Qualche giorno fa ho ricevuto la newsletter di Architecta con l’annuncio del prossimo Summit a cui purtroppo non potrò partecipare. I Summit a cui ho partecipato sono stati fondamentali nella mia formazione. Mi hanno permesso di incontrare persone, conoscere idee, riconoscermi in una comunità professionale, tanto che continuo ancora oggi a considerarmi un architetto dell’informazione.
C’è però una contraddizione che negli anni è diventata, purtroppo, sempre più evidente. E cioè che nessuno mi ha mai assunto con quel titolo.
Ho lavorato e lavoro nella comunicazione digitale, nei social media, nella progettazione conversazionale. Ho utilizzato strumenti, principi e soprattutto un modo di affrontare i problemi che vengono dall’architettura dell’informazione. Il mercato, però, quasi mai ha dato a quel lavoro lo stesso nome con cui io avevo imparato a pensarlo.
La mia esperienza non dice, naturalmente, quale sia il destino di una disciplina, anche se a me sembra un punto da cui partire, se non altro dal punto di vista del blog.Perché mi fa partire una domanda che mi preme.
Che cosa succede quando le competenze nate o sviluppate dentro una disciplina continuano a circolare, mentre il nome della professione diventa meno visibile in alcuni ambienti del lavoro digitale?
Una disciplina non coincide con un job title
Per provare a rispondermi cerco innanzi tutto di separare quello che potrei sovrapporre.
Una disciplina non coincide con una professione. Una professione non coincide con il titolo scritto su LinkedIn o su un contratto. E una competenza può essere esercitata anche da chi non utilizza il nome della disciplina nella quale quella competenza è stata sviluppata.
Guardando alla progettazione dei prodotti digitali, molte attività storicamente associate all’architettura dell’informazione sono perfettamente vive: organizzare contenuti, progettare gerarchie e sistemi di navigazione, costruire tassonomie, decidere etichette, mettere in relazione informazioni, rendere comprensibili sistemi complessi.
Chi se ne occupa può avere il titolo di Information Architect. Più spesso, in molti contesti, può lavorare come UX Designer, Product Designer, Content Designer o Service Designer.
Ne parlava già Paolo Montecchi, nel 2020, una ricerca condotta durante il World IA Day su oltre quattrocento partecipanti mostrò che la maggioranza si definiva professionalmente UX Designer, mentre una quota relativamente piccola utilizzava il titolo di Information Architect. Quando ai partecipanti vennero chieste le attività svolte nel lavoro quotidiano, però, molte di quelle considerate tipiche dell’IA comparivano anche fra professionisti con altri ruoli. Gli stessi autori invitavano alla prudenza, si trattava di una ricerca sulla comunità che partecipava al World IA Day, non un censimento del mercato del lavoro. Ma la sovrapposizione era evidente.
Architecta aveva posto la questione in termini molto simili già nel Summit del 2021, dedicato alle “buone influenze” fra mestieri limitrof. Si affermava già 5 anni fa che a volte lavoriamo con un cappello professionale riconoscibile, altre volte facciamo architettura dell’informazione senza chiamarla con quel nome. Cinque anni dopo, quella domanda continua ad avere senso.
Quando cambia il contenitore
In Italia c’è un esempio che trovo particolarmente significativo. Lo storico Master IULM in Architettura dell’informazione e User Experience Design oggi si chiama Digital Product and Experience Design. La stessa università lo presenta come la «naturale evoluzione e necessario aggiornamento» del precedente percorso.
È cambiato il nome, si è allargato l’orizzonte professionale, ma nel programma continuano a esserci architettura dell’informazione, ontologie, tassonomie, content strategy, user research, interaction design e progettazione di ecosistemi informativi.
Il cambio di denominazione di un master non basta, da solo, per descrivere un intero mercato professionale. A me interessa per un’altra ragione: rende visibile il modo in cui il linguaggio delle professioni può cambiare mentre una parte delle competenze continua a essere insegnata e utilizzata all’interno di contenitori nuovi. Questo non significa che Product, UX o Service Design siano semplicemente vecchi mestieri ribattezzati. Hanno costruito nel tempo culture, metodi, strumenti e responsabilità proprie. Significa forse che alcune competenze dell’architettura dell’informazione sono entrate stabilmente nel repertorio più ampio del design digitale.
Da questo punto di vista, la minore visibilità del titolo Information Architect non corrisponde necessariamente alla scomparsa delle sue pratiche. Potrebbe persino essere, almeno in parte, il risultato della loro diffusione.
Una disciplina può avere successo al punto che alcuni dei problemi che ha contribuito a definire vengono assorbiti dal lavoro quotidiano di altre professioni. Ma questa diffusione ha anche un possibile rovescio: quando un sapere diventa implicito, può essere usato senza conoscerne più il retroterra, oppure ridotto agli strumenti più immediatamente applicabili. Ed è qui che guardare soltanto alla UX diventa insufficiente.
L’architettura dell’informazione non comincia dalla sitemap
Per anni una parte consistente del racconto sull’architettura dell’informazione è passata attraverso il web e le interfacce: sitemap, menu, labeling, navigazione, card sorting. Si tratta di strumenti e problemi reali che, però, non esauriscono la disciplina. L’architettura dell’informazione ha una relazione storica anche con l’information science e con l’organizzazione della conoscenza: classificazioni, metadata, vocabolari controllati, tassonomie, ontologie, strutture semantiche. Questa parte diventa più evidente quando smettiamo di guardare alla singola interfaccia e ci spostiamo verso ecosistemi informativi molto grandi.
GOV.UK offre oggi un caso interessante. Gli Information Architect del Government Digital Service lavorano su content modelling, audit e inventari dei contenuti, processi, sitemap e vocabolari controllati: strutture che servono a rendere l’informazione comprensibile e recuperabile non soltanto dalle persone, ma anche dai sistemi.
Il dato ancora più significativo arriva dal Government Digital and Data Profession Capability Framework. Nel 2026 il governo britannico sta definendo formalmente responsabilità e competenze di un nuovo ruolo di information architect, con un percorso professionale articolato fino a quattro livelli. La pubblicazione è prevista per il 27 novembre 2026, data ancora indicata come da confermare. La motivazione dichiarata è particolarmente interessante: quelle competenze vengono considerate sempre più importanti per costruire servizi e organizzazioni governative maggiormente integrati ed efficaci.
È difficile leggere questo caso come il semplice residuo di una professione del passato.
Mostra piuttosto che il valore della specializzazione cambia a seconda del problema.
Per progettare un sito relativamente semplice, molte competenze dell’IA possono convivere dentro professionalità più ampie. Quando invece bisogna governare migliaia di documenti, servizi, categorie, metadata e relazioni fra informazioni distribuite in sistemi differenti, l’organizzazione dell’informazione può tornare a essere un problema abbastanza grande da richiedere specialisti.
Un piccolo sito e un grande ecosistema informativo non pongono lo stesso tipo di domanda.
Una parte dell’architettura dell’informazione si è distribuita
È questo il passaggio che mi aiuta a leggere diversamente anche la mia esperienza.
Per molto tempo ho osservato la distanza fra il nome con cui avevo imparato a definirmi e i mestieri che avevo effettivamente svolto quasi come una perdita.
Oggi mi sembra più utile parlare di distribuzione.
Alcune pratiche dell’architettura dell’informazione sono diventate parte del lavoro ordinario di chi progetta prodotti, servizi, contenuti ed esperienze digitali. Altre continuano a richiedere una profondità specialistica, soprattutto quando aumenta la complessità del sistema.
Questo non significa che ogni UX Designer stia facendo inconsapevolmente l’architetto dell’informazione. Sarebbe un modo corporativo di raccontare la storia.
Le discipline non possiedono per sempre i problemi che hanno contribuito a definire.
Se progettare una buona struttura informativa è diventato parte del lavoro di un Product Designer, non vedo alcuna ragione per rivendicarne la proprietà. Mi interessa piuttosto capire fino a che punto quella competenza possa essere incorporata dentro una professione più ampia e quando, invece, il problema diventi sufficientemente complesso da richiedere qualcuno che lo studi e lo affronti in modo specifico.
È una distinzione che ritrovo anche in un altro ambito nel quale ho lavorato: la progettazione conversazionale.
Quando l’interfaccia scompare, l’architettura rimane
Con i sistemi conversazionali accade qualcosa di curioso.
Quando utilizziamo un chatbot non vediamo necessariamente un menu, non percorriamo una sitemap, non scegliamo sempre una categoria. Scriviamo una domanda.
Dal punto di vista dell’utente, una parte dell’architettura sembra essere scomparsa.
Ma la semplicità dell’interfaccia non elimina automaticamente il problema dell’organizzazione dell’informazione.
Molti sistemi contemporanei basati su modelli linguistici recuperano informazioni da documenti e basi di conoscenza esterne attraverso architetture RAG, Retrieval-Augmented Generation. Il recupero può funzionare anche attraverso rappresentazioni vettoriali e similarità semantica, senza avere necessariamente bisogno di una tassonomia tradizionale. Sarebbe quindi sbagliato sostenere che un sistema di questo tipo richieda sempre ontologie o classificazioni formali.
Quando però dobbiamo governare grandi patrimoni documentali, distinguere tipi di contenuto, applicare filtri, gestire versioni e permessi, identificare fonti o restringere il recupero a determinate categorie, i metadata e una buona struttura dei contenuti tornano a essere molto utili. I sistemi RAG contemporanei consentono infatti di utilizzare metadata proprio per filtrare e rendere più selettivo il recupero delle informazioni.
Ritroviamo così problemi che l’architettura dell’informazione conosce da tempo, insieme ad altre discipline: information science, knowledge engineering, data engineering, content design.
Non mi sembra una prova del “ritorno” dell’Information Architect, e sarebbe prematuro presentarla così.
Mi sembra più interessante un’altra cosa: mentre l’interfaccia diventa apparentemente più semplice, una parte della complessità si sposta sotto la superficie.
L’utente può limitarsi a scrivere una domanda. Qualcuno deve comunque preoccuparsi di come è organizzato ciò che il sistema potrà trovare.
A che cosa serve ancora una disciplina?
Rimane allora un’obiezione legittima.
Se molte di queste capacità sono ormai presenti nel lavoro di UX Designer, Product Designer, Content Designer, data specialist e altre professionalità, perché dovrebbe importarci continuare a chiamarle architettura dell’informazione?
In molti progetti, probabilmente, non importa affatto.
Un’organizzazione non ha bisogno di assumere un Information Architect per rendere omaggio alla storia di una disciplina. Ha bisogno delle competenze adatte ai problemi che deve risolvere.
Il nome torna però ad avere una funzione quando serve mantenere visibile un campo di studio e di pratica.
Progettare una navigazione relativamente semplice e costruire un sistema composto da tassonomie, metadata, modelli dei contenuti e numerose relazioni semantiche significa lavorare a livelli differenti di complessità. Non perché uno dei due lavori sia più nobile dell’altro, ma perché richiedono profondità diverse.
Quando una competenza entra nel patrimonio generale di altre professioni guadagna diffusione. Può però perdere spessore se sopravvivono soltanto gli strumenti e non il sapere che permetteva di scegliere quando e perché utilizzarli.
Conservare una disciplina, allora, non significa reclamarne la proprietà.
Serve a mantenere un luogo — professionale, formativo e culturale — nel quale certi problemi continuano a essere osservati, discussi e sviluppati in profondità.
Continuare a essere architetti dell’informazione
Torno quindi alla newsletter da cui ero partito.
Non andare al prossimo Summit non modifica il rapporto che ho costruito negli anni con questa disciplina.
Nel lavoro continuo a incontrare problemi che ho imparato a riconoscere attraverso l’architettura dell’informazione: come vengono organizzati i contenuti, quali relazioni esistono fra le parti, quali parole utilizziamo per chiamare le cose, che cosa una persona riesce a trovare e che cosa invece rimane invisibile.
Forse per questo la domanda da cui ero partito non mi convince più.
“Che cosa resta dell’architettura dell’informazione?” contiene già un’ipotesi: che qualcosa si sia progressivamente consumato e che oggi dobbiamo andare alla ricerca dei residui.
Quello che emerge osservando la professione da più punti di vista è diverso.
Una parte delle pratiche dell’IA si è distribuita dentro UX, Product e Content Design. Un’altra continua nel lavoro sulle tassonomie, sui metadata e sui sistemi di organizzazione della conoscenza. Quando cresce la complessità informativa, può tornare utile una specializzazione esplicita. E i sistemi basati sull’intelligenza artificiale stanno facendo riemergere, sotto interfacce nuove, problemi di organizzazione e recupero dell’informazione sui quali l’architettura dell’informazione lavora da molto tempo insieme ad altre discipline.
Non so se in futuro aumenteranno le persone assunte con il titolo di Information Architect. E probabilmente non è neppure questa la misura più interessante della vitalità della disciplina.
La domanda che oggi mi sembra più utile è un’altra.
Dove dobbiamo cercare l’architettura dell’informazione?