Quando Luciano Floridi introduce l’idea di un “capitale semantico trascendente” non sta facendo teologia, sta facendo filosofia dell’informazione, sta dicendo che il significato, per quanto legato al linguaggio, alla cultura e alla biografia, possiede sempre un margine che sfugge. Un residuo. Un altrove.
In ogni atto umano c’è una parte di senso che non è prodotta, ma ricevuta.
Si tratta di quel qualcosa che non sappiamo spiegare ma che riconosciamo, che non possiamo misurare ma che “sentiamo”.
E in un mondo in cui l’intelligenza artificiale tenta di simulare ogni processo umano, Floridi ci ricorda che c’è una dimensione semantica irriducibile all’automazione.
È quella che possiamo chiamare spiritualità semantica. Che non c’entra con la religiosità o il dogma. Intendiamo la spiritualità come capacità di mantenere aperto lo spazio dell’ineffabile, del mistero, della profondità, dell’inatteso.
L’umano come essere “eccedente”
C’è una caratteristica dell’essere umano che nessuna macchina può imitare davvero, ossia la capacità di andare oltre ciò che vede, che sa o che capisce nell’immediato. È una facoltà radicata nella nostra esperienza quotidiana.
Quando parliamo con qualcuno che amiamo, non sentiamo o ascoltiamo solo le sue parole. Ma c’è tutto un modo e un mondo non verbale che ci affascina. Cogliamo il tono delle parole, facciamo attenzione al significato dei silenzi dell’altro, abbiamo a cuore l’ombra di un’emozione. Così come quando guardiamo una fotografia, non vediamo solo una scena, ma riconosciamo una storia. O ancora possiamo persino immaginare un prima e un dopo che l’immagine non mostra.
Questa capacità di cogliere “più di ciò che è presente” è la parte eccedente dell’umano: quel frammento di significato che non deriva dai dati, ma dall’esperienza, dalla memoria, dall’immaginazione.
Le macchine lavorano sui dati. Noi lavoriamo sul senso. Le macchine trovano pattern. Noi cerchiamo e troviamo significato. Si tratta di una differenza enorme, anche se spesso ce ne dimentichiamo.
Qualcosa che non si può misurare
Pensaci! Ogni relazione profonda, ogni gesto di cura, ogni decisione importante nasce da qualcosa che non si può misurare. Come possiamo pensare di vivere dieci anni della nostra vita da cargiver se non fossimo altro dal calcolo? Come potremmo innamorarci se non avessimo un’intuizione, se non ascoltassimo un dettaglio che “risuona”, una sensazione che non sappiamo spiegare. O anche se non avessimo mai un dubbio sull’altro?
Questa eccedenza non è qualcosa di misterioso, anche se è inspiegabile. E’ profondamente umana. È quello che ci permette di capire una persona senza che quella pesona dica qualcosa, di percepire una sfumatura, di cogliere un contesto, di leggere un’immagine oltre l’immagine, di sentire un suono oltre il suono fisico.
Ed è ciò che Luciano Floridi difende quando parla di “capitale semantico”, ossia la capacità di generare significato a partire da ciò che vediamo, viviamo e ricordiamo.
Gli algoritmi possono riconoscere le forme, ma non possono riconoscere il senso. Possono generare testi, ma non possono generare esperienza. Possono costruire previsioni, ma non possono costruire profondità. L’umano eccede sempre ciò che è calcolabile.
È proprio questa eccedenza, che è fragile, imprecisa, imprevedibile, che ci rende indispensabili nella rivoluzione digitale. Ed è questa eccedenza tutta umana che dobbiamo proteggere, perché è la fonte di tutto ciò che chiamiamo cultura: fotografia, musica, scrittura, relazioni, memoria, identità.
L’essere in eccedenza, nella Filosofia
Il capitale semantico nasce nell’oltre, nello spazio in cui ciò che vediamo diventa ciò che significa.
L’essere umano, nella tradizione filosofica e antropologica, è sempre stato compreso come un essere in eccedenza rispetto ai dati. C’è sempre un oltre.
– In Merleau-Ponty è la percezione incarnata che eccede la rappresentazione.
– In Levinas è l’alterità dell’altro che eccede ogni concetto.
– In Wittgenstein c’è l’indicibile che “mostra se stesso”.
– In Simone Weil c’è l’attenzione come forma spirituale dell’intelligenza.
– In Rudolf Otto c’è il numinoso come esperienza primordiale di significato non-razionale. Il numinoso (dal latino numen, “divinità”) come il nucleo essenziale, non razionale e non intellettualizzabile dell’esperienza religiosa.
– In Heidegger c’è il mondo come apertura di senso prima di ogni categoria.
Floridi aggiunge: il significato ha una parte non generabile.
Questa è una posizione filosofica potentissima, soprattutto in questa nostra era che tende a convincerci che tutto ciò che è pensabile è simulabile. Non è così. C’è una quota di significato che non potrà mai essere ridotta a pattern.
La spiritualità semantica come spazio di resistenza
Viviamo in un mondo che vuole spiegare tutto. Ci chiede di essere veloci, misurabili, prevedibili; ogni cosa deve avere una funzione, un obiettivo, un risultato, un KPI.
Eppure, come ricorda Sennett ne L’uomo artigiano, il senso si costruisce nella relazione con il limite, non con l’onnipotenza. Si costruise nel gesto che incontra la resistenza della materia, nel pensiero che incontra la difficoltà. Nel corpo che scorre nel tempo.
La spiritualità semantica è questo: mantenere vivo lo spazio di ciò che non si può calcolare.
È un gesto politico, oltre che filosofico. È un invito a non ridurre l’umano all’utente.
La spiritualità semantica nell’era degli algoritmi
Anche se l’Intelligenza artificiale genera forme e produce discorsi, noi, esseri umani, riconosciamo le metafore. E La metafora è spiritualità perché collega ciò che è lontano, apre varchi all’immaginazione, sfugge al calcolo.
Gli algoritmi funzionano riconoscendo pattern “Se ti piace questo, ti piacerà anche quest’altro”.
Ma il significato umano non funziona così. A volte qualcosa ci colpisce proprio perché non assomiglia a niente.
Per Floridi, la spiritualità semantica è la garanzia che la nostra mente non venga addomesticata da sistemi troppo ordinati e che ci sarà sempre un posto per la sorpresa, per il dubbio, per la domanda.
Basta riconoscere che ci sono momenti della vita in cui il senso arriva come un dono, non come un calcolo. Un incontro, una parola, un’immagine, un suono. Ci accorgiamo che “significa qualcosa” prima ancora di capire cosa.
E questo è ciò che nessuna IA può generare.
La spiritualità semantica come promessa dell’umano
La rivoluzione digitale ci ha portati in un mondo dove tutto sembra misurabile, archiviabile, riproducibile. Viviamo circondati da sistemi intelligenti che generano testi, immagini, canzoni; algoritmi che anticipano gusti, bisogni, spostamenti; piattaforme che modellano la nostra attenzione.
Eppure, in questo panorama iper-tecnologico, resta qualcosa che nessuna macchina può replicare: la capacità umana di dare forma a ciò che non si vede.
Quel “di più” che non si trova nei dati, ma nell’esperienza. Il “non so perché, ma significa qualcosa” che nasce da un incontro, un suono, un’immagine, un silenzio. Quel senso che emerge non per calcolo, ma per risonanza.
La spiritualità semantica è esattamente questo, lo spazio interno in cui il significato non viene prodotto, ma generato. È uno spazio fragile, ma necessario.
La mia fotografia in bianco e nero, che vede nell’ombra ciò che la luce non dice; il suono che ci attraversa e ci obbliga ad ascoltare; la scrittura che dà parola a ciò che preme dentro; l’architettura dell’informazione che restituisce orientamento in un mondo troppo complesso: tutte queste pratiche, secondo me, sono modi per proteggere questo spazio sacro del significato.
Perché nessun algoritmo, per quanto avanzato, potrà mai sostituire il gesto umano di riconoscere senso dove non c’era.
Promettimao che continueremo a vedere, ascoltare, scrivere, ricordare, immaginare, che continueremo a generare mondi, non solo a navigarli, che resteremo aperti all’ignoto, all’inquietudine, alla meraviglia.
Custodire il significato è custodire noi stessi. E questa è la forma più profonda e più concreta di spiritualità che abbiamo.