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Intervista a Riccardo Catagnano

Mi risulta difficile parlare di Riccardo Catagnano senza raccontare qualcosa di privato. Perché Riccardo Catagnano è un mio amico. Un amico di cui ho stima e nutro affetto. Una di quelle persone con cui ho condiviso pezzi di Vita, luoghi, amicizie, valori.

E quindi presentarlo formalmente come il Creative Director e Head of Branded Content di Connexia, una delle agenzie pubblicitarie più importanti d’Italia, è strano; ma è sicuramente un onore per il blog.

Di Riccardo non racconterò il CV. Su youtube trovate molte sue presentazioni, interviste e lezioni, in cui parla dei suoi progetti e del suo lavoro.

Riccardo Catagnano, un creativo

Prima di lasciarvi al perché di questa intervista e alle risposte di Riccardo, però, voglio raccontare questo breve aneddoto.

Premesso che parlare con Riccardo è sempre un piacere. Il suo pensiero è sempre brillante, un creativo 24 ore su 24, che smuove idee ad ogni chiacchierata.

Ricordo come, in una serata di agosto tra amici, ad una richiesta di un titolo per un nuovo format su youtube, Riccardo trovò il titolo perfetto, in pochi minuti, pensandoci per scherzo, quasi per gioco.

Ci sorprese tutti. Sembrò una di quelle magie che i maghi fanno fuori dal palco, per far divertire i bambini. Scoprì una moneta d’oro proprio dietro il nostro orecchio.

Di quel format l’autrice non ne fece nulla. A me è rimasto in mente il ricordo di questo aneddoto e chissà che prima o poi non riprenda quel titolo che varrebbe la pena avviare.

Perché intervisto un pubblicitario

Ma bando alle ciance. Perché intervisto sul blog un pubblicitario? E perché proprio Riccardo Catagnano?

Chi mi segue sa che mi occupo da tempo di assistenza vocale e chatbot e tempo fa mi sono interrogato sulla ricerca vocale. Ossia sul problema della ricerca fatta con glia assistenti vocali. Questi infatti, rispondono ad una domanda con un unica risposta.

Scrivevo infatti…

La risposta, o il risultato, però, non è la lista di risultati (SERP), cioè la famosa prima pagina dove tutti vogliono stare. No. Il risultato è una risposta unica e univoca scelta da Mister Google in persona.

O da altri assistenti vocali.

Insomma, mentre fino ad oggi la pubblicità si è inserita nelle nostre ricerche analogiche e digitali, da domani come farà?

Riccardo mi risponde con qualcosa che è già è stata fatta qualche anno fa. Riccardo di seguito racconterà un modo geniale che i pubblicitari hanno già trovato. Spiegando, tra le righe, che il pensiero dei creativi, come dei pubblicitari o dei comunicatori, troverà sempre il modo di utilizzare gli strumenti per raggiungere i propri obiettivi.

Enza, la deficienza artificiale

E chi meglio di Riccardo Catagnano poteva parlare di assistenti vocali dato che proprio lui è l’inventore di Enza, la deficienza artificiale?

Abbiamo realizzato una campagna pubblicitaria multisoggetto integrata, curando, con il supporto della nostra Media House interna, sia il concept creativo che la produzione di contenuti video.

La star dello spettacolo è Enza, il primo esempio noto di “stupidità artificiale”, che non semplifica la vita e non sa rispondere a nulla. Incapace di spiegare come la colazione possa essere deliziosa e leggera allo stesso tempo, Enza tormenta la famiglia innocente nello spot.

La campagna è stata trasmessa sulle principali reti televisive, sui canali digitali, su Radio e su Spotify, dopo una fase di teaser online. Enza e il suo fastidio hanno rilevato le pagine Facebook, Instagram e YouTube di Buondì Motta.

Intervista a Riccardo Catagnano

Con Riccardo dunque abbiamo parlato di pubblicità, di comunicazione, dati, di presente e di prospettive, che visto i tempi, non è male.

Qual è la tua definizione affettiva di pubblicità?

Se ci riflettessi un attimo, ti direi che è creare e raccontare, nel modo più inaspettato, le caratteristiche di un prodotto o i valori di una marca. Se invece dovessi risponderti a bruciapelo allora ti direi che è il modo più appagante che conosco per divertirmi ogni giorno insieme a gente incredibile, immaginando qualcosa che non c’è ancora.

Quale parte del tuo lavoro ti piace e ti diverte maggiormente? Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Mi piace molto la fase di brainstorming: quando si insegue con il nostro team di lavoro l’idea in grado di sbaragliare la concorrenza, di sorprendere un cliente e -ancora più difficile- anche noi stessi. È un momento ricco di energia, ad altissimo potenziale creativo, nel quale ci metti dentro tutto te stesso: insight inaspettati, riflessioni più o meno profonde, ricordi… e poi tutto ciò che hai visto, letto e sentito fino a un attimo prima di metterti al lavoro.

Lavoro con agende sulle quali annoto pensieri, il computer che uso per scrivere , aggiornarmi e incontrare i miei e scrivanie sempre più di fortuna: dal piano di cottura a induzione (spento) della cucina, al comodino del letto, al tavolino della sala. Un giorno riuscirò a strappare il tavolo principale alla mia compagna: sono fiducioso.

Tu oggi fai parte di Connexia. Una agenzia specializzata nel digitale. Spieghi ai miei lettori cosa si intende per data driven creativity agency?

Di recente abbiamo evoluto il nostro posizionamento in “Creativity in love with data and technology”, più una “non-agenzia” che un’agenzia nel senso più tradizionale del termine. Veniamo ai dati: duando si devono trovare delle idee, da qualche parte bisogna pur cominciare. In Connexia, forse proprio per la vicinanza con Doxa, partiamo dall’estrazione di dati. Questi possono riguardare le abitudini delle persone alle quali ci rivolgiamo, i loro sogni, le aspirazioni, cosa pensano etc. Pensa che abbiamo sviluppato un tool proprietario, il Connexia Audience Tracker, per interrogare una platea rappresentativa della popolazione italiana. I nostri Data Analyst (come suggerisce il nome) analizzano questa mole di dati che danno il via al lavoro degli Strategist: sono loro a impostare la strategia di comunicazione che, una volta validata insieme, diventa un insight dal quale i creativi partono per creare idee, campagne e attività di comunicazione sempre più rilevanti per le persone.

Come nasce l’idea di introdurre un assistente vocale nella pubblicità? Parlaci di Enza, la deficienza artificiale.

Nasce proprio dall’analisi dei dati e dei comportamenti delle persone. I dati ci dicevano che -nei mesi in cui la campagna veniva concepita- l’interesse degli italiani per gli assistenti vocali stava crescendo. Un trend in arrivo direttamente dagli USA che stava sbarcando anche da noi. Ci piaceva quindi portare un po’ dello zeitgeist in comunicazione, ma facendolo in modo inaspettato. Raccontando un’assistente vocale sui generis, Enza: una Alexa un po’ particolare che al posto di dare risposte, fa domande. E, contrariamente alle più blasonate intelligenze artificiali sul mercato, progettate per semplificarci la vita, Enza complica la vita alla famiglia che l’ha adottata con vendette al limite del patetico. Il tutto -guarda caso- a colazione: il focus sul prodotto deve essere sempre al centro, mai perderlo di vista.

Gli assistenti vocali danno una risposta unica ed univoca alle domande delle persone che ne fanno uso. Nel mondo della pubblicità si sta pensando a come entrare in questo flusso? O la cosa non interessa?

Ci sono funzioni personalizzabili e i brand ne hanno fatto e ne fanno uso: le skill. Voglio però raccontarti un esempio particolarmente brillante di qualche anno fa in cui la pubblicità televisiva “duettava” con google home… Burger King pianifica in TV uno spot di 15”: uno spazio troppo breve per raccontare cosa ci fosse dentro a un whopper… ed ecco che entra in scena la creatività. L’attore dello spot in tv chiedeva ad alta voce “Ok Google, what is the Whopper Burger?”, attivando così l’assistente vocale di casa che recitava la definizione di Whopper scritta ad hoc su wikipedia. Il primo esempio al mondo in cui la tv attiva google home: la comunicazione che esce dallo schermo per entrare nelle case e interagire con un altro device. Interessante, trovi?

Cosa ne pensi tu dell’assistenza vocale e dell’intelligenza artificiale? Enza è la tua risposta definitiva?

Di intelligente c’è ancora poco nell’intelligenza artificiale: la strada è ancora lunga. Per adesso è soltanto un mezzo “alternativo” per passare dei comandi: attivare l’aspirapolvere, mettere su un brano o sapere che tempo farà. L’intelligenza artificiale non è poi così intelligente come pensiamo. Enza poi…

A gennaio dicevi che “Diversity and inclusion” sono il nuovo trend della pubblicità nel 2020. Lo sono ancora oggi nell’era post covid? Puoi raccontarci qualcosa di questo trend? Quale è stato il trend precedente?

Diciamo che il covid ha scombinato qualsiasi previsione, trasformando il covid stesso in un trend che sfortunatamente sta tornando in auge. Le marche si sono sforzate di mostrare vicinanza con le persone, generando nuovi spot tv realizzati in pieno lockdown, producendo contenuti di intrattenimento, provando a infondere positività anche con azioni concrete. I brand hanno ritrovato un loro ruolo più sociale mettendo per un attimo da parte il profitto immediato e investendo nella collettività. Un trend che in Connexia abbiamo monitorato con una data application, una vera e propria “mappa della generosità”. …E siamo tornati a parlare di dati: coincidenza?

Il covid ci costringe ad andare alla ricerca di quello che chiamiamo nuova normalità. Come la pubblicità può aiutare aziende e persone in questa ricerca?

La comunicazione può immaginare e suggerire nuovi modelli, può invitare a riequilibrare i consumi, può contribuire alla ricerca di una dimensione più etica, una ennesima “new frugality” nella vita degli individui e delle aziende. Noi, non a caso, siamo da poco diventati una Società Benefit e invitiamo altre aziende a farlo. Perché pensiamo che ognuno di noi possa essere motore di cambiamento della società.

Prospettive future? Si procede a vista? Oppure si ritorna ai piani pre covid?

Nonostante il periodo, non ci fermiamo un attimo. Bisogna continuare a immaginare, a costruire, procedendo con oculatezza lungo un percorso più accidentato del previsto, ma che resta un percorso. E in questo percorso, incontriamo e tocchiamo anche temi decisamente attuali: proprio adesso siamo on air con la nuova saga di Buondì Motta, con un personaggio estremamente attuale… un complottista-negazionista che, non riuscendosi a spiegare la leggerezza e golosità di Buondì, trasforma la colazione in una cospirazione. Ogni spot, nuovo complotto. Una campagna coraggiosa creata sentendo lo zeitgeist e che ha generato conversazione online, alimentato dibattito e per la quale ho personalmente ricevuto minacce e maledizioni. Ma nessuna di questa è andata a segno. Almeno fino ad adesso…

E per finire le ultime 3 domande più leggere.

Consiglia un libro: Quello che non ti dicono, nel senso dell’ultimo libro di Calabresi.

Consiglia un brano musicale o un cd. Sto riscoprendo i classici Disney grazie a Lola, nostra figlia. Visto che abbiamo nominato la new frugality magari potrei suggerire l’ascolto di “Lo stretto indispensabile” da “Il libro della giungla”.

Consiglia un film: Jojo Rabbit. L’abbiamo proiettato su un lenzuolo durante le scorse vacanze. Se non l’hai ancora visto, ti aspetto l’estate prossima in campagna per una seconda visione al Nuovo Cinema Ragana.

Ringraziamenti a Riccardo Catagnano

Ho avuto anch’io il piacere di apprezzare Jojo Rabbit, ma rivedrò molto volentieri il film al Nuovo Cinema Ragana. Dunque accettando questo invito fin da oggi, ringrazio ancora Riccardo per avermi concesso questa intervista e per aver dedicato parte del suo tempo al blog.

Davvero grazie di cuore per tutto!

Intervista a Maria Pia Erice e Maurizio Schifano

Intervistare Maria Pia Erice e Maurizio Schifano è stato un vero piacere.

Come ho detto loro nell’intervista, quando penso a Maria Pia Erice e a Maurizio Schifano mi vengono in mente parole come attivismo, partecipazione, militanza. È quello che questi meravigliosi ragazzi fanno in Sicilia. Dietro molti degli eventi dedicati all’architettura dell’informazione e dell’User Experience, infatti, in Sicilia, ci sono loro due.

Nonostante la Sicilia, come la provincia, sia una sfida continua, Maria Pia e Maurizio non hanno mai rinunciato. E di questo la comunità siciliana deve essere grata. Almeno io lo sono.

Ed è proprio per ringraziarli della loro attività che li ho invitati sul mio blog. Spero che chi legga questo articolo poi abbia la curiosità di andarli a conoscere digitalmente e speriamo presto di poter tornare a viaggiare per andare a trovarli a Trapani nel loro Hype Bang.

Domanda di rito, per cominciare. Come è stato il vostro incontro con la UX?

Maurizio Schifano

Il mio interesse nasce nel periodo universitario. Studiando design del prodotto, cominciavo ad acquisire una visione critica verso un mondo saturo di oggetti che non erano molto utili, soprattutto per la visione che ci trasmettevano i nostri docenti, il mio ruolo come progettista non mi quadrava in quell’ambito, già ero molto attento ad aspetti etici del design.
Erano, poi, gli anni in cui arrivavano i primi smartphone e cominciavo a pormi molte domande sul rapporto tra le persone e la tecnologia. Vedevo le persone più grandi di me avere difficoltà nell’usare i computer e per me era una cosa inconcepibile.
Ho iniziato le mie ricerche e letture dal Bauhaus ad oggi, Maldonato, Bonsipe, Ideo, Nielsen, passando dall’ergonomia fino ad arrivare ai primi blog che mi anno data accesso ad un mondo di conoscenza, in particolare gli articoli di Luca Rosati che ancora oggi guidano il mio lavoro.

Maria Pia Erice

Rendere usabile un prodotto/messaggio significa renderlo accessibile a molti e chi si occupa di comunicazione non può che avere questo tra i suoi obbiettivi: permettere a tutti di comprendere una idea o di accedere alla conoscenza.

Fare comunità in Sicilia è difficilissimo. Come ci riesci/riuscite?

Maurizio

Da sempre viviamo una dimensione fisica/digitale delle comunità, il mio riferimento non è solo la Sicilia, grazie ad internet e ai social riusciamo tenerci in contatto con diverse comunità e realtà in giro per l’Italia.
In Sicilia non aiutano le distanze essendo difficile spostarsi ma ogni anno ci prendiamo dei momenti per summit o convention ritrovando vari amici e colleghi, anche fuori dalla Sicilia.

Maria Pia

Fare comunità è difficile un po’ dappertutto perché aprirsi agli altri significa abbattere muri, superare diffidenze. Le distanze sono sicuramente un problema, soprattutto al Sud, ma il digitale ci aiuta moltissimo.

Cosa pensate ci voglia per dare continuità ad un gruppo/comunità? Ci sono degli elementi che hai individuato? C’è qualcosa che proprio si dovrebbe fare ma da solo non riesci? Ad avere tempo e denaro, cosa ci sarebbe da fare?

Maurizio

Esistono diversi tipi di comunità e le descrive bene Ezio Manzini nel suo libro per che fare (da approfondire). Serve uno scopo, che accomuni gli intenti della comunità. Servono delle regole, per la gestione dei rapporti umani. Servono principi e visioni compatibili per andare nella stessa direzione.
E infine serve cuore, che altri chiamerebbero empatia, per capire gli altri e lavorare insieme.
Lavorare insieme è alla base del nostro metodo e le comunità in tal senso sono la massima espressione ma ci piace essere fluidi e le esperienze che si esauriscono e bene che vengano concluse.

Maria Pia

Ci vuole impegno per lavorare insieme. E bisogna lanciarsi, correre il rischio di lasciarsi “contaminare”. Un rischio bellissimo.

Maurizio. Da ambasciatore di Architecta come vedi la Sicilia?

Maurizio

La Sicilia è una terra di sperimentazione.
Molti colleghi sono andati via, altri stanno tornando trovando una dimensione con il lavoro da remoto.
Personalmente ho scelto di rimanere per continuare a lavorare da qui, molte occasioni me le sono perse ma il giusto equilibrio tra la vita e la professione l’ho trovato qui.

Maria Pia, in Sicilia trovi città intelligenti?

In Sicilia ci sono esperienze intelligenti, gruppi formali e non, tentativi di intelligenza diffusa. Intelligente significa sostenibile, connesso, scalabile, adattabile. No, città di questo tipo non ne vedo. Ma abitanti sì.

Maurizio, sei legato al mondo dell’Open source. Intanto come nasce questo legame/interesse e poi quali sono i punti che legano l’open source al tuo essere UX designer.

Non ricordo bene come ci sono arrivato, sicuramente una attitudine a capire le cose, ho sempre smanettato.
Oggi è più una visione politica, anche se molte sperimentazioni di quel mondo si stanno trasformando in altro.
Da UX Designer mi piace molto rendere le persone capaci di svolgere un compito che assolva ai loro bisogni.
Ci sono molte analogie con il mondo open in tal senso, si creano insieme strumenti condivisi che aiutano tutti e spesso il risultato non è lo strumento in se ma la relazione e l’impatto che si è generato.

Maria Pia, da lingue a grafica user designer, come descriveresti il tuo percorso?

Stranamente comprensibile. Ho studiato letterature straniere e cos’è la letteratura con i suoi stili, i suoi registri, le sue diverse forse, se non una organizzazione di informazioni al servizio di un utente/lettore?

Da quando ci siamo conosciuti ho visto che vi siete sempre cimentati nella creazione e conduzione di workshop. Cosa vi piace di questa attività e perché?

Maurizio

Un vocazione nel trasmettere la conoscenza.
E un processo di simbiosi che tra noi e gli studenti ci stimola a mettere in discussione i nostri metodi e sposta la linea delle sperimentazione in avanti.
È iniziato tutto all’università, lavorando con gli studenti.
Ho sempre cercato si trasmettere la curiosità e la passione per il design

Maria Pia

Vivere senza condividere esperienze e conoscenze è da egoisti.

Insieme avete iniziato questa avventura che si chiama HypeBang. Come nasce e come procede?

Maria Pia Erice e Maurizio Schifano

HypeBang è lo spazio dove si concretizzano piccoli e più grandi progetti, dove costruiamo strategie che migliorano l’esperienza di utenti finali e di aziende/organizzazioni. Ci piace costruire processi e raccontare ogni fase a chi decide di sceglierci. Insomma, sempre la condivisione al centro.

Quando penso a voi due mi vengono in mente parole come attivismo, partecipazione, militanza. Vi riconoscete, in queste parole? E dove trovate le energie?

Maria Pia

Sono tutte parole che raccontano un certo dinamismo civile. Don Milani diceva “A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca”. Ecco, meno mani in tasca, più vivacità umana.

Progetti e idee del presente futuro?

Maurizio e Maria Pia

Continuare a lavorare immersi nelle città e nei quartieri riuscendo a mescolare il fisico e il digitale.

E per finire le ultime 3 domande

Le domande che faccio a tutti.

Consiglia un libro

Maurizio

La nazione delle piante” di Stefano Mancuso.

Maria Pia

I Miserabili” di Victor Hugo.

Consiglia un brano musicale o un cd

Maurizio

The devil’s Walk” di Apparat.

Maria Pia

“Creep” dei Radiohead.

Consiglia un film

Maurizio

The Straight Story, di David David Lynch.

Maria Pia

Il labirinto del Fauno, di Guillermo del Toro.

Grazie a Maria Pia Erice e Maurizio Schifano

Ringrazio Maria Pia e Maurizio per questa loro intervista. Grazie anche per la loro attività di ambasciatori della disciplina, per la loro attività di volontariato per Architecta, come per tutte le altre comunità locali.

Grazie, grazie di vero cuore!

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Intervista a Raffaele Boiano

Raffaele Boiano è una di quelle persone che vorrei avere accanto sempre. Ascolterei per ore Raffaele Boiano e so che sarei ascoltato, in modo attivo, vero. Perché Raffaele mette al centro la persona nei suoi progetti come nella vita quotidiana. E questo si sente, anche a pelle.

Chi è Raffaele Boiano

Se si elencassero un po’ di competenze nell’ambito dell’User Experience design come: l’architettura dell’informazione, il Web design, l’User Experience Engineering, l’Usability Engineering, l’Interaction Design, il Content Management, il Creative Writing, Public Speaking, Project Management, si avrebbe il profilo professionale di Raffaele Boiano.

E a vedere tutte le attività che svolge in giro, sembrerebbe che Raffaele Boiano abbia 150 anni. In realtà quando si incontra di persona si vede che è giovane e capisci che è uno di quelli bravi.

Non scriverò anche qui il suo curriculum vitae né la sua biografia che potrete trovare facilmente sul web. Magari, se lo cercate, è bene sapere che, su internet, è conosciuto con il nome di rainwiz Rainwiz,com è il suo sito personale,

Ma voglio sottolineare almeno due delle attività che ritengo più importanti: la docenza di User Experience presso il Politecnico di Milano, per il corso di laurea specialistica PSSD Product, service & System Design. E la sua attività di imprenditore e co- fondatore di Fifth Beat, studio di design, di cui parleremo nell’intervista, qui di seguito.

Cosa si dice di Raffaele Boiano

Prima di lasciarvi alle risposte di Raffaele, però voglio riportare la referenza di Raffaele Gaito, Growth Hacker, blogger e youtuber, abbastanza conosciuto sul web, per trasmettere a pieno il grande valore di Raffaele e la stima di cui gode da parte dei colleghi.

Raffaele è una delle persone più brillanti che ho incontrato negli ultimi anni. Uno di quelli che riesce a unire alla perfezioni competenze tecniche e umanistiche tirando fuori il meglio da entrambe. Ha la capacità (per nulla scontata) di andare a fondo nelle cose e di mettersi in discussione quando necessario!

Intervista a Raffaele Boiano

A Raffaele Boiano ho fatto un po’ di domande personali sul suo rapporto con la provincia e sul suo percorso professionale: da freelance è diventato imprenditore ed ha creato uno studio di design che è una bella realtà fatta di giovani e grandi professionisti. Tra il team si trova anche Raffaella Roviglioni che abbiamo intervistato.

Le risposte di Raffaele mi sono arrivate in un documento drive condiviso, su carta intestata e con grafica Fifth Beat.

Ed è per questo motivo che ho voluto lasciare e riproporre i colori dello studio di design, per restituire ai miei lettori, la cura dei dettagli di Raffaele.

Parto da una domanda personale che racconti “quasi” sempre. Sei cresciuto a Ciampino, ne parli con toni poco entusiasti, “un posto bizzarro”, “una Berlino sfigata” le tue recenti definizioni. Eppure mi sembra di capire che sei rimasto a Ciampino. E che questa periferia, alla fine, ti ha dato una spinta incredibile a fare tutto quello che stai realizzando. Quindi la periferia è stata una condanna o una sfida?

Ciampino non l’ho scelta, l’ho subita e ci ho messo anni a togliere questo rancore misto a senso di non appartenenza. La Ciampino degli anni 80 in cui sono cresciuto era un non luogo fatto di pendolari ammassati nella stazione dei treni nei giorni di pioggia a fare a spallate per un posto sotto alla pensilina; delle siringhe di eroina nel parchetto vicino casa, per cui a noi bimbi erano preclusi gli scivoli; dell’odore di cherosene degli aerei che ogni tanto sospendevano le conversazioni per 10 secondi con il loro fragore.

Nell’adolescenza prendevamo il 551, un bus che portava da Morena alla metropolitana per poi andare in centro. I ciampinesi dicono: “oggi pomeriggio andiamo a Roma? Oppure andiamo a Frascati o Albano?” Roma e i castelli romani hanno un’identità e un senso di appartenenza, a Ciampino ci capiti e magari ci resti, senza un motivo preciso. Non sei in provincia. Non sei in paese. Non sei in città.

Questa identità aperta, questo vivere in una membrana, è stato per me forse uno stimolo a cercare delle identità nuove. Non avendone una, ho provato a formarne alcune nella mia vita e ho scoperto il piacere della polifonia, cioè della pluralità delle appartenenze. Di certo sono lontano da chi rivendica un’identità nazionale, razziale, sessuale e culturale come asimmetrica rispetto alle altre.

Magari Ciampino tra 20 anni sarà Hipster. E io rimpiangerò il signor Tortorella, emigrato siciliano che vendeva i coriandoli alle feste in Piazza della Pace e mi regalava ogni tanto un po’ di pizza.

Raffaele, oltre ad essere un UX designer tu sei un imprenditore, sei il CEO di Fifth Beat. In tempo di Covid qual è il tuo stato d’animo in questo periodo?

È un periodo dove è difficile fare previsioni. Non che solitamente sia così facile, ma una parte del mio lavoro è oggi garantire la sostenibilità dell’organizzazione e non mi ero mai trovato prima a pensare a questo. Fifth Beat è cresciuta ogni anno in maniera naturale, grazie ai clienti che ci hanno scelto e all’impegno di tutte le persone che lavorano e collaborano con noi.

Io vivo questo momento provando ad alzare gli occhi dalla scrivania per immaginare il mondo che sarà. Alcune aziende oggi sono in survival mode perché è a repentaglio il loro modello di business; altre in adaptation mode perché stanno più o meno lentamente provando a cambiare; altre ancora in opportunity mode, perché questa situazione ha esaltato alcune delle loro caratteristiche preesistenti.

Io sono orgoglioso che, grazie al lavoro di tutti e alla nostra capacità di abbracciare il cambiamento, Fifth Beat non abbia fatto nemmeno 1 giorno di cassa integrazione. 

Il 22 e il 23 dicembre faremo il Beat Camp una unconference per parlare proprio di: LIFE IN A PANDEMIC WORLD e THE FUTURE WE’RE TRYING TO BUILD.

Da UX designer a imprenditore, appunto, ci racconti cosa volevi realizzare con Fifth Beat e cosa hai realizzato? 

Fifth Beat è nata come uno studio associato: 3 persone che si stimano e che vanno dal notaio con 1000 € e un panino con la mortadella (true story). Progressivamente è diventata una micro azienda e poi una piccola azienda.

Sono stato per tanti anni un dipendente e so che significa non avere stima del management o non credere nella direzione di un’azienda. Ora che prendere delle decisioni strategiche tocca a me ne sento il peso ma raccolgo la sfida: io mi impegno tutti i giorni a fare di Fifth Beat il contesto ideale dove ognuno possa esprimere il proprio talento. 

Per me è molto difficile fermarmi a pensare a che cosa abbiamo realizzato. Mi sembra sempre che ci sia tantissimo da cambiare e migliorare. 

Ci dai la tua definizione affettiva di etnografia?

Una definizione “affettiva”. Wow. L’etnografia è stata la passione della mia vita da studente universitario. La scelta di laurearmi in antropologia culturale con un professore che per me resta un modello nella relazione con gli studenti e nella voglia di innovare la didattica. L’incontro fortuito con James Clifford a Santa Cruz e alcune lezioni di metodologia della ricerca delle scienze sociali credo abbiano strutturato alcune delle forme del pensiero grazie alle quali provo a leggere il mondo.

Il dentro/fuori richiesto dall’osservazione partecipante, il paradigma epistemologico dell’etnografia da Malinowski agli anni ‘50, è una meravigliosa condizione limbica che avevo vissuto tante volte nella vita senza riuscire a dargli un nome.

Potrei dire che mi piaceva l’etnografia anche prima di conoscere il suo nome e sapere che era una disciplina. Quando con i miei da piccolo andavamo a fare la spesa in un posto a Grottaferrata per non annoiarmi osservavo tutte le persone tra le corsie e al banco e provavo a immaginare che case avessero, che persone frequentassero. Ogni tanto mi avvicinavo sorridente a fare delle domande ingenue (e nessuno dice “vai via” a un bambino) per sapere se le mie fantasie corrispondessero a realtà. Mia mamma mi vedeva dare confidenza ad estranei e si avvicinava scusandosi, ma solo una volta mi rimproverò davvero (mi lasciava fare, aveva capito che ero semplicemente curioso e non fastidio per gli altri).

Cosa significa per te “ricavare valore per il progetto”?

Il valore viene spesso confuso con la sua misura, che può essere economica (valore di stima o di scambio)

Io credo che la definizione di valore sia più profonda e connessa a una visione del mondo: è quello che riteniamo essere l’outcome adeguato di uno sforzo. Se mi alleno tutta la settimana per stare in forma e quando mi peso vedo che ho perso un kg, quel kg in meno per me ha un valore che giustifica tutte le ore di allenamento. Se è tardi, sono sfinito dal lavoro ma esco comunque per andare a trovare un amico e stare con lui, probabilmente quel momento tra noi ha un valore che bilancia o supera l’inerzia di restare a casa a riposarmi.

Per le aziende, che sono organizzazioni economiche votate prevalentemente al profitto, il valore è ogni cosa che le avvicina a incrementare o mantenere il loro profitto: ricavi, clienti più soddisfatti, più clienti, dipendenti più ingaggiati, meno costi, clienti più fedeli, qualità della vità dei dipendenti, qualità e sostenibilità del contesto in cui operano.

Per un team che vuole innovare prodotti e servizi è importante avere un allineamento prima di iniziare il progetto e capire insieme che cosa consideriamo valore: quale sarà l’outcome che vogliamo creare insieme. In base a cosa misureremo il successo del progetto e diremo che è andata bene, benino, maluccio, male male o benissimo?

Senza questo allineamento si parte con un debito profondo di intento. 

Sai che l’ascolto è uno dei temi che amo. E nei tuoi corsi parli proprio di ascolto attivo. A me pare che questa capacità si vada sempre più perdendo. Tutti abbiamo qualcosa da dire, da scrivere, ma, a mio parere, nell’ascolto avviene la vera comunicazione, si instaura una relazione. Quali sono gli aspetti più interessanti, secondo te, dell’ascolto?

L’ascolto attivo è uno skill difficile da sviluppare. Si può sviluppare, ma ci vogliono centinaia di ore di ascolto. Non è una di quelle cose che si apprendono sui libri, è come pilotare un aereo: le ore di simulatore di volo e proprio di volo ti abilitano a prendere i brevetti successivi. C’è stato un momento nella mia vita professionale in cui lavoravo in un team di prodotto facendo prevalentemente l’intervistatore. Nel 2008 ho condotto 416 interviste 1 to 1 in un anno. Riascoltando le registrazioni per annotare le frasi più importanti, mi accorgevo dei miei errori e di quanti spunti non avevo raccolto a causa di un ascolto superficiale.

Il mio punto di riferimento sull’ascolto attivo è Marianella Sclavi (il suo libro e le sue regole). L’idea che il ricercatore sia un esploratore di mondi possibili mi convince molto.

Come studio di designer fai/fate un gran lavoro di divulgazione, su MEDIUM avete scritto tanti articoli, poi avete pubblicato il libro 15X30, che riprende le risposte che avete raccolto sul web, adesso mi pare che il format prosegue con una domanda posta a molte persone. C’è qualche risposta che ti ha colpito più di altre e perché?

Non farmi fare la cattiveria di citare solo una risposta. Come sai 15×30 è un digest annuale: scegliamo 30 designer che vengono da background diversi e facciamo loro 15 domande (le stesse). È un progetto non profit pensato per la nostra comunità di pratica, curato da Fifth Beat.

Le persone che partecipano a 15×30 non sono retribuite, fanno un regalo a noi e a tutta la design community. In queste due edizioni tante cose per me sono state belle e preferisco non prenderne una in particolare.

È una domanda che sto facendo un po’ in giro. E mi capita perché da quando vivo lontano dal “centro” dove accadono le cose e dalle persone, in pratica sto molto sul web, leggo molti articoli però molti concetti ritornano sempre, descritti magari in forma diversa. Tu sei docente e sei anche sul campo. Hai una novità della disciplina che ti ha colpito o qualcosa di innovativo che tu vedi ma magari non è stato ancora sviluppato?

Credo che tutto il mondo della user research sia a una svolta, grazie al paradigma dell’atomic research. Gli ultimi due anni sono stati un fiorire di research repositories e in questo momento tutti i processi di discovery nelle organizzazioni devono trasformarsi in quella direzione.

A me stimola molto anche la community di research about systemic design. Ripensare a livello sistemico l’educazione, la sanità, la cittadinanza saranno le sfide di un mondo meno burocratico e più capace di valorizzare l’emergente.

Oppure la disciplina è ancora giovane e va bene studiare le basi?

La user experience design, in un contesto accademico, non è un campo di studi giovane ma direi neonato.

La linea di congiunzione tra il Bauhaus e il Royal College of Art è stata molto curva e discontinua. Per questo motivo il design stesso è diventato una disciplina accademica da pochi decenni, grazie a Bruce Archer e a tutta la generazione di design researchers che negli anni ‘60 hanno messo le basi affinché nascessero i Design Studies (formalizzati poi come rivista alla fine degli anni ‘70).

A tutte le persone che si avvicinano alla nostra materia faccio sempre 2 domande per capire che dialogo possiamo avere: 

  • Che differenza c’è tra arte e design?
  • Se avessi una bacchetta magica, la useresti per…

Spesso incontro persone che vogliono imparare un mestiere e i mestieri si imparano facendoli, a bottega. Il brutto della gavetta è che più impari un mestiere, più ti specializzi, più sei a rischio che il mondo cambi e che la tua specializzazione non sia più rilevante. Un corso o una facoltà servono a farti ragionare, a creare forme del pensiero per renderti una persona più antifragile.

Una delle citazioni di Picasso che adoro è “A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”

E per finire le ultime 3 domande di sempre.

Consiglia un libro

Faccio sempre fatica a rispondere a domande come questa. American Psycho di Bret Easton Ellis. Patrick Bateman è uno dei personaggi più stranianti di sempre.

Consiglia un brano musicale o un cd

OK Computer. È l’album che ascolto più o meno ogni 6 mesi da 20 anni.

Consiglia un film

Un film che alcuni dei miei studenti non hanno mai visto è Amadeus di Milos Forman sulla vita di Mozart (è un biopic, un genere che io vedo molto poco). Lo vidi per la prima volta da bambino e mi fece un po’ paura. L’ho rivisto un anno fa adorando il punto di vista scelto dal regista. Oggi un cliente mi ha citato questo momento di sceneggiatura, ispirato a una storia vera, di quando Mozart presentò all’imperatore Giuseppe II l’opera “il ratto del serraglio”.

Grazie!

Nel ringraziare Raffaele per essersi gentilmente concesso, vi lascio con una curiosità.

Cercando sul web Raffaele Boiano, si trova un’antologia delle poesie di Raffaele Boiano, poeta molisano nato e vissuto a Prata Sannita nel Novecento dal titolo Maledetto Natale. Non si tratta del nostro Raffaele, ma del nonno, erede Domenico Maria Lorenzo Boiano, di cui vi consiglio la lettura o quanto meno la prefazione del nostro Rainwiz.

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Tutte le interviste del blog.

Intervista a Claudia Busetto e Vincenzo Di Maria

Sono felicissimo di poter ospitare sul mio blog Claudia Busetto e Vincenzo Di Maria.

Claudia e Vincenzo sono due persone che ho conosciuto grazie ad Architecta. Quando Vincenzo si è lanciato nell’avventura della Presidenza dell’associazione io mi ero appena iscritto all’associazione.

Ed è davvero incredibile come entrambi, professionisti, compagni di vita, colleghi si compensino a vicenda.

Chi è Vincenzo Di Maria?

Come Vincenzo racconta sul suo profilo LinkedIn Vincenzo Di Maria è

un service designer, formatore e facilitatore con esperienza internazionale. Partner di commonground Srl, uno studio di service and experience design con sede a Bologna. Il suo lavoro si concentra sulla progettazione dei servizi e sulle esperienze cross-channel, con approccio al design olistico, giocoso e incentrato sulle persone.

Inoltre, Vincenzo Di Maria è professore a contratto in Service Design presso l’Alma Mater Studiorum Università di Bologna e collabora con altre istituzioni educative in tutta Europa.

le sue competenze sono la ricerca progettuale, problem solving, co-design, prototipazione, facilitazione creativa, progettazione di servizi, design centrato sulle persone, processo di innovazione aperta, coaching e formazione professionale.

Per approfondire potete visitare il suo sito personale.

Chi è Claudia Busetto

Claudia Busetto è un designer con forti capacità comunicative. Ed è una persona molto concreta. il suo approccio progettuale come leggiamo dal suo profilo LinkedIn è

radicato nel comportamento delle persone e nella loro capacità di comprendere e utilizzare prodotti e servizi. Uso strumenti e metodi di diverse discipline per organizzare informazioni complesse e tradurre i risultati in linguaggi significativi.

E se volete conoscere meglio Claudia Busetto potete visitare il suo sito personale.

Chi sono Claudia e Vincenzo?

Claudia e Vincenzo sono i fondatori di commonground, uno studio di service design con sede legale a Siracusa e sede operativa a Bologna, dove abitano e lavorano tra tortellini e alta velocità. 

Intervista per il blog

Qui è dove Vincenzo e Claudia mi raccontano del loro “common ground“, con le loro rispettive risposte.

Raccontatemi la vostra definizione affettiva di Design Thinking.

Claudia: Di solito lo definisco “buon senso ingegnerizzato”.

Vincenzo: Per me il Design Thinking è esplorazione di possibilità non ancora conosciute, pensiero sperimentale e analitico che si alternano in un unico processo. A volte “Design Thinking” è un termine scivoloso che viene diluito e perde di senso nella negoziazione con i clienti. Noi siamo progettisti anche nella pratica, il nostro common ground è il pensiero progettuale anche se veniamo da percorsi ibridi e abbiamo background differenti.  

Quale parte del vostro lavoro vi piace e vi diverte maggiormente? Quali sono i vostri strumenti di lavoro?

Vincenzo: Mi piace affrontare problemi e progetti sempre diversi, cambiare prospettiva in base al settore, alle richieste dei clienti o ai collaboratori con i quali lavoriamo. Da quando le attività di collaborazione digitale si sono intensificate anche a causa della pandemia da COVId-19 alcune piattaforme come Mural e Miro sono diventate fondamentali per il nostro lavoro, rispondendo all’esigenza di visualizzare a distanza. 

Claudia: Io lavoro volentieri nel “dietro le quinte” e uso molti editor di testo, sia per scrivere che per progettare – spesso in html. Da una parte amo fare tutto ciò che è concreto e immediatamente applicabile, per esempio analisi di usabilità o l’architettura dell’informazione di un sito: è bello vedere un cliente soddisfatto perché gli hai dato in mano qualcosa che può modificare da subito e con poco. Dall’altra mi piace molto progettare format per i nostri corsi e workshop, in un certo senso scrivere le sceneggiature delle esperienze che proponiamo ai nostri clienti. 

Design Thinking e intelligenza artificiale.

Cosa ne pensate? Questa è la nuova frontiera?

Vincenzo: L’intelligenza artificiale cambierà il nostro modo di gestire la complessità, nella vita personale e in azienda. Il Design Thinking ha il ruolo di interrogarsi se una cosa abbia senso o meno ed esplorare alternative: non sempre l’intelligenza artificiale sarà la risposta ai problemi dell’uomo e della nostra società. Se messa a servizio della creatività umana sarà un grande vantaggio per tutti, se invece saremo noi a piegarci con dinamiche progettuali utilitaristiche alle leggi della tecnologia o alla massimizzazione degli algoritmi rischieremo di perdere la nostra libertà. Design thinking è rivoluzione, non indottrinamento.

Claudia: Più che con il design thinking vedo forte il legame con la psicologia e la comunicazione. Mi chiedo se potrò mai discorrere con Alexa come fa Joaquin Phoenix nel film HER, e non so dire se sarà un bene o un male.

Progettare è un atto politico

Durante il lockdown mi è stato chiesto di parlare di architettura dell’informazione. Si è trattato di una introduzione. Alla fine, c’è stato il momento delle domande e del confronto e alla fine siamo arrivati alla Politica, all’organizzazione di una città. Il mio pensiero è andato a voi e alla vostra visione politica del design.

Vincenzo: Progettare è un atto politico, come votare, acquistare, mangiare. Significa scegliere che forma dare alle cose, che processi e che materiali usare, quante linee di codice scrivere, che affordance dare alle esperienze, con un occhio all’impatto sociale e alle conseguenze ambientali.

Progettiamo le gioie e le frustrazioni quotidiane di migliaia di persone: abbiamo tutti le nostre responsabilità, ma quando progettiamo siamo chiamati a scegliere con maggiore consapevolezza. Scegliere di lavorare con la PA, il terzo settore o le PMI potrebbe suonare come una scelta poco strategica dal punto di vista della scalabilità dei modelli di business, ma sono questi i progetti che generano cambiamento nelle persone e nelle organizzazioni.

Claudia: Amo l’idea di un design democratico, che migliora la vita delle persone al di là dei soldi che possono spendere, e i migliori esempi sono nei servizi pubblici, come il fascicolo sanitario elettronico. Ma anche fare un bonifico o comprare un biglietto del treno da un’app è qualcosa di rivoluzionario, per chi si ricorda come funzionava prima. Con i prodotti è più complesso: IKEA parla di “design democratico” in quanto accessibile, ed è vero che oggi possiamo circondarci di oggetti belli e poco costosi come mai prima d’ora, appianando -almeno in apparenza- i nostri dislivelli sociali. Ma dobbiamo anche considerare i lati nascosti delle produzioni fast, partendo dal principio che se qualcosa è bello ma costa poco significa che il prezzo che non pago io lo sta pagando qualcun altro (per esempio i lavoratori nelle fabbriche in Asia). 

Comunità di pratica

Durante il vostro mandato nel board di Architecta ricordo che avete molto puntato sul concetto di comunità di pratica. Intanto cos’è per voi una comunità di pratica? E quali sono, secondo voi, gli elementi fondamentali e/o le difficoltà per gettare le fondamenta di una comunità di pratica?

Vincenzo: Una comunità di pratica fa e condivide ciò che impara facendo. Non è una think tank o un’organizzazione istituzionalizzata, bensì è un organismo fluido che dipende dall’energia dei suoi componenti. Una comunità di pratica è basata su interessi comuni e reciproci, si nutre di curiosità e voglia di condivisione, agisce in modo capillare e inclusivo. Ma ricordiamoci anche che il concetto stesso di comunità di pratica nasce in ambito accademico dove visibilità, prestigio, voglia di emergere e invidie alimentano rivalità e fanno fluire l’energia dei singoli, che anno dopo anno si mobilitano portando dentro entusiasmo e un pizzico di ingenuità. Serve anche questo per mantenere viva la comunità, sono cicli vitali, un’evoluzione costante.  

Claudia: per me Architecta è stata fondamentale, prima come luogo di scambio e supporto reciproco, poi per sperimentarmi in ruoli nuovi. Credo che il vero vantaggio di una comunità di pratica sia l’avere uno spazio protetto in cui mettersi alla prova, una specie di sandbox in cui prototipare nuove cose. La difficoltà maggiore per me è che non si può certificare a priori la qualità: se siamo tutti accomunati da un interesse verso una disciplina ciò non significa che siamo tutti ugualmente bravi a fare le cose, e allora come faccio a sapere che questo corso o questo workshop, proposti pur con molta passione, funzioneranno davvero e varranno i soldi spesi?

Problemi e soluzioni

Quando una azienda o un professionista si trova bloccato nel proprio lavoro o su un progetto spesso questo è dovuto alla difficoltà di capire il problema vero. Avete qualche consiglio o metodo da consigliare per andare al nocciolo della questione e al problema principale? 

Claudia: anni fa una mia cara amica che lavorava da libera professionista mi disse “ricorda che i clienti iniziano a dirti la verità al terzo incontro”, e anche se sembra assurdo aveva ragione. Credo che sia un problema culturale, abbiamo difficoltà a riconoscere di avere un problema, di averlo qui e ora, e a chiamarlo con il suo nome. Abbiamo avuto clienti che ci pagavano per trovare cosa non andava, salvo poi, nel momento della condivisione, passare il tempo a giustificare ogni cosa come temporanea o passeggera. Il linguaggio è un secondo ostacolo, spesso le incomprensioni nascono dal modo in cui parliamo, dal nostro essere poco chiari mentre definiamo i perimetri. Io suggerisco di ripartire proprio dalla comunicazione, utilizzare il linguaggio per fare chiarezza e dare il buon esempio, fin dalla scrittura del preventivo. Dobbiamo essere onesti noi, nel chiamare le cose con il loro nome.

Vincenzo: Comprendere il problema è la vera sfida, la soluzione viene da sé e poi va scaricata a terra con le dovute competenze. Quando Archimede esclamò “Eureka!” lo fece in seguito a un lungo processo di ricerca, in un momento di distrazione e pensiero liminale, un momento cuscinetto tra ricerca e intuizione geniale. “Ha trovato” perché stava cercando. I problemi vanno indagati a fondo, risalire alle radici o cause profonde con la tecnica dei 5 perché può aiutare, così come saper ribaltare un insight o un problem statement in opportunità progettuale usando la tecnica denominata How might we…?

A volte però i problemi non riguardano il progetto ma il processo e le dinamiche di collaborazione: in questo caso visualizzare e proiettare scenari, flussi e modelli aiuta ad aumentare la consapevolezza condivisa del problema e a “vedere” soluzioni possibili.  

Sulla progettazione

Tempo fa ho parlato con un architetto (non dell’informazione) su un suo progetto extra lavorativo. Guardando il risultato finale non trovavo il perché di quel lavoro, le motivazioni o gli obiettivi. Ho chiesto e la risposta disarmante è stata che non c’era risposta a queste domande. Quello che vedevo era quello che era venuto fuori. Mi chiedo e ti chiedo. Intanto se ti è capitato anche a te – É possibile che anche tra i professionisti manchi una cultura della progettazione? E come pensi si possa diffondere o creare questa cultura.

Vincenzo: Le Corbusier diceva che la differenza tra un artista e un architetto sta nel fatto che l’artista prima produce un lavoro e poi cerca di venderlo, mentre l’architetto o progettista segue l’iter opposto. Mi diverte il fatto che alcuni progettisti siano eclettici e imprevedibili, che il loro atto creativo sia un flusso di coscienza paragonabile a quello di molti artisti che seguono la propria ispirazione, è un pensiero che libera l’immaginazione. Detto ciò le implicazioni progettuali su un ambiente costruito o piattaforma digitale, sull’usabilità di un’app per il cellulare o sulla chiarezza di una bolletta telefonica possono avere effetti devastanti. Non progettiamo case o cose, progettiamo comportamenti e reazioni.

Per questo ci chiediamo il perché di ciò che facciamo, pensiamo alle persone che useranno il nostro prodotto/servizio e al contesto in cui lo faranno. È una questione di sensibilità, progettare per le persone e per gli ecosistemi è molto più complesso che progettare e basta. Per questo ci occupiamo spesso di formazione e divulgazione tra università e conferenze di settore.   

Claudia: C’è una barzelletta Yiddish su due commercianti di salmone in scatola, uno ne vende una grossa partita all’altro, che lo assaggia e scopre che è andato a male. Infuriato, chiama il collega che gli dice stupefatto “ma no, non dovevi mangiarlo, questo salmone è solo per vendere-comprare, vendere-comprare!”. Negli anni ho visto molti progetti nascere senza nessun particolare motivo se non “far lavorare i fornitori”, che è un altro modo per dire che l’economia deve girare, e morire senza senza lasciare un impatto. Non è la situazione ideale, ma succede, e credo di capirlo ora che ho una società e faccio i conti con spese che prima non c’erano. Ancora meglio possiamo capirlo in questi tempi di pandemia.

Di viaggi, relazioni e sfide

Avete viaggiato e lavorato all’estero, così come in Italia, da nord a sud. Siete andati via, tornati e poi ripartiti. Al sud siamo senza speranze? 

Claudia: Ho vissuto a Siracusa 3 anni e mezzo e una delle cose che ricordo con più chiarezza è il sistema relazionale come cardine di tutti gli scambi, professionali e non: che è estremamente affascinante, ma può rivelarsi controproducente se cerchi di lavorare con equidistanza, è difficile fare un preventivo o anche chiederlo, avere delle tariffe fisse, tutto sembra sempre contrattabile. E più si cerca il rapporto personale più è difficile sviluppare un approccio collettivo, ragionare su un’etica del lavoro, sviluppare -scusa il termine retrò- una coscienza di classe. Al sud molte cose possono funzionare benissimo, dipende da quanto quello che offri è percepito come rilevante: noi offriamo un’attività di consulenza che non costa poco, per risolvere problemi con cui molti sono abituati ormai a convivere… forse il problema è semplicemente saper aspettare che i tempi siano maturi.

Vincenzo: Dico “sud” e mi viene in mente la parola “sfida”, entusiasmo e passione misto a fatica e ostacoli da superare. Al sud ci sono nato, in un piccolo paese che il Montalbano televisivo ha reso celebre. Poi ho seguito la mia curiosità, non sono scappato ma mi sono scoperto un cervello in transito, l’Europa è il mio paese e la dimensione di confronto internazionale ha avuto una forza d’attrazione maggiore dell’etnocentrismo che accompagna molti di noi Siciliani. Roma, Londra, Lisbona e un viaggio di 11 anni tra studio, lavoro, progetti e connessioni. Poi il ritorno a Siracusa, per provare a diventare un Mediterranean changemaker, fare la differenza e tessere progetti di innovazione su una tela già carica di colore. Al sud si lavora il doppio e si guadagna la metà, può funzionare solo se si è disposti a investire personalmente e professionalmente, serve una grande determinazione e capacità per rendere sostenibile il progetto. In Sicilia serve più confronto tra professionisti del settore, altrimenti si rimane soli e le conversazioni diventano un noioso monologo nel mezzo di un mercato affollato di gente distratta, tra una granita e la voglia di ripartire.   

E per finire le ultime 3 domande più leggere.

Consigliate un libro, un brano musicale, un film.

Claudia: il libro è Bianco di Bret Easton Ellis, è del 2019 ma è un saggio che mi ha fatto riflettere molto sull’epoca in cui stiamo vivendo. Come canzone scelgo “I am di Awolnation”: è tra l’altro nella colonna sonora di un film di qualche anno fa, Veloce come il Vento.

Vincenzo: per il libro sarò autoreferenziale, ma a novembre 2020 esce su UXUniversity il mio primo libro che si intitola “Start Small: il service design per le piccole aziende”. Sul brano musicale sono impreparato, ma direi “Common people” dei Pulp, mi ha sempre fatto ridere e pensare. Il film che suggerisco infine è “Parasite” perché a Seoul ci sono stato e mi ha colpito molto, ma soprattutto perché le architetture fisiche spesso riflettono anche le architetture sociali che ci circondano. 

Intervista a Bianca Bronzino

Bianca Bronzino non avrebbe bisogno di presentazioni perché è già stata intervistata sul blog.

Ma se vi siete persi le puntate precedenti.

Bianca Bronzino è funzionario Innovazione presso ARET Pugliapromozione e di se stessa dice:

Matematica prestata alla comunicazione,
nel turismo ho (ri)trovato l’amore per le radici e per la bellezza pugliesi.
Considero una sfida fare ricerca e innovazione nella pubblica amministrazione e le sfide, si sa, si affrontano per vincere.
Le opportunità sociali degli opendata e il tuffo nel mare dei big data, le potenzialità del B2B e del B2C come “human2human” e la naturale propensione per l’architettura dell’informazione arricchiscono il mio campo di ricerca e approfondimento, che vivo con positività ed entusiasmo.
Presidente di Architecta, l’associazione nazionale degli architetti dell’informazione.

Ma ciò che, secondo me, caratterizza Bianca Bronzino è il fatto che è soprattutto una attivista.

Presidenza Architecta

In questi due anni di presidenza, Bianca Bronzino, ha riportato molte persone all’interno dell’associazione, ha saputo creare diversi gruppi di lavoro che favoriscono lo sviluppo di Architecta. Infatti, ho ritenuto doveroso intervistare nuovamente Bianca per la forte spinta che ha dato all’associazione.

E poi, ho insistito per questa intervista, anche perché in questo “strano” anno che è il 2020, l’associazione c’è stata, la comunità ha rinsaldato le fila e si è riscoperto il piacere di rivedersi e di risentirsi attraverso i webinar.

Uno dei problemi che vivono i professionisti del settore, infatti, secondo me, è la solitudine professionale. E in momenti come questi una associazione aiuta ad affrontare meglio la sfida quotidiana di chi vive in provincia.

Del fare comunità

Come ho detto alla presidentessa Bianca Bronzino io sono molto scettico sulla capacità di fare comunità solo online. Soprattutto al tempo pre-covid. Nel senso che, pensavo e penso, una comunità debba crescere attraverso il contatto fisico, attraverso relazioni di fiducia dirette e che poi si possa espandere anche online.

Forse non a caso, il tema del Summit dell’anno scorso (Summit 2019) è stato proprio “Progettare (per) le comunità“.

Il blog si è occupato di come sostenere una comunità ma anche

Intervista a Bianca Bronzino – Presidente Architecta

Ossia di comunità, di Architecta e di Summit 2020.

Anno 2019 e Anno 2020 Come racconterebbe Architecta questi due anni? Come sta la comunità di Architecta?

Parto col dire che Architecta è una comunità viva. È un’associazione nel vero senso della parola, fatta di persone che condividono idee, progetti e valori, oltre che la conoscenza e la passione per l’architettura dell’informazione e per lo user centered design.

Ho trascorso due anni di grande intensità. Non ho mai smesso di pensare, neanche per un solo giorno, ai nostri soci, alle nuove attività da organizzare, al lavoro quotidiano per dare nuova linfa ed energia alla vita associativa. Ogni giorno ho avuto modo di confrontarmi con persone di valore, che hanno voglia di mettersi in gioco e a disposizione di Architecta. È stata una vera palestra per me e per tanti altri soci. Un palcoscenico vivo, importante su cui misurarci tutti, me per prima, oltre che un riferimento per fare domande e trovare, spesso, risposte.

Abbiamo scelto di non dedicare tutto il tempo a nostra disposizione, sempre troppo tiranno, esclusivamente all’organizzazione dei Summit, che resta comunque l’evento più importante e intorno al quale la comunità si ritrova. No, abbiamo tirato fuori ogni mese qualcosa di nuovo, abbiamo cercato di spalmare le attività associative lungo tutto l’arco dell’anno. Perché Architecta deve vivere 12 mesi, ogni giorno. E non solo nella settimana del Summit. In questo modo, siamo riusciti a coinvolgere tante persone diverse su attività differenti. Abbiamo miscelato ambiti, conoscenze e competenze. Il WIAD, gli Accessibility Days, il Web Marketing Festival, il WUD, il Summit, i vari cicli di webinar, gli eventi delle comunità locali. E poi ancora i corsi e i percorsi di formazione dei nostri partner. Momenti preziosi in cui re-incontrarsi e rafforzare la voglia di stare insieme.

Summit 2020. Ci sarà? Quale il tema, se si può dire? Le difficoltà? Come si svolgerà?

Il Summit 2020 è previsto per il 5 dicembre. L’evento si terrà ‘onlife’. Speriamo di riuscire a organizzare anche qualcosa in presenza, a Bari, per portare l’evento al Sud per la prima volta. La conferenza sarà sicuramente online e speriamo di avere tanti spunti per progettare la ripartenza!

Abbiamo appena pubblicato la “call for speaker”, ispirata proprio alla complessità di questo 2020 così inatteso. “Design the Reboot. Reboot the Design” è il tema che abbiamo scelto.

Le difficoltà ora sono solo organizzative. Abbiamo progettato e svolto decine di webinar in questi mesi, ma vorremmo che l’esperienza del Summit fosse più coinvolgente e piena, più varia nelle possibilità di interazione e capace di lasciare il segno anche quest’anno.

Il tema del summit 2019 è stato “Progettare (per) le Comunità”. Quali sono i punti che ti hanno maggiormente colpito e quali, secondo te, gli spunti utili per la comunità di Architecta e per il suo futuro?

Il Summit del 2019 è stato secondo me un passo fondamentale nella rivitalizzazione della comunità di Architecta. I vari momenti di networking sono stati un seme importante, germogliato poi nei gruppi di lavoro che durante quest’anno hanno continuato a crescere. Se fosse stato possibile, avremmo replicato nel 2020 i Design Cafè, magari in un momento dedicato e in un posto più tranquillo. Avremmo coinvolto ancora le case editrici e riproposto i workshop dedicati a specifiche comunità (i freelance, i book club, le università…). Le case history sono state interessanti: periodicamente vado a rivedermi gli interventi per trovare spunti nel mio lavoro quotidiano.

Personalmente, in tempi pre covid, ero molto scettico riguardo la voglia di fare comunità. Dagli interventi al Summit, cosa è venuto fuori? Come stanno le comunità italiane? C’è davvero voglia di fare comunità? Oppure si preferisce coltivare il proprio orticello? L’era post covid ha cambiato qualcosa? Qual è l’aria che tira dal punto di vista di Architecta?

Fare comunità a prescindere non lo so. L’impegno in attività extra è davvero difficile da portare avanti. Ma sento e vedo tutti i giorni che le persone si fanno ancora coinvolgere facilmente, soprattutto se stimolate. Se hai passione ed entusiasmo, leadership ed empatia, spesso riesci a trascinare altre persone in un progetto, a stimolare conversazioni, a separare e tenere insieme quando serve. Lo noto nelle community sui social network, nei gruppi che hanno una motivazione forte, nelle “bolle” di persone che riescono a diventare autorevoli grazie alla reputazione che si costruiscono e alla fiducia che riescono a guadagnarsi tra i propri “amici” o follower. Credo che farsi portavoce di valori e interessi comuni possa essere ancora alla base di una comunità, e quindi di un’associazione come la nostra.

Niente summit estivo. Come ve lo eravate immaginati? Cosa ci siamo persi?

Ci siamo persi gli aperitivi al tramonto sul mare, sicuramente. E il desiderio di mettere in campo anche il mio ‘focus turistico’, accogliendovi in una delle terre più belle del mondo. Non ho potuto farlo così, continuerò a farlo per chi mi verrà a trovare, com’è già accaduto.

A parte questo, la Summer School aveva obiettivi diversi rispetto agli altri momenti classici della vita di Architecta. C’era il desiderio di coinvolgere e mettere insieme i nostri più fedeli partner della formazione e di creare insieme un percorso nuovo e unconventional sull’architettura dell’informazione e sulla progettazione human oriented. Vedremo in queste settimane cosa riusciremo a recuperare di quella organizzazione. Non tutto è perduto.

Progetti, nuove idee, cosa ci dobbiamo aspettare da Architecta?

In queste ultime settimane, ci siamo aperti alle comunità che ci guardano con interesse e curiosità dall’estero. Abbiamo scoperto di essere più speciali di quel che credevamo. Ci chiedono come facciamo a mantenere una comunità così attiva e coinvolta. Speriamo di riuscire a ospitare al Summit anche qualche relatore che arriva dalle comunità straniere. Inoltre, stiamo riprogettando la casa virtuale di Architecta: speriamo di avere il nuovo sito entro la fine dell’anno. Lasceremo al nuovo board indicazioni e suggerimenti per entrare subito nel cuore della vita associativa. Solo a quel punto io, Eugenio, Ivan e Chiara ci sentiremo davvero sereni per il lavoro fatto. Il WIAD arriva subito, febbraio è vicinissimo e sarà un bel momento per lasciare che il nuovo board entri nel vivo e porti Architecta ancora più lontano!

Grazie!

Ringrazio Bianca per il suo ottimismo e per le sue prospettive che ci fanno ben sperare anche in questi tempi duri che stiamo affrontando.

Il Summit 2020 – Design the Reboot. Reboot the Design.

Il 2020 è un anno difficile. Di sofferenza, disorientamento e nuove esperienze. Sono saltati tutti i parametri, gli schemi, le certezze acquisite. Ognuno chiuso in casa propria, poi finalmente fuori con forme rinnovate e diverse di interazione. Con le persone e lo spazio circostante.

È in questo contesto che espressioni o attività come “la ricerca con le persone”, “i test in presenza”, “i team meeting” hanno assunto significati nuovi, a volte imprevisti. Si sono evolute sia sul piano semantico sia per tecnologie applicate.

Viviamo tempi difficili, ma abbiamo di fronte tante incredibili opportunità di crescita. E discipline come l’Architettura dell’Informazione possono fare la differenza.

Cosa significa oggi progettare la ripartenza?

Che spazio occuperanno l’architettura dell’informazione e lo human centered design nell’aiutare le aziende a risollevarsi e nel ripensare prodotti e servizi in tempi di pandemia?
Che ruolo avranno nella nuova vita “normale” delle persone?
Quali sfide ha di fronte il design, imprevedibili fino a pochi mesi fa?

Intervista a Stefano Bussolon

Ho conosciuto Stefano Bussolon su Twitter nel 2014. Allora era molto attivo e discuteva di psicologia delle masse. Lui oggi ha dimenticato, giustamente, quelle discussione. Io le ricordo perché erano gli anni in cui twitter mi dava grandi soddisfazioni ed erano i tempi i cui voracemente leggevo e studiavo chiunque si definiva architetto dell’informazione.

Psicologo, dottorato in scienze cognitive, docente in Interazione Uomo Macchina presso l’Università di Trento, UX designer, si occupa di ricerca con gli utenti, di architettura dell’informazione partecipativa, di responsive interaction design e test di usabilità.

Attivissimo sui social, Stefano Bussolon è il fondatore del gruppo Usabilità e Architettura dell’informazione. Un gruppo composto da oltre 2500 membri e frequentato da professionisti e studiosi della disciplina. Per chi invece vuole conoscere meglio le tematiche di cui si occupa è consigliato leggere il suo blog.

La ricerca della Felicità

Ci sono tre video che vi consiglio di vedere e ascoltare di Stefano Bussolon. Io ci ritorno ogni tanto, per ripasso e perché Stefano va alle radici delle questione di cui si occupa. E dunque i suoi contenuti non diventano mai vecchi abbastanza.

Se c’è una cosa che mi insegna Stefano, con la sua attività, è quella di andare sempre in profondità, di non farsi abbagliare dalla superficie, ma da architetto dell’informazione, andare alla ricerca delle fondamenta.

Per cui vi consiglio di vedere o rivedere

Ciascun intervento è sempre stimolante e mai banale. La mia sensazione mentre parla e scrive è quella di dover andare a studiare un paio di libri per andare a fondo di quello che lui sintetizza.

La newsletter

Da un po’ di tempo a questa parte Stefano Bussolon ha una newsletter.

Ho chiesto a Stefano, nell’intervista, perché iscriversi alla sua newsletter. E Stefano risponde chiedendo ai miei lettori di dare una occhiata e se vi sembra interessante iscrivetevi.

Io, invece, consiglio di iscriversi alla sua newsletter perché, secondo il mio parere, Stefano Bussolon ha la grande capacità di essere trasversale: traccia linee di ricerca tra argomenti paralleli molto interessanti e costruisce archi di relazione che senza di lui non riesci a vedere. Ogni lavoro di Stefano è prezioso.

Intervista a Stefano Bussolon

In questa intervista mancano tutte le mie curiosità sulla relazione uomo macchina. Ci arriveremo. E spero che Stefano resti disponibile per una seconda intervista sul tema. In questa intervista ho voluto approfondire più il suo essere psicologo.

Da Psicologo a User experience designer. Da dove nasce questo legame e l’inizio di una nuova professione?

Nasce dall’intersezione di due passioni. Il mio primo calcolatore fu un Commodore 128, credo fosse il 1986. Da allora la passione per la tecnologia non mi ha mai abbandonato. Nel frattempo ho studiato psicologia, e ho identificato due ambiti in cui le due passioni potessero convergere: l’intelligenza artificiale (negli anni ‘90 mi appassionai di reti neurali) e l’ergonomia (grazie anche al maestro Sebastiano Bagnara e alla caffettiera di Donald Norman). Poi venne il primo sito internet (del dipartimento di psicologia di Padova) nel ‘97. Il resto è storia 😉

Quale parte del tuo lavoro ti piace e ti diverte maggiormente? Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Mi verrebbe da dire la parte psicologica. È per questo che, ad esempio, adoro fare ricerca con le persone. Ed è per questo che mi appassiona studiare gli aspetti motivazionali e cognitivi che stanno alla base delle attività e delle esperienze delle persone.

Strumenti? Hardware: Portatile con linux (da un paio di mesi ho montato linux mint xfce), tablet e smartphone android, e-reader da 10 pollici con pennina. Software: lettori pdf dove posso annotare, editor di testo (geany, che sto usando per scrivere queste risposte, non tocco word o simili da lustri), shell-riga di comando, markdown, pandoc, html, css; javascript, java, un po’ di python, R, sqlite, postgres, redis, git, meld, chrome, firefox, filezilla (che non amo), freeplane, inkscape, obs studio. Potrei continuare 😉

Qualcuno sostiene che l’esperienza non si può progettare. Definiamo il concetto di esperienza e cosa possiamo progettare?

Sul tema ho scritto un paper: The X Factor – Defining the Concept of Experience pdf. Esperienze ed attività sono eventi. Ne parlo all’inizio del mio insegnamento: L’experience design

Possiamo pensare alla progettazione di un funnel come manipolatorio?

Quando ti ho conosciuto online grazie a twitter, avevi ingaggiato una discussione con un utente sulla manipolazione delle masse. Il recente documentario The social dilemma ha evidenziato questa manipolazione. Intanto mi incuriosiva se hai proseguito lo studio. E poi mi chiedevo quanto l’architettura dell’informazione possa essere manipolatrice.

Confesso di non ricordare la discussione, e non ho visto il film e non ho approfondito l’argomento. È possibile manipolare le persone? Diciamo che è possibile usare delle tecniche di Nudge, che possono spingere le persone a fare alcune scelte rispetto ad altre. E se queste spinte sono finalizzate solo agli interessi di chi spinge, senza preoccuparsi del benessere, e dei bisogni di chi è spinto la cosa è molto poco etica.

Ultimamente parli spesso di fluenza cognitiva. Magari è solo colpa degli algoritmi della mia bolla. Spieghi ai mie lettori cos’è la fluenza e perché è così importante dal tuo punto di vista?

Provo a fare un esempio. Qualche giorno fa ho fatto un video di 3 minuti spiegando che UI non è UX. Alla fine del video, ho invitato le persone ad iscriversi alla mia newsletter. Con mia grande sorpresa il video ha ricevuto quasi 150 like.
Le persone che in questi giorni si sono iscritte alla mailing list sono 8. 27 quelle che mi hanno chiesto l’amicizia su linkedin. Perché? Perché io, da bauco, non avevo messo il link alla mailing list. Digitare l’url era più sbatti (termine tecnico) che cliccare “aggiungi contatto”.

Gli esseri viventi sono degli economisti, che calcolano costi e benefici delle loro attività. Fine ultimo dell’ux design è massimizzare i benefici che il prodotto o servizio può portare, minimizzando i costi, in termini di risorse – materiali e immateriali – di tempo, di sforzo cognitivo, di attenzione e così via. La fluency (io l’ho tradotta fluenza, forse sarebbe più corretto fluidità, ma a me piace meno) è la valutazione di quanto costoso sia un task, ed è influenzata da aspetti percettivi, linguistici, di immaginabilità, di choosability (facilità nel decidere), di sforzo cognitivo. Una interfaccia con un buon livello di fluenza riduce i costi esperienziali. E dunque la fluenza è uno degli obiettivi dell’ux design. Parola d’ordine: meno sbatti per tutti 😉

In questo momento di distanziamento sociale mi pare che si abbia ancor più bisogno di comunità. Da psicologo e architetto dell’informazione come vedi tu le relazioni tra persone?

Eh. Bel tema. A me piace molto l’idea del telelavoro, e mi piacerebbe che il 2020 innescasse davvero una cultura di decentramento territoriale – so che tu mi capisci, vista la tua collocazione geografica. La cosa però può funzionare solo se da una parte le persone trovano degli spazi per poter lavorare, dall’altra non si distruggano le relazioni sociali. In ambito lavorativo, credo che la soluzione sia quella di Automattic, azienda che ha sposato radicalmente lo smart working ma che alcune volte all’anno fa dei meeting soprattutto per rinsaldare i rapporti sociali (credo che Erin Casali ne abbia scritto). Per le relazioni personali, forse in questo periodo sarebbe il momento di dare una maggiore importanza ad un numero più ristretto di relazioni più profonde. Sperando che non passino troppi anni prima di poter tornare a fare i sani assembramenti di una volta.

“La progettazione, se fatta bene, fa guadagnare soldi e risparmiare tempo.” Perché questa affermazione è così difficile da veicolare?

Risposta secca: perché in molti, fra quelli che decidono progetti risorse e budget, sono convinti di essere capacissimi di fare progettazione fatta bene anche se non è il loro lavoro. E, cosa forse più grave, anche molti fra coloro che hanno aggiunto UX al loro profilo linkedin spesso hanno le idee confuse.

Parliamo della tua newsletter. Come iscriversi, Perché iscriversi? E come sta andando?

Da ottobre ad oggi ho pubblicato 12 articoli. Perché e come iscriversi: date un occhio alle cose pubblicate, se le considerate interessanti, in fondo ad ogni articolo c’è la form, basta la mail ed eventualmente nome e cognome. Sta andando che ha da poco superato i 300 iscritti. Considerando che tratto anche temi quali l’etica di Aristotele, Darwin e la psicologia evoluzionistica, direi che non mi posso lamentare.

Tempo fa hai fatto notare che studiando sui libri si nota una certa ridondanza delle informazioni. I concetti chiave sono gli stessi e magari visti in maniera diversa. Confermi questa tua impressione? Come vedi l’architettura dell’informazione del futuro?

Confermo: non leggo libri di UX, IA. Leggo post, via facebook, linkedin, medium, feed rss. E studio articoli scientifici sui temi che – a mio avviso – stanno alla base di quelle discipline. L’IA e la UX del futuro le vedo grounded: radicate nella tecnologia più importante, sviluppata nel pleistocene. La persona. E dunque sto sviluppando l’idea di cognitive information architecture, di grounded ux design, di fluenza e flusso di esperienza ottimale.

E per finire le ultime 3 domande più leggere.

Consiglia un libro

I libri de “Il trono di spade – Cronache del ghiaccio e del fuoco” di George R. R. Martin mi hanno preso un casino. Non ho ancora visto la serie, vorrei prima finire i libri (ho finito il quarto, mi sto tenendo lì il quinto).

Consiglia un brano musicale o un cd

Brani: King Crimson – Starless – YouTube, e questa versione live di “While My Guitar Gently Weeps” – YouTube, dove Prince spacca di brutto 😉

Album: qualsiasi cosa dei Pink Floyd.

Consiglia un film

Una serie che adoro: The Mentalist.

Grazie!

Ringrazio ancora Stefano Bussolon per questa intervista e per le sue risposte. E alla prossima!

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Intervista a Simone Borsci

Questa settimana intervista a Simone Borsci, ricercatore, assistant professor presso l’Università di Twente, regione nell’est dei Paesi Bassi, la parte più orientale e urbanizzata.

Simone Borsci è un professore ma è anche un ricercatore puro. Non è facile trovare notizie su di lui senza andare a leggere le numerose ricerche che ha condotto.

Se si vuole indagare sulla sua carriera accademica e lavorativa è necessario visitare la pagina dell’Università a lui dedicata.

Qui facciamo solo una piccola sintesi, per quanto possibile.

Interessi e campi di ricerca di Simone Borsci

Simone Borsci si occupa di Prototyping, Information Technology, Cognitive Development, Usability, User Experience, User Studies, Interaction Designing, Design Thinking, Rapid Prototyping.

I campi di ricerca sono

i Fattori umani ed ergonomia; HCI / HRI, interazione con tecnologia e artefatti, studi di usabilità e accessibilità, analisi dell’esperienza utente in contesti informatici ubiquitari, modellazione del comportamento umano, servizi per la salute e la disabilità e design del prodotto, abbinamento di persone e tecnologia, ricerca qualitativa e quantitativa della psicologia applicata utilizzando multivariato e tecniche statistiche predittive.

Le sue esperienze lavorati e le sue competenze riguardano il mondo dell’User experience in progetti innovativi e all’avanguardia. Ha lavorato e continua a lavorare in progetti interdisciplinari con particolare attenzione, per la sua parte, all’usabilità, UX e fattori umani, sia in ambito accademico che industriale.

Ricerca e insegnamento

Dal 2008 fa ricerca e insegna presso alcune delle migliori università europee.

Insegnante di psicologia dell’apprendimento e della disabilità, presso l’Università degli Studi di Perugia. Ricercatore presso Human Factors Research Group dell’Università di Nottingham, per il progetto Live Augmented Reality Training Environments (LARTE) con Jaguar Land Rover. Ricercatore presso la Brunel University dove ho svolto ricerche su diversi argomenti come le tecnologie dei dispositivi medici e le prospettive degli utenti. Dal 2015 al 2018 Fellow e co-lead dell’unità Human Factor del NIHR DEC London presso il dipartimento di chirurgia e cancro dell’Imperial College. E come dicevamo all’inizio adesso è professore presso l’unuiversità Belga.

Simone Borsci ha una vasta esperienza nella progettazione di studi etnografici, test a distanza e in-house / di laboratorio e nella progettazione e utilizzo di questionari di indagine, pensiero ad alta voce, focus group e interviste.

Attualmente si occupa di

  • integrazione dei fattori umani e dell’economia sanitaria per la valutazione e lo sviluppo di dispositivi medici;
  • il concetto di fiducia nell’uso;
  • metodi di valutazione dell’usabilità e della UX per VR / AR e strumenti medici;
  • interazione uomo robot ;
  • interazione con interfacce conversazionali e chatbot.

Passione per il proprio lavoro

Ma forse per capire la passione per l’insegnamento e il metodo di lavoro di Simone Borsci è necessario leggere un suo recente post (ottobre 2020) che ho trovato sulla sua bacheca social.

Ogni anno in questo periodo prendo tutti i contenuti delle mie lezioni. Seleziono circa il 20% che non posso o non voglio cambiare, butto via tutto il resto e ricomincio da capo. Ogni anno è più difficile…ed è faticoso non cadere negli schemi già utilizzati. Ma questo mi obbliga sempre a cercare un modo nuovo o diverso, non sempre migliore, per dire le stesse cose.

Intervista a Simone Borsci

Simone non ne parla, ma tra le altre cose ha scritto un libro insieme a Masaaki Kurosu, Stefano Federici e Maria Laura Mele. Un libro introvabile di cui consiglio il formato Kindle. Computer Systems Experiences of Users with and Without Disabilities: An Evaluation Guide for Professionals (Rehabilitation Science in Practice Series) (English Edition).

In questa intervista apre a scenari di ricerca davvero affascinanti. E questa intervista è un po’ come uno dei miei primi summit di Architecta, quando mi sono sentito un po’ sovrastato dall’immensità delle cose da studiare.

Di cosa ti stai occupando in questo periodo?

Da circa un paio di anni mi sto occupando sempre di più di intelligenza artificiale e società ibride per intendersi quelle in cui persone e AI collaborano nelle decisioni.

Tutto il mio lavoro, se vogliamo riassumerlo attorno ad un punto focale, è centrato su un tema: come valutiamo l’interazione (con qualsiasi cosa dell’artefatto al sistema complesso) sia a livello micro (individuale) che a livello di macro (sociale) in modo da avere misure che ,al di là di oggettivo e soggettivo, siano affidabili, comparabili e replicabili in modo da permettere a chi sviluppa per esempio un servizio di avere evidenze empiriche riguardo le ripercussioni e l’impatto di quel servizio su chi lo utilizza, ma anche su chi lo amministra (insomma i famosi stakeholders).

Fra le altre cose ho lavorato e sto lavorando molto sui Chatbot  e come valutarli, anche grazie all’aiuto degli amici di userbot.ai, ma anche sulla realtà virtuale e aumentata. Mi ci è voluto un po’ ma ora abbiamo un moderno sistema di simulazione di guida nel mio laboratorio, che per il resto era già veramente avanzato. Il prossimo passo è avere una CAVE di realtà virtuale, per simulare il virtuale nello spazio fisico.

Inoltre sto cercando di indagare dal punto di vista cognitivo il concetto di distrust (che non è esattamente l’opposto di fiducia) verso le tecnologie.

Quale parte del tuo lavoro ti piace e ti diverte maggiormente?

Confrontarmi con le persone, dagli utenti di qualsiasi età, ai designers, dal fisico teorico al medico di base ed essere continuamente esposto a sistemi e concetti complessi, a problematiche reali e a soluzioni innovative, questo per me equivale a non annoiarsi mai. Non puoi neanche immaginare i lavori a cui ho detto no, anche allettanti, perché sapevo già che mi sarei annoiato.!

Inoltre, ho il piacere di insegnare che è un compito essenziale di chi fa ricerca, formare e far crescere nuovi esperti, questo mi mantiene giovane e mi permette sempre di riscoprire concetti e approcci che magari avevo letto o studiato in passato ma a cui non avevo dato peso, o di cui non avevo colto l’importanza. Dovendo insegnare secondo me riscopri le basi, e se sei fortunato anche nuovi temi da investigare.   

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro quotidiani?

Per fare ricerca nel mio campo, quello dell’ergonomia cognitiva, servono tre strumenti essenziali: Conoscere i metodi, avere immaginazione e tanta resilienza al fallimento. Credo che questo valga per chiunque faccia ricerca. Per il resto dal punto di vista tecnologico, certamente servono conoscenze degli strumenti di statistica e di programmazione. Infatti, oggi nel campo della psicologia applicata serve collaborare con ingegneri ed esperti informatici e saper programmare un codice in diversi linguaggi è una capacità importante, soprattutto se si vuole fare ricerca con tecnologie avanzate e comprenderne il potenziale impatto.   

Ti sei occupato di chatbot rivolti a persone disabili. Da quanto ho letto i risultati non sono stati entusiasmanti.

Si, purtroppo, quando si parla di chatbots ed in generale di AI c’è tanto sapere tecnologico e pochissima metodologia di ricerca e questo è un problema. Infatti, non esistono ancora (ci stiamo lavorando) modi per comparare e valutare l’interazione con AI, dai robots ai chatbots.  

Ci puoi raccontare questa ricerca?

La ricerca che abbiamo condotto è stata una analisi sistematica della letteratura che ha rilevato come, anche in campo medico riabilitativo, il criterio principale di valutazione della qualità di un chatbot sia principalmente centrato sul misurare quanto quello strumento sia efficace a far migliorare un paziente, senza considerare per esempio, se a livello di esperienza utente il chabot sia soddisfacente o comunque lasciando fuori aspetti importanti o peggio misurandoli in termini di opinione invece che tramite misurazioni valide.

Questo  suggerisce che, esistono molti strumenti chatbots o assistenti digitali basati o meno su AI che sono ottimizzati per aiutare un paziente a riabilitarsi o una persona con disabilità a sviluppare una competenza, ma il come questo avvenga da un punto di vista qualitativo non è dato saperlo, ne sappiamo se uno dato tool è migliore di un altro, perché quando i sistemi vengono valutati in modo estremamente soggettivo o con metodologie non validate diventa difficile effettuare analisi comparative.

Pensi che con l’avvento dei chatbot siano tempi duri per l’usabilità. 

No, anzi il contrario. L’intelligenza artificiale ha bisogno di usabilità, forse anche di più che di fiducia. Uno dei temi dell’AI a livello internazionale è appunto come assicurare la trust (fiducia) verso i sistemi e la trustwortiness (la capacità di ispirare fiducia), che sono concetti bellissimi, ma purtroppo vuoti, perché il come misuriamo la fiducia ,quando parliamo di tecnologie e soprattutto tecnologie intelligenti, è un’incognita.

Quello che sappiamo è che l’usabilità è una componete della fiducia verso le tecnologie, ma questo è solo uno degli aspetti (diciamo il lato umano) della relazione con le AI, poi c’è tutto il lato come disegniamo le AI per ispirare fiducia (senza scadere nella persuasione e nei dark patterns) e poi c’è il lato oltre lo specchio: come rendiamo consapevole una AI che non sta ispirando fiducia, in modo che adatti o cambi il suo comportamento in base ai contesti e alle reazioni degli utenti?

Tutto questo è fortemente legato all’usabilità e all’interazione fra uomo ed artefatti, per cui ci sarà bisogno di allargare le definizioni di usabilità, accessibilità ed user experience, e di costruire con il tempo metodi nuovi per valutare l’innovazione. 

Cosa pensi si stia trascurando nello sviluppo dei chatbot.

Qui la risposta è semplice, la valutazione sistematica sia a livello oggettivo che soggettivo, proprio perché mancano gli strumenti per farlo e spesso non ci si pone il problema di utilizzare metodologie trasparenti, valide e comparabili. Questo è un serio problema, perché è solo tramite la standardizzazione dei metodi di valutazione e quindi la possibilità di comparare i prodotti fra di loro, in termini di funzionalità, usabilità, accessibilità ed esperienza utente in maniera affidabile ed accurata che si riesce a far crescere un settore ,offrendo cioè la possibilità di “misurarsi” con gli altri servizi o prodotti e comprendere cosa funziona e cosa no.

Dall’analisi dell’esperienza utente di VR, realtà aumentata e applicazioni mobili in contesti informatici ubiquitari, ai chatbot.

Qual è il filo conduttore per il tuo lavoro?

Il filo conduttore è lo scambio con i sistemi e dentro i sistemi. Quale impatto hanno i sistemi su di noi dal punto di vista psicologico? Quale è l’impatto dei sistemi sulla società? Come ottimizziamo i sistemi per renderli resilienti?

Un esempio che magari chiarisce di cosa sto parlando è il da Vinci Robot per operazioni chirurgiche, in un recente articolo[1] viene sottolineato come questo strumento sia diventato negli anni una tecnologia sempre più affidabile e precisa dal punto di vista tecnico, ma che la vera differenza nel migliorare le prestazioni chirurgiche con questo strumento è dovuta alla capacità acquisita nel tempo dai chirurghi e dallo staff medico di anticipare i limiti dello strumento ed evitare possibili malfunzionamenti. E’ questa intersezione fra uomo e macchina che è al centro del mio interesse.     

[1] Rajih, E., Tholomier, C., Cormier, B., Samouëlian, V., Warkus, T., Liberman, M., … & Valdivieso, R. (2017). Error reporting from the da Vinci surgical system in robotic surgery: A Canadian multispecialty experience at a single academic centre. Canadian Urological Association Journal11(5), E197.

Ti sei sempre occupato dell’avanguardia dell’user experience e di temi diciamo di nicchia. Come ti vedono i colleghi?

Spero bene, certo non è sempre facile comprendersi quando si è in mezzo a differenti comunità da quella psicologica, a quella dell’interazione utente tecnologia ed ergonomica a quella medica, per cui faccio spesso enormi sforzi per farmi comprendere e per comprendere terminologie che sono simili ma con significati e sfumature diverse a seconda dell’interlocutore e del suo campo. Anche pubblicare i risultati diventa spesso un esercizio complesso, quando si è in mezzo a diverse comunità e ci si occupa di temi che sono nuovi, o poco conosciuti in una specifica disciplina ma con un po’ di sforzo ci si riesce.   

Se senti il peso della solitudine oppure prevale la curiosità su temi tutti da esplorare. (ovviamente penso anche alle differenze tra Italia e Inghilterra e al mondo dell’accademia che è completamente diverso)

Non sento il peso della solitudine, certo dopo tanti anni all’estero prima nel Regno Unito ed ora nei Paesi Bassi, l’Italia e le sue bellezze mancano, un po’ meno le sue sicure incertezze a livello di società; ma dal punto di vista lavorativo ho costruito negli anni un solido network di amici e colleghi con cui interagisco costantemente e con cui porto avanti temi sempre interessanti, potendo permettermi di vedere innovazioni e idee sempre molto avanzate.

Quali sono i temi caldi del prossimo futuro a cui pensi bisogna stare attenti?

Sicuramente l’integrazione dell’AI nelle nostre società, che non è solo un tema tecnologico ma anche e soprattutto sociale, quale sarà l’impatto a livello individuale e collettivo non è solo un tema legato alla qualità delle tecnologie ma anche al quadro normativo che si sta già costruendo a livello Europeo.

Inoltre, la diffusione sempre più massiccia di realtà aumentata e strumenti di realtà virtuale al grande pubblico, che può avere effetti molto positivi ma anche negativi sulla psiche e che devono essere anticipati e mitigati. In questo contesto è necessario cominciare a parlare di design responsabile, nel senso che cerca di anticipare e mitigare a priori gli effetti negativi di una tecnologia.

E per finire le ultime 3 domande più leggere.

Consiglia un libro

Donald Hoffman: The Case Against Reality: Why evolution hid the truth from our eyes.

Consiglia un brano musicale o un cd

il testamento di Tito (De André ovviamente nella versione PFM).

Consiglia un film

Memento di Christopher Nolan.

Simone Borsci al WUD Roma 2020

Per chi vuole conoscere meglio Simone Borsci è possibile seguire i suoi interventi al WUD Roma 2020.

Il primo sarà un caso di studio su Dark patterns e dispositivi medicali. Mentre il secondo intervento di Simone Borsci sarà un Keynote con Katy Arnold, Head of User Research, The Home Office Gov UK su Inclusione: oltre i miti e le leggende.

Dark patterns e dispositivi medicali

I professionisti suggeriscono che la fiducia verso i sistemi (TTS) potrebbe essere modellata dalla progettazione. Per esempio: un prodotto che appare (anche prima dell’uso) utilizzabile e utile dovrebbe generare un alto livello di TTS post-utilizzo;
prodotti esteticamente gradevoli possono influenzare le persone prima dell’uso della sintesi vocale, ovvero le persone tendono a fidarsi del prodotto dal design estetico più che del prodotto meno piacevole. I produttori possono progettare la fiducia come parte dell’esperienza con un prodotto anche prima che gli utenti finali inizino a utilizzare la loro tecnologia o servizio comunicando strategicamente e rendendo visibili e riconoscibili alcune caratteristiche o elementi del design rispetto ad altre (meno attraenti) caratteristiche.


Come conseguenza delle tecniche di progettazione e comunicazione, gli utenti possono essere attratti dall’acquisto di un prodotto prima del suo utilizzo perché ritengono che il sistema sia ben progettato, affidabile e dotato di funzionalità in linea con le loro esigenze, anche quando questo sistema non è affidabile .
Questo lato oscuro della fiducia sarà al centro di questo discorso. Basandosi sugli studi attuali sulla fiducia, verrà proposta una definizione di TTS per colmare il concetto di fiducia ed esperienza. Inoltre, saranno presentati i dati preliminari di uno studio internazionale in corso sulla fiducia nei confronti dei dispositivi sanitari per uso domestico per evidenziare l’importanza della fiducia prima dell’uso di strumenti ad alto rischio selezionati e gestiti da utenti laici.

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Intervista a Raffaella Roviglioni

Questa intervista a Raffaella Roviglioni nasce dalla mia curiosità su come è andato l’Euro IA 2020.

Raffaella, oltre ad essere un’amica, è una delle UX reserchear più affezionate all’evento europeo che riunisce tutti gli architetti dell’informazione d’Europa.

Raffaella Roviglioni

Ho conosciuto Raffaella durante il mio primo Summit di Architecta e da allora l’ho seguita con grande stima come professionista.

Per me è stata un modello, perché nonostante ci si veda solo in eventi del settore, per me è una bella persona. Lei è coinvolgente. Ha passione per quello che fa e appassiona chi la circonda. Quando sta con le persone ha sempre un sorriso per tutti. Un po’ per il carattere, un po’ perché è una grande professionista, ti mette subito a tuo agio con la sua empatia. E tutti le vogliono bene (almeno per quello che riesco a percepire).

Le sue interviste, (ne ha concessa una molto bella a UX on Sofà di Maria Cristina Lavazza), ti mettono di buon umore, perché racconta un lavoro che ama, che la entusiasma e che immagino la diverta molto.

Il sito e il blog di Raffaella Roviglioni

Ai tempi, quando io ancora non avevo un blog, lei lo aveva e i suoi articoli erano molto concreti. Poi, come mi ha raccontato nell’intervista che segue, ha smesso di scrivere per il suo blog. E dunque le sono ancor più grato per l’intervista concessa.

Oggi Raffaella Roviglioni è Head of Discovery del team di Fifth Beat. Uno studio di designer con base a Roma davvero eccezionale. MI piacerebbe intervistare davvero tutti i ragazzi del team, uno a uno. Al momento, sono in attesa di una risposta da parte di Raffaele Boiano, il fondatore e attuale Ceo. Spero di poter parlare meglio di questa realtà di alta qualità nel mondo dell’User Experience italiana.

Talk Euro IA 2018

Raffaella è stata relatrice allo European Information Architecture Summit (EuroIA) nel 2018 con un talk sull’intelligenza artificiale applicata alla user research, dal titolo “IA vs. IA: will robots be better researchers than us?”.

Ed ogni anno invita tutta la comunità a partecipare e a farsi avanti. Cosa che consiglio anch’io perché ciascuna proposta inviata viene letta da tre esperti che danno un giudizio sulla proposta. Il bello è che nella risposta si trova sia ciò che gli piace che ciò che non piace. Quindi anche se vieni scartato, più o meno volontariamente indicano una strada di studio interessante da intraprendere. Un momento, secondo me di grande crescita.

Anche quest’anno Raffaella è stata partecipe all’Euro IA, come spettatrice online, ed ho chiesto a lei come siamo messi e quali sono le prospettive dell’architettura dell’informazione.

Ovviamente non potevo perdere l’occasione di chiedergli qualcosa sul suo lavoro e sui suoi progetti.

Il WUD Roma

Altro intervento molto bello che voglio segnalare è poi il suo intervento al WUD Roma 2015. Nel Talk Raffaella spiega che l’innovazione è un effetto collaterale della progettazione fatta bene.

E cosa che dobbiamo ripetere ancora oggi, anche ai professoroni, è che senza ricerca non si può progettare bene o come dice, Stefano Bussolon, senza ricerca non è User EXperience.

Intervista a Raffaella Roviglioni

Tu fai ricerca sulle persone. Ti piace sempre quello che fanno le persone? Faresti a meno di conoscere certi aspetti delle persone?

Mi piace sempre comprendere cosa fanno le persone e perché, anche quando non risuona con il mio modo di pensare e di fare. Anzi, a maggior ragione quando sono distanti dal mio modello mentale, questa immersione nel loro mondo mi permette di capire cose che vanno oltre il mio.

No, non farei mai a meno di conoscere quanto posso, anche quando sia sgradevole, irritante o preoccupante.

Fare ricerca non è esplorare un mondo ideale e trovare solo bellezza: è conoscere la realtà delle persone e avvicinarsi il più possibile alla loro verità.

Quale parte del tuo lavoro ti diverte maggiormente?

Il contatto con le persone durante la ricerca. È anche incredibilmente drenante in termini di energia e concentrazione, ma è quello che mi soddisfa sempre di più, alla fine.

Ma devo dire che grazie alla mia esperienza con Fifth Beat mi sto divertendo tanto anche a fare coaching e mentoring sulla ricerca alle nostre figure più junior.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Carta e penna, post-it, lavagna, registratore. E le loro versioni digitali, soprattutto in questo periodo, ovviamente.

Poi le piattaforme di trascrizione e di coding, come Condens, che ci aiutano a essere rigorosi nella parte di analisi.

Da quando hai cominciato la tua formazione sulla ricerca degli utenti ad oggi, cosa è cambiato? Sei cambiata tu? È cambiata la disciplina? È cambiato il mondo?

La mia sensazione è che sia cresciuta la consapevolezza che lo svolgere attività di ricerca con le persone sia parte del processo di progettazione human-centered. Mi riferisco alle aziende, soprattutto, che sono i nostri clienti.

È cresciuta quindi la richiesta di ricerca, ma -ahimé- non vedo altrettanto velocemente crescere la qualità e la professionalità di chi la eroga.

Io sono decisamente cambiata: ho aggiunto esperienze di ricerca in ambiti particolari e contesti sfidanti (ad esempio grazie al lavoro con organizzazioni delle Nazioni Unite, in Africa); ho ampliato lo spettro di tecniche a cui ricorro, e sto lavorando, dentro Fifth Beat, per stilare processi interni di lavoro e definire gli standard che adottiamo; mi sto occupando anche di ambiti di Research Ops, di supporto al lavoro dei ricercatori.

Sono anche cambiate le esigenze di alcune aziende, che ci chiedono di essere parte attiva della ricerca e non solo recettori dei risultati finali, e questa è la direzione che trovo più interessante al momento.

C’è un momento o ci sono momenti della tua vita professionale che ti hanno fatto fare balzi in avanti?

Me ne vengono in mente solo due: il primo, quando ho lasciato il mio lavoro da agronoma e ho iniziato a lavorare come web editor, nel 2008. Più che un balzo, un salto nel buio!

Il secondo, nel 2018, quando ho deciso di chiudere la mia esperienza da freelance per entrare in Fifth Beat come Head of Discovery. Le sfide e le opportunità che mi si sono aperte da allora mi hanno messa alla prova da tanti punti di vista e mi hanno fatta crescere molto velocemente, credo. Un conto è essere una ricercatrice senior, un altro è avere la responsabilità di un gruppo di persone, di gestire la loro crescita, trasmettere loro metodo, struttura e passione per questo lavoro. Essere un punto di riferimento è una grossa responsabilità, e un onore.

Ma il blog? Ricordo che quando ho cominciato ti avevo preso come modello. I tuoi articoli mi piacevano molto. Perché hai smesso di pubblicare? E riprenderai a breve?

Per una questione di priorità. Il blog ai tempi mi è servito per riflettere su quanto stavo apprendendo, soprattutto, e provare a fare un minima divulgazione alle persone sul nostro lavoro.
Non mi ci sono mai dedicata seriamente, come se fosse un vero progetto, e non penso di riprenderlo, a dire il vero. Ma ho in cantiere un altro progetto molto più interessante 😊

Il primo articolo che scriveresti per ricominciare?

Se mai lo facessi, probabilmente parlerei del nuovo progetto, ma per ora acqua in bocca!

Come è andato EURO IA Edizione 2020 ? Come è messa l’architettura dell’informazione a livello Europeo?

Quest’anno si è svolto interamente online ma la qualità degli interventi e dei relatori è sempre rimasta alta.

Quali sono i punti che maggiormente ti hanno colpito quest’anno dell’Euro IA e quali i punti su cui gli speaker hanno puntato maggiormente?

Il tema, Hope, si è prestato a molte interpretazioni diverse ma imperniate tutte a comprendere come, da designer, possiamo contribuire a superare le crisi che stiamo vivendo nel quotidiano.

Un filo rosso che ha unito molti interventi che ho seguito è stata la visione eco-sistemica della progettazione, sempre più necessaria perché lavoriamo su sistemi complessi e non isolati. Questo significa che ci dobbiamo formare maggiormente su come progettare questi ambienti, tenendo in considerazione un contesto che è molto più ampio di quanto tendiamo a credere, sia noi che i nostri clienti.

Un altro aspetto molto presente negli interventi è stata l’inclusività, tema piuttosto caldo negli ultimi anni. Si è discusso di come riuscire a tenere in considerazione la diversità delle persone sia nella ricerca che nell’ideazione e progettazione di prodotti e servizi, adottando accorgimenti e linee guida.

Infine, c’è stata molta attenzione al tema della sostenibilità, vista come insita nel focus sulla speranza: allargare la consapevolezza del nostro impatto come progettisti, includendo anche riflessioni in termini di sostenibilità ambientale e sociale.

In tempi da coronavirus e distanziamento sociale le interviste di ricerca diventano sempre più difficili da fare. Intanto cosa pensi tu, che sei fortemente empatica, di questa definizione “distanziamento sociale” e poi come stai superando o come ti stai attrezzando per le interviste in questo periodo?

Sul distanziamento sociale non penso di avere un’opinione particolarmente originale: è necessario, in questo momento, per contenere i contagi e quindi va applicato. Sulla sua definizione non ho nulla da dire, lo ammetto 😊
Io ne risento tanto soprattutto perché ci ha tolto gli abbracci tra amici e colleghi, che per me sono fondamentali e rinvigorenti.

Nel mio lavoro ha significato saper modificare la ricerca, fin dal primo momento, da remoto, ma non era una cosa nuova per noi. Da anni svolgiamo ricerca a distanza, anche per progetti internazionali che richiederebbero spostamenti e viaggi onerosi. Chiaramente le interviste da remoto sono diverse da quelle di persona, ma non sono necessariamente peggiori. Ti faccio un esempio: nell’intervista di persona spesso si sceglieva un setting neutro, quindi una sala riunioni o un laboratorio; nelle interviste remote le persone si collegano quasi sempre da casa (soprattutto in periodo di lockdown) e quindi posso intravedere qualcosa della loro vita che di persona mi sarei persa. Una piccola incursione etnografica in un’intervista che magari non lo prevedeva.

E per finire le ultime 3 domande che faccio a tutti

Consiglia un libro

Doing Ethnography di Giampietro Gobo. (su Amazon) Preziosissimo per approfondire la ricerca etnografica in modo esaustivo, scritto con un taglio davvero molto comprensibile.

Pare sia fuori produzione, quindi si trova su Ebay anziché su librerie online. [ndr. Si trova su Amazon, anche in versione Kindle]

Consiglia un brano musicale o un cd

Grazie ai colleghi millennials mi sono svecchiata e consiglio piuttosto Spotify 😉

Il Discover Weekly è la mia funzionalità preferita, che mi aiuta a scoprire brani e artisti. Vi consiglio Lullatone, tra gli ultimi.

Consiglia un film

Se ve lo siete persi, 1917 di Sam Mendes è un meraviglioso film di guerra, molto introspettivo, come piacciono a me.

Grazie!

Nel ringraziare Raffaella per la sua disponibilità e per le sue parole, spero di sapere al più presto sul suo nuovo progetto di cui non ha voluto dire nulla. Sono molto curioso e sarebbe stato bello scoprire lo scoop sul blog. Nello stesso tempo però non mi dispiace restare all’oscuro, perché questo mi darà l’occasione di chiedere una nuova intervista.

UXThis! L’occhio del designer – Intervista a Marco Buonvino e Luana Donetti

Sapete cos’è “UXThis!L’occhio del designer? Si tratta del nuovo blog di Marco Buonvino e Luana Donetti che si trova su Medium.

Loro lo presentano così.

UXthis! è una raccolta di esempi concreti e quotidiani di prodotti e servizi, il cui disegno dell’esperienza utente è affetto da qualche problema.

Lo scopo di UXthis! è utilizzare esempi reali per invitare i lettori a riflettere in modo critico sul concetto di esperienza utente e sul ruolo del design per creare un’interazione usabile, semplice e memorabile.

UXThis! Da cosa nasce ?

UXthis! nasce da un’idea di Marco Buonvino (marcobuonvino.it) e Luana Donetti che, durante la preparazione dell’esame di interazione uomo -macchina nel corso di Teoria e Tecnologia della Comunicazione dell’Università di Milano-Bicocca, si sono resi conto che non avrebbero mai più visto il mondo (comprese le maniglie) allo stesso modo.
La precedente versione con i vecchi articoli di UXthis! sono reperibili su Tumblr.

Leggendo queste righe il progetto mi ha molto incuriosito, iniziando a leggere i primi articoli. Poi ho ascoltato Marco Buonvino nel podcast di Nois3 ed ho voluto intervistarlo.

Ovviamente in compagnia di Luana Donetti, coautrice di UXThis che vi consiglio di seguire. Buona lettura!

Luana Donetti e Marco Buonvino

Intervista doppia a Marco Buonvino e Luana Donetti su UXThis

La sensazioni di molte persone che non riescono a comprendere cosa sia l’architettura dell’informazione o l’ux design è quella di un gruppo di persone che non vuole farsi capire. Tu sostieni che parte del lavoro è anche raccontarsi. Qual è il vostro parere?

Marco – Io penso che i designer, in particolare quelli che lavorano nell’ambito digitale, siano molto bravi a discutere delle diverse branche della disciplina nella community ristretta fatta di soli designer. Esistono davvero tanti articoli che cercano descrivere le differenze fra IA, IxD, UX, UI, SxD e così via.

Molti designer si definiscono unicorni, ma sappiamo che gli unicorni non esistono (mi dispiace per chi ci credeva!). Io sono dell’idea che un designer debba inserirsi in un contesto concreto e reale, portando valore con le sue competenze e la sua attitudine alla progettazione.

Questo significa che il designer deve saper collaborare con altre persone provenienti da domini differenti, ad esempio business oppure tecnologia. Se invece non è in grado di far capire il proprio valore, allora ha un grande problema perché resterà una creatura eterea come, appunto, un unicorno.

Luana – penso che discussioni ed elucubrazioni in gergo abbiano senso entro le community, numerose, dove amiamo spaccare il capello in quattro. La filosofia UX serve, ma ammetto che alle volte ho la sensazione se ne faccia abuso per il gusto di “mostrare”, o la si tenga volutamente velata di mistero per il timore di essere derubati della propria competenza.

La nostra filosofia va spiegata senza essere troppo gelosi della propria conoscenza: il nostro scopo dovrebbe essere quello di rendere la vita più semplice e risolvere problemi. Saper diffondere, comunicare e insegnare il nostro approccio deve essere una nostra responsabilità.

Quali metodologie applicate nel vostro lavoro quotidiano. Ci sono metodologie che ritenete più potenti di altre? O che preferisci?

Marco – Esistono numerose metodologie di design, tutte valide perché portano l’utente al centro della progettazione. È altrettanto vero però che nessuna metodologia si può adattare completamente a un contesto lavorativo specifico: molte volte è necessario modellare gli strumenti e i processi che leggiamo sui manuali per adattarsi ai diversi problemi che incontriamo ogni giorno.

Io ho trovato utile provare a scomporre le metodologie in valori basilari, in modo da applicarli nei progetti quotidiani: early testing, iterazioni di divergenza e convergenza, rapid prototyping, co-progettazione… Al contrario, penso invece che un approccio troppo rigido o dogmatico non possa far altro che far sorgere resistenze all’adozione all’interno di gruppi eterogenei di professionisti.

A mio avviso, un bravo professionista deve conoscere bene le regole del mestiere e sapere quando rispettarle, infrangerle o aggirarle.

Luana – la metodologia più potente è porre l’utente, o meglio umano, al centro, quindi lo human centered design. Sembra banale parlarne ma non lo è, vedo ancora molti progetti e lavori dove le tempistiche tiranne sono limitanti e scoraggiano anche gli UXers più incalliti.

A farne le spese sono la parte di ricerca (es. Interviste individuali) e la parte di test di usabilità, entrambi punti di contatto importanti con la persona destinataria del prodotto o servizio, e ben inseriti nel processo di design thinking. La ricerca è il pilastro portante su cui fondare tutto il resto della progettazione, e portarla avanti è sempre possibile, non sono necessari grandi numeri da manuale psicologico.

La cosa importante è essere capaci di ritagliare i metodi a seconda del contesto e del caso su cui si lavora. Conoscere le metodologie e i tool a memoria è inutile se poi li facciamo fruttare soltanto nel caso ideale.
Sul lavoro i casi ideali, da manuale, non esistono mai.

Ci sono sempre dei compromessi e dobbiamo essere pronti non a subirli, ma a trasformarli in qualcosa di fruttifero per tutti gli stakeholder. Purtroppo non tutti hanno le capacità o anche solo la voglia di fare questo sforzo; il prezzo da pagare, in questi casi, è l’isolamento, sia nelle attività che nella mentalità.

Quale parte del vostro lavoro vi piace e vi diverte maggiormente?

Marco – Adoro prototipare. In particolare nelle fasi iniziali di un progetto, quando ancora si lavora a un basso livello di fedeltà. Mi piace l’idea di sperimentare, confutando o validando idee diverse, per incontrare le necessità di quelle persone che abbiamo identificato attraverso la ricerca iniziale.

Mi sento realizzato quando, con uno sforzo comune, il team riesce a risolvere il problema di qualcuno con una soluzione sia innovativa che semplice ed efficace. Sogno sempre di esclamare orgoglioso: “Si. Può. Fare!”, come il Gene Wilder di Frankenstein jr!

Luana – Mi piacciono particolarmente tutte le attività UX dove posso empatizzare con le persone: ad esempio durante le interviste di ricerca, nei workshop di co-design e durante i test di usabilità.

È illuminante se si resta aperti al recepire necessità e problematiche, entrando davvero nel loro contesto e rendendoli partecipi nel trovare la soluzione più adatta. Mi diverte capire poi come risolvere quelle problematiche ad alto livello e nel dettaglio, muovendosi tra i grattacapi di interazioni e usabilità.

Quali sono i vostri strumenti di lavoro?

Marco – I miei strumenti preferiti sono quelli che mi permettono di illustrare rapidamente un’idea anziché descriverla a parole. Odio le email e gli allegati; preferisco gli strumenti di collaboration come gDrive, Office365 e Trello.

Ho un debole segreto per GitHub, pur non avendo quasi capacità di compilazione di codice (in realtà sono innamorato del più ampio approccio Git). Il più delle volte basta però carta e penna per dare a un’idea una forma concreta e quindi condivisibile. Il prossimo strumento su cui voglio dedicare le mie forze è lo storytelling.

Luana – carta e penna, OneNote per memo e appunti organizzati, Skype o MS Teams, Mural e Sketch. Zeplin e InVision per la condivisione. E si, anche i post-it.

C’è una marea di strumenti disponibili oggi, ed è facile e divertente restare aggiornati. La cosa importante, per me, è che lo strumento faciliti e non ostacoli.

Il nostro lavoro è perfezionare e veicolare il contenuto, il tramite deve restare un divertimento che non tolga spazio alla creatività, collborazione, co-creazione, né pretenda di diventare il protagonista assoluto; il “tool invisibile”, come il computer di Norman.

Nasce UXThis. Quale la sfida o obiettivo vi siete prefissati?

Marco – Ho sempre visto UXthis come un modo per divulgare una disciplina che si mette al servizio delle persone, ponendole al centro e tentando di risolvere i loro problemi. Io e Luana siamo rimasti affascinati dal lavoro di Donald Norman sugli oggetti quotidiani: era meraviglioso scoprire quanta complessità e ragionamento ci fossero dietro alla progettazione di una maniglia o di una semplice porta.

E se riuscissimo – ci siamo chiesti – a trasmettere questa sensazione anche ad altre persone, raccontando esempi concreti vicini alla quotidianità di tutti? Forse riusciremmo a dare un piccolo contributo alla crescita della disciplina.

Luana – L’idea era partita ai tempi dell’università, quando ancora io e Marco studiavamo in Bicocca. All’epoca eravamo super nutriti di teoria e volevamo allenarci a concretizzare quanto assimilavamo. UXThis nacque su Tumblr, e fu il nostro primo tentativo di avvicinare filosofia e concetti al mondo reale e renderlo comprensibile a tutti.

Condividendo non solo le prospettive su diverse problematiche quotidiane ma anche spiegandone i “trucchi”, possiamo svelarci a tutte le persone e rivelare l’importanza di quelle filosofie che a prima vista sembrano lontane.

Personalmente sono sempre felice che anche altri si lancino nella comunicazione dell’UX. Ciascuno di noi ha un suo punto di vista ed è entusiasmante. Nello stesso tempo vedo frammentarsi le forze di una comunità che non è comunque numerosa. Voi come la pensate?


Marco – Nella community dei designer italiani c’è indubbiamente molta passione. Non è facile però creare un’identità unica perché, nonostante professiamo il contrario, dobbiamo ancora imparare a collaborare mettendo da parte il nostro ego.

Crediamo nella causa del buon design; abbiamo lottato per avere un posto ai tavoli decisionali. Ora molte aziende si stanno rendendo conto che il design dell’esperienza dei propri Clienti nell’utilizzo di prodotti e servizi, digitali e fisici, porta benefici e allineamento all’interno dell’organizzazione.

Per questo, dobbiamo mettere da parte tutta la combattività accumulata nel tempo e lavorare come un’unica categoria professionale, unificando i nostri valori e imparando a difenderci a vicenda.

Luana – credo che in realtà la comunità sia molto numerosa, ma frammentata in termini di competenze e, quindi, di focus. Facile che si crei rumore di fondo, e che l’ago della bilancia venga fatto pendere ora da un lato ora da un altro.

Attenersi al metodo e porre la persona al centro è necessario per non perdere di vista la nostra missione, aldilà di tutte le discussioni lecite: risolvere problemi, creare soluzioni, migliorare la qualità di prodotti, servizi e, infine, della nostra vita. Penso che questa sfida riguardi tutti, non solo gli UX; l’obiettivo è comune, sono i punti di vista ad essere compositi e, per questo, arricchenti.

Le resistenze del sistema sono ovunque. Spesso ci si sente soli. Mi pare che voi avete trovato una soluzione a questo senso di solitudine.
Raccontate, se anche voi vi siete sentiti soli, di cosa vi siete serviti per superare questo stato di solitudine?

Marco – Se ti senti solo in un sistema pieno di resistenze, allora forse ti trovi nel punto in cui servi di più. Più volte nella mia carriera mi sono sentito così (e sono sicuro che ci saranno tante altre occasioni in futuro!). Se sei da solo, sei come il pazzo che nuota contro corrente.

C’è qualcosa di inebriante quando invece trovi un’altra persona che inizia a comportarsi in modo diverso, un po’ più come te. E poi un’altra, e così via. Inoltre, lo scambio continuo con altri professionisti al di fuori dell’organizzazione aiuta a mantenere un giusto distacco per riconoscere là dove portare il cambiamento.

Servono però dei “porti sicuri”, in cui potersi sentire come a casa: i miei sono stati in passato il Milan UX Book Club e ancora oggi Architecta.

Luana – penso che nella vita la solitudine si superi non solo cercando coloro che si trovano nella stessa condizione, ma aprendosi e dando fiducia anche a coloro che arrivano da situazioni diverse. Nel lavoro penso valga lo stesso: non ci si deve chiudere ma aprirsi a tutti i team e le professioni, accogliere e accettare posizioni diverse e facilitare condivisione e comunicazione.

Conosco colleghi che si sono chiusi, un po’ per fattore culturale e un po’ per personalità; ho provato loro a spiegare che con il sospetto e la sfiducia non si costruiscono i team, al contrario, si ricevono sospetto e sfiducia di rimando.

Non è sempre facile restare aperti. Interagire con le persone è più difficile che interagire con pessime interfacce; siamo volubili, suscettibili, sensibili ed emotivi. Il che però è ciò che ci differenzia dalle macchine, e in quanto umani ognuno ha sempre la sua fetta di responsabilità nell’approccio, a prescindere da quello che gli altri gli creano intorno.

Penso che noi UX Designer potremmo (o dovremmo?) avere una marcia in più su questo versante, perché il nostro lavoro si basa proprio sull’empatia e il coinvolgimento. Dobbiamo impegnarci per usare questa empatia non solo con gli utenti ma anche con gli altri membri del team. L’esempio parte da noi stessi.

Bisogna cambiare un’intera cultura per riuscire a fare bene il proprio lavoro! Da dove cominciare?

Marco – A mio avviso il cambiamento di una cultura nasce dall’impegno nella quotidianità. È come una dieta: se vuoi dimagrire, inizi a mangiare meglio e a muoverti di più. Il raggiungimento del risultato è solo una questione di pazienza.

Direi quindi che la cosa più importante da fare è mantenere fede alla propria identità professionale, composta dal buon metodo, da una forte etica e, in massima sintesi, da una risolutezza serena e cristallina.

Luana – come dicevo, nel nostro lavoro il processo di miglioramento o di creazione comincia con l’empatia per la persona che userà il nostro prodotto o servizio. Anche a livello macro funziona l’empatia e l’ascolto del contesto per poter introdurre nuovi metodi e aprire a nuova mentalità. Piccoli passi, fatti ogni giorno, molta pazienza. E tanta perseveranza.

Progettare per tutti, progettare per ciascuno …

Marco – Se fosse semplice, non esisterebbe la nostra professione di designer! Progettare avendo in mente le esigenze di ciascuno, ognuno con le proprie caratteristiche, attitudini e anche vincoli, ci aiuta ad arrivare a progettare soluzioni di ampia scala, che possano aiutare un pubblico vasto ed eterogeneo.

Non è un approccio semplice da adottare, specie se nell’organizzazione esiste già un approccio più vicino al marketing di vecchia concezione. In quei casi bisogna diventare portavoce dell’esistenza di qualcosa che va oltre i semplici numeri, ovvero le storie delle persone.

Per creare una relazione fra persone e brand, non è più possibile tralasciare emozioni e relazioni, che devono essere integrate nel set di dati alla base della creazione di personas e archetipi. Attenzione però che, come descrive Kim Goodwin e come enuncia Alan Cooper, le personas non sono una rappresentazione degli utenti, bensì dei loro obiettivi: la possibilità di includere diversi tipi di personas con diverse necessità aumenta la possibilità di progettare per ciascuno.

In questa direzione, un esempio molto interessante è il lavoro svolto da Gov.uk per includere utenti con diversi tipi di disabilità.

Luana – la più grande sfida! Spesso ci illudiamo di poter accontentare tutti, o ci sentiamo in dovere di farlo. Piedi per terra e compromessi: si valuta caso per caso, contesto per contesto, si danno priorità e si evolve nel tempo. Il tutto e sempre non è sinonimo di successo, tantomeno di qualità.

Quello che credo è che la paura, anche in questi casi, sia foriera di cattivi consigli. Mi è capitato di vedere interfacce che, per timore di non soddisfare “la sottocategoria c della macro categoria b di utenti” includeva tutte le opzioni possibili, sempre visibili, anche quando non necessario. Inutile dire che la complessità era tale da rendere paradossalmente insoddisfatte tutte le personas.

Sei un papà/mamma, un papà/mamma UX. Com’è la UX genitorialità? Come migliorare la vita del proprio bambino?

Marco – Sì! È meraviglioso essere un papà! È una scoperta continua di un mondo che prima non era facile osservare.

Pannolini da cambiare, seggiolini da installare, tutine da asciugare, pratiche burocratiche da sbrigare… Tutte queste nuove cose ti riempiono la quotidianità e ti rendi conto di quanto sarebbe utile una guida pronto uso, che ovviamente non c’è! Ma la cosa più affascinante è come cambiano le cose che già facevi prima.

Come ascolti la musica, come guidi l’automobile, come usi lo smartphone, come ti muovi in città… Ripenso spesso al fatto che, in ambito di Inclusive Design, io potrei definirmi come un escluso temporaneo.

Avete mai provato a usare uno smartphone dallo schermo gigante (altrimenti detto “padella”), usando solo una mano perché con l’altra tenete in braccio la vostra dolce creatura?

Ecco, un paio di ammaccature sulla scocca del mio smartphone testimoniano che non è semplice tornare alla homepage di un’app che mette il back-button in alto a sinistra del mio schermo-padella.

Ovviamente non mi addentro nemmeno nel merito della psicologia cognitiva e della percezione degli infanti, perché altrimenti dovrei raccontare quante volte pensavo di averci capito qualcosa nella crescita del mio piccolo per poi scoprire di non averci capito niente! Spesso è meglio affidarsi all’istinto: la Natura è tra le migliori designer al mondo.

Luana – per il momento devo “passare” 😉 ma sono convinta che la genitorialità aiuti a vedere con altri occhi ciò che davamo per scontato, banale o semplice. Penso sia bello poter riscoprire il mondo e vederlo non solo con occhi diversi ma anche attraverso quelli di tuo figlio.

Penso che sia una seconda chance che la natura può darci, quella di rivedere tutto daccapo, dal vero inizio, di ricrederci, di sentirci smentiti, corretti, sfidati…forse un po’ stressati anche, ma pure molto amati.

Progetti presenti e futuri?

Marco – Al momento UXthis è il mio side-project principale, al quale si affiancano un paio di altre idee ancora molto immature. Una sinergia che voglio sviluppare è quella fra il metodo giornalistico e il Design Thinking (…and Doing).

Il primo è un approccio strutturato all’identificazione e al racconto della verità, attraverso il coinvolgimento di fonti e di persone nella raccolta di prove dimostrabili e ripercorribili da tutti. Il secondo è praticamente la stessa cosa, con un obiettivo diverso.

Ho studiato la deontologia giornalistica e mi affascina molto: noi, come designer, dovremmo confrontarci di più e trovare una nostra versione condivisa e diffusa di deontologia.

Luana – andare a fondo di contesti quali quello farmaceutico (in cui lavoro ora in Novartis) per avvicinarmi a migliorare la qualità della vita delle persone nel senso più stretto del termine.

In un futuro vorrei tornare a organizzare eventi dove si possa collaborare e contribuire a risolvere piccoli o grandi problemi dell’umanità, poter mettere il nostro tassello e renderci utili alle comunità, vicine o lontane che siano; siamo tutti collegati in qualche modo.

Mi piacerebbe fare uso delle filosofie orientali, dal pensiero olistico, per applicarle al nostro lavoro; trovo che tenere conto delle interdipendenze possa essere per noi un grande arricchimento, da occidentali abbiamo un pensiero molto più specifico, tanto preciso quanto frammentato.

Le ultime 3 domande

Consigliate un libro

Marco – Lascio perdere i manuali di design, altrimenti sarebbe troppo difficile sceglierne uno solo!

Mi sento invece di consigliare una graphic novel: “Tokyo Ghost“. In questa storia, viene rappresentato un futuro distopico in cui tutti sono assuefatti alla tecnologia e non riescono più a farne a meno.

Il protagonista maschile è talmente immerso nella realtà virtuale/aumentata che non ha più consapevolezza di sé, ma vuole solo vedere suoi show ricchi di spam. Quello che mi ha colpito non è tanto il percorso dei protagonisti, quanto il “mondo normale”, che è quello in cui rischiamo di finire se non impariamo a darci dei limiti e ad agire secondo un’etica condivisa.

Hyper reality è un’interessante visione di come questo mondo distopico potrebbe apparire nelle sue prime fasi di vita.

Luana – “The culture map”, Erin Meyer
Mi sta aiutando molto ora che lavoro all’estero e in un contesto internazionale, da Stati Uniti ad Asia passando per l’Europa. È ottimo per capire come lavorare in modo efficace quando ci sono diverse culture in gioco, aumentando la consapevolezza propria e del team.

Ma non è solo utile per chi lavora in contesti internazionali e tra 3 fusi orari; poter conoscere e comprendere anche altri modi di pensare e di ragionare è di grande ispirazione, e potrebbe aiutare a dare una giusta misura o qualche aggiustamento ai metodi che siamo troppo abituati ad usare per vederne le falle.

Consigliate un brano musicale o un cd

Marco – Direi “Moon Theme” di Hiroshige Tonomura, una canzone che visse cinque volte.

La canzone nacque come musica di sottofondo del livello ambientato sulla luna, nel videogioco DuckTales per NES. Il gioco è stato pubblicato nel settembre 1989 ed è classificato al n.10 dei migliori giochi per la console Nintendo 8 bit.

Negli anni, questa colonna sonora è diventata un vero culto, in particolare nelle discussioni su Reddit e in YouTube. La seconda vita della canzone è come meme. La versione originale è stata utilizzata per numerosi video (alcuni dei quali perfino controversi!) il cui tema comune è la sfida della forza di gravità.

Il tema è rinato una terza volta come cover da parte di numerosi gruppi musicali, appartenenti a vari generi. Esiste la versione rock degli Advantage, la versione metal di Daniel Tidwell, la versione a cappella di Smooth McGroove e, la mia preferita, la versione orchestrale di Laura Platt.

La canzone si è quindi diffusa in modo esponenziale. Disney si è evidentemente accorta della cosa e ha cavalcato l’onda nostalgica dando vita una quarta volta alla canzone nel 2013 in una versione remastered del videogioco originale e, infine, una quinta volta nel 2017 all’interno del reboot del TV show DuckTales, in cui diventa anche la ninna nanna che Della Duck canta ai suoi figli Qui, Quo e Qua (sì!).

Tutto questo per dire che varie community sul web hanno determinato la creazione di un culto che non è rimasto inascoltato e che vive ancora dopo trent’anni. E anche che conoscere i propri utenti, facendo una buona ricerca, ha consentito a Disney di creare un’esperienza memorabile per quei suoi spettatori trentenni, fan della serie TV originale del 1989 e del videogioco per NES.

Luana – “Destra Sinistra“, Giorgio Gaber.

Canzone sempre attuale e fantastica perché applicabile a tutti gli ambiti della vita: sottolinea la nostra tendenza a categorizzare fino all’esagerazione. Un ottimo invito ad osservare, osservarci e a fare un passo indietro. O a smetterla 😉

Consigliate un film

Marco – Mi viene in mente “Viaggio nella Luna” di Georges Méliès. Questo pezzo di storia del cinema è il risultato di una mente geniale e di un team appassionato che si sono approcciati a una tecnologia ancora senza regole e confini.

La padronanza dello strumento e la creatività nel piegare le regole esistenti hanno permesso la realizzazione di scene altrimenti impensabili. Probabilmente i precursori del web hanno vissuto emozioni simili mentre creavano i primi siti web.

Un esempio è quando Jeffrey Zeldman ha progettato nel 1994 una pagina web per Batman Forever: Jeffrey ha anche raccontato che a quei tempi non esistevano cose come design system, framework, approcci condivisi, o anche solo una pagina Wikipedia oppure un forum su cui studiare i trucchi del mestiere.

Non c’era niente eppure, come Jeffrey racconta nel Podcast di UserDefenders, ha realizzato un sito web di rara efficacia, che è entrato nella storia del web design.

Luana Blue Jasmine, di Woody Allen.

Di film meritevoli ne ho visti molti, e quando mi si chiedono queste cose la mia mente non sa mai scegliere!

Uno di quelli che preferisco di più è proprio questo, forse un po’ amaro alla fine, però aiuta a capire in quali paradossi ci si può trovare quando la rigidità dei propri schemi si scontra con la realtà. E quanto le storie che ci raccontiamo, il personaggio che ci siamo creati, positivo o negativo, sia determinante in larga parte del nostro destino, come profezie autoavveranti.

Che fare? Forse la chiave di tutto, quando quel tutto va storto, è proprio applicare su noi stessi uno storytelling diverso, poca fuffa, tanta flessibilità, e maniche rimboccate. Non si scrive un nuovo capitolo finché si resta sul precedente.

Grazie UXThis!

Concludo con un sentito grazie a Marco e Luana per l’entusiasmo e la celerità delle risposte. È stato un vero piacere poter dialogare con entrambi. E spero che sia stato utile anche per voi che mi seguite.

Alla prossima!

UXthis ha anche un account Twitter tutto suo @weareuxthis e se volete scrivere una mail lo potete fare all’indirizzo infouxthis@gmail.com .

Esiste anche una la pagina Facebook UXthis, che al momento è molto attiva.

Marco Buonvino, poi, è raggiungibile sul suo sito www.marcobuonvino.it, oppure sul suo profilo Twitter @marcobuonvino . Luana Donetti la trovate su LinkedIn e su Medium. Seguiteli e confrontatevi con loro. E se avete osservazioni o volete proseguire il dialogo, i commenti qui sul blog sono i benvenuti!

Grazie ancora e alla prossima intervista!

Biografia di Marco Buonvino

Marco è un appassionato di sketching a mano libera, videogiochi e fumetti. Lavora da 8+ anni nel campo dell’Experience Design. Ha costruito la sua esperienza lavorando in vari contesti: agenzia, startup, consulenza, grande azienda.

È stato mentor nel 2016 per il Master UX di Talent Garden, nel 2017 per Bologna Service Jam, nel 2018 per WUDrome. Ha inoltre guidato vari workshop per il capitolo milanese di Interaction Design Foundation e per gli UX book club di Roma e Milano. Ha co-organizzato l’ultima edizione del Service Design Drinks Rome.

Marco ha effettuato speech sullo UX design in occasioni fra cui: WIAD 2013, IAsummit 2013, Netcomm e-commerce forum 2014, Web Marketing Festival 2014, Sketchin Method Camp 2016, WUDmilan 2016, Salone del Risparmio 2019. Marco è anche stato ospite del primo podcast italiano incentrato sul design, Nois3 About Design.

Appassionato di usabilità e giornalismo, Marco scrive articoli sull’usabilità degli oggetti, prodotti e servizi che appartengono al nostro quotidiano, cercando di raccontare i fatti attraverso il punto di vista del designer.

Tre anni fa si è trasferito da Milano a Roma, e da allora lavora in Poste Italiane come UX / Service designer.

Biografia di Luana Donetti

Da Experience Designer curiosa di diversi contesti e culture, le vicissitudini l’hanno di recente portata a espatriare in Repubblica Ceca, dove lavoro come UX Designer / Researcher per Novartis.

Ama il problem solving e la entusiasma esplorare nuove prospettive, così come facilitare il lavoro di team per virare dalla filosofia al “visibile”.

Luana si sente a suo agio nell’essere una beginner e nel prendere iniziativa per dare vita a progetti e collaborazioni, ancora meglio se includono realtà diverse e team molto compositi, sia per background professionale che per cultura.

Le piace l’idea di avere sempre qualcosa da imparare, non importa l’età.

L’abilità di cambiare focus dal micro al macro, dal dettaglio al quadro complessivo – e viceversa – è qualcosa che adora, che per lei è importante e che cerca costantemente di perfezionare.

Lelo Sona Interview

How was the LELO SONA project born?

LELO built its heritage and reputation for luxury by exploring, discovering and inventing completely new sensations. We’re the world leaders of pleasure products that employ conventional vibrations, but about 6 years ago we wanted to look into other ways to create a pleasurable feeling.
After some experimentation and research, we wondered if we could use sound to stimulate a user. We already dabbled in it with our SIRI 2 massager, which is responsive to sound, but we wanted to take the next step and see if the sound itself could be harnessed.
One of the challenges we face at LELO is that there is only a certain amount of ways that a product can interact with the body, due to natural, biological laws. Traditionally, it’s been through vibration alone. Now, though, we’ve opened a door to a whole new world of sensation.

What kind of research brought you to the use of sonic impulses?

There were years of research involved before a prototype was made. In the end, we used the subwoofer pad of a speaker as inspiration. Have you ever stood in front of a large loudspeaker and felt the bass resonate deeply throughout your body? That’s the sensation we wanted to create and focus into the erogenous zones.
By using sonic waves instead of vibrations, the resonations are transmitted much more deeply into the body – perhaps on the same principle as something like an ultrasound, or sonar – hence the name, SONA.

Which women’s needs have emerged from the research / surveys (compared to other products already created by LELO)?

We’ve known for a long time that the clitoris, contrary to popular belief, is a much larger structure than it seems. Far from being a little bundle of tissue and pleasurable nerve-endings on the surface of the body, it’s a long construction with two ‘legs’ that extend downwards internally and around the vagina, and then back, perhaps forming the anterior of the G-spot. That’s a lot of clitoris that goes unstimulated by conventional vibrations.

That’s the challenge that SONA solves, and what makes it unique. It’s the only pleasure product that stimulates the entire clitoris, instead of just the external part. That’s all thanks to our use of sonic waves instead of a vibrating motor.

Which are the advantages of sonic waves compared to mechanical vibrations?

Pleasure is subjective, and some users may prefer rumbly mechanical vibrations to the deep intensity of sonic waves. Mechanical vibrations are, after all, what made LELO the world’s leading pleasure brand. But SONA offers an alternative. There are lots of other advantages: the motor needed to create sonic waves is more efficient than a vibrating motor, which means the battery can be smaller and last longer, and it’s quieter, etc etc.
But what really matters is how it feels. That’s the real advantage: it now offers customers a true choice over the sensations they bring to their body.

Are there any fears or suspicions regarding this innovative method?

No, not really. It’s entirely safe. In fact, SONA is gentler on the clitoris than a conventional pleasure product because it transmits waves through the air, rather than through direct contact with the body. This means the user can enjoy it for longer, multiple times, without needing to take a break.
People seem to understand the concept of it very easily, and if there’s one thing we at LELO have learned over and over again, it’s that people LOVE new sensations and are eager to try it for themselves, looking for new and interesting ways to use it. Our other sound-based product, SIRI, was famously used by an American singing coach to help students condition their voices, for example. (They would hold it to their throats and hold a note, regulating their vocal cords with the sound-responsive vibrations.)

Which are the most common questions about it?

The most common question is ‘how does it feel?’ and that’s difficult, because it’s impossible to describe without being poetic. I tend to describe it as ‘like a choir of angels singing in perfect harmony singing your favorite hymn directly into your body’.
We also get asked exactly how it creates its sensations. We can’t reveal the patented technique in detail, so we use the reverberating loudspeaker comparison that I outlined earlier to help people picture it.

LELO SONA has been launched, what do you expect from this product in the future?

SONA has been wildly popular since we launched it. In fact it became our all-time bestseller overnight, and continues to be our biggest seller.
But our male customers felt left out and demanded the same sensation be made available for them. Little did they know that we’d already been working on it, and it’s currently available as the LELO F1s. It takes the same theory and technology that creates the SONA’s sonic waves and transposes them into a cup, designed to massage the penis in the same way SONA stimulates the clitoris.

Your focus is on the world of women. From your point of view, is the female pleasure still a taboo?

In fact, our focus is not on the world of women, but the world of pleasure regardless of gender. We would argue that it’s not female pleasure that’s taboo per se, but pleasure as a whole that’s socially frowned upon. That’s the attitude LELO has chosen to fight against.
In most of the world, though, female pleasure is particularly under siege. As women become more vocal in their demands for equal treatment, their personal pleasure has become a battleground. We’re giving them the weapons they need to fight with.
Things seem like they will get worse before they get better, but it’s progress of a kind. Sexual equality, pleasure and reproductive rights are discussed openly like never before, even if that discussion is occasionally tainted with bias and misunderstanding – or outright hostility.
As long as the fight continues, LELO will be right there, on the front line.

Is it possible to think of LELO as of a company that will turn to male pleasure in the future?

As I mentioned, our focus is pleasure, not gender. In that regard, we already offer men a huge suite of breathtaking, luxurious pleasure products, from vibrating rings to masturbators and even prostate massagers. The goal is to help everyone realise that you can derive pleasure from others’ pleasure – we all benefit from pleasuring each other.

After the sonic impulses, what should we expect for the future?

It’s an exciting time for LELO. We’re still looking for entirely new creations and sensations, and exploring new ways to please our customers. We’re exploring the digitalworld, looking at app-integration and new ways to connect couples. At LELO, the customer always comes first.

Progettare esperienze di valore per utenti e aziende

Il sottotitolo Progettare esperienze di valore per utenti e aziende, racconta in estrema sintesi l’ultimo libro di Debora Bottà User EXperience Design.

Debora Botta User Experience Design

Se frequenti gli eventi dedicati all’architettura dell’informazione e dell’user experience design non puoi non conoscere Debora Bottà.

Ho conosciuto personalmente Debora al Summit di Architecta appunto, qualche anno fa.

Lei stessa, sul suo sito scrive

Mi piace tantissimo partecipare a eventi e organizzare workshop perché sono una grande opportunità per fare ordine e mettere nero su bianco i pensieri, fare ricerca per colmare vuoti e arricchire la conoscenza.

Intervista a Debora Bottà

Qui di seguito un po’ di domande che le ho rivolto in occasione della pubblicazione del suo libro.

Debora, racconti come sei venuta a contatto con l’user experience?

Ho scoperto internet e il digitale durante l’università ed è stato amore al primo click!

Ho iniziato con tanta curiosità passando molte notti insonni a navigare online e creare siti web amatoriali. Mi sono trasformata da autodidatta a professionista del web nel 2001 seguendo il mio cuore e accantonando il cammino tracciato dagli studi accademici. L’amore per la progettazione lo devo al libro “Web usability” di Jackob Nielsen che mi ha aperto la strada a voler sapere sempre di più su quello che mi piace definire il lato umano del digitale. Leggere molto, andare a conferenze e frequentare lo UX Bookclub di Milano mi hanno aiutato e mi aiutano ancora oggi a crescere e alimentare questa passione.

Come racconti agli amici, se te lo chiedono, il tuo lavoro?

Hai presente quando utilizzi lo smartphone, il computer o anche un servizio e ti senti confuso, stupido o peggio ancora molto arrabbiato? Il mio lavoro è evitare che questo accada e, al contrario, far in modo che l’utilizzo sia semplice, intuitivo e persino piacevole.

I clienti da me si aspettano che crei prodotti e servizi utili e significativi, cioè in grado di semplificare e migliorare la vita delle persone che li utilizzeranno, perché con la soddisfazione dei loro utenti le aziende potranno realizzare gli obiettivi aziendali.

Qual è la tua “giornata tipo” professionale?

La mia giornata inizia sui mezzi di trasporto verso Milano: è un momento prezioso per me per iniziare la giornata con calma, controllare la posta elettronica, leggere o scrivere. Arrivata nello studio due chiacchiere e un buon caffè mi aiutano a partire con grinta.

La giornata tipo si svolge in ufficio dove ci si raduna davanti a lavagne o attorno a tavoli con fogli e post-it e si collabora alla creazione di idee e soluzioni. Il lavoro è sempre di gruppo e le fasi di divergenza di pensiero si alternano a quelle di convergenza. Il confronto costante e quotidiano e le revisioni con i colleghi sono la linfa vitale che fa progredire il progetto per arrivare ai test con gli utenti.

Quale parte del tuo lavoro preferisci?

Progettare e dirigere workshop perché riuscire a facilitare la condivisione, la collaborazione e la co-progettazione tra soggetti che magari fino a quel momento non si erano mai parlati o confrontati dà significato al mio ruolo di designer: mettere sempre le persone al centro – clienti, utenti o colleghi – e guidarle verso soluzioni condivise e di valore con modalità e tempi per loro inaspettati riaccende ogni volta l’amore per il mio lavoro.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Carta, matita e pennarelli colorati non mancano mai: trasformare visivamente qualsiasi pensiero mi aiuta a vederlo in modo diverso e anche a condividerlo al meglio con gli altri. Un taccuino per gli appunti, fogli sparsi, post-it colorati o lavagne scrivibili sono i supporti attraverso cui condividere idee e dove le soluzioni prendono forma.

È uscito il tuo nuovo libro “una guida pratica sullo UX design”. Da quale desiderio nasce e cosa ci troviamo dentro?

Nasce dal desiderio di divulgare il più possibile lo UX design nel nostro paese e dal fatto che una guida in italiano non era ancora presente: noi designer siamo abituati a leggere quasi tutti i testi di riferimento in inglese che, essendo per addetti ai lavori, danno per scontati diversi concetti. Volevo un libro per tutti, per chi parte da zero e per gli esperti, per il designer e lo specialista di marketing, l’imprenditore di una grande azienda e il fondatore di startup.

Per questo è stata una bella sfida ed è un libro abbastanza corposo: troverete un linguaggio semplice e pochi termini inglesi, molti esempi e tanta pratica. Inizia dall’aiutare a comprendere il design come risorsa strategica, si focalizza e racconta capitolo dopo capitolo i passaggi di un processo di lavoro che metta sempre le persone al centro e, infine, rivolge uno sguardo più ampio al design approfondendo la sua applicazione in contesti come quello dei servizi, dell’engagement, della digital transformation e dell’intelligenza artificiale.

C’è chi mi ha detto che avrei potuto scrivere tre libri invece di uno solo, ma lo volevo esattamente così: una guida completa di tutte le esperienze e degli studi di oltre 15 anni di carriera per tirare personalmente una riga e prepararmi ad andare oltre.

Ci racconti un capitolo a cui sei particolarmente legata e perché?

Il capitolo 8, “Definizione di una strategia di UX design” che chiude la fase di comprensione e su cui si avvia quella di creazione di un progetto. Durante la fase di comprensione si individuano obiettivi aziendali con i clienti, si analizza la concorrenza e si effettua la ricerca con gli utenti: ma a cosa servono queste attività, quale apporto danno al progetto?

È una delle domande che clienti e colleghi mi hanno rivolto più spesso nel corso della mia carriera e a cui questo capitolo cerca di dare risposta: mixare tutti gli ingredienti raccolti come i benefici da offrire agli utenti, i bisogni da soddisfare e le opportunità del mercato da cogliere, consente di individuare la proposta di valore su cui avviare la creazione di idee e soluzioni in grado di migliorare realmente la vita delle persone.

Lo strumento di costruzione di una UX strategy è disponibile e scaricabile gratuitamente insieme ad altri dal sito di supporto al testo www.uxlab.it.

Scrivi “Tra i miei superpoteri ci sono quelli della condivisione e della collaborazione: li ho allenati per 13 anni sui campi da basket e continuo a farlo dentro e fuori dal mio lavoro.” Qualche consiglio su condivisione e collaborazione?

Essere generosi: donare il proprio sapere e la propria esperienza, cioè “dare ad altri liberamente e senza compenso, cosa utile o gradita” (fonte: Treccani.it). Donare non è solo gratificante ma credo sia l’unico modo per arricchirci e contaminarci di nuovi punti di vista che ci fanno crescere.
E nell’essere generosi continuare a essere umili: abbiamo sempre qualcosa da imparare e nessuno di noi possiede verità assolute, è fondamentale avere mente aperta e spirito empatico con ogni persona e in ogni situazione.

Tu giri molto, partecipi ad eventi, e sei speaker di conferenze; come vedi, dal tuo punto di vista, la comunità italiana degli user experience designer?

Sinceramente vedo un po’ di frammentazione che credo affondi le sue radici in una predisposizione alla socializzazione che è sempre più competitiva che collaborativa. Non succede solo nella nostra comunità di designer ma in qualsiasi ambiente associativo: ci saranno sempre forze disgregative contrapposte a quelle costruttive.

Servono quindi persone integre che valorizzino e sostengano la collaborazione come forza in grado di alimentare la diffusione e l’evoluzione della disciplina. Come gli utenti ci donano parte delle loro vite durante le attività di ricerca compiendo un atto di fiducia nei nostri confronti nella speranza di aiutarci a costruire qualcosa di migliore, lo stesso dovremmo fare noi condividendo il nostro sapere con colleghi e professionisti.

C’è qualcosa che pensi ciascuno di noi dovrebbe fare?

Manca la generosità che ho citato prima: ci sono designer che parlano solo per nutrire il proprio ego, ci sono quelli che lo fanno stando in piedi su una cattedra e quelli che lo fanno solo se sono certi di avere qualcosa in cambio.

La condivisione della propria esperienza in maniera aperta, sincera e incondizionata è un dono prezioso che si può e si deve fare alla comunità se la si vuole coltivare e mantenere viva: nessuno vi ruberà qualcosa ma anzi, ve lo restituirà arricchito dalla sua esperienza personale. Una comunità rimane viva se ci sono delle parti attive che credono in questi valori e siano esempi da seguire.

E per finire le ultime 3 domande più leggere.
Consiglia un libro

Uno solo? Questa per me è la domanda più difficile di tutta l’intervista! 🙂
Quindi scelgo i 6 romanzi del Ciclo di Dune di Frank Herbert fonte di ispirazione per tutto l’immaginario fantascientifico successivo e dimostrazione di come la nostra creatività ha i limiti che noi le imponiamo.

Consiglia un brano musicale o un cd

L’album “Wasting light” dei Foo Fighters che oltre a trasmettermi energia quando ne ho bisogno mi ricorda che non sempre la soluzione più efficace è quella che impiega gli ultimi ritrovati tecnologici perché bisogna partire da quello che si vuole ottenere: così per portare nell’album le atmosfere del passato lo registrarono in un garage con apparecchiature analogiche.

Consiglia un film

Cloud Atlas” per non dimenticare che passato, presente e futuro sono legati indissolubilmente.

Grazie

Ringrazio Debora per la sua disponibilità a rispondere alle mie domande in maniera così spontanea e generosa.

Storytellers Project: intervista a Laura Boffi

Ho avvistato The Storytellers project di Laura Boffi per caso; navigando all’interno della mia bolla sonora. E mi è sembrato fin da subito un bel progetto. Perché parla di relazioni, di ascolto e innovazione. E non potevo non parlarne. Quello che mi interessa maggiormente infatti è proprio la parte della lettura e di ascolto dei bambini. Mi sembra un progetto che trasuda umanità e che vedrà collaborare persone molto belle.

Non so come il progetto si evolverà. Il blog lo seguirà. Magari Laura Boffi ci aggiornerà nel tempo, se vorrà. Al momento vedo un grande fermento e mi sembra un progetto interessante. Per questo ho pensato di scriverne sul mio blog e di chiedere l’intervista che trovi di seguito a Laura Boffi.

Il post che ho letto diceva e chiedeva.

Il progetto Storytellers cerca persone adulte, pensionate e non, che vogliano leggere libri per l’infanzia al telefono 🙂

Il progetto si prefigge di creare un servizio di lettura remota per bambini attraverso la creazione di una comunità di lettori senior.

The Storytellers project

Sia per dare una mano, che per divulgare la richiesta, ho deciso di scrivere all’ideatrice del progetto.

Il progetto vuole essere un servizio di biblioteca innovativo dove una comunità di lettori avanti con gli anni, disponibili e con molto tempo a disposizione legga a bambini libri per bambini. La lettura avviene a distanza e al telefono.

Lo strumento di interazione però è il robot Storybell che trasmette le loro letture e proietta immagini a parete della storia che viene letta.

Il progetto Storytellers mira a promuovere relazioni intergenerazionali che siano benefiche per tutte le generazioni coinvolte: anziani, bambini e giovani genitori. Il progetto vorrebbe attivare un ecosistema di comunità che sfrutti:

  • l’aspirazione degli anziani ad essere buoni per le giovani generazioni
  • bisogni dei bambini per lo sviluppo psicologico
  • il bisogno di sostegno dei giovani genitori nella cura dei bambini.

Laura Boffi

Non conoscevo Laura Boffi e non l’ho mai incontrata. Le ho scritto una mail per capire meglio il suo progetto ed è stata fin da subito disponibilissima.

Laura è una interaction & service designer e ricercatrice italiana.

Vive la vita quotidiana come fosse sul campo e raccoglie intuizioni per i suoi progetti dalle persone e contesti intorno a sè. Spesso queste intuizioni le fanno scoprire nuove opportunità progettuali in cui immagina l’uso di tecnologie per propositi diversi da quelli per cui sono state destinate.

Laura esplora le proprie idee di progetto dall’inizio del processo di ricerca attraverso i prototipi che costruisce e che utilizza come strumento di conversazione e progettazione con i suoi utenti. Durante la fase di co-creazione e di “prototipazione dell’esperienza”, Laura lascia manipolare i prototipi dalle persone attorno a cui si focalizza il progetto affinché possano appropriarsene, commentarli e definirne meglio lo scopo, l’uso e le caratteristiche in base ai propri valori ed il contesto in cui vivono. In questo modo, allena ed alimenta la sua unica prospettiva su ciò che le tecnologie possono fare per arricchire l’esperienza delle persone.

The Storytellers Project: intervista a Laura Boffi

Dai la tua definizione affettiva di interaction design?

Per me significa progettare esperienze significative per le persone, partendo da una loro osservazione e conoscenza nel contesto (fieldwork) ed immaginando futuri scenari in cui le tecnologie favoriscono sia l’ interazione tra le persone che il benessere individuale.

Come sei venuta a contatto con questa disciplina?

Durante i miei studi in design in Olanda alla Design Academy Eindhoven. In quel periodo ho messo a fuoco il fatto che non mi appassionava “creare oggetti”, ma ero interessata a progettare usi alternativi delle nuove tecnologie, partendo dalla ricerca con le persone. Mi affascinava capire come le persone potessero appropriarsi delle tecnologie, definendo nuove abitudini e attribuendo loro un valore personale o culturale.

Attraverso una mia ricerca personale, ho scoperto che esisteva un campo che si occupava esattamente di immaginare e disegnare nuovi rapporti tra le persone e le tecnologie, ovvero l’interaction design, ed ho cominciato a documentarmi su dove poter proseguire i miei studi. Il Copenhagen Institute of Interaction Design, fondato da una ex professoressa dell’Interaction Design Institute Ivrea (IDII) ed un paio di ex studenti che, dopo la chiusura dell’IDII, si erano spostati in Danimarca, era in procinto di iniziare il secondo anno del loro pilot e poiché gli studenti ammessi avrebbero avuto tutti una borsa di studio ho deciso di fare domanda. È così che nel 2009 mi sono spostata a Copenhagen ed ho finalmente iniziato a formarmi in
interaction design!

Ti occupi di interaction design da molti anni. Quali prospettive vedi per la professione?

Personalmente considero la mia professione la ricerca, in interaction design. Per l’immediato futuro trovo veramente interessante come, attraverso la ricerca in design, potremmo progettare oggetti, servizi ed ambienti che utilizzano l’intelligenza artificiale, dai social robot alle auto autonome.

Lavorare alla definizione dei comportamenti di oggetti e sistemi del genere comporta una grande responsabilità, sensibilità ed umanità. Bisogna lavorare in team con varie tipologie di esperti (da ingegneri ad umanisti) e portare il proprio contributo con umiltà. Come designer mi auguro di poter lavorare con queste nuove tecnologie, di collaborare con studiosi internazionali e continuare a stupirmi di come le persone possano appropriarsene
nella loro vita reale.

Dai tuoi profili leggo che sei molto centrata sulla ricerca, qual è la tua “giornata tipo” professionale?

Ti giuro che non avevo letto questa domanda quando rispondevo sopra :). La mia giornata tipo è molto variabile. Dipende se ho in ballo una consulenza per una compagnia oppure se posso dedicarmi ai miei progetti di ricerca. Se ho un progetto di ricerca in mano, allora mi occupo di disegnare il piano del progetto e di mandare avanti le varie fasi, dalla ricerca sul campo alla costruzione di prototipi. Significa quindi che mi occupo sia di reclutare partecipanti che di progettare gli strumenti che utilizzerò durante la ricerca o le attività da fare con loro. Qualche volta, quando ho dei risultati da comunicare o una conferenza interessante a cui partecipare, mi prendo del tempo per scrivere un articolo scientifico. Sono molto lenta se lavoro a progetti di ricerca personali.

Cerco di imparare quanto più posso. Se invece si tratta di consulenze, il tempo è pattuito dall’inizio e di solito svolgo un  progetto di innovazione oppure dei workshop in cui insegno la metodologia del People centred Design alle persone che lavorano per quella compagnia.
Di sicuro quotidianamente vado, fisicamente, in studio, dove ho tutti i miei materiali da prototipazione, i miei libri, il mio spazio.

Quale parte del tuo lavoro preferisci?

Quando metto insieme i pezzi della ricerca sul campo fatta con le persone ed iniziano ad emergere idee ed associazioni a cui non avrei mai pensate, oppure quando porto un prototipo non finito dalle persone e loro iniziano a vederci altri mille possibili significati ed utilizzi, e portano avanti il progetto in territori inesplorati.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Carta, pennarelli, colla, macchina fotografica (che fa anche video) e un pò di computer. Questo è il corredo necessario per iniziare una ricerca nel contesto con dei partecipanti perché li intervisto, li filmo e faccio fare loro delle attività che mi aiutano ad avere insights sul loro punto di vista rispetto a ciò su cui sto focalizzando il progetto.
Poi utilizzo materiali analogici (da legno a stoffe) per costruire prototipi e, se serve, Arduino e qualche sensore, ma non sono per niente brava a programmare, quindi alla fine cerco di prototipare nel modo più indolore possibile per me. Fortunatamente per far provare l’esperienza del prodotto o del servizio ai miei partecipanti posso progettare vari modi di experience prototyping!

Al momento stai lavorando al progetto storytellers. Come nasce questo progetto?

Nasce dallo stratificarsi di vari insights che avevo raggiunto attraverso il lavoro a progetti europei sugli anziani e l’invecchiamento attivo e sul mio diventare mamma. Da un lato, la mia ricerca con persone anziane, pensionate, mi ha portato a scoprire quanto è eterogeneo oggigiorno questo gruppo di persone e a riconoscere che spesso i progetti finanziati per sviluppare oggetti, servizi ed ambienti per il loro benessere sono stereotipati sulla figura dell’anziano da assistere.

Spesso si tratta di progetti technology driven, non guidati da una iniziale ricerca sul campo ma dalle tecnologie che si sanno sviluppare. Questo determina che si scopra, solamente in un secondo tempo, la domanda di ricerca che ha veramente significato, quando si è stabilito già a priori cosa progettare. La mia partecipazione a questi progetti e l’interazione con vari anziani europei ha fatto sì che io incamerassi intuizioni sull’importanza del coinvolgimento sociale delle persone in via di pensionamento o pensionate, nonché dell’importanza di restituire loro ruolo attivo e responsabilità sociali.

Nel frattempo sono diventata mamma e ciò ha contribuito a convogliare “naturalmente” i miei interessi di ricerca sulle relazioni intergenerazionali, anche come risposta all’ approccio assistito nei confronti dei “più grandi”.

Il progetto

Il progetto Storytellers vuole incentivare le relazioni intergenerazionali affinchè le generazioni coinvolte ne traggano beneficio: adulti, bambini e giovani genitori.

Il progetto ha come scopo quello di promuovere un ecosistema di comunità che si basi su:
• l’ aspirazione degli adulti di essere utili alla società dopo il pensionamento e di creare “qualcosa di buono”per le giovani generazioni
• il bisogno dei bambini di ascoltare storie e di legarsi a persone di età differenti per il loro sviluppo psicologico
• il bisogno di aiuto nell’ educare i figli da parte dei giovani genitori.

Storytellers è un servizio delle biblioteche che unisce una comunità di lettori adulti con i bambini e le loro famiglie per momenti di lettura a distanza. I bambini usano il robot Storybell (ovvero “Campana delle storie”) per comunicare con gli adulti-lettori, la Storybell trasmette la lettura degli adulti e proietta sulle pareti le immagini della storia che si sta leggendo.Bambini e lettori si parlano come se fossero al telefono attraverso il robot Storybell.

The storytellers project: partecipa

Gli adulti che vogliono leggere ai bambini possono diventare Storytellers facendo il corso di Lettura a Distanza presso la biblioteca locale. Gli Storytellers possono stabilire i giorni e le ore in cui sono disponibili per leggere ai bambini.

Il bambino può prendere in prestito in biblioteca una Storybell da portare a casa e iscriversi al servizio con l’aiuto di mamma e papà. Quando il bambino ha voglia di ascoltare una storia, può prendere la Storybell dalla maniglia ad anello e suonarla come una campana. Allo scuotere della campana una richiesta di lettura giunge a tutti i lettori. Il primo che risponde alla richiesta sarà lo storyteller del bambino per quella volta.

Cercasi lettori

Per lo sviluppo del progetto Storytellers stai ricercando lettori adulti, pensionati e non, che si entusiasmino all’idea di poter ricevere una telefonata e leggere una storia al bambino dall’altro capo del telefono”. Quali saranno i passaggi di selezione.
Ora sto effettuando una primissima sperimentazione dell’idea del progetto in Italia e coinvolgerò 5-10 lettori senza però sviluppare nessuna nuova tecnologia. Farò provare loro l’esperienza del progetto Storytellers come se esistesse utilizzando il telefono. Il mio scopo è quello di raccogliere feedback sull’esperienza di tutte le persone coinvolte: il bambino che ascolta la storia, il lettore e il genitore (mamma/papà) che sarà chiamato a dare fiducia ad un lettore sconosciuto.

Per reclutare i lettori in questa prima fase sto utilizzando innanzitutto il mio network personale e persone che hanno partecipato ad altri progetti con me. Sto anche raggiungendo gruppi di lettura. L’entusiasmo ed un po’ di tempo disponibile sono i requisiti. Insieme ad una attrice che collabora al progetto sto pensando di fornire loro alcuni consigli utili per cimentarsi nella lettura al telefono. Pensiamo di creare un piccolo video da diffondere ai lettori. In seguito, e penso alla prossima fase di sperimentazione, il reclutamento verrebbe fatto dalle biblioteche, dove i lettori riceverebbero il piccolo training di lettura a distanza che nel frattempo avrò sviluppato con la mia collaboratrice.

Due biblioteche italiane ed una olandese mi hanno dato la loro massima disponibilità. Per questo sono sempre alla ricerca di fondi, per potermi permettere di avviare una sperimentazione più ampia e reclutare partner di progetto.

Scrivi che la tua ricerca riguarda anche scrittori e illustratori che possono essere ispirati ad inventare nuovi modi di produzione di storie. Hai già avuto qualche riscontro?

Un mio amico scrittore è molto intrigato dall’idea dello Storybell e di leggere storie a distanza. Insieme a lui e ad una illustratrice danese abbiamo fatto un piccolo esperimento iniziale per cominciare a pensare a come dovrebbe essere strutturata ed illustrata una storia affinché potesse essere letta a distanza al meglio. La sfida è quella di mantenere viva l’attenzione del bambino e rendere la lettura dialogica tra bambino e lettore.

Magari la storia può prendere varie direzioni, guidata dell’interazione bambino-lettore…ma è ancora prematuro dire qualcosa. È solo una delle possibili strade che testeremo.

La ricerca sarà rivolta anche all’ascolto?

Certo, il bambino è il principale fruitore. Lui ascolterà la storia ed interagirà con il lettore, come se si parlassero al telefono in modalità viva-voce. Per capire le reazioni del bambino alla lettura, durante questa prima fase sperimentale le sessioni di lettura a casa del bambino verranno video-registrate poiché io non potrò essere presente. Riguarderò le registrazioni ed intervisterò le mamme per capire l’esperienza che hanno vissuto i bambini ed il loro coinvolgimento.

E per finire le ultime 3 domande più leggere. Consiglia un libro

Niccolò Ammanniti, Che la festa cominci.

Consiglia un brano musicale o un cd

The Pixies, Where is my mind?

Consiglia un film

Ponyo

Hai tempo? Partecipa anche tu!

Se hai tempo, ti piace leggere e ti piace leggere libri ai bambini è possibile offrirsi come volontario e partecipare al progetto iscrivendosi. L’iscrizione è una fase molto importante perché in questa fase ci si presenta e ci si conosce. A la selezione avviene per salvaguardare i bambini.

È importante sapere, quanto dice la stessa Laura.

  • Amo i bambini e mi interessa che siano al sicuro, protetti e rispettati.
  • I bambini che partecipano al processo Storyteller saranno sempre circondati e supportati dai loro genitori durante le sessioni di co-creazione e prototipazione.
  • Nessuno è in pericolo di elettroshock;).
  • I prototipi saranno realizzati con materiali non nocivi (carta, legno, ecc.) E basati sulla tecnologia a bassa tensione.
  • Non c’è bisogno di avere alcuna conoscenza particolare sulla letteratura per bambini o sulla tecnologia.
  • Ogni sessione di co-creazione e prototipazione durerà circa un paio d’ore. Concorderemo insieme sul momento migliore per te e rispetteremo i tempi.
  • Mi piacerebbe incontrarti di persona e tenere sessioni pratiche con te, ma organizzerò anche con sessioni remote su Skype con persone fisicamente lontane da me che vorrebbero contribuire.
  • Le assunzioni si svolgono a rotazione tutto l’anno e, in base alla fase in cui si svolge il progetto, parteciperai a diverse attività di ricerca.

Grazie

Ringrazio Laura Boffi per la gentile concessione del suo tempo e delle sue parole. Io cercherò di seguire le evoluzioni di questo progetto, che spero abbia i migliori risultati e la più ampia partecipazione possibile.

Se Laura vorrà aggiornare il blog e i suoi lettori, sarò davvero felice di pubblicare i nuovi sviluppi. Ancora grazie e tutto il meglio a The storytellers project.

UX on the Sofà Toni Fontana ospite di UXUniversity

UX on the Sofà è una rubrica della UXUniversity condotta da Maria Cristina Lavazza dove si parla di User Experience e nuove declinazioni della disciplina. Devo dire che è stato davvero un onore essere intervistato, per diversi motivi. Prima di tutto perché Maria Cristina Lavazza è stata tra le prime persone che mi hanno fatto amare l’architettura dell’informazione. E poi anche perché la mia intervista segue quella di Luca Rosati a cui tutti gli architetti dell’informazione italiani, compreso me, devono, dobbiamo, qualcosa. Chi per un verso, chi per un altro.

UX on the Sofà di Maria Cristina Lavazza

Se non conoscete Maria Cristina Lavazza questa è una lacuna che dovete assolutamente colmare. Maria Cristina è l’autrice di un importante libro come Comunicare l’User experience e le utilissime UX Domino Card.

Al momento, in cui scrivo (fine giugno 2018) siamo in attesa del suo nuovo libro.

Se. invece. non volete comprare i suoi libri potete visitare il sito ufficiale di Maria Cristina Simple UX in cui è possibile trovare articoli e strumenti preziosissimi per il nostro lavoro di progettisti. Vi consiglio di andarlo a visitare!

UX on the sofà 6 Puntata

Martedì 2 giugno 2018 ho avuto il piacere di essere intervistato da UXUniversity. Per l’occasione ho parlato di architettura dell’informazione sonora, assistenza vocale, chatbot, sistemi sonori e mi sono permesso di lanciare qualche auspicio. Grazie alle domande di Maria Cristina sono venute fuori alcune cose interessanti che vorrei sottolineare.

  • Le nuove sfide dell’architettura dell’informazione non stanno più solo dentro lo schermo ma oltre lo schermo.
  • Le macchine e i programmi si stanno evolvendo. Più che di navigazione su internet in questo futuro presente dobbiamo parlare di relazioni.
  • C’è sempre più necessità di saperi trasversali per stare insieme e per comprendere la complessità.
  • La competenza dell’ascolto è una competenza da esercitare.
  • È necessaria una comunità di pratica che parli di queste sfide.
  • C’è sempre bisogno di consapevolezza.
  • È bene affrontare il futuro con cuore aperto ma con testa sulle spalle.

Due libri che consiglio

Maria Cristina mi ha chiesto di consigliare due libri. Ho scelto di non proporre libri tecnici o specifici sul tema dell’assistenza vocale. Ma proprio due libri da leggere sotto l’ombrellone che possano aprire un po’ i nostri orizzonti.

Il primo è L’inevitabile. Le tendenze tecnologiche che rivoluzioneranno il nostro futuro di Kevin Kelly.

Il secondo Cinque chiavi per il futuro di Howard Gardner.

UX on the Sofà Intervista a Toni Fontana (Audio e trascrizione)

Buon ascolto!

O buona lettura!

UX ON THE SOFA #6 – Toni Fontana e l’architettura dell’informazione sonora by UXUniversity on Scribd

UX on the sofà le puntate precedenti