per noi

in generale è manipolativo

Come abbiamo già visto in passato le nostre case sono invisibili. Possiamo rendercene conto, osservando la nostra attività social, come trascorriamo il tempo quando siamo connessi, quanto tempo trascorriamo dentro le piattaforme. Se non riusciamo ad essere abbastanza introspettivi (brutto segno!) possiamo osservare i ragazzi in strada, i giovani che ci circondano, i vostri figli (io non ne ho) o ai figli dei nostri amici.

Piattaforme mangia tempo

La realtà è che vogliamo, senza riuscirci, restare al passo con tutti gli impulsi che ci lanciano,

E su questo tentativo vano, che ci tiene dentro la piattaforma, le piattaforme guadagnano.

In un mondo dove lo slogan è “condivido dunque sono” non c’è spazio per la solitudine.

E tutti siamo alla ricerca di notorietà (sempre più spesso a tutti i costi).

Piattaforme mangia soldi

Il blog, lo avranno notato i più attenti, dall’estate 2020, è uscito fuori dalle piattaforme, lasciando la pagina social, e non ha più forme di condivisione dirette.

Chi vuole condividere un articolo deve copiare il link del browser e postarlo sulle proprie bacheche. Insomma deve fare uno sforzo e un gesto consapevole di condivisione.

Si tratta di una scelta drastica, forse anche auto distruttiva, ma per quanto minimale non voglio far parte del grande gioco dei social.

I contenuti che pubblico sulla pagina dedicata è mostrata ad una piccola percentuale di lettori mentre all’interno delle piattaforme se non si sponsorizza un post, se non si paga il dazio alle piattaforme, l’articolo, così come i contenuti, sono concessi ad una piccola parte del pubblico.

Internet è una opportunità

Internet è un bagaglio di conoscenza che nessuna civiltà ha mai conosciuto. Al suo interno possono nascere comunità e le persone possono creare progetti da far crescere, fisicamente localmente o internazionalmente.

Le piattaforme social nascono dentro Internet, dentro questo sistema. E non viceversa. Le piattaforme hanno tratto e traggono la loro idea di comunità, di connessione, dall’idea primordiale dell’internet. Non il contrario.

Il problema nasce se pensiamo che le piattaforme, che i social network, siano l’Internet. Il problema nasce se pensiamo che il tempo trascorso su un blog, su un sito che propone corsi di formazione, sia uguale a quello trascorso su Facebook o su Tik tok.

Siamo confusi e volutamente ci confondono, siamo immersi in un mare di informazione che non riusciamo più a distinguere il vero dal falso. Ed in questo magma è difficile astrarsi.

È solo colpa delle piattaforme?

Se le cause o le colpe ci sono probabilmente si trovavano e si trovano già nella nostra quotidianità. Forse le piattaforme (pensiamo che facebook nasce nel 2004, in Italia io ne ho sentito parlare nel 2007) hanno seguito il vento. Oggi, in molti sostengono che le piattaforme amplificano quello che esiste nel reale.

Oggi penso a tutte le mie relazioni umane e mi chiedo se sono stati davvero i social a dissolvere e annacquare il concetto di amicizia. Oppure già da tempo si è delineata una società che ha spinto alla competizione estrema. Forse il mito della flessibilità e della mobilità, che ci doveva rendere tutti più ricchi, ha tradito un’intera generazione che oggi si trova sempre più disagiata, sempre più precario e senza futuro. Forse questa generazione rimasta in aria, non ancora vecchia e non più giovane, vive di invidia sociale per chi pare ce l’abbia fatta?

Insomma non è che, già prima che le piattaforme prendessero piede, le nostre relazioni fossero già deteriorate e questa nuova situazione abbia dato spazio all’invidia sociale dissolvendo i legami tra amici, tra colleghi e comunità di riferimento?

Forse che la competizione sempre più estrema, la richiesta sempre più alta di formazione, la laurea prima, poi il master, poi il master di secondo livello, poi andare all’estero per imparare l’inglese, poi l’inglese da solo non basta, meglio una seconda lingua straniera, meglio se impari il tedesco, no, il cinese. E se a tutto questo continuo formarsi non sia arrivato nulla? Al peggio le famiglie non sono riuscite a finanziare e a competere, i ragazzi hanno avuto esperienze negative e sono rimasti indietro. E al meglio oggi hanno raggiunto un lavoro ma hanno una vita a pezzi, una famiglia che non vedono mai, costruita solo nelle vacanze.


A questo si aggiunge il distanziamento sociale a cui siamo oggi costretti. Le comunità si rafforzeranno, le relazioni cresceranno ad un nuovo stadio di energia, oppure saremo sempre più soli?

La ricerca di senso

Solo la ricerca di senso può salvarci, o può frenare il degrado.

Sono convinto, infatti, che la consapevolezza dei timori, come la consapevolezza delle opportunità, possa aiutare a trovare un giusto equilibrio all’uso degli strumenti.

In questo senso l’architettura dell’informazione ha un ruolo non solo all’interno dei siti web, ma anche nella diffusione di una cultura digitale consapevole. L’architettura dell’informazione come disciplina della ricerca di senso assume una responsabilità che va oltre l’organizzazione delle informazioni.

Non è tutto male e non è tutto bene. Viviamo in un mondo complesso, dentro una società interconnessa e non ci sono solo zone grigie o nere. Abbiamo bisogno di istruzione, abbiamo bisogno di cultura, cultura digitale. Dobbiamo favorire le buone pratiche, essere noi stessi attori attivi nel creare contenuti positivi. Dobbiamo rendere conveniente far creare contenuti di qualità.

Perché se è vero che le macchine possono incastrarci, se è vero che le piattaforme possono mangiare il nostro tempo, è anche vero che, nonostante tutto, solo le persone possono dare un senso a tutto questo.

Mondo complesso

Ma vorrei sottolineare la complessità di questo mondo e di come ci siamo arrivati.

  • La competizione estrema, l’invidia sociale, il dissolversi delle relazioni è qualcosa che ci viene dalla società analogica.
  • Se è pur vero che questa patologia è diffusa è anche vero coinvolge una parte del mondo e non la sua interezza; riguarda persone che fanno parte di un dato ceto sociale, che svolgono un lavoro di un certo livello e che hanno determinate capacità economiche.

C’è ancora chi vive in un mondo analogico, disconnesso, privo di internet. E non penso che questo mondo che non ha accesso ad internet sia migliore o che la disconnessione sia auspicabile.

Ripeto, viviamo in un mondo complesso. E penso che sia meglio divulgare cultura digitale piuttosto che spingere sulle paure che dobbiamo analizzare ed osservare.

Dal mio punto di vista, abbiamo la necessità e il bisogno di acquisire consapevolezza per usare gli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione. Connessi con noi stessi e con le persone.

Buone feste!

Il blog vi augura buone feste! Buona fine e un buon inizio 2021.

Ripartenze e progettazione

Non ci sarà una ripartenza a breve. Capisco che si tratta di una affermazione radicale, ma la ritengo necessaria. È necessario comprendere che l’era Covid durerà 20 anni e solo alla fine di questi decenni avremo qualcosa di nuovo. Non si sa se migliore o peggiore, rispetto a quello che conosciamo. Sicuramente molto diverso dal passato.

Per cui quando parlo di ripartenza non intendo il ritorno al mondo precedente, alla fine di questa o di altre pandemie, all’economia dei primi anni venti del 2000. Per ripartenza intendo l’inizio di un nuovo mondo che avremmo avuto tutto il tempo di progettare. Abbiamo pensato erroneamente che il lungo periodo di pace che abbiamo vissuto sarebbe durato ancora a lungo, quasi all’infinito.

Se non lo abbiamo progettato prima, questo mondo, va progettato oggi, ogni giorno, oggi.

La caduta dell’impero

Eppure i segnali c’erano tutti.

Un’ intera generazione di ragazzi nati negli anni 80 e 90, hanno sperimentato un mondo del lavoro sempre più precario. Mentre ci sembrava di avanzare di carriera, in realtà le nostre vite private e pubbliche sono peggiorate. Nessuno oggi, con le sole proprie forze è più in grado di costruirsi una casa, di avere risparmi, di vivere una vita in autonomia, senza sfiorare il limite di povertà.

Una bellissima trilogia di Raffaele Ventura testimonia questa decadenza di una generazione tradita. Alla laurea non sempre corrisponde un lavoro. Gli investimenti che ciascuno fa per migliorare la propria formazione sono e restano in passivo.

Certo possiamo raccontarcela e pensare che vivere in 20 metri quadri di casa a testa sia sufficiente, non avere una pensione sia normale, ma così non è.

Ci siamo detti, spessissimo, il mondo sta cambiando. Ma era solo un mantra per allontanare il cambiamento che è avvenuto davvero.

Cambiamenti climatici

Senza contare lo tsunami dei cambiamenti climatici a cui andiamo incontro allegramente. Questo si che vedrà crollare letteralmente case, modificherà i territori, i paesaggi che viviamo. Il mondo oggi sta cambiando nelle relazioni, a breve cambierà anche fisicamente. E chissà se saremo in grado di adattarci.

Nel libro Patti scellerati, ad un certo punto, l’autore scrive che il grado di corruzione è talmente elevato che la mente e l’animo umano stenta a credere che sia possibile. Davanti ad affermazioni forti, tendiamo a non credere. Ci auto assicuriamo che non sia così. Non vogliamo vedere una realtà catastrofica. Meglio pensare al ritorno al passato che prepararsi al cambiamento.

Il cambiamento, infatti, sarebbe ed è più doloroso.

Avere consapevolezza

Anche se non vogliamo credere alla caduta dell’impero, è bene avere consapevolezza di questo tempo.

Lo dico senza alcun pessimismo. L’essere umano si adatta e dunque non è mai la fine, semmai è sempre una trasformazione.

Se un compito si è dato questo blog è quello della consapevolezza. E così proseguirà nel tempo.

L’antichità dopo la modernità

Io non so se quello che stiamo vivendo sia un passo in dietro o in avanti. Difficile fare un’analisi quando si è immersi nel liquido della quotidianità. Come il pesce non sa nulla dell’acqua in cui nuota, così è difficile fare previsioni su quello che sta accadendo, al massimo si può osservare.

In fondo, il distanziamento sociale, o i familiari che non si abbracciano e non si baciano, le relazioni controllate, le raccomandazioni igienico sanitarie locali, nazionali e religiose, non sono comportamenti nuovi alla nostra civiltà.

C’è da leggere Armi, acciaio e malattia, per comprendere che guerre e pestilenze ci hanno portato a quel che siamo ed hanno favorito la nostra evoluzione.

Ripartire dal progetto

Voi come state ripartendo? Quale riflessione vi state portando dietro da questo 2020 così agitato? Io, per esempio, sono ripartito e sto ripartendo dall’inizio.

Dopo la brutta sbandata di inizio anno ho ripreso vecchi progetti, arricchiti di esperienza e di resilienza.

Il vantaggio di avere un progetto è proprio questo.

Con il trascorrere del tempo, capita di sbagliare strada, di allungare percorsi che in quel determinato momento pensiamo siano giusti, corretti, più vantaggiosi. Capita. A volte si viene sommersi dalle cose da fare e si perde anche la retta via. Sbagliare è umano. Così come correggere la rotta è umano.

Avere un progetto ti rimette in sesto quando cadi. Rivedi da dove sei partito, quali erano gli obiettivi iniziali e nel tempo puoi vedere cosa è andato storto e cosa ha funzionato. Avendo un progetto ci si rialza meglio, si può riprendere e ripartire con tutta l’esperienza acquisita.

L’essenziale

Il sito è ritornato ad essere un blog. È sempre stato un blog. In questi 5 anni (ci avviamo a festeggiare il sesto anno) non è cambiato quasi nulla. Ogni settimana si trova un contenuto nuovo. E cosa c’è di meglio di un tema WordPress, il re dei blog? Inutile aggiungere fronzoli.

Un blog secco dedicato a chi ha interesse a parlare di architettura dell’informazione, relazioni, contesti, sonorità, assistenza vocale e progettazione di chatbot e interfacce vocali e conversazionali.

Sto riportando tutto all’essenziale, l’essenziale necessario, che per me è la scrittura.

Le relazioni

Su Facebook ho cancellato oltre mille contatti. Ho cancellato tutto quello che era malsano. Una mia amica mi ha invitato alla ricerca di persone partorienti.

Persone che fanno nascere idee, pensieri positivi, persone con prospettive, sogni, visioni a lungo termine.

E di relazioni sane abbiamo tutti bisogno. Per questo motivo continuerà la rubrica delle interviste. Mi piacerebbe dare spazio ai giovani, ai ragazzi appena usciti dal master in architettura dell’informazione. Ci proverò.

E per il 2021?

Non mi aspetto niente di buono per il 2021. Ci sarà ancora tanto dolore da gestire. Ho intorno persone anziane, persone fragili, a rischio. Ho paura per loro.

Senza contare la crisi economica che incombe nelle città, nella vita quotidiana delle persone. I soldi che arriveranno per la ricostruzione impiegheranno molto tempo prima di arrivare sulle tavole degli italiani.

Se siamo qui, io a scrivere e voi a leggere, ci troviamo in una condizione di privilegio, che voglio rispettare.

Il blog del nuovo anno

Il blog continuerà con maggiore cura dei contenuti che daranno risposte a domande precise. Mi piacerebbe avere un anno pieno di domande e di risposte. Anche per gli altri progetti personali di cui vorrei parlare anche ai lettori di questo blog.

A febbraio terrò un corso su radio, audio e podcasting per ragazzi di scuola superiore secondaria. Ci sto lavorando. Come a dire che si riparte nuovamente dalle origini.

Qualche sfida

Poi per il 2021 raccolgo qualche sfida.

La prima è quella consigliata da Massimo Curatella di scrivere mezzo milione di parole in un anno. Si tratta di un esercizio che non molti sono in grado di portare a termine. Io non ho mai contato le parole, so che dedico molto tempo alla scrittura, ma non sono costante. Ci provo.

Anni fa, Nik, un ragazzo che frequentava la radio, si pose come sfida quella di pubblicare ogni giorno una foto. 365 foto in un anno. Dopo quell’esperienza avviò la sua carriera di fotografo. Oggi è un fotografo.

Ci sarebbe anche la sfida dei video. Non uno al giorno, per carità. Ma sto facendo qualche considerazione e forse non c’è una ragione vera per non affrontare la sfida. Chi vivrà vedrà.

Una borsa degli attrezzi

Anche se tutto intorno è tragedia, possiamo sempre aggrapparci a noi stessi, fare affidamento ai nostri sogni, alle nostre speranze, alla nostra Fede se siamo credenti.

Chi mi segue sa che ho cara questa espressione. Una borsa degli attrezzi ben solida aiuta chiunque.

Ed è con questa borsa degli attrezzi a tracolla che vivrò, per quanto possibile questo 2021 che sta per arrivare.

Buone feste e Buon Anno!

A voi, lettori e amici, auguro un 2021 splendente. Godetevi quello che avete e apprezzatelo, sempre! Buone feste!

Buone feste!

Buon Natale

Caro lettore…. Tanti auguri di Buon Natale!

Chi mi segue sa che questa pandemia mi ha toccato profondamente e un blog condivide anche i momenti più difficili.

Durante il lockdown di marzo il blog si è fermato. Io mi sono fermato. Non riuscivo a scrivere, sovrastato dalle preoccupazioni private e dall’infodemia. Non riuscivo a parlare di altro. E sono solo riuscito a scrivere una pagina come osservatorio coronavirus.

Nel mio privato, ho quasi radicalmente sospeso gli incontri sociali in presenza. E sul sito ho ripreso a scrivere solo da qualche mese, riorganizzando le idee. Ma di questo ne parlerò la prossima settimana.

Le nuove routine

Paradossalmente, questa seconda ondata, non mi ha sorpreso. Tutto sommato ho già metabolizzato le mie nuove routine. Ho ripreso a scrivere, ho ripreso a progettare per il nuovo anno 2021.

Mi spiace, per i tanti professionisti depressi, che si erano fatti prendere dal facile ottimismo dell’Andrà tutto bene e che si aspettavano grandi cose per questo fine anno.

Così non è, così non sarà.

Certo, mancano anche a me tutte le persone che abbracciavo e toccavo, ma ho ritrovato nuove routine, nuove cose da fare. Ho ripreso contatto con la terra. La mia terra.

Il lato negativo

Come leggevo da qualche parte, non ricordo dove, in realtà non stiamo godendo dei vantaggi dello smartworking. Chi lavorava già da remoto, in questa situazione di stress si sta stancando come tutti coloro che non erano abituati a stare per ore davanti al computer.

Il contatto con le persone ci rende umani, ci insegna a stare tra la gente e in società. Allontanarsene, senza un paracadute, non penso ci renderà migliori. Anzi.

Come sostiene GIORGIA SERUGHETTI (filosofa)

Zoom è l’altro virus nella società dell’iper-stanchezza

Tra l’altro, guardando da lontano il mondo, forse si corre il rischio di guardare il mondo in modo distaccato. Meno sentimentale e più analitico. Come si dice? Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Forse è accaduto anche a me. Prima del Covid guardavo con più trasporto il mondo. Avevo fiducia nelle persone. Gli aspetti romantici della vita mi coinvolgevano. Oggi, ammetto che questo succede molto meno.

Il lato positivo

Vivendo tra i luoghi più lontani dall’Italia, pur vivendo in territorio italiano. in questi anni è stata dura restare al passo con le mie comunità di riferimento. E si comprende ancora meglio se davvero queste comunità sono davvero di riferimento.

Durante questi ultimi 5 anni, spostarsi, recarsi in città, ha richiesto fatiche fisiche ed economiche non indifferenti. Organizzarsi a casa, liberarsi di impegni, fare spazio per almeno una settimana per avere il lusso di incontrare qualcuno, partecipare a conferenze e convegni, non è stato facile.

Molti incontri sono saltati. Anche qualche opportunità è stata perduta perché mi trovavo ai confini dell’impero.

Oggi, invece, che tutto si è spostato online le distanze si sono annullate. Non importa più dove vivo, il luogo dove mi trovo, ma importa solo la presenza, una telecamera ed una buona connessione.

Città e periferia

Qualche tempo fa avevo in mente un progetto sulle città. E mi dispiace non averlo sviluppato. Oggi il mondo dell’era Covid si è capovolto.

Chi, negli anni, si è spostato nelle grandi città per approfittare delle opportunità che offriva, così come chi è emigrato al Nord, oggi è penalizzato. Non solo perché i rischi di contagio sono maggiori, ma perché le opportunità di incontro, come i convegni, le conferenze, i concerti, la musica dal vivo, sono stati del tutto eliminati. Se qualcosa avviene, si svolge online, fruibile da tutti, ovunque ci si trovi.

In città, restano però gli alti costi della vita, e una qualità della vita, che già da tempo, non è più all’altezza delle aspettative.

A dire il vero, già prima dell’era Covid non erano tanti che si potevano permettere di frequentare cinema, concerti, ristoranti e quant’altro. Ma qualche briciola arrivava. Se non altro, i contatti e la vicinanza fisica ai “centri di potere”, permetteva relazioni più efficaci.

Oggi, come dicevo, la periferia sta vivendo il suo momento di gloria. Distanziamento, bassi costi della vita. Basta avere una connessione stabile e ci si connette con il mondo.

Questo era già possibile anche prima, ma oggi è tutto più strutturato. tanto che non sono pochi i ritorni al borgo natìo.

Buon Natale

Parleremo del blog la prossima settimana, per rinnovare gli auguri del nuovo anno.

Questa settimana volevo appunto condividere il mio nuovo spirito e il mio nuovo punto di vista. Anche per salvare gli ultimi sprazzi di sentimentalismo che posseggo.

E volevo poi concentrami nell’augurare a tutti un mega Buon Natale, di vero cuore!

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Cosa stai facendo tu, adesso, in questo periodo, per la tua comunità? La tua comunità di riferimento; quella da cui trai informazioni e/o dei vantaggi? Forse stai facendo tanto, anche troppo, o forse niente?

E sul web? Quale contributo stai dando? Qual è il tuo contributo per un internet migliore? Hai una qualche comunità di riferimento? Ti senti parte di qualcosa? Oppure sei un solitario in cerca di formazione e informazione?

Leggi Comunità (Italiano) Copertina flessibile – 23 maggio 2019 di Marco Aime.

Le richieste di aiuto di Wikipedia

Qualche tempo fa mi ha colpito la richiesta di aiuto da parte di Wikipedia. Se mi segui, se leggi il blog sai che ne faccio uso per condividere determinate definizioni.

Non so se scrivi anche tu, Ma sono certo che qualche volta hai fatto uso di wikipedia per avere qualche informazione. E magari hai preferito questa piattaforma a giornali o blog vari.

E ancora, hai mai contribuito facendo una donazione, rispondendo alle loro richieste? Oppure ha contribuito scrivendo una definizione?

Come dicevo, dal momento che sono un fruitore del servizio, tempo fa, ho deciso di fare una donazione alla fondazione wikipedia. Per questo motivo, periodicamente ricevo alcune mail che mi chiedono da un lato di rinnovare la donazione e dall’altro lato mi spiegano come procede la donazione in generale.

Acquista Fondamenti di psicologia di comunità. Principi, strumenti, ambiti di applicazione (Italiano).

Gratitudine e solitudine

Certo, Wikipedia mi scrive che mi è sempre grato della mia prima e (ahiloro!) unica donazione. Però sarebbe felice di ricevere ancora qualcosa. Che per loro è la risposta al come sostenere una comunità.

Ma quello che è davvero imbarazzante (termine che scrivono loro in oggetto alle mail) è che… scrive Wikipedia.

Forse stai pensando: Wikipedia andrà bene anche se non donassi oggi. C’è sempre qualcun altro che dona. È un po’ strano dirlo, ma considera che meno dell’1% dei lettori dona a Wikipedia. È la tua generosità che ci fa andare avanti. La consapevolezza che ciò che stiamo facendo è importante ed è importante per le persone come te. Garantisce che Wikipedia sia qui per te quando hai bisogno di noi.

Anche meno dell’1%. per wikipedia, significa fare un bell’incasso, perché lavorano a livello globale.

Però a me colpisce che, nonostante wikipedia offra un contributo notevole a tutti i naviganti, da cui un po’ tutti traiamo un beneficio, riesce ad attrarre e convincere meno dell’1%.

Come mai?

Acquista Senso di comunità. Come e perché i legami contano (Italiano) Copertina flessibile – 31 maggio 2016.

Comunità aride o comunità vive

Wikipedia non sa fare comunità? Le persone che leggono, copiano e incollano i loro contenuti non si considerano una comunità? Oppure lo sono, lo sanno e non passano all’azione? Come sono queste comunità? Sono aride e assetate, vuote e affamate? Oppure sono vive e fruttuose?

Le comunità che oggi sono attive, sono comunità chiuse e piegate al volere del guru di turno, che magari zittisce tutto e tutti? Oppure si tratta di comunità che alzano barriere di giudizi e pregiudizi? O ancora, esistono comunità aperte e in ascolto?

Io ho sempre immaginato una comunità come un progetto di crescita. Uno spazio dove poter contribuire e dove il mio contributo venga valorizzato. Insomma, una comunità di pratica.

Sono alla continua ricerca di una tribù. Ma per quanto cerchi non l’ho ancora trovata del tutto.

Il paradosso delle comunità?

Io credo che oggi sia difficilissimo creare una comunità. Attenzione le comunità ci sono, ma sono quelle storiche.

Per esempio, io ho contribuito scrivendo alcune voci di wikipedia, almeno per quello che ritenevo di poter migliorare. Ebbene, anche lì, c’è un gruppo di censori che hanno cancellato quanto scritto, perché avevo aggiunto link a blog che confermavano e certificavano quanto io scrivevo. Trattandosi di blog autorevoli di settore, li ritenevo e li ritengo una fonte.

Quindi, di quale comunità stiamo parlando?

Quindi i soldi vanno sempre bene, mentre il mio contributo, no? Siamo tutti dei bravi abbonati quando paghiamo in silenzio? E non lo siamo più quando vogliamo anche noi prendere parte al gioco?

Personalmente so benissimo che ascoltare è una azione complessa. Si tratta di un atto di estrema umiltà e apertura, che porta a profondi cambiamenti. L’ascolto richiede empatia, richiede una trasmigrazione del proprio essere verso l’altro, anche quando l’altro è il nostro opposto.

Anche per questo alcuni social hanno una grande successo. Perché ci chiudono in bolle informative che confermano quanto noi diciamo e pensiamo. Ci mettono su un piedistallo e ci fanno fare il nostro spettacolo.

Non Conclusioni

Ma che tu sia sul piedistallo o su una comoda poltrona come spettatore, qual è la crescita che ne ricaviamo?

In conclusione, a me resta un immenso interrogativo. E ci penso. Come sostenere una comunità? Come trovare una comunità di pratica, vera?

Se arriverò a qualche conclusione, come al solito la condividerò. A me sembra la cosa più ovvia da fare. Siete voi la mia comunità a cui contribuisco con il mio tempo e le mie parole.

Se avete qualche idea o proposta, i commenti sono in ascolto e a vostra disposizione. E siccome qualcuno si è già fatto avanti, battendo un colpo, sappiate (sappi) che presto mi farò sentire. A presto!

Anni di blogging

In questi anni di blogging ho scritto tantissimi articoli.

Spesso ho scritto bozze, appunti vari, link.

Ho scritto pezzi di articoli che avrei dovuto riprendere e che poi alla fine non ho mai più ripreso. Ho sempre considerato questa riserva di appunti un piccolo tesoro per i momenti di magra o di super lavoro. Ossia, ho sempre attinto da questi appunti, nei momenti in cui non avevo argomenti validi o quando la mia attività mi impediva di avere tempo per il blog.

Peccato che nel tempo questo “tesoretto” sia diventato un grande peso da gestire.L’estate scorsa ho dunque iniziato a pensare a come gestire e riprendere questa enorme quantità di contenuti. Da un lato cancellabili in blocco, perché ormai materiale informe e disorganizzato, dall’altro lato però, bagaglio di lavoro, che comunque non mi andava di perdere. Finita l’estate ho iniziato un primo approccio, fallito.

A questo ne sono seguiti un paio, che però hanno messo più ansia. Cercavo qualche strumento per automatizzare il lavoro. Ma nulla. Fino a quando ho deciso di rallentare con la pubblicazione del blog e di darmi una tregua. Rallentare mi ha riportato con i piedi per terra. E staccare dal web è stato davvero salutare.

Tanto che, dopo una bella pausa di qualche settimana, finalmente sono riuscito a ordinare tutto, senza impiegare poi così tanto tempo. Ho dovuto fare tutto a mano.

Ma adesso ho un quadro completo del lavoro sul blog.

Tutto questo per dire che quando ci sentiamo troppo oppressi dal lavoro e dalla sua mole, provare a staccare la spina, distrarsi, fare altro, può aiutare. Ecco. Adesso che ho sistemato tutto stacco ancora qualche giorno. Voglio fare le feste in piena serenità, per quanto mi sarà possibile. E poi, come già organizzato, riprenderò l’attività a gennaio. Con calma. E con tanta nuova energia.Intanto, il blog, non aggiornatissimo, è sempre a disposizione per una vostra lettura.

Opinioni e commenti costruttivi, sono sempre ben venuti.

Finto o reale? Il suono del piacere femminile.

Riconosci se il suono orgasmo femminile sia finto o reale? Mi sono occupato del piacere del suono parlando di Lelo Sona per le donne così come per l’uomo. In questo post, invece, parleremo del suono del piacere. In particolare del piacere femminile.

Giornata mondiale dell’orgasmo

Come abitudine del blog, sia perché non c’è una redazione, sia per raccogliere le conclusioni di determinati argomenti, il blog è ritardo. La giornata mondiale dell’orgasmo è il 31 luglio e se ne parla appunto in quella data.

Mi è sembrato interessante un articolo su Il Fatto Quotidiano.

Il raggiungimento dell’orgasmo è considerato dalla maggior parte delle persone una meta e una conclusione obbligata del rapporto sessuale, ma in realtà non è così per tutte le donne. Infatti mentre alcune hanno un’estrema facilità nel raggiungere l’acme del piacere, come la donna che in un rapporto di un’ora ha sperimentato ben 134 orgasmi secondo le analisi di un Centro di Studi sessuali in California, per altre risulta una conclusione solamente sperata. Quindi è lecito chiedersi come funziona l’orgasmo femminile.

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L’audio orgasmi dei film pornografici

Il contesto sonoro della nostra vita è molto variegato. Ciascuno vive il suo e da questo contesto viene influenzato. Più di quanto si possa pensare. Anche quando pensiamo che a prevalere sia la parte visuale, la parte sonora entra in profondità e ci condiziona.

Un suono che ha influenzato e che influenza la vita della quasi totalità delle persone del mondo occidentale è sicuramente l’audio dei film pornografici. Dico della quasi totalità delle persone, considerato il massiccio uso di pornografia e i numeri di Pornhub, che nel 2018 riceveva 92 milioni di visite al giorno.

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Come al solito le aziende di settore promuovono ricerche e si lanciano in campagne di consapevolezza e di valore sociale. La Bijoux indiscret, una azienda produttrice di accessori erotici, ha condotto un’interessante studio sul tema.

I film pornografici e romantici sono estremamente influenti sui nostri desideri, aspettative e comportamenti sessuali.

La bijoux indiscret, con questo studio, vorrebbe sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza dell’ autoconoscenza nell’educazione sessuale, sia nelle donne che negli uomini.

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Audio orgasmo

Alcune avvertenze. C’è da dire che in una ricerca del genere sarebbe necessario mettere le mani avanti per alcune difficoltà. Intanto per gli aspetti storici e sociali dell’orgasmo che possono mettere in secondo piano alcuni aspetti rilevanti della ricerca.

Quando qualcuno, infatti, studia un argomento che è potenzialmente considerato tabù o privato, può essere difficile garantire che il campione sia rappresentativo di tutte le persone in tutte le culture.

Perché questo progetto?

La bijoux indiscet afferma.

Fin dall’inizio, nel 2006, abbiamo cercato di abbattere le barriere mentali dei consumatori contro i prodotti erotici, migliorando la qualità della vita sessuale delle persone con un aspetto elegante, seducente, e un approccio emotivo.

Sulla base di questo impegno, stiamo conducendo uno studio approfondito per esplorare i pregiudizi e i tabù che influenzano e condizionano il nostro comportamento sessuale, come ad esempio la visione immaginaria del sesso e della masturbazione femminile.

Il progetto ha visto la partecipazione di circa 1500 persone tra uomini e donne e una età tra i 18 e i 95 anni.

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Riconosci un orgasmo vero da uno finto?

Nel film ti presento Harry, in una scena ormai famosissima, si racconta proprio che la rappresentazione della soddisfazione femminile non viene proprio dai suoni che la donna emette durante il rapporto.

Meg Rian dimostra, infatti, che fingere un orgasmo per una donna non è poi così difficile.

E tu lo riconosceresti? Ad un gruppo di 30 persone è stato chiesto di ascoltare un orgasmo femminile e capire se fosse vero o finto.

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Suono e movimento durante il rapporto sessuale

Il suono orgasmo femminile, i gemiti o l’ansimare, durante il rapporto sessuale, costituisce uno dei comportamenti sessuali più comuni per esprimere approvazione e soddisfazione durante il rapporto sessuale.

La maggior parte delle donne usa questi suoni proprio per eccitare il proprio compagno, anche se ritengono che l’ansimare sia meno indicativo di quanto piaccia agli uomini.

Ma, insieme al suono, quasi tutte pensano che, in generale, sia il movimento più indicativo del piacere sessuale.

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Orgasmo femminile suono

Dopo oltre 500 ore di registrazioni e interviste, i risultati e le conclusioni dello studio hanno ispirato la Bijoux indiscret a creare un progetto che rivela il vero suono del piacere femminile.

L’obiettivo è quello di iniziare una nuova discussione che aumenti la consapevolezza della società sull’importanza dell’auto conoscenza nell’educazione sessuale come la strada per godersi la sessualità in un modo che soddisfi desideri e valori reali.

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Come capire se finge?

VlogyMary è una vlogger che ho seguito negli anni passati. Secondo me tra le donne più intelligenti e ironiche di quegli anni nel panorama di Youtube Italia. Peccato che abbia interrotto la sua attività video.

Suono orgasmo femminile

L’El HuffPost Ha creato una playlist di orgasmi femminili veri.

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Orgasmo maschile

A fingere, quanto pare, non sono solo le donne, ma anche gli uomini che emulano i propri punti di riferimento. E quindi, forse è bene ascoltare anche questi orgasmi maschili.

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Mi sono già occupato di piacere femminile. E ti potrebbe interessare Lelo Sona. Il piacere del suono.

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4 anni di architettura dell’informazione sonora

Fra qualche giorno, il 3 luglio, il blog compie 4 anni di vita. Quattro anni di diffusione della disciplina, quattro anni di crescita e di battaglie. Piccole battaglie che meritano la menzione solo per la fatica che portano con se.

Il mio ringraziamento va a tutti lettori, ammiratori, seguaci e detrattori. Che in un modo o nell’altro mi spronano a fare sempre meglio.

Com’è un quattrenne?

Non avendo figli non so bene quale sia lo sviluppo di un bambino di quattro anni. Da quanto leggo in giro però pare che a quattro anni si sia più autonomi, con delle idee quasi definite, quasi delle convinzioni.

E penso anch’io che questo blog sia molto più indipendente che nei suoi primi anni di vita. Mi pare, senza presunzione, che qualche idea buona l’abbia prodotta, che il corso di progettazione chatbot sia tra le cose più belle che potessero capitare. E la mia attività a partita IVA prosegue con molte soddisfazioni. Insomma, un bel traguardo.

Dedicato ai lettori

Io so che chi è fuori dalla bolla dell’User Experience non comprende a pieno il significato di architettura dell’informazione, né comprende a pieno il mio lavoro.

Penso continuamente a come divulgare meglio questa disciplina e i suoi metodi di lavoro. E mi piacerebbe fare parte di una comunità di studenti solidale.

Ma a prescindere da questo, ancora una volta, voglio affermare la mia voglia di raccontare quello che imparo, che leggo e che ritengo utile da condividere.

Atto di fiducia

Non ho molto promesse da fare quest’anno.

So che ho tanto lavoro da affrontare. Ho tanti progetti per la testa. Ma mi rendo conto che da solo si conduce una guerra in solitaria. Come un moderno Don Chisciotte o Sancho Panza che da sognatore vive la scoperta, il viaggio, perdendosi nei meandri dell’esistenza, ma da solo.

Un progetto ha (avrebbe) bisogno di più occhi, di più menti, di più cuori. Avrebbe bisogno, ripeto, di una comunità.

Per cui, oggi, prima ancora di essere un sogno, questo blog (come tutti i blog) è un atto di fiducia verso l’umanità che naviga l’Internet. Un atto di estrema fiducia in chi mi legge, anzi nei confronti di un lettore/lettrice,

Perché, in fondo, il desiderio di arrivare a più persone è il desiderio di parlare davvero al cuore e alla mente di almeno una persona. A te, proprio a te che mi leggi in questo momento.

Un atto di fede verso quel tuo essere umano che comprende e che attraverso queste pagine, di settimana in settimana, si appassiona all’architettura dell’informazione, ne comprenda, colga e pratichi i suoi valori; allo studio degli assistenti vocali come dei chatbot. In una parola si appassioni alla progettazione.

Attivista dell’architettura dell’informazione

Forse ve l’ho già detto e scritto ma mi capita di avere qualche resistenza a pubblicare determinati articoli. Alcuni li ritengo di grande valore e la pubblicazione e condivisione è ardua.

Ho espresso questa resistenza ad Alessandro Tartaglia, direttore didattico della Scuola Open Source di Bari, durante il Wiad Palermo 2019. Alessandro, che della condivisione aperta ha fatto il suo motivo di vita, mi ha consigliato di vivere la mia attività online e di blogging come un attivista.

Insomma, di svolgere la mia attività finalizzata a produrre un cambiamento di paradigma. O ancor più semplicemente stimolare e promuovere consapevolezza diffusa.

E diciamo che in questo senso l’idea mi convince.

Da solo o in compagnia?

Certo è che, come dice il proverbio, “da soli non si è buoni neanche in Paradiso”. E chi mi insegnò questo proverbio aggiunse.

Buttatemi all’Inferno, purché in compagnia!

Quindi ho già dedicato un paio di articoli per capire se davvero tutti vogliono diventare UX designer e se qualcuno ha voglia di costruire una comunità di studenti.

Il tentativo è quello di essere meno soli. Una sfida. Come al solito.

Se vuoi sostenere il blog

Se sei un mio lettore e vuoi sostenere il blog puoi farmi un regalo. Davvero il modo più semplice e banale.

Ma il vero sostegno arriva dai commenti, dai suggerimenti, consigli, critiche costruttive. Dunque se puoi commentare di seguito agli articoli e arricchire questo blog sarà un atto di attivismo anche tuo. Fammi sapere!

Comunità di studenti

Prendo spunto dalla recente chiusura di un gruppo Facebook che riuniva una comunità di studenti universitari di un corso di Architettura dell’informazione. Al suo interno si ritrovavano tutti gli studenti del corso e il docente dava comunicazioni varie sulle lezioni e sui progetti, articoli, spunti da approfondire.

La motivazione principale della chiusura, in breve, è stata che al suo interno non c’era, da tempo, alcun dialogo. L’unico ad alimentare il gruppo era appunto il docente, fondatore e amministratore del gruppo, che periodicamente proponeva link e spunti di interesse.

A questi link sarebbero dovuti seguire commenti e osservazioni. Che però non arrivavano.

Gruppi di dialogo o discariche di link?

Un gruppo nasce per dialogare e se questo dialogo non esiste è meglio chiudere questo spazio che diventa appunto un contenitore di link “inutili” e ulteriore perdita di tempo per chi li produce o soltanto li cerca per condividerli.

Devo ammettere che la chiusura del gruppo mi è dispiaciuta. Al suo interno io trovavo link sul metodo di lavoro dedicati appunto a studenti, per rinfrescare le basi, così come per scoprire temi su cui avevo ed ho lacune.

Nello stesso tempo trovavo quasi ovvio che non ci sarebbe mai stato alcun commento su quel gruppo. Quale studente, quale studente medio, aprirebbe, su un gruppo Facebook, una discussione con il proprio docente? O ancora peggio, sotto l’occhio del proprio professore. Chi aprirebbe un dibattito pubblico da cui potrebbe dipendere l’esito del proprio esame?

Certo, si tratterebbe di chiacchierare con il professore e questo sarebbe molto bello, quasi un privilegio. Ma immagino che chi, più estroverso, frequenta il corso, queste opportunità le colga in presenza, frequentando il corso, appunto, facendosi vedere dal docente durante gli orari di ricevimento, o durante i seminari consigliati in aula.

Architettura di Facebook per il flame

Facebook mi sembra poi un terreno pericoloso per discussioni di questo genere. E forse lo stesso appare agli studenti. Forse nessun studente si sognerebbe di intervenire con un commento che potrebbe inficiare il proprio voto, se non addirittura l’esame.

Perché, un po’ tutti, sappiamo che l’architettura dell’informazione di Facebook permette molto facilmente la nascita di flame, di messaggi ostili, di “risse virtuali”, nate molto spesso da stupide incomprensioni, da messaggi non del tutto esaustivi, se non addirittura dalla mancata modulazione di un tono di voce (scritto) che risulta aggressivo, anche quando non lo è davvero.

Definizione di flame secondo Wikipedia.

Il flaming è l’espressione di uno stato di aggressività mentre si interagisce con altri utenti di internet. La rete aumenta la possibilità di fraintendimenti nella comunicazione tra le persone rispetto alle situazioni faccia a faccia, ma incrementa enormemente anche la possibilità di inserirsi in nuove situazioni ed ambienti, in cui ogni utente tende a ritagliarsi un proprio spazio.
Frequentando una chat o un forum, nel tempo l’attaccamento dell’utente al proprio spazio diviene sempre maggiore; spesso l’utente cerca di intensificare la propria presenza nell’ambiente, postando più messaggi (in un forum) o chattando per ore (in una chat room). Ne consegue che per alcuni individui il fatto stesso di trovarsi in quel luogo diventa un vero e proprio bisogno. Quando un altro utente o una situazione particolare mette in discussione lo status acquisito dall’utente, questo si sente minacciato personalmente.
La reazione è aggressiva, e a seconda dei casi l’utente decide di abbandonare lo spazio definitivamente (qualora abbia uno spazio alternativo dove poter andare), oppure attua il flaming (qualora ritenga necessario rimanere nel “suo territorio” dove si è faticosamente creato uno status).

Gruppi sonnolenti

Se dunque gli studenti di un corso di laurea hanno paura di esporsi, tanto più questa paura pervade i professionisti.

Altri gruppi, infatti, seppure numerosi e con un pubblico altamente qualificato, restano silenziosi e sonnolenti per lunghi periodi. Solo i fondatori si permettono di attivare, ogni tanto, qualche conversazione, su temi di estrema sicurezza, a cui partecipano uno sparuto gruppo di persone che la pensano grosso modo alla stessa maniera. Ma soprattutto su temi che non inficiano la professionalità di nessuno.

Tutti gli altri, generalmente, restano a guardare o ad ascoltare, ben consapevoli che chi ha osato unirsi alla conversazione (con leggerezza) non ha avuto scampo. La fine delle conversazioni, infatti, è stata spesso determinata da interventi più o meno bruschi, di chi aveva più argomenti.

Peccato che insieme al singolo si sono zittiti decine di persone.

C’è bisogno di una comunità di studenti?

Ma esiste una comunità di studenti? Oppure ognuno combatte la propria guerra personale? Sicuro che esiste una comunità, in mezzo o attraverso le centinaia di professionisti presenti. Esiste nella strada e nei vari incontri dal vivo? Sicuramente manca, a mio parere, nell’online.

Sempre che ci sia bisogno di un gruppo online dove dialogare. Gli studenti o i professionisti, sentono davvero il bisogno di riunirsi per parlare? C’è davvero una comunità, non dico una comunità di pratica che già esiste, o spazi che offrano link, informazioni e dati, ma di una comunità di dialogo online.

Parlo di comunità di confronto, di uno spazio dove elencare idee per una comunità, ma anche dove cercare di mettere insieme pareri contrastanti, ma comunque di crescita. Dove esprimere dubbi, paure, incomprensioni. Forse un gruppo che è meno di una comunità di pratica e un po’ più di una comunità di condivisione.

Alla ricerca di confronto

Personalmente, da quando sono più stanziale nella profonda provincia ed ho accettato la sfida di fare architettura dell’informazione in provincia, sono più alla ricerca di un confronto con gli altri che di informazioni.

Mi pare che la differenza tra la città e la provincia, infatti, sia, oggi, (almeno in parte) questa. Nelle città c’è maggiore possibilità di confronto con gli altri ed anche le semplici chiacchierate possono diventare motivo di arricchimento.

Nella provincia i dibattiti volgono verso la sopravvivenza. E i momenti di crescita sono molto più rari.

Il blog mi spinge a studiare, a ricercare informazioni, ad arricchire l’archivio di conoscenze. Da questo punto di vista l’Internet è una risorsa infinita. Ma resto nella mia bolla. Il momento di meraviglia è raro e faticoso da trovare.

E sebbene il blog ha un discreto successo resta comunque un pulpito dove il confronto magari avviene su quale registratore acquistare, ma non sugli altri temi di cui mi occupo.

Gruppo per liberare i pensieri

Mi piacerebbe dunque partecipare o essere parte di un gruppo dove ciascuno fosse libero di parlare e di sbagliare liberamente e dove tutti potrebbero dare il loro contributo.

Un gruppo dove nessuno si dovrebbe sentire escluso, dove nessuno abbia il timore di essere bocciato come studente, come professionista o, peggio ancora, come persona.

E se nascessero dubbi, domande scomode, osservazioni strambe, queste dovrebbero essere del gruppo.

Capisco che poi le dinamiche del gruppo si possono risolvere in modo del tutto originale e inaspettato. Ma questo non dovrebbe impedire di provarci.

La mia idea di gruppo Facebook per una comunità di studenti

Di questo gruppo dovrebbero far parte tutti coloro che si sentono esclusi dalla torre d’avorio, chi non si è mai sentito tanto preparato per poter intervenire. Ciascuno dovrebbe potersi esprimere mettendo in luce i propri pensieri.

I dubbi, le osservazioni, le conclusioni che non troverebbero risposta nel gruppo, dovrebbero essere poi sottoposti ai docenti o agli esperti o a chiunque ne sa più di tutti messi insieme, per essere sciolti e/o risolti. Perché comunque non si tratterebbe di un gruppo a perdere o al ribasso.

Sarebbe bello poter porre tutte le domande che ci ronzano nella testa, elencandole, organizzandole e poi trovare con chi parlarne.

Il blog come spazio a disposizione

Il blog si offre come portavoce ed è qui disponibile ad accogliere e organizzare, per futura memoria, le domande e le risposte. E si impegna a trovare risposta tra i professionisti, i docenti che vorranno rispondere, in Italia così come all’estero.

Che ne dite? Che ne pensate? Come la vedete?

Si può partire da ovunque voi vogliate. Se c’è già, esiste, vi chiedo di segnalare spazi di questo genere. Altrimenti si può partire da questo gruppo già esistente per un primo incontro per tutti.

Ma magari sarebbe meglio creare (partendo dai commenti a questo post) un nuovo gruppo dedicato allo scopo. Oppure scrivere liberamente in questo documento drive . Fatemi sapere, sul serio.

Domande dei lettori

Un anonimo scrive

Buona sera 

Dove si trovano delle comunità dove tutto è di tutti, dove puoi veramente apprendere delle basi su cui puoi vivere serenamente in un ambiente sano, sogno da una vita ( nel vero senso della parola) la comunità che hai descritto nei blog.

La domanda è, dove si trovano?

Forse è solo un sogno, mio, come tuo o di altri. Ma se è un sogno comune, la mia contro domanda è: perché non provarci? Cosa ci vuole? Cosa vogliamo che sia?

Ma anche no

Anche no, potreste dire. Che, in fondo, di gruppi ce ne sono già abbastanza. Anche troppi per il numero reale di interessati. Che bastano i gruppi già esistenti. Del chi se ne frega se uno non si vuole esporre.

Potreste aggiungere che sbaglia chi, approfittando della frammentazione territoriale e professionale, invece di coalizzarsi diluisce, di fatto, il dialogo creando il proprio “gruppo personale”. Sbaglia chi suo malgrado, volendo diffondere maggiormente, di fatto, toglie energie ai gruppi che sono venuti prima.

Forse la mia è solo una sensazione sbagliata che deriva dalla lontananza fisica. Forse questo confronto ridotto all’osso online c’è vivo nei meet up o negli UX Book delle città e chi lo vuole se lo cerca. In fondo, basta incontrarsi una volta ogni anno.

Magari non c’è dialogo perché nessuno è interessato a parlare online e questo bisogno non è un bisogno della comunità ma del singolo che se lo risolve a proprio modo.

Se così fosse ne prendo atto. Potrebbe essere che questa proposta arrivi troppo presto, troppo tardi, che non raccolga alcun bisogno se non quello mio personale.

Io qui avvio il dialogo, oggi come ogni lunedì.

Voi che dite? Ripeto. Fatemi sapere!

Buon Anno! Buon 2019

Buon 2019! Buona fine e buon principio!

Sapete quanto tengo alle date, alle occasioni, alle feste comandate. Per me sono un punto di arrivo e di partenza. Da qui, come ormai sapete scaturiscono riflessioni su ciò che ho fatto e su quello che dovrò fare.

Insomma, tiro una linea, guardo un po’ indietro e tanto in avanti. 

Il 2018 anno delle meraviglie

Nonostante i presagi non del tutto buoni, questo 2018 per me è stato un anno pieno di meraviglie. Non so come spiegarlo o raccontarlo e, forse, fa sempre meglio Facebook che lo racconta in poche ma significative immagini.

Buoni propositi 2019

A rivedere i buoni propositi del 2018 sinceramente quest’anno preferisco tenermeli per me i buoni propositi del 2019. Mi ripropongo quelli dell’anno scorso che restano validi e comunque erano e sono sempre a lungo termine.

  • Continuare a dare costanza al blog. Magari anche con il tuo sostegno.
  • Condividere i talenti, i miei e anche quelli di altri.
  • Mettere in luce valori del blog e dell’architettura dell’informazione. Perché solo attorno a dei valori si può costruire qualcosa.
  • Magari riuscire a creare una comunità intorno a questo blog. Forse c’è già. Forse altre comunità si stanno già incontrando. Boh, vediamo di trovare il modo quest’anno di incontrarci.
  • Scrivere qualche articolo in inglese. Anche se tanti dei miei articoli sono ripresi da testate inglesi.
  • Finire di leggere la mia lista di libri sul comodino. Che di libri non ne mancano da leggere.
  • E infine, ma non meno importante, mi piacerebbe imparare a conoscere meglio la gente. Che non si finisce mai.

Una agenzia di comunicazione e un corso

In più, rispetto ai propositi realizzati e comunque da mantenere, poche cose ma significative sono nate in questo 2018. Come la nascita della mia agenzia di comunicazione e la prima edizione del corso sulla progettazione chatbot che ha riscosso un grande successo di partecipanti.

Sono già aperte le preiscrizioni per le prossime edizioni. In attesa del numero minimo di partecipanti per Roma e una data certa, il 17 giugno per Milano.

Per quanto è accaduto durante i corsi precedenti, è risultato anche il modo per incontrarsi e parlare e confrontarsi. Grazie all’apertura mentale dei partecipanti questo corso è stato l’inizio di progetti reali e anche motivo di incontro tra esperti di settore. Per questa ragione, sebbene il prezzo del corso può sembrare esoso, vale molto di più.

Cose da fare nel 2019

Ho a lungo riflettuto sui miglioramenti da attuare sul blog. E sinceramente l’unica cosa che mi servirebbe davvero è allargare la redazione. Il progetto cresce e ci sarebbero tante cose da fare.

La scelta è tra il mantenere le cose come sono, per solidificare i risultati raggiunti o l’andare avanti a sperimentare. Per questo motivo aumenteranno gli spazi per la ricerca e per i contenuti complessi.

Lo scopo è quello di far crescere il blog e contribuire sempre più ad un web migliore.

Poi ci sono altre cose da fare. Tutto ancora in fase di progettazione. Non posso chiedere altro che di seguirmi per vedere l’effetto che fa.

Le parole sono importanti

Diceva Nanni Moretti che le parole sono importanti. Ogni tanto lo dimentico. In questi tre anni e mezzo di blogging le mie parole hanno acquistato un peso.

Ricordo ancora la scrittura dei primi articoli, l’ansia e la paura di schiacciare il pulsante “Pubblica”. E poi c’era sempre qualcosa che dimenticavo. Sembrava che il mondo aspettasse me al varco dell’internet.

Nessuno mi aspettava, anche se alcuni di quegli occhi per me erano e sono ancora oggi importanti. E nonostante il blog sia virato su diverse sonorità (rispetto al primo post), spero davvero che quegli occhi non allontanino troppo il loro sguardo.

La newsletter e le comunità

Alla fine di questo post trovate anche la possibilità di iscrivervi ad una nuova newsletter.

Mi frullava per la testa da diverso tempo, ne ho bisogno per condividere una gran mole di link che non riesco a leggere o che sfiorano le tematiche di cui mi occupo. Ma soprattutto la voglio scrivere perché voglio rafforzare il legame con i miei lettori.  

Si tratta di 6 numeri per il 2019. Secondo me ne vale la pena.

Buon 2019!

E niente! Io questo buon 2019 ve lo dico con il cuore. Vi auguro buon anno! Vi auguro un 2019 generoso, ricco, avvolgente! Spero che lavoro, fatica ed entusiasmo vi piovino addosso come non mai. Che tutto il bene del mondo sia vostro e ne possiate condividere tutti i frutti tanto è abbondante.

Godetevi lo stare insieme, il perder tempo per la vostra salute mentale. Rallentate se siete troppo accelerati. Fermatevi se il vostro cervello non riesce più a guardare alla vostra vita, al vostro corpo, al vostro futuro.

Un abbraccio caldo, coccoloso e abbandonato a tutti i miei lettori. Perché mi vogliono bene e io gliene voglio un po’ più di altrettanto!

Buon 2019!

Come gli Smartspeaker rivoluzioneranno il mondo con la loro voce

Gli smartspeaker rivoluzioneranno il mondo con la loro voce? E come? Lo rivoluzioneranno per davvero? Oppure, molto più semplicemente, il mondo lo stiamo rivoluzionando noi e gli assistenti vocali ne prenderanno atto? Forse non c’è nulla di rivoluzionario a parlare con una macchina, se poi questo ci fa tornare ad essere umani.

Questo articolo è stato scritto il 23 aprile 2018 e aggiornato il 19 novembre 2018

A tal proposito mi è molto piaciuto, per esempio, l’incipit di un articolo di Antonio Garcia Martinez che dice.

La voce è il medium umano primordiale. I neonati riconoscono la voce della madre nel momento in cui sono nati, avendo sentito una versione soffocata di esso in utero. Nell’ultimo minuto, urliamo o piangiamo per aiuto o gioia.

Anche le nostre comunicazioni più astratte testuali o informatizzate sono inquadrate come “conversazioni”, imitando il tipo di dialogo faccia a faccia – ricco di corpo, sotto testo, calore emotivo e insinuazioni – la cui crescente assenza ha generato un centinaio di sostituti virtuali.

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Conversazioni del passato, conversazioni del presente futuro

Stiamo assistendo ad una rivoluzione unica. Se pensiamo che abbiamo impiegato secoli per imparare a parlare come parliamo adesso, l’italiano di Dante non è il nostro italiano, ogni forma di cambiamento ci appare come un deterioramento. Ma la lingua cambia, si modifica. Lo fa perché quando ci esprimiamo dall’altra parte c’è qualcuno che ci ascolta e reagisce a quello che noi diciamo. Reagisce perché comprende.

Il fatto che a comprendere e a reagire sia un piccolo oggetto meccanico non cambia molto. Perché dietro quell’oggetto ci sono persone che parlano anch’esse. E che anzi, vogliono comprenderci al meglio. Tecnicamente molto complesso, nella pratica continua ad essere una evoluzione naturale.

Lingue eterne

Quando ho studiato linguistica all’università, mi colpì molto il fatto che una lingua muore quando muore il penultimo essere umano che la usa. La lingua non è qualcosa di unidirezionale. Esiste fin quando comunica. Quando l’ultimo uomo parla con se stesso non sta usando la lingua; può pure elencare al vento milioni di parole, inventarne di nuove. Ma dirà solo parole morte di una lingua morta.

Affidare la lingua ad una macchina forse significa affidare una lingua all’eternità. Sebbene un po’ meccanica e non tanto melodica. Anche con questa rivoluzione linguistica dovremo fare i conti.

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Qualche prova interessante

Stiamo tutti facendo le nostre prove con il nuovo Google Assistant. Abbiamo aspettato a lungo questo momento.

Se non le avete ancora letto ci sono due belle prove fatte in casa Robino – Del Buono.

Hanno acquistato un Google Home mini e lo chiamano “il sasso”. E mi piace molto questo termine.

Per quanto in molti sperano che fallisca, per quanto l’user experience non sia ottima, per quanto gli scettici sono numerosi e la diffusione sarà limitata anche nel tempo, l’assistenza vocale entrerà ed entra con prepotenza nelle case. Lo fa e lo farà in modi del tutto nuovi, inaspettati, originali. Fosse solo per curiosità, avremo qualcosa di questo genere in casa.

Per tutti diventerà un oggetto vivo. Più vivo di altri oggetti nonostante più simile ad un sasso. Oggetto che darà vita ad altri oggetti. Una interfaccia di azione unico.

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Smartspeaker rivoluzioneranno il mondo

Antonio Martinez si lancia in una predizione.

Tra touchscreen e voce, il battere a macchina tornerà ad essere l’abilità di un professionista specializzato, limitata a autori molto anziani, programmatori e (forse) antiquari hipsters che faranno il caffè ancora con la moka. Mia figlia di 2 anni non imparerà mai a guidare, invece guiderà la sua auto a guida autonoma.

Si parlerà in una stanza vuota e ti aspetterai che il cloud, insieme alle sue ancelle dell’IA, risponda.

Gli annunci mirati saranno generati dinamicamente, basati su quelle richieste, riempiranno le lacune del  flusso onnipresente di musica, podcast e libri. Forse saranno persino sintetizzati dal momento che le cosiddette pubblicità “host-read” superano le voci umane casuali.

Le tastiere dei computer si uniranno alle macchine da scrivere nei display dei musei storici e quella laringe complicata, unica tra i primati, sarà la prima serie degli assistenti vocali.

Conclusioni

Ora io non so se Martinez abbia ragione. Sapete che le predizioni non mi piacciono. Io non so se questa rivoluzione sia più o meno imminente. Certo è che il corso di questa tecnologia si è avviato e stia aprendo a nuovi mercati in pieno sviluppo. Ma guardando alla Storia, io mi aspetto che, prima o poi, dovremo fare i conti con qualche fermata di arresto. Vedi anche il recente provvedimento del GDPR il regolamento europeo sulla Privacy che obbliga ad un consenso informato e consapevole delle persone.

Sono e saranno inevitabili le resistenze di chi verrà scalzato da questa tecnologia. Ad ogni modo la Legge sarà sempre e comunque in ritardo rispetto alle potenzialità e ai pericoli che sono sottesi ad ogni spinta innovativa.

Dovrà essere chi usa queste tecnologie a farne un uso etico. Per quanto possibile.

Consapevolezza

E, insomma, il problema non è se assistenti vocali e smartspeaker rivoluzioneranno il mondo o meno. Non credo sia possibile fermare il mondo e il suo corso storico. Il problema è aumentare la consapevolezza. Lo ripeterò fino alla nausea. È necessario essere consapevoli del mondo che stiamo vivendo.

C’è da mettersi insieme, fare rete, per questo scopo, per contribuire ad un web migliore. Che significa, poi, nell’era dell’Onlife, un mondo migliore. Dove, con buona pace di tutti, ci saranno schermi e interfacce conversazionali. E semmai il problema sarà quello di restare umani, profondamente umani. Capaci di azioni di valore e condivisione.

Aggiornamento 19 novembre 2018

La rivoluzione è arrivata anche in Italia, nel momento in cui smart speaker come Google Home o l’appena acquistato Amazon Alexa Echo hanno iniziato a parlare italiano.

Ti potrebbe interessare i 50 comandi che puoi dare ad Amazon Alexa oppure i comandi in italiano che Amazon stessa aggiunge periodicamente e che suggerisce ai suoi clienti.

Io ho iniziato a scrivere le mie prime impressioni sul Amazon Echo. Certo, si tratta di un solo dispositivo, la famiglia Echo è molto grande, però sto cercando altre persone che ne possano parlare a tutti.

Stai in ascolto!

UX Book Club BARI: un incontro per parlare di architettura dell’informazione sonora

Come saprete, lunedì 12 novembre 2018, sono stato invitato dall’ UX Book Club BARI, per parlare di architettura dell’informazione sonora. Un incontro, organizzato insieme a Sprint Lab e Impact Hub Bari che ci ha ospitato. Per me è stata una esperienza che mi ha trasmesso tante emozioni e mi ha portato a lunghe riflessioni.

Chi continuerà a seguirmi potrà leggere nel 2019.

Comunità

Avere una comunità così attiva nel sud Italia non è facile. Come meridionali, lo dico da siciliano, non riusciamo a fare comunità, a stare insieme, a crescere e confrontarci costruttivamente. Ma soprattutto non riusciamo ad essere costanti. A Bari, invece, Bianca Bronzino (oggi anche Presidente dell’associazione Architecta per il biennio 2019-2020) è riuscita nell’impresa.

Gli incontri a Bari sono continui e periodici, sono il frutto di attivismo ed entusiasmo. Non si può non apprezzare e stimare questo impegno che coinvolge più persone. Bianca, il motore di questa comunità è riuscita a mettere insieme un bel gruppo di persone. Riesce a farle incontrare, riesce a farle sentire comunità.

Architettura dell’informazione sonora

Contesti sonori, assistenza vocale e progettazione.

Ho raccontato il percorso che ho seguito nel tempo su questo blog, sottolineando i vari passaggi che sento di dover sottolineare sempre. Contesto sonoro, consapevolezza, progettazione.

Qualcuno, più che sentir parlare di architettura dell’informazione sonora, si aspettava una qualche parte del mio corso di progettazione chatbot che avevo svolto a Roma e poi a Milano. Mi spiace ma la mia intenzione non era quella di sintetizzare ore e ore di corso.

Forse nella mia esposizione è sembrato che ci fosse poco di pratico e non fruibile nell’immediato. Che bisognava mettere le mani in pasta. Forse, alcuni concetti sono stati troppo concentrati. Ma è sempre difficile accontentare tutti, quando non si conosce il livello di cultura digitale di tutti.

Quello che mi premeva (e spero di essere riuscito nell’impresa) era instillare gocce di riflessione sul tema.

Gli strumenti

La maggior parte delle persone è interessata a conoscere come funzionano gli strumenti. Ne ho parlato con la mia amica Maria Grazia. Al mio ritorno in Sicilia ho raccontato dell’incontro, delle sensazioni e dei feedback che ho ricevuto. Lei fa la maestra di scuola elementare. Ho raccontato della predilezione delle persone per gli strumenti. E lei mi ha confermato questo distacco tra chi fa le cose e chi le pensa (e dunque le progetta). Mi raccontava, per esempio, delle volte in cui lei ha seguito corsi di formazione tenuti da pedagogisti.

Le maestre, che stanno ogni giorno a contatto con i bambini, per certi versi, non riescono sempre ad applicare ciò che la pedagogia insegna. Così come i pedagogisti spesso non comprendono certe dinamiche della classe: i problemi pratici, le mille varianti dello stare a contatto con bambini e genitori.

Eppure, ammetteva sempre Maria Grazia, non esisterebbe insegnamento senza una pedagogia, senza uno studio dei problemi dal punto di vista teoretico, psicologico e didattico. Si può essere delle brave maestre anche senza teoria, ma se si posseggono conoscenze specifiche si può essere più brave. E magari commettere meno errori.

Tra teoria e pratica

Chi fa teoria spesso si dimentica della pratica, è vero. Chi si ritrova spesso proiettato verso il futuro, si distacca dalla quotidianità. Ma solo un pensiero avanzato, solo una ricerca su sentieri sconosciuti permette (ed ha permesso) all’essere umano la sua evoluzione.

Ricordo un brano di un film dove uno scienziato raccontava di un suo folle esperimento. Lo spiegava ad un altro collega. Il collega rispondeva che quell’esperimento non avrebbe portato a nulla.

La risposta dello scienziato fu, “Si. Io l’ho dimostrato!”.

La ricerca e la progettazione, almeno a mio modo di vedere, può pure portare a risultati molto diversi da quelli che ci aspettiamo. Per questo è essenziale che ci sia. Non è mai un nulla di fatto, ma è un qualcosa che indica comunque una strada da seguire o da non seguire.

Etica ed assistenza vocale

Al solito ho fatto il mio riferimento all’Etica. E al solito il consiglio è stato quello di non occuparmene. Al solito io concordo solo in parte. Non sono io, certo, che me ne devo occupare, non sono io il nome autorevole che possa indicare la direzione. Ammesso che si possa essere da soli nell’indicare un qualcosa.

Eppure… Eppure penso che chiunque ha il dovere di porsi domande morali. E guardando al fenomeno degli assistenti vocali se scorgo un punto debole, che non tutto scorre, che qualche dubbio c’è, mi sento in dovere di metterlo in luce. Evitare l’argomento non lo troverei corretto, né tanto meno etico.

Sono disposto a rischiare di dire qualcosa in più, persino di sbagliare, piuttosto che rinunciare alla riflessioni e/o a spingere alla consapevolezza chi mi ascolta o mi legge.

Bari centro e Barivecchia

Non ero mai stato a Bari in vita mia. Quando ho chiesto dove dormire mi è stato consigliato di dormire in centro. Così ho cercato un B&B al centro, vicino al mare ed ho prenotato.

Sono stato molto contento quando ho visto questo documentario della RAI “Eroi di Strada” proprio su Bari.

La terza puntata è ambientata nella grande periferia di Bari: un viaggio per conoscere chi, piccolo o grande eroe, ce l’ha fatta. Da Libertà a San Paolo, attraversando Japigia e Carrassi, fino ad arrivare a Bari vecchia, un tempo sotto il controllo della criminalità organizzata e oggi un centro cittadino e turistico. Racconti di disagio sociale, di degrado, di una criminalità, che è ancora radicata in questi quartieri abbandonati dalle istituzioni e spesso invisibili a molti. Ma anche storie di riscatto di chi in questi luoghi è riuscito a coltivare un talento, a realizzare il suo sogno. Tra i protagonisti della puntata Ermal Meta, Renzo Rubino, Gio Sada e Vladimir Luxuria.

Alcuni romani mi avevano fatto terrorismo. “Barivecchia non è il centro di Bari. Ma è il vecchio borgo dove si riunisce la malavita dei bassifondi della città” mi dicevano.

Eppure quando sono entrato a Barivecchia, sebbene la strada fosse un po’ buia mi è sembrata subito frequentata. Ed infatti, giunto nella piazza principale ho trovato una piazza piena di locali, frequentata da ragazze e ragazzi di ogni età. Non è affatto un luogo malfamato. Anzi. È un luogo molto turistico e molto bello.

Il proprietario del B&B mi conferma le dicerie sul luogo. Ma mi racconta anche che sono 20 anni che le varie amministrazioni ci lavorano. Così come ci lavora la Polizia, l’esercito, le istituzioni. Basta farsi un giro per rendersene conto. La zona è tutta riqualificata nei minimi particolari. I turisti sono ben visti, ovunque stanno nascendo B&B e tra pizzerie e ristoranti la zona è viva.

Barivecchia è bellissima, da visitare, da vedere. Ve la consiglio!

UX Book club Bari

UX Book club Bari

Alla fine, posso dire che l’esperienza barese è stata eccezionale. Ho visitato una città splendida, che non avevo mai visitato. Ho mangiato benissimo, dormito benissimo. Visto luoghi e chiese davvero suggestive.

Infine, ho ricevuto un messaggio vocale che mi ha emozionato tantissimo. Una ragazza del pubblico che ha riflettuto su quanto esposto da me si è resa conto solo dopo dell’immenso mondo che assistenti vocali e chatbot aprono. Opportunità e pericoli. Insomma, ha preso consapevolezza. E questo, almeno chi segue il blog lo sa, non può che ripagarmi di tutte le fatiche, visto che ogni articolo è volto a questa consapevolezza. E quell’incontro questo voleva trasmettere. Attenti la questione riguarda tutti!

Grazie!

Ringrazio ancora la comunità barese e spero di rivederla anche in altre occasioni. Faccio i miei in bocca al lupo a tutti. Che il loro movimento coinvolga altre città e faccia conoscere tutte le meraviglie di uno splendido Sud Italia.

Vita da blogger – Buon ferragosto a tutti!

Dura la vita da blogger. Specialmente se ci sono 40 gradi e il tuo ufficio si affaccia alla vista del mare. Certo alla base di tutto c’è sempre un certo piacere. Il piacere di studiare, condividere conoscenza, leggere. Si tratterebbe (forse) di svolgere anche un ruolo sociale importantissimo: arricchire il web di qualcosa che si pensa abbia un valore. Si riesce? Ci riesco? Chissà. E poi vedere aziende che vanno in ferie, e non dovrebbero andare, mi ha fatto venire una gran voglia di lavorare.

Magari si tratta di pensieri deliranti. Se pensate così, mi perdonerete, è il caldo.

Caro (lettore) amico ti scrivo,

Tutte le volte che scrivo un articolo immagino che tu, lettore, sia seduto davanti a me e mi chieda le tue curiosità su cosa sto scrivendo. È un modo che mi permette di essere il più concreto possibile, di semplificare, per quanto posso, concetti che per me, nella mia testa, sono sottintesi. Ma soprattutto mi permette di essere sereno con me stesso.

Il blog è nato il 3 luglio del 2015. È nato per uno scopo. Cioè porre l’attenzione verso una piccola parte dell’architettura dell’informazione. Cioè della parte sonora, dell’architettura dell’informazione in contesti sonori. Nel tempo, però, a questo blog si sono aggiunti altri lettori ed io ne ho cercati di nuovi.

Le cose cambiano

Nel tempo ho raccolto i consigli degli amici, ascoltato i detrattori, riflettuto sui miei obiettivi.

Molte cose, in questi tre anni, sono cambiate. Però penso di aver cercato di mantenere la barra dritta sul tema degli assistenti vocali, sulle nuove tendenze che il mondo sonoro è intento a perseguire, e, per quel che vale, sulle nuove sfide dell’architettura dell’informazione, sulle sfide che io, personalmente, penso siano nuove frontiere.

Per me, questo, fa parte della progettazione di ecosistemi digitali sonori. Come architetto dell’informazione non me la sento di scrivere riguardo categorizzazioni e tassonomie, di cui si trova un po’ di tutto. Il mio contributo, penso, sia quello di leggere in profondità il web e la società che vive il web. E lo faccio con una lente che è quella dell’architettura dell’informazione, dal punto di vista uditivo.

Vita da blogger

Dicevo. In questi 3 anni, sono profondamente cambiato personalmente. Ho avuto certe sberle, che non te le sto qui neanche a raccontare. Il cambiamento sembra bello a parole, ma se vediamo che certe cose non cambiano mai è perché il cambiamento è doloroso. E l’essere umano non vuole soffrire.

Per come la vedo io, per come lo sento e lo vivo, il mio messaggio è sempre rimasto uguale. E per quello che è cambiato, il sito non è più (solo) un blog ma è un sito personale che mi racconta. Per questo ho creato apposite sezioni che leggo come distinte. Ho creato una sezione di Tecnologia Sonora, per tutta la parte hardware, una pagina dedicata alla mia agenzia di comunicazione e, infine, ma sempre in primo piano, per chi mi legge, è rimasto il blog di architettura dell’informazione sonora.

Forse sono risultati vincenti (e convincenti) articoli che mi hanno dato grande soddisfazione come l’articolo sui registratori digitali. Oppure come la collaborazione con la Zoom per il suo Zoom Q4n. Ma questa è la legge dei numeri. E nella vita da blogger, anche per motivarsi un po’, i numeri contano.

Divulgazione dell’architettura dell’informazione e dei chatbot

Da parte mia, di qualunque cosa scriva su questo blog, penso sempre di offrire il punto di vista di un architetto dell’informazione e un punto di vista sonoro. Lo ripeto.

Per me era ed è necessario divulgare e far conoscere l’architettura dell’informazione a un numero più vasto di persone possibile. Più persone conosceranno l’architettura dell’informazione, più persone ne faranno uso, più il web italiano potrà essere migliore.

Così come sono convinto che sia compito degli architetti dell’informazione raccontare e spiegare i chatbot, gli assistenti vocali, e quella parte di dispositivi che si identifica con una interfaccia conversazionale.

La mia comunità di riferimento pensa che sbaglio? Voi lettori mi dite di no. Ad ogni modo io sono aperto al confronto. E data la mia lontananza fisica non trovo modo migliore che questo blog come punto di incontro e centro di studio.

Alla ricerca di una tribu

C’è sempre la voglia di creare una comunità, di incontrare simili, discutere su argomenti che si ritengono importanti e che difficilmente si riesce a trattare con le persone che ci circondano. Se un obiettivo è stato raggiunto dal blog è che, se oggi si parla di assistenza vocale, voce, suono e progettazione, molte persone pensano a questo blog.

Si tratta di piccole o grandi conquiste, a seconda di come si vogliono vedere. In ogni caso momenti importanti.

E questo blog o sito, sta diventando, per quello che si può, un centro di studi, una comunità con cui parlare, con cui, dal profondo della provincia italiana, ci si possa confrontare.

Non penso di essere il solo, in questa ricerca. Se ci sei anche tu. Batti un colpo.

Buon ferragosto!

Forse neanche questa volta sto parlando di architettura dell’informazione. E me ne scuso. O forse si. Perché riordino le idee, perché magari riordinate le vostre. E un architetto dell’informazione riordina sempre.

Spero possiate apprezzare questo post, anche per il solo fatto di essere stato scritto con un ventilatore sparato sul PC (che altrimenti si bloccherebbe, tanto fa caldo). Chi conduce una vita da blogger non si ferma mai. Per uno strano spirito di servizio.

Chi legge e vuole contribuire alla sostenibilità di questo blog, può pure farmi un regalo, se lo vuole. Oppure può iniziare a farsi un regalo. Non è mai il momento sbagliato.

Mentre tra una tastiera e qualche ora di mare, stanno nascendo numerosi progetti che vi racconterò più avanti e che sono impegnato a realizzare.

Vi auguro un buon ferragosto, buone vacanze, se le state facendo in questi giorni; o buon relax se state lavorando mentre tutto intorno a voi tace. Vi sono vicino, almeno quanto voi siete vicini a me! Buon tutto! E alla prossima settimana, come sempre!