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Donatella Ruggeri – Psicologa e UX Research

Ho conosciuto Donatella Ruggeri, ux research e psicologa, su Linkedin. Da Linkedin sto raccogliendo suggerimenti di contatto. E tra i contatti Donatella mi è sembrata molto interessante per la sua voglia di divulgazione in un ambito molto interessante.

Donatella Ruggeri si occupa di UX Research ed è la fondatrice di due progetti molto interessanti secondo me. Il primo è Hafricah.net e il secondo è la settimanadelcervello.it di cui ho chiesto nell’intervista.

Ma ciò che mi ha maggiormente colpito di Donatella è l’interesse per le novità e la realtà virtuale come strumento per capire meglio il cervello umano e i nostri comportamenti.

Donatella Ruggeri UX Research

Su Linkedin Donatella si presenta come

Psicologa e comunicatrice seriale, nel 2007 ho fondato un sito di divulgazione neuroscientifica. Da clinica mi occupo di prevenzione dei disturbi cognitivi, riabilitazione neuropsicologica, da imprenditrice promuovo l’innovazione in ambito sanitario e sociale. Partner dell’americana Dana Foundation, dal 2016 coordino la Settimana del Cervello in Italia. Appassionata dei social e dalle nuove tecnologie, studio il comportamento e le personalità degli utenti sul web nell’ambito della User Experience.

Intervista a Donatella Ruggeri

Come sei venuta a contatto con l’User Experience, ce lo racconti?

Con la UX sono venuta a contatto – senza saperlo – durante il primo esame dell’università, Psicologia generale. Solo un paio di anni fa però ho incontrato uno UX designer. Ricordo di aver trovato illuminante e vagamente familiare ciò che diceva riguardo l’usabilità. Quando spinta dalla curiosità ho approfondito, ho scoperto di aver già nella mia libreria uno dei fondamenti della UX, La caffettiera del masochista di Don Norman, su cui avevo studiato le regole percettive e cognitive che stanno alla base delle nostre interazioni con gli oggetti della vita quotidiana.

Ho avuto la possibilità di iniziare a mettere in pratica le conoscenze in un continuo processo di affinamento by doing grazie al gruppo con cui lavoro adesso, iDIB, composto da designer (UI e UX), developer e researcher. Con loro ho potuto sperimentarmi in progetti molto grandi e già avviati ma ho potuto mettermi in gioco anche nella progettazione di un’esperienza d’uso from scratch, a partire dal primo contatto col committente.

Dalla psicologia alla UX Research, un passaggio naturale?

Secondo me di più: quasi un sodalizio inconsapevole. Uno psicologo è uno UX designer in potenza, ha tutte le conoscenze e gli strumenti di analisi, conosce la metodologia della ricerca, i principi che stanno alla base dello user testing e delle interviste, il metodo osservativo, la comunicazione efficace e non tecnica; è in grado di provare empatia e mettersi nei panni dell’altro con atteggiamento non giudicante; conosce la psicologia cognitiva e il funzionamento psicologico tipico.

Non a caso, nei corsi per UX designers sono molte le ore di insegnamento della psicologia, di aspetti che per uno psicologo sono fissati e consolidati da anni di studio e di lavoro sul campo, anche con i pazienti.

Contrariamente a quanto si creda, la psicologia e le neuroscienze che sono nello specifico il mio settore sono lo studio della normalità, del funzionamento psicologico e cognitivo sano. Va da sé che quando c’è da mettersi nei panni dell’utente, capire come pensa, quali sono le cose che provocano frustrazione, quali le aspettative, lo psicologo parte con una solida base.

Qual è la tua “giornata tipo” professionale?

La cosa bella è che la giornata tipo non esiste. L’unica routine è il caffè dopo pranzo, per il resto il lavoro è liquido e si adatta ai progetti, ai clienti, alle riunioni. Non manca mai il confronto col gruppo di lavoro o la lettura di un articolo di approfondimento su una nuova scoperta o tecnologia.

Quale parte del tuo lavoro preferisci?

La ricerca, in assoluto. È un ambito che ha sempre destato la mia curiosità e che mi dà modo di orientarmi nell’analisi di un problema e nel prendere decisioni. La prima cosa che mi viene in mente quando ho davanti qualcosa di nuovo: cosa sappiamo già, come lo abbiamo scoperto, dove lo abbiamo studiato, su chi, partendo da quali ipotesi? Come possiamo perfezionare i risultati? Ci sono domande migliori da porre?

Dalle neuroscienze alla UX, la ricerca consente di capire come funzioniamo in relazione a un compito. Quello che nei laboratori si studia a livello molecolare con la risonanza magnetica funzionale, in UX si studia nella sua complessità comportamentale e di pensiero con gli user test, le interviste, l’osservazione.
Una delle cose più interessanti è che la ricerca restituisce anche risultati controintuitivi ai quali non si sarebbe mai arrivati se non si fossero messe in dubbio quelle che all’inizio erano le proprie credenze – o assumption per usare un termine che fa molto UXer :-D.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

La cassetta degli attrezzi di uno ux designer che si rispetti è sempre zeppa di moltissimi tool… ed è sempre in continua evoluzione: alcuni tool vanno via e molti altri si aggiungono o si evolvono.

Se nella progettazione di un’esperienza utente non posso rinunciare alla ricerca, alla cosiddetta ‘UX dedotta’ – ossia quella ricavata da articoli, libri e dallo scambio con altri professionisti – e ancora, alle personas, al card sorting, giusto per citarne alcuni, nella divulgazione i veri strumenti diventano il networking e i social (sempre intesi come fitta rete di relazioni personali e di condivisione delle conoscenze che si creano), che consentono di portare il messaggio “un po’ più in là”.

Nel tuo blog/sito hafricah.net scrivi

L’ostacolo maggiore che le persone incontrano nell’approcciarsi ad un nuovo campo è difatti la non conoscenza del lessico tecnico proprio di quella disciplina.

A che punto siete?

Da ottimista direi a buon punto. Negli ultimi anni si sono moltiplicate, anche per la necessità di arrivare al cliente, le pagine di professionisti convertiti ai social che fino a pochi anni fa credevano che una pagina Facebook avrebbe influito negativamente sulla percezione di serietà e rigore della disciplina.

Nell’epoca del personal selling, però, in cui siamo a tutti gli effetti imprenditori di noi stessi, se non riusciamo a spiegare cosa facciamo è difficile vendere la consulenza, il servizio, la terapia. Da quel che vedo, siamo a buon punto. Chi ha cambiato linguaggio sta osservando buoni risultati, chi non sta cambiando linguaggio ne sta subendo le conseguenze e non credo avrà molta scelta, se vuole restare sul mercato.

Sia che si racconti la ricerca scientifica (come provo a fare proprio su hafricah.net) sia che ci si ritrovi davanti a un cliente a esporre i risultati di uno user test, se non si riesce a comunicare con semplicità, si auto-sabota l’outcome.

Altro tuo progetto è la Settimana del cervello. Come nasce la Settimana del cervello?

La Settimana del cervello nasce da un’esperienza all’estero. Quando vivevo in Inghilterra scoprivo che senza troppi preparativi, con un incontro informale in un pub segnalato su un giornale locale, ci si poteva incontrare, informare e contaminare. Ho seguito lí per la prima volta la Brain Awareness Week.

Tornata in Sicilia ho provato nel mio piccolo a introdurre questa modalità per portare la divulgazione delle neuroscienze nel mio territorio. Con grande sorpresa nei confronti di una regione in cui un movimento tale non si era ancora creato, ho trovato non solo professionisti entusiasti di raccontare il loro lavoro ma anche pubblici curiosi di scoprire di più sul funzionamento del cervello e sulla prevenzione delle malattie neurologiche.

Ricordo di aver pensato che c’era solo bisogno di dare il La: la curiosità e la voglia di imparare o di mettersi in gioco erano ben rappresentate. Da questa esperienza ed esperimento in piccolo, la Settimana del Cervello è diventata una manifestazione nazionale che oggi coinvolge 40 persone impegnate tutto l’anno nella sua organizzazione e circa 700 professionisti che organizzano i loro eventi divulgativi a marzo.

Sei impegnata nello studio di realtà virtuale. Io mi occupo di assistenza vocale e suoni. Che ne pensi? Quanto influisce il suono nella realtà virtuale? Puoi indicare qualche studio interessante a riguardo?

Quando vediamo un film che fa paura, nei momenti di suspence, per alcuni di noi il gesto naturale è quello di tapparsi le orecchie. Quando vogliamo rilassarci, possiamo riprodurre sul nostro telefono dei suoni della natura, del mare, della pioggia, per immergerci nel momento e immaginarci altrove.

Questi sono solo due esempi di come i suoni, anche da soli, siano importanti per il senso di presenza nel mondo, per l’immaginazione, per la risposta emotiva. Nella Realtà Virtuale, se il suono non rispetta le aspettative, se non sentiamo cioè quel che ci aspettiamo di sentire in base a quel che vediamo, alla posizione del corpo, alle informazioni che ci vengono dagli altri sensi e dall’apparato vestibolare, si crea una dissonanza cognitiva che rende l’esperienza irreale e anche fastidiosa.

Perché sia percepito come autentico, il suono deve avere delle proprietà fisiche il più possibile simili a quelle reali: profondità, volume, direzione, propagazione, responsività devono essere di buona qualità e coerenti rispetto al resto dell’esperienza. L’audio è il primo fattore che contribuisce alla credibilità di una esperienza virtuale.

Un articolo piuttosto recente spiega proprio come l’audio 3D realistico sia la frontiera della Realtà Virtuale.

Da quel che ho letto per questa intervista pare che in ambito psicoterapeutico ci sia molto ottimismo sulla realtà virtuale. E così? Come la vedi? Ci sarà anche un coinvolgimento di intelligenza artificiale? Oppure lo psicoterapeuta sarà sempre umano?

L’ottimismo della psicoterapia verso la Realtà Virtuale è vero e ragionevolmente indotto dai risultati degli studi condotti fino ad ora. La vera potenzialità della tecnologia consiste nel fare immergere il paziente in una situazione realistica che resti un setting sicuro. Le applicazioni sono molteplici, vanno dall’esposizione a stimoli fobici alla riabilitazione delle funzioni cognitive dopo una lesione cerebrale.

Il coinvolgimento delle intelligenze artificiali c’è già: Woebot è ad esempio un bot che fa le veci di uno psicologo. Aiuta a tracciare i cambiamenti d’umore, fornisce dei feedback sugli automatismi che per le persone spesso sono difficili da identificare, fa una sorta di “psicoeducazione”, cioè passa delle conoscenze su come funzioniamo.

A guardare poi le applicazioni del machine learning, è stato impiegato per perfezionare le diagnosi di psicosi, Sindrome di Alzheimer, autismo, per identificare il comportamento suicidario in base alle parole usate dalla persona, per analizzare i dati della risonanza magnetica funzionale.

Diciamo che tutto ciò che può freddamente essere osservato e analizzato da un umano, può essere osservato e analizzato anche meglio da una intelligenza artificiale. Il nodo al pettine viene se pensiamo alla componente emotiva della terapia, al rispecchiamento emotivo che avviene in seduta, aspetti che restano – ancora – solo un privilegio degli esseri umani, per quanto si sia già al lavoro sulle “intelligenze artificiali emotive”.

Ho visto che hai in ballo molti progetti di sviluppo. Qualche anticipazione? Novità che puoi già raccontare?

L’ultimissima novità, prossima al lancio il 30 giugno, è l’app di riabilitazione cognitiva in Realtà Virtuale, Cerebrum (ne ha parlato qualche giorno fa anche Repubblica) : che ho creato insieme ai colleghi romani di Idego e Promind, destinata agli operatori della salute mentale.
In cantiere abbiamo già un’estensione della stessa e diverse attività di formazione e supervisione per chi non ha familiarità con la tecnologia.

Siamo poi già al lavoro per la Settimana del Cervello che nel 2019 sarà dall’11 al 18 marzo e che vedrà diverse novità rivolte, ad esempio, alle scuole.

Questa estate lanceremo due servizi confezionati dal team di ricerca, sviluppo e progettazione col quale lavoro, servizi che utilizzeranno la realtà aumentata e l’intelligenza artificiale per risolvere due problemi comuni tra gli utenti, ma adesso non posso dire di più.

E per finire le ultime 3 domande più leggere, che faccio a tutti gli intervistati.

Consiglia un libro

Don’t make me think, Steve Krug. Contiene tutte quelle cose palesi e a volte un po’ ovvie che nessuno ti dice mai, alle quali non riesci ad arrivare da solo.

… un brano musicale o un cd

Al Monte, Mannarino (album)

Consiglia un film

Toys that Made us, più che un film è una serie di Netflix. Per imprenditori, designer e curiosi, è un condensato di materiale utile a crescere e a vedere come grandi marchi dell’industria del giocattolo (Barbie, Lego) sono diventati iconici e sono riusciti a superare gli inevitabili fallimenti lungo il percorso. Interessante soprattutto il modo in cui le aziende si sono adattate nei decenni restando al passo con un mercato e un cliente sempre diverso.

Ringraziamenti

Grazie ancora a Donatella per aver risposto alle mie domande e per aver dato a tutti i lettori spunti di riflessione molto interessanti. Il mondo sta cambiando e insieme ad esso il nostro cervello. Dobbiamo avere cura di persone come Donatella, che ci aiutano a capire.

Grazie e speriamo di vederci alla settimana del cervello 2019!

Barbara Manna – Senior UX Designer Digital Specialist

Ho conosciuto Barbara Manna su LinkedIn. E il suo profilo è di tutto rispetto. Laureata in Lettere ha svolto attività per la regione Liguria, per Aci e per Enel. Ha iniziato come Addetta stampa, web writer e nel tempo ha sviluppato la sua attività di Architettura dell’informazione.

Barbara Manna

Lei scrive di se stessa.

Nel settore della progettazione e sviluppo editoriale di portali web, app mobili, CRM service cloud ho maturato una pluriennale esperienza nel ruolo di UX Information Architect. Ho collaborato a numerosi progetti di sistemi digitali complessi come consulente di aziende attive nella Pubblica Amministrazione e nel settore privato.

Per conto della multinazionale Salesforce, come membro del team italiano dedicato al User Experience Design, ho partecipato alla definizione di linee guida di usabilità, architettura delle informazioni, content strategy nell’ambito del progetto internazionale CRMT di Enel. Per cinque anni ho fatto parte del team di sviluppo delle soluzioni internet intranet della Società Generale di Informatica SOGEI Spa.

In precedenza ho collaborato con grandi aziende del settore informatico come Aci Informatica, Eustema e Datasiel (Regione Liguria). Ho iniziato a lavorare nel settore della comunicazione nel 1998 nella redazione milanese de La Stampa, dopo aver conseguito la laurea in Lettere all’Università degli Studi di Genova.

Attività

L’attività di Barbara Manna è stata rivolta alla  ricerca, alla revisione dei  contenuti, all’analisi e studio dell’usabilità di interfacce. E’ spesso impegnata nella definizione delle strategie di comunicazione editoriale digitale. Documentazione di content strategy con linee guida editoriali, alberatura, wireframe secondo i requisiti di usabilità per personalizzazione interfacce CMS Liferay. Realizzazione sezioni Intranet con implementazione portlet, formati editoriali, contenuti testuali in ambiente Liferay.

studio fattibilità, analisi architettura, inventario dei contenuti, wireframe nuove sezioni navigazione e revisione dei testi.

Formazione scrittura web e principi di usabilità. Attività: training on the job, redazione manuale di scrittura per il web.

Coordinamento editoriale del portale di informazione . supervisione attività editoriali, ideazione e stesura contenuti, aggiornamento portale da piattaforma CMS proprietario Cps. Output: contenuti, publiredazionali, ottimizzazione testi, linee guida di web communication.

 

Corsi di formazione di scrittura per il web in aula e in modalità training opn the job. Redazione manuale di scrittura e cd “Scrivere per il web”

Intervista a Barbara Manna

Come sei venuta a contatto con l’architettura dell’informazione e l’User Experience?

Nel 2003 il mio percorso professionale mi ha portato a trasferire le mie competenze di comunicazione tradizionale in ambito web: da redattore della carta stampata a redattore di contenuti di siti web istituzionali. È qui che ho iniziato ad applicare le logiche dell’architettura dell’informazione al contesto digitale.

Un po’ di tempo fa, in un gruppo, prendendo spunto da un articolo, ci si chiedeva come ciascuno di noi spiega il proprio lavoro ad una festa. E tu come spieghi il tuo lavoro?

Ho trovato sempre un po’ di difficoltà nello spiegare in modo sintetico il mio lavoro ma in questo scenario ipotetico della festa immagino che i miei interlocutori siano tutti smart e bendisposti. Così direi loro: progetto le interfacce, ossia il modo in cui fruite i contenuti nei siti web e nelle app. Decido dove mettere gli oggetti e i contenuti per raggiungere la massima chiarezza e facilità di lettura delle informazioni.

Qual è la tua “giornata tipo” professionale?

Lavoro a Roma e dopo aver accompagnato mio figlio a scuola mi avvio in ufficio. Arrivo verso le 9.30/10, traffico permettendo. In auto però inizio a pensare a quello che devo fare e non ti nascondo che le migliori soluzioni spesso arrivano proprio nell’abitacolo, imbottigliata nel traffico. È un tempo in cui ci sono pochi rumori di sottofondo e la mente gode di un limbo tranquillo.

Una volta in ufficio leggo le mail e inizio a smarcare tutte le attività aperte che richiedono meno impegno di concentrazione. Dopodiché inizia la fase di produzione delle idee e la progettazione vera e propria. Nel pomeriggio riesco a “quagliare di più”.

Quale parte del tuo lavoro preferisci?

Mi piace molto ascoltare le persone: sul lavoro i clienti, i colleghi, capire cosa serve loro, come posso aiutarli a trovare una soluzione efficace alle loro esigenze di comunicazione. Adoro scrivere e trovare soluzioni efficaci di comunicazione sintetica e snella: sulle interfacce, dentro una presentazione, in una soluzione di navigazione, in un’interazione mirata e facile, nella scelta di un colore che sia coerente e parlante, che abbia qualcosa da dire. E tutta una questione di semantica.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Axure, InVision, Word, Power Point, fogli bianchi A4, penne e post-it. Dipende dal contesto. Tutto quanto mi possa aiutare a portare un po’ di ordine nel caos e che possa farmi raggiungere un obiettivo di comunicazione sintetica ed efficace.

Tra le tue numerose attività hai partecipato alla formazione di linee guida di usabilità. Se dovessi scegliere cosa è per te imprescindibile, cosa sceglieresti?

La coerenza, la facilità d’uso, l’immediatezza.

Dal mio punto di vista, per i feedback che ho, la resistenza al cambiamento è fortissima. E questo avviene nel privato così come nella pubblica amministrazione. Però fa molto piacere che persone come te lavorino e hanno lavorato con grandi aziende del nostro Paese. Qual è il tuo punto di vista? Qual è la risposta che hai avuto tu al nuovo approccio di lavoro.

È una sfida incredibile, affascinante, faticosa, sempre nuova. Ogni singola volta che sento cadere una resistenza, anche piccola, sono felice e sento che quello che faccio ha un senso, nonostante la fatica spesa per fare breccia nel muro incontrato. Tuttavia le più grandi soddisfazioni arrivano quando lavoro con persone (per mia fortuna la maggioranza) che pur essendo a digiuno delle tematiche che tratto mostrano interesse e curiosità e si predispongono alla comprensione soprattutto del valore aggiunto che il buon design e la buona comunicazione apportano al contesto di riferimento.

La frustrazione arriva quando devo collaborare con persone che pretendono di saper fare i designer o i comunicatori e/o che confondono l’aspetto grafico di un’interfaccia con tutto il resto: architettura informativa, struttura di navigazione, interazioni efficaci, usabilità, editing… E chi usa a sproposito il termine user experience supponendo di sapere bene di cosa parla. È un termine maltrattato, abusato, un vestito per tutte le stagioni, un termine alla moda.

All’estero si vedono tante sperimentazioni in atto. Come vedi la situazione in Italia? A cosa dovrebbe mirare un giovane architetto dell’informazione? Quali sono le evoluzioni della disciplina?

In Italia il nostro settore è ancora considerato giovane, nuovo, non ben strutturato, poco conosciuto, poco chiaro. Troppo spesso viene confuso con il mondo del visual design che è fondamentale perché un’interfaccia funzioni ma che deve sposare una buona progettazione dell’architettura informativa e della struttura di navigazione e degli obiettivi di comunicazione da cui dipende tutto il resto. Noi dobbiamo saper tradurre i needs dei clienti e contribuire a creare un sistema semplice che sia frutto di un’alleanza tra le parti: content, UX, AI, Interaction design, visual e grafic design. Nulla può essere auto consistente e autoreferenziale.

Ai giovani architetti suggerisco di studiare tantissimo, di tenere le orecchie ben aperte su quanto accade intorno a loro e guardare dentro i devices. E di non smettere mai di voler imparare. E di confrontarsi con il mondo IT: dietro alle interfacce c’è un mondo di dati e di sistemi che hanno delle logiche fondamentali da comprendere. Informatici, ingegneri, tecnici sono da sempre i miei migliori alleati, sono le persone che ascolto con molta attenzione tutti i giorni. Il loro lavoro precede e si lega al mio come il mio precede e si lega a quello dei visual designer. Nessuno di noi può andare da nessuna parte da solo, senza tutti gli altri.

Il mio sogno è sapere che in ogni progetto digitale ci sia un architetto dell’informazione nel team. Tu come vedi il futuro?

Idem, è un sogno che deve necessariamente tradursi in realtà e presto. Spero che questo accada altrimenti si continuerà a sprecare tempo, energie e denaro.

La tua laurea in lettere è una ulteriore conferma che abbiamo bisogno di umanisti. Cosa diresti ad una ragazza o a un ragazzo che si sta iscrivendo all’università?

Carissimo segui il tuo istinto e iscriviti al corso di laurea che è nelle tue corde. Il futuro ha bisogno di intelligenze e talenti soddisfatti: il tuo istinto è la bussola che ti può guidare nella scelta. Raramente l’istinto sbaglia, i “buoni consigli” lasciali perdere. Il lavoro arriverà, fai quello che ami fare con dedizione e impegno, tutto il resto verrà da sé.

E per finire le ultime tre domande più leggere che chiedo a tutti! Consiglia un libro

Steve Jobs, di Walter Isaacson, 2011

Una lettura inevitabile per chi ama il design: conoscere questa fetta di storia contemporanea aiuta a navigare nel nostro settore con più consapevolezza, nel bene e nel male…

Consiglia un brano musicale o un cd

No Woman, no Cry. Bob Marley

Una canzone carica di coraggio, che incita alla non rassegnazione, nonostante tutto.

Consiglia un film

L’ora più buia, di Joe Wright, 2017

Un film molto bello che celebra il potere della parola e il coraggio della libertà. Quando le parole usate in modo efficace cambiano la Storia…

Ringraziamenti

Benedico il giorno in cui ho deciso di iniziare questo percorso di interviste. Sto conoscendo persone straordinarie e progetti che vanno al di là delle mie , ormai, ristrette cerchie di conoscenze. Una vera boccata di ossigeno. Mi auguro che lo sia anche per i lettori.

Grazie a Barbara per la sua apertura e per i suoi consigli, utili per tutti!

Intervista a Stefano Arciero e la ripresa binaurale

Ho conosciuto Stefano Arciero grazie a Francesca Clementoni, amica conosciuta grazie alla passione comune per la radio e per i suoni. Lettrice del blog, radiofonica e amante dell’audio ha avuto il piacere di contribuire mettendomi in contatto con Stefano. E gliene sono davvero grato.

Da qualche mese a questa parte, infatti, il blog è diventato un centro di studio che unisce coloro che amano il suono e l’innovazione. I commenti stanno diventando sempre più numerosi e c’è davvero uno scambio e una costruzione di valore intorno ai temi trattati.

Tutte le foto di questo articolo sono state concesse al blog da Stefano Arciero e Vs3D.

Chi è Stefano Arciero?

Dal suo sito professionale Vs3D si legge.

Stefano Arciero si laurea nel 2007 con una Tesi Sperimentale (durata nove mesi) sulla Sintesi Binaurale, realizzata mediante Filtri Digitali e tanto calcolo matematico.
Subito dopo inizia il percorso di “Specializzazione” ed ha la fortuna di imbattersi nel sito Terzo Orecchio di Franko Russo e di ascoltare le Registrazioni Binaurali da lui realizzate.
Usando semplicemente il suo allenato orecchio, Stefano comprende subito che non è possibile eguagliare la qualità ed il realismo del Sistema Binaurale Neumann®, né l’esperienza raggiunta da Franko nei suoi lunghi anni di sperimentazione diretta.
Così decide di abbandonare il suo percorso di ricerca sulla sintesi, formule comprese, per dedicarsi completamente alla Ripresa Binaurale, come allievo, socio, amico, fratello di Franko.

Ma ci sarebbe molto altro ancora da dire. La sua competenza sul suono è molto vasta. Quando ci siamo sentiti mi ha raccontato di un mondo sonoro in evoluzione pieno di meraviglie.

Intervista a Stefano Arciero

Ci sarebbe sicuramente tanto altro da chiedere a Stefano. Ma non aggiungo altro. E magari più avanti ci saranno altre occasioni per invitarlo. Stefano Arciero è stato generosissimo nelle risposte. Più che una intervista si tratta di una guida all’audio binaurale. Ed è davvero un onore poter ospitare qui sul blog le sue parole.

Solo un consiglio prima di cominciare a leggere, recuperate un paio di cuffie. Sarebbe meglio avere delle cuffie di ottima qualità, ma vanno bene quelle che vi ritrovate. Durante la lettura Stefano consiglia alcuni brani da ascoltare e che vi faranno capire, al meglio, di cosa stiamo parlando.

L’audio 3D è una esperienza! Ricorderete a lungo questo articolo. Mettetevi comodi e, come dice lo stesso Stefano Arciero, godetevi il viaggio!

Ascolto

Cos’è per te l’ascolto? Quale definizione emozionale/affettiva daresti?

Esistono differenti modi di ascoltare che dipendono dal tipo di attenzione e concentrazione che mettiamo nell’ascolto. L’attenzione dovrebbe essere sempre presente e vigile come ad esempio quando camminiamo in città circondati dai rumori del traffico e delle persone.

Ascoltare Audio in 3D può sicuramente stimolare e favorire un ascolto consapevole, e saper ascoltare è una competenza peraltro sempre più richiesta nel mondo del lavoro.

Ascoltare per me significa fare davvero attenzione al tipo di suono che riceviamo e alla sua posizione nello spazio e attraverso l’ascolto 3D è possibile monitorare l’ambiente circostante a 360°. Da anni ascolto materiale audio utilizzando o ottimi diffusori oppure tramite cuffie stereo di buona qualità (attualmente ho cinque modelli di cuffie). Sono sicuro che utilizzare buoni diffusori o buone cuffie ed ascoltare materiale sonoro originale in una sala trattata può favorire il relax, la concentrazione nel lavoro e può migliorare l’umore.

In base alla mia esperienza posso dire con certezza che la cosa più importante quando ascoltiamo è l’attenzione e che, solo concentrandosi ed allenandosi, è possibile riuscire a raggiungere un ascolto sempre più consapevole.

Anni fa non ascoltavo musica con buoni impianti o buone cuffie, mi facevo bastare un 2.1 da 90 euro dell’elettronica di consumo e cuffie da 70 euro. È stato bello riscoprire le sfumature e i dettagli di tante produzioni e album che ho ascoltato per ore, durante veri e propri allenamenti dell’orecchio, nei primi mesi in cui ho iniziato ad occuparmi seriamente di registrazioni binaurali ed utilizzavo, come oggi, Monitor Adam e cuffie da studio.

Da un punto di vista emotivo, la musica è legata alle nostre esperienze passate ed è normale che alcuni brani o registrazioni ambientali possano evocare ricordi affettivi che in qualche modo sono legati al tipo di suoni utilizzati e che questi ricordi possano influenzare l’ascolto. Allo stesso modo i pensieri che abbiamo nel momento in cui andiamo ad ascoltare. Quando si lavora ad un mix, infatti, sarebbe meglio fare qualche esercizio di respirazione e liberare la mente.

Riassumendo per me l’ascolto è fortemente legato a quanto siamo attenti e concentrati sia nell’ascoltare i nostri pensieri e sia nell’ascolto di materiale sonoro per così dire “esterno” a noi, facendo attenzione a capirne il significato, utilizzando elementi intrinseci della sorgente sonora X, come la profondità, la naturalezza, la timbrica, il panorama sonoro in cui è immersa, il riverbero naturale e la posizione nello spazio XYZ;

Audio 3D o Binaurale

Intanto Audio 3D e Binaurale sono la stessa cosa? O mi sbaglio?

La ripresa Audio Binaurale professionale è una ripresa a 360° sferici. Ciò significa che possiamo posizionare una sorgente sonora in qualsiasi punto dello spazio e possiamo registrare ed ascoltare questa illusione sonora provenire dalla medesima posizione che aveva rispetto alla testa artificiale al momento della registrazione.

Tale registrazione non solo cattura la sorgente diretta ma anche tutte le sue riflessioni nell’ambiente circostante a 360°. Molti ascoltatori commentano: “sembra di essere lì”, proprio sul luogo della ripresa! Questo perché siamo circondati dal Suono che, nell’ascolto in cuffia, viene percepito esterno alla scatola cranica e non interno come il Mono (che suona al centro della testa) o lo Stereo (non Binaurale che si sposta da sinistra a destra sempre dentro la testa). I Suoni Binaurali sono esterni a noi e caratterizzati da una distanza “r”, distanza tra la Dummy Head e la sorgente sonora.

I segnali L e R che arrivano alle nostre orecchie vengono, all’interno del Microfono Binaurale, elaborati da un circuito “psico-dinamico”, un vero gioiello (!) della Tecnologia Neumann. Questo circuito elettronico, che fa molte cose, riesce ad imitare il comportamento dei tre ossicini dell’orecchio medio (i più piccoli del corpo umano) e quindi cattura più o meno suono in base all’intensità e restituisce una dinamica Naturale, ideale per la Musica Classica, Sperimentale e per il Jazz. Il tutto a partire dalle due capsule Neumann di elevatissima qualità alloggiate nel condotto uditivo della Testa, una per l’orecchio sinistro e l’altra per il destro. Quindi alla domanda spesso ricorrente: quanti microfoni ci sono dentro? Possiamo rispondere con certezza: Due!

Esistono molti sistemi di spazializzazione del suono, alcuni usano molti diffusori per poter posizionare al meglio le sorgenti intorno l’ascoltatore.

Il Binaurale invece ha la miglior resa utilizzando cuffie stereo (meglio se di buona qualità, anche se la spazializzazione si può apprezzare con cuffie scarse o mediocri).

Nell’ascolto in cuffia sei tu che entri nell’ambiente dove sono stati registrati i suoni. La frase che ricorre più spesso fra i tanti che si sottopongono ad ascolti di materiale Binaurale è appunto: ”sembra di essere lì”. Hai, infatti, davvero l’illusione di essere al posto della testa artificiale nel punto in cui è stata realizzata la registrazione. Per me è un modo unico di ascoltare i suoni nello spazio circostante! Non solo davanti o dietro come si può fare con i sistemi surround, dove viene a mancare l’asse verticale (… e quindi sono 2D) e le sorgenti possono essere posizionate su un piano (e non nello spazio!) ma a 360 gradi sferici.

Con l’Audio Binaurale possiamo apprezzare una voce che ci sussurra vicino l’orecchio o uno strumento in lontananza oppure i tuoni dall’alto e la pioggia intorno a noi. Il Binaurale copre quasi tutto il campo sonoro intorno a noi, vicino l’orecchio (sussurrato) – lontano, in base al raggio r che c’è tra la testa artificiale e la sorgente sonora.

Credo che si debba utilizzare il sistema più adatto al tipo di progetto che si intende realizzare e in base ai risultati artstici che si vogliono ottenere. Spesso mi capita di suggerire ai musicisti, che mi propongono idee che secondo me non sono compatibili con il Binaurale, le tecniche di ripresa stereo tradizionali. Quello che noi vogliamo fare è preservare la naturalezza di queste riprese e concretizzare dei progetti di qualità che siano stati pensati per usare lo spazio intorno all’ascoltatore quindi andando a stimolare l’ascolto di sorgenti sonore che provengono, ad esempio, da dietro o da sopra o da sotto.

C’è da dire una cosa. Nel campo visivo, dove appunto vediamo, molti non riescono a percepire la profondità. Questo è dovuto chiaramente al fatto che proprio perché davanti vediamo, il cervello se non vede le sorgenti sonore non si convince abbastanza e viene a mancare la profondità proprio nel campo visivo. Questo mi è capitato con alcuni studenti durante i corsi. Però, dopo alcune sedute di ascolto mirate, anche queste persone riescono a percepire la profondità nel campo visivo. Quindi alla fine è tutto un discorso di allenamento dell’orecchio, che inizia con ascolti di registrazioni naturalistiche ad occhi chiusi.

Vorrei anche aggiungere che se si utilizza una testa professionale (come la Neumann) i suoni sono ottimizzati per l’ascolto tramite diffusori grazie al circuito psico-dinamico che vi è all’interno. Se i diffusori sono posizionati davanti a noi perdiamo il 3D. La qualità timbrica e la dinamica naturale restano invariate. Ma provate invece a mettere i diffusori uno di fronte l’altro, come una grossa cuffia, ed ascoltate materiale Binaurale. Accadono cose davvero notevoli ed interessanti!

Registrazione binaurale

Come sei arrivato alla registrazione binaurale?

Ho scoperto l’Audio Binaurale durante il corso di Audio Digitale all’Università Tlc di Roma, tenuto dal Prof. Aurelio Uncini, un esperto in materia.

Mi ero talmente appassionato che decisi di fare una tesi sperimentale e cercare di creare un plug-in in grado di spazializzare sorgenti mono. Feci tantissime ricerche iniziando da Shaffer e il paesaggio sonoro, poi ho scoperto le registrazioni Olofoniche di Hugo Zuccarelli, genio dell’Audio (vanta collaborazioni con Pink Floyd, Michael Jackson e molti altri grandi della musica). Per il progetto tesi utilizzai il Pure Data, un software basato sul c++ e open source. Avevo progettato un plug in ed utilizzavo quattro microfoni per catturare i segnali ambientali. Dopo mesi di test riuscivo a spazializzare una sorgente mono, ad esempio una voce.

Prendevo la voce di Marley o di Morrison in mono e la facevo girare intorno la testa. Tutto molto carino ma la qualità timbrica mancava chiaramente perché i microfoni impiegati erano di basso costo e poi si sovrapponevano i quattro rumori di fondo. Dopo la tesi iniziai a cercare studi di registrazione e un giorno mi sono imbattuto nel sito di Franko Russo. Utilizzava un microfono Binaurale professionale dal 2001. Ascoltai le prime due rec, le onde del mare “In Barca”

e “il Temporale”

e rimasi a bocca aperta. Sembrava davvero di essere su una barchetta bagnati dalle onde intorno. Scrissi a Franko per fargli i miei complimenti e da quel giorno c’è stato un feeling particolare, sicuramente basato sul modo di ascoltare in comune che abbiamo, e che ci ha portato a fare tante esperienze e tante collaborazioni con Artisti italiani, molti dei quali stimavo già da anni.

Registrazione in audio 3D

L’audio 3D è una rivoluzione per chi ascolta, ma anche una rivoluzione per chi registra. Cosa hai dovuto cambiare nel tuo modo di lavorare?

Prima di iniziare ad occuparmi di Audio 3D avevo avuto solo alcune esperienze pratiche di registrazione. E questo da un lato è stato un vantaggio perché chi inizia, ma ha già metabolizzato un metodo di lavoro, fa fatica a comprendere che con il Binaurale si lavora diversamente.

Per prima cosa è molto più importante la fase di pre-produzione rispetto alla post-produzione perché non è possibile avere tutto il controllo che si ha nelle riprese mono. Si devono scegliere le location, gli ambient e i riverberi naturali che si desidera utilizzare. Si devono fare degli schemi sulla posizione delle sorgenti sonore, siano esse acustiche o amplificate.

Bisogna fare delle prove per poi riascoltare ed eventualmente correggere, andando a spostare le sorgenti: il che significa fare il mix fisicamente, alzando o allontanando amplificatori, disponendo sistemi di più diffusori, regolando i volumi rispetto alla testa e rispetto all’ascolto dei musicisti e così via. Parlo già di mix, nel senso che lo si fa prima della registrazione. Se metto una chitarra a sinistra rispetto alla testa poi non potrò cambiare la sua posizione. Quando parlo di pre-produzione intendo proprio dire che si inizia a mixare facendo delle prove e regolando il tutto prima della rec, dopo si va in scena!

Per molte persone la registrazione è un atto passivo. Così non è. Ma in questo caso più che mai. Ci racconti del tuo lavoro di progettazione?

Conosco molti musicisti che secondo me non amano molto riascoltarsi, altri invece sono appassionati di registrazione, di sperimentazione ed alcuni sono anche dei bravissimi tecnici ed ingegneri del suono. Non credo che la registrazione sia un atto passivo, anzi.

Credo invece che sia molto simile alla fotografia sia a livello emozionale sia per il fatto che puoi immortalare quel momento, puoi per un attimo fermare il tempo e conservarlo per sempre. E come nella fotografia puoi essere quanto più naturale possibile e vicino alla realtà o puoi ritoccarla (nel limite del possibile) per tentare di migliorarla.

In particolare mi riferisco alla musica live, lì devono funzionare alcune cose: l’acustica della location (e qui si apre un capitolo enorme sugli spazi in cui si fanno live, almeno di musica rock in Italia); la qualità dell’amplificazione, la bravura e l’orecchio del fonico, la magia e l’affiatamento dei musicisti, il coinvolgimento del pubblico. Quando progetto una ripresa professionalmente è su questi parametri che ragiono in collaborazione con gli artisti.

Nella ripresa Binaurale c’è sempre un’importante componente creativa, abbiamo la possibilità di registrare una soggettiva sonora, quale soggettiva ricreare? Il punto di ascolto del pubblico a centro sala o il punto d’ascolto del direttore d’orchestra? Ci sono infinite possibilità. Ma ciò dipende anche dalla componente e dal contributo creativo che può desiderare l’artista. Audio immersivo significa che, usando una cuffia, io posso essere trasportato in una scena sonora. La scena va progettata e creata, possiamo portare i fan e gli ascoltatori dentro il suono, questo per me è magico ma bisogna farlo bene.

Da quello che ho letto, forse mi sbaglio, mi pare di capire che c’è bisogno di team multidisciplinari. Quali incontri inaspettati sono arrivati?

Ci sono stati molti incontri inaspettati. Oltre ad aver conosciuto Franko Russo, pioniere delle tecniche di ripresa Binaurale, ho
conosciuto validi Videomaker e registi aperti alla tecnologia Audio Binaurale, come Filippo Chiesa, grazie al quale abbiamo realizzato un interessante progetto di realtà aumentata per il Museo Casa Natale Giuseppe Verdi di Busseto. Lì Abbiamo girato scene in Audio3D/Video ambientate nell’800 dove la soggettiva era quella di G.Verdi da bambino. I visitatori possono fruire di questi contenuti utilizzando iPad e cuffie che vengono dati all’ingresso del museo.

Un altro compagno di viaggio è stato Victor Ortega che ha filmato i nostri primi esperimenti di utilizzo di due Teste Binaurali sincronizzate, ciò che noi chiamiamo “6D-Audio” basato sulla provocatoria formula 3D+3D=“6D”! Vi invito a consultare i loro lavori, decisamente eleganti e di classe.

Poi c’è Oscar Serio, regista specializzato in videoclip musicali con il quale stiamo collaborando ad un progetto di ripresa Video in 360 con Audio Binaurale.

Sicuramente non può mancare Hugo Zuccarelli che abbiamo avuto l’onore di ascoltare via skype in collegamento da Buenos Aires e che ci ha raccontato della sua tecnologia di diffusione sonora in Audio 3D attraverso casse acustiche opportunamente progettate e che sta avendo un grande successo nel Teatro Ciego dove fa ascoltare interi album con la platea interamente al buio.

Come ti prepari quando devi registrare?

Per prima cosa ascolto materiale audio dell’artista che andrò a registrare. Nel caso di progetti multimediali invece cerco di ragionare sul metodo più semplice che può essere adottato per ottenere il risultato migliore. Mi capita quasi sempre di immaginare prima quello che andremo a realizzare. Cerco di visualizzare la location, la disposizione degli strumenti, delle voci e gli ambient. Ovviamente ragiono a 360 gradi, chiedendomi ad esempio “cosa posizioniamo dietro, cosa davanti, cosa in alto?”

Il suono della chitarra ad esempio preferisco posizionarlo dietro la testa quando uso configurazioni che prevedono suoni intorno al microfono. Per me la scena sonora è come un disegno in cui gli equilibri dei suoni sono paragonabili agli equilibri dei colori. Sono convinto, e lo dico da chitarrista che da adolescente amava sperimentare con i microfoni ambientali per registrare le prove, che almeno una volta nella vita bisogna registrare il proprio sound in Audio Binaurale, grazie al quale si scoprono sfumature probabilmente ignorate prima e un’elevata qualità timbrica.

Chi ha ascoltato l’audio binaurale dice di aver vissuto un’esperienza. A quali esperienze hai lavorato fino ad oggi?

La prima esperienza magica fu l’incontro tra me, Franko Russo e John De Leo, che rimase effettivamente colpito dal nostro tipo di registrazione. Con lui provammo il primo esperimento in “Giochi di Voce in 3D”

ottenendo davvero un risultato sorprendente. La voce strepitosa di John De Leo, venne spazializzata e resa ancora più unica grazie alla pulizia della registrazione Binaurale. Dopo questo incontro le collaborazioni furono tantissime.

Tra i tanti artisti con cui abbiamo avuto l’onore di lavorare sicuramente va citato il Banco del Mutuo Soccorso, storica Band del Rock Prog. italiano, con i quali registrammo diversi live durante il Tour 2011/2012, e fu un’esperienza incredibilmente emozionante. Catturare il sound dal vivo del Banco, la magia della Voce di Francesco Di Giacomo significava per me portarmi a casa ogni sera un pezzo di storia. Così come l’incontro con i 99 Posse, registrati dal vivo a Napoli nel 2014, con il microfono circondato da un pubblico di 30.000 persone che cantavano a ritmo!

Grazie a speciali microfoni è possibile realizzare delle registrazioni dalla qualità mai sentita prima, raccontaci di questi microfoni. Di che si tratta?

Si tratta di microfono speciali del marchio tedesco Neumann. Vengono chiamati “Dummy Head” o Teste Artificiali. Una robot, forma di testa umana in grado di replicare la fisiologia dell’udito umano. Basati sul concetto di due capsule microfoniche alloggiate in un simulacro di testa, i Neumann possiedono tutta la tecnologia per ottenere dei suoni spazializzati, potenti e ricchi nel contenuto informativo in frequenza.

I microfoni sono alloggiati nel condotto uditivo e i due segnali vengono inoltrati al circuito interno che simula i tre ossicini dell’orecchio medio e restituisce una dinamica davvero naturale. I microfoni sono dotati di uscite per l’oscilloscopio e permettono di effettuare misure acustiche molto accurate.

L’aspetto che a noi interessa è la creazione di mondi sonori tridimensionali che possono avere diverse applicazioni, dalla produzione di musica o audiolibri, allo streaming in audio immersivo fino ai contenuti multimediali per le strategie di marketing.

C’è anche un lavoro di editing dopo? O bastano i microfoni speciali a rendere l’audio tridimensionale?

C’è un lavoro di post-produzione. Come ogni altro microfono anche il KU 100 ha un proprio diagramma polare e in base a quello bisogna equalizzare il materiale sonoro acquisito che comunque risulta già spazializzato. L’equalizzazione, le automazioni sui volumi, servono per rendere la traccia più fluida. In un secondo momento si può intervenire con i compressori per comprimere leggermente e tirare su di volume la traccia badando bene a stare lontani dai valori di compressione raggiunti a causa della Loudness War. Le nostre tracce vengono ottimizzate per l’ascolto con più cuffie e diffusori e mantengono sempre una dinamica naturale.

Come ascoltare al meglio l’audio tridimensionale? Nei video presenti su internet si consigliano cuffie e occhi chiusi. Tu cosa consigli?

Il miglior ascolto è proprio con le cuffie correttamente indossate, L a sinistra ed R a destra ad occhi chiusi. Abbiamo comunque utilizzato diverse tecnologie dal video 2D alla stereoscopia grazie al Prof. Roberto Soldati di IAF Visualresearch.

Accade che alcune persone non riescano a percepire la profondità nel campo visivo. Questo succede perché quando le sorgenti entrano nel campo visivo e non le vediamo, poiché non c’è una ripresa video, il cervello si convince di meno dell’illusione sonora. Dietro di noi, invece, riusciamo a percepire tutti i movimenti delle sorgenti sonore e la profondità.

Integrando una ripresa Binaurale con il Video diamo la possibilità all’ascoltatore di vedere cosa accade nel campo visivo e quindi di ottenere una percezione sonora ancora più immersiva dove si rafforza la profondità dei suoni.

Badate bene è un problema di noi vedenti che si risolve con l’allenamento e che i non vedenti non hanno poiché abituati ad ascoltare senza vedere, bypassando le informazioni visive.
Con molti videomaker abbiamo lavorato sulle sceneggiature andando a pianificare le riprese prima della registrazione, con schemi e disegni in cui il punto di riferimento delle scene è sempre la soggettiva Audio/Video formata dal blocco Microfono Binaurale + Videocamera.

Il Microfono Ku100 è forse l’unico che risolve tutte le problematiche legate all’ascolto tramite diffusori come ad esempio il “Crosstalk”. Possiamo quindi godere della timbrica, della naturalezza e della profondità di una ripresa Binaurale utilizzando due casse che, di solito, sono posizionate davanti a noi. Questo in qualche modo fa perdere l’effetto tridimensionale ma: provate ad ascoltare con due casse poste ai lati della testa come una grossa cuffia! Cosa accade?

Leggo su una rivista “Il termine 3D audio, quindi, dovrebbe essere usato soltanto in quei casi dove le casse sono più di tre e queste disposte come minimo a tetraedro, sicuramente ad altezze diverse l’una dall’altra. Non sono tecnicamente 3D, di conseguenza, tutti i sistemi 5.1 o 7.1 con le casse disposte alla stessa altezza, tutti i sistemi stereo e, meno che mai, i sistemi binaurali da ascoltare utilizzando una cuffia. Possono riprodurre audio 3D i sistemi Ambisonics, 3D-EST e in generale tutti quelli che prevedono il posizionamento delle casse a diverse altezze, come il VBAP, il DBAP e il Level Control System”. Che si fa? Come si ascolta?

Non per essere di parte ma, dopo aver provato diversi sistemi, l’unico modo che ho avuto per ascoltare una voce sussurrata vicino l’orecchio è stato il Sistema Binaurale. E questo permette ad esempio nella musica di poter fare cose che non è possibile fare con altre tecnologie se non con il Binaurale o con l’Olofonia.

Uso spesso sorgenti spazializzate che vicino l’orecchio come back vocal che entrano ed escono all’interno di un brano. Si ha davvero la sensazione che la persona sia a pochi centimetri da noi.

La magica Voce di John De Leo, Artista che per me è sempre stato un punto di riferimento sin da quando ascoltai per la prima volta i suoi vocalizzi, in Giochi di Voce 3D è una testimonianza di cosa si può sperimentare.

Ad ogni modo c’è molta fiducia da parte nostra nel lavoro che sta facendo Hugo Zuccarelli con i suoi diffusori progettati per coprire intere platee. Lì il pubblico fa un ascolto immersivo senza l’ausilio delle cuffie e io non vedo l’ora di provare questo sistema anche perché siamo in contatto con Hugo ed è un personaggio straordinario che vi consiglierei di intervistare.

Nonostante sono anni che si studia l’audio tridimensionale, non si hanno ancora lavori su larga scala con questa tecnologia. O comunicati tali. Secondo te perché?

Credo che ci siano diversi problemi come il metodo di lavoro che è completamente diverso dagli altri e ci sono pochi tecnici che se ne occupano. Poi bisogna utilizzare location particolari che non sempre si trovano facilmente e comunque hanno dei costi che incidono sul budget.

Il microfono Neumann è poco utilizzato poiché con il suo costo i tecnici preferiscono comprare 3/4 microfoni mono, ma il risultato sarà di un altro tipo. La speranza è che con l’aumentare dell’uso degli smartphone, sempre più persone useranno nel quotidiano le cuffie e questo favorirà la diffusione dell’Audio Binaurale come riportato in un articolo dell’AES  .

Una nostra idea che abbiamo realizzato è stato trasmettere in streaming Audio 3D e lo abbiamo fatto dal Roxy Bar di red Ronnie. Abbiamo dimostrato che è possibile, proprio perché la traccia Binaurale è Stereo, trasmettere live e dare la possibilità agli ascoltatori di avere la sensazione di essere nel luogo della ripresa, circondati non solo dai suoni ma dal pubblico. Qui trovate un paio di finali di puntata del Roxy Bar in cui veniva spento l’impianto per favorire i suoni acustici.

Ed in Italia? Come senti il panorama sonoro?

Se parliamo di musica devo dire che in Italia ci sono situazioni molto differenti tra loro.

Da una parte ci sono artisti che lavorano per grandi major e che magari sono entrati nel circuito degli show televisivi, realizzati proprio per “testare” questi ragazzi, andando ad analizzare tutte le variabili in ballo per poter capire su chi investire. A quel punto hanno tutti i mezzi per produrre musica, di consumo?

Dall’altra parte ci sono artisti e musicisti che, partiti dal basso, continuano a portare la loro musica e il loro messaggio con progetti autoprodotti. Ho conosciuto artisti che sono davvero puri. Scrivono testi impegnati denunciando ciò che non funziona in questo sistema e continuano a lottare per portare energia positiva nei luoghi dove le persone si aggregano per ascoltare un genere di musica, sicuramente non commerciale, che stimola la riflessione.

Quello che stiamo cercando di fare è di far capire agli Artisti che, tralasciando la parte tecnica della tecnologia, sul piano creativo si possono realizzare davvero tante cose, molte già testate e tante altre ancora da scoprire essendo il campo dell’Audio Binaurale ancora non totalmente esplorato, anzi.

Progetti futuri?

Molti. Stiamo sviluppando un sistema di trasmissione streaming Audio 3D / Video portatile e di facile installazione. Come dicevo sopra, abbiamo già trasmesso l’audio Binaurale in streaming durante alcune delle puntate del Roxy Bar di Red Ronnie ed abbiamo verificato che se il tutto viene fatto per bene gli ascoltatori da casa o tramite uno smartphone possono essere, come diciamo noi, “tele-audiotrasportati” nel posto in cui stiamo facendo la ripresa audio 3D / Video live.

E questo è uno dei progetti a cui tengo particolarmente, ha il suo fascino. Poter pensare di indossare una buona cuffia ed avere la sensazione di essere in un qualsiasi teatro del mondo ed ascoltare un concerto di musica classica o jazz in tempo reale con l’audio immersivo è davvero bello.

L’altro progetto è una grande libreria di suoni, rumori, ambient, Binaurali ed abbiamo già molto materiale. E poi ci saranno i miei brani ovviamente in Binaurale.

Ringraziamenti

Non posso che fare i miei migliori auguri a Stefano Arciero per i suoi progetti. Come amante delle sonorità non posso che augurarmi una diffusione capillare di questo tipo di suoni. Per cui…

Grazie Stefano e alla prossima!

Potete seguire Stefano anche su Facebook alla pagina Vs3D “Viaggi Sonori 3D”.

WIAD Palermo 2018 – Intervista a Luisa Di Martino

Il WIAD Palermo 2018

è uno degli appuntamenti più importanti

per Palermo e per la Sicilia.

Come ci racconta di seguito Luisa Di Martino,

un momento che non capita tutti i giorni.

WIAD Palermo 2018

Il 24 febbraio ci troveremo negli spazi di Cre.Zi. Plus – Cantieri culturali alla Zisa in Via P. Gili 4 per parlare di architettura dell’informazione. Anche Palermo, tra l’altro capitale della cultura italiana 2018, si svolgerà uno dei 56 incontri sparsi nel mondo.

I relatori del WIAD Palermo 2018

I relatori di questa giornata saremo quattro. Dico saremo, perché ci sarò anch’io a parlare e a raccontare il mio punto di vista dell’architettura dell’informazione, come al solito, infarcita di sonorità. Il tema sarà come in tutto il mondo IA for good. A Palermo declinato in “Come usare l’architettura dell’informazione per proteggere l’umanità dalla dis-informazione”.

Quindi ci sarà un grande Mauro Curcuruto che parlerà di “Realtà, finzione, discrezione. Dove finisce il ruolo del Design e comincia quello delle Persone?”. Il sottoscritto Toni Fontana parlerò di assistenza vocale con un intervento dal titolo “Senti chi parla”. La mitica Maria Cristina Lavazza esprorrà il suo “Manifesto per un design sostenibile”. E Daniele Mondello ci parlerà di come “Creare, gestire e trovare informazioni all’interno di un ambiente sanitario. Dato strutturato VS dato destrutturato”

Tra l’altro anch’io tempo fa mi ero affacciato al mondo sanitario che avrebbe bisogno di grandi opere di architettura dell’informazione sanitaria.

Luisa Di Martino

Ad organizzare il WIAD Palermo,

insieme a Maurizio Schifano e Maria Pia Erice (che sentiremo più avanti tra le interviste),

è Luisa Di Martino.

Ho conosciuto Luisa al WIAD Palermo 2017, l’anno scorso; quando non conoscevo nessuno degli organizzatori e non sapevo cosa aspettarmi. Anche se già si capiva che il calore umano della Sicilia non ha eguali.

Luisa Di Martino è donna siciliana, ragazza palermitana. Il suo entusiasmo, la sua professionalità, il suo sorriso e la sua assertività la contraddistinguono. Ma soprattutto Luisa è una donna che sta in mezzo alla gente, che si sporca le mani organizzando, direttamente o indirettamente. È una di quelle persone che crea occasioni di incontro, per il bene comune. E lo fa in Sicilia.

E se è vero che svolgere attività di progettazione è un’azione politica, allora l’attività di Luisa Di Martino è la più alta espressione della Politica, nel senso di polis, nel territorio siciliano.

Di se stessa Lusia dice

Sono un geek umanista, un designer freelance e un tecnico. La mia educazione combina teorie e know-how.

Intervista a Luisa Di Martino

Luisa Di Martino è una designer, progettista di software, disegna architetture dell’informazione, percorsi utente, interfacce basate su usabilità ed ergonomia. Mentore di  molte edizioni di Startup Weekend Palermo, è anche tra le promotrice del gruppo organizzativo dei CreativeMornings di Palermo, UX Book Club e WIAD.

Se volete saperne di più visitate il suo portfolio.

Luisa, come sei venuta a contatto con l’architettura dell’informazione e l’User Experience?

Ho scoperto e amato queste discipline nel 2011, mentre scrivevo la tesi di laurea, quando finalmente sono riuscita ad inquadrare con criteri oggettivi quella sensazione di frustrazione e costante fastidio provato nella mia quotidiana esperienza da utente di pessime interfacce web.
Le ricerche bibliografiche (grazie, Luca Rosati!) mi hanno guidato nel progettare il concept di un’app che riproponesse allo studente, in chiave user-friendly, i contenuti del farraginoso portale di Unipa. Il mio interesse per l’usabilità e l’ergonomia cognitiva si è così tradotto in attenzione progettuale e demolizione costruttiva. Si tratta di discipline che riguardano chiunque, anche soltanto nel ruolo di utente finale, ma per un progettista è impossibile non sentirsi reclutato e militante.

Il tuo lavoro si svolge prevalentemente a Palermo e in Sicilia. Io ho scritto tempo fa che la Sicilia ha grande bisogno di architettura dell’informazione. Dal punto di vista professionale come vedi questa città e questa Regione?

Sono estremamente d’accordo con la tua affermazione, una cultura dell’architettura dell’informazione potrebbe avere un impatto determinante sul territorio: credo che il disinteresse per l’utente finale sia una peculiarità tutta italiana, ma se possibile la situazione in Sicilia è esasperata da una scarsa alfabetizzazione informatica e dalla gattopardesca volontà di simulare un’innovazione “di facciata”, intesa come semplice cosmesi di dinamiche poco limpide e tristemente consolidate.

Specialmente in tutte quelle situazioni e procedure che prevedono l’abbandono di un cittadino inerme davanti ai portali delle pubbliche amministrazioni malfunzionanti, incomprensibili, progettati da burocrati per rispondere a requisiti prefissati da altri burocrati, sarebbe fondamentale l’intervento di UX designer e architetti dell’informazione.
Ciò che manca a monte è una presa di coscienza, soprattutto da parte delle istituzioni, della necessità di una progettazione dal basso, collettiva, limpida e su misura.

Quale parte del tuo lavoro preferisci?

Amo (e a volte odio, non è un mistero) la relazione con la committenza, che rende ogni progetto diverso dall’altro e che mi consente di prendere a cuore e per mano ogni volta una realtà differente, accompagnandola e guidandola nel suo percorso di maturazione. Cambiare interlocutori è sempre e comunque una forma di arricchimento, come persona e come professionista.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Carta e penna, G-suite, post-it, intuito, empatia.
In un secondo momento subentrano i software.

La tua attività partecipativa è straordinaria. Fai parte dei gruppi organizzativi dei CreativeMornings di Palermo, UX Book Club e WIAD. Come si vive in gruppo?

Together we stand, divided we fall (cit.)
Innescare e propagare dinamiche nuove e positive in una comunità ha per me una valenza quasi politica (sebbene fermamente apartitica: nel senso greco del termine, la intendo più come restituzione ai cittadini dell’amore e del senso di appartenenza verso la polis).

Per questo ritengo fondamentale che coloro che hanno scelto di restare al Sud non si arrendano passivamente all’incuria e allo status quo, ma provino ad opporre resistenza insieme, diventando artefici, dal basso, di dinamiche rivoluzionarie positive. E lo è oggi più che mai, vista la vera e propria diaspora di brillanti professionisti e studenti siciliani che non saranno, per scelta o per necessità, artefici del risollevamento delle sorti della nostra terra.

Mi piace utilizzare spesso una metafora: nella materia è l’energia di ogni singola particella che si trasmette alle altre e vince l’inerzia. Creare occasioni per scambiarsi entusiasmo e voglia di cambiamento rimette in movimento ogni particella della materia – anche quella che, avendo ceduto energia in abbondanza senza apparenti risultati, si sta “spegnendo”. Un diffuso pessimismo sta paralizzando il rinnovamento del tessuto economico e sociale di Palermo come di molte altre realtà italiane: sorridere, rimboccarsi le maniche, diffondere fiducia, aiutare gli altri a trovare la propria vocazione e mettere in comunione il capitale umano presente in ognuno di noi è già di per sé un atto sovversivo.

In Sicilia ci sono tante piccole realtà di grande interesse. A Palermo c’è una forte rigenerazione di spazi e di luoghi. Pare che qualcosa stia cambiando. E’ un cambiamento di facciata o c’è pure della sostanza? C’è una rete sul territorio o ciascuno coltiva il proprio orticello?

Ho la sensazione che la città stia cambiando negli ultimi anni, sviluppando una sensibilità nuova in tal senso. Mi piacerebbe poter parlare di un cambiamento genuino, diffuso e condiviso dalla maggioranza dei palermitani; si tratta in realtà di un’epidemia virtuosa allo stadio iniziale, con alcuni focolai di entusiasmo e rinnovamento che stanno realmente creando un impatto sul tessuto sociale, seppure circoscritto ad un target specifico.

Siamo rimasti in pochi e l’idealismo non aiuta a pagare le bollette, ma forse è proprio per questo che chi decide di lanciarsi in progetti di rigenerazione urbana lo fa con passione ed entusiasmo. Per questo ritengo fondamentale che il contagio fra luoghi, associazioni, individui, accademie, aziende sia incoraggiato da iniziative aperte, multidisciplinari e inclusive.

La rete esiste, forse anche grazie all’uso dei Social, ma rischia di disgregarsi con la partenza di ogni siciliano che fa le valigie: ha bisogno di estendersi, includendo nuovi individui, e di fortificarsi, nell’ottica di creare i presupposti relazionali e di aggregare competenze che possano generare valore e opportunità lavorative appetibili, per chi ha voglia di restare o di tornare al Sud.

Si vede e si sente che dai tutta te stessa nel tuo lavoro così come nell’organizzare eventi e divulgare l’architettura dell’informazione. C’è qualcosa che proprio si dovrebbe fare ma da sola non riesci? Ad avere tempo e denaro, cosa ci sarebbe da fare?

Formazione di qualità per tutti, a qualsiasi livello, sulle discipline inerenti alla progettazione (inclusa l’etica). Soprattutto per i formatori e i professionisti siciliani, per evitare che si adagino sulla mediocrità del contesto in cui operano, ma anche per l’imprenditore, il legislatore, l’assessore, il cittadino comune. Ridisegnando i processi con strumenti adeguati, le ricadute sui maggiori problemi della città sarebbero inimmaginabili.

Il WIAD Palermo è un momento importante per la città. Cosa ti porti dentro ogni volta che finisce?

Come per qualsiasi format internazionale che viene replicato a Palermo, per me anche WIAD è un’occasione fondamentale per dimostrare che Palermo può mettersi in gioco su una scacchiera intercontinentale, con le dovute specificità e talvolta le limitazioni che la caratterizzano.

Candidare la città ad essere presente sul mappamondo di iniziative internazionali del calibro di WIAD significa scoprire che spesso possiamo a pieno titolo confrontarci con il resto del mondo.

Perché venire al WIAD Palermo?

Quando vi ricapita l’opportunità di sentir parlare di architettura dell’informazione a Palermo, ad un evento gratuito e di partecipare persino ad un workshop di settore?

E di incontrare dei partecipanti propositivi, curiosi, frizzanti, idealisti, nerd, quelli con cui senti che sia ancora possibile far partire una pacifica rivoluzione che parte dalle idee e arriva a progetti concreti?

Consiglia un libro

Le leggi della semplicità” di John Maeda: il mantra “Semplicità significa sottrarre l’ovvio e aggiungere il significativo” è uno spunto per il designer come per chiunque di noi.

Consiglia un brano musicale o un cd

Underclass Hero” dei Sum 41. Lettura e traduzione delle lyrics obbligatoria!

Consiglia un film

Inside out. Straordinaria metafora (geniale il sistema di classificazione dei ricordi) e meritatissime lacrime!

Ringraziamenti

Con questa intervista si conclude la serie di interviste dedicate al WIAD 2018. E se sono felice di aver deciso di contattare tutti gli organizzatori dei vari WIAD, e dare voce e spazio qui sul blog, sono proprio felice di questa intervista a Luisa Di Martino. Intervista che mi rende orgoglioso si essere siciliano e in attività in questa terra difficile ma anche piena di energie inestinguibili. Per cui a lei va un grazie speciale che porterò anche in presenza, proprio il 24 febbraio.

Sono felice di aver avuto l’onore di ospitare sul blog chi sul territorio, in Italia, sviluppa e organizza eventi di divulgazione. E per questo i miei ringraziamenti vanno a tutti.

Ci dividono tanti chilometri ma ci unisce un’unica passione per il bene comune. E su questo è necessario lavorare.

Le interviste, dunque, continueranno. E se vi siete persi le puntate precedenti lee potete sempre recuperare.

Marco Tagliavacche per il WIAD Genova 2018

Bianca Bronzino per il  WIAD Bari;

Daniela Costantini per il WIAD Trento, 

e Carlo Frinolli per il WIAD Roma.

Wiad Roma 2018 – Intervista a Carlo Frinolli

Il WIAD Roma 2018 è organizzato dalla comunità di pratica romana e con il supporto di nois3, experience design agency specializzata nell’ideazione di strategie digitali, concept visivi e applicazioni web e mobile.

WIAD Roma 2018

Per tutte le informazioni vi invito a visitare il sito uffiiciale del wiad Roma! Provate anche ad iscrivervi, anche se mi sa che a Roma come già a Palermo le sale sono piene. Magari vi mettete in lista di attesa e potreste ancora vere l’opportunità di partecipare al WIAD.

Relatori WIAD Roma

Al WIAD Roma ci saranno pochi ma intensi talk. Si parte alle Yvonne Bindi, Architetta dell’Informazione e il suo talk “IA for good! Ma attenti al lato oscuro del design”. Lorenzo Setale, Developer “Blockchain for Good?” (in inglese). Laura Camillucci
UX Designer “IA for good… causes! Landing page: usabilità al servizio del fundraising” e Carlo Frinolli, Experience Designer & CEO con “Universal Emoji for Good”.

Intervista a Carlo Frinolli

Carlo Frinolli è un imprenditore che ha investito da anni sull’User experience. È lui, infatti, il fondatore di nois3 ed è il motore del WUD Rome. Del WUD ne ho parlato tempo fa raccontando la mia ux week rome. Carlo è tra i più attivi nella comunità romana. E come ci racconta, insieme ad un gruppo di appassionati di UX e di architettura dell’informazione, organizza e smuove la comunità per eventi di collaborazione e divulgazione come il WIAD.

Carlo, come sei venuto a contatto con l’architettura dell’informazione e l’User Experience?

Ormai sono passati un bel po’ di anni, mi ci sono avvicinato grazie alla mia passione per il design e lo sviluppo web. Addirittura penso che risalga a inizio degli anni 2000. Non la chiamavo ancora UX , ma molti dei concetti che sono poi maturati in questi ultimi anni, li avevo cominciati a veder emergere attorno a me, sia formalizzati in libri o siti, sia come concetti nella mia testa.

Poi c’è stata una enorme milestone della mia vita: a luglio del 2011 grazie a Mozilla e Desigan Chinniah ho conosciuto un Designer romano dal nome Cristiano Siri, che mi ha coinvolto nell’organizzazione della mia prima Co-design Jam e poi di seguito nel gruppo di ricerca che si chiama tutt’ora Co-Design Jam Roma. Da lì ho iniziato a sperimentare metodi di Human Centered Design e Design Thinking, che mi hanno portato alla costituzione della Experience Design Agency nois3.

Ho intervistato Bianca Bronzino che lavora nella pubblica amministrazione. Tu sei il fondatore di una agenzia user experience. Bianca ci ha raccontato di una sfida entusiasmante. Lo stesso entusiasmo c’è nel privato? Tra i tuoi clienti?

Beh guarda c’è ancora molta confusione e distanza dagli argomenti, molti che si spacciano come professionisti del settore e invece, tuttalpiù, fanno un paio di wireframe prima di aprire photoshop. Però c’è anche molta curiosità e molto interesse. Ad esempio noi abbiamo sempre registrato feedback entusiastici dopo i nostri discovery workshop di apertura dei nostri progetti. Molto spesso accompagnati da sorpresa rispetto all’ efficacia.

Tanti clienti abbiamo visto “crescere” con noi e diventare membri integranti del team di progettazione. Però c’è anche tanta strada da fare per far capire alcuni concetti. Ad esempio, recentemente ci è capitata l’ennesima proposta di lavoro in cui ci chiedevano di “fare la UX di un’applicazione che è già stata sviluppata”.

Insomma, il mondo al contrario, ancora per un po’.

Quale parte del tuo lavoro preferisci?

Senz’altro quella in cui mi trovo a dover facilitare le sessioni di scoperta e ricerca con i clienti perché riesco a entrare e a immedesimarmi nei loro problemi e nelle loro soluzioni, spesso figlie dell’ingegno basato sulle proprie competenze. Magari a un osservatore esterno possono sembrare bislacche ma poi scavando ne capisci la ratio e riesci a guidarli verso soluzioni più adatte ed efficaci per loro e i loro utenti.

Ma anche la parte in cui bisogna immaginare funzionalità o risposte mirate a soddisfare quello che definisco da sempre “il ménage à trois”, tra il cliente, i suoi utenti e il team di progettazione.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

A parte le ovvietà (laptop e telefono), posso dirti che sono la voce, i post-it, i pennarelli, Gamestorming e tutto il background fatto di esperienze e confronto con le persone che abbiamo incontrato organizzando da sette anni a questa parte le co-design jam a Roma e non solo.

Sei organizzatore del WUD e del WIAD a Roma. Credo che tu sia uno dei motori della comunità di architetti dell’informazione a Roma. Da Roma come la vedi tu questa comunità italiana?

Mi fa piacere che tu mi veda così, lo dico non per understatement ma perché davvero lo penso: non mi ci sento tanto.

So che mi sono circondato di colleghi straordinari e molto più bravi di me, di persone nella community romana che, come diciamo a Roma, danno sempre er fritto (si fanno in quattro) nonostante i propri impegni, cercando di esserci quando riescono e quindi il tributo del motore lo riserverei anche per loro. Se proprio hai voglia di una metafora motoristica a volte siamo scintilla della candela, altre motore, altre carburante.

La comunità italiana la vedo un po’ timida, nonostante i tanti anni di esperienza grazie ad Architecta e il suo summit. E un po’ scoordinata, ahimè. Questo è un peccato soprattutto perché è fatta di persone molto appassionate e incredibilmente capaci ma che faticano a darsi degli strumenti e delle informazioni condivise nell’interesse del famoso Greater Good. D’altra parte lo capisco e ne sono consapevole: le nostre attività lavorative assorbono un sacco del nostro tempo.

Organizzi da solo? Chi sono gli altri che organizzano il WIAD con te?

No assolutamente no. Il “board” tra tante virgolette di quest’anno è composto da Domenico Polimeno, prezioso e attivissimo organizzatore dell’UX Book Club di Roma e Marco Buonvino, Service Designer torinese che è stato prima a Milano (dove ha co-fondato lo UX Book Club) e ora lavora a Roma presso una grossa utility.

Poi ci sono i miei colleghi di nois3 che sono l’immancabile ingrediente affinché succeda qualcosa. Ma non posso dimenticare il supporto di Latte Creative che ci ospita e rifocilla, oltreché interviene e quello di Architecta che supporta tutti i WIAD italiani.

Gli altri anni gli ingredienti principali sono stati: progettazione, dati e comunicazione. Che state preparando? Cosa aspettarsi?

Il tema quest’anno era fin troppo facile da interpretare. IA for Good. Per questo abbiamo voluto spostare l’accento anche sull’espressione idiomatica “for good”, per sempre. Infatti stiamo preparando degli interventi che spaziano tra universalità e la persistenza, Blockchain e Emoji, oltre ché interventi apparentemente più classici e più legati al tema “per il bene” che però saranno tutt’altro che ovvi.

In particolare sono molto fiero di essere riuscito a convincere Yvonne Bindi a essere dei nostri, il suo è stato senz’altro il talk del Summit IA 2017 che ho apprezzato di più.

Di solito, invece di un workshop, a Roma organizzate i BarCamp. Perché questa scelta diversa rispetto agli altri WIAD?

Di solito… quest’anno abbiamo fatto le cose più in piccolo. Ma non escludiamo di riproporli estemporaneamente vista la richiesta impressionante che abbiamo avuto. Considerando i 50 posti disponibili abbiamo prenotazioni per più di 120 persone…

La scelta in ogni caso l’abbiamo fatta perché pensiamo che WIAD debba essere un momento più aperto e più community rispetto ad altri eventi, lasciando quindi a tutti la possibilità di venire a esprimersi e condividere uno spunto, una riflessione o un proprio progetto. Ci sembra utile avere almeno alcuni momenti in cui la frontalità della conferenza sia superata.

A che edizione siete arrivati? Come risponde la città ad eventi di questo genere? Ne percepisce l’importanza? Nel senso che a Roma accadono tante di quelle cose ed è talmente grande… che ruolo ha il WUD e il WIAD in città?

È la terza edizione quest’anno e sulla risposta credo di averti detto poco fa: siamo al 120% delle prenotazioni, quindi direi benino. 🙂

WUD e WIAD si complementano secondo me: il primo è un evento totalmente nostro e che, nel rispetto delle istanze della comunità e del networking, ci ha aiutati a posizionarci nel mercato del Design e contemporaneamente ha creato diffusione e cultura su tematiche a noi professionalmente care e non solo.

WIAD restituisce lo scettro totalmente alla community e al contempo tiene viva l’attenzione insieme alle altre iniziative (quali lo UX Book Club, il DEED Meetup, lo UX Meetup, le Co-Design Jam) con l’obiettivo dichiarato di creare humus fertile sia per i professionisti che cercano confronto sia per le aziende che cercano figure da assumere.

Infatti io fossi in voi terrei sott’occhio anche UXERS.IN nei prossimi mesi… Qualcosa bolle in pentola.

E per finire le ultime 3 domande più leggere. Consiglia un libro

Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams, se va bene una risposta ovvia. Se cerchi una risposta da professionista per chi si avvicina alla IA ti direi “How to make sense of any mess” di Abby Covert. Se invece ti piace cucinare. “Kitchen Confidential” di Anthony Burdain. 🙂

Consiglia un brano musicale o un cd

Guarda consiglierò un brano, perché di CD non ho neanche più un lettore in casa… Rispondo con i due brani più riprodotti secondo Spotify nel 2016 e 2017: GO! Di Public Service Broadcasting e Hand that feeds di Nine Inch Nails. 🙂

Consiglia un film

The Blues Brothers. Manco a chiederlo.
Perché io in fondo li odio gli UX/UI dell’Illinois…

Grazie anche a Carlo

Grazie anche a Carlo Frinolli, per questa intervista e per le sue parole schiette e dirette come sempre. E grazie per aver trovato il tempo di scrivere in mezzo ai tanti impegni in cui ci si trova.

Le altre interviste… aspettando il WIAD 2018

Intervista a Marco Tagliavacche per il WIAD Genova 2018; Bianca Bronzino per il  WIAD BariDaniela Costantini per il WIAD Trento e Luisa Di Marino per il WIAD Palermo 2018.

WIAD Trento – Intervista a Daniela Costantini

Il WIAD Trento sarà l’evento che riunirà tutta la comunità del Nord Est, tra trentini, veneti, friulani e (immagino) anche parte della Lombardia (che si dividerà tra Trento e Genova). Una grande opportunità per un territorio molto attivo, che risponde positivamente a molte novità di business.

Wiad Trento 2018

Per tutte le informazioni vi invito a visitare il sito uffiiciale del wiad!

Qui vi anticipo, come indicato sul sito, che la giornata sarà strutturata in due momenti.

mezza giornata di talk e presentazione di casi studio, che parleranno di Architettura dell’Informazione, #UX design, accessibilità e usabilità. E mezza giornata, dopo pranzo, con sessioni di workshop parallele.

Relatori

Al WIAD Trento sono tanti i relatori di valore che si divideranno tra talk e presentazioni. Ci saranno:

Massimo Zancanaro: “La User eXperience per la co-narrazione di conflitti”. Raffaella Roviglioni o meglio conosciuta come @raffiro: “Da organizzazioni umanitarie a human-centered”. Antonio Matera “Design inclusivo: l’accessibilità come opportunità di progettazione”. Silvia Remotti : “Design for public services: riprogettiamo una comunicazione più semplice e chiara”.

E per concludere il nostro grande Luca Rosati .”Ciascuno a suo modo. Progettare per le diverse strategie di ricerca dell’informazione”. Letizia Bollini : “Senza le basi dimenticatevi le altezze. L’architettura visiva dell’interfaccia”. E Gabriele Francescotto : “Strutturare i contenuti dei siti web secondo standard: opportunità per cittadini e PA”.

Intervista a Daniela Costantini

Daniela Costantini è una persona molto rispettata all’interno della comunità degli architetti dell’informazione. La sua “fissazione” è la formazione. E forse la sua immagine di copertina su Linkedin è la migliore metafora del suo essere una persona immersa nei libri.

Daniela, come sei venuta a contatto con l’architettura dell’informazione e l’User Experience?

Grazie a questa domanda, a causa della quale ho costretto i “dolomitici” – che sono Dario Betti, Stefano Bussolon*, Nicola De Franceschi, Francesca Marangoni, Marco Calzolari – ad una forzata sessione sul nostro gruppo WhatsApp per ricostruire la storia, ho potuto vedere la chiusura di un cerchio, iniziato (guarda un po’) a Trento nel 2007, in occasione del secondo summit italiano di Architettura dell’informazione.

La scintilla però si è accesa prima, con la scoperta in rete degli studi di Luca Rosati sulle faccette, ispirati dal biblioteconomista Ranganathan e, successivamente, del suo libro sull’architettura dell’informazione. Immagina quanto possa essere particolarmente felice e onorata della sua presenza al WIAD di quest’anno…

Subito dopo, nel 2008, c’è stata la collaborazione con Bux* (Stefano Bussolon) alla progettazione dell’allora sito PoliMi (all’epoca vivevo e lavoravo a Milano), l’appuntamento annuale con quasi tutti i summit di Architecta, la mia seconda famiglia, la fondazione del MilanUXBookClub nel 2012, quella del DolomitiUX nel 2014 (insieme ai compagni di merende di cui sopra), l’organizzazione del WIAD a Verona dell’anno scorso insieme agli amici veneti e, pare, nessuna voglia ancora di fermarmi. Il mio sogno inconfessato? Riportare il WIAD a Milano, prossimamente 😉

Qual è la tua “giornata tipo” professionale?

Vivo in Trentino ormai da quasi sei anni e lavoro all’Università di Trento da poco più di tre. Da qualche mese sono tornata, con infinita gioia, ad occuparmi di web e comunicazione digitale a 360 gradi, in un contesto in cui non sono ancora sviluppati i modelli, le tecniche e i processi dell’architettura dell’informazione e dello User eXperience design. Quale sfida migliore, dunque, sarebbe potuta capitarmi?

Non esiste per ora una “giornata tipo”, perché sono sempre tutte diverse: esiste la filosofia del fare un passo alla volta, nell’inserire nel lavoro quotidiano i principi del buon design. Ho la fortuna di lavorare con un ottimo team, composto da persone in gamba, che hanno voglia di mettersi in gioco e – con il giusto tempo – di provare ad innovare.

Quale parte del tuo lavoro preferisci?

Amo molto lavorare in squadra, meglio se composta da più competenze e sensibilità differenti. Tuttavia, per indole, la parte del lavoro che preferisco è quella che mi vede “in solitaria”, quando cerco di dare corpo ad un’idea, spesso alle prese con carta e matita.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Appunto, carta e matita in primis, nasce tutto da lì, con molti testi (io nasco come content strategist), mappe mentali e wireframes casalinghi. Poi affino con i tools digitali: uso parecchio Slack, tutto il pacchetto Google – in particolare, mi piace moltissimo Meet per la comunicazione video sincrona, tanto da aver sostituito Skype, Hootsuite per la gestione dei social, Balsamiq per i mockup, Drupal e GRAV come CMS. Odio Trello.

La comunità del Nord Est è tra le comunità più attive. Qual è il segreto?

Dovresti chiederlo ai veneti, loro sì che sono in fermento costante. A Trento non mi risulta che siamo tra le comunità più attive. O almeno, non ancora! Per questo abbiamo organizzato il WIAD, volutamente tarato sul territorio, sia in termini numerici che in termini di sponsor, dando il massimo respiro possibile ai contenuti e ai relatori (hai visto che nomi e che bello il nostro programma?).

Cosa consiglieresti alle altre comunità?

A quelle esistenti nulla. A quelle che non esistono, e so per certo che basterebbe poco per farle emergere, non ho consigli da dispensare, solo incoraggiamenti. Per esperienza, so che non dobbiamo aspettare che le cose succedano, ma dobbiamo fare noi stessi da collante, affinché i nodi si uniscano a formare una rete (questa ti ricorda qualcosa?).

Da questo WIAD Trento cosa ti aspetti? Cosa si deve aspettare chi viene ad ascoltare?

Sinceramente non so bene cosa ne uscirà, abbiamo lavorato molto alla costruzione di un ottimo programma, lasciando volutamente parecchio margine ai tempi di networking e ai momenti di scambio tra i partecipanti. Io sono molto curiosa di ascoltare tutti gli interventi e – soprattutto – felice di poter rivedere gli amici e fare nuove conoscenze.

Il risultato che spero, anche se non sarà immediato, è quello di infondere nella maggior parte delle persone che verranno la conoscenza dell’architettura dell’informazione, nelle sue diverse sfaccettature, sperando in una disseminazione più ampia possibile.

Immaginiamo di fare un salto nel tempo e siamo alla vigilia del WIAD Trento 2028. Di che si parlerà?

Caro Toni, a questo tipo di domande sembra abbia risposto, nemmeno tanto bene, l’ultimo World Economic Forum di Davos: si spazia dai big data e Intelligenza Artificiale, ai bitcoin e voice-shopping, fino alle auto volanti, anche a noleggio (“Uberair”).

Io però mi chiedo cosa avrebbero risposto le persone nel 1438, cioè dieci anni prima della rivoluzione Gutemberg, oppure nel 1981, cioè dieci anni prima che Berners-Lee pubblicasse il primo sito web? Probabilmente, banalità predittive.

Ed è proprio questo il bello del nostro lavoro, non possiamo prevedere granché, non comunque a lungo termine. Quello che a mio avviso possiamo fare è allenarci per diventare elastici, resilienti, e a restare curiosi. Quindi un AI o UX designer dovrebbe mirare ad essere non unicorno, ma araba fenice. Eternità dello spirito: fallire, sapendo rinascere. Evolversi, sempre, così nel 2028 saremo pronti, qualunque cosa succeda.

E per finire le ultime 3 domande più leggere. Consiglia un libro

Tutta la serie di (della) Fred Vargas.

Consiglia un brano musicale o un cd

La musica dipende così tanto dal momento… in questo periodo sto rispolverando tutti i CD dei Police e di Sting (avendo un preadolescente alle prese con basso e contrabbasso…).

Consiglia un film

Ultimamente mi è piaciuto molto “La pazza gioia“, di Virzì

Grazie!

Non mi resta che ringraziare anche Daniela per il suo impegno nella diffusione dell’architettura dell’informazione e per aver concesso al blog il suo contributo alla mia serie di interviste.

E come ci ricorda Letizia Bollini dal suo blog, che spiega cosa farà al WIAD Trento, Sono aperte le iscrizioni!

WIAD Italia

Se sei arrivato fin qui, forse ti interessano anche le interviste a

WIAD Bari 2018 – Intervista a Bianca Bronzino

Il WIAD Bari 2018 è alla sua prima edizione ed è un piacere sapere che al Sud crescano iniziative di questo genere. Per l’occasione ho intervistato Bianca Bronzino, coorganizzatrice dell’evento e persona che ritengo molto interessante. L’altro organizzatore è Nino Lopez, che intervisterò più avanti, dopo il WIAD18. Bianca Bronzino è una di quelle persone che si incontrano al Summit di architettura dell’informazione. Almeno quando si riesce ad andare. Si tratta di una persona solare ed entusiasta della disciplina.

Bianca è tra le persone più attive tra la comunità di architetti dell’informazione. Sicuramente tra le più attive della pubblica amministrazione, che io conosca. È una di quelle persone che spesso lavorano nell’anonimato ma che ogni giorno contribuiscono a far crescere e innovare l’amministrazione pubblica. Lavoro lento, come sappiamo, per i molti limiti che le istituzioni hanno rispetto al periodo storico che stiamo vivendo, ma anche più stimolante, se vogliamo.

WIAD Italia 2018

Quest’anno in Italia ci saranno 5 WIAD sparsi per tutta l’Italia. Un’occasione unica per tutti coloro che vogliono conoscere e approfondire, anche per la prima volta, l’architettura dell’informazione. In ogni città, Palermo, Bari, Roma, Genova e Trento, ci saranno eventi di grande spessore professionale.

La scorsa settimana, se ve lo siete persi, per il WIAD Genova ho intervistato Marco Tagliavacche, organizzatore del WIAD Genova e presidente di Architecta. Il tema è uguale per tutti in tutto il mondo. IA for Good. Architettura dell’informazione per il bene comune.

WIAD Bari 2018

Programma ricco quello per il WIAD Bari. Tra gli speaker a Bari si potranno ascoltare.

Clementina Gentile, Service Designer, consulente UX presso Namahn a Bruxelles, occupandosi di UX e attualmente entrata a far parte del team di progettazione di Proximus, sempre a Bruxelles. Federico Badaloni, responsabile dell’area di Architettura dell’informazione e User experience design della Divisione Digitale del Gruppo Editoriale L’Espresso. Gianluca Brugnoli, ricercatore e docente al Politecnico di Milano dove tiene corsi su UX Design, Service Design, Design Thinking. Federico Parrella, designer e docente. Attualmente insegna nelle università di Roma (ISIA / Design del prodotto di comunicazione e RUFA / Information Design) e di Milano (IULM / Master IA Visual, Interaction, Wearable design). Rosa Lanzilloti, docente presso il Dipartimento di Informatica dell’Università di Bari. Pino Bruno, Direttore Responsabile dell’edizione italiana di Tom’s Hardware.

L’intero programma e maggiori informazioni li trovate sul sito web. Sarà sicuramente una mattinata interessante. Da non perdere!

Intervista a Bianca Bronzino

Bianca Bronzino sul web racconta molto di se stessa. E prima di leggere le risposte, che ci ha concesso con grande disponibilità, è interessante leggere la sua attività professionale.

Si occupa degli strumenti digitali, della loro interoperabilità e user experience, per la Regione Puglia. Ha contribuito alla realizzazione di SIRTur, il sistema informativo regionale turistico, lavorando su architettura e contenuti. Coordinatrice del tema Innovazione per il Piano Strategico del Turismo Puglia365.

Bianca, come sei venuta a contatto con l’architettura dell’informazione e l’User Experience?

Nel 2012, per l’ente in cui lavoro, il Teatro Pubblico Pugliese, ho contribuito alla realizzazione della piattaforma Pugliaevents.it, con una società molto orientata all’utente finale [H-art, se si può dire]. Successivamente la neo-nata agenzia regionale del turismo Pugliapromozione decise di partire da lì per riprogettare il portale turistico Viaggiareinpuglia.it, cominciai quindi a cercare informazioni online e venni a conoscenza di Architecta e del Summit, che si sarebbe tenuto da lì a breve. Ho partecipato all’evento e ai due workshop – illuminanti – di Federico Badaloni e Luca Rosati e non esagero se dico che da lì la mia vita professionale è cambiata. Riprogettare nel 2014 l’architettura turistica pugliese con Luca è stata un’esperienza entusiasmante, sublimata poi dal feeling nato l’anno dopo con Federico rileggendo e rivedendo insieme la parte matematica del suo libro “L’architettura della comunicazione“. Se “siamo ciò che connettiamo“, loro due esprimono perfettamente il grafo della mia essenza professionale, in questo momento.

Con lo stesso principio di connessione, relazione e sincronicità, è nato lo UX Book Club a Bari ( qui la pagina Facebook), un anno fa, mettendo insieme le menti più vivaci e innovative che avevo intorno a me.

Su LinkedIn si legge che sei la Coordinatrice INNOVAZIONE per il Piano Strategico del Turismo 2016-2025 della Regione Puglia, e credi fortemente nel progetto di Ricerca e Innovazione RIA Horizon2020 CITADEL per cui la Regione Puglia è use-case: “Empowering Citizen to TrAnsform European PubLic Administration for Better Public Value”. Che combini in Puglia?

In Puglia mi occupo di web e tecnologie per il turismo e la cultura, con un piede nella comunicazione e uno nell’informatica, tra umanisti e “nerds”. Il turismo digitale è un settore molto stimolante che ha riunito le mie due anime, quella matematica del percorso di studi, e la comunicazione delle mie esperienze lavorative. Poter applicare modelli sociali e logiche algoritmiche alle dinamiche di operatori turistici, luoghi e contenuti è molto stimolante e mi fa sentire orgogliosa di essere rimasta al Sud.

Qual è la tua “giornata tipo” professionale?

Dedico la prima ora delle mie giornate lavorative alla lettura delle mail e alle risposte più immediate; le altre tre ore mattutine sono per riunioni e incontri sullo stato di avanzamento delle attività; il pomeriggio lo dedico di solito a scrivere i documenti più impegnativi e a strutturare i progetti più importanti. Vivo le mie giornate in un’agenzia regionale che assomiglia ad un’agenzia di comunicazione, per tanti aspetti; in una redazione digitale, immersa nella normale routine di un’amministrazione pubblica, tra atti e determine. La mia giornata tipo è fatta soprattutto di mail e relazioni tra enti, documenti di progetto e scrittura di atti pubblici; ma lavoro a stretto contatto con chi si occupa di foto, immagini, copy, bug, test vari e social network. Un contesto molto vivace, giovane e creativo, dove (quasi) tutto ha un risvolto positivo e riusciamo ad avere (quasi) sempre il sorriso sulle labbra.

Quale parte del tuo lavoro preferisci?

Adoro le ore dedicate al brainstorming, quelle in cui puoi dire tutto, anche l’irrealizzabile, prima di passare a ciò che è fattibile. Soprattutto perchè lo facciamo in una pubblica amministrazione: è bello sognare anche qui, pur dovendo poi riconoscere dei limiti dovuti al ruolo autorevole che abbiamo, come servizio pubblico.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Il telefono e le mail, prima di tutto. Poi Office e Google Drive, con G-suite annessa. PowerPoint per schemi, sintesi e infografiche. Pochi strumenti tecnici UX, per ora.

Lavori principalmente per la pubblica amministrazione. Come vedi, dall’interno, la digitalizzazione della pubblica amministrazione?

Con l’ARET Pugliapromozione abbiamo avviato un importante progetto di Amministrazione digitale, che comprenderà anche una fase di User Research, proprio perchè la digitalizzazione avviene spesso in maniera disordinata e si creano gap a tutti i livelli, anche tra le persone, che devono allinearsi a esigenze digitali sempre più impellenti, spesso senza avere gli strumenti e le competenze adeguati per farlo. Si lavora con tecnologie obsolete e dati che aumentano a dismisura, con concetti di “open” e di “privacy” da padroneggiare, scarsa interoperabilità tra enti, accountability e trasparenza ancora calate dall’alto più che “valori” da portare avanti. Ma è una bella sfida.

Tu e tutto il gruppo di lavoro dall’esterno sembrate essere proprio degli innovatori. Un esempio e una guida per il Sud. Come vi vedete voi? Quali sono le sensazioni o i feedback che ricevete?

Direi che l’orgoglio è ben reso dall’hashtag #weareinPuglia che usiamo per la comunicazione (solo su Instagram ci sono più di 800.000 post con hashtag #weareinpuglia); la campagna “We are CREATIVE in Puglia” rende il mood 🙂

Quest’anno per la prima volta il WIAD approda a Bari. Cosa ti aspetti? Cosa si deve aspettare chi viene ad ascoltare?

Io e Nino Lopez abbiamo voluto affrontare questa sfida, perché ci aspettiamo di far scoccare qui la scintilla dei Summit di Architecta: di stimolare curiosità, provare meraviglia, (far) tornare a casa con il desiderio di cambiare qualcosa di ciò che usiamo e/o progettiamo ogni giorno.

Chi verrà troverà la qualità di Architecta, l’entusiasmo dei Summit, la possibilità di col-legarsi a persone visionarie e coscienziose, consapevoli di essere i progettisti di oggi e di domani.

Durante il Summit hai vinto il contest di idee per una comunità di architettura dell’informazione. Che idee bollono in pentola per Bari e per la Puglia?

Condividere idee in contesti non lavorativi è proprio entusiasmante per me: si sperimenta l’ignoto, si cambia punto di vista, si esce dalla propria comfort zone. Ma non basta.

La mia idea per Architecta era quella di scrivere capitolati pronti all’uso per svecchiare i modelli di preventivi che girano sul web e non comprendono nella progettazione l’architettura informativa e la UX. Non essendoci competenze nuove in giro, non è facile scrivere da soli ciò che si vuole, con metodi che non si conoscono. Ecco allora la necessità di fornire modelli pronti all’uso a cui ispirarsi. Per la comunità locale, invece, le idee sono tante! Dalla formazione online al desiderio di un campus estivo per incontrarsi più di una volta all’anno, alla mappatura della community, a progetti sociali per sperimentare nuove metodologie. Io guardo gli Architecti in Italia con grande stima e ammirazione e considero la creatività italiana un valore che gli Architetti dell’informazione dovrebbero giocarsi per diffondere il proprio “design”: le case italiane sono ammirate in tutto il mondo, potremmo diffondere la stessa suggestione, dando uno stile unico e inconfondibile ai nostri spazi digitali!

Il progetto Puglia365 arriva fino al 2025. Quali prospettive ci sono, secondo te, per l’architettura dell’informazione?

Il Piano Strategico del Turismo Puglia365 punta al 2025, sì. Non è facile immaginare cosa sarà. Il Polimi, Osservatori.net, dice “Il turista digitale corre, l’offerta rincorre”: sembra una condanna. Forse il segreto è proprio qui, bisogna smettere di correre.

L’architettura delle informazioni per me è il trampolino per arrivarci, così lontano, mentre tutto il resto può cambiare. Una buona Architettura fa andare lontano, ma bisogna progettare con competenza la distribuzione dei contenuti on e off line, con un pensiero anche a ciò che succederà ad ogni informazione dopo averla pubblicata. Come dice Badaloni, il lavoro ormai inizia quando si pubblica qualcosa, non come prima, quando il lavoro di progettazione e scrittura terminava con l’invio di un testo o un progetto ad una testata o ad un’agenzia.

Dovremo rendere trovabili contenuti ad una generazione abituata a fare poco sforzo per avere qualsiasi cosa, perché tutto è già profilato e intuito da sistemi intelligenti. Nel sovraccarico di informazioni già indirizzate, si dovranno pensare soluzioni per la memoria e la conservazione, per l’integrazione di contenuti prodotti dagli utenti stessi, pensare a strumenti per ricavare informazioni dalla immensa (big) mole di dati (sempre più open) che produciamo e diffondiamo.

E per finire le ultime 3 domande più leggere. Consiglia un libro

GEB! “Goethe, Escher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante” di Douglas R. Hofstadter

Consiglia un brano musicale o un cd

Il Concerto n.3 di Rackmaninoff

Consiglia un film

Il sempreverde MATRIX del 1999

«Matrix è ovunque. È intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai a lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità.»

Onlife, per dirla come Luciano Floridi 😉

Grazie!

Non mi resta che ringraziare Bianca Bronzino per il suo entusiasmo e la sua vulcanicità di idee. Auguriamo un buon lavoro e a rivederci presto!

Aspettando il WIAD 2018

Intervista a Marco Tagliavacche per il WIAD Genova 2018; Daniela Costantini per il WIAD Trento, Carlo Frinolli per WIAD Roma e Luisa Di Marino per il WIAD Palermo 2018.

WIAD Genova – Intervista a Marco Tagliavacche

Il WIAD Genova, come leggiamo dal sito dedicato

è nato dalla volontà di portare nella città un evento dall’alto contenuto formativo. Che mettesse in risalto le tematiche legate all’ Architettura delle Informazioni facendo da volano ad iniziative pubbliche o private. E che potesse attrarre sia le comunità locali ma essere anche punto di riferimento per il Nord Ovest.

World Information Architecture Day

Il World Information Architecture Day, detto anche WIAD, è la giornata mondiale, organizzata dall’Information Architecture Institute, in cui la comunità degli architetti dell’informazione di tutto il mondo, si ritrova per condividere informazioni, idee, ricerche. Lo fa organizzando eventi a livello locale in un modo coinvolgente e non convenzionale.

Il WIAD 2018 si terrà il 24 febbraio contemporaneamente in 56 sedi, 25 paesi e 5 continenti diversi.

In Italia si terrà in 5 città: Bari, Palermo, Roma, Trento e Genova.

IA for Good

Tema di quest’anno è “IA for Good”. Architettura dell’informazione per il bene comune. Come usare l’IA per proteggere la civiltà umana dalla disinformazione. Imparare. Condividere. Crescere.

WIAD Genova

Il Wiad Genova si svolgerà presso la Facoltà di Architettura, che si trova  in  Stradone di Sant’Agostino, 37 di Genova.

La mattina sarà l’occasione per ascoltare gli ospiti e gli speakers esperti. Nel pomeriggio si potrà partecipare ad un workshop. Un momento di formazione e confronto.

Gli speakers di Wiad Genova 2018

Gli speakers del WIAD Genova sono molto interessanti. Si potranno ascoltare gli interventi di Chiara Danese ( Designer, Digital Strategist, Consulente), Andrea Resmini, (Information Architect, Professor, Researcher); Marco Bertoni (Product Envisioning & User Experience) tra i più conosciuti. Ma anche Andrea Violante, Diego La Vecchia e Marco Tagliavacche. Quest’ultimo anche organizzatore del Wiad Genova e che intervisto di seguito.

Tutte le informazioni e i biglietti si trovano sul sito wiadgenova.it

Intervista a Marco Tagliavacche

Marco Tagliavacche, oltre ad essere il promotore del WIAD Genova, è architetto dell’informazione. Ed è anche l’attuale presidente di Architecta, l’associazione nazionale che riunisce i maggiori architetti dell’informazione italiani.

L’associazione promuove la conoscenza, la diffusione e la crescita dell’architettura dell’informazione in Italia. E sarà sponsor di tutti i Wiad italiani.

(Anzi, se qualcuno vuole contribuire a diventare sponsor del WIAD più vicino alla propria zona di riferimento, la disciplina e i suoi cultori ringrazieranno di cuore).

Come sei venuto a contatto con l’architettura dell’informazione e l’User Experience?

In università, quando follemente mi sono re-iscritto nel 2009, per completare qualcosa che fino a quel momento non ero riuscito :-). Due professori illuminati di ingegneria durante le loro lezioni mi parlarono di architettura dell’ informazione e user experience e mi suggerirono di seguire “Architecta” da li in poi fu solo amore.

Qual è la tua “giornata tipo” professionale?

La mia giornata tipo professionale, lavorando con un team dislocato in tutto il mondo, è iniziare con un paio di call conference per fare il punto della situazione e lo stato avanzamento lavori dei vari task UX/UI aperti. Poi verifico le mie attività e inizio la mia giornata che attualmente è molto incentrata sulla definizione delle brand guideline e UX Guideline dei prodotti interni.

Quale parte del tuo lavoro preferisci?

Ce ne sono due. La prima è quando posso fare un po’ di ricerca sullo stato della UX in campo industriale, guardando quello che succede e cosa stiamo facendo noi come azienda, prima di tutto. L’altra è la parte di prototipizzazione delle interfacce.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Carta, penna, matite , pennarelli , post it, lavagne adesive e un paio di tool per prototipizzare (non li cito per non fare pubblicita occulta).

Stai organizzando il WIAD Genova ed è la prima volta per la città (anche se non è il primo evento UX). Che accoglienza stai ricevendo?

Ah ah ah Genova è una matrigna un po’ cattiva con i suoi figli. Potrò risponderti solo dopo l’evento credo. Spero, comunque, che sia una buona occasione per la città per parlare di architettura dell’ informazione e User experience. Ce ne è’ bisogno soprattutto a Genova.

Da questo WIAD Genova cosa ti aspetti? Cosa si deve aspettare chi viene ad ascoltare?

Mi aspetto che chi viene inizi un po’ a capire cosa siano IA e UX. E inizino a capire che sono due competenze al giorno d’oggi fondamentali per realizzare qualcosa di effettivamente utile e soddisfacente per le persone. Ma soprattutto mi aspetto che anche gli addetti ai lavori capiscano il ruolo etico che hanno come designer ovvero come progettisti.

Oltre ad organizzare il Wiad Genova sei anche presidente di Architecta. Cambia qualcosa? Come vivi/vivrai questa giornata mondiale dell’architettura dell’informazione?

Si è vero. Ma sinceramente non cambia molto. Cerco di pormi sempre come un addetto ai lavori. Essere il presidente di Architecta è per me un onore e soprattutto uno sprone a fare sempre meglio. Ma in realtà non cambia molto. Metto lo stesso entusiasmo in entrambe le cose. Anche se Architecta per l’arco temporale e le aspettative è una sfida più a lunga durata.

Parliamo spesso di resistenze al cambiamento. E della difficoltà di comprensione della disciplina. Pensi sia un problema di cultura digitale? Oppure siamo noi architetti a non spiegarci bene? Qual è il tuo punto di vista?

Bella domanda! È un problema di cultura digitale che forse manca, di una cultura e knowledge che arrivi dal basso, magari dalla scuola. Ma è anche un nostro problema come architetti: dobbiamo imparare a comunicare bene e meglio, cercando di far capire cosa facciamo e perché. Abbiamo una grossa responsabilità e non è facile.

Architecta ha gli stessi problemi, ovvero quello di essere conosciuta e riconosciuta. Come Board ci stiamo lavorando, ma è complesso perché il nostro lavoro è fatto su base volontaria. Mentre Architecta richiederebbe un Full time da 24 ore al giorno. Ma ci riusciremo. Comunque sono fiducioso. Vedo che c’è maggiore interesse, più consapevolezza. Il settore sta crescendo dobbiamo crescere con lui

Immaginiamo di fare un salto nel tempo e siamo alla vigilia del WIAD Genova 2023. Di che si parlerà?

Uhaooo, saperlo … si parlerà della blockchain e della sua integrazione nella vita quotidiana e del rapporto fra uomo e robot in ambito giornaliero casalingo.

E per finire, consiglia un libro.

La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo di Luciano Floridi. Ho iniziato a leggerlo e… beliN!

Consiglia un brano musicale o un cd

Per me domanda difficile perché non sono cosi bravo. Pero… Empire State of Mind di Alicia Keys , mi permetto anche un fumetto PK 🙂

Consiglia un film

Matrix 🙂 (per non dire Star Wars) perché, in fondo, Matrix è l’inizio e la fine di tutto 🙂

Ringraziamenti

Grazie a Marco Tagliavacche per questa intervista. E grazie a tutti coloro che hanno accettato le successive interviste che trovate qui di seguito sul blog.

Bianca Bronzino per il  WIAD BariDaniela Costantini per il WIAD Trento; Carlo Frinolli per il WIAD Roma e Luisa Di Marino per il WIAD Palermo 2018.

Master in architettura dell’informazione – Intervista a Federico Badaloni

Un Master in architettura dell’informazione c’è,

esiste e parte presso

l’International University of Languages and Media,

conosciuta come IULM,

ogni inizio di gennaio da 4 anni.

Il Master Executive in

Architettura dell’Informazione

e

User Experience Design

parte il 26 gennaio 2018 ed è giunto alla quarta edizione.

Si tratta, come ci dice la pagina dell’università dedicata, di un

Master Executive per imparare a progettare siti, applicazioni desktop e mobile, intranet, gestire la comunicazione digitale per le aziende e per la pubblica amministrazione, organizzare spazi informativi complessi. Un percorso professionalizzante per formare una nuova generazione di specialisti del web.

Informazioni e iscrizioni

Per informazione e iscrizioni al Master dovete visitare la pagine del Master presso il sito della IULM.

I motivi di un master in architettura dell’informazione

Inizialmente nata come “Architettura dell’Informazione”, la progettazione degli spazi digitali è diventata progressivamente un’attività talmente estesa da meritarsi l’appellativo di “Progettazione dell’Esperienza degli Utenti” (User Experience Design, o più semplicemente UXD). Il termine “Architettura dell’Informazione” è oggi prevalentemente usato per descrivere l’aspetto dello UXD che riguarda il modo in cui i contenuti sono strutturati e organizzati.

Lo User Experience Designer è dunque colui che progetta e raffina l’esperienza che le persone faranno di un artefatto digitale, come un sito, una intranet o un’applicazione, ma non solo. Con il progressivo estendersi della rete negli oggetti e negli spazi quotidiani infatti, oggi lo UXD è sempre più spesso chiamato a definire e organizzare la comunicazione e l’esperienza che si svolge in spazi complessi come ospedali, grandi stazioni, supermercati, università.

Da almeno un decennio gli User Experience Designer e gli Architetti dell’Informazione sono figure professionali imprescindibili nel mondo anglosassone e in tutto il nord Europa. Negli ultimi anni, anche nel nostro Paese la richiesta di questo tipo di figure è cresciuta a un ritmo costante. Il Master risponde proprio a questa domanda crescente di professionisti.

Intervista a Federico Badaloni

Federico Badaloni è per me innanzitutto un amico. Ed  la persona che mi ha introdotto all’architettura dell’informazione. È giusto che i miei lettori lo sappiano. Non intratteniamo nessun rapporto professionale, ma spesso mi confronto con lui sulla disciplina.

Federico Badaloni, architetto dell’informazione per GEDI (L’Espresso), è docente e coordinatore del Master. Oltre ad essere l’autore del libro Architettura della comunicazione.

Uno dei punti forti del master è che le lezioni sono tenute da docenti universitari ed esperti dei vari settori disciplinari trattati durante i sei mesi di didattica. Per cui si hanno esperti di comunicazione, architettura dell’informazione, marketing, visual design, interaction design, project management e programmazione.

User Experience

Come sei venuto a contatto con la UX? Ritieni anche tu che sia un cambio di paradigma?

Per me l’incontro con la UX, che all’epoca si chiamava ancora Architettura dell’Informazione, è avvenuto pochi mesi dopo la pubblicazione di Information Architecture di Rosenfeld e Morville. Ricordo ancora il pensiero che si è formato nella mia testa: “ma allora quello che faccio ha un nome!”.
Il vero cambio di paradigma è stato mettere al centro l’utente e basare un’intera prassi di lavoro su questo atto. Si tratta di una rivoluzione che nel nostro Paese trova ancora molte resistenze, purtroppo.

Qual’è la tua giornata tipo professionale?

Arrivo in ufficio verso le 8.30 e -in genere- per prima cosa do un’occhiata alle cose interessanti che sono state pubblicate nelle ultime 24-48 ore. Grazie a Feedly, un reader RSS che mi presenta in un unico colpo d’occhio tutto ciò che devo leggere, si tratta di un’operazione che dura al massimo una mezz’ora.

A questo punto comincio a riprendere le questioni più urgenti che sono ancora in lavorazione e, per ognuna di esse, faccio una lista di azioni che dovrò compiere in giornata. Siccome sono responsabile di due aree, quella di progettazione e quella che si occupa di graphic design, verso le 10.00 faccio un punto più di dettaglio con il team leader dell’area grafica al quale segue spesso un rapido breafing con gli architetti dell’informazione.

Seguo i progetti più grandi in prima persona, per questa ragione quasi sempre il resto della giornata viene assorbito dal classico lavoro di UX design: ricerca sugli utenti, realizzazione di deliverables, definizione di tassonomie, creazione di prototipi, test di usabilità, eccetera. Un’altra fetta importante del mio tempo è necessaria per coordinare il lavoro con le altre aree dell’azienda e per tenere allineati i vari stakeholders. Verso le sette di sera, in genere, riesco a staccare.

Quale parte del tuo lavoro preferisci?

Senza esitazione: la definizione di tassonomie e coreografie

Secondo te, cosa rende un designer un buon designer?

La capacità di astrazione

Strumenti e formazione

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Quello che uso di più è Google Drive: mi permette di collaborare con i vari membri del mio team, di archiviare e ritrovare rapidamente la documentazione, di lavorare da devices differenti. Per quanto riguarda il monitoraggio della pipeline dei progetti usiamo Trello. Per la prototipazione (che sostituisce ormai quasi sempre il wireframing) usiamo Proto.io.

Hai fondato un master dove si insegna l’architettura dell’informazione. Di che si tratta?

Confrontandomi con gli amici e colleghi in giro per l’Italia, mi sono reso conto che tutti avevamo lo stesso problema: trovare persone con la giusta formazione da assumere o da far collaborare con noi. Ho pensato quindi di mettere assieme i professionisti che stimo di più e proporre loro di unire gli sforzi per formare una nuova leva di architetti dell’informazione e user experience designers. Ho proposto il progetto all’università IULM di Milano, che lo ha accolto con entusiasmo.

Siamo ormai alla quarta edizione del master e tutti coloro che sono usciti dalle precedenti edizioni hanno trovato lavoro immediatamente. Proponiamo un corso impegnativo, ma che unisce alle competenze teoriche necessarie anche una solida formazione pratica: chi esce dal master è in grado di lavorare da subito in qualunque ambito.

Questa consapevolezza si è diffusa nelle aziende italiane e ricevo ormai di continuo richieste di curriculum da parte di tutti coloro che sono alla ricerca di gente in gamba e formata come si deve. Questa risposta da parte del mercato è per me una grandissima soddisfazione.

Valori e blog

Ho ripreso anch’io sul blog i valori dell’architettura dell’informazione che insegni al Master. Cosa hai imparato tu?

Insegnando rimetto a posto le idee. Ma soprattutto ho l’occasione di ascoltare, di capire dove devo andare più a fondo, di perfezionare il metodo di lavoro che propongo, di scoprire situazioni ed esigenze nuove.

Ho iniziato a scrivere questo blog quando tu stesso avevi un blog. E questo blog è frutto di una nostra chiacchierata davanti ad una pizza. Eppure tu non hai più scritto. Sei passato a Medium. E scrivi molto meno. Pensi anche tu che i blog siano morti? I tempi sono cambiati? Altre prospettive?

Non credo che i blog siano morti, ma credo che sia un processo naturale quello di cercare sempre di aumentare il livello qualitativo dei post. In questo modo si passa da un blog come diario a un blog che assomiglia più ad una raccolta di piccoli saggi, e per scrivere questo tipo di contenuti c’è bisogno di molto più impegno.

Consigli

Consiglia un libro.

L’ordine del tempo, di Carlo Rovelli

Consiglia un brano musicale o un cd.

Le sei bagatelle di Gyorgy Ligeti

Un film?

La grande bellezza di Paolo Sorrentino

Obiettivi e destinatari del master

Obiettivo del Master è formare professionisti in grado di strutturare efficacemente informazioni, servizi e percorsi in tutti gli spazi informativi condivisi come siti web, intranet, applicazioni, ma anche fisici come punti vendita, musei, ospedali. Oppure anche procedurali come flussi informativi nei servizi o nei processi aziendali.

Il percorso formativo si rivolge a tutti gli studenti universitari, ai professionisti della comunicazione che hanno necessità di imparare le dinamiche dell’informazione digitale, ai grafici, agli sviluppatori e ai project manager che vogliono estendere le loro competenze, a tutti coloro che hanno l’esigenza di acquisire maggiore conoscenza per rendere più efficace il proprio business digitale.

Per maggiori informazioni potete visitare la pagina dedicata al Master di architettura dell’informazione.

Georgia Mos tra musica house e innovazione

Georgia Mos, nome d’arte di Giorgia Moschini, è una DJ italiana che molti conoscono per la sua partecipazione alla terza edizione di Top DJ. Oggi mi pare però riduttivo definire Georgia Mos per la sua partecipazione ad un programma tv. Georgia oggi è conosciuta in Italia per la sua bravura e la sua attività lavorativa presso eventi di rilievo nazionale e internazionale. E da pochi giorni riconosciuta tra la Top100 del DJaneMag.

Georgia Mos su Facebook

Georgia Mos biografia

Di Georgia Mos si sa (quasi) tutto. Si sa tutto nel senso che sui social Georgia condivide il suo volto, il suo lavoro e i luoghi che visita. Molto interessante, per esempio, è stato seguire il suo viaggio in India, documentato con le Instagram Stories che hanno mostrato un’India quotidiana.

Sul sito georgiamos.com è possibile trovare i contatti per collaborazioni e i social appunto. Si trova una breve intervista concessa per il programma Top dj e l’unica biografia che si trova (facilmente) è quanto scritto sul sito di Radio 105.

Intervista a Georgia Mos

La musica

La tua definizione affettiva di musica.

La musica rappresenta molto per me. Le sensazioni che mi scatena interiormente quando l’ascolto e la produco è qualcosa di inspiegabile. A livello affettivo la musica è molto legata al mondo interiore e c’è sicuramente una corrispondenza con il mondo affettivo; è espressione di quello che proviamo e di come siamo.

Che musica ascolti oltre alla musica house?

Amando follemente la musica in generale ascolto diversi generi (oltre alla musica dance chiaramente ). Amo il pop, il blues e l hip hop.

Qual’è secondo te la differenza tra musica e rumore?

Fondamentalmente la musica da un piacere all’ascolto mentre il rumore no, quindi deriva dalla qualità delle vibrazioni. In molte tracce comunque sono inseriti “rumori” all’interno della melodia stessa , il che rende, soprattutto nella musica dance la traccia più interessante.

Progettazione e sperimentazione secondo Georgia Mos

Qual’è il tuo rapporto con la sperimentazione? C’è qualcosa che reputi innovativo nelle tue performance?

Amo sperimentare. Mi piace registrare suoni nuovi e lavorarli con Ableton o usare la mia loopstation. Durante alcune serate invece mi piace utilizzare anche la mia voce su alcune strumentali.

Consideri la tua voce uno strumento musicale. Progettazione o improvvisazione?

La voce è uno strumento musicale a tutti gli effetti, richiede pratica e allenamento. Amo progettare e lasciare sempre un 10% all’improvvisazione legata all’emozioni e adrenalina dell’esibizione.

Quanto tempo dedichi allo studio e alla progettazione delle tue serate?

Non eseguo mai un dj set studiato nel minimo dettaglio (o perlomeno non ancora), mi piace lasciare a seconda del locale dove suono e a seconda del pubblico spazio all’improvvisazione del momento. L’energia della pista ti trasmette tanto e ti guida in quello che vorrebbe ascoltare in quel momento senza però tradire quello che senti tuo e che ti piace davvero suonare.

Georgia Mos, DJ internazionale

La tua carriera inizia all’estero. Mentre in Italia sei stata una novità. Che ne pensi?

Esatto ho iniziato ad avvicinarmi alla mondo della musica dance e del djing a Londra, 4 anni fa.

Sono sempre stata legata alla musica fin dall’età di 8 anni quando ho iniziato a studiare canto e solfeggio. A londra mi sono subito legata alla musica elettronica e ho studiato produzione musicale. Dopodichè sono stata tre mesi in America ( New York e Miami) dove ho suonato in diversi locali tra i quali il Nikki Beach.

Al mio ritorno in Italia, a Milano, sono stata selezionata per il programma “Top dj” in onda su Italia uno dove ho vissuto un’esperienza bellissima, tosta e divertente con altri 9 concorrenti. Ora lavoro moltissimo in Italia anche se amo viaggiare e suonare in Paesi all’estero.

Il tuo lavoro ti porta a viaggiare. Cosa ti porti dietro, musicalmente, dai tuoi primi viaggi all’estero?

Amo ogni volta cercare di capire il tipo di sound e di usanze per ogni paese ovviamente cercando di portare sempre il mio stile, ma è interessante vedere come per ogni paese la musica possa scatenare reazioni differenti sulle persone.

C’è qualcosa che vuoi condividere del tuo ultimo viaggio in India?

Un’esperienza incredibile. L’India è davvero magica, un paese da vedere assolutamente. Purtroppo in tour non si ha molto tempo per visitare le città nelle quali ci si esibisce. Ho fatto tre show in 5 giorni ( due giorni sono stati per il viaggio), e gli spostamenti tra una città e l’altra avvenivano con gli aerei, quindi era davvero poco il tempo per girare e visitare i posti piu interessanti delle città. Mi ha colpito la loro cordialità e disponibilità e la loro BDM “Bolliwood dance music” simile alla nostra Edm ma con influenze e testi indiani.

Diventare DJ. I consigli di Georgia Mos

Ho recensito tempo fa un film, We are friend. In una scena si spiega in maniera scientifica il metodo per far muovere le persone e portarle a ballare. Hai visto il film? Hai un tuo metodo? Si tratta di una invenzione cinematografica o c’è qualcosa di vero?

Si ho visto il film! È risaputo scientificamente che quando proviamo un’ emozione molto forte il nostro cuore raggiunge i 128 battiti per minuto, quindi musicalmente si dice che suonando a 128 bpm si arrivi “nel cuore” delle gente riuscendo a farla ballare. Non è una regola specifica, ogni aumento o diminuzione di bpm ti da reazioni differenti, dai 90 bpm fino ai 160 bpm. Nei mie set suono prevalentemente tra i 126 e 128 bpm perchè il tipo di musica che suono si esprime in maniera ottimale in quella velocità.

Molti ragazzi vogliono sapere come diventare un/una DJ. E sul tema ci sono libri e vengono tenuti TED e conferenze. Tre consigli a che vuole seguire il tuo percorso?

Ce ne sono tanti, ma i primi tre che mi vengono in mente sono studiare e prepararsi tecnicamente, avere una propria personalità musicale in modo da distinguersi nelle proprie produzioni e nei dj set live, seguire la parte marketing ovvero la promozione, i social ecc.. spesso questo ultimo punto non viene preso molto in considerazione ma l’interazione con il proprio pubblico attraverso i social è davvero importante per fidelizzarlo.

Un dj trascina le folle e le controlla con la musica. Studi più le masse o te stessa?

Esprimo quello che ho dentro e quando sono sulle stage mi viene spontaneo, non studio esattamente cosa fare o non fare nei minimi dettagli per coinvolgere la massa. Il pubblico apprezza il “vero” e il non il costruito.

Georgia Mos curiosità

Sapevi che su Google le persone cercano “Georgea Mos età” e “Georgea Mos altezza”? Secondo te, perché?

Sull’età c’è sempre molta curiosità, i dj generalmente dimostrano sempre meno anni, sono rimasta sconvolta quando ho scoperto l’età attuale di artisti come David Guetta, Bob Sinclair o Nervo e Alison Wonderland, quindi ammetto che anche io vado a cercare l’ètà degli altri dj:) Fortunatamente per quanto mi riguarda mi danno sempre meno anni di quelli che ho effettivamente. Per quanto riguarda l’altezza non me l’aspettavo ci fosse questa curiosità!

Concludo ringraziandoti di cuore per aver risposto alle mie domande e per aver dedicato il tuo tempo ai miei lettori. L’ultima domanda. Hai progetti musicali diversi dalle performance? Dove ti vedremo questo autunno/inverno?

Assolutamente! Sto lavorando in studio su delle produzioni che usciranno all’inizio del 2018 dove partirà anche un tour per la Cina. Non vedo l’ora!

Freeda intervista Geogia Mos

Georgia Mos sui Social

Se vuoi seguire Georgea Mos la trovi sui social.

Facebook Georgia Mos Official mi pare il profilo più istituzionale.

Instagram a me pare il canale più personale e il più aggiornato sulla sua attività.

E per ascoltare qualcosa di Georgia basta visitare il suo canale SoundCloud

Georgia Mos si trova anche su Twitter ma a me pare che non sia il suo canale preferenziale.

Perché intervisto Georgia Mos

Seguo Georgia Mos sui social da un po’ di tempo. Analizzo le strategie di artisti e influencer. Di lei mi ha colpito certamente l’uso che fa della sua immagine. Ma soprattutto la sua ricerca innovativa sul campo. In un mondo in cui ci si distingue, grosso modo, per il tipo di musica che si mette sui piatti, ho trovato interessanti le sue capacità comunicative e imprenditoriali. Georgia, infatti, cerca di innovare il suo mestiere di DJ, utilizzando e inserendo la sua voce come strumento musicale.

L’intervista è volta a scoprire qualcosa di più di questo mondo e del pensiero di Georgia Mos.

L’intervista va ad arricchire la serie di interviste che il blog ha intrapreso per approfondire i temi della sonorità

Piero Savastano il data scientist con la passione del machine learning

Piero Savastano è un data scientist di cui seguo il canale youtube dedicato al mondo del data science e machine learning. Ho deciso di intervistarlo e di invitarlo sul blog perché è una persona molto chiara nelle sue spiegazioni. Nei suoi video parla di cos’è il machine learning, come funzionano le reti neurali e promette di approfondire ancora tanti altri temi. Penso dunque che sia una persona e un professionista che vale la pena seguire.

Come sa chi mi segue da più tempo, ogni tanto, qui sul blog o sulla pagina facebook, accenno all’intelligenza artificiale. Ma personalmente non me ne occupo e non la studio. Sull’intelligenza artificiale mi informo solamente, leggendo e seguendo gli studi di altri. Piero Savastano è per me un ottima fonte. Competente, senza darsi troppe arie, e che sa spiegare bene le cose.

Cos’è un data scientist

Mi pare doveroso, prima di iniziare l’intervista, spiegare cosa sia un data scientist. Prendo a prestito la definizione che Hal Varian, chief economist di Google, ha dato di questo lavoro.

Raccogliere, analizzare, elaborare e interpretare enormi quantità di dati, così da fornire indicazioni utili alla definizione delle strategie aziendali.

Insomma, è il “mago” dei big data: li studia per aiutare le imprese a orientarsi.

I numeri secondo Piero Savastano

Cosa sono i numeri per te?

I numeri sono parte di un linguaggio universale che trascende lo spazio e il tempo. Sono le celle di un noioso foglio di calcolo che diventano forme e colori, sono relazioni. Sono l’unica possibilità per afferrare la natura e un tentativo disperato di dominarla.

Musica

Che musica ascolti? Musica e matematica hanno molte relazioni tra di loro. È un caso che sul tuo blog ci sia una immagine di un uomo che collega cervello e cuore con delle corde di chitarra?

Ascolto musica elettronica, mi piace sentire suoni totalmente nuovi che prendono spunto dal passato e vengono distorti a suggerire il futuro.
Un buon collegamento tra cervello e cuore è un sogno che coltivo, perchè dimentico spesso di ascoltare l’uno o l’altro. La musica sicuramente aiuta.

Machine Learning

Ti occupi di machine learning, spieghi anche a noi? In uno degli ultimi video anticipi che inizierai a parlare di deep learning. Ci spieghi le differenze con il machine learning?

Ci sono due approcci per fare in modo che un computer faccia qualcosa: 1) impartire istruzioni esplicite oppure 2) presentare una marea di esempi (leggi dati) e fare in modo che trovi il modo di risolvere il compito da sè. Il machine learning rientra in questo secondo approccio, e pur essendo roba vecchia di almeno 30 anni sta ritornando alla ribalta: abbiamo ora a disposizione un oceano di dati e maggiore potenza di calcolo.
Il deep learning è un sottoramo del machine learning, in cui il computer apprende dagli esempi secondo un meccanismo ispirato vagamente al funzionamento del cervello.

Scrivi sul blog: “Il machine learning è uno strumento per l’automazione (occhio a non confondere come il fine)” Quale potrebbe essere il fine?

Il fine è la soluzione di problemi pratici che fanno parte del quotidiano. C’è una tendenza pericolosa a voler usare il machine learning anche quando non è necessario, oppure a farne un’attività fine a sè stessa, un po’ come avere il martello e andare in giro a cercare i chiodi.
Il machine learning è uno strumento in più per ridurre la necessità che le persone svolgano compiti mentali ripetitivi, così come la macchina a vapore ha ridotto lo sforzo fisico ripetitivo. Mi concentrerei sulla riorganizzazione del lavoro a seguito dell’automazione e allo sviluppo di una società più armoniosa, è quello l’obiettivo a lungo termine.

La teoria dei grafi

Parli spesso della teoria dei grafi. Come architetto dell’informazione la cosa mi interessa. La rete è un grafo. All’interno di questo grafo ci muoviamo per instaurare relazioni, creare ecosistemi. Che ci puoi dire sulla teoria dei grafi e quali sviluppi per l’Internet?

La teoria dei grafi è affascinante proprio per l’importanza che da alle relazioni, è difficile definire il significato di qualsiasi cosa senza ridursi a considerarne le relazioni. Gli esperimenti di sociologia sui gradi di separazione hanno dimostrato quanto sia facile navigare nel grafo sociale e mettere in relazione persone di tutti i tipi. Studi di matematica e fisica evidenziano da tempo alcune proprietà strutturali delle reti che si applicano alle persone e qualsiasi altra rete di entità in relazione tra di loro: opere d’arte, impianti idraulici, reti stradali, il web. Suggerisco di dare un’occhiata alle “small world networks”, c’è da restare senza fiato.

Per quanto riguarda internet dobbiamo tenere d’occhio e partecipare al trend dei linked data: così come negli anni ’90 abbiamo abbandonato l’enciclopedia nel CD per costruire un ipertesto distribuito di scala mondiale (che chiamiamo web), il progetto linked data prevede di fare la stessa cosa per i dati. La potenzialità di questa tecnologia che combina grafi, dati e web è sottovalutatissima a mio avviso. La visione che c’è dietro, che dobbiamo al genio di Tim Berners Lee, è che una volta assegnato un link a qualsiasi cosa (inclusi link per le relazioni) possiamo costruire agenti artificiali in grado di navigare questo grafo di dati e cercare risposte (forse anche domande) meglio di come facciamo ora.
Ho scritto un tutorial sui principi dei linked data

Chatbot e assistenti vocali

Cosa ne pensa un data scientist dei chatbot e degli assistenti vocali? Sei tra gli entusiasti o tra gli scettici?

Sono pragmatico, per me il cuore di quello che sta avvenendo è da ricondursi all’avvento dell’economia dei dati, di cui chatbot e assistenti vocali sono dei sintomi affascinanti.

Al momento la promozione e regolamentazione dello scambio commerciale di dati è di primario interesse per l’Unione Europea (https://ec.europa.eu/digital-single-market/en/policies/building-european-data-economy). Non è un caso: chi possiede dati e potenza di calcolo ha un futuro roseo all’orizzonte. Diversa la questione che si pone per il grosso della popolazione, che invece è intenta a cedere dati personali ai giganti del digitale (peraltro di altri continenti) in cambio dell’uso gratuito di social network e servizi di ricerca.

I nostri dati personali hanno un valore immenso ed è lì che vanno gran parte delle mie speranze e preoccupazioni. Per dirla in altre parole, mi da più pensiero che fine facciano le domande che pongo al chatbot piuttosto che se sia in grado di rispondere o meno.

Intelligenza artificiale bioispirata

Intanto cosa è l’intelligenza artificiale bioispirata, di cui sei esperto, e l’intelligenza artificiale? E poi volevo che chiarissi ai miei lettori a che punto è lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Il deep learning di cui parlavamo prima è ispirato al tessuto nervoso biologico, quindi appartiene alla IA bioispirata – come ogni aproccio che trae spunti dalla natura. Ce ne sono tanti altri, tra cui gli algoritmi genetici, che imitano il meccanismo della selezione naturale per evolvere artificialmente agenti intelligenti.
Lo sviluppo dell’IA, che puoi vedere come uno sforzo di creare macchine “intelligenti”, è frammentato e tende a essere altalenante. Il deep learning è una versione 2.0 delle reti neurali degli anni ’80, che prima del 2005 erano praticamente dimenticate. Ci sono una marea di tecniche da rispolverare e combinare. Ad esempio AlphaGo, IA sviluppata da Deep Mind in grado di superare il campione del mondo nel gioco GO, è un ibrido di deep learning e tecniche di IA tradizionali – quelle usate da Deep Blue di IBM che negli anni ’90 ha battuto il campione del mondo di scacchi. E se mi chiedi chi è il giocatore di scacchi che preferisco, senza ombra di dubbio Alekhine.

Etica e macchine

Un data scientist come si relaziona ai problemi etici che si presenteranno nell’umanizzare le macchine?

Li vede lontani, non ancora a portata di mano. Prevedo che buona parte dei problemi etici sarà sostituito da compromessi pratici: esempio, se le macchine autoguidate causano una percentuale di morti minore delle macchine guidate da persone, sarà più facile accettarle.
La tecnologia è uno strumento e in quanto tale la scelta etica sta nell’utilizzatore e non nello strumento stesso. Prendiamo gli arei consapevoli di avere una piccolissima possibilità di precipitare, ma è un rischio che siamo disposti a correre per muoverci velocemente da una parte all’altra del pianeta.

Piero Savastano e Youtube

Io ti ho conosciuto attraverso i tuoi video e il tuo canale youtube. Credo che in italiano non si trovi molto sul tema. Quanto tempo dedichi al canale? Come è nata l’idea e come procedono i video?

Dedico tanto tempo e continuerò a farlo. I video sono il risultato di anni di studi tecnici combinati ad anni di improvvisazione teatrale, che è uno dei miei hobby. Per me è innanzitutto un modo di esprimere la creatività e celebrare la bellezza dell’intelligenza artificiale.
L’idea è nata dalla necessità di farmi conoscere come professionista del settore: invece di gettarmi in una sterile iniziativa di marketing “da disturbo” ho pensato di farmi conoscere in questo modo. Alcuni colleghi mi rimproverano di regalare competenze, ma sono convinto che il valore ceduto ritornerà in qualche modo che ora non posso prevedere.

Come è nato Pollo, il personaggio che ti fa compagnia nei tuoi video?

Pollo è nato prima di me, e credo vivrà a lungo anche dopo. Il suo sguardo intenso e i suoi profondi silenzi mi aiutano a trovare la forza di andare avanti e dare il meglio. Farò un video sulla sua biografia.
Scherzi a parte, il nome Pollo Watzlawick richiama per assonanza Paul Watzlawick, brillante psicologo che ha enunciato gli assiomi della comunicazione umana.

Matematici o umanisti?

Per il nostro futuro di intelligenze naturali, avremo bisogno più di matematici o di umanisti?

Di matematici che si cimentano in esercizi di stile narrativi, e umanisti in grado di smanettare col Python.
Seduti allo stesso tavolo per fare in modo che le macchine intelligenti siano uno strumento di progresso diffuso piuttosto che l’ennesima manifestazione del potere.

Grazie a Piero Savastano!

Ringrazio Piero Savastano per le belle e chiarificatrici risposte che ha condiviso con noi. Lo ringrazio anche per aver risposto in tempi record e con un entusiasmo che rivela essere una bella persona.

Anche Piero, come Chiara Luzzana è una persona che conosco solo virtualmente, tramite il loro lavoro e le loro mail. Per cui, anche in questo caso, spero di incontrarlo presto e continuare la piacevole chiacchierata iniziata sul blog.

Grazie e alla prossima!

Chiara Luzzana, l’artista del suono che da voce a oggetti e città del mondo

Chiara Luzzana è una compositrice, sound designer e artista sonora, crea suoni dalla vita di ogni giorno. È una persona che ho conosciuto, quasi per caso, mentre navigavo su Twitter e conducevo la mia quotidiana ricerca di notizie sonore. Ho subito percepito le affinità elettive, la passione del suono, dell’audio e della registrazione. Dopo aver navigato sul sito personale di Chiara Luzzana e letto del suo attuale progetto The Sound of the city, ho voluto subito conoscerla.

Così, mentre mi trovavo sul bus verso Palermo, gli ho scritto di getto, dal mio Kindle. Non sono riuscito ad aspettare la sera per scrivere una lettera ben confezionata. Le ho scritto, ho presentato velocemente il blog e chiesto se poteva concedermi una intervista. Mi ha risposto in breve tempo e accettato di rispondere alle mie domande. Ed è quindi con immenso piacere che condivido con voi le mie curiosità sul lavoro di Chiara Luzzana. Personalmente seguirò con molta attenzione la sua carriera professionale perché sono certo che avrà uno splendido futuro.

Chiara Luzzana – Sound Designer – Soundtrack’s Composer – Dj – Creator of “The Sound Of City” project. chiaraluzzana.com – thesoundof.city

Chiara Luzzana sta portando avanti un progetto che ha attirato la mia attenzione The sound of city. Per chi è appassionato di contesti sonori, audio, suoni e ascolto, Chiara è una figura che bisogna seguire, per le sue intuizioni, per il modo in cui lavora, per i progetti che ha svolto e per tutti quelli a cui si dedicherà in futuro.

Chi è Chiara Luzzana

Chiara è nata a Milano, ma oggi è una cittadina del mondo. Per vivere compone colonne sonore ed è ingegnere del suono. Da oltre 10 anni sperimenta, registra, costruisce microfoni e strumenti per l’ascolto della materia. Trasforma i rumori prodotti da oggetti e materiali vari in musica.

Chiara Luzzana traduce la realtà in suono. I registratori sono solo uno strumento con cui raccogliere i rumori. La sua creatività, le sue emozioni trasformano un rumore, per altri insignificante, in un suono di senso.

Il livello artistico di Chiara è riconosciuto ormai ovunque. Persino l’Italia si è accorta di aver un talento in casa. La Biennale di Venezia le ha commissionato la composizione delle colonne sonore per i propri padiglioni espositivi attraverso istallazioni audio. E’ considerata tra i Sound Designer più innovativi e visionari del momento. È docente di Sound Design in alcune tra le più prestigiose Accademie d’Arte Italiane e Cinesi. Ha il proprio studio a Milano e Shanghai.

È, infine, sound designer e compositrice per Swatch, Valentino, Diesel, Jean-Paul Gaultier, Discovery Channel, Sky, Vodafone, Deejay Tv, Real Time e Rai Tv.

Chiara Luzzana Swatch

Chiara ha realizzato per la mostra Swatch Faces 2015 la prima colonna sonora realizzata esclusivamente con i suoni degli orologi. Ha ascoltato e registrato i singoli pezzi degli orologi e poi ha trasformato i rumori in suoni creando una nuova musica.

“Quando lavoro con i suoni sono una esploratrice, li devo scoprire nei lati più nascosti. Mi piace dare voce a ciò che è nato senza.” (Chiara Luzzana)

Chiara Luzzana – 60Bpm – The Sound of Swatch from Chiara Luzzana on Vimeo.

THE SOUND OF CITY ®

Chiara Luzzana – THE SOUND OF CITY – www.thesoundof.city

Ma il vero pezzo forte del lavoro di Chiara è “THE SOUND OF CITY” ® che lascio presentare alle stesse parole di Chiara Luzzana.

Creare la colonna sonora di ogni città a partire dai suoni caratteristici di ciascuna di esse.
Il progetto ha inizio nel 2014 con la composizione della colonna sonora di Shanghai, citt° nella quale l’Artista ha vissuto in seguito alla vittoria di una residenza artistica.
Per Chiara le città sono una fonte preziosa di riflessione. Ogni rumore casuale, diventa musica.
Marchio registrato dal 2015, il progetto si svilupperà in vari volumi stampati su vinile (il primo in edizione limitata, in uscita a Settembre 2017), in aggiunta ad installazioni audio, performance dal vivo ed un film documentario. Il primo capitolo di THE SOUND OF CITY ® è stato presentato alla 11a Biennale di Shanghai lo scorso Ottobre 2016 ed ad un TEDx.
Il primo capitolo riguarda le seguenti Citta: Shanghai, Milano, New York, Zurigo, Tokyo, Venezia.
Il secondo capitolo è previsto per Gennaio 2018.

“Ho ideato e creato il progetto mondiale THE SOUND OF CITY ® per indagare nell’intimo sonoro di ogni “giungla di cemento”. Ogni luogo ha qualcosa da raccontare ed un’anima da mostrare; io trasformo in musica quei suoni, quelle frequenze armoniche e quei rumori, che nella vita quotidiana passano inosservati. Ed e cosi che un semaforo diventa un sintetizzatore, un clacson, un sassofono, tombini come drum machines e vociare in orchestre d’archi. Nel silenzio delle albe metropolitane, armata di microfoni e cuffia, mi ritrovo ad esplorare luoghi sconosciuti, lasciandomi accarezzare le orecchie dalle “contraddizioni” sonore che ogni “giungla di cemento” offre.” Chiara Luzzana

Intervista a Chiara Luzzana a cura di Toni Fontana

Ho letto tutto quello che ho trovato su internet di Chiara. Tra i testi e le interviste che Chiara ha rilasciato ho potuto leggere tra le righe la passione con cui fa il suo lavoro. E seppure i contatti con Chiara siano stati tutti digitali, mi pare di conoscerla da tantissimo tempo.

Di seguito, in corsivo, le mie riflessioni e le domande che sono nate andando alla scoperta di questa straordinaria artista. E sono davvero felice del risultato di questa intervista che si è rivelata un piacevole scambio di idee.

Silenzio

Qual è la tua definizione “emotiva” di silenzio? Ossia qual è la definizione di silenzio per Chiara Luzzana? Mi piacerebbe sapere cos’è il silenzio per una persona che si occupa di suoni e rumori.

Se partiamo dal presupposto che dopo la rivoluzione industriale, il silenzio è stato pressoché sostituito dagli hertz della corrente elettrica, possiamo ben comprendere che il silenzio, intorno a noi, non esiste. Ecco perché per me il silenzio, ha una connotazione intima, e potrei definirlo come la pace interiore. Quella è la mia definizione di silenzio.

Traduzione

La sound designer Chiara Luzzana – THE SOUND OF CITY – www.thesoundof.city

I tuoi progetti si occupano di trasformare i rumori in suoni e di montare e smontare la musica. La trasformazione è anche una traduzione. In letteratura un tema sempre combattuto è stato quello della traduzione come tradimento. Umberto Eco sosteneva che il tradimento è insito nell’atto del tradurre che non è solo trasposizione da una cultura ad un’altra ma anche adattamento di concetti e contenuti. Nella musica il suono o il rumore è invece universale. È cosi? E allora, il tuo tradurre il rumore in suono è una forma di sovversione o di rimettere ordine in ciò che non ha ordine?

Dici bene, è una traduzione. Nel rumore c’è la più grande quantità di armoniche, semplicemente io le rendo musica. Si, è una sorta di sovversione, ribaltare i piani, anche se vuoi di provocazione. La musica è un linguaggio, e come tale ha tanti “accenti”
differenti. Se non esistesse una traduzione, a ciò che nasce puro, non avremmo la grande fortuna di comprendere diversità e superare i nostri limiti.

Tra il rumore e la sua traduzione, c’è quel grande spazio colmato dall’emozione: il mio vivere mi ha portato a superare molti ostacoli, rinascendo a vita nuova. Ecco perché per me il rumore ha una connotazione positiva e nutriente. Non potrebbe mai essere un tradimento, ma una lunga e fedele storia d’amore.

Città

Ho letto in una tua intervista che ti fai accarezzare dalle “contraddizioni” sonore che ogni giungla di cemento offre. Quali sono per te queste contraddizioni sonore. E il tuo lavoro artistico è un atto rivoluzionario ad un mondo troppo rumoroso? Questa giungla di cemento dove i rumori sono indistinguibili è affascinante oppure sarebbe necessario un
po’ di silenzio? Sarebbe meglio abbassare il volume?

Viviamo con le cuffie noise canceling. Perché? Per alienarci ed isolarci maggiormente?
Questo è terribile.

Io adoro le contraddizioni, perché da loro nasce la creatività, nasce il nuovo, nasce l’originale.

Le città, che amo definire giungle di cemento, sono in realtà come un’immensa palette cromatica. Isoli il suono che vuoi, e lui diventa protagonista. Ed è contraddittorio come in una stessa città, l’ordine ed il disordine dei suoni trovino un loro equilibrio.

Si, vuole essere un atto rivoluzionario, ed estremo, per ricordarci che non abbiamo bisogno di cancellare il rumore. Ma abbiamo bisogno di imparare ad ascoltarlo. Imparare ad ascoltarlo.

Registrazione

Il tuo modo di procedere è un modo, a mio avviso, artigianale. Registrare, non è un atto passivo, ma un momento di azione, faticoso anche fisicamente, ma soprattutto intellettualmente perché è un momento creativo. Questo tuo modo di procedere è per me bellissimo e affascinante. Ma chi è fuori da questo contesto sonoro pensa, appunto, che per registrare basta premere un pulsante e poi fa tutto il registratore. Cosa diresti a queste persone?

Lì inviterei a camminare e vivere con me una città a caso. ☺
THE SOUND OF CITY ® ha alcune regole di base, che mi sono imposta perché altrimenti rischierei di essere troppo vaga. Una di queste è camminare e registrare per 24 ore la città. Accada quel che accada. Perdendosi in essa. Senza meta.

Prima di iniziare i vari volumi delle città, ho un periodo che precede i viaggi, dedicato alla preparazione fisica e mentale. Perché aldilà dell’aspetto piacevole di ricerca sonora, è realmente un progetto faticoso sotto molti aspetti.

Però di base c’è un principio che per me è inalienabile, ed è che per raggiungere il piacere, occorre fare fatica. E per me il suono è anche fatica. La registrazione perfetta, è fatica.

Ed è faticoso anche uscire a cena con amici, ed essere catturata da tutti i suoni e cercare di non sembrare una psicopatica (ahah)

Chiara Luzzana a Milano

Hai registrato i suoni di Milano. Milano è la capitale della finanza, è la capitale della moda. Eppure, dal video si vede che, hai registrato i suoni dell’alba, della pulizia delle strade, dei giardinieri; neanche i rumori del mercatino, ma la preparazione. Hai registrato i rumori dell’attivismo nascosto. A me è sembrato che ti avvicinavi ai tuoi simili, operai, gente che lavora la terra.
Così come poi hai toccato le opere d’arte dei tuoi colleghi artisti che usano i materiali fisici. Scelta “politica”? Voglia di inviare un messaggio di ribellione ad un immaginario luogo comune di una città evanescente e superficiale? Oppure semplicemente una scelta tecnica?

Milano è tanto di più di quell’apparente pellicola snob che la ricopre. Milano ha un substrato di persone che lavorano sodo, che credono nei loro ideali, che si sporcano le mani.

Io sono una persona abbastanza solitaria, e non vivo i party mondani di Milano. Ecco perché la mia traduzione è rivolta a questo substrato attivo e vitale. Le persone che hanno reso e rendono bella Milano. Da chi pulisce le nostre strade, a colui che impreca perché il suo orto in centro è stato distrutto! Milano è stupenda, ed ho voluto descrivere quel sapore operaio di verità. Non la Milano da bere. Non il tram tecnologico. Ma il tram con i freni che cigolano, perché quello è cuore pulsante di Milano. Una Milano vera. Senza fronzoli. Pratica. Come è la musica.

Progettazione

Nel momento della progettazione, hai delle idee preconcette, ci sono delle cose che vuoi trasmettere già da prima la registrazione? Come studi la città? C’è un ascolto che precede la registrazione? L’analisi del contesto sonoro procede attraverso un tuo ascolto personale? Ascolti anche le persone che vivono la città? Oppure l’ispirazione nasce nel momento stesso in cui registri?

Una seconda regola del progetto è che (ad eccezione della mia città), le altre debbano essere sconosciute. Perché nell’incoscienza, nella non conoscenza, attivo la mia curiosità e mi lascio trasportare solo dall’istinto.

Daniel Baremboim dice che la musica è parte essenziale delle fisicità dello spirito umano. Come fai a scegliere gli oggetti che vuoi far suonare? Senti questa fisicità dello spirito?

È un attrazione. Come per le persone. Sono attirata a loro come se mi chiedessero di restituirgli una voce.

Istinto puro. Irrazionalità.

Ascolto

Uno degli obbiettivi di questo blog è quello di educare all’ascolto e di far comprendere come il suono arricchisce/crea un contesto, che il suono restituisce significati, in forma di suoni come di parole. E inoltre mi preme far comprendere che il mondo dei suoni è una parte del nostro essere più profondo. Come pensi che si possa educare all’ascolto? Quali azioni intraprendere?

Non avendo paura. Perché le persone sono terrorizzate dal sentire. In ogni senso. E sai di cosa hanno più paura? Del silenzio. Perché il silenzio è la via per guardarsi dentro. E spesso questo fa paura.

Educare all’ascolto significa innanzitutto intraprendere un percorso con se stessi.
Internamente.

Secondariamente, e parlando in modo più pratico, l’educazione all’ascolto dovrebbe iniziare in età infantile. Anche solo spiegando che non esiste solo la musica che ci viene proposta, ma che musica può essere anche il riverbero della nostra stanza preferita.

Per te chi è un ascoltatore?

Chi non ha paura di sentire.

Emozioni

Chiara Luzzana – THE SOUND OF CITY – www.thesoundof.city

Nella trasmissione delle emozioni, quali emozioni preferisci trasmettere?

Fiducia ed etica. Voglio che, indipendentemente che sia per lavoro o durante la mia vita quotidiana, una persona possa sentirsi al sicuro con me. In tutti i sensi. Voglio che sappia che ciò che ha tra le “mani ” è la parte più sincera di me.

Dici amaramente che i problemi di genere, in Italia, sono ancora molto forti. La musica dovrebbe essere un linguaggio universale, che va al di là delle questioni di genere. Questo dimostra tutto il provincialismo di questo nostro Paese, l’Italia. Cosa vuoi dire ad una ragazza che ama i suoni? Cosa ti piacerebbe dire ad una di quelle ragazze che viene a vedere/ascoltare le tue performance?

Vorrei dire loro di non sentirsi un genere. Di sentirsi un’anima. Viviamo in un paese dove le donne tengono ancora gli ombrelli al moto GP o durante comizi politici. Difficilmente riusciremo, in tempi brevi, a fare cambiare questa opinione di noi.

La musica, pur essendo un sostantivo femminile, è molto maschilista, soprattutto in Italia.

Ma la risposta migliore è impegnarsi, faticare. Credere nei sogni e nelle proprie passioni non ha sesso. Il sesso si materializza quando è imposto dall’ignoranza.

Se THE SOUND OF CITY ® fosse realizzato da un uomo, molto probabilmente non si porrebbe neppure il problema di camminare in solitaria per 24 ore in una città sconosciuta. Ecco, purtroppo io, da donna, non mi sento mai completamente al sicuro.
Ci sono quindi una serie di limiti che devo superare, non solo con me, ma anche con l’ambiente circostante.

Futuro

Hai detto: “La musica ha un senso oltre le singole note. Per me i suoni sono parole” E poi hai anche confermato il fatto che il progetto The Sound of City è un lavoro teoricamente infinito. Tra sessant’anni ci ritroviamo qui e parliamo di questo divenire del progetto. E allora mi chiedo, alla fine del racconto o del progetto, cosa vorresti leggere? Qual’è la tua visione finale?

Non vedo l’ora di quell’intervista.

E ti direi: sai Toni, ho visto ed ascoltato il mondo, l’ho registrato e reso musica, imparando che il volume da alzare non è per sentire forte, ma per sentire bene. A fondo. E dopo avere ascoltato tutto, ora mi godo il silenzio dentro me.
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CREDITS:
www.chiaraluzzana.com
www.thesoundof.city

Per concludere

Sono grato a Chiara Luzzana per questa intervista dove ha svelato il suo mondo sonoro. Sono grato all’universo twitter per avermi fatto conoscere Chiara. E conto che prima o poi passa ad ascoltare la Sicilia, i templi greci di Selinunte e Agrigento; oppure i teatri di Segesta e Siracusa.

Fra 60 anni conto di esserci ancora per chiedere a Chiara la concessione di un’altra intervista. Ascoltare chi ha ascoltato tutto il mondo immagino sia una esperienza unica. Anche se immagino che ci guarderemo negli occhi e lei starà tutto il tempo in silenzio. Ma chissà, tra 60 anni trasmetteremo l’intervista attraverso cip telepatici, in realtà aumentata io dalla Sicilia e lei da Shangai con audio tridimensionale, chissà. Ma magari ci aggiorniamo prima. Io seguirò Chiara e conto di raccontarvi ancora i suoi progetti.

Aggiornamento 21 dicembre 2017

Extra ordinary metal. Soundtrack by Chiara Luzzana e Alessi adventure

Chiara riesce a trasformare gli oggetti in suoni e sonorità e ci fa viaggiare in luoghi inesplorati. Questa è la sua forza e questo è il motivo per cui seguo Chara, sia per i suoi progetti personali, sia per progetti più commerciali come questo dedicato all’azienda Alessi, che vende prodotti casalinghi iconici e di design.

Come spiegato sul sito della Alessi

una sfida ai limiti dell’impossibile creare un nuovo modo di esprimere la ricerca del design e sviluppare ulteriormente la dimensione emotiva di un concetto.

Far risaltare il suono

Il risultato è la colonna sonora che traduce l’essenza trascendente ed eterea del progetto “Extra Ordinary Metal” – una serie di accessori da tavolo che rappresenta una nuova interpretazione della superficie metallica attraverso l’uso dell’ottone, materiale già utilizzato da Alessi negli anni ’20 e anni ’30 – in una composizione.

Chiara Luzzana osserva: “Creo musica usando suoni catturati dalla vita di tutti i giorni. Tutto ciò che puoi vedere, puoi sentire. Extra Ordinary Metal, una colonna sonora di Chiara Luzzana è un esempio concreto di come sfidare l’impossibile per Alessi: la capacità di trasporre un metaprogetto – cioè una serie di riferimenti teorici, culturali ed emotivi – in un nuovo linguaggio di comunicazione.

#ExtraOrdinaryMetal

Intervista a Federico Badaloni sull’architettura dell’informazione

L’intervista a Federico Badaloni che vi propongo oggi è un documento molto importante per me perché si tratta del momento in cui ho iniziato ad approfondire l’architettura dell’informazione e da cui nasce questo blog . L’occasione di incontro con Badaloni fu il Festival GlocalNews di Varese, festival del giornalismo digitale che, ogni anno, raccoglie i migliori professionisti del settore per parlare di giornalismo e web a livello Globale e Locale.

Una seconda giovinezza professionale

Scoprire che esisteva una disciplina come l’architettura dell’informazione è stata una rivelazione.

Generare valore in un ottica di fiducia, porsi in un’ottica di relazione e di dialogo, costruire progetti in forma collaborativa, cambiare il mondo, generare ecosistemi informativi, sottolineare la necessità di uno studio umanistico per comprendere il presente e il futuro.

furono parole e frasi che mi entusiasmarono all’ora e che mi entusiasmano ancora oggi.

In breve tempo ho dovuto rivedere gran parte del mio lavoro svolto negli anni. Ho rivisto con occhi diversi quanto avevo fatto, sentito e imparato. Ho riscoperto lati della mia professionalità e personalità che avevo sottovalutato e messo da parte.

Grazie all’architettura dell’informazione ho ritrovato una seconda giovinezza professionale: ho iniziato nuove letture, ho imparato nuovi concetti, ho conosciuto persone interessantissime con cui condivido valori e pensieri, ho ritrovato spunti di riflessione esaltanti e avveniristici. Mi sono ritrovato vicino agli architetti dell’informazione persino nei gusti musicali.
Ho iniziato anche a vivere un po’ di frustrazione, lo ammetto, perché quando si cerca di spiegare ai non addetti ai lavori che devono ribaltare il loro punto di vista e rivoluzionare il loro lavoro, vedo negli occhi di queste persone un po’ di smarrimento.

Negli Stati Uniti non è così; le aziende che lavorano sul web sono alla continua ricerca di architetti dell’informazione e le redazioni giornalistiche hanno ai vertici team di architetti dell’informazione.

#IIAS15

L’architettura dell’informazione in Italia, invece, manca di un ascolto da parte dei vertici delle aziende. E questo costringe il nostro Paese ad un ritardo notevole rispetto ai paesi più avanzati. Attenzione, l’Italia non gli italiani che, invece, stanno contribuendo alla crescita di questa disciplina non solo nel nostro Paese ma anche all’estero. In testa abbiamo due professori: Luca Rosati ( noto ai miei lettori perché da lui spesso ho preso spunto per i miei post) e Andrea Resmini; e una schiera di architetti e User Experience Designer all’avanguardia, che vi elencherò magari in un un prossimo post.

Conferma di tutto questo è il Summit dell’architettura dell’informazione italiana giunto alla sua nona edizione e a cui partecipano professionisti da ogni parte d’Italia. Tema di quest’anno “Dall’ascolto alla progettazione“. Io che mi occupo dei contesti sonori, che sono sempre sopra le righe, aggiungo un sottotitolo mio personale “Ossia come ascoltare per farsi ascoltare”.

Una bella sfida, insomma, un’avventura avvincente, un nuovo viaggio in cui mi sto divertendo da matti!