Il mito della semplicità, oggi, non nasce solo dai social o dallo storytelling personale., nasce molto più in profondità, dentro una cultura della progettazione che negli ultimi anni ha trasformato la riduzione della frizione in un ideale quasi assoluto.

Nelle app, nei siti web, nei servizi digitali, tutto deve essere facile, intuitivo, veloce, immediato. Ogni ostacolo va eliminato, le attese vanno ridotte, ogni ambiguità deve essere cancellata. L’esperienza perfetta diventa quella che non oppone resistenza, che non costringe a fermarsi, che non chiede sforzo interpretativo.

Questo approccio, in molti casi, ha prodotto strumenti migliori, più accessibili, ma quando questa logica esce dall’ambito progettuale e diventa una visione del mondo, allora comincia a generare un’illusione, l’idea che anche la vita debba funzionare così, senza attriti, senza lentezze, senza punti opachi, senza fatica.

Eppure la vita non è un’interfaccia, e forse non deve esserlo. Ci sono frizioni che non sono errori di sistema, ma parti essenziali dell’esperienza umana. La complessità di una relazione, il tempo necessario per imparare, la fatica di un lavoro fatto bene, l’incertezza di una scelta, perfino il disagio di non capire subito qualcosa. Tutto questo non è necessariamente un difetto da correggere. A volte è proprio lì che si forma il senso.

Una cultura che pretende solo fluidità rischia di renderci intolleranti verso tutto ciò che richiede pazienza, profondità, trasformazione. E così la semplicità, da qualità utile, diventa un’ideologia, una pretesa di rendere liscia una realtà che, per sua natura, liscia non è.

Basta con il mito della semplicità!

E così da questo mito, viviamo immersi in racconti che fanno sembrare tutto più semplice di quanto sia davvero.

Vi è capitato di ascoltare le storie di chi si è trasferito e vive in campagna, di chi coltiva l’orto e si nutre dei propri prodotti, o di chi parte per un viaggio avventuroso? Youtube è pieno di video brevi e lunghi che ne parlano e che spiegano cosa fare. Insomma, il lavoro indipendente, la crescita online, perfino il successo personale vengono spesso mostrati come esperienze accessibili, spontanee, quasi naturali.

Ora se da un lato c’è chi fa scelte di vita, in cui si ritira nel proprio borgo natio, o si allontana dal mondo perché stanco di un certo tipo di vita che ha trascorso fino a quel momento, dall’altro lato ci sono pochi, ma con una grande eco, che su questa scelta costruisce un mito.

Lo dico perché, spesso, dietro queste immagini, esistono quasi sempre condizioni, competenze, aiuti, tempi lunghi, strumenti e lavoro invisibile che il racconto, fatto sui social, tende a lasciare fuori campo.

Scrivo questo articolo, dopo essermi già occupato dell’inganno dei social e dell‘ascesa dei sex worker, come persona che si occupa del suo tempo. Allo stesso modo questo articolo vuole riflettere sul divario tra ciò che vediamo e ciò che regge davvero le cose. Non si tratta di negare la realtà o le esperienze raccontate, ma capire come i social trasformano il nostro immaginario e ci spingono a confrontarci con versioni alleggerite, edulcorate e solo parzialmente vere della vita.

Il mito della semplicità: la vita autentica raccontata dai social

Questo tema riguarda da vicino l’architettura del significato, perché, ogni racconto, mostra un fatto, ma costruisce anche un senso, organizza una percezione, stabilisce che cosa appare normale e cosa appare desiderabile o possibile. Infatti, quando i social mostrano un risultato e nascondono le condizioni che lo rendono possibile, diciamo che semplificano la storia e ma stanno progettando un significato.

I social e gli influencer che ne hanno un vantaggio stanno dicendo, implicitamente, che quel modello di vita è lineare, replicabile, a portata di tutti. Ma il significato, come sempre, non sta solo in ciò che si vede, sta anche in ciò che viene escluso, taciuto, lasciato fuori dall’inquadratura.

Leggere il presente, allora, significa imparare a riconoscere queste omissioni, perché è proprio lì, nel rapporto tra immagine e infrastruttura, tra superficie e condizioni reali, che si gioca oggi una parte decisiva della nostra comprensione del mondo.

Il lavoro invisibile che nessuno mostra

Ci sono frasi che, più di tante analisi, riescono a strappare il velo su un’intera epoca. Una di queste è quella di uno studioso dei social che, mostrando il proprio orto, scrive, ironicamente, di essere tentato dall’idea di fare “l’orto social”, raccontando passo passo come vivere in campagna, zappare la terra e godere dei suoi frutti. Ma subito dopo interrompe la fantasia e dice la cosa più importante: molti di quelli che mettono in scena una vita bucolica, semplice e autentica possono farlo perché altri lavorano al posto loro, mentre loro trasformano quell’immaginario in contenuto, visibilità e monetizzazione. E conclude con una frase netta, ruvida, ma profondamente onesta

meglio insegnare la verità che fare storytelling per allocchi.

Dentro questa osservazione c’è un nodo decisivo del nostro tempo che non riguarda soltanto l’orto, la campagna, la vita lenta o gli influencer, ma riguarda il modo in cui oggi costruiamo il desiderabile, il modo in cui le piattaforme mostrano pezzi di realtà. E soprattutto riguarda ciò che resta fuori dall’inquadratura, ossia il bagaglio culturale, la famiglia, il proprio retaggio, le proprie esperienze, così come la fatica, il costo, la continuità, la competenza, il tempo, il fallimento, il corpo, il lavoro degli altri.

Il problema, infatti, non è che quelle immagini o quei racconti, siano completamente falsi. Restando sull’esempio dell’orto, come può essere la cucina o il viaggio o la storia dell’arte. L’orto esiste, i frutti della terra esistono, la campagna esiste, il viaggio esiste, le conoscenze culturali esistono. La vita semplice, in una certa misura, esiste davvero, ma il racconto che ne viene fatto è spesso incompleto. E questa incompletezza, oggi, conta più di una menzogna, perché falsifica in buona parte l’evento e ne altera le condizioni.

In questi video e progetti che tutti vediamo e seguiamo si mostra il risultato e si cancella il sistema che lo rende possibile. Si fa apparire naturale ciò che è costruito, accessibile ciò che, in realtà, richiede mezzi, tempo, esperienza, denaro, relazioni, aiuti, organizzazione.

Il mito della semplicità contemporanea

È qui che nasce il mito della semplicità contemporanea. Un mito molto potente, perché si presenta come verità immediata, come autenticità, come ritorno all’essenziale.

Eppure, molto spesso, ciò che viene venduto come essenziale è soltanto una complessità ben nascosta. La casa nel verde, l’orto che nutre, il lavoro indipendente, la libertà di vivere con poco, il viaggio avventuroso, la creatività monetizzata, il successo costruito “da soli”, tutto questo può essere reale, ma raramente è così nudo, così lineare, così semplice come viene narrato.

I social, in questo modo, inventano modelli, producono cornici percettive, ci abituano a guardare il mondo a partire da ciò che è narrabile, condivisibile, invidiabile e ciò che non entra bene nel racconto tende a sparire.

Il lavoro e la fatica spariscono

Il lavoro ripetitivo sparisce. La stanchezza sparisce. Gli errori spariscono. Le persone che aiutano spariscono. I collaboratori, il supporto tecnico, la fatica economica sparisce, sparisce tutto. Persino il tempo sparisce. Resta una superficie gradevole, credibile, abbastanza verosimile da imporsi come misura del possibile.

È questo il punto più delicato. Perché quando una rappresentazione incompleta si presenta come modello, chi guarda finisce per confrontare la propria vita intera con l’immagine selezionata di quella altrui.

Così abbiamo ragazzi e ragazze che invece di sognare un lavoro o un progetto di vita o pensare quale università scegliere e come avere successo nella vita, immagina il proprio futuro nel viaggiare per imparare cose nuove.

L’impossibilità di fare tutto da soli

E fin qui potrebbe andare bene anche se non benissimo. Ma il problema arriva e arriverà quando questo successo non arriverà, se non si hanno le capacità di eccellere e dato che il mondo è fatto da mediocri e non da geni unici e rari, allora il proprio limite sembra una colpa, la propria lentezza può sembrare un difetto, la fatica lavorativa o intellettiva sembra un’incapacità.

L’impossibilità di fare tutto da soli può diventare una mancanza personale. In realtà, molto spesso, ciò che manca non è il talento, né la volontà, manca l’infrastruttura, mancano le condizioni materiali e relazionali che rendono possibili certi risultati.

Ma se queste condizioni vengono rimosse dal racconto, allora il fallimento viene interiorizzato come responsabilità individuale.

“Meglio insegnare la verità che fare storytelling per allocchi”

Per questo la frase sull’orto è così importante, perché rimette in scena il lavoro, porta al centro il corpo. La verità infatti non è spettacolare. La verità è ripetitiva, ha stagioni, tempi morti, mani sporche, schiena curva, risultati incerti. E proprio per questo ha un valore conoscitivo più alto di tanto storytelling contemporaneo.

Quello che oggi chiamiamo autenticità, infatti, è spesso una forma particolarmente raffinata di messa in scena. Questo avviene sui social ma anche in molte altre professioni creative e intellettuali. Non esiste più la posa evidente, patinata, irraggiungibile di certa comunicazione del passato. Si tratta adesso di qualcosa di più sottile. Ciascuna posa o parola imita la naturalezza. Si tratta spesso di una spontaneità progettata, una vicinanza costruita, una vita apparentemente semplice, già tradotta in formato piattaforma. Anche il disordine, anche il sudore, anche la ruralità, anche la fatica possono diventare elementi di linguaggio. Possono essere usati come segni di verità. Eppure il fatto che un contenuto usi i codici dell’autenticità non significa che stia davvero mostrando il reale nelle sue condizioni profonde.

Imparare a leggere la distanza tra esperienza e rappresentazione

Questo non vuol dire disprezzare chi comunica bene, né negare il merito di chi ha costruito qualcosa. Sarebbe una lettura superficiale e moralistica, che io non ho intenzione di fare. Io non voglio puntare il dito contro le persone che hanno successo, anzi personalmente ho stima di chi sa comunicare e trasmettere emozioni; e neppure voglio sostenere che dietro ogni racconto ci sia necessariamente una manipolazione.

Il punto è un altro. Quello che desidererei è che si possa imparare a leggere la distanza tra esperienza e rappresentazione. Capire che ogni narrazione seleziona, che ciò che appare facile spesso è soltanto ben sostenuto, che ciò che viene presentato come replicabile da tutti, in realtà, dipende da risorse che non tutti hanno.

Questo vale per l’orto, ma vale anche per il lavoro creativo, per l’imprenditoria personale, per la crescita online, per il racconto di sé, per la produttività, per il fitness, per la genitorialità, per il viaggio, per la vita “essenziale”. Una persona può davvero aver iniziato con autenticità, con coraggio, con bravura. Ma quando intorno a quel percorso si costruisce una macchina fatta di brand, sponsor, team, strumenti, logistica, assistenza, relazioni professionali, allora quel percorso non può più essere raccontato come se fosse soltanto il frutto della volontà individuale. Continuare a farlo significa alimentare un immaginario falsato del presente.

Il senso delle condizioni che reggono la vita reale

E qui il tema diventa culturale, non soltanto comunicativo. Perché un’intera società che consuma rappresentazioni alleggerite del lavoro finisce per perdere il senso delle condizioni che reggono la vita reale. Non vede più il backstage, l’infrastruttura. il lavoro degli altri. Non vede più la differenza tra ciò che appare semplice e ciò che è stato reso semplice da una rete di supporti invisibili. E quando una cultura smette di vedere le condizioni materiali delle cose, comincia inevitabilmente a trasformare ogni difficoltà in colpa morale del singolo.

Forse oggi abbiamo bisogno proprio di racconti più onesti. Racconti capaci di restituire spessore alle cose. Racconti che mostrino il prezzo, il lavoro, il tempo, la fatica, la dipendenza dagli altri. Non per disincantare il mondo, ma per restituirgli verità.

Da blogger, che vede sempre meno lettori, forse uno dei compiti più urgenti, oggi, è proprio questo: reimparare a guardare bene ciò che viene mostrato, e tutto ciò che è stato lasciato fuori campo.