La forza dei Large Language Models non sta solo nella loro capacità tecnica. Sta nel fatto che arrivano in un momento storico in cui siamo particolarmente esposti, quasi predisposti, a confondere ciò che “suona bene” con ciò che è vero.

Luciano Floridi autore del libro “La differenza fondamentale” aiuta a capire perché. Pur parlando di modelli linguistici, in realtà si parla anche di noi, del nostro rapporto con il linguaggio, con il sapere e con l’autorità.

L’illusione abductiva degli LLM, ossia l’illusione delle spiegazioni “intelligenti” degli LLM, funziona perché incontra una vulnerabilità culturale già presente. Se oggi una spiegazione plausibile ci convince così facilmente, non è perché siamo diventati improvvisamente ingenui, ma perché il contesto culturale ha progressivamente eroso gli anticorpi che un tempo distinguevano la spiegazione dalla giustificazione.

Abbiamo perso il tempo della verifica

Per secoli, almeno idealmente, la conoscenza era scandita da tempi distinti. C’era il tempo dell’ipotesi, il tempo della discussione, il tempo della verifica. Anche quando questi passaggi non erano rispettati alla perfezione, la loro distinzione restava culturalmente chiara.

Oggi viviamo, invece, in un regime di sincronizzazione permanente. La spiegazione deve arrivare subito, il commento deve essere immediato, l’interpretazione deve precedere i fatti, non seguirli. In questo contesto, l’abduzione, che è per sua natura una forma di “buona congettura”, perde il suo statuto provvisorio e diventa una conclusione.

Gli LLM si inseriscono perfettamente in questo scenario perché sono macchine che eccellono nel fornire risposte rapide e ben formate, proprio ciò che il contesto premia. Non rallentano, non esitano, non chiedono tempo. E così facendo, normalizzano un’idea implicita: che capire significa produrre subito una spiegazione.

La crisi dell’autorità epistemica

Un altro elemento culturale decisivo è la crisi delle figure tradizionali di autorità del sapere. Scienza, giornalismo, istituzioni educative, tutte attraversano una fase di sfiducia. Non perché non producano più conoscenza, ma perché il loro linguaggio appare lento, complesso, condizionato.

In questo vuoto simbolico, la forma del discorso diventa il principale criterio di credibilità. Non ci fidiamo più di chi “ha titolo”, ma di chi “spiega meglio”. Il problema è che spiegare bene è una competenza retorica, non necessariamente epistemica.

Gli LLM sono, in questo senso, macchine retoriche perfette. Parlano con sicurezza, non si contraddicono nello stesso turno, organizzano il discorso in modo lineare. Offrono ciò che culturalmente oggi interpretiamo come competenza: chiarezza, fluidità, assenza di attrito.

La plausibilità diventa così una scorciatoia per la fiducia.

Linguaggio senza corpo, spiegazioni senza mondo

C’è poi una dimensione più profonda, che riguarda il nostro rapporto con il linguaggio stesso. Il libro insiste, giustamente, sulla mancanza di grounding negli LLM. Ma questa mancanza non ci scandalizza più, perché anche il nostro uso quotidiano del linguaggio è sempre più disincarnato.

Il grounding (o radicamento) è una tecnica psicologica e bioenergetica che connette l’individuo al “qui e ora”, stabilizzando pensieri ed emozioni attraverso la consapevolezza corporea. Utile per gestire ansia, attacchi di panico e stress, si basa su esercizi fisici per ripristinare l’equilibrio interiore. Spesso implica un contatto diretto con la terra (“earthing”) per ridurre l’infiammazione. 

Gran parte delle nostre interazioni avviene in ambienti simbolici separati dall’esperienza diretta. Parliamo di eventi che non abbiamo vissuto, di dati che non possiamo verificare, di fenomeni che conosciamo solo attraverso mediazioni. Il linguaggio ha smesso, in larga parte, di essere ancorato all’esperienza e ha iniziato a circolare autonomamente.

In questo senso, gli LLM non sono un’anomalia, ma una radicalizzazione di una condizione già esistente. Producono testi che parlano del “mondo” senza mondo, e noi siamo pronti ad accettarli perché viviamo già immersi in un flusso di parole che precedono, sostituiscono o addirittura impediscono l’esperienza.

Insomma, abbiamo imparato a vivere nella menzione, e ci stupiamo sempre meno dell’assenza dell’uso.

La seduzione della spiegazione come forma di cura

C’è infine un aspetto più intimo, quasi esistenziale. In tempi di incertezza, la spiegazione non è solo uno strumento cognitivo, ma una forma di conforto. Dare un senso, anche provvisorio, riduce l’ansia. Raccontare una storia plausibile è meglio che restare nel vuoto.

Gli LLM sono instancabili fornitori di senso, di un senso, anche non propriamente nostro. Non dicono quasi mai “non lo so” se non vengono istruiti a farlo. Riempiono i vuoti, chiudono le ferite cognitive, mettono ordine. In una cultura stanca, in frantumi, sovraccarica, spesso smarrita, questa capacità ha un potere enorme.

Ma è un potere ambiguo. Perché il senso prodotto senza relazione con il vero è un anestetico, non una cura. Rende sopportabile l’incertezza, ma non la attraversa. Sostituisce la comprensione con la sua imitazione.

La plausibilità come nuovo capitale simbolico

Mettendo insieme questi elementi, emerge un quadro chiaro: oggi la plausibilità è diventata una forma di capitale simbolico. Chi produce discorsi plausibili acquisisce attenzione, fiducia, influenza. Non importa più tanto da dove venga il discorso, ma come suona.

Gli LLM sono macchine che producono capitale simbolico a basso costo. Ed è per questo che pongono una questione culturale prima ancora che tecnologica.

Siamo ancora in grado di distinguere tra ciò che ha senso e ciò che è vero?

Floridi non dà una risposta morale ma offre una diagnosi, mostra che l’apparenza di ragionamento non coincide con il ragionamento, e che confondere le due cose non è solo un errore teorico, ma un rischio culturale.

Una responsabilità che torna a noi

Alla fine, la vulnerabilità alla plausibilità non è colpa delle macchine, si tratta del risultato di un ecosistema simbolico che ha privilegiato la velocità, la forma e la sicurezza apparente rispetto alla lentezza, al dubbio e alla verifica.

Gli LLM rendono visibile questa fragilità perché la portano all’estremo. Ci costringono a chiederci se sappiamo ancora abitare l’incertezza, se sappiamo tollerare il “non ancora”, se riconosciamo la differenza tra una spiegazione che rassicura e una che rende conto del reale.

Floridi ci ricorda che la vera posta in gioco non è se le macchine pensano, ma se noi siamo ancora disposti a pensare senza scorciatoie, anche quando una risposta plausibile è lì, pronta, elegante, convincente.