C’è stato un tempo in cui l’informazione era informazione, la comunicazione era comunicazione e l’intrattenimento era intrattenimento.

Tre mondi distinti, con regole proprie, confini netti e obiettivi diversi. Oggi questi confini sono saltati, e il cortocircuito non riguarda più solo gli spettatori. C’è una confusione estesa anche a chi produce contenuti, a chi siede dietro un microfono o davanti ad una telecamera, a chi gestisce un canale social o una redazione giornalistica.

Quando informazione, comunicazione e intrattenimento si confondono

L’episodio recente della tensione tra Bruno Vespa e l’avvocato Massimo Lovati, durante una puntata di Porta a Porta, è emblematico. Vespa, insieme ad altri ospiti, difende l’identità del suo programma, rivendicando la serietà del giornalismo televisivo e rifiutando la definizione di “intrattenimento”.

Ma proprio questa reazione, così accesa, rivela la crisi di un sistema in cui i generi si mescolano fino a diventare indistinguibili. Oggi Porta a Porta può essere informazione, ma anche spettacolo; come può esserlo un talk show politico o una trasmissione di cucina.

Ogni ospite televisivo, che sia avvocato, scrittore, cantante o scienziato, ha qualcosa da vendere. Non sempre un prodotto fisico, ma quasi sempre un capitale simbolico, un quotidiano, un libro appena uscito, un film in sala, un tour, una carriera da rilanciare, un’identità pubblica da rafforzare. La presenza in TV, alla radio, o in un podcast, è parte di una strategia comunicativa personale e professionale. È marketing. E se non c’è un compenso diretto, ci sarà un ritorno di visibilità, che a sua volta genera valore economico.

Programmi di cucina o di viaggi

Persino i programmi di cucina o di viaggi, che un tempo rappresentavano la dimensione più “umana” e conviviale del piccolo schermo, sono diventati terreno di investimento.

Gli chef pagano, direttamente o indirettamente, per essere presenti. Gli albergatori e i ristoratori che partecipano a reality o format televisivi spesso offrono gratuitamente il meglio che hanno, nella speranza di un ritorno promozionale.

Il prezzo da pagare è la messa in scena. Tutto deve apparire perfetto, spettacolare, digeribile per il pubblico.

Allo stesso modo, le redazioni dei grandi giornali che organizzano eventi, mostre o celebrazioni, si trovano oggi a fare i conti con la nuova economia della visibilità.

Autenticità

Ecco perché la questione dell’autenticità torna centrale. Perché l’autenticità non è un filtro, né una posa studiata per sembrare spontanei. È una forma di presenza. È la capacità di essere davvero qui, di vedere e riconoscere chi si ha davanti.

Tutto il resto, i numeri, le visualizzazioni, la notorietà, è solo rumore di fondo.

Siamo in un mondo in cui tutto si mostra e si misura in termini di ritorno.

Ma, insieme al valore economico, si perde qualcosa di più sottile, la generosità. Quella capacità di partecipare per il piacere del dialogo, per l’interesse della discussione, per il gusto di condividere un sapere o una passione.

Una generosità che non è ingenuità, ma riconoscimento di un bene comune che non sempre si traduce in denaro.

Il sistema dei media

Da un punto di vista dell’ architettura dell’informazione, questo scenario mostra come il sistema dei media abbia modificato la propria struttura interna.

L’informazione non è più organizzata in livelli distinti, ma in un flusso continuo in cui ogni contenuto può assumere forme diverse a seconda del contesto, del canale e del pubblico.

La stessa notizia può essere pubblicata su un quotidiano, raccontata in un talk, commentata in un podcast e rilanciata su TikTok con un taglio ironico o provocatorio. La gerarchia dei contenuti è collassata, tutto è contemporaneamente informazione, comunicazione e intrattenimento.

Anche il pubblico, d’altra parte, è cambiato. Il fruitore stesso è diventato produttore. Ogni persona, con uno smartphone in mano, è un potenziale giornalista, opinionista, intrattenitore. Il problema è che questa democratizzazione dell’accesso alla produzione non ha prodotto maggiore chiarezza. Anzi, si è verificato, invece, che ha moltiplicato le voci, ha reso opaco il confine tra competenza e improvvisazione, tra testimonianza e narrazione, tra verità e verosimiglianza.

La nuova architettura dell’ecosistema informativo

Ecco allora che la “confusione dei generi” non è più un problema solo culturale, ma strutturale. È la nuova architettura del nostro ecosistema informativo. Si tratta di un labirinto dove ogni porta conduce a una stanza che somiglia a un’altra. Dove il giornalismo imita l’intrattenimento per restare competitivo, e l’intrattenimento finge di essere informazione per guadagnare credibilità.

In questo labirinto, la verità, come nel dialogo tra Vespa e Lovati, diventa un argomento, non un obiettivo. Si discute non per cercarla, ma per produrre un effetto, per generare engagement. Il valore della parola non si misura più nel suo peso, ma nella sua capacità di attirare attenzione.

Nuove forme di autenticità?

Forse è questa la grande trasformazione del nostro tempo, non la perdita della verità, ma la perdita della sua funzione orientativa. Tutto è opinione, tutto è contenuto, tutto è performance. E così, anche chi produce informazione finisce per farlo secondo le logiche dell’intrattenimento, mentre chi intrattiene si traveste da informatore.

Il risultato è spesso che, alla fine di un talk, non si capisce mai niente.

Resta da chiedersi se da questa fusione possa nascere una nuova forma di autenticità, o se stiamo solo assistendo alla definitiva mercificazione della realtà. Forse la risposta sta proprio lì, tra un “Perfetto!” detto con stizza in diretta televisiva e la consapevolezza che, ormai, anche quella stizza fa spettacolo.

Il senso di ciò che facciamo

Eppure, in tutto questo, io continuo a chiedermi dove sia finito il senso di ciò che facciamo, non solo come professionisti della comunicazione, ma come esseri umani.

Ho sempre pensato che informare significasse cercare la verità, comunicare volesse dire costruire ponti, e intrattenere fosse un modo per alleggerire la vita.

Oggi sembra che ogni gesto, ogni parola, ogni apparizione serva solo a mantenere accesa una luce su di sé, come se spegnerla, anche per un istante, fosse un fallimento.

Certo, il lavoro si paga, ed è giusto così. Ma mi domando se non stiamo perdendo qualcosa di più grande del denaro. La disponibilità a donare un frammento autentico di noi stessi, senza calcolarne il ritorno. La generosità di chi partecipa non per apparire, ma per contribuire. L’umiltà di chi parla non per essere ascoltato, ma per capire meglio.

Visibilità VS Profondità

Come architetto dell’informazione, vedo questa crisi anche come un problema di struttura. Abbiamo costruito piattaforme che premiano la visibilità, non la profondità; che misurano l’interesse, non il senso.

Abbiamo reso l’attenzione una moneta, e in questa economia dello sguardo tutto deve essere spettacolare, immediato, condivisibile. Ma ciò che si condivide facilmente, spesso, non si comprende a fondo.

Forse dovremmo tornare a distinguere, almeno dentro di noi, tra ciò che informa, ciò che comunica e ciò che intrattiene. Non per nostalgia, ma per ritrovare una forma di orientamento. Perché se tutto è contenuto, nulla lo è davvero.

E in un mondo in cui ognuno vuole essere protagonista, forse la vera rivoluzione sta nel riscoprire il valore del silenzio, dell’ascolto, e della parola che non vende nulla ma dice qualcosa.