Che cosa significa traduzione? Cosa signifca davvero “tradurre”? È una domanda che ha affascinato e continua ad affascinare studiosi, lettori e appassionati di lingue e culture. Spesso si pensa che “tradurre” sia soltanto trasferire parole da una lingua all’altra. In realtà, come ci insegna la storia, la traduzione ha attraversato secoli di mutamenti, sia concettuali sia linguistici, lasciandoci un’eredità ricchissima e tuttora in evoluzione.

Questo articolo attinge a piene mani dal “Manuale del traduttore” di Bruno Osimo, un testo che illumina l’evoluzione storica, filosofica e semiotica della traduzione, nonché la sua relazione con la cultura e con il pensiero umano. I concetti discussi, pur venendo in parte sintetizzati e adattati, restano debitori delle riflessioni proposte in quel volume, che costituisce un riferimento imprescindibile per chi voglia esplorare la traduzione come ponte fra mondi linguistici e culturali.

La traduzione nell’antichità

Nell’antichità, in greco, esistevano vari termini per esprimere l’idea di “trasportare” il significato da una lingua all’altra: si pensi a metafero, metafrazo o metagrafo.

In latino, la radice di verbi come vorto, converto o imitor ci mostra un primo approccio alla traduzione come semplice “copia” di ciò che esisteva già in un originale più prestigioso (per esempio, il greco per i Romani).

Questo atteggiamento era sintomatico di un’epoca in cui la traduzione veniva considerata un esercizio non creativo, quasi un lavoro tecnico lontano dall’idea di “creare” che invece si associava al verbo scribo.

Eppure, anche in questa fase embrionale, qualcuno intuì che tradurre significava rielaborare un contenuto, adattarlo a una nuova realtà linguistica. Cicerone, per esempio, si sofferma sul tema distinguendo fra “tradurre da oratore” e “tradurre da interprete”, mettendo già in rilievo l’importanza dello stile e della resa nella lingua d’arrivo.

La traduzione nel Medioevo

Nel Medioevo si assiste all’emergere della traduzione “verticale”, quella dal prestigioso latino verso le lingue volgari, e a una “orizzontale”, fra le lingue volgari stesse.

Pensatori come Agostino difendevano il diritto di parlare al popolo in modo comprensibile, anticipando la necessità di rendere i testi più accessibili a un pubblico ampio. Nel frattempo, autori e poeti come Maria di Francia usavano verbi specifici per la traduzione, distinguendo fra tradurre dal latino e tradurre in una lingua romanza.

Era un’epoca in cui non si temeva di manipolare e trasformare la lingua d’arrivo, perché l’obiettivo principale era la comprensione. In Italia, Dante iniziò a conferire alla lingua volgare uno status più elevato, mentre Boccaccio teorizzava una traduzione più libera, convinto che un testo dovesse risultare intellegibile a chi lo leggeva, senza per forza inchiodarlo alla lettera del latino originale.

Nel Quattocento

Con il passare del tempo, soprattutto nel Quattrocento, si affermarono i termini traducere, traductio, traductor, forme a noi familiari ancora oggi.

Questa apparente semplificazione nasconde però una grande ricchezza, perché nel termine “tradurre” convergono, storicamente, il concetto di imitazione (dal testo più nobile a quello destinato al popolo), quello di spiegazione (chiarire, rendere accessibile) e quello di resa (ricreare in un’altra lingua un testo altrettanto efficace).

Nelle parole di Leonardo Bruni, che traduceva dal greco in latino, si avverte l’intenzione di trasferire non soltanto il significato, ma anche la ricchezza stilistica dell’originale, adeguandola alla “purezza” della cultura d’arrivo.

Martin Lutero e la traduzione

Con il passare dei secoli, l’attenzione si sposta dai semplici passaggi linguistici agli scopi della traduzione. Martin Lutero si preoccupava che il popolo tedesco capisse davvero le Sacre Scritture e per questo adottava uno stile comprensibile, vicino alla lingua parlata.

Étienne Dolet, subito dopo, ribadiva l’esigenza di rendere il testo “facile e completamente intelligibile”, se l’autore originale risultava troppo ostico. D’altro canto, Cervantes ci mostra un lato ironico della traduzione, paragonando il testo tradotto al rovescio di un arazzo. Si vedono i contorni e le figure, ma i fili sono confusi e non rendono la stessa nitidezza dell’originale.

Traduzioni belle e infedeli

Si arriva così al periodo delle cosiddette belles infidèles, specialmente in Francia, quando le traduzioni si adattavano al gusto dei lettori, sacrificando la fedeltà all’originale per un testo “abbellito” e più affine alle aspettative del pubblico. Ciò avveniva in un contesto in cui l’interesse commerciale e culturale era fortemente sbilanciato verso la piacevolezza e l’accessibilità, come se si volesse “localizzare” il testo nella nuova cultura.

In parallelo, qualcuno continuava a indagare il significato profondo della traduzione, spingendosi a considerarla non soltanto come passaggio fra lingue diverse, ma anche come forma di “divulgazione di tutto quanto è sconosciuto”, come suggerisce Pierre-Daniel Huet nel Seicento.

La traduzione d’oggi

Oggi questi temi non sono affatto superati. Se guardiamo agli studi semiotici del Novecento e alle ricerche più recenti, la traduzione non si limita a un mero passaggio linguistico. Semmai include tutto ciò che è necessario per trasferire un messaggio, un concetto o un’esperienza, da un contesto a un altro, anche nel passaggio fra codici diversi (per esempio dalla parola scritta all’immagine, o dalla lingua al gesto). In quest’ottica, quando traduciamo, non trasportiamo solo parole, ma modi di vedere il mondo.

Nel lavoro di doposcuola o nelle lezioni private, riflettere sul concetto di traduzione aiuta a sviluppare un approccio più critico e consapevole allo studio di qualunque materia.

Tradurre, infatti, non riguarda soltanto chi si dedica alle lingue straniere, si tratta di un’attività che tutti noi pratichiamo nel momento in cui cerchiamo di rendere comprensibile a qualcun altro ciò che pensiamo o sappiamo. È un processo di mediazione che coinvolge non solo vocaboli, ma anche contesti, culture, intenti e modalità di comunicazione diverse.

Cosa significa tradurre?

Ecco perché chiedersi che cosa significhi davvero “tradurre” non è un semplice esercizio di erudizione. Significa invece interrogarsi su come comunicare più efficacemente, su come accogliere e far incontrare visioni del mondo diverse. Significa, in definitiva, aprire la porta a un dialogo più ampio, dove ogni lezione e ogni incontro con l’altro diventa una piccola traduzione del nostro vissuto verso chi ancora non lo conosce.

In un percorso di formazione, scolastico o personale, diventa dunque fondamentale capire non soltanto le regole della lingua, ma anche gli orizzonti che la lingua spalanca davanti a noi. E proprio questo è il viaggio più affascinante che la traduzione ci offre. Scoprire, dietro le parole, il valore inestimabile dello scambio e dell’incontro.

Il Settecento

Nel corso della seconda metà del Settecento, l’idea di traduzione inizia a cambiare sensibilmente forma e contenuto grazie all’intervento di voci che colgono nella traduzione non soltanto un semplice passaggio linguistico, ma un vero e proprio strumento di rinnovamento culturale.

Breitinger, per esempio, sottolinea come la traduzione possa contribuire a rivitalizzare la lingua di arrivo, arricchendone il lessico e rinnovandone le strutture. A suo avviso, tradurre testi di grande valore provenienti da altre culture permette di far circolare parole, espressioni e costrutti che altrimenti andrebbero perduti o rimarrebbero ignoti; il contatto con l’“estraneo” diventa così una fonte preziosa di rigenerazione.

Herder prosegue questa linea di pensiero, insistendo sulla forza culturale della traduzione come ausilio per la crescita della lingua. Egli aggiunge un tassello sorprendente: ogni atto di lettura, ancor prima di tradursi in parole scritte in una nuova lingua, è già una forma di traduzione mentale. Quando leggiamo un autore come Omero, spiega, dobbiamo entrare nel suo universo e “diventare greci” per comprenderne lo spirito, ma al tempo stesso il nostro pensiero traduce tutto nell’intimità della lingua materna.

Per questo, suggerisce, non è incongruo farlo apertamente, la traduzione scritta diventa la naturale conseguenza di ciò che avviene in segreto nella mente di ogni lettore.

La traduzione nell’800

All’inizio dell’Ottocento, con l’avvento del Romanticismo, emergono ulteriori prospettive. Schlegel sottolinea l’importanza dell’“incomprensibilità” del testo, che invita a tornare all’originale per cercare nuove chiavi di lettura.

La traduzione assume così la funzione di un “magnete” che attrae il lettore verso il testo sorgente, spronandolo a confrontarsi con la lingua dell’autore. Non si teme più di lasciare sfumature oscure o ambigue, poiché proprio in queste zone d’ombra si nasconde la forza poetica e intellettuale dell’opera.

Si tratta di un rovesciamento del concetto tradizionale di chiarezza a tutti i costi. Il testo tradotto deve preservare l’aura dell’originale, anche se ciò significa sacrificare in parte la fluidità.

Schleiermacher

Schleiermacher, nella stessa cornice romantica, apre la questione cruciale del rapporto fra l’autore e il lettore, individuando due grandi strategie di traduzione. La prima tende a “spostare il lettore verso lo scrittore”, conservando quanto più possibile l’alterità e la specificità della lingua di partenza; la seconda, invece, “sposta lo scrittore verso il lettore”, rendendo il testo più aderente alle convenzioni linguistiche e culturali di arrivo.

Schleiermacher smaschera inoltre l’illusorietà di chi promette ai lettori di dar loro un testo che “l’autore avrebbe scritto se avesse padroneggiato la lingua ricevente”. A suo dire, non ha senso parlare di una versione che corrisponda all’opera se quest’ultima fosse stata redatta in un’altra lingua fin dalla nascita, sarebbe come mostrare al lettore il ritratto di un uomo con un padre diverso da quello reale.

La traduzione, in altre parole, è sempre frutto di un incontro fra due identità che rimangono in parte distinte e che generano molteplici rese, ciascuna valida per ragioni diverse.

Humboldt

Anche Humboldt, inserendosi nello spirito romantico, analizza la relazione tra lingua e pensiero, rivendicando l’idea che il segno linguistico non sia soltanto un veicolo, bensì la condizione stessa in cui il concetto si forma.

Tradurre comporta un confronto tra mondi linguistici differenti, ed è illusorio pensare a un’“equivalenza” totale.

Ogni lingua, nella sua storia e nella sua cultura, produce filosofie e visioni del mondo difficilmente riconducibili a una formula unica. Tuttavia, questa impossibilità di resa perfetta diventa paradossalmente il grande fascino della traduzione, che deve lasciare la libertà al lettore di affrontare l’“oscurità” intrinseca dell’originale.

Humboldt mette in guardia contro la tentazione di rendere tutto troppo chiaro, ciò che nell’originale era “gigantesco e insolito” non va appiattito. Al contempo, però, insiste sull’esigenza di non esagerare con le forme “estranee” per evitare di tramutare il testo in una sequenza di espressioni che snaturano la lingua di arrivo.

Dal Novecento a oggi

Con il XX secolo, la prospettiva si allarga ulteriormente, soprattutto grazie allo sviluppo della semiotica.

Peirce considera la traduzione come parte del processo stesso di significazione: ogni segno, dice, dev’essere “tradotto” in un altro segno in cui si manifesti in modo più compiuto. Il concetto di interpretante diventa cruciale per comprendere come una catena di interpretazioni (o “traduzioni”) conferisca vita e crescita a un pensiero. Non c’è segno che non venga ri-significato e dunque tradotto, e non c’è significato che possa esistere senza un atto interpretativo.

Freud, dal versante della psicoanalisi, adopera il termine “traduzione” per illustrare la metamorfosi che i contenuti onirici subiscono nel passaggio dal sogno latente a quello manifesto, e nel momento in cui il sogno viene raccontato. Pirandello, invece, sconfina nel teatro e nel lavoro dell’attore, paragonando la traduzione interlinguistica a quella “intersemiotica” del palcoscenico, mentre Valéry arriva a definire il poeta come un “traduttore” che trasforma il linguaggio comune nella lingua degli dèi, cioè nella poesia.

Roman Jakobson

È in questa cornice che Roman Jakobson, nel 1959, formalizza tre livelli di traduzione: intralinguistica (o riformulazione), interlinguistica (la traduzione in senso stretto) e intersemiotica (o transmutazione, come quando un testo si trasforma in un’immagine o in una partitura musicale). Jakobson libera così la teoria traduttiva da un vincolo meramente lessicale, collocandola in una visione semiotica più ampia.

Quine e Wittgenstein

Quine e Wittgenstein, seppure con prospettive diverse, rafforzano l’idea che qualsiasi atto di interpretazione, persino la comprensione di una frase nella nostra lingua quotidiana, comporti forme di “traduzione radicale”.

Imparare a parlare, sostiene Quine, significa dover uscire dalla propria “lingua di casa”, affrontare la polisemia e l’indeterminatezza dei significati.

Wittgenstein sottolinea come il cuore di un enunciato risieda nel suo riferimento essenziale, che ci aiuta a “tradurre” un’espressione estranea nella nostra forma consueta.

Lotman

Lotman, dal canto suo, situa la traduzione al centro della “semiosfera”, descrivendola come la membrana semipermeabile attraverso cui circolano e si trasformano le culture.

In questa linea di pensiero, ogni sistema culturale è in rapporto di traduzione con quelli vicini, è nei “confini” che si genera l’innovazione. L’estone Peeter Torop, allievo di Lotman, amplia ulteriormente la definizione di traduzione parlando di “traduzione totale”.

Quest’ultima comprende non solo l’intervento sul testo in sé, ma anche sugli elementi metatestuali (come prefazioni, note, presentazioni editoriali) e intertestuali (citazioni, allusioni, influenze sotterranee). In tal modo, la traduttologia si trasforma in una disciplina che analizza la traduzione in tutte le sue forme, dall’interlinguistica all’intersemiotica, mostrandosi sempre più attenta ai contesti e ai processi di ricezione.

Il discorso sulla traduzione

Guardando a questa evoluzione, appare chiaro come il discorso sulla traduzione, il cosiddetto metadiscorso traduttivo, proceda di pari passo con il progresso delle idee sul linguaggio e sulla cultura.

Ogni innovazione nel campo semantico o filosofico contribuisce a ridefinire i termini con cui si descrive il lavoro del traduttore, e lo stesso processo traduttivo, da puro passaggio di parole, viene elevato a complesso intreccio di strategie interpretative, sperimentazioni linguistiche e rapporti interculturali. Le intuizioni di Humboldt, secondo cui il segno e il concetto crescono insieme, trovano continue conferme nelle varie fasi di questo percorso, ogni nuovo pensiero produce nuovi segni, e ogni nuova parola, a sua volta, sprigiona nuove idee.

La traduzione nel panorama contemporaneo

Nel panorama contemporaneo, la traduttologia, denominata anche scienza della traduzione, si fonda perlopiù su un approccio descrittivo. I ricercatori osservano come i testi vengano resi, quali strategie vengano adottate e quali trasformazioni culturali ne derivino.

Piuttosto che prescrivere regole assolute, si individuano tendenze, regolarità, norme culturali che emergono dalla pratica.

Il conflitto, tipico del passato, fra chi affermava che “tutto è intraducibile” e chi semplicemente notava che “i testi vengono tradotti” perde di forza di fronte alla constatazione che la traducibilità è un’operazione sfaccettata e continuo terreno di negoziazione.

Come scriveva Jakobson, le lingue differiscono non tanto per ciò che possono esprimere, ma per ciò che ciascuna obbliga a esprimere. Ed è in questi margini di obbligatorietà culturale che il traduttore trova oggi il suo campo d’azione più delicato e stimolante, trasformandosi in un mediatore essenziale fra mondi, codici e visioni del reale.

La versione di latino e greco

Adesso, immagina di aprire un libro di Omero e di leggere i suoi versi come fossero un canto lontano, ma ancora intriso di vita.

L’incanto nasce dal fatto che, nel momento in cui decidi di tradurre quel testo in italiano, sei chiamata a interpretare un autore che, per quanto distante nel tempo, risuona in te. Non si tratta solo di calare le parole in un’altra lingua, bensì di trovare un equilibrio delicato tra rispetto dell’originale e chiarezza per il lettore contemporaneo.

Rendere in italiano

Ogni volta che ti chiedi “Come posso rendere in italiano questo termine greco?”, stai in realtà facendo una scelta che non è soltanto linguistica, ma anche culturale.

Le parole antiche non esprimono soltanto fatti o azioni, rappresentano un sistema di pensiero, una visione del mondo che, nel contesto di Omero o di Cicerone, era profondamente diversa dalla nostra.

Nel volgere in italiano quel frammento di realtà, non devi perderne la ricchezza, i profumi e i colori che a volte restano sotto la superficie del testo. Anzi, il bello della traduzione consiste proprio nel mantenere, anche nella nostra lingua, un po’ di quella luce che brillava nella mente dell’autore antico.

Le regole grammaticali restano importanti

Le regole grammaticali restano importanti, perché costituiscono la struttura di ogni testo. Eppure, se ti limitassi a seguire freddamente uno schema sintattico, rischieresti di perdere la musicalità e la profondità di ciò che leggi.

È come avere uno spartito e doverlo suonare, devi rispettare la partitura, certo, ma devi anche saper interpretare le pause, cogliere il ritmo, far emergere l’anima di quella melodia.

Allo stesso modo, nel tradurre un testo latino o greco devi esercitare una sensibilità che ti consenta di restituire non soltanto il senso letterale delle frasi, ma anche l’emozione, il tono e l’intenzione. Quando ci avviciniamo a un’opera classica, ci troviamo di fronte a un autore che, per quanto ci appaia distante, diventa incredibilmente vicino ogni volta che lo leggiamo.

In questo senso, la traduzione non è altro che un dialogo ininterrotto fra te, il testo e il suo autore: un dialogo in cui ognuno offre qualcosa di sé. Tu offri la tua interpretazione e la tua lingua; il testo ti dona la grande tradizione e la memoria di un mondo che è stato e che ancora vibra di idee e passioni.

Mantenere vive le parole

È per questo che tradurre non significa sostituire parole antiche con termini moderni, significa mantenerle vive, lasciarle risuonare e, a volte, perfino risvegliarle.

Si tratta di un percorso di scoperta, un’occasione per riflettere tanto sulla cultura che ha prodotto quelle pagine, quanto su ciò che la tua cultura, la tua voce e la tua sensibilità possono aggiungervi.

Alla fine, il testo che ne nascerà ti apparterrà un po’, ma non perderà il suo legame profondo con la classicità, perché sarà frutto di un incontro dove il presente ha finalmente stretto la mano al passato.